
Paolo VI Udienze 1969 - Mercoledì, 10 dicembre 1969
Diletti Figli e Figlie!
Viene spontaneo alle nostre labbra, in questa prossimità del santo Natale, l’augurio che gli è proprio: buon Natale!
Sì, visitatori carissimi, buon Natale a tutti ed Ia ciascuno di voi! Quanti pensieri, quanti ricordi, quante emozioni, quanti desideri, quante speranze questa santa e dolce festa mette nel cuore! Noi pregheremo per voi affinché questa prossima ricorrenza non passi come un giorno comune, ma sia piena per voi di quelle spirituali percezioni che fanno gustare le realtà profonde della fede e della vita. Della fede e della vita.
E verso questi obiettivi, che altro non sono se non le realtà in cui siamo immersi, noi invitiamo la vostra attenzione ad essere particolarmente vigilante nella prossima fausta occasione; cioè confermiamo l’augurio con un’esortazione: fate bene il Natale!
La prima condizione per fare bene il Natale è quella di conservargli la sua autenticità religiosa. Non stiamo ora a parlarvi del pericolo che il vero significato del Natale sia soffocato dalle manifestazioni esteriori e profane, alle quali la festa presta occasione, prendendo il sopravvento e trasformandone il carattere sacro; ciascuno sa come questa vanificazione del Natale può avvenire, anche partendo da forme innocenti e simpatiche di folclore, o di lieto costume domestico, o popolare; il presepio stesso può diventare spettacolo impegnato in finalità estetiche o fantasiose più che nel richiamo alla rappresentazione dell’umile e sublime fatto della nascita del Salvatore. Anche questa cornice festiva e artistica può avere la sua poetica e pratica utilità. Ma non fermiamoci alla cornice; guardiamo il quadro; e nel quadro vediamo il mistero.
IL MISTERO DI BETLEMME
Procuriamo di vedere, di contemplare il quadro, cioè la scena di Betlemme, in trasparenza. Questo momento di attenzione è del tutto conforme allo stile mentale del nostro tempo, avido di sapere il significato reale dei fatti e delle cose, di conoscere la realtà d’un avvenimento tanto importante e centrale, qual è la nascita di Colui, che si chiama Salvatore. Gesù vuol dire Salvatore; Cristo vuol dire Messia, cioè Colui nel quale si incentrano e si compiono i disegni divini relativi ai destini dell’umanità. Lo sguardo contemplativo diventa teologico, diventa teleologico (cioè rivelatore della Verità divina e delle finalità, degli scopi di ciò che facciamo oggetto di contemplazione). Dobbiamo allora considerare il Natale come un’apparizione. È una rivelazione. Quale apparizione? Ce lo dice San Paolo: «Apparve la bontà e l’amore di Dio Salvatore nostro verso gli uomini» (Tt 3,4). È il segreto di Dio, che s’è svelato in Gesù Cristo: Dio è bontà, Dio è Amore. Comprendiamo come San Francesco andasse in estasi davanti al Presepio; e come noi stessi possiamo sentirci trasformati davanti ad una scoperta, che ci folgora di meraviglia e di commozione: noi siamo amati, amati da Dio! Comprendiamo Pascal: «Gioia, gioia, gioia: pianti di gioia!». Perché «il Verbo di Dio s’è fatto uomo ed è venuto ad abitare fra noi» (Io. 1, 14). Questo è il Natale! Il Natale della Fede.
ONDA RIGENERATRICE
Compreso questo, possiamo comprendere qualche cosa di molto bello anche circa l’altro aspetto: il Natale della vita. Della nostra vita. La nascita verginale di Cristo nel mondo diffonde in tutta l’umanità un’onda rigeneratrice: tutta la vita umana è tocca da questa presenza, anche sul piano naturale. Un tale Fratello illumina divinamente il volto d’ogni mortale: ogni uomo riflette la faccia di Cristo. La generazione umana è sublimata alla dignità di veicolo d’una vita chiamata a diventare umanità di Cristo. La Famiglia trova nel Natale la propria festa. Se la Famiglia poi è cristiana, è un fiume di grazia, di letizia, di pace, che la invade. Sì, fate festa, fate festa, Famiglie cristiane, nel giorno in cui Gesù Cristo è venuto ad abitare in una Famiglia umana; a formare un focolare, a santificarlo di Sé. Esaltate nella coscienza del suo essere, della sua funzione, del suo destino il concetto della Famiglia, comunità di amore, ministra della virtù creatrice di Dio, segno ed effusione della carità, con cui Cristo amò ed ama l’umanità redenta, la Chiesa.
Noi ripeteremo ciò che altra volta scrivemmo, quando eravamo addetti alla cura pastorale della Chiesa Ambrosiana, circa la Famiglia (1960). Oggi il discorso ritorna opportuno. Il Natale ce lo consente.
Il sogno e l’impegno della Chiesa è sempre quello di aspirare ad un’umanità nuova, restituita al suo disegno primigenio, guidata verso uno sviluppo ordinato ed armonico, che celebri la vita nella sua progressiva ascensione e la educhi alla sua vocazione soprannaturale, e che sia così modellata sul suo archetipo, Cristo Signore, da risolvere in Lui i suoi problemi, in Lui valorizzare i suoi sforzi ed i suoi dolori, ed in Lui finalmente trovare la sua pienezza e la sua felicità. Non è un sogno veramente: è un programma che la caducità umana rallenta e sconvolge, ma che la missione della Chiesa continuamente, e perciò anche in quest’ora critica della storia, fiduciosamente riprende.
SOTTO LO SGUARDO DI DIO
In pratica vorremmo rivolgere alle famiglie cristiane una parola di ammonimento e di conforto: riprendano esse coscienza della loro dignità e della loro missione, s’impegnino risolutamente alla professione delle virtù specifiche che caratterizzano la società domestica, ritrovino nelle purificate sorgenti dell’amore cristiano la loro forza e la loro felicità, non temano di servire quelle leggi della vita, che le rendano ministre della perdurante opera creatrice di Dio, sappiano adattare onestamente alle nuove esigenze moderne le abitudini delle loro case, comprendano quale funzione rigeneratrice esse abbiano nella vita civile, e sentano come nella Chiesa esse possano occupare un posto di ammirabile bellezza.
Questo invito si rivolge specialmente ai giovani che pensano alla famiglia come allo stato di vita loro destinato. Vorremmo che il concetto della famiglia prendesse nel loro animo splendore ideale; vorremmo che alla realizzazione di questo ideale portassero limpida e piena la loro forza d’amore; vorremmo che sentissero la vocazione che si nasconde e si pronuncia nell’attrattiva alla fondazione di una famiglia; vorremmo che non impuri pensieri e scorretti costumi devastassero la vigilia del loro matrimonio; vorremmo che non calcoli egoistici ed edonistici intristissero i disegni del futuro focolare; vorremmo che la scienza del vero amore loro derivasse da Cristo, che dà la sua vita per la Chiesa sua sposa, destinata ad estendersi a tutta l’umanità; e che la grazia del sacramento zampillasse, come inesausta fontana, in ogni giorno della loro vita coniugale. Un tipo di famiglia nuovo noi ci attendiamo dalia generazione giovanile, a cui le tremende esperienze della storia presente devono avere insegnato che solo un cristianesimo autentico e forte possiede la formula della vera vita.
Buon Natale, così! Con la nostra Benedizione Apostolica.
Diletti Figli e Figlie!
Siamo all'ultimo giorno dell’anno; e la riflessione si porta istintivamente e fortemente su questa parola notissima e indefinibile, ch’è il tempo, con la banale e tanto misteriosa osservazione che il tempo passa. E l’aspetto originale di questa osservazione è questo: che noi stiamo continuamente misurando questo fatto relativo alla mobilità e alla contigenza delle cose, con i nostri orologi, con i nostri calendari, con i nostri calcoli cronometrici e astronomici esattissimi, e non poniamo mente abbastanza all’inesorabilità, indipendente dal nostro volere e dal nostro potere, del fenomeno cronologico. «Vássene il tempo, e l’uomo non se n’avvede» (DANTE, Purg. 4, 9); e quando si pone avvertenza a questa legge cosmica e storica subentra nell’animo il senso pauroso della sua irreversibilità; cioè il tempo non torna mai più indietro; «pensa che questo dì mai non raggiorna»! (ancora DANTE, Purg. 12, 84).
L’INFLUSSO DELLA PROVVIDENZA
Questa meditazione, sì, è conturbante se si pone mente alla sua oscurità e alla sua fatalità, riferite alla nostra vita personale, al nostro destino, alla nostra sorte, che nel tempo trova la sua fortuna e la sua rovina (cfr. MACHIAVELLI, c. VII, circa il suo Principe, che a tutto aveva pensato, fuorché al caso ch’egli doveva inaspettatamente morire). È un tema di pensiero senza fine; filosofi e letterati vi hanno speso occhi abbagliati e non mai stanchi.
E noi cristiani? Anche noi faremo bene a porvi grande attenzione, perché è tema che investe essenzialmente il nostro essere fragile ed effimero, e che ci obbliga a rivedere la scala dei valori, quali siano i veri, quelli meritevoli di annettervi il cuore, e quali no. Ricordiamo il Vangelo, dove Gesù, presentando il profilo dell’uomo ricco e pago delle sue sostanze, insinua la terribile frase: «Stolto, questa notte ti sarà tolta la vita; e le cose che hai accumulate di chi saranno?» (Lc 12,20). Cioè la considerazione della precarietà della vita, del dominio di Saturno che divora i suoi figli, può essere fonte di orientamenti morali decisivi, sia in senso edonistico (cfr. il «carpe diem!» di Orazio), sia in senso spiritualista (pensiamo ancora alla parola di Cristo: «Camminate, finché avete la luce . . .»: Io. 12, 35). Ma sono pensieri che difficilmente trovano posto nel trepido momento in cui si bada alla fine dell’anno civile e si inaugura la prima pagina del nuovo calendario: un’ora di festa spensierata prevale.
Un pensiero buono e pio invece per l’ultimo giorno di dicembre è quello del ringraziamento: si canta il Te Deum; e ricordando le vicende dei dodici mesi trascorsi, ci si accorge che «tutto è grazia», che tutto è stato penetrato e diretto da un influsso misterioso e benefico, quello della Provvidenza divina, che, guidando, o permettendo, rivolge a bene ogni nostra cosa (cfr. Rm 8,28): e questa è una delle osservazioni più belle e più sapienti, che noi possiamo fare oggi sul tempo passato, e che ci fa incontrare a questo traguardo la Paternità ineffabile di Dio, donde viene, per cui si svolge, e dove va il nostro pellegrinaggio nel tempo. Questo è cristiano.
GUARDARE AVANTI
E se vogliamo completare a questo riguardo l’effusione dei nostri sentimenti cristiani dobbiamo fare un altro passo. Non basta guardare indietro; dobbiamo guardare avanti. E non solo con i programmi preventivi per l’anno nuovo, e non certo con oroscopi fantastici sull’avvenire; ma piuttosto con lo sguardo al disegno essenziale della nostra vita proiettata nel futuro, sia temporale, sia eterno, quale la nostra fede ci annuncia, anche se, durante questa vita mortale, solo «in aenigmate» , come dice San Paolo (1 Cor. 1Co 13,12), nella penombra. È questa un’esigenza fondamentale della nostra fede: il pensiero della vita futura non ci deve mai abbandonare. Esso penetra il messaggio evangelico. La visione, così detta, escatologica, cioè delle ultime realtà, è sempre presente nell’insegnamento di Gesù, tanto da costituire un elemento essenziale e terminale del suo messaggio della salvezza.
Ed è visione troppo spesso dimenticata, anche dalla mentalità di tanti che si professano cristiani. L’attualità ci assorbe. Il presente sembra solo valere, sia come tempo, sia come quadro della vita che nel tempo si svolge; è una delle conseguenze della secolarizzazione, dell’orizzontalismo, dell’attualismo, dell’incredulità. Qui bisogna ben fare attenzione: anche il cristiano vive nel tempo; e del tempo, con tutti i suoi doveri e valori, egli deve fare grande calcolo, anzi più degli altri: è nel tempo che si compie l’esperimento, l’esame, per la sorte del suo futuro ed eterno destino, ed è nel tempo che si deve edificare la città terrena, sviluppata, giusta ed umana, nel suo progresso e nella sua storia, impegnandovi l’attività dei credenti, cittadini della terra; ma è altresì nel tempo che si annuncia e s’inizia il regno di Dio, che avrà oltre il tempo la sua pienezza. Occorre aver sempre presente allo spirito questa bivalenza del tempo per il cristiano: è dono presente, è promessa per il futuro; e l’attenzione a questa promessa fa sì che il dono presente non è svalutato; si bene è intensamente impiegato e saggiamente goduto (cfr. Gaudium et spes GS 39-40).
LA CHIESA PELLEGRINA
Una qualifica è ora in uso nel nostro linguaggio spirituale, la quale torna a proposito per questa esortazione di fine d’anno; la qualifica che raffigura tutti come «Chiesa pellegrina». È stupenda. È vera. Il Concilio la adopera molto spesso nei suoi documenti; e in una delle sue pagine più ispirate, piena di riferimenti scritturali, ci parla appunto della Chiesa pellegrina sulla terra, nel mondo e nel tempo, ma nell’instancabile tensione della manifestazione finale dei figli di Dio (Lumen Gentium LG 48-49).
Questa valutazione del tempo e questa visione dei cristiani viandanti verso una meta, che lo trascende e che si realizza oltre quel terribile confine, ch’è per noi la morte temporale, siano davanti alla nostra coscienza continuamente, ci ammoniscano a purificare con salutari ricordi la vita passata, e ad accogliere, come un dono dall’alto e come all’alto un invito, il tempo che viene, il quale ancora è concesso al nostro transito nella fugace scena del mondo (1Co 7,31).
Buon anno dunque nel Signore, con la Nostra Benedizione.
Paolo VI Udienze 1969 - Mercoledì, 10 dicembre 1969