
Paolo VI Omelie 1969 - IL SIGNIFICATO SPIRITUALE ED ECCLESIALE DELL’OFFERTA
Perché portate a Noi il simbolo della vostra dedizione a Cristo? Si perpetua forse in questo rito un superstite residuo di soggezione feudale? È la consuetudine secolare di rendere onore all’antico principato temporale del Papa, che suggerisce inconsciamente la ripetizione del gesto tradizionale? No, certo. Non vogliamo guardare indietro nelle memorie storiche per renderci ragione di esso; guardiamo al presente, e guardiamo non soltanto all’ambito circoscritto di questa cerimonia, ma altresì al mondo, ecclesiastico e profano, del nostro tempo. Voi Ci portate il vostro omaggio, che, dicevamo, simboleggia la vostra oblazione a Cristo Signore, perché con la fede, che vede trasfigurata la Nostra meschina e indegna persona umana in quella di Vicario di Cristo, voi volete aggiungere al valore spirituale della vostra offerta quello sociale, esteriore, visibile ed esemplare, quello che la riconosce nella sua autenticità ecclesiale, quello che le conferisce il merito d’inserirsi nella comunione di fede e di carità propria della Chiesa, quello che attesta il vostro riconoscimento e la vostra obbedienza alla potestà del Nostro ufficio pontificale e pastorale, quale da Cristo istituito e suffragato dalla sua misteriosa assistenza. Vi diremo che un tale omaggio Ci torna oggi particolarmente gradito, oh! non già per un qualsiasi Nostro vantaggio, ma per il conforto e per l’aiuto ch’esso reca al Nostro ministero, al bene cioè della Chiesa romana e cattolica, che il Signore ha voluto affidare alle Nostre cure, le quali, umanamente parlando, hanno precisamente bisogno di codesta spontanea e cordiale corrispondenza per essere salutari ed efficaci. Come Noi, pastori del gregge di Cristo, potremmo essere indifferenti a tale corrispondenza? Come Noi, incaricati del magistero del suo Vangelo, non Ci dovremo dire incoraggiati di saperci circondati da figli attenti ed ossequienti all’insegnamento, che in nome di Cristo dobbiamo annunciare? Come Noi, apostoli del messaggio della fede e della salvezza, non dovremo dirci felici che Tu, o Chiesa di Roma, sei vicina, sei pronta a far comprendere, a sostenere, e a dilatare la Nostra faticosa opera di evangelizzazione nella società contemporanea?
Ecco: parli ancora il simbolo dei ceri da voi portati. Sapete quale uso Noi ne faremo? Noi invieremo questi ceri ai Nostri Fratelli Vescovi dell’America Latina, molti dei quali personalmente, e tutti spiritualmente, abbiamo, nell’agosto scorso, incontrati in occasione del Nostro viaggio a Bogotà, per la celebrazione del Congresso Eucaristico Internazionale e della Conferenza Episcopale colà inaugurata; e pregheremo ciascuno di quei venerati Fratelli di accendere uno dei vostri ceri, quello rispettivamente destinatogli, nella grande Liturgia pasquale, così che, per merito vostro e per Nostro invito, il Lumen Christi della Risurrezione risplenda in tutte le Cattedrali di quel Continente.
E l’altra circostanza, che Ci piace rilevare, è l’intenzione che ispira la vostra offerta dei ceri; quella, dicevamo, di onorare la benedetta Madre di Cristo. È così ricordata e celebrata una delle prime feste mariane nella Chiesa di Roma (cfr. DUCHESNE, Liber Pont. 1, p. 1P 376,43 RADÓ, Ench. lit. 1P 11,116); ed è ancor oggi tributato a Maria Santissima, nella fedeltà alla tradizione e all’educazione cattolica, e nello spirito del Concilio, quel culto a Lei dovuto, per il posto unico, ineffabile ed umano, ch’Ella ebbe, ed ha tuttora, nell’economia della salvezza (cfr. Lumen gentium, LG 55, SS.), e da Lei riverberato sul Figlio divino. Vicino a Lei, Ci sembra d’essere introdotti nell’intimità di Gesù, d’essere sorretti dal di Lei incomparabile esempio di fede, di carità, di perfezione evangelica, di meglio capire in Lei il mistero della Chiesa, di cui Maria è il sublime modello della fecondità nello Spirito Santo: «Caput vestrum peperit Maria, vos Ecclesia», esclama con la consueta incisività S. Agostino (Serm. 191: P.L. 38, 1012); così che, ancora una volta, compiendo questo rito mariano, ci sentiamo confortati a sperare che l’oblazione della nostra vita a Cristo Signore sarà accolta e custodita, e siamo invitati a gustare quel genuino «senso della Chiesa», che ci deve tutti guidare e corroborare nelle presenti, non facili vicissitudini.
Così sia, Figli carissimi, per tutti voi e per quanti voi rappresentate, con la Nostra Apostolica Benedizione.
Oggi si compiono undici secoli dalla morte di San Cirillo, apostolo dei popoli slavi.
In questo sacro momento della concelebrazione, siamo intimamente lieti e commossi di vedere qui, stretti attorno all’altare del Sacrificio di Cristo, presso la tomba venerata del Principe degli Apostoli, un’eletta rappresentanza di quei popoli, venuti per ricordare quella data. E nel porgervi il Nostro saluto, non possiamo non pensare che sono con voi tutte le genti slave, a Noi tanto dilette; sappiamo che il loro cuore e il loro pensiero si rivolgono qui, dalle loro distese regioni sconfinate e lontane; sono qui idealmente raccolte, per cogliere insieme con voi il significato e il valore di quella grande figura, che, insieme col fratello Metodio, è rimasta come l’ideale, l’emblema, il simbolo della spiritualità e del genio slavo.
A voi e a loro, pertanto, Noi oggi Ci rivolgiamo: e nel riandare le tappe di una vita, che fu singolarmente feconda, Noi siamo certi di intrecciare un fraterno colloquio che non vorrebbe fermarsi più.
Come tutti sapete, egli nacque nell’anno 827 a Salonicco nell’impero bizantino e al battesimo ricevette il nome di Costantino. Però, prima di ‘morire a Roma, con la professione monastica, prese il nome di Cirillo, con il quale passò alla storia e nell’elenco dei Santi sia della Chiesa occidentale, sia di quella orientale.
Costantino-Cirillo, dotato di grande ingegno, acquistò profonda cultura profana e sacra durante i suoi studi a Costantinopoli, così che si meritò il soprannome di «Filosofo». Rifiutò le dignità e gli uffici profani offertigli dall’imperatore, ma accettò gli ordini sacri e l’ufficio di bibliotecario patriarcale prima e poi la cattedra di filosofia cristiana allo studio generale imperiale. Gli fu allora affidata anche una importante missione diplomatico-religiosa. Egli accompagnò in qualità di teologo-consigliere il legato imperiale inviato alla corte del califfo in Mesopotamia.
I turbolenti avvenimenti politici alla corte di Bisanzio indussero Cirillo a ritirarsi dall’insegnamento pubblico per raggiungere il suo fratello Metodio nel Monastero dell’Olimpo sulla riva asiatica del Bosforo, dove si dedicò alla vita di preghiera e di studio. Qui lo raggiunse un altro incarico imperiale, - la missione religioso-diplomatica presso i Chazari al Mare Caspio. Rientrando da questa missione Cirillo portò con sé a Costantinopoli le reliquie di S. Clemente papa e martire, che egli scoprì in Crimea nel luogo indicato dalla tradizione locale.
Dopo breve tempo arrivarono a Costantinopoli gli inviati del principe Rostislavo, sovrano della Grande Moravia. Egli chiedeva un maestro che conoscesse bene la lingua slava, affinché provvedesse alla più completa istruzione religiosa dei suoi sudditi, già in buona parte cristiani come il principe stesso. La scelta imperiale cadde anche questa volta su Cirillo, già esperto in simili missioni. Cirillo, prima di partire, compose il nuovo alfabeto per la lingua slava e incominciò la traduzione del Vangelo. In tal modo egli diede inizio alla letteratura slava scritta. Poi Cirillo, insieme col fratello Metodio e con un gruppo di discepoli di origine slava o per lo meno pratici della lingua slava, lasciò Costantinopoli e si diresse in Moravia, portando con sé anche le reliquie di San Clemente. In Moravia Cirillo e Metodio continuarono la traduzione in slavo della Sacra Scrittura e dei libri liturgici e istruirono nelle lettere e nella religione numerosi giovani affidati loro dal principe. L’uso della lingua del popolo non solo nella predicazione, ma anche nella liturgia, fu il segreto del grande successo dell’opera missionaria di Cirillo, che la continuò per tre anni e mezzo circa. Poi, preso con sé un gruppo dei migliori discepoli giudicati degni degli ordini sacri, parti col fratello Metodio per Roma, rispondendo all’invito giuntogli dal Pontefice Romano. Alle porte di Roma questi pellegrini furono accolti da una processione del clero e del popolo guidata personalmente dal Papa Adriano II, perché portavano con sé le reliquie di San Clemente. Il Papa poi ricevette Cirillo e i suoi collaboratori in udienza solenne nella basilica di Santa Maria Maggiore ed approvò i libri liturgici nella lingua slava. Alcuni discepoli di Cirillo ricevettero gli ordini sacri e celebrarono la Messa e il divino Ufficio in slavo nelle principali chiese romane.
Il soggiorno romano della missione morava fu rattristato dalla grave malattia di Cirillo, il quale scongiurò il fratello Metodio di non abbandonare la missione morava per l’amore della vita monastica. Prima di spirare Cirillo pregò: «Signore mio Dio, ascolta la mia preghiera e custodisci il tuo gregge fedele, al quale avevi preposto me, tuo servo inutile e indegno. Fa’ crescere la tua Chiesa in numero, mantieni tutti uniti e fa’ il popolo concorde nella confessione della tua vera fede ed inspira nei loro cuori il verbo del tuo insegnamento». E, così pregando, Cirillo rese lo spirito il 14 febbraio 869, in età di 42 anni. Il fratello Metodio voleva trasportare la salma di Cirillo in patria, secondo il desiderio della loro madre; ma, poi, cedette alle insistenze del Papa e del clero romano e così Cirillo fu sepolto nella basilica di San Clemente, di cui egli aveva portato le reliquie a Roma.
La vita e l’opera di San Cirillo è feconda di insigni meriti, dai quali scaturiscono esempi e insegnamenti validi ancora oggi.
Il primo grande merito di San Cirillo è indubbiamente il fatto che egli abbia inventato un alfabeto per la lingua slava e abbia cominciato la versione della Sacra Scrittura e della liturgia in slavo. Con questo egli pose l’inizio della letteratura scritta dei popoli slavi. Certamente la sua intenzione era di diffondere in primo luogo il cristianesimo. Ma con la cultura religiosa erano allora strettamente legati anche la cultura e il progresso civile. I meriti del cristianesimo per il progresso culturale e civile dei popoli slavi sono chiaramente dimostrati dalle opere letterarie, dai monumenti d’arte e dalla loro storia. Tanti degni vescovi e sacerdoti, ispirandosi all’opera religiosa e culturale di San Cirillo, hanno guidato i popoli slavi nelle ore difficili della loro storia, hanno risvegliato e mantenuto nel popolo la coscienza nazionale. Il dovere di voi tutti, eredi spirituali di San Cirillo, è di rimanere fedeli al carattere cristiano della vita culturale e sociale dei popoli slavi, difendendolo e sviluppandolo con tutte le vostre forze buone ed oneste.
Un altro merito insigne di San Cirillo fu quello di aver iniziato la liturgia sia bizantina che romana in lingua slava, perché voleva la partecipazione consapevole del popolo al culto divino. Questa sua opera liturgica sopravvisse fino ad oggi, specialmente in rito bizantino-slavo. Anche se attraverso i secoli si sono sviluppate le differenti lingue parlate dai singoli popoli slavi, la loro terminologia religiosa tuttavia mostra anche oggi i chiari segni della derivazione dalla lingua liturgica cirilliana. Il Concilio Vaticano II, nel suo aggiornamento liturgico e pastorale, ha disposto che il culto divino sia celebrato nella lingua propria di ciascun popolo. Così ha confermato il principio tanto difeso da San Cirillo.
Perciò diffondendo oggi la lettura delle Sacre Scritture e la celebrazione delle sacre funzioni anche nella lingua propria di ciascuno dei vostri popoli, non fate che continuare l’opera iniziata da San Cirillo. San Cirillo con grande sollecitudine educava e istruiva i giovani, futuri collaboratori e continuatori della sua opera. I migliori di essi condusse con sé a Roma, affinché questo soggiorno nel centro. della cristianità coronasse la loro preparazione al sacerdozio. Anche oggi la conveniente preparazione dei futuri sacerdoti è di massima importanza per la conservazione e lo sviluppo dell’eredità spirituale di San Cirillo presso, i vostri popoli. In modo particolare a questo , contribuirà il soggiorno dei giovani chierici nei collegi ecclesiastici che le vostre nazioni hanno a Roma. Qui nel centro della cattolicità insieme con lo studio delle scienze sacre essi consolideranno il loro attaccamento al supremo magistero della cattedra di San Pietro.
L’amore della Chiesa universale di Cristo, che abbraccia tutti i popoli sotto la guida del Pontefice Romano, era il fulcro dell’opera e degli insegnamenti di San Cirillo. Egli dedicò le proprie energie intellettuali e fisiche alla diffusione del cristianesimo presso i popoli slavi, allora ben inferiori ‘a Bisanzio culturalmente e socialmente. Egli rispettava le loro particolarità etniche, li stimava tutti uguali in Cristo e così cercava di inserirli nel seno della Chiesa universale. Proprio ai suoi tempi venne in grave crisi la comunione della Chiesa bizantina con la Sede Apostolica Romana. In questi frangenti difficili della storia della Chiesa, San Cirillo, nonostante il suo patriottismo bizantino e le sue amicizie personali, seguì la via giusta sia nella dottrina sia nella prassi. Egli professò sempre il primato del Pontefice Romano e sottopose al giudizio della Sede Apostolica le sue innovazioni liturgiche, la sua opera letteraria, i problemi della sua attività missionaria. Anche in questo San Cirillo sia di esempio a voi. Solo nella comunione con la Sede Apostolica potrete trovare la giusta soluzione dei vostri problemi religiosi. Strettamente uniti al Successore di Pietro potrete aprirvi sempre più al sano ecumenismo ecclesiale verso i vostri fratelli separati, come avete fatto già in passato. Nello spirito di San Cirillo avete celebrato i Congressi di Velehrad, nell’amore e rispetto dei fratelli separati fu fondato e operò l’Apostolato dei Santi Cirillo e Metodio. Continuate secondo le vostre forze questa gloriosa tradizione.
Il vostro grande Apostolo S. Cirillo riposa ora in una basilica romana accanto al Papa e Martire San Clemente. Così anche voi siate fedeli agli esempi ed insegnamenti di San Cirillo e siate anche sempre fiduciosamente custodi della comunione con i Pontefici Romani. In tal modo per l’intercessione dei Santi Clemente, Cirillo e Metodio Dio proteggerà sempre i vostri popoli, farà fiorire nelle vostre patrie la vita cristiana e con essa la vera pace di Cristo.
Salutiamo, «in capite jejunii», in questo giorno nel quale ha inizio il nostro esercizio quaresimale, anzitutto quelli che abbiamo l’intenso gaudio di qui incontrare e di sapere uniti alla Nostra preghiera: il Cardinale Titolare di Santa Sabina, il Nostro Cardinale Vicario, e i suoi Vescovi Ausiliari; quindi la cara, numerosa Famiglia di figli di S. Domenico, con la Curia Generalizia; quelli che nella basilica zelano il servizio e quanti sono qui raccolti, a cominciare dai molti studiosi e altri ancora, singolarmente i giovani, associati alla insigne schiera di cultori di S. Domenico e di S. Tommaso.
Desideriamo altresì salutare l’assemblea presente al sacro Rito testé svoltosi, che abbiamo sentita, durante i canti processionali, in consonanza con le Nostre preghiere e i Nostri desideri. Si tratta di vera primizia delle soddisfazioni che il tempo di penitenza e di speciale preghiera ci offre; facendoci sperimentare, ancora una volta, il «quam iucundum habitare fratres in unum». Come è bello pregare insieme, sentirsi in comunione di spirito rivelante la medesima fede, le stesse invocazioni che sappiamo moltiplicate da armonica intercorrenza di sentimenti e di voci! La forza soprannaturale della preghiera sente aleggiare sopra di sé il miracolo della presenza di Cristo: «Ubi enim sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum» (Mt 18,20): dove sarete uniti in mio nome io sarà in mezzo a voi.
Il Signore è con noi. Godiamo, quindi, di vedere queste anime unite in identità di propositi, di affetti, di sofferenze nella vita della Chiesa, a cominciare dai religiosi e dalle religiose, che quella vita fanno propria con tanto fervore. Al saluto e alla benedizione per tutti si aggiunge il ringraziamento per la puntualità dimostrata al convegno, che vuol rivelarsi segno di fedeltà a una tradizione ecclesiastica e specialmente romana, la quale merita di sopravvivere nei secoli e, come l’arancio di San Domenico, di rifiorire ad ogni stagione.
Esaminiamo adesso una domanda, che sorge spontanea nel nostro spirito: è forse in ossequio al calendario solare che noi compiamo un rito come quello odierno, ricorrente ad ogni armo; in determinato periodo stagionale, ponendoci in un particolare atteggiamento di preghiera e di austerità? O invece obbediamo a una legge più profonda di quella esteriore e cronologica del calendario? E ancora: è necessario di far penitenza tutti gli anni? Non basta, forse, una volta quando, dopo il Battesimo, ci riconciliamo con Dio, e, santificati dalla Grazia, arricchiti dai carismi della presenza del Signore, ci troviamo in contatto esplicito con Lui nella conversazione o nella preghiera quotidiana? C’è ancora bisogno di ripetere con profondità e con sincerità di cuore un gesto come questo?
Orbene la risposta è facile, perché (e ce lo insegna proprio San Tommaso in uno degli ultimi articoli della sua «Somma»), la penitenza deve durare «usque ad finem vitae» . È un habitus, uno stato d’animo, una espressione spirituale, che non conosce tempo, non ha scadenza; ma deve diventare abitudine per chi è in viaggio verso l’eternità. Finché noi uomini siamo sulla terra, abbiamo bisogno di rinnovare sempre noi stessi, nell’esercizio di virtù permanente, nell’impegno che il Battesimo stesso ci ha fatto contrarre.
Il primo rilievo è poi completato e confortato da un altro, sempre desunto dalla dottrina di S. Tommaso: la penitenza non serve soltanto alla espiazione delle nostre mancanze passate, a saldare, i debiti che abbiamo contratto in precedenza, ma è pure diretta a preservare dalle cadute future. È un esercizio non solo consuntivo, ma preventivo. E cioè: ,se vogliamo essere fedeli, se vogliamo essere davvero costanti nel cammino prescelto, il fare penitenze, così come la Chiesa ci insegna e le circostanze ci indicano, è atto di sapienza per cui antivediamo la nostra fragilità futura. Sappiamo di essere labili e deboli, come, se è lecito il paragone, gli orologi che a un dato momento esauriscono la loro potenzialità di segnare le ore e necessitano di essere ricaricati. Così noi abbiamo bisogno di essere rinvigoriti nei sentimenti che un giorno abbiamo manifestati ed acquisiti alla nostra vita spirituale.
E non è tutto: un’altra logica considerazione va illustrata, molto importante. Noi non soltanto siamo fragili, e quindi dobbiamo continuamente ristorare e irrobustire le nostre forze, ma siamo impegnati - noi sacerdoti, noi uomini di Chiesa, voi religiose e religiosi specialmente - a crescere, a progredire nel bene. La vita spirituale è soggetta a una legge di perfezione: «Crescamus omnes in Christo» (cfr. Eph. Ep 4,15). Dobbiamo svilupparci continuamente. Non dobbiamo mai essere soddisfatti di noi stessi. Quel giorno che fossimo sicuri e tranquilli del nostro stato di viatori, non più avvertendo l’obbligo di operare con sforzo la nostra santificazione, saremmo come pellegrini che preferiscono sostare nel proprio cammino: non avanzano più, non progrediscono. Chi non si applica a tale sforzo costante non è più realmente fedele. Egli, infatti, manca proprio alla legge intrinseca degli esseri vivi, la quale è tanto più esigente allorché si tratta di vita soprannaturale, di dover alimentare di perenne energia e d’inesauribile rinnovamento il personale lavoro in risposta alla vocazione del Signore.
Ci sovviene un venerato, antico Padre della Chiesa, San Clemente d’Alessandria. Egli afferma esservi due stadi nella vita cristiana. Con i termini allora in uso parlava di fede nel primo stadio (cioè del passaggio dal paganesimo al cristianesimo); il secondo stadio era l’avanzare della fede alla gnosi, cioè alla conoscenza più profonda secondo la fede ricevuta. Questo concetto di un progresso intrinseco è quasi sollecitato dalle stesse premesse della vita cristiana. È un po’ il programma di perfezione dello stato religioso: l’amore, che si è acceso nel cuore degli uomini, ha manifestato una sua legge arcana, sorprendente: per cui lo stesso amore non è mai soddisfatto, non dice mai basta. Vuole, anzi, giungere alle espressioni totali e complete per essere davvero coerente con i principi sui quali è fondato.
La perfezione è la legge, alla quale ci siamo votati: noi sacerdoti, voi religiosi e religiose, con promesse speciali che hanno voluto così dare libero corso alla carità nell’applicarsi a sgombrare ogni possibile ostacolo anche legittimo. Alla perfezione, sia pure in diverso grado, sono tenuti tutti gli altri che professano l’ideale cristiano. Ma ognuno deve rifuggire dalle soste deprimenti e perniciose. Occorre affrontare con decisione ogni contrarietà: «franchir le pas», saltare il fosso, come disse un maestro di spiritualità or è qualche secolo. È indispensabile possedere il coraggio di oltrepassare la mediocrità e la soddisfazione del limite per divenire, nel grado più esatto e completo, imitatori di Cristo ed essere in tal modo introdotti nel grande, profondo complesso dell’esperienza spirituale vissuta. In altri termini, tutti devono vincere ogni difficoltà e portarsi in avanti, cercando sempre la perfezione cristiana.
Non dobbiamo essere paghi di semplici mediocrità, di una misura livellata secondo criteri personali, che possono sì essere anche generosi ma, conformandosi ad una norma di limite, diventano subito incapaci, tiepidi, inconcludenti, e forse si spengono proprio perché non hanno avuto la maniera di esplicarsi nella misura richiesta dalle loro leggi intrinseche. Bisogna, in realtà, avere il senso, il gusto e il proposito della perfezione cristiana. E qui non spendiamo parole per dimostrare come la perfezione cristiana sia imparentata con la penitenza. Si può esser perfétti senza sacrificio, senza portare la croce, senza rinunce, senza la scelta di quel che più vale, e quindi senza un continuo esercizio di eliminare ciò che è superfluo per dare invece fioritura e sviluppo a ciò che è essenziale e migliore?
Questo desiderio di mete più elevate e degne deve essere esigente, vivo e palpitante più che mai oggi, allorché vediamo, da un lato, la Chiesa ampliare in larga misura, tanta conoscenza di sé, tanta scienza del suo passato, l’approfondimento sempre più efficace della sua dottrina, il desiderio ognor più fervido di esplicarsi in opere esteriori che sono veramente esemplari e mirabili; e dall’altro il dover ammettere che alla ricerca della perfezione non sempre o non abbastanza oggi si accompagna quell’esercizio della penitenza, che nelle scuole spirituali, viene definito l’ascetica.
L’ascetica è diventata forse, almeno nella pratica, una scienza un po’ contestata. Oggi quasi tutti cercano di vivere una vita più comoda, priva di affanni e fastidi, senza quelle ruvidezze che l’austerità della norma religiosa tante volte richiedeva ai nostri predecessori. Intendiamoci: nessuno certo oggi direbbe a S. Francesco di procedere tuttora col suo cavallo, cioè a piedi, perché i tempi consentono di avere, anche entro i confini della povertà, altri mezzi più facili per risparmiare tempo, fatica, energie ed impiegarli meglio al servizio del Regno di Dio. Ma il senso della padronanza di sé, il privarsi di ciò che è superfluo, il permanere in atteggiamento continuo di mortificazione ed espiazione; il soffrire qualche cosa per essere migliori, per conservare i carismi della verità, della fede, dell’amore, della pietà, della carità, della prontezza, del sacrificio: questo il traguardo che dobbiamo raggiungere. È un ideale, che dev’essere ancora vivo nelle nostre anime, nella disciplina della nostra vita cristiana, specialmente se a tale mèta siamo particolarmente impegnati.
Concludendo, noi portiamo qui quanto ci è possibile documentare personalmente: l’esigenza della Chiesa di avere figli e figlie che vivano la perfezione cristiana e che la vivano davvero con coraggio, instancabile slancio, con quella dedizione, con quella letizia nella semplicità e nella povertà, che contraddistinguono l’esistenza perfetta del seguace di Cristo.
È qui il programma della Quaresima cristiana; è questo l’augurio che facciamo a tutti quelli che Ci ascoltano: a voi soprattutto, carissimi figli prediletti, che Ci siete, nell’odierna circostanza, tanto vicini. Ed aggiungiamo un auspicio: voglia Iddio compiere questo miracolo interiore, che in ognuno si accompagni al sacrificio e alla fatica dell’ascetica e dell’interiore rinuncia, il gaudio di servire fedelmente il Signore e di portare la Croce con Lui.
All'inizio dell'Omelia, il Santo Padre vuole dapprima salutare i presenti e formulare speciale augurio per l’avvenire della loro comunità parrocchiale. Finora Egli non ha avuto modo di entrare nella chiesa di San Pio V, costruita nel 1952; è quindi ben lieto di poterla conoscere in questa circostanza.
Oggi il Papa vi giunge per compiere un dovere, quello di essere presente come Vescovo, come Pastore. Egli, perciò, deve stare in mezzo al suo gregge. Colui che, davanti a Dio, è responsabile della vostra salute, si interessa di voi, viene, per conoscervi, desidera colmare le distanze.
Sua Santità, dopo aver ricordato che Egli svolge il ministero sacro nella Città di Roma, mediante la derivazione legale e perfetta del Cardinale Dell’Acqua, già suo collaboratore nel servizio della Santa Sede, afferma che l’odierna visita intende onorare la parrocchia, per dare ad essa un momento di pienezza e di gioia, nonché la coscienza di ciò che è: famiglia e comunità. Il Papa, il Vescovo, il Parroco sono principio e centro dell’unità del popolo cristiano: sono coloro che lo raccolgono, che lo fanno parrocchia, che lo fanno Chiesa. Dire Chiesa è dire riunione, assemblea, che si raduna dove c’è una persona incaricata di parlare della nostra salvezza, dei nostri rapporti con Dio, dei destini eterni delle nostre anime.
Quando i primi cristiani cominciarono a vivere insieme avevano un titolo di onore insigne: l’essere un cuore solo e un’anima sola. Oggi e sempre deve persistere tale meraviglia: ognuno abbia il senso di questa comunicazione spirituale, che fa di noi appunto un cuore solo e un’anima sola. È una comunione stabilita sulla fede e sulla carità. Qui ci vogliamo bene, qui si dimenticano le differenze, si perdonano le offese, non c’è più distanza fra una categoria e l’altra: siamo tutti fratelli. Specialmente i giovani sentano questa realtà umana e cristiana.
Dopo il saluto - che si estende a tutte le istituzioni di vita religiosa e cattolica e nell’ambito della parrocchia di S. Pio V, a cominciare dal monastero di S. Girolamo, il cui Abbate, Monsignor Pietro Salmon, è presente, - il Papa rivolge a tutti una raccomandazione. Vogliate bene al vostro parroco, cercate di rendere facile il suo ministero. Fate coro intorno a lui e ai sacerdoti che lo aiutano. Riferendosi alla topografia parrocchiale di San Pio V, l’Augusto Pontefice volge il pensiero alle tante comunità religiose che la costellano, alle case dell’Azione Cattolica, alle cappelle, alle cliniche, agli ospedali, alle scuole. A tutti questi centri di fervente operosità Egli dà un augurio benedicente, con l’intento che esso giunga ad ogni famiglia, e soprattutto ai fanciulli, ai sofferenti e malati, ai poveri.
Ed ora una parola, quella che s’eleva dall’altare e che si innesta nella celebrazione della Santa Messa.
Avete sentito - così il Santo Padre - leggere il brano del Vangelo, in apparenza piuttosto difficile perché ivi sono toccati tanti particolari che meriterebbero spiegazioni accurate e profonde. Sua Santità vuol porne in rilievo unicamente la parte conclusiva, che affida all’attenzione ed al ricordo dei presenti, affinché la conservino come un’epigrafe destinata a non cancellarsi mai più dalla mente: come un precetto, da cui deriverà perenne guida.
Il tratto di San Luca descrive un incontro del Divino Maestro con il popolo come non mai fitto e plaudente intorno a Lui. Senza dubbio la vivacità dell’insegnamento di Gesù aveva suscitato le più entusiastiche impressioni, sicché un’umile donna, profondamente commossa, ebbe ad esclamare beata la tua mamma; beata colei che ti ha portato e ti ha nutrito! E Gesù a rispondere: Oh beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la compiono! «Beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud».
La parola! Ecco: sulla Parola di Dio il Santo Padre vorrebbe per un istante richiamare l’attenzione del suo uditorio e quasi scolpire nei loro intelletti, spiegandone tutta l’importanza e sublimità, la divina espressione.
Noi siamo convinti d’avere bisogno grandissimo di insegnamento, di scienza, di verità. Necessitiamo di una spiegazione. La vita può paragonarsi ad un mare dove tutti siamo e nuotiamo, spesso senza sapere a che cosa diretti e perché: senza nemmeno valutare chi siamo noi. Sulle cose che ci stanno d’intorno siamo magari consapevoli e acuti scienziati; invece su ciò che riguarda noi stessi, la nostra vita, il nostro destino, siamo come dei ciechi che procedono a tentoni. Qualche cosa si intravede e si conosce; c’è, in fondo a tutti gli animi nobili, in quanti si sentono uomini, un intenso desiderio di acquisire la ragione del vivere; ma è doveroso conseguire una pienezza di nozioni e di guida.
Perciò proclamiamo : è la religione che ci spiega il perché della vita e pertanto deve permearla e sostenerla. Ma come si fa a vivere in questo modo? Qui anche coloro i quali sentono l’alto dovere hanno l’obbligo di farsi un’idea più precisa di tale nota fondamentale. Alcuni ritengono che essa consista in qualche atto di culto, in talune buone abitudini, in salutari pensieri e riferimenti. Possiamo chiederci: è forse qui la sostanza, la radice, l’essenza di tanto bene? No, la natura dei nostri rapporti con Dio può riassumersi in un solo termine: la rivelazione. Ciò è così vero che, data la nostra naturale ignoranza, proprio quanti maggiormente studiano e ‘si applicano a divulgare i più alti concetti, le tendenze dell’umanità, le notizie, in una parola, la vita, divengono sovente preda del dubbio: in realtà finiscono col saperne meno degli altri; finiscono con l’avere gli occhi sbarrati senza vedere la strada da seguire, che cosa occorre fare e quale il segreto autentico della nostra esistenza.
È stato quindi necessario che una scintilla di luce scendesse dal Cielo per illuminare questa nostra oscurità. C’è voluto che dall’alto venisse una parola a spiegarci qualche cosa sul modo del nostro vivere e ci mostrasse le realtà supreme che ci circondano e i destini autentici verso cui siamo incamminati.
Nel Vecchio Testamento noi osserviamo come il Signore abbia parlato agli uomini non soltanto con indicazioni verbali, ma con i fatti, con la storia, finché è venuto (anche qui dovremmo sostare per comprendere bene il senso di ogni espressione) il Verbo. La Parola di Dio si è fatta Uomo. Come si chiama il Verbum caro factum est? Gesù Cristo. Per parlarci il Signore si è fatto nostro fratello, come uno di noi: Dio parlante si è concretato, ha preso immagine reale, ha preso voce come uno di noi. Questa presenza - ecco il più sublime atto nella storia dell’umanità -, la realtà di Dio parlante nel mondo è Gesù Cristo. Infatti come volle egli chiamarsi, allorché era in mezzo a noi? Con l’appellativo di Maestro, cioè colui che parla, colui che insegna, colui che svela il perché della vita.
Gesù ci ha donato una doppia scienza. Anzitutto la scienza di Dio, spiegandoci qualche cosa su Dio e la sua essenza. È come se avesse acceso il sole sopra di noi, poiché tutto l’orizzonte umano ne resta illuminato. Gesù poi ci ha detto chi siamo noi. Così Dio e l’uomo sono gli oggetti precipui, centrali, della divina rivelazione.
Possiamo noi far a meno di tale dono? Se vogliamo essere degni dei nostri eterni destini, se cioè intendiamo essere, onesti, liberi, virtuosi, dobbiamo sentire la necessità di accogliere in noi la Parola di Dio. Per tutti è obbligatorio il tener presente che il conoscere la Parola di Dio è il fondamento primo e più solido. Saremmo ciechi se non avessimo il sole; del pari rimarremmo nelle tenebre se la Parola di Dio non ci illuminasse per essere nostra luce. Conoscere la Parola del Signore è elemento essenziale. Dinanzi ad esso non hanno alcun valore gli accenni polemici o negativi che si odono qua e là. Ad esempio: si può vivere bene anche senza religione; la religione è cosa troppo misteriosa ed ardua; è un peso andare a scuola di religione. Si tratta di obiezioni puerili, non valide. Bisogna, invece, assumere un atteggiamento positivo; aprire intelligenza e volontà; bene comprendere quel che il Signore vuol dire con la sua sentenza: Beati, beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la intendono.
La nostra beatitudine, cioè la perfezione della nostra vita, il raggiungimento dei nostri fini, la pienezza di quanto possiamo desiderare, la soluzione delle nostre difficoltà, il sollievo) nei nostri dolori, la gioia di poter dire: sono veramente vivo e destinato alla vita eterna, tutto questo insieme di tesori viene largito dall’incontro con la Parola di Dio.
Ed ora: qual è il primo effetto prodotto dalla Parola di Dio? Se il Signore fosse qui e ci parlasse, ogni anima lo ascolterebbe e lo seguirebbe con slancio, con la più alacre volontà di rispondere e aderire. Come si chiama, nel linguaggio religioso, questo atteggiamento affermativo di ricezione e di consenso, che muove ogni nostro intento a compiere quel che il Signore prescrive? Cade a proposito un paragone che può desumersi dall’esperienza tecnico-scientifica d’ogni giorno. Perché una lampada si accenda occorre l’inserimento nella energia chiamata elettricità. Ebbene noi siamo delle lampade spente se non possediamo l’arcana corrente che è, nientemeno, il pensiero di Dio. Questo pensiero diventa nostro; la voce del Signore trova eco nei nostri cuori; la sua verità diventa programma e meta per noi. L’anima di ognuno si apre, si dilata, si accende, illuminandosi poiché la verità di Dio la ricolma e diventa pensiero nostro. L’immedesimazione del nostro essere con il pensiero di Dio si chiama la Fede.
Paolo VI Omelie 1969 - IL SIGNIFICATO SPIRITUALE ED ECCLESIALE DELL’OFFERTA