Paolo VI Omelie 1971





Paolo VI

OMELIE 1971



QUARTA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° gennaio 1971

Perché siamo venuti qui? Il primo dell'anno è il giorno degli auguri e a tutti porgiamo i Nostri auguri affettuosi e sinceri. Il Papa pregherà quest'oggi dicendo la Messa per ognuno di voi. Sapete che Noi abbiamo da qualche anno dedicato il primo gennaio, il primo giorno del calendario civile, alla celebrazione della "Giornata della Pace". Diciamo noi, noi cattolici, noi credenti, ma vogliamo comprendere in questa finalità, che rivolge il pensiero e l'auspicio per la pace agli uomini di buona volontà, tutti quelli che amano la pace nel mondo; e sappiamo davvero che questo Nostro invito va al di là di ogni frontiera e questo pensiero si dirige al mondo intero.

Noi abbiamo rivolto una lettera, una lettera ufficiale, a tutti i governanti e a tutti coloro che presiedono alle sorti delle nazioni, a cui ci è possibile rivolgere la Nostra parola. Così abbiamo invitato a celebrare la "Giornata della Pace" il vertice, diciamo, le autorità che presiedono le sorti dei popoli, e i responsabili, quelli che hanno il dovere di promuovere la pace. I Capi delle nazioni sono quelli che più degli altri hanno l'obbligo di promuovere i rapporti tranquilli, concordi e pacifici dei popoli, sono essi a decidere le sorti delle varie nazioni, ad equilibrarne gli interessi con responsabilità, e sono perciò i primi ai quali Noi abbiamo rivolto il Nostro pensiero e il Nostro saluto pieno di deferenza e rispetto, ma anche pieno di invocazione.

Mettiamoci tutti d'accordo, cerchiamo di promuovere la pace nel mondo. Perché il mondo deve essere turbato da guerre che tendono ad uccidere, a ferire, a distruggere, a far soffrire, a sopraffare gli altri costringendoli a rapporti di forza, violenza, sangue, strage, anziché di giusto diritto?

Questo non va. Questa non è civiltà. Adesso che siamo così progrediti, così coscienti, che abbiamo tanti mezzi per trattare i mutui rapporti dei popoli, la guerra deve essere abolita, deve essere proscritta dai costumi e dalle abitudini delle nazioni. Dobbiamo regolare altrimenti gli interessi dei popoli e delle genti, con trattative, difendendo in altra maniera la giustizia, il buon diritto, l'interesse legittimo; non col sangue, non con la forza, che poi si traduce quasi sempre nella ingiustizia.

Ma abbiamo guardato quest'anno anche all'altro capo delle sorti dei popoli: abbiamo salutato il vertice, diciamo, invitando alla pace, e adesso salutiamo il popolo, voi, che qui simbolicamente rappresentate tutto il mondo, non solo questa terra, ma tutte le genti che desiderano davvero la civiltà pacifica e concorde tra gli uomini. E se coloro che vi guidano hanno il dovere di promuovere la pace, voi, popolo, avete il diritto di essere amministrati e condotti e guidati in maniera tale che non sia turbata la vostra sorte, la vostra tranquillità e la stessa vostra vita.

Voi non avete facoltà di decisione diretta sugli interessi supremi delle nazioni, ma avete il legittimo e sacrosanto diritto di pretendere che i capi conducano le cose in maniera che voi non abbiate a soffrire, non abbiate ad essere colpiti dalle armi terribili a disposizione di chi muove la guerra, senza neanche sapere forse perché, senza possibilità di difesa. Ed è il diritto del popolo che oggi celebriamo nella "Giornata della Pace".

Un ricordo si affaccia alla Nostra memoria. Fu quando avemmo la sorte di accompagnare il Nostro venerato e grande Predecessore Pio XII in quella sortita che fece, se ricordiamo bene, il 13 agosto 1943 (la seconda volta che uscì dal Vaticano per i bombardamenti che cominciarono a colpire anche Roma) proprio passando qui vicino a Porta Maggiore, al ritorno verso i quartieri di San Giovanni. C'era un gruppo di giovani, folli di dolore e disperazione perché il bombardamento era appena avvenuto: case diroccate, morti, feriti, uno spavento collettivo, una psicosi, la gente che sembrava quasi impazzita. Uno di questi giovani correva dietro alla vettura del Papa. Lo ricordo, lo vedo ancora, alzare le braccia disperato, gridando: "Santo Padre, meglio - assurda idea, ma così disse - meglio la schiavitù che la guerra, ci liberi dalla guerra, ci liberi dalla guerra".

Era il grido che nasce appunto dalle classi popolari, che non sono al corrente delle grandi questioni che decidono della sorte delle nazioni: "No, no la guerra. Che abbiamo fatto noi di male, che c'entriamo noi e perché dobbiamo essere colpiti in una maniera così spietata, crudele, ingiusta e cieca?".

L'irrazionalità della guerra ci apparve allora con una voce e con una scena simbolica che non abbiamo più dimenticato. Ma Noi abbiamo anche un'altra intenzione: non è soltanto la pace per il popolo che Noi vogliamo oggi celebrare. Il Nostro pensiero va oltre. La pace deve sorgere dal popolo, da voi; voi dovete essere i promotori della pace, Voi intanto, se siete cristiani, avete sentito adesso leggere il testo evangelico e sapete che ogni cristiano deve essere un pacifico: non un uomo tranquillo, indolente, che non si incarica di nulla, ma un promotore della pace, un fautore dei rapporti pacifici tra gli uomini. Beati i pacifici, beati cioè coloro che si fanno apostoli della pace, perché saranno chiamati figli di Dio!

Voi che siete figli di Dio dovete essere tutti amorosi promotori della pace. Sentiamo la vostra interrogazione silenziosa: "Noi? Ma come facciamo noi a promuovere la pace? Che mezzi abbiamo noi per far valere questo nostro desiderio, questa nostra aspirazione?". Rispondiamo. Primo: siamo in democrazia. Cosa vuol dire democrazia? Democrazia vuol dire che è il popolo a dirigere, che il potere nasce dal numero, dalla quantità, dalla popolazione qual è.

Se noi siamo coscienti di questo progresso sociale che il nostro tempo ha maturato e che va diffondendosi per tutta la terra, noi dobbiamo dare alla democrazia questa voce prevalente che si impone. La democrazia "non" vuole la guerra, il popolo" non" vuole che le masse si abbiano a misurare le une contro le altre per uccidere. Deve nascere quindi da questa formazione, da questa mentalità politica di popolo, della massa, della generalità della popolazione l'idea, un'idea dominante: non deve esserci più la guerra nel mondo.

Ma c'è poi anche un'altra via, che vi raccomandiamo. Dobbiamo educarci, dobbiamo formarci, dobbiamo rifare la nostra mentalità e la nostra psicologia. Siete voi disposti realmente ad abolire i rapporti di lotta, di odio, di violenza fra gli uomini? Siete disposti davvero ad essere della gente che promuove la pace e vuole che gli interessi diversi, alcune volte contrastanti, non debbano essere trattati né con l'odio, né con la lotta, né con la forza della violenza e del numero?

Ecco, noi dobbiamo educarci a pensare e a volere così. E guardate che sotto questo punto di vista siamo ancora in principio. Perché? Perché siamo da tanto tempo intossicati dal pensiero che soltanto con l'odio, soltanto con la violenza, soltanto per le vie di atto si riesce ad ottenere qualche cosa. Se non si va verso gli atti estremi non si ottiene nulla. Questa è una mentalità che deve essere superata.

Purtroppo sarà nata da un'esperienza, e cioè dal fatto che esistono classi egoiste, classi che vogliono essere immobili, che posseggono e non danno, che vogliono usare della loro forza e della loro posizione per sfruttare o almeno per utilizzare gli altri uomini a proprio vantaggio. Anche questo non è né democrazia né buona socialità. Non è la carità che il Signore ci ha insegnato.

Il Signore ci ha predicato una grande verità: voi tutti siete fratelli. L'abbiamo questa idea della fratellanza universale? Sì e no. Lo diciamo tante volte pensando che sia una bella cosa, ma utopistica, cioè non realizzabile, un bel sogno, ma non pratico, che nella realtà delle cose non trova applicazione. Ed ecco che noi dobbiamo persuadere noi stessi, prima che gli altri, che la fratellanza deve essere la legge, il principio, il criterio dominante del rapporto tra gli uomini.

Dobbiamo diventare, se non lo siamo ancora, fratelli, e abituarci - il Vangelo da tanti secoli ce lo dichiara, ma ci trova quasi refrattari alla lezione - a vedere in un altro volto umano quasi lo specchio del nostro, a vedere un altro noi stessi negli altri. Il Signore ha detto: "Amatevi gli uni gli altri, amatevi come voi stessi". Cioè: dobbiamo trasferire anche negli altri quel sentimento di personalità che proprio ci definisce, il nostro io; comprendere noi stessi negli altri, allargare, universalizzare la nostra personalità in modo che gli altri siano trattati come noi stessi vogliamo essere trattati.

Parola di Gesù. E cosa grande e difficile, a cui dobbiamo educarci e per cui forse dovremo celebrare tante belle altre "giornate della pace". Ma questa è la linea! Questa è la grande politica umana e cristiana del mondo! Dobbiamo abituarci a vedere negli uomini non degli antagonisti, non dei nemici, non dei rivali, non dei concorrenti, dei fratelli.

Questo toglie forse a noi la forza di difendere i nostri interessi?

No. Dobbiamo difendere gli interessi nostri in maniera diversa che con l'odio, con la violenza e con la sopraffazione. Dobbiamo trattare su un piano elevato che si chiama ragione, su un piano ancora superiore che si chiama carità. Dobbiamo voler bene a tutti, anche a quelli che ci sono avversari, anche a quelli che ci fossero antipatici, che ci fossero nemici. Dobbiamo avere questa immensa forza nuova di umanità. È la lezione del Vangelo. Figli e fratelli carissimi, abbiamo noi la forza del perdono?

Sappiamo davvero far diventare la nostra anima così forte, così energica da cedere davanti alla cattiveria altrui? Non l'abbiamo forse ancora. La dobbiamo acquistare. E quantunque tutti i giorni diciamo al Signore: "Padre nostro, rimetti a noi i nostri debiti 'come' - attenti a quel come! - 'come' noi li rimettiamo ai nostri debitori", questa equazione fra i debiti che noi vogliamo avere condonati da Dio e quelli che noi dobbiamo condonare agli altri, tante volte non c'è!

Pretendiamo che Dio, sì, ci perdoni, abbia misericordia di noi, ci benedica, e noi "non" benediciamo, "non" perdoniamo agli altri. Bisogna riuscire ad avere questa forza d'animo. La pace non è una debolezza, non è una viltà, non è una rinunzia passiva alle proprie aspirazioni, ai propri interessi davanti agli altri. È una difesa legittima, misurata, ragionata delle aspirazioni. Ce ne sono ancora tante, tante! Per il nostro popolo quante attese vi sono ancora, e belle e grandi; tutti dobbiamo lavorare perché siano soddisfatte. Ma per ottenerle dobbiamo organizzare la nostra società, la nostra democrazia sull'amore, sulla carità, sui principi del Vangelo e anche su quelli del diritto naturale, che ci dice appunto essere gli uomini simili gli uni agli altri e avere tutti parità di diritti e parità di doveri.

Questo vi ricordiamo. E vedete che la predica diventa difficile e diventa quasi impossibile ad effettuarsi, perché domanda molto. Ma cominciamo dal nostro cuore, a renderlo buono, forte, misericordioso, capace di vedere i bisogni e le miserie altrui, capace di soccorrere gli altri, capace di dare la mano a chi è più debole, a chi è caduto, con senso di fraternità e di misericordia. Vedrete, allora, che le cose miglioreranno e un giorno la pace, in nome di Cristo e in nome della civiltà, trionferà.







CERIMONIA DI OFFERTA DEI CERI

Solennità della Presentazione di Gesù al Tempio

Martedì, 2 febbraio 1971

La festa che oggi celebriamo, ed i riti in cui essa si esprime, presentano aspetti concettuali diversi, tra i quali ci piace ora scegliere per nostra meditazione e per nostra edificazione l’aspetto di oblazione.

Noi riscontriamo facilmente questo aspetto nel fatto evangelico commemorato: Gesù, dopo quaranta giorni dalla sua nascita, è portato al tempio in Gerusalemme da Maria e da Giuseppe «per presentarlo al Signore» (Lc 2,22). È una prescrizione legale, che si compie a riguardo di Gesù, come per ogni altro primogenito, in riconoscimento dei diritti sovrani di Dio; l’oblazione assumeva significato di sacrificio, dal cui compimento il neonato era riscattato mediante una ben più modesta offerta d’un paio di tortore, o di colombi, nella quale tuttavia l’idea di oblazione era significata. L’idea medesima sopravvive nel presente rito commemorativo di quel fatto evangelico: allora Gesù era stato riconosciuto Messia; ed il Messia è proclamato dal vecchio Simeone, invaso dal vaticinio del profeta Isaia circa l’atteso Salvatore, «luce dei popoli» (Cfr. Is. Is 42,6 Is 49,6). Cristo è la luce del mondo. Immagine più felice, più alta, più universale è difficile attribuire al Figlio di Dio fatto uomo; essa lo dimostra, lo qualifica, lo esalta e lo presenta al mondo. L’evangelista Giovanni, come ben sappiamo, la inserisce nel prologo del suo vangelo: «la luce splende nelle tenebre» (Io. 1, 5-9). Gesù la farà propria, come una delle proprie definizioni abbaglianti: «Io sono la luce del mondo» (Io. 8, 12; e 12, 46). Ed ecco che il cero, simbolo di Cristo-luce, prende nelle vostre mani valore di offerta, espressiva di quella che fu fatta del Bambino Gesù a Dio Signore e altresì di quella che ogni offerente vuol fare di sé e dei suoi allo stesso Iddio, Signore e Padre della nostra vita. L’offerta del cero vuole così esprimere l’oblazione dell’offerente al Signore. Vuole essere il riconoscimento del suo dominio primario sopra di noi e della nostra dipendenza di creature e di figli da Lui. Non svolgeremo discorso su questo atto fondamentale della religione, la quale essenzialmente consiste nel professare tale dipendenza, tale rapporto che classifica la nostra vita nell’ordine ontologico, e che è alla radice del nostro sistema di pensare e di agire. Vogliamo soltanto notare che questo riconoscimento religioso acquista grande importanza specialmente ai nostri giorni, nei quali l’oblio della nostra derivazione dalla Causa causarum sembra diventare abitudine mentale comune all’uomo moderno, anzi sembra costituire obbligo per la sua acquisita maturità e titolo di fierezza per dargli coscienza di emancipazione e di autosufficienza. Noi riteniamo oggi come ieri, anzi oggi più di ieri per la maggiore conoscenza che noi abbiamo delle ricchezze meravigliose di un universo impari a giustificare la propria esistenza, che la negazione di Dio è negazione della suprema Realtà, è fondamentalmente irrazionale e perciò radicalmente inumana; è cecità, con le conseguenze ch’essa porta con sé nella ansiosa e ormai disperata ricerca delle vie giuste e diritte per il cammino umano. L’affermazione religiosa perciò acquista per noi valore di sapienza che dà al mondo e alla vita un significato, misterioso sì, ma non oscuro, e che conferisce all’uomo questo umile, ma preziosissimo potere di pregare e di sperare.

Completiamo la riflessione collocandola nell’analisi dell’atto compiuto, che abbiamo definito oblazione. Cosa è oblazione? È offerta, che riconosce non solo un diritto divino, ma che vuole altresì riconoscere un amore divino verso di noi; e vuole rispondervi, come può, ma con analogo gesto di amore. È un atto riflesso, che assume significato di risposta. Un piano divino di amore ci circonda; da esso ogni beneficio ci è venuto; quanto noi siamo è un debito, è un dono di Colui «che per primo ci amò» (1 Io. 4, 10-19). La nostra oblazione significa innanzi tutto che ci siamo accorti di questo amore primigenio, che abbiamo avvertito il senso interrogativo ch’esso racchiude, abbiamo capito che sopra di noi si libra un’attesa divina, che mette alla prova la nostra libertà, un invito a cui bisogna dare riscontro, un riscontro dal quale dipende il nostro destino. Nasce di qui il nostro «fiat», il nostro sì, religioso e cristiano.

L’oblazione è segno della nostra coscienza cristiana; e qualche cosa di più: essa vuol essere accettazione, conferma, adesione volontariamente reduplicata. La vita cristiana trova perciò nell’oblazione, cioè nell’offerta cosciente e volontaria dell’anima alla vocazione dell’amore di Dio, la sua prima ed essenziale espressione; e quando l’oblazione si fa totale e perpetua genera una condizione dell’esistenza, un genere di interpretazione cristiana, uno stato di comportamento spirituale e morale, che chiamiamo vita religiosa, la risposta cioè totale all’ipotesi presentata da Cristo ai suoi seguaci più logici e più generosi: «Se tu vuoi essere perfetto . . .» (Mt 19,21).

Questo comporta un’associazione non solo ideale, ma reale fra l’oblazione e il sacrificio. L’offerta diventa vittima. Così per Cristo (Cfr. Is. Is 53,7); così nella Messa: all’offertorio succede la immolazione sacrificale. Così per noi. La nostra offerta del cero, cioè la nostra oblazione di fede e di amore, conclude ad una disponibilità di effettiva accettazione della volontà divina, del servizio che nella Chiesa ci è assegnato, delle avversità che possono derivare dalla nostra adesione. E allora il gesto che voi, Fratelli e Figli carissimi, rinnovate diventa un atto molto impegnativo e molto bello. Noi lo accogliamo come un segno di devozione filiale e gentile, sì, ma altresì come un atto di fortezza e di promessa. Esso ci apre davanti la visione di questa Roma cattolica come illuminata dalle molte e vive fiamme della vostra operosa fedeltà; e ciò ci riempie di consolazione e di gioia.

Ci fa ricordare una scena commovente e bellissima del Nostro recente viaggio nell’Estremo Oriente, la scena della nostra Messa notturna nello stadio di Giacarta. Fu così: all’inizio della Messa venne davanti a Noi un ministro dell’altare, e ci pregò di accendere un cero; ciò che subito facemmo. Questo cero acceso fu portato a dare fiamma di luce ad altri ceri predisposti e portati da altri ministri, i quali si portarono ai vari reparti dello stadio, dove erano i fedeli, muniti ciascuno d’una propria candela, che dall’una all’altra propagarono nell’immensa folla dei presenti l’accensione dei ceri. Avvenne che tutto lo stadio era come una costellazione di piccoli lumi. Al momento dell’elevazione tutti i fari che illuminavano lo stadio, eccetto quello sopra l’altare, furono spenti, così che l’altare nell’oscurità della notte apparve circondato da una ghirlanda di tremule fiammelle, come da una fascia scintillante di stelle vive; ogni fedele una luce intorno all’altare di Cristo. Uno spettacolo meraviglioso; ma ancor più: una scena vera e simbolica insieme; ogni fedele una fiamma, offerta a Cristo, luce delle anime, luce del mondo.

La scena, sotto lo sguardo della Madonna della Candelora, pare a Noi, si ripete oggi spiritualmente qui d’intorno, a Noi portando i lumi delle vostre singole oblazioni; a ciascuno di voi recando nel nome di Cristo la Nostra Benedizione.








SANTA MESSA NELLA CAPPELLA DEL SEMINARIO ROMANO MAGGIORE

Festa della Madonna della Fiducia

Sabato, 20 febbraio 1971

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Venire in questo Seminario Romano, e qui incontrare il nostro Cardinale Vicario, circondato dai suoi Vicegerenti, dai suoi Vescovi Ausiliari e Delegati per speciali ministeri, qui trovare i Sacerdoti della Diocesi di Roma, quelli specialmente che sono impegnati come Parroci e Vice-Parroci nella cura pastorale e con loro i Predicatori quaresimali, e altri zelanti Sacerdoti del Clero secolare e Religiosi, qui vedermi circondato dai Superiori e dagli Alunni del Seminario, ai quali devo l’invito a compiere questa visita nel giorno benedetto, che questo istituto dedica alla fervorosa devozione della «Madonna della Fiducia», sua protettrice e titolare di questa Cappella, è per me, vostro Vescovo, un momento assai caro, un momento importante, significativo e commovente. Qui io avverto d’essere nel posto e nella funzione che precisamente mi qualificano come vostro Pastore, responsabile delle sorti religiose di questa veneratissima Diocesi, posta al centro della Chiesa cattolica e scelta quale ubicazione storica ed operativa della Sede Apostolica; qui io mi sento nel punto focale della comunione cristiana, qui nel cenacolo di quella «ecclesiae dilectae et illuminatae . . . quae et praesidet in loco chori Romanorum, digna Deo, digna decentia, digna beatitudine, digna laude, digne ordinata, digne casta et praesidens in caritate . . .» (S. IGNAZIO D’ANTIOCHIA, Prologo della Lettera ai Romani); di quella Chiesa affidata al successore di San Pietro; e perciò qui nel vincolo più pieno e più forte della mia affezione per voi, nell’obbligo e nel bisogno d’essere in Cristo vostro Padre, vostro Maestro, vostro Pastore, vostro Fratello, vostro sodale, vostro amico, vostro servitore. Qui vorrebbe la nostra conversazione effondersi spontaneamente e tranquillamente; qui mi piacerebbe ascoltarvi e parlarvi con accento domestico; qui comprendervi e farmi comprendere, confortarvi ed essere confortato, qui con voi ragionare di Cristo, per la gloria del Padre, nello Spirito di verità; qui parlare alle vostre anime delle vostre anime e dei molti problemi spirituali e pastorali di questo tempo, e particolarmente di questa Urbe, dove ogni questione del regno di Dio acquista importanza maggiore e significato straordinario.

Sappiate almeno con quale animo sono fra voi.

CHI È IL SACERDOTE?


Ma dobbiamo limitarci alla scelta d’un punto solo, fra i tanti che urgono sul cuore, per questo breve colloquio; e qual è? esso si presenta da sé, come un tema d’obbligo, oggi: quello, così detto, della «identità» propria del Sacerdote. È tema, che travaglia certamente voi, alunni del Seminario, tesi verso la definizione del vostro avvenire; e tema, che può insorgere come un angelo di luce, o come uno spettro notturno, nella coscienza di voi, Sacerdoti, in un atto riflesso sul vostro passato, ovvero sull’esperienza del vostro presente. Ecco: chi è il Sacerdote? La domanda, dapprima ingenua ed elementare, si appesantisce di dubbi molesti e profondi: è davvero giustificata l’esistenza d’un sacerdozio nell’economia del nuovo Testamento? quando sappiamo che quello levitico è terminato, e solo quello di Cristo adempie la funzione mediatrice fra Dio e gli uomini, e quando questi, elevati al livello di «genus electum» (1 Petr. 2, 9) sono rivestiti d’un sacerdozio loro proprio, che li autorizza ad adorare il Padre «in spirito e verità»? (Io. 4, 24) E poi questo travolgente processo di desacralizzazione, di secolarizzazione, che invade e trasforma il mondo moderno, quale spazio, quale ragion d’essere lascia al prete nella società, tutta rivolta a scopi temporali e immanenti, al prete rivolto a scopi trascendenti, escatologici e così estranei all’esperienza propria dell’uomo profano? Il dubbio incalza: è giustificata l’esistenza d’un sacerdozio nell’intenzione originaria del cristianesimo? d’un sacerdozio quale è fissato nel profilo canonico? Il dubbio si fa critico, sotto altri aspetti, psicologico e sociologico: è possibile? è utile? può ancora galvanizzare una vocazione lirica ed eroica? può ancora costituire un genere di vita, che non sia alienato, o frustrato? Questa problematica aggressiva i giovani la intuiscono, e molti ne restano scoraggiati: quante vocazioni spente da questo vento sinistro! e la sentono talvolta come un interiore tormento sconvolgente anche quelli che al sacerdozio sono già impegnati; e per taluni diventa paura, che si fa coraggiosa in alcuni, ahimé! , solo alla fuga, alla defezione: «Tunc discipuli . . . relicto Eo, fugerunt»; l’ora del Getsemani! (Mt 26,56)

Si parla di crisi del sacerdozio. Il fatto che voi siate qui raccolti dice subito che essa non ha presa su i vostri animi: grande fortuna! grande grazia! Ciò non esclude che anche voi ne avvertiate il pericolo, ne sentiate la pressione, ne desideriate la difesa. Vorrei che questa mia visita agisse in voi come conferma interiore e gioiosa della vostra scelta. Per questo oggi sono venuto. Nulla è ora più necessario per il nostro Clero che la ripresa d’una coscienza ferma e fiduciosa della propria vocazione. Si potrebbero adattare alla presente situazione le parole di San Paolo: «Videte, vocationem vestram, fratres» (1 Cor. 1Co 1,26). Non mi diffondo in analisi e in discussioni. Voi sapete che su questo tema esiste ormai una vasta letteratura. Ai libri corrosivi della sicurezza, che fiancheggia il sacerdozio cattolico, rispondono ora libri che non solo confortano tale sicurezza, ma che la avvalorano di nuovi argomenti, di quello fra tutti più valido d’una fede più illuminata e convinta, donde la vita del prete trae sorgente inesausta di luce, di coraggio, di entusiasmo, di speranza. E sapete che la Chiesa, in questo tempo, svolge ad alto livello, negli studi teologici, nei documenti del magistero (citeremo, ad esempio, la lettera dell’Episcopato tedesco sull’ufficio sacerdotale), e svolgerà nel prossimo Sinodo episcopale, la verifica dottrinale e canonica della propria struttura sacerdotale.

PROBLEMATICA STIMOLANTE


Vorrei dirvi ora soltanto due parole. La prima: non abbiate timore di questa problematica sul sacerdozio. Essa può essere provvidenziale, se davvero ne sappiamo trarre uno stimolo a rinnovare la concezione genuina e l’esercizio aggiornato del nostro sacerdozio; ma purtroppo può anche diventare eversiva, se si attribuisce valore più del merito a luoghi comuni, oggi divulgati con grande facilità, sulla crisi, che si vorrebbe fatale, del sacerdozio, sia per novità di studi biblici tendenziosi, sia per autorità di fenomeni sociologici, studiati per via di inchieste statistiche, o di rilievi di fenomeni psicologici e morali. Interessantissimi dati, se volete, meritevoli di seria considerazione in sedi competenti e responsabili, ma non mai tali da scuotere la nostra concezione sull’identità del sacerdozio, se questa coincide con la sua autenticità, quale la parola di Cristo e la derivata e provata tradizione della Chiesa consegnano intatta, anzi dopo il Concilio approfondita, alla nostra generazione. Tale autenticità si sostiene, come ben sapete, anche al confronto del mondo areligioso moderno, il quale, proprio perché tale e perché enormemente progredito nella esplorazione e nella conquista delle cose accessibili alla nostra esperienza, avverte, e più avvertirà, il mistero dell’universo che lo avvolge e l’illusione della propria autosufficienza, esposta al pericolo d’essere asservita e inaridita dal suo stesso sviluppo, ed eccitata all’esasperante conato di raggiungere l’ultima verità e la vita che non muore. In un mondo come il nostro, non è annullato, è accresciuto il bisogno di chi compia una missione di verità trascendente, di bontà supermotivata, di salvezza escatologica: il bisogno di Cristo. E noi non disperiamo della gioventù del nostro tempo, quasi essa fosse allergica e refrattaria alla vocazione più? audace e più impegnativa, quella del regno di Dio. Preghiamo, operiamo e speriamo : «Potest Deus de lapidibus istis suscitare filios Abrahae» (Lc 3,8). Abbiamo fiducia in voi, giovani Alunni della scuola della Chiesa, e in voi, fratelli nostri nel sacerdozio e collaboratori nel ministero; abbiamo fiducia che saprete desumere dalla sempre vera sapienza della fede cattolica le forze vive e le forme nuove per riprendere il colloquio col mondo moderno: il Concilio vi offre il suo volume, che non indarno voi custodirete. E voi tutti, figli e fratelli, abbiate fiducia nel vostro Vescovo! il quale non ha nulla da promettervi di quanto può fare attraente la vita per chi ama questa vita; ma per chi ama Cristo, per chi ama la Chiesa, per chi ama j fratelli, offre ciò che a tanto amore conforta: la fede, il sacrificio, il servizio; la Croce insomma; e con essa la fortezza, il gaudio e la pace; e poi l’orizzonte estremo delle speranze eterne. E tutto questo uniti insieme, nella ricomposizione di quel presbiterio romano, di quella comunità ecclesiale, che ci dia l’ansia ed il presagio di realizzare in continua e paziente tensione la preghiera testamentaria di Gesù: Siano tutti uno (Io. 17, 21).

«MATER MEA , FIDUCIA MEA!»


L’altra parola è quella che sempre risuona in quest’aula di pietà vigiliare del sacerdozio: Maria, mater mea, fiducia mea. È la festa della Madonna qui e così venerata, che ora ci riunisce e che senza alcuno artificio devozionale, o convenzionale mette in luce la conversatio, la relazione cioè, l’intimità, diciamo pure il dialogo, che deve esistere fra l’ecclesiastico, alunno, diacono o sacerdote che sia, e la Vergine Madre di Dio. La festa familiare di questo Seminario riporta il pensiero della nostra trepidante controversia e della nostra fiduciosa apologia del sacerdozio a quello di Maria, Madre di Cristo. Non già che noi possiamo attribuire alla Madonna le prerogative del Sacerdozio, e al Sacerdozio quelle proprie della Madonna, ma esistono analogie e rapporti fra l’ineffabile somma di carismi, di cui è ricolma Maria, e l’ufficio sacerdotale, che faremo sempre bene a studiarne e a goderne la corrispondenza. È di questa armonia che può edificarsi la nostra formazione, sempre m via di perfezionamento: Donec formetur Christus in vobis (Ga 4,19), e può arricchirsi la nostra esperienza sacerdotale. È questa armonia, innanzitutto, che ci trasporta, per via esistenziale, quasi per incanto, nel quadro evangelico, dove visse la Madonna e da lei Gesù: così ella ci è subito maestra di questo ritorno alle fonti scritturali, del quale oggi tanto si parla, e subito ella sveglia in noi quella vita profonda, quell’attività personalissima, ch’è la nostra coscienza interiore, la riflessione, la meditazione, la preghiera. Dobbiamo pensare e modellare la nostra esistenza in modo reduplicato: non possiamo avere un’azione esteriore, per buona che sia, di ministero, di parola, di carità, d’apostolato, veramente sacerdotale, se essa non nasce e non ritorna alla sua sorgente e alla sua foce interiore. La nostra devozione a Maria ci educa a questo indispensabile atto riflesso a duplice titolo: perché ci conduce al Vangelo, che ci ispira e ci misura, e perché incontriamo la Madonna in questo identico atteggiamento, di ripensare gli avvenimenti della sua vita, cogitabat qualis esset ista salutatio (Lc 1,29); conferens in corde suo (Lc 2,9); Mater Eius conservabat omnia verba haec in corde suo (Lc 2,51). Maria scopre in ogni sua cosa un mistero; e non poteva essere altrimenti per lei, così prossima a Cristo. Può essere diversamente per noi che a Cristo siamo tanto vicini da essere autorizzati a dispensare i suoi misteri (Cfr. 1 Cor. 1Co 4,1), e a celebrarli in persona Christi? (Cfr. Phil. Ph 2,7)

Introdotti in questo sentiero della ricerca dell’esempio di Maria, tutta la nostra vita trova la sua forma, quella spirituale, quella morale, quella ascetica specialmente. Non è tutta permeata di fede la vita di Maria? Beata, quae credidisti! (Lc 1,45) la saluta Elisabetta; né più alto elogio si può fare di Lei, la cui vita tutta si svolge nella sfera della fede. Lo ha riconosciuto il Concilio (Lumen gentium, LG 53, 58, 61, 63, ecc.). E la nostra vita sacerdotale non ha forse lo stesso programma, non deve essere vita che attinge dalla fede la sua ragion d’essere, la sua qualificazione, la sua speranza finale? Poi, il suo titolo privilegiato ci trema sulle labbra: è la Vergine. Cristo ha voluto nascere da una Vergine, e quale! l’Immacolata! Non dice nulla questo accostamento dell’Immacolata alla nostra scelta dello stato ecclesiastico, che deve essere non represso, ma esaltato, trasfigurato, potenziato dal sacro celibato? Ne sentiamo oggi criticare il lato negativo, fino a dirlo inumano e impossibile: la rinuncia cioè all’amore dei sensi e del vincolo coniugale, normale, altissima e santa espressione dell’amore umano. Vicini a Maria, noi avvertiamo il triplice e superiore valore positivo del sacro celibato, estremamente confacente col sacerdozio: primo, il perfetto e rigoroso dominio di sé (ricordate San Paolo: Castigo corpus meum et in servitutem redigo . . .?) (1 Cor. 1Co 9,27), dominio indispensabile per chi tratta le cose di Dio e si fa maestro e medico delle anime, e segno luminoso e direttivo al Popolo cristiano e profano delle vie che conducono al regno di Dio; secondo, la disponibilità totale al ministero pastorale che il celibato ecclesiastico garantisce al sacerdote; è evidente; terzo, l’amore unico, immolato, incomparabile e inestinguibile a Cristo Signore, il Quale dall’alto della croce affida la Madre sua al discepolo Giovanni, che la tradizione asserisce essere rimasto vergine: Ecce filius tuus; ecce mater tua . . . (Io. 19, 26-27)

E così dite, sempre facendo di Maria il nostro modello, della sua obbedienza assoluta, che inserisce la Madonna nel disegno divino: Ecce ancilla Domini . . . . (Lc 1,38) dite così dell’umiltà, della povertà, del servizio a Cristo: tutto è esemplare per noi in Maria. Dite così del suo magnanimo coraggio, superiore ad ogni classica figura di eroismo morale: Ella stava iuxta crucem Jesu (Io. 19, 25), a ricordarci che, come partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo, noi dobbiamo essere altresì partecipi della sua missione redentrice, essere cioè con lui vittime, totalmente consacrati ed offerti al servi-zio e alla salvezza degli uomini; potremo meditare così la profezia che ha fatto pesare sul cuore di Maria, durante tutta la sua vita, l’incombente, misteriosa spada della passione del Signore (Cfr. Luc. Lc 2,35) e potremo così applicare a noi stessi le parole dell’Apostolo: Adimpleo ea, quae desunt passionum Christi in carne mea pro corpore Eius, quod est ecclesia, cuius factus sum ego minister (Col 1,24).

È facile, è dolce, è corroborante ripetere allora la bella giaculatoria: Maria, mater mea, fiducia mea. Oggi e sempre nella nostra vita sacerdotale.







Paolo VI Omelie 1971