
Paolo VI Udienze 1971 - Mercoledì, 17 novembre 1971
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Che ne dite Voi della Chiesa? È questa la domanda che si è nuovamente proposta alla nostra generazione. Il processo storico, che ha non solo distinto, ma separato nella nostra civiltà, così detta occidentale, la società religiosa dalla società civile, ha avvertito il bisogno di classificare in qualche modo la Chiesa fuori dell’ambito dello Stato, che ha rivendicato a sé ogni prerogativa della convivenza umana: qual è la figura, qual è la funzione, qual è la ragione d’essere della Chiesa nel mondo moderno, secolarizzato, a sé sufficiente, agnostico rispetto alle varie espressioni della religione. Si è perciò ripetuto, in un’analogia storica, che potremo riscontrare ricorrente nei vari secoli e nei vari luoghi, l’episodio evangelico, pieno di decisivo significato, avvenuto a Cesarea di Filippo, quando Gesù stesso, con una consultazione che ha del socratico, domandò ai suoi discepoli, primo, quale fosse l’opinione della gente sopra di Lui; poi, quale fosse la loro opinione fra tanta disparità di giudizi a suo riguardo: «E voi chi dite che Io sia?» (Mt 16,13). Così oggi a riguardo della Chiesa, che noi sappiamo essere il Corpo mistico di Cristo medesimo, l’interrogazione si ripete; ed è stato il recente Concilio, preceduto da grandi insegnamenti e studi teologici, a sollevare la questione in maniera piena e radicale: la Chiesa, insomma, che cosa è? Un fenomeno religioso, come tanti altri nella vita dell’umanità, destinati ad essere vanificati dal progresso scientifico? Una tradizione spirituale, una fede popolare sopravvissuta nell’età nostra per la ricchezza della sua eredità culturale ed artistica? Un’entità sociale ingombrante e pretenziosa, ormai superata, che può dare, al più, qualche stimolo all’applicazione orizzontale, cioè umanistica, di qualche preziosa massima evangelica?
Voi avete certamente sentito parlare di queste discussioni del nostro tempo, e, fedeli come siete, avete avvertito come queste diverse concezioni della Chiesa tendono, in fondo, a decretarne la fine, o a contestarne l’esistenza quale ancora appare ai nostri giorni; e come nessuna delle varie definizioni scientifiche o empiriche, che coloro i quali sono fuori della Chiesa, col pensiero almeno, tentano di attribuirle, penetra nella sua vera realtà, nel suo mistero. Per conoscere davvero la Chiesa, bisogna essere dentro di lei, non fuori; bisogna partecipare alla sua vita; bisogna avere la fortuna di essere iniziati alla sua soprannaturale esperienza; alla fine, occorre la fede.
Se non che nell’interno stesso della Chiesa è sorta oggi una controversia, non senza precedenti storici, della quale anche l’opinione pubblica è ora interessata; essa partendo dalla pretesa di riportare la Chiesa alle sue originarie espressioni ovvero ai suoi autentici valori spirituali, vede in lei due principi costitutivi: la struttura e lo Spirito; potremmo dire: il corpo umano organico e l’animazione divina della Chiesa. E fino qui non avremmo obiezioni da fare. Le difficoltà sorgono quando si accusa la prima, cioè la struttura, come abusiva, come deforme, come precaria, come nociva; in altri termini, come ormai inutile, ovvero così bisognosa e suscettibile di cambiamenti da ritenere giustificata ogni critica a suo riguardo, e fondata ogni ipotesi in un suo dissolvimento, o in un suo radicale cambiamento. La struttura sarebbe una derivazione illegittima, o almeno non necessaria, dalla formula autentica della Chiesa apostolica; sarebbe autoritaria, giuridica, formalista, inquinata da tendenze al potere, alla ricchezza, alla immobilità tradizionale, e destinata a separarsi dal mondo, antievangelica insomma e antistorica. Mentre lo Spirito è carismatico, è profetico, è libero e liberatore. Noi certo non abbiamo che da dirci felici della preminenza riconosciuta, in questo quadro sommario, allo Spirito Santo, che mediante la sua grazia fa vivere, illumina, guida, santifica la Chiesa. Fra tanta ottusità materialistica oggi dominante, che aliena gli animi dalle realtà spirituali, questo interesse prioritario dato ai carismi dello Spirito è degno di favorevole considerazione: la Chiesa, vista sotto questo aspetto, assurge a fatto religioso per eccellenza, personale, interiore, libero e felice soggettivamente, e nello stesso tempo a fatto risultante da obiettiva, trascendente e misteriosa comunicazione con lo Spirito divino, vero e vivificante. Ma questo fatto stesso, se non si vuole confonderlo con la patologia religiosa, con la superstizione, col soggettivismo spirituale o con l’eccitazione collettiva, deve essere ricondotto nell’ambito della comunità della fede, dalla quale deriva e alla quale deve servire in edificazione; non può prescindere dal disegno divino, che destina alla Chiesa, alla comunità organica dei credenti il dono polivalente dello Spirito, e che ne realizza l’ordinaria effusione mediante un complesso e qualificato ministero (Cfr. 1Co 4,1 1Co 12,11CO 14, ss.; 1Co 37-40 1P 4,10, ss.). Cioè non si può isolare l’economia dello Spirito, anche se Questo, come disse il Signore (Jn 3,8), soffia dove vuole, dalle così dette strutture, sia ministeriali, sia sacramentali, istituite da Cristo, germinate con vitale coerenza, come pianta dal seme, dalla sua Parola.
Uno dei problemi più vivacemente discussi ai nostri giorni è proprio quello che cerca di individuare il rapporto giusto fra la struttura visibile, umana, sacramentale della Chiesa, ed il mistero dello Spirito, di cui ella è segno e strumento, e da cui noi deriviamo la nostra vita cristiana. Si vedrà come questo rapporto si riferisca al disegno dell’incarnazione e della Redenzione, come esso conferisca un carattere sacro ad ogni cristiano, il suo sacerdozio regale, a tutti comune, e come metta in essere un sacerdozio ministeriale, che rende organica, unitaria, inconfondibile Ia comunità del Popolo di Dio; sacerdozio che rifulge d’una incomparabile dignità cristiforme (il celebre dialogo di S. Giovanni Crisostomo sul Sacerdozio ne illustra specialmente questo aspetto sublime e tremendo); sacerdozio dotato di potestà pastorali e trascendenti di magistero (Cfr. Luc Lc 10,16 Io Lc 15,26-27 Lc 16,13 Mt 28,19), di santificazione (Cfr. 1 Cor 1Co 11,24 Io 1Co 20,23), di guida e di governo (Cfr. Matth Mt 16,18 Io Mt 21,15 Mt 1 Petr Mt 5,2); e talmente rivolto alla carità da doversi chiamare servizio (Mt 20,28), un servizio autorevole (1 Cor 1Co 4,21 1Co 1 Petr 1Co 4,11), ma così generoso, così umano, così paterno e fraterno da conformarsi a quello di Cristo, il buon Pastore per eccellenza, che sacrifica per il suo gregge la vita (Jn 10,11).
Buon per noi che questo studio circa il rapporto fra strutture della Chiesa e lo Spirito di Cristo è stato trattato a profondo livello di studio da pensosi e fedeli teologi, dalla nostra Commissione Teologica, specialmente; e poi, per quanto riguarda il Sacerdozio in modo particolare, è stato illustrato ad alto livello da documenti dell’Episcopato e del Concilio intero, e da ultimo dal Sinodo dei Vescovi in una sintesi, che sarà tra poco pubblicata e che Noi confidiamo sarà d’edificazione a tutta la Chiesa, ai Nostri venerati e carissimi Sacerdoti per primi.
Una volta di più, e Dio voglia a comune conforto, noi vedremo che cosa è questa nostra Chiesa in fieri, cioè pellegrina verso quella dove la gerarchia della santità tutta e sola la domina; ella è la manifestazione congiunta nella testimonianza a Cristo dell’apostolo umano, nelle sue strutture gerarchizzate su tutta la scala del Popolo di Dio, e dello Spirito di Pentecoste, epifania cioè del Corpo mistico, apostolicamente strutturato e spiritualmente animato (Cfr. Y. CONGAR, Esquisse du Mistère de l’Eglise, p, 129, ss.).
Ancora una volta, Figli carissimi, procuriamo di capire e di amare la Chiesa. Con la Nostra Apostolica Benedizione.
I rettori dei Santuari Mariani d’Italia
Un particolare saluto vogliamo rivolgere ai numerosi Rettori dei Santuari Mariani d’Italia, che partecipano, in questi giorni a Roma, al loro settimo Convegno Nazionale.
Mentre vi manifestiamo il Nostro compiacimento per la vostra presenza, desideriamo anche esprimere l’auspicio che i Santuari Mariani, sparsi in tutte le regioni d’Italia, segni vivi dell’amore alla Madonna, continuino ad essere, mediante la vostra generosa, costante e illuminata azione pastorale, centri animatori di fervente vita cristiana e liturgica, di profonda pietà eucaristica e di autentica devozione alla Vergine Santissima, di quella devozione che - come insegna il Concilio Vaticano Secondo - «procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la Madre nostra e all’imitazione delle sue virtù» (Lumen Gentium LG 67).
Con questi voti paterni, invochiamo sul vostro ministero sacerdotale i più eletti favori celesti e vi impartiamo di cuore la propiziatrice Apostolica Benedizione.
L’accademia di «Judo»
Un saluto particolare rivolgiamo ora ad un gruppo qualificato, che porta con sé una nota di novità a questa udienza: sono i membri dell’Accademia Nazionale Italiana Judo. Non è la prima volta, ci pare, che accogliamo pubblicamente persone che si dedicano a questo severo e controllato genere di atletica; certamente è il primo incontro con l’Accademia,. Questo per dire il piacere che ci procurate con la vostra presenza. Abbiamo letto il regolamento e i programmi: ne abbiamo ricavato l’impressione di una serietà, di una quasi, diremmo, ascetica norma di vita e di studio, per raggiungere quella completezza umana, scientifica e agonistica, necessaria per svolgere domani, in modo adeguato, la vostra attività.
Ci auguriamo che essa trovi la sua perfezione nel rispetto sempre puntuale e generoso dei principi cristiani, perché la forza fisica senza quella spirituale non sarebbe che forza bruta, senza dignità e senza giustificazione. L’esercizio del vostro sport suppone e richiede questa sensibilità, questa apertura spirituale. E la vostra formazione sarà, così, completa. Ve lo auguriamo di cuore, mentre a tutti, dirigenti, docenti e allievi, impartiamo la Nostra Benedizione, che estendiamo altresì alle vostre famiglie.
Ostetriche di Roma
Rivolgiamo il nostro saluto al numeroso gruppo di Ostetriche di Roma e provincia, che sono intervenute a questa udienza, unitamente ai Sanitari dell’Ospedale Nuovo «Regina Margherita» ed alle Dirigenti della Federazione Nazionale e dell’Unione Cattolica di categoria. Esse, in questi giorni, stanno frequentando un corso di aggiornamento ed hanno voluto farci visita per poter ascoltare la Nostra parola e ricevere la Nostra benedizione.
Corrispondiamo volentieri a tale desiderio: la vostra presenza - lo diciamo a voi, professori e docenti, ed a voi che ne siete, ora, le alunne e, normalmente, le «ausiliarie» in un campo tanto delicato e difficile - ci riporta col pensiero agli incontri che il Nostro venerato predecessore Pio XII ebbe con i vostri colleghi e colleghe. Furono, quelli, insegnamenti luminosi che, per l’aderenza ai problemi specifici della professione, ebbero meritata risonanza, come espressione della viva sollecitudine della Chiesa. Da allora molte ricerche sono state compiute e, certo, nuove tecniche di assistenza e di terapia sono state introdotte; ma il magistero della Chiesa non ha cessato di riferirsi, con coerente costanza, alle morali esigenze primarie dell’uomo ed al mistero che è proprio di ogni creatura, che nasce alla vita. Noi stessi, nell’Enciclica Humanae vitae, abbiamo sentito il dovere di richiamare i principi inderogabili della morale cristiana, raccomandando agli studiosi, ai medici specialisti ed a quanti con loro collaborano in questo particolare settore dell’arte sanitaria, di ispirarsi alla retta ragione e alla fede (Cfr. Humanae vitae HV 24 Humanae vitae, 24 e 27).
Abbiate sempre un alto concetto delle vostre rispettive funzioni, e vi conforti, nell’adempierle, la consapevolezza di portare un contributo prezioso e indispensabile allo sbocciare della vita. Dove c’è la vita, c’è lo spirito di Dio creatore, c’è il fremito del suo amore, c’è la sua impronta, c’è la sua forza, c’è la sua voce che fa trasalire di ammirazione. Questa coscienza deve diffondere come una luce religiosa sul vostro lavoro ed aiutarvi, in concreto, nelle prestazioni che la società richiede da voi.
Religiosi, religiose ed altri gruppi
Nous sommes heureux de saluer les prêtres Oblates de Marie Immaculée: chers Fils, au cours de ces quatre mois de «la retraite de Mazenod» comme vous l’appelez, vous avez médité sur votre expérience apostolique et vous avez pu renouveler l’ardeur de votre foi au Christ qui vous envoie en mission. Plus que jamais la Bonne Nouvelle a besoin de messagers qui la portent généreusement à «tous ceux qui sont au loin» (Act. 2, 39). Chers Fils, que le Seigneur fasse fructifier votre annonce de l’Evangile du Sauveur.
Nous encourageons de la même manière les Frères de Saint-Gabriel, venus eux aussi de tous pays se ressourcer selon les orientations conciliaires, pour mieux faire face à leur belle vocation d’éducateurs chrétiens. Cette formation de la jeunesse est capitale pour susciter des hommes d’une foi solide, d’un esprit droit et d’un coeur généreux, qui seront l’avenir de l’Eglise et du monde.
Nous Nous tournons enfin vers les stagiaires de la République du Zaïre, qui suivent des cours près de l’Ecole de l’Aréonautique militaire italienne de Caserta. Soyez les bienvenus, chers amis. Vous êtes ici près du tombeau de l’apôtre Pierre qui est venu jusqu’ici rendre témoignage à Jésus au prix de son sang versé, lui qui disait aux premiers chrétiens: «Aimez-vous les uns les autres du fond du coeur et ardemment. Comportez-vous en hommes libres et en serviteurs de Dieu» (1 Petr. 1, 22 et 2, 16). En Nous faisant l’écho de son message aujourd’hui encore toujours valable. Nous vous donnons, à chacun d’entre vous, comme à tous ceux qui vous sont chers, Notre paternelle Bénédiction Apostolique.
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We offer a special welcome today to a group of Christian Brothers, at present in Rome for a course of theological study and spiritual renewal. We express the hope that your stay Will be both enjoyable and fruitful. We pray that the Holy Spirit Will assist you so that you may be able to spread throughout the whole world the good news of Christ by the integrity of your faith, your love for God and neighbour, your devotion to the Cross and your hope of future glory (Cfr.
Perfectae caritatis PC 25).
With affection in Christ Jesus we impart to all of your Our Apostolic Blessing.
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Nos complacemos en dirigir un particular saludo a vosotras, amadísimas Religiosas «Hijas de Jesús», que os habéis congregado en Roma para una reunión de estudio sobre la renovación de vuestro Instituto, cuyo centenario de fundación coincide con la próxima fiesta de la Inmaculada.
Recibid ya desde ahora Nuestra felicitación en día tan señalado, junto con Nuestra palabra de aliento para un retorno constante a las fuentes de toda vida cristiana y a la inspiración primigenia de vuestro Instituto, en la vivencia gozosa de la caridad por medio de la práctica de los consejos evangélicos. Esta es la manera de seguir a Cristo más de cerca, para poder servir mejor a la humanidad en vuestra función peculiar de la enseñanza, adaptando serenamente a las nuevas circunstancias del mundo los tesoros de un siglo de fecundas experiencias.
En este momento tan importante de la vida de la Iglesia, queremos deciros que confiamos en vuestro trabajo y en vuestro testimonio, en vuestra dedicación y en la fidelidad de vuestra consagración al Señor, que os llama a una const,ante renovación espiritual, a la renovación de los corazones, de donde ha de brotar espontáneamente el entusiasmo para un apostolado siempre más fecundo y generoso.
En prueba de paternal afecto y en prenda de escogidas gracias divinas, os otorgamos a vosotras, a todas las Religiosas del Instituto y a todas vuestras obras educativas, una especial Bendición Apostólica.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
In questo periodo dell'Avvento risorge il grande problema dell’incontro dell’uomo con Dio; diciamo meglio del «nostro» incontro con Dio: è il problema religioso. Sappiamo bene qual è la soluzione di questo problema per noi: è il Natale, è Cristo, è la fede, è la vita cattolica. Ma questa soluzione, per ciascuno di noi, è davvero acquisita, definitiva? È soddisfacente? È vissuta? Senza ora rispondere a queste domande, che possono sollevare in noi inquietudini e dubbi, dobbiamo notare che la Chiesa, grande maestra delle anime, ripropone ogni anno la medesima questione e nei medesimi termini oggettivi; così vuole il suo calendario, il ciclo annuale cioè della sua Liturgia, la quale ripete puntualmente la celebrazione delle stesse feste, degli stessi temi dottrinali e spirituali. Ripete: non è ben detto; occorre dire rinnova, e precisamente non a circolo che ritorna su se stesso, ma piuttosto a spirale in salita per quei fedeli che accolgono la sua guida pedagogica, sempre eguale nel programma, sempre nuova nella sua esplorazione. Questa osservazione ci fa avvertire che i termini soggettivi, cioè le nostre attitudini a partecipare alla celebrazione di questi temi religiosi ricorrenti non sono sempre le stesse, possono variare, possono dimostrare un differente interesse secondo lo stato d’animo in cui noi ci troviamo. Cambia l’età, cambia la nostra capacità di percepire le cose religiose. «Quando io ero bambino - scrive San Paolo - parlavo come bambino, pensavo come bambino, ragionavo come bambino; ma fatto uomo ho lasciato cadere i modi del bambino» (1 Cor 1Co 13,11).
E non solo cambia l’età per noi, ma cambia il mondo in cui viviamo, e che ci stimola, ci impressiona, ci impegna in forme sempre nuove e misure sempre crescenti. Noi siamo continuamente provocati ad un’attenzione esteriore. Non abbiamo un minuto di pace. Lo stimolo più frequente e più esigente è l’ambiente nel quale si svolge la nostra laboriosa e spesso affannosa giornata, obbligandoci ad uno stato psicologico, continuamente estroflesso. Prevale in modo crescente un duplice richiamo sensibile: ascoltare e vedere. La nostra va diventando, come ora si dice, la civiltà dei suoni e delle immagini. Lo schermo della nostra psicologia è continuamente occupato dai sensi. E questi forniscono al pensiero un materiale sempre nuovo da elaborare; anzi lo aiutano con le loro voci e con i loro schemi. Così che la nostra vita tende a svolgersi nella sfera sensibile, e a trovare in essa il suo nutrimento e il suo esaurimento. L’uomo diventa naturalista e positivista quasi senza accorgersi; e si abitua a tale concretezza, immediata e sicura di conoscenza, e non cerca altro. Ecco il paradigma dell’uomo comune ai nostri giorni. La sua formazione e la sua cultura sono a questo livello: il mondo dell’esperienza sensibile. Salire più su? Sì, ma quasi sempre con la scala collaudata dai sensi, con quella quantitativa specialmente, ch’è la più usata nella sfera scientifica. Allora sorge e quasi s’impone la tentazione: questo è tutto. Pensare più su? Cercare la ragione delle cose? Non solo come sono le cose, ma perché così sono le cose? Cercare la verità? Il principio, la causa trascendente? Cercare l’amore? Il fine segreto delle cose?
Avviene a questo punto che l’uomo è tormentato da due tendenze contrarie: una di gravitazione, di timore, di pigrizia soprattutto, la quale lo attrae a rimanere e ad accontentarsi del regno sperimentale e sensibile, in cui egli si è formato la sua dimora abituale e naturale; e lo ferma; l’altra tendenza, pur essa naturale, anzi più profondamente naturale, una tendenza di levitazione, di ricerca superiore, di sforzo trascendente, lo invita a salire.
Qui comincia il pensiero, cioè il capire; capire il movimento (metafisico) in cui si trova ogni cosa: nessuna è ferma, nessuna è stabile; cioè nessuna spiega da sé che cosa è e perché è; donde viene e dove va. Ogni cosa, afferrata nel suo intimo essere è a sé insufficiente, rimanda a qualche principio, a qualche fine, fuori di sé. Ogni cosa è una «via», è una scala. Un mistero la circonda. Un mistero, cioè un regno incognito in se stesso, ma ormai certissimo per chi vi è in qualche modo arrivato: è il mistero di Dio; il mistero religioso. Questo viaggio faticoso e beato, per compiere il quale basta ordinariamente un istante, e non bastano gli anni per terminarlo, dicevamo, è la religione.
La religione naturale, se raggiunta con lo sforzo del nostro essere, predisposto a questo incontro appena incipiente e nebuloso; la religione soprannaturale, se all’anelito dell’uomo cercante, pellegrino assetato, risponde da quel mistero, non più del tutto incognito e vuoto, una Voce viva, infinitamente viva: «Io sono»! la voce di Dio che apre il colloquio con l’uomo, il colloquio della fede, della «supervita», il colloquio del regno di Dio. Il colloquio dell’Avvento, cioè dell’arrivo del Dio vivente fra noi e per noi; il colloquio del Verbo, che si fa uomo per una sorprendente conversazione, con gli uomini, anzi una comunione ineffabile e vivificante.
Non sono nuove queste cose per voi. Siete tutti «alunni di Dio» («Docibiles Dei»: LC 15,17Jn 16, 13).
Questo è il primo esercizio per la presente stagione liturgica, che è poi la stagione del nostro oggi storico, per vivere da uomini, da cristiani la quotidiana esperienza interiore o esteriore che sia. Il silenzio che ascolta. Fate la prova. Ascoltate bene; che cosa è quel vento profetico da cui viene, come da un deserto sconfinato, un suggestivo mormorante e poi acclamante invito: preparate la via del Signore? (Is 40,3-5 Io Is 1,23)
Noi moderni dobbiamo rifarci questa cella interiore, difesa dal frastuono esteriore, dove si ascoltano i passi e poi la voce del Dio che viene (Cfr. FORNARI, Vita di Gesù, 1, 1).
Con la Nostra Apostolica Benedizione.
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We welcome in a special way the members of the General Chapter of the Pallottine Fathers and greet their newly-elected Rector General, Father Nicholas Gorman. We pray that the deliberations of the Chapter will be enlightened by the continuing guidance of the Holy Spirit and will contribute much towards fostering apostolic zeal as you labour to fulfil your special role in the building up of the Kingdom of Christ and as you follow faithfully the ideals put before you by your founder, Saint Vincent Pallotti.
Ein Wort herzlicher Begrüßung mochten Wir auch an die deutschsprechenden Pallottiner richten. Ihr Name «Gesellschaft des Katholischen Apostolates» ist in der gegenwärtigen Stunde ein aktuelles Programm. Stehen Sie darum bei Ihren apostolischen Arbeiten stets in Treue zur Lehre der Kirche und zum Nachfolger des heiligen Petrus. Dazu erteilen Wir Ihnen allen von Herzen den Apostolischen Segen.
Our greeting goes to the Divine Word Missionaries who have been participating in a course of renewal. We do not have to tell you how much the mission of the Church today requires men who are familiar with current developments in theology and in other sciences as well. It is our further hope that the Lord will grant you an ever greater knowledge of himself through the intimacy and union of prayer so that you may always be effective bearers of his Gospel.
We welcome fifty-four soldiers from the Republic of Zambia who have been studying at Caserta. Through you We express our affection for all your people. We know veil the difficulties which face every nation that seeks to bring about development and progress for its citizens. We assure you of our interest and of our prayers that Almighty God will grant to you and to your entire nations his wisdom in all that you do for justice and peace.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Parlando a Voi, fratelli, figli, pellegrini, visitatori, chiunque voi siate, Noi non sappiamo rivolgervi, in questa prossimità del Natale, altra parola che non sia sul Natale. Certo, avremmo molti altri temi, che riempiono il Nostro spirito in questi giorni, temi gravi, come la nuova guerra nel Pakistan, che altre peggiori ne minaccia, e le guerre sopite, ma tuttora accese, nel Medio e nell’Estremo Oriente, e la dolorosa condizione dell’Irlanda; e temi interessanti, come il Sinodo poco fa celebrato, e le questioni della pace nel mondo, eccetera; temi tutti che raccomandiamo vivamente alle vostre preghiere. Ma in questo breve momento di confidenziale conversazione, Noi preferiamo ancora discorrere del Natale, che, in un modo o nell’altro, tutti ci riguarda nel segno della serenità e della letizia.
Diciamo meglio: nel segno di Cristo. Una predica allora? no, una domanda piuttosto, la quale potrebbe anche dare motivo d’una predica, ma ora a Noi dà soltanto motivo di qualche semplicissima osservazione. La domanda è questa: quale interesse notate voi per Cristo nel mondo? La domanda ci ricorda quella che Gesù rivolse ai suoi discepoli a Cesarea di Filippo: «la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13).
La risposta spontanea, che sembra essere a molti ora la più vera, suonerebbe così: interesse per Cristo? oggi, nessuno. Poi riflettendo un istante, la risposta si rettifica così: qualche interesse per Cristo c’è ancora. Intanto, dove esiste la Chiesa, è chiaro, l’interesse per Cristo non può essere che vivissimo; la Chiesa non è forse la continuazione storica, anzi la personificazione permanente di Cristo? non è il suo Corpo mistico? Per citare ancora una volta S. Agostino, ecco una sua parola: «Noi siamo tutti uno in Cristo, noi siamo il corpo di Cristo» (Enarr. in Ps 26 PL Ps 16,211), essendo Lui il capo di questo corpo, che è la Chiesa, a cui noi abbiamo la fortuna di appartenere. Ed è già grande cosa che noi abbiamo coscienza di questa inscindibile unione fra Cristo e la Chiesa, dato che oggi in alcuni la contestazione osa sostenere che Cristo è altro Essere che non la comunità, la tradizione, la religione, il cristianesimo che da Lui reclamano il proprio principio. Ricordiamo bene : non si può concepire la Chiesa senza la sua derivazione storica, autentica, vitale da Cristo; anzi senza la sua presenza stessa nella Chiesa medesima, mediante la sua Parola, la sua grazia, la sua autorità pastorale e sacramentale, la sua comunione ecclesiale, che nell’Eucaristia ha la sua espressione più caratteristica e più piena per cui diventiamo tutti uno, con Lui e fra noi (Cfr. 1 Cor 1Co 10,17). La Chiesa è la memoria mistica e vivente di Cristo; dovunque è la Chiesa ivi è un interesse, ivi è una attualità palpitante di Cristo (Cfr. Matth Mt 28,20). Basterebbe questa realtà storica ed escatologica della nostra fede per farci amare Cristo e la Chiesa ad un tempo.
Dunque un interesse per Cristo esiste tutt’oggi nel nostro mondo moderno, così marcato dalla negazione, o almeno dalla dimenticanza di Lui. Esiste in certi segni curiosi e bizzarri: le riviste americane riportavano poco fa delle fotografie di giovani «hippies», vestiti di maglie portanti delle scritte cubitali: io amo Gesù («I love Jesus»). Come mai, non si spiega; ma molti atteggiamenti di questa paradossale gioventù non si spiegano; eppure sono ostentati in tale spregiudicata maniera da creare una moda, da generare un mimetismo, che, se non depone per l’autonomia personale di troppi giovani, costituisce tuttavia un fatto, e lancia uno «slogan», un aforisma, che si diffonde con epidemica rapidità. Sarebbe venuto il momento dello «slogan» Gesù?
Ma vi sono altri segni dell’attualità di Cristo nel mondo contemporaneo. Non foss’altro per negarlo: l’incubo di Cristo nel mondo della cultura non è scomparso. Con questo risultato alla fine: che le negazioni più autorevoli e forbite di apparati culturali all’ultima moda provocano riesami e risposte da cui Cristo, da morto che era sotto i colpi della critica più raffinata, risorge più reale e più vivo di prima.
Per di più non tutte le affermazioni, che sorgono dal campo estraneo alla Chiesa, dov’è il Cristo vivo, sono radicalmente negative. È sempre di moda, perché vera, l’affermazione di Benedetto Croce, che noi non possiamo non dirci cristiani, tanto ciò che Cristo insegnò è iscritto ed acquisito nel processo storico dello spirito umano. E così il nostro caro e instancabile pensatore, Jean Guitton, in un libro pubblicato in questi giorni: «. . . io mi ricordo, egli scrive, che il mio vecchio amico Couchoud, che aveva filosofato tutta la sua vita sul Vangelo, mi diceva: Io ammetto tutto il Credo, salvo sub Pontio Pilato. Egli avrebbe dato il suo assenso a tutti i dogmi, a condizione che fossero tutti dogmi rivelati, senza alcun rapporto con la storia, Gesù non era esistito storicamente». Il che è forte, e non lascia tranquilli sull’oggettività del pensiero dell’illustre amico citato dal Guitton: è ben difficile sopprimere la parte di Pilato, cioè la realtà storica, nella vita di Gesù.
La sua presenza ci segue; ci illumina, se apriamo gli occhi alla luce; ci perseguita, se li chiudiamo. Chi se ne intende di letteratura contemporanea sa come la figura, o il messaggio di Cristo, affiorino, quasi per logica inevitabile, nella scena umana anche radicalmente profana e perfino nemica a riguardo di Lui.
Perché questa logica? questa necessità del pensiero e dell’esperienza umana di incontrare Gesù? Perché, a noi pare, Egli occupa le posizioni strategiche delle due vie inevitabili, che conducono una all’uomo, l’altra a Dio. Non per nulla Egli è il Figlio dell’uomo, ed Egli è il Figlio di Dio. Così che ogni volta che noi cerchiamo di interessarci dell’uomo, sia l’uomo «sapiens» degli scienziati e dei filosofi, sia l’uomo infelice e misero, il bambino, il povero, l’oppresso, il sofferente, il peccatore, il disperato . . . . noi siamo indotti a cercare Gesù, l’uomo vero, l’uomo-tipo, l’uomo buono, l’uomo libero, l’uomo nostro; e Dio voglia che sappiamo sperimentare la verità profonda della sua stessa parola: in ogni essere umano, bisognoso di aiuto e di salvezza, sono Io, Gesù (Cfr. Matth Mt 25,40). E parimente ogni volta che noi cercheremo di scoprire la Verità suprema - che avvolge e che oltrepassa la sfera umana e il campo della conoscenza naturale, cioè qualche bagliore d’infallibile chiarezza del volto di Dio -, dovremo sostare, in ineffabile confidenza, su questa «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), e confessare la verità della parola dello stesso Gesù: chi vede me, vede anche il Padre» (Jn 14,9).
Perciò chi ha interesse alle cose supreme, ancor oggi, deve avere interesse per Cristo. Ogni interesse della nostra vita, anche se temporale ed esterno, anche se agitato ed interno, può essere via verso l’interesse sommo e centrale, Cristo Signore. Purché sia raddrizzato, cioè onesto, vegliante, cercante, implorante; tutto conduce a Gesù. Tutto conduce al Natale. È il nostro augurio per voi. Con la Nostra Apostolica Benedizione.
Paolo VI Udienze 1971 - Mercoledì, 17 novembre 1971