
Paolo VI Udienze 1972 - Mercoledì, 15 marzo 1972
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
La Pasqua è vicina. Non possiamo, in questa nostra Udienza, staccata da ciò che è fuori di questa aula, per quanto tutti portiamo nell’animo l’esperienza trepida ed intensa della vita vissuta, non possiamo che parlare della Pasqua, che è pure, per noi credenti specialmente, un avvenimento importante della vita vissuta, non foss’altro perché è una giornata che si innesta, con qualche nota singolare di festa e di gioia, nell’assillante vicenda del nostro calendario profano e prosaico.
La Pasqua: che cosa è per noi? Che cosa dev’essere? Un incontro con Cristo. Dicevamo, in un’altra Udienza, un incontro personale. A pensarci, se così è, la Pasqua assume l’aspetto di un fatto molto originale, l’importanza d’un fatto molto interessante, molto bello anche; ma, proprio per questo, non poco imbarazzante. Pensiamo a qualche nostro ipotetico incontro con uno dei personaggi che dominano la scena del mondo; come ci comporteremmo? Che cosa gli diremmo? Faremmo anche noi, come il sarto del Manzoni (A. MANZONI, I Promessi Sposi, Cap. XXIV) all’incontro col Cardinale Federigo, una figura meschina e ridicola? E poi, pensando a Gesù Signore, si profilano davanti alla memoria, come scene alle quali fossimo presenti, gli episodi del Vangelo, nei quali davvero, sensibilmente, Egli, il Maestro divino, s’incontra con la gente di allora, sia prima che dopo la risurrezione, con qualche determinata persona, con cui un discorso si svolge, un fatto, che resterà storico e tipico per sempre, si compie, forse un miracolo si realizza . . .
E noi dobbiamo, noi pure, incontrare Cristo, vivo, reale, nell’apparizione, non sensibile, ma sacramentale, concettuale almeno, del suo mistero pasquale? Così dev’essere. E fra le innumerevoli cose, che un tale fatto suggerisce a spiegazione e a commento, noi qui due sole proponiamo un istante alla vostra considerazione.
La prima cosa riguarda il dove ed il come avviene il nostro incontro pasquale con Cristo; diciamo l’incontro che veramente importa e che riveste importanza eccezionale per la nostra esistenza e per la nostra mentalità. L’incontro è interiore. Diciamo interiore, cioè dentro di noi, nella nostra anima, nella cella intima della nostra personalità. Dovremmo aggiungere anche: nella chiarezza della nostra coscienza, e perciò nella folgorante impressione della misteriosa presenza di Cristo in noi, nell’impetuosa confessione della nostra umiltà (Cfr. Lc 5,8 Mt 8,8), nell’ineffabile esperienza della nostra comunione con Lui (Cfr. Jn 6,57); ma questa, per sé ovvia, effusione dei sentimenti primordiali della coscienza religiosa (Cfr. Lc 1,43 Lc 1,46), non sempre ci è dato gustare; inesperti siamo e spesso rimaniamo, come fanciulli, come forestieri, come infermi, al linguaggio della devozione psicologica, e ancor più della conversazione mistica. Pazienza. Ciò che importa si è che l’incontro con Cristo avviene dentro di noi, nell’ambito della vita interiore, nella sfera personale della nostra religiosità, e innanzi tutto della nostra fede. Non dimentichiamo, dicendo questo, la veste rituale e la specie sacramentale, che determinano sensibilmente l’incontro di cui parliamo; né tanto meno ignoriamo l’aspetto comunitario in cui si celebra la cena-sacrificio della Eucaristia, e l’effetto (la res) principale che scaturisce dalla partecipazione a tale sacramento, cioè l’unità del corpo mistico (Cfr. 1Co 10,17 S. TH. III 73,3); ma ora la nostra attenzione si ferma sull’interiorità della Pasqua, anzi di tutta la vita cristiana, vista sotto questo suo primo aspetto essenziale e generatore d’ogni sua manifestazione soprannaturale: la sua interiorità.
Ci vengono opportune le parole di S. Agostino, maestro di vita interiore, circa l’asse su cui si svolge la vita religiosa: Noli foras ire, in teipsum redi; in interiore homine habitat veritas (S. AUG. De vera rel., 39; PL 34, 154). Non voler uscire al di fuori, ma ritorna in te stesso, nell’uomo interiore abita la verità. Ora questo invito alla vita interiore e alla ricerca e all’espressione della verità religiosa, nella ricorrenza della Pasqua, si rivolge all’uomo moderno in maniera particolare; e ci dà ragione sia del perché l’uomo, ai nostri giorni, sia facilmente areligioso, o antireligioso; e sia perché dove egli, l’uomo contemporaneo, ritorni religioso, come tale volentieri si comporti e si esprima. Oggi l’uomo vive massimamente fuori di sé; vogliamo dire: estroflesso; anche quando fa professione di libertà, egli è di solito assai condizionato esteriormente. Se libero è colui che è principio dei suoi atti (Causa sui, come dicono i filosofi - cfr. S. TH. I 83,1; Metaph. II, 9; Contra Gent. II, 48), noi possiamo domandarci se siamo liberi, cioè padroni di noi stessi, quando l’ambiente, i vincoli sociali, l’opinione pubblica, gli interessi temporali, la moda, il linguaggio dei sensi, ci obbligano a vivere prescindendo da un giudizio di verità o di scelta generato dal nostro spirito. Non è la religione che soffoca la libertà; è piuttosto la mancanza di libertà che soffoca la religione, impedisce cioè quell’orientamento razionale e morale e vitale, che nelle sue superiori e naturali esigenze tenderebbe al mondo religioso.
Il punto d’incontro naturale con Dio è nel cuore dell’uomo. E così è anche nell’ordine del regno di Dio, annunciato da Cristo. Tutto ciò che l’economia evangelica ci offre d’esteriore è mezzo, è via, è segno, è sacramento per condurci a quella realtà soprannaturale, che si celebra al contatto dello spirito umano con lo Spirito di Dio. Citiamo ad esempio, «Quando tu vuoi pregare (cioè incontrarti con Dio), entra nella tua camera, chiudi la porta, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti esaudirà» (Mt 6,6). Del resto la nostra religione non è una adesione alla Parola di Dio? Per questo ci ammonisce S. Paolo: «La parola di Dio abiti in voi abbondantemente» (Col 3,16). E questa adesione, che altro non è se non la fede, quale primo effetto produce? Ancora S. Paolo risponde: «Per mezzo della fede abita Cristo nei vostri cuori» (Ep 3,17); a tal punto ch’egli dirà di sé ciò che ogni cristiano dovrebbe poter applicare a se stesso: «Io vivo, ma non più io, vive in me Cristo» (Ga 2,20).
A quale grado d’interiorità si consuma l’incontro con Cristo! Esso tende ad una identità. Questo ci dimostra quanto sia saggio lo sforzo della preparazione pasquale, il quale ci aiuta a rientrare in noi stessi, ab exterioribus ad interiora, quando ci invita all’ascoltazione della parola di Dio, ad un po’ di silenzio interiore ed esteriore, ad un po’ di riflessione cosciente, a qualche ritiro spirituale, cioè ad una libera disponibilità all’incontro di Cristo. L’appuntamento vero con Lui che passa (Pasqua vuol dire passaggio) è nel cenacolo silenzioso della nostra persona. Saremo noi là, dentro di noi, pronti all’appuntamento pasquale?
La seconda cosa circa l’incontro pasquale, che potrebbe dare tema ad altro discorso (a cui ora rinunciamo) è l’autenticità; la nostra autenticità cristiana. «Fare la Pasqua», come ordinariamente si dice, significa appunto questo: confrontare la nostra vita con l’impegno che la qualifica cristiana, e attingere da Cristo stesso la grazia per renderla tale. Ma non vogliamo tediare oltre la vostra pazienza. Vi basti sapere che il «fare la Pasqua» è la prova ed è il principio della nostra autenticità di seguaci e di fedeli di Cristo. Ed è questo il nostro augurio per voi, per noi tutti, con la nostra Apostolica Benedizione.
Missionari Comboniani
Partecipa a questo incontro un bel gruppo di Missionari Comboniani, delle Missioni Africane di Verona, i quali han concluso di recente uno speciale corso di aggiornamento e stanno per far ritorno alle loro sedi. Pensiamo che non sia necessario, figli carissimi, nel rivolgervi questa breve parola, di esprimere di nuovo o di riaffermare i sentimenti di commozione e di stima che ci procura, ogni volta, la presenza di chi, come voi, è attivamente e specificamente impegnato nel lavoro di evangelizzazione. Voi siete operai qualificati del Vangelo e svolgete, perciò, nella Chiesa una funzione di primaria ed essenziale importanza. La coscienza di tale servizio vi ha portato a Roma per riflettere ancora sulla vostra vita e sulla vostra missione: ci piace vedere, in questa parentesi, come una sosta davvero opportuna che vi ha dato modo di fare il punto sulle esperienze già maturate, di confrontarle e di metterle a comune profitto, e che vi consentirà di riprender presto, con rinnovato vigore, il contatto con le Comunità, alle quali portate l’annunzio della salvezza.
Noi vi ringraziamo di cuore e desideriamo incoraggiarvi nelle vostre iniziative, nei vostri sforzi, e soprattutto nei sacrifici, tanto più meritori quanto più nascosti, che sono componente quotidiana e costante nell’itinerario di ciascuno di voi. Vi sia di conforto la Benedizione Apostolica, che ora vi impartiamo e vorrete estendere, a nostro nome, ai collaboratori, ai catechisti ed a tutti i fedeli delle vostre Chiese lontane.
Studenti di New York
We greet the "Marching Kings" group and their families. Music is always a great joy: for the one who plays and the one who listens. Your music is an expression of your enthusiasm and your willingness to work together in unity and with discipline. In this way you create beauty and harmony, and so bring happiness to your audiences. For this you are to be commended. You are preparing yourselves to work in a World that needs to be renewed by the harmony of peace, justice and love. We assure you of our prayers that God will guide and assist you always.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
L'imminenza della Pasqua ci obbliga ad entrare nel cuore della concezione del cristianesimo. È come entrare nell’interno di un immenso edificio. La visita ad una cattedrale ci dà l’impressione sensibile della costruzione dottrinale della nostra religione. La religione nostra non è semplice; è un complesso monumentale di verità naturali, storiche, umane, rivelate soprannaturali, escatologiche, personali e universali, che, a prima vista ci sbalordiscono, tanto sono grandi, profonde, trascendenti e immanenti. San Paolo parla di quattro dimensioni: la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità (Cfr. Ep 3,18). L’universo, cielo e terra, ci sovrasta. Il tempo assume forme vertiginose: vi si parla di secoli come fossero istanti; e l’istante assurge ad importanza d’una attualità, che sembra concentrare destini decisivi. Ci si accorge, alle prime impressioni, che siamo davanti ad una visione misteriosa; e non può essere che tale il risultato d’un tentativo di fissare lo sguardo nel mondo divino; ed insieme ci si avvede che, entrati in questo cosmo religioso, tutto è per noi; siamo a casa nostra. Noi, sì, personalmente non vi siamo estranei, ma più che invitati; non vi siamo, come ancora dice S. Paolo, semplicemente ospiti e forestieri (turisti curiosi ed occasionali, potremmo oggi dire), ma concittadini dei santi e della famiglia di Dio (Cfr. Ep 2,19), che ivi dimorano. Istintivamente cerchiamo il centro focale di questo disegno dalle innumerevoli diramazioni; cerchiamo la base, la pietra d’angolo, la quale subito ci appare: è Gesù Cristo. Ma in quale forma, in quale funzione? Cominciamo ad orizzontarci: il cristianesimo, fondato appunto su Gesù Cristo, è una religione di salvezza; Gesù vuol dire «salvatore» (Cfr. Mt 1,21 Lc 1,31); questa è la ragione immediata della sua venuta al mondo; recitando il Credo alla Messa lo diciamo chiaramente: «Per noi e per la nostra salute Egli discese dai cieli» (Cfr. S. TH. III 46,0-59; J. RIVIÈRE, Le dogme de la Rédemption; B. DE MARGERIE, Le Christ pour le monde; G. BEVILACQUA, L’uomo che conosce il soffrire; ecc.).
Sì, la Pasqua è la festa della Redenzione. Il mistero della salvezza vi ha la sua celebrazione principale, commemorata nel suo divino autore, Gesù: rinnovata ritualmente e sacramentalmente nella Chiesa e nei singoli fedeli che vi prendono parte degnamente.
Ma detto questo noi abbiamo sollevato una rete di ricchissime dottrine. La Redenzione suppone una condizione infelice della umanità, a cui essa è destinata; suppone il peccato. E il peccato è una storia estremamente lunga e complicata: suppone una caduta di Adamo; suppone un’eredità che travasa con la nascita stessa uno stato di privazione della grazia, cioè del rapporto soprannaturale dell’uomo con Dio; suppone in noi una disfunzione psico-morale che c’induce nei nostri peccati personali; suppone la perdita della pienezza di vita alla quale Dio ci aveva destinati oltre le esigenze del nostro essere naturale; suppone cioè un bisogno di espiazione e di riparazione, impossibili alle nostre sole forze; suppone l’avvertenza d’una giustizia implacabile, di per sé considerata; suppone una concezione, di per sé ancora, pessimista delle sorti umane; suppone una sconfitta della vita e un macabro trionfo della morte. Suppone, o meglio reclama, un disegno di misericordia divina, divinamente restauratore (Cfr. Apostolicam Actuositatem AA 5 AA 7).
Ed ecco allora il grande annuncio di Cristo entrando nel mondo: Verrò Io! (Cfr. He 10,5-10) Gesù viene come Salvatore, come Redentore, cioè come Colui che paga, che soddisfa per tutta l’umanità, per noi. Proviamo a scandagliare il significato di questa parola: vittima. Gesù viene nel mondo come la vittima espiatrice, come la sintesi della giustizia compiuta e della misericordia riparatrice. Il Vangelo, per la voce del Precursore, ha di Cristo la definizione più esatta, e per noi più impressionante e commovente: «Ecco l’Agnello di Dio (cioè la vittima, finalmente degna di Dio ed efficace per noi), ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Jn 1,29). Gesù è l’oblazione volontaria (Cfr. Is 53,7 He 9,14 Ep 5,2) di se stesso, Sacerdote e vittima, che paga per tutti il debito da noi insolvibile della giustizia divina, e lo trasforma in trofeo di misericordia. Non per nulla il Crocifisso è posto sui nostri altari; Egli è sospeso, come chiave di volta, in alto, nell’edificio, che chiamiamo Chiesa, perché nelle sue pareti noi Chiesa redenta diventiamo.
Dunque una collana di verità basilari cristiane è sospesa al mistero pasquale, che stiamo per celebrare. Pensate: nessuna manifestazione umana, individuale o sociale, realizza la «solidarietà» come questo mistero. Nessuno come questo mistero ci dà l’evidenza della «reversibilità» delle colpe e dei meriti. Nessuno ci conforta come questo a meditare e ad imitare la grande legge morale del morire per vivere. Nessuno c’insegna di più la gravità del peccato; nessuno ci ammaestra in modo più persuasivo e più consolante circa la possibilità di fare del dolore un valore, un prezzo, un merito. Ma soprattutto nessun aspetto del cristianesimo ci svela con altrettanta infuocata violenza, come il mistero pasquale, l’amore di Cristo per noi: «Egli mi amò, e sacrificò se stesso per me» (Ga 2,20 Rm 8,7 Ep 2,4 2Th 2,15 ecc). «Per primo Dio ci amò e diede il Figlio suo come propiziazione per i nostri peccati» (Jn 4,10 Jn 4,19). Gratuitamente! col solo desiderio d’essere capito, d’essere creduto (Cfr. Jn 4,16), d’essere riamato: «Perseverate nel mio amore», Egli sembra ripetutamente supplicare all’ultima cena (Cfr. Jn 15,9-10).
Siamo in piena atmosfera mistica. Ma quanto reale, quanto vicina, quanto pratica. Come può ossigenare le nostre anime inaridite, e come può dare respiro alla socialità moderna, tanto avida di sapere amare: chi e perché e come! Una definizione, non completa, ma esatta e stupenda, lasciata al nostro secolo devastato dagli egoismi più avidi e dalle guerre più feroci da un grande spirito religioso, non cattolico, ma innamorato di Cristo, Dietrich Bonhoeffer, suona così: Gesù è «l’uomo per gli altri». È vero. Da ricordare. S. Paolo ce lo aveva già detto (Cfr. Rm 14,7-9); il Concilio lo ha ripetuto (Cfr. Gaudium et Spes GS 32). Da ricordare per la Pasqua che viene. Con la nostra Benedizione Apostolica.
Funzionari e studenti
Nous aurions aimé adresser une parole particulière à chacun des groupes ici présents. Ne pouvant le faire à cause de leur grand nombre qui par ailleurs Nous réjouit, Nous saluons les fonctionnaires du Ministère des Finances du Danemark, qui séjournent à Rome pour un échange culturel avec leurs amis italiens. Soyez les bienvenus au milieu de tette assemblée.
Nous savons aussi que beaucoup d’institutions méritantes sont ici représentées, camme celle de Sainte Marie de Riom. A tous nous souhaitons un fructueux pèlerinage et de joyeuses Pâques. Et de grand coeur Nous vous donnons, au nom de Notre Sauveur, en gage d’abondantes grâces pour vous et ceux qui vous sont chers, notre Bénédiction Apostolique.
Visitatori giapponesi
Dear friends from Japan,
We weolcome you very warmly. The contacts betwen your homeland and the Holy See go back a long time. We are thinking in particular of the young Japanese nobles who came to Rome and took part in the coronation ceremony of Pope Sixtus V in the year 1585.
This present meeting allows us once again to express our special love and respect for the Japanese people. We express to you our confidence that your people will be wise and courageous enough to defend the great human values which you have maintained for so long and which are so greatly threatened at this time. The deepest respect is owed to such qualities as diligence in work, a sense of natural morality, reverence for the family and authority, love of children and recognition of the value of human life.
These are qualities that have sustained your forebears in the past. With God’s help they will assist you long into the future. They are precious qualities and irreplaceable values. By holding to what is good in your venerable traditions and at the same time thankfully welcoming the benefits brought by material progress, you will be for the world an example and a challenge of what it means to live according to the highest ideals of morality and of the spirit. In this regard we believe that the Church’s proclamation of Christ’s Gospel offers you light and strength, since in Christ are fulfilled the noblest aspirations of mankind.
We pray that Almighty God will bless all of you here present, your families at home and your entire country.
Incontro universitario internazionale
Nous sommes heureux de saluer les participants de la cinquieme Rencontre universitaire internationale. Vous mesurez, chers amis, votre responsabilite de professeurs et d’etudiants universitaires dans la société actuelle, et vous voulez coopérer, de façon positive, à l’instauration d’un humanisme plénier qui intègre les valeurs du savoir et de la culture, avec la vigueur morale.
Puissiez-vous approfondir, et aider vos collègues à découvrir, les véritables raisons de vivre qui donnent à une civilisation son dynamisme créateur, la profondeur de son humanité, la fraternité de ses liens et la fermeté de son espérance! Nous souhaitons qu’ici, les témoignages de l’histoire et de l’art chrétiens stimulent votre recherche.
Et Nous souhaitons aussi la bienvenue aux lycéennes de Strasbourg, aux parents, professeurs et aumônier qui les accompagnent. Nous vous félicitons, chers Fils et chères Filles, d’avoir choisi comme thème de votre pèlerinage: «la mission universelle de l‘Eglise». Oui, en célébrant à Rome le Seigneur mort et ressuscité, autour des tombeaux des deux grands apôtres Pierre et Paul, devant les monuments de la foi de nos prédécesseurs, au milieu de frères et soeurs catholiques venus de l’univers entier, vous comprendrez mieux le salut que le Christ apporte à tous les hommes. Priez aussi pour Nous à qui il a confié aujourd’hui le pastorat de l’Eglise. Et comment ne serions-Nous pas touché de trouver ici, avec votre groupe, deux Evêques et une Supérieure religieuse du Zaïre? Nous les saluons cordialement, en les assurant que Nous partageons de façon particulière le souci de leurs communautés chrétiennes. A tous nous souhaitons de joyeuses fêtes de Pâques. Nous implorons sur chacun d’entre vous, sur vos familles, les grâces de Notre Sauveur, en gage desquelles Nous vous donnons notre paternelle Bénédiction Apostolique.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Vi salutiamo tutti, Fratelli e Figli carissimi, presenti a questa Udienza, alla quale ci sembra doveroso attribuire un valore pasquale : è infatti la grande festività pasquale che ha condotto a Roma ciascuno di voi e ciascuno dei vostri gruppi. Il vostro viaggio romano e la vostra presenza a questo incontro con noi acquista significato di pellegrinaggio dal momento religioso, che la Chiesa sta celebrando in questi giorni, il momento pasquale, e mette gli animi vostri di fronte all’avvenimento unico e strepitoso, che fa da perno a tutta la storia umana e al destino di ciascuno di noi; questo avvenimento, voi lo sapete, è la risurrezione di Cristo, è la Pasqua. Non è soltanto una passeggiata turistica, che qua vi conduce, ovvero una semplice curiosità spirituale esteriore; è una partecipazione, che vi assorbe in una adesione, che impegna la vostra libera personalità, e vuole decidere circa il vostro interesse, circa la vostra fede a riguardo del fatto che Gesù, il Maestro del Vangelo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, colui che fu crudelmente crocifisso, e emettendo una grande voce (Mc 15,37), all’ora nona del venerdì santo, spirò piegando il capo (Jn 19,30) ormai privo di vita, e fu sepolto regolarmente e sigillato nella tomba, quel Gesù, all’alba del terzo giorno, risuscitò! Impossibile? Risuscitò.
Incredibile? Risuscitò, come era stato predetto, dalle Scritture sacre e da Lui stesso. Apparentemente, nella visione immaginaria ed estatica di alcune donne inconsolabili e ancora affascinate dalla straordinaria figura di Gesù, le quali trovato il sepolcro vuoto, si suggestionarono di rivederlo vivo? No, risuscitò realmente, nella sua stessa identica umanità. Forse la suggestione diventò collettiva, e si diffuse nel gruppo dei fedelissimi? No, anche perché questi non erano affatto disposti a lasciarsi incantare, ma proprio perché questi lo videro con i loro occhi, lo toccarono con le loro mani, e perfino mangiarono e bevvero con lui (Ac 10,41). Eccetera. Conoscete le narrazioni realistiche del Vangelo circa la risurrezione del Signore, e lo scorcio non meno concreto e realistico che ne fece S. Paolo, scrivendo ai Corinti (1Co 15).
Ma se era proprio vivo, in carne ed ossa, come mai, nei racconti scritturali su Gesù risorto. Egli appare e scompare? Entra a porte chiuse (Jn 20,19 Jn 20,26), e solo il gruppo dei discepoli gode di queste visioni? (Ac 10,41)
Il dramma si fa mistero. Notate due cose. Prima: Gesù risorto col corpo stesso che aveva preso da Maria Vergine, ma in condizioni nuove, vivificato da un’animazione nuova e immortale, la quale impone alla carne fisica di Cristo le leggi e le energie dello Spirito. La meraviglia non annulla la realtà, anzi è la nuova realtà.
Seconda cosa: questa nuova realtà, che si è documentata nelle inespugnabili prove del Vangelo e poi della Chiesa vivente di quelle testimonianze, è così superiore alle nostre capacità conoscitive e perfino immaginative, che bisognerà farle posto nei nostri animi per via di fede. Ricordate l’episodio tipico di Tommaso, che volle vedere e toccare. Gesù gli fece vedere e toccare, ma gli soggiunse: «Beati coloro che, pur non vedendo, crederanno» (Jn 20,29).
Gesù risorto fondava così sulla fede - sulla fede, ragionevole e credibile, ma sulla fede, non sensibile: ma sperimentata, ma fondata sulla testimonianza apostolica e sulla sua divina Parola - la sua società religiosa, la sua Chiesa, alla quale noi abbiamo la sorte di appartenere, per sua bontà e per nostra fortuna.
Noi vi chiediamo perciò, Figli e Fratelli carissimi, di dare al vostro viaggio pasquale romano, a questa udienza che tutti ci raccoglie nel ricordo e nella perennità del mistero della risurrezione, il valore d’un atto di certezza in quella stessa fede che scoppio alla fine, dopo l’ammonizione di Cristo: «Non voler essere incredulo, ma credente» nel cuore e sulle labbra di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!» (Jn 20,27-28).
Con la nostra Benedizione Apostolica.
Religiose e studenti
Au milieu de tant de groupes méritants auxquels Nous aurions aimé adresser un souhait particulier, comment ne pas saluer les membres de la Société de Saint-François de Sales? Chères Filles, vous êtes venues à Rome fêter le centenaire de votre Société. Vous savez la vénération que Nous avons toujours eue pour Saint-Francois de Sales, et l’estime que Nous portons à l’oeuvre de Madame Carré de Malberg, votre fondatrice. Oui, marchez hardiment dans la voie qui vous est tracée: celle de l’amour, de la perfection de l’amour, dans les moindres gestes de votre devoir d’état de célibataires, d’épouses ou de veuves. Que votre prière monte sans cesse vers le Seigneur bien-aimé, source de la vie, de la lumière, de la justice et de la charité que recherchent nos contemporains. Témoignez, au milieu du monde, de la douceur, de l’humilité, de la délicatesse de coeur, de toutes ces vertus évangéliques que vos talents de femmes sauront si bien mettre en oeuvre. Avec vos Soeurs religieuses Salésiennes Missionnaires de Marie-Immaculée, partagez largement les soucis missionnaires actuels de l’Eglise. L’Eglise a besoin, plus que jamais, de ces âmes fortes, qui puisent dans une formation doctrinale solide, une oraison fréquente et une disponibilité généreuse, une vie intérieure profonde s’épanouissant en foi, espérance et charité. De tout coeur, Nous vous encourageons et bénissons, ainsi que toutes vos compagnes.
Nous souhaitons aussi la bienvenue aux groupes de jeunes, en particulier ceux de la paroisse de Randan, et ceux des jeunes équipes liturgiques. Chers amis, en participant de façon si proche à la liturgie, vous aidez tout le peuple de Dieu, celui de vos paroisses et de vos collèges, à entrer plus avant dans le mystère du Christ ressuscité, présent dans le sacrement de son amour. C’est très important aujourd’hui. Mais la vérité exige que votre prière personnelle, votre pureté de coeur, votre comportement généreux, votre dynamisme missionnaire correspondent à cette haute fonction. Tel est le beau témoignage que vous êtes appelés à donner. Nous vous félicitons de l’avoir compris et Nous félicitons les prêtres qui emploient leur sacerdoce à approfondir en vous cette formation spirituelle et apostolique.
A tous, en gage d’abondantes grâces pascales, Nous donons notre paternelle Bénédiction Apostolique.
Pellegrini del Madagascar
Nous Nous tournons maintenant vers les étudiants et étudiantes malgaches qui poursuivent leurs études en Europe avant de regagner leur cher pays. Chers amis, vous êtes appelés à collaborer activement au développement de votre pays, sur les plans culturel, économique, social, spirituel. A vous de trouver, avec vos compatriotes, la voie originale, respectueuse des traditions de votre pays, en puisant dans l’Evangile la vigueur de la foi, le dynamisme d’une charité sans limite, le souci de la justice pour tous, et la joie d’une espérance authentique, en union avec l’ensemble de l’Eglise.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
A noi premerebbe di accendere nei vostri animi la scintilla profetica della testimonianza. Quale testimonianza? La testimonianza della risurrezione di Cristo. Voi avete diritto di chiederci: come sarebbe a dire? Noi ricordiamo che da ragazzi si faceva a gara fra quelli che riuscissero prima a salutare un altro col grido gioioso: è Pasqua! e sappiamo che nella Chiesa Orientale è sempre in uso, per il giorno di Pasqua, lo scambio del saluto: Cristo è risorto! al quale saluto la persona incontrata risponde con pari entusiasmo: è risorto davvero!
Ma voi ci direte ora: la Pasqua è passata; l’annuncio non è più tempestivo. È vero: come saluto d’occasione è per questo anno superato; ma come testimonianza del fatto miracoloso, misterioso, strepitoso della risurrezione del Signore rimane d’attualità, anzi rimane dovere. Diremo allora: non è scintilla, ma fiamma. Fiamma accesa; non soltanto lume per uso personale di ogni fedele, ma lume anche per chi ci circonda. È testimonianza, dicevamo; è il principio interiore dell’apostolato esteriore. Come è nato il cristianesimo? Come si è formata la Chiesa? E che cosa costituisce l’elemento originale ed energetico della Chiesa? La fede. La fede in Chi ed in che cosa? Nella risurrezione del Signore. Scrive San Paolo: «Questa è la parola della fede che noi annunziamo. Se tu confessi con la bocca il Signore Gesù, e nel tuo cuore hai fede che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvo» (Rm 10,9 ). Avete ancora bene presente allo spirito la narrazione evangelica dei fatti relativi alla risurrezione del Signore? Avete anche qualche ricordo della prima predicazione degli Apostoli dopo la Pentecoste? (Cfr. Ac 2,36) E certo voi sapete come nella predicazione di San Paolo e specialmente nella sua prima lettera ai Corinti (1Co 15), egli aveva un fatto da asserire come fondamento di tutta la dottrina nuova di Cristo, e cioè la risurrezione del Signore, e come egli si erigeva a storico e a maestro di questo prodigio capitale del Vangelo della salvezza, dal quale la nuova religione, anzi la nuova società, cioè la Chiesa, traeva la sua origine e la sua ragion di essere.
Da tutto questo noi vediamo l’importanza essenziale della «testimonianza» circa l’avvenuta risurrezione di Gesù. Perché, da un lato, questo fatto prodigioso fu manifestato, sì, ad esempio, in modo diretto, sperimentale e agli occhi, all’udito, al tatto agli Undici e agli altri ch’erano riuniti con loro a Gerusalemme, tanto che il Signore disse loro: «Perché vi turbate, e quali dubbi sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani ed i miei piedi; sono proprio Io; palpate e guardate, perché uno spirito non ha carne ed ossa come voi vedete che Io ho in questo momento . . .» (Lc 24,38-39); ma questa esperienza sensibile non fu continua e non fu per tutti, tanto che San Pietro, nel suo discorso nella casa del centurione Cornelio, spiegando l’ordine degli eventi che stavano realizzandosi, ebbe a dire circa Gesù di Nazareth: «Dio lo ha risuscitato il terzo giorno, ed ha fatto sì che Egli si rendesse visibile, ma non a tutto il popolo, ma a testimoni prestabiliti da Dio» (Ac 10,40-41). D’altro lato, dunque, la certezza della risurrezione del Signore è stata data, salvo a pochi (sebbene non pochissimi; San Paolo parla di «più di cinquecento fratelli in una volta», dei quali i più erano allora ancora viventi - ), non per via di conoscenza sensibile e diretta, ma per via di testimonianza, cioè per fede; fede umana, ma subito suffragata da un’altra testimonianza interiore, dalla grazia dello Spirito Santo (Cfr. Jn 15,26-27).
Ma ora ciò che a noi preme notare è la funzione che nel disegno del cristianesimo assume la testimonianza, cioè la trasmissione del Vangelo per mezzo di un insegnamento originale e autorizzato, sul quale la fede trova il suo fondamento. Che cosa significa testimonianza? È questa una parola spesso ricorrente e gonfia di significato, che vale la pena di esaminare. Testimonianza significa, per ciò che ci riguarda, l’attestazione d’una verità; significa l’affermazione della realtà d’una cosa o d’un fatto, che assume certezza per la credibilità di chi la riferisce e per una certa rispondenza della parola intrinseca alle disposizioni spirituali di chi ascolta (Cfr. Lc 24,32 Rm 10,17). E quando la testimonianza evangelica cominciò ad essere cosciente della sua missione? Essa cominciò ad essere clamorosa e potente con la Pentecoste; e ciò proprio a riguardo principalmente del fatto reale e misterioso della Risurrezione. Gesù congedandosi dai suoi discepoli aveva loro detto, preannunciando la venuta dello Spirito Santo: «Voi mi sarete testimoni, in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e nella Samaria»; e poi, spalancando i confini verso tutto il mondo: «e fino alle estremità della terra» (Ac 1,8). E chi medita su questa nascita del cristianesimo vede che i discepoli, quelli prescelti specialmente, diventano Apostoli; e gli Apostoli sono invasi da vento profetico, per annunciare l’avvenimento strabiliante e innovatore: Cristo è risorto.
«Noi siamo testimoni» ripeteranno gli Apostoli (Cfr. Ac 2,32 Ac 3,15 Ac 5,32; etc.). Di qui la fede, di qui la Chiesa.
E di qui una fontana di altre verità, dalle quali non può prescindere l’autenticità della nostra professione cristiana. Sorge dapprima il concetto di tradizione; concetto che dev’essere assai cautamente precisato, se lo vogliamo prendere nel suo significato vivente, vincolante e costitutivo di eco fedele della Parola di Dio, enunciata dagli Apostoli, cioè dai testimoni autorizzati a trasmetterla (Cfr. Dei Verbum DV 8). Con la tradizione si fonde il senso storico e dottrinale della salvezza, cioè del compimento del disegno di Dio nel tempo. Non siamo padroni delle intenzioni supreme di questo disegno; le dobbiamo riconoscere e ammirare nella lentezza dei secoli, che descrivono le due grandi fasi della storia, l’antico e il nuovo Testamento ed hanno in Cristo il punto focale, discriminante del prima e del poi (Cfr. Ep 1,10 Ga 4,4); e dobbiamo osservare e conservare gelosamente nel tumulto degli avvenimenti e nella pluralità delle situazioni, come un tesoro intangibile da non perdere; è il «deposito» prezioso, di cui S. Paolo due volte scrive a Timoteo (1Tm 6,20 2Tm 1,14). E ad illuminare questo senso storico e dottrinale, per quanto riguarda la fecondità di sapienza del deposito stesso, e la sua inesauribile applicabilità alle condizioni sempre varie dell’umanità, occorrerà un ministero di autentica derivazione apostolica, che oggi si chiama magistero ecclesiastico, al quale è affidato da Cristo la garanzia della verità e dell’unità per il Popolo di Dio a riguardo della divina rivelazione (Cfr. Lc 10,16 Mc 16,16 Dei Verbum DV 10 Lumen Gentium LG 12).
Sono verità semplici e grandi. Le quali devono tenere acceso nei cuori fedeli il mistero pasquale, e far respingere alcune moderne forme d’interpretazione esegetica di non felice autenticità, infondendo in essi la sicurezza ed il gaudio della risurrezione di Cristo, alla quale siamo chiamati ad essere noi pure associati; e possono fare di ogni credente un testimonio e un apostolo della fede cristiana.
Così che sia stimolante per ciascuno di noi l’esempio del primo eroico testimonio, il martire Stefano, «pieno di fede e di Spirito Santo» (Ac 6,5), che vide Gesù risorto e glorioso «stare alla destra di Dio» (Ac 7,55-56).
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Paolo VI Udienze 1972 - Mercoledì, 15 marzo 1972