
Paolo VI Udienze 1972 - Mercoledì, 6 dicembre 1972
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Il periodo liturgico, nel quale ci troviamo, l’Avvento, offre alla riflessione di tutti l’eterna questione: la ricerca di Dio, il problema religioso. Ancora prima che nel calendario ecclesiastico, questo problema è iscritto nell’uomo, nella sua natura, nel suo pensiero, nel suo orientamento, abbia o non abbia la soluzione, che noi crediamo vera e felice.
Osservando le sorti di questo problema nella realtà storica, psicologica e sociologica dei nostri giorni possiamo noi dire che esso, il problema religioso, abbia avuto soluzioni positive? soddisfacenti? «Grosso modo», cioè nell’insieme della cultura profana moderna, nella mentalità della gente a noi contemporanea, dobbiamo purtroppo riconoscere che il diagramma della religiosità piega verso la negazione. Lo dicevamo altre volte: l’indifferenza, il dubbio, il rifiuto, l’ostilità verso la religione segnano un aumento negativo, almeno nelle conclusioni speculative e pratiche; tutto tende a escludere Dio dal pensiero e dal costume. La vita diventa sempre più profana, laica, secolarizzata. L’uomo d’oggi si afferma, sicuro di bastare a se stesso, e di poter prescindere dal riconoscimento del nome di Dio e dalla celebrazione della sua gloria. La legittima delimitazione profana dei vari campi del sapere e dell’azione tende ad avere il sopravvento totale e ad escludere Dio da ogni campo della vita umana.
Ma facciamo attenzione. Questa esclusione, spontanea o forzata che sia, lascia un grande vuoto. Vengono a mancare i principii supremi del pensiero e dell’operare. Si tenta di mettere l’uomo al posto di Dio. Ma l’umanesimo rivela subito la sua natura: cioè esso non può non essere un’aspirazione alla vita, all’essere, un desiderio ideale, una insufficienza, una fame, un conato, e perciò spesso, alla fine, una disperazione, l’abisso cioè dell’assurdo. Potremmo citare una quantità di dolorose testimonianze (Cfr. ad es. quella di KLAUS MANN, in Ponte, 1949, PP 1451-1464).
Concludiamo, per quanto ora ci interessa, la nostra età, nel tentativo di sopprimere il ricorso a Dio, cioè la religione, qualificata come inutile, anzi nociva al progresso dell’uomo, esaspera fino alla idolatria, cioè all’esaltazione assoluta, l’aspirazione dell’uomo, fino alla delusione anarchica e nichilista (Cfr. Marcuse, etc.). L’uomo moderno è costretto a dichiararsi povero, un povero dai desideri esasperati, illusi o delusi. Egli rimane ancor oggi, secondo la definizione biblica: vir desideriorum, l’uomo dei desideri, o desiderato (Da 9,23). Perciò il processo della nostra ricerca continua. Nel deserto? Sopra un’altra traccia. La traccia della storia. Quanto non s’è parlato nel mondo contemporaneo di storia! Cioè dell’evoluzione, del divenire, del progresso, della filosofia dello spirito, quasi fosse una rivelazione in tale continua via di sviluppo da appagare, anzi da stimolare l’insaziabile sete dell’uomo. Potremmo ricorrere ad un’altra definizione biblica dell’uomo, la quale si riflette nell’uomo moderno: Filius accrescens, un giovane in via di crescita (Gn 49,22). Una bella definizione, se non fosse anch’essa fondata sopra un falso destino: il tempo, Saturno che divora i suoi figli. Il tempo, sì, è l’atmosfera della nostra vita che diviene, e che perciò è pellegrina di natura sua, in cerca, sempre in cerca verso il futuro, verso una speranza . . . La morte? anche questo aspetto essenziale della nostra vita è condannato ad una terminale sconfitta?
La speranza! nel tempo, nell’avvenimento segreto e risolutivo, anzi nel personaggio, che può dare salvezza. A questo punto si manifesta il prodigio. Nel tempo, nella storia, nell’universale tensione dell’umana speranza accade un fatto soprannaturale, cioè nuovo, gratuito, miracoloso, accade la venuta di Dio stesso nella trafila delle vicende umane, accade l’incarnazione, accade l’arrivo di Gesù Cristo; e sappiamo Chi è Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Verbo eterno di Dio, che s’inserisce nella storia dell’umanità assumendo nella propria divina e personale Esistenza una natura umana, in cui vivere umanamente, parlare, agire da uomo, soffrire e morire da uomo, e uomo per divina virtù, risorgere e vivere per sempre.
È il mistero cristiano.
Era atteso questo mistero? era previsto?
La risposta è assai delicata e complessa; ma possiamo dire di sì (Cfr. DENZ-SCH. DS 1522 DS 3009; FORNARI, Vita di Cristo, vol. I, 1).
Qui sarebbe da parlare, fra l’altro, del messianesimo, cercando di renderci conto del cammino storico e spirituale che l’apparizione di Cristo ha percorso prima d’arrivare al momento del suo compimento effettivo e temporale. Basti rileggere il prologo dell’Epistola agli Ebrei: «Iddio, dopo di avere in antico, a più riprese e in molte guise, parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi parlò a noi per mezzo del Figlio suo, che Egli costituì erede d’ogni cosa, per mezzo del quale creò anche i secoli» (He 1,1-2). Tutto l’Amico Testamento è pervaso da una prospettiva, che ha la sua traiettoria rivolta verso un’era messianica e verso un Personaggio figlio di David, considerato quale espressione storica della regalità del Popolo di Dio, della sua libertà, della sua costituzione civile e religiosa, e considerato poi simbolo d’un futuro Re ideale, il Messia, nel quale i destini d’Israele avrebbero raggiunto la loro pienezza. Canti e Profezie tengono sveglia questa speranza nel Popolo ebraico, con tanto maggiore e lirica certezza, quanto più infelice era lo svolgimento della sua storia politica (Cfr. Ps 2 Ps 35 Ps 110; Is 48, ss.; etc.).
Visioni lontane, si dirà. Come può un cittadino del mondo moderno interessarsi di queste cose? È vero; sono visioni che sembrano dissolversi negli orizzonti dell’antichità, e non avere più alcuna relazione con la psicologia della gente contemporanea, né con i fatti della nostra civiltà . . .
Proprio e davvero così? Alzate un istante la testa e guardatevi intorno. Che cosa desidera oggi l’umanità? e dove è rivolto il suo irreversibile cammino? Oh! quanto vi sarebbe da dire e da meditare!
Non aspira oggi il mondo all’unità? alla giustizia? alla pace? Non si parla, con intenzione equivoca forse, ma con aperto linguaggio di liberazione? E non è forse questo fermento continuo di novità e di progresso una tensione verso un domani luminoso e rigeneratore? E la stanchezza, l’inquietudine, il pessimismo, che invadono oggi la giovane generazione, che cosa ci dicono? Non è un vento messianico quello che soffia? Vogliamo dire: non è l’ora nostra più che altre passate predisposta, se già forse non formata, ad una mentalità messianica? E d’altro lato: quale messaggio ritorna al mondo dal Cristo di Betlemme, se non quello appunto che anticipa ‘sulle aspirazioni più alte del nostro secolo? Unità e universalità, pace e fratellanza, nobiltà e salvezza dell’uomo, amore e liberazione per ogni uomo infelice?
È l’Avvento; e questo confronto fra il nostro mondo e il vaticinio messianico di Cristo, storicamente continuato nella sua Chiesa ci obbliga ad alti, nuovi, fiduciosi pensieri.
Possano essi preparare un Natale nuovo e felice! Con la nostra Apostolica Benedizione.
Capitolari della Società del Verbo Divino
We are pleased to extend a special greeting of grate and peace in Jesus Christ to Father John Musinsky, Superior General of the Society of the Divine Word, and to all those taking part in the General Chapter. It is our hope that the Holy Spirit will guide you in the paths of wisdom and enable you, through the renewal of your Congregation, to render a great authentic service to the entire Church and to all the World. We pray that you will preach the Gospel with increased dedication, enthusiasm and efficacy - in nomine Domini.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi parlavamo dell’Avvento nelle precedenti Udienze, quasi obbligati dal presente periodo liturgico a considerare con la mentalità comune della gente del nostro tempo (non con quella propriamente teologica, né con quella del fedele che frequenta le sacre celebrazioni), il grande, il perenne, il fondamentale problema del rapporto dell’uomo con Dio, il rapporto religioso. Dicevamo così una parola circa il primo aspetto di questo problema, quello della ricerca, la quale sembra declinare verso una conclusione negativa: inutile cercare Dio, tanto non si trova, anche perché, se Dio è veramente l’oggetto della ricerca, Egli è introvabile, irreperibile: Dio è trascendente, Dio è ineffabile. E dicevamo poi d’una via singolare e nuova di trovare Dio, quella che ce lo fa incontrare nella rivelazione, nella storia, nella realtà e nella promessa d’un suo meraviglioso intervento nel mondo, nel tempo, nella nostra realtà storica; donde un secondo aspetto del problema religioso, quello dell’attesa di Dio, l’aspetto profetico, messianico, e, per noi, escatologico. Vi è un terzo aspetto dello stesso problema, l’aspetto più bello, più interessante: quello dell’incontro con Dio; un incontro, che può assumere le forme più varie e impensate; Dio è libero di presentarsi a noi come la sua inesauribile volontà creativa dispone; e l’ipotesi d’una sua presenza trova il nostro spirito o incapace di percepirla, o timoroso d’averne qualche esperienza (Cfr. Lc 5,8), ovvero straordinariamente felice per l’esuberante bontà e bellezza e intimità e comunicabilità, con cui Dio ha di fatto voluto manifestarsi.
Questo, Figli carissimi, è il vero, il grande, il beato messaggio della nostra religione: Dio è la nostra felicità. Dio è la gioia, Dio è la beatitudine, Dio è la pienezza della vita, non solo in Se stesso, ma per noi. Dio si è rivelato in amore, si è proporzionato alle nostre estreme aspirazioni; Dio ha avuto cuore per ogni deficienza, per ogni nostra cattiveria, per ogni nostro peccato. Dio si è offerto a noi come misericordia, come grazia, come salvezza, come sorpresa gaudiosa e gloriosa (Cfr. Rm 9,23; Col 1,27 1Co 2,9). Noi dobbiamo ripetere l’annunzio angelico del Natale: «Non abbiate paura, perché, ecco, vi porto una buona novella di grande allegrezza per tutto il popolo» (Lc 2,10). Sì, la nostra religione è una religione di salvezza, una religione di letizia. Non risentiamo forse dentro di noi, come di campane in festa, l’eco delle esortazioni dell’Apostolo ai Filippesi: «Siate sempre lieti nel Signore; lo ripeto, siate lieti»? (Ph 4,4)
Questa è la vera religione, la nostra religione, la nostra spiritualità: la gioia di Dio. Questo è il regalo che a noi porta Cristo nascendo al mondo: la gioia di Dio.
Ora, ecco la domanda per oggi: riusciremo noi a far capire agli uomini del nostro tempo questo messaggio religioso? Dio è la gioia, la nostra gioia? Chi ci ascolta? chi ci crede davvero? (Cfr. Rm 10,15-16) Forse non riusciremo. Non ci credono gli uomini del pensiero, ingolfati nei problemi del dubbio; non ci credono gli uomini dell’azione, affascinati dallo sforzo di conquistare la terra; non quelli della vita comune, insofferenti di meditazioni interiori . . . È la sorte del Vangelo nell’umanità (il quale vuole appunto significare: annunzio felice). Dio resterà problema, resterà negazione per molti ai quali esso pur risuona vicino; l’indifferenza, l’apatia, la sordità, l’ostilità spegneranno la voce beatificante. Vi sarà perfino chi la rifiuterà proprio perché beatificante: non è forse, diranno, l’oppio del popolo? il surrogato ai veri rimedi di cui esso ha bisogno? Noi avremo per reazione, il nostro annunzio da ripetere: Dio è la gioia.
Rimanga intanto l’annunzio acquisito alla storia religiosa della umanità: il cristianesimo ha offerto, come primo e ultimo dono, questo dogma, questa teologia, questa spiritualità: la beatitudine, raggiungibile dall’uomo, in Dio, mediante Cristo, nello Spirito Santo. Rimanga questa impavida certezza: Dio è la vera, la suprema felicità dell’uomo. Rimanga questa stupenda pedagogia per insegnare ai nostri bambini, ai nostri giovani alunni, il nostro catechismo: sì, la fede è mistero, Cristo porta la croce, la vita è dovere, ma soprattutto Dio è la gioia. Rimanga per voi, poveri, per voi, afflitti, per voi, affamati di giustizia e di pace, per voi tutti, sofferenti e piangenti: il regno di Dio è per voi, ed è il regno della felicità che conforta, che compensa, che dà verità alla speranza. Rimanga per voi, elettori spirituali di Cristo: Egli vi parla nel cuore di beatitudine e di pace; e con questo ineffabile dono Egli non placa, in questa vita presente, la vostra ricerca, la vostra sete oceanica; oggi la sua felicità non è che un saggio, un anticipo, un pegno, una iniziazione; la pienezza della vita verrà domani, dopo questa giornata terrena, ma verrà, quando la felicità stessa di Dio sarà aperta a coloro che oggi l’hanno cercata e pregustata. Dio è la gioia!
Questa espressione, che riassume la nostra attesa del Natale non contrasta con la nostra dolorosa commozione per l’improvvisa ripresa di aspre e pesanti operazioni belliche nel Vietnam, quando tutti nel mondo si pensava imminente una iniziale e pacifica soluzione del lungo conflitto, proprio in coincidenza con le feste del Natale. Essa riafferma piuttosto il nostro voto, accompagnato da più viva preghiera al Dio della pace e della letizia, che la dolorosa situazione abbia presto il suo felice epilogo non in nuove operazioni belliche, ma nelle trattative, condotte con reciproca longanimità e lealtà.
E con questo voto a tutti diamo la nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
È passato il Natale.
E adesso ritorneremo, un po’ stanchi e un po’ frettolosi, alle solite occupazioni, le quali per noi, figli del nostro tempo, sono di solito febbrili, assorbenti, e rivolte al mondo ch’è fuori di noi. Noi viviamo ordinariamente nel campo degli interessi esteriori. Il nostro pensiero, la nostra attività sono estroflessi. Non abbiamo tempo, non abbiamo modo di pensare a noi stessi; vogliamo dire, non sappiamo riflettere, stabilire un po’ di silenzio, un po’ di solitudine, un po’ di tranquillità dentro noi stessi. Anche quando la nostra attività si fa personale, cioè quando pensiamo, leggiamo, studiamo, la nostra attenzione è impegnata al di là d’un atto di coscienza soggettiva. Questo è saputo. Anzi è voluto. Caratteristica del nostro programma di vita è l’intensità delle operazioni esteriori, che occupano il nostro tempo, con orari fissi e serrati, è il lavoro assunto a un grado di pressione estenuante, tal che, appena esso ci concede qualche momento, ora o giorno che sia, abbiamo bisogno di «distrarci», cioè di uscire ancora, con ritmo e con scopo diverso, dal nostro cenacolo interiore, dal colloquio che forse vorremmo fare personalmente con noi stessi; ma abbiamo timore di sentirci soli, nel vuoto e nella noia. Abbiamo timore di scoprire la vanità delle cose (Cfr. il libro dell’Ecclesiaste, designato nella Bibbia col vocabolo ebraico di Qohèlet; e PASCAL, Pensées, 166, ss.). Ma no. Se la celebrazione della festa ha avuto davvero qualche importanza spirituale per noi, essa deve in qualche maniera rimanere, non solo nel ricordo, che subito impallidisce e si confonde nella farragine delle memorie del passato, ma nei motivi ricorrenti del nostro pensiero e negli stimoli della nostra condotta. Rimanere, cioè essere assorbito nella nostra psicologia, e segnare un’impronta nel nostro volto spirituale. Deve rimanere tanto nel dono di grazia, che il Natale avrà portato con sé, quanto nell’efficacia pedagogica, che la partecipazione alla liturgia va gradualmente svolgendo in chi da essa attinge, come da scuola perenne, l’insegnamento della perfezione cristiana.
Rimanere; siamo pratici, che cosa comporta?
Comporta un atto semplicissimo, ma di grande importanza, com’è quella d’un seme che caduto in buon terreno, mette radice, e cresce in vegetazione e alla fine porta frutto (Cfr. Mt 13,3, ss.); comporta un «pensarci su», un ripensamento, cioè una riflessione, un tentativo di approfondimento, sia speculativo, che affettivo, una meditazione teologica, o puramente spirituale che sia. Il Natale di Cristo è un fatto di tale importanza, un mistero di tale ricchezza, che merita questo secondo momento di considerazione.
Abbiamo in proposito un esempio, che a noi è sembrato sempre di grande interesse. È quello di Maria, la Madre di Gesù. Vi ricordate come S. Luca, quasi a indicare la fonte autentica del suo incantevole racconto circa la notte di Betlemme, lo concluda con questa preziosa testimonianza: «Maria poi conservava (dentro di sé) tutte queste cose, meditandole in Cuor suo» (Lc 2,19). È una confidenza delicatissima e stupenda. Essa ci rivela la vita interiore della Madonna, una seconda forma di far sua la vicenda esteriore della nascita di Gesù, della quale ella, beatissima, era stata la protagonista, la Madre. Ella ripensava, riviveva. Ella stessa cercava di meglio comprendere, di rendersi conto, di tradurre in termini di pensiero e di amore (quale pensiero e quale amore in quell’essere immacolato!), ciò che in lei e mediante lei era avvenuto in termini di fatto, di storia concreta, nelle circostanze esteriori, che noi qualifichiamo come reali. Ella cercava la realtà superiore e totale di tale fatto, nel suo significato profetico, cioè nel pensiero divino, di cui essa era espressione; cercava di penetrare, di afferrare per quanto possibile, di godere il mistero. Ella, come c’insegna il Concilio, progrediva nella fede (Lumen Gentium LG 61-65). Così dev’essere analogamente, noi supponiamo, in ogni madre, che rigenera nel cuore il proprio figlio generato nelle sue viscere; deve essere così che si forma il cuore materno. Ma quale dovette essere questo processo spirituale in Maria, partecipe, come nessun altro, dell’economia divina dell’Incarnazione, se noi troviamo nel medesimo Vangelo di Luca, ripetuto con le stesse parole quel suo atteggiamento contemplativo, a complemento della narrazione dell’episodio, avvenuto dodici anni dopo, dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù fanciullo nel tempio di Gerusalemme? Ripete infatti il Vangelo: «sua Madre custodiva nel cuore tutte queste cose» (Lc 2,51). La devozione e l’imitazione dei devoti di Maria trovano in questo spiraglio della vita interiore di lei uno stimolo delizioso e sapiente. L’esempio sublime parli anche a noi. Diciamo a noi, uomini poveri di vita interiore, perché siamo tanto ricchi di vita esteriore. Non sarebbe bello che il Natale generasse dentro di noi il Cristo interiore? cioè una qualche abitudine alla meditazione, ad un ricordo vivo del grande mistero che abbiamo solennemente commemorato? ad una persuasione di fede, ormai acquisita e riconfortata: bisogna vivere la nostra vita in unione con la vita di Cristo?
Ripensare il Natale: Dio che si fa uomo per stare con noi (Jn 1,13), per conversare con noi (Cfr. Ba 3,38), per esserci compagno di viaggio, amico, maestro, immagine del Dio invisibile (Jn 1,18 Jn 13,9), salvatore, in una parola (Lc 2,11), Natale: un lume che non si deve spegnere; il lume della vita interiore, nostra, personale, che non potrà essere solitaria e desolata, ma quasi insensibilmente si farà dialogo, si farà preghiera. Esperienza nuova, umile, facile, bellissima.
Provateci, figli carissimi.
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Religiose cistercensi in partenza per l’Argentina Carissime
Figlie in Cristo, Vogliamo rivolgere un cordiale saluto a voi, religiose della comunità cistercense di Vitorchiano, che vi preparate a recarvi in Argentina, per fondare in quella Nazione un monastero di vita contemplativa.
Mentre vi esprimiamo il nostro compiacimento, desideriamo ricordare che anche oggi, anzi oggi più che mai, è necessaria in mezzo al mondo, come un prezioso seme, la presenza e la testimonianza di voi, anime consacrate a Dio con i santi voti, perché proclamiate e viviate il valore e la gioia della povertà evangelica, che configura a Gesù povero e sofferente; della castità, che è anticipazione di beni futuri; dell’obbedienza a Cristo e alla Chiesa, condizione fondamentale di autentica fecondità spirituale. «Afferrate da Dio - scrivevamo nella nostra Esortazione Apostolica sul rinnovamento della vita religiosa - voi vi abbandonate alla sua azione sovrana, che verso di Lui vi solleva ed in Lui vi trasforma, mentre vi prepara a quella contemplazione eterna, che costituisce la nostra comune vocazione» (Evangelica Testificatio, AAS 63, 1971, p. 502).
Rispondete sempre con tutto il vostro essere all’appello di Dio e fate della vostra nascente comunità un centro di irradiazione del messaggio evangelico, vissuto nell’umiltà, nel silenzio, nel nascondimento, nel sacrificio.
Vi accompagna la nostra preghiera al Signore e alla Vergine, alla cui materna protezione affidiamo i vostri generosi propositi.
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Legionari di Cristo sacerdoti novelli
Ecco qui presenti sei novelli sacerdoti del Collegio dei Legionari di Cristo, ai quali fanno corona i loro familiari, venuti dal Messico, dalla Spagna, dall’Irlanda. Carissimi figli e fratelli in Cristo Sacerdote, la vostra presenza ci commuove e ci riempie l’animo di speranza: voi siete i continuatori della missione santificatrice, profetica e regale di Cristo, ai cui poteri voi partecipate a titolo tutto speciale, in virtù del sacerdozio ministeriale, che vi ha segregati per l’Evangelo (Cfr. Rm 1,1) affinché foste tutti consacrati alla Chiesa e alle anime. Questa designazione sacramentale è avvenuta per voi la vigilia della Natività del Signore, del mistero, cioè, che ci ricorda come il Figlio di Dio, entrando nel mondo, si sia offerto totalmente al Padre per fare la sua volontà e donarsi in olocausto per gli uomini (Cfr. He 10,5 Ps 39,7, ss.). La luce, la forza, la ricchezza spirituale di questo giorno santo non si cancelli più dal vostro cuore e vi accompagni per tutta la vita. È l’augurio che vi rivolgiamo, assicurandovi le nostre preghiere per la fecondità del ministero, a cui sarete chiamati; mentre ringraziamo i vostri genitori e familiari che, emulandovi in generosità, vi hanno offerti alla Chiesa. A tutti la nostra Benedizione, che estendiamo ai vostri Superiori e Confratelli.
Approfondire gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana
Un gruppo numeroso di giovani attira oggi la nostra attenzione e merita un particolare saluto: sono i circa duecento partecipanti alle Giornate Internazionali, organizzate a Roma dall’Ufficio Centrale per gli Studenti Esteri in Italia.
Vi accogliamo con particolare affetto, e vi esprimiamo il nostro apprezzamento per il duplice motivo che vi ha mossi a celebrare queste giornate: primo, rendere una testimonianza di fraternità agli studenti asiatici, africani, latino-americani, lontani dalle loro famiglie, facendoli così sentire meno soli in questi giorni del Natale, in cui i ricordi vanno a quanto di più caro abbiamo al mondo, con sentimenti che la luce del Figlio di Dio incarnato rende più intimi e sacri; secondo, per esprimere insieme le vostre idee circa l’elevazione e il progresso umano, civile, sociale di quei Paesi, detti del Terzo Mondo, a cui va la nostra speciale premura e sollecitudine. Voi sapete come tale progresso sia costante preoccupazione nostra e di questa Sede Apostolica, come di tutta la sacra Gerarchia e della Chiesa intera; e auspichiamo che gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana, da voi approfonditi, ispirino sempre il vostro pensiero e la vostra attività, e vi diano un fermento di salutare inquietudine per il bene dei fratelli che soffrono. La vostra generosità per gli altri vi renda più maturi, più aperti, più pensosi del dovere di prepararvi, nello studio e nel severo impegno morale, a essere domani i costruttori di una società sempre più giusta e rispettosa degli umani diritti. È il nostro augurio, che accompagniamo con la particolare Benedizione Apostolica, che estendiamo anche a tutti i vostri cari lontani.
Missionari della Costa d’Avorio
Nous saluons avec joie Monseigneur Bernard Yago, Archevêque d’Abidjan. De tout coeur, Frère bien aimé, Nous nous associons aux voeux de vos diocésains, de vos compatriotes de Cote d’Ivoire et des Pères des Missions Africaines, en ce vingt-cinquième anniversaire de votre ordination sacerdotale. Nous prions le Seigneur de faire fructifier votre ministère épiscopal, afin que la Lumière du Sauveur Jésus, celle venue de Bethléem et apportée ici à Rome par les Apôtres Pierre et Paul, resplendisse toujours davantage dans votre propre pays, répandant dans les coeurs la paix, la joie, l’amour fraternel, l’espérance: «A tous ceux qui l’ont reçu il a donné le pouvoir de devenir enfants de Dieu» (Jn 1,12). Que tette Bonne Nouvelle vous encourage, chers Fils, sur le chemin de votre pèlerinage terrestre! Et Nous, Nous vous donnons, à vous tous, à vos familles, à vos amis, avec votre Evêque, notre Bénédiction Apostolique.
«La Cruz de los Angeles»
Nuestra cordial bienvenida a vosotros, Niños españioles de «La Cruz de los Angeles», de Madrid.
En esta Navidad, habéis querido haceros eco de la Buena Nueva anunciada por el ángel en Belén, llevando a otros niños, corno vosotros, sentimientos de paz y de fraternidad. Que el encuentro con Jesús, nacido pobre y humilde en un portal, os anime en vuestros ideales de servir a Dios en los hermanos.
Con nuestra Bendición Apostólica para vosotros, para vuestros compañeros y para vuestros maestros.
Paolo VI Udienze 1972 - Mercoledì, 6 dicembre 1972