Paolo VI Omelie 1972 - Domenica, 13 febbraio 1972



SACRO RITO DELLE CENERI NELLA BASILICA VATICANA

Mercoledì, 16 febbraio 1972

Le Ceneri: questa parola concentra per noi cattolici una grande ricchezza di elementi dottrinali, i quali sono, più o meno, a tutti noti. Il rito dell’imposizione delle ceneri è un rito di penitenza, che nella liturgia odierna conduce il pensiero dei fedeli ad una duplice considerazione:

1. La fragilità estremamente effimera della vita presente, con la conseguente classificazione dei veri valori a cui deve tendere l’impiego delle nostre forze nel fugace e prezioso lasso di tempo a noi concesso per bene operare: prima del dissolvimento nelle ceneri della morte la nostra esistenza deve ricordarsi di conquistare quei titoli non vani e non caduchi, cioè i meriti davanti a Dio, che le assicurino una condizione felice nella sopravvivenza futura, disingannandola dal mettere il suo cuore nell’affannosa e peccaminosa ricerca, come fosse unica e suprema, di quei beni, che il tempo seduttore offre e divora. È una meditazione molto severa e realista sul nichilismo della vita temporale, a cui la morte tutti ci condanna. È una scossa psicologica e morale di grande efficacia; non ci dispiaccia di farne la sincera, umiliante, ma benefica esperienza. Assorbiti e incantati come siamo dall’attualismo, dall’attivismo, dall’edonismo della vita moderna dobbiamo apprezzare l’antico ed austero richiamo che la liturgia della Chiesa oggi ci rivolge, come a gente da svegliare da un assopimento funesto ad una chiarezza di giudizio sulla vera concezione della nostra esistenza, su cui incombe inesorabile l’insidia della fine temporale e il mistero della sorte futura.

ESPIAZIONE E RIFORMA


2. L’altra considerazione, sulla quale la pedagogia liturgica insisterà più a lungo è quella della penitenza. La quale esigerebbe anche più diffusa meditazione; e sappiamo perché. Penitenza vuol dire riforma, vuol dire espiazione; riforma ed espiazione che suppongono turbati i nostri rapporti con Dio; suppongono un disordine fatale fra noi e Dio; suppongono quella frattura dell’anello di congiunzione della nostra vita e del suo destino alla sorgente della vera Vita, che è Dio, la quale frattura si chiama peccato, la disgrazia più grave che possa capitare all’uomo, perché genera la sua morte eterna, ora differita, ma per sé già decretata; e anche perché l’uomo da sé non avrebbe rimedio a tanta rovina. L’uomo da sé è capace di perdersi, non di salvarsi. La penitenza si riferisce al peccato; e il peccato al distacco dal Dio vivente. Anche questo è un tema assai grave, che deve tenere sempre in sospeso i nostri spiriti, specialmente durante il prossimo periodo quaresimale, il quale è appunto rivolto alla ricerca della riparazione di questa sventura, ch’è il peccato; e la ricerca ci conduce alla sublime e straordinaria fortuna, operata da Cristo, della nostra salvezza, cioè al mistero pasquale.

La Pasqua è la redenzione compiuta da Cristo, ed è per noi la vita.

Sì, Cristo ci salva; Egli è la unica causa meritoria della nostra giustificazione. Raggiunto Lui, è raggiunta la salvezza. Teniamo bene presente questa fondamentale dottrina: solo Cristo ci salva. Come risulta dalla teologia, che l’apostolo S. Paolo specialmente illustrò e propugnò, in termini più chiari nella lettera ai Romani ed in quella ai Galati: Cristo è necessario, Cristo è sufficiente.

L'AZIONE SALVATRICE DEL SIGNORE


Ma detto questo sorge una complessa questione: come arrivare a Cristo? Basta la fede? Sì, basta per sé all’efficienza dell’operante sua misericordia; ma la fede a sua volta comporta delle disposizioni; e queste dipendono anche dalla nostra libera volontà, dalla nostra cooperazione sotto l’influsso della grazia. Cristo è la causa; la fede è la prima disposizione, la quale tuttavia ne comporta un’altra, che ora, con un termine solo, chiamiamo penitenza.

Che cosa ci insegna in proposito la prima predicazione del Vangelo? Disse il Battista: «Fate penitenza, e si avvicinerà a voi il regno dei cieli» (Mt 3,2). Esortazione che Cristo ripete (Cfr. Matth. Mt 4,17), e che l’evangelista S. Marco riporta così: «Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino; fate penitenza e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Questo ci indica l’importanza propedeutica, preparatoria della penitenza; la sua relativa necessità nel piano logico e pratico della salvezza, nel quale la libertà umana e una certa collaborazione da parte nostra non possono mancare. Non possono mancare, come disposizione, perché l’azione salvatrice del Signore possa essere in noi operante; non dopo la ottenuta giustificazione, come frutto coerente e fecondo della grazia vivente nell’anima. Abbiamo bisogno sempre di questa esercitazione penitenziale. Anche per un’altra ragione più profonda, ben nota alle anime penitenti; che è quella della solidarietà nell’economia della salvezza: vi è chi può espiare per altri, in modo infimo, ma analogo a quello di Gesù, che non per Sé, ma per noi soffrì la morte di croce; e come c’insegna ancora S. Paolo, scrivendo ai Colossesi: «Io compio nella mia carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo» (Col 1,24).

Eccoci dunque noi pure trascinati nel grande disegno della salvezza! La Chiesa non solo c’invita, ma ci spinge verso questa salutare disciplina della penitenza, destinandovi specialmente questo faticoso e gioioso cammino dei quaranta giorni, che ci conduce alla Pasqua. Una volta il digiuno, la sospensione dei futili divertimenti e qualche altro esercizio ascetico marcavano fortemente, anche all’esterno, questo periodo dell’agone cristiano. Oggi la disciplina canonica è mutata e addolcita; ma non è abolito il bisogno e il dovere della penitenza: l’umiltà, la coscienza del peccato, la preghiera, l’ascolto della parola di Dio, la carità e ogni opera buona vi possono dare espressione a tutti possibile. Non lasciamo passare questo «tempo propizio» (2 Cor. 2Co 6,2). Comincia con la tristezza delle ceneri, prosegue per il sentiero stretto della penitenza, termina nella celebrazione della Pasqua di risurrezione.








STAZIONE QUARESIMALE A SANTA SABINA

Mercoledì delle Ceneri, 16 febbraio 1972

Nel pomeriggio del 16 febbraio, mercoledì delle Ceneri, alle ore 17 Paolo VI presiede, come è ormai consuetudine, la prima stazione quaresimale sull’Aventino.

Il Papa, durante la Santa Messa celebrata nella basilica dì Santa Sabina, raggiunta processionalmente dalla chiesa abbaziale di S. Anselmo, pronuncia un’Omelia richiamando l’attenzione dei presenti sul significato della penitenza.

Paolo VI manifesta, innanzitutto, il suo compiacimento nel ritrovarsi ancora una volta insieme con la devota assemblea all’inizio del periodo quaresimale, consacrato in modo particolare alla preghiera, alla riflessione, alla penitenza e, in tempi passati più che oggi, anche al digiuno. La partecipazione del Papa al rito indica l’importanza che egli intende attribuire sia ad esso, sia a quelli che lo seguiranno fino alla Pasqua. Non si tratta di ripetere gesti, cerimonie, preghiere incomprensibili per i nostri tempi. Non sono atti anacronistici. Il Papa riafferma chiaramente l’attualità della Quaresima, di questo tempo di spiritualità orante e penitente che la Chiesa propone ai fedeli affinché si preparino alla degna celebrazione e al degno frutto del Mistero Pasquale. Non è vano, non è superfluo, per arrivare al Cristo risorto, anteporre questo periodo in cui ciascuno, secondo le sue possibilità e nei modi indicati dalla Chiesa, si propone di disporsi alla Pasqua.

In realtà, il nostro tempo dimostra una scarsa consonanza, per non dire una certa sordità, a questo invito. Ma il nostro tempo è anche il tempo delle grandi imprese e ci insegna, più che mai, la necessità della preparazione delle opere. Non si arriva a determinati risultati senza il tirocinio, la predisposizione, il preciso disegno, senza premettere il pensiero alle realizzazioni. La «psicologia della preparazione» è tipica del nostro tempo, ce la propongono i figli di questo secolo. Tuttavia si fa avanti un’obiezione di fondo radicale incalzante: non si vedono più i motivi di una preparazione come questa. La penitenza, come il Papa ha avuto modo di sottolineare al mattino, durante il rito dell’imposizione delle Ceneri, presuppone il peccato, mentre il nostro tempo ha perduto la coscienza del peccato. Se ancora ne resta qualche segno, lo soffoca. L’uomo di oggi non vuole sentirsi peccatore, vuole piuttosto coonestare ogni azione con la tolleranza, con la licenza. La chiamano «morale permissiva» e tende a liberare l’uomo da tutti i vincoli che i moralisti, i canonisti e gli asceti hanno imposto alla sua coscienza. Quando si arriva all’incontro fra la mentalità corrente e la mentalità che si rifà alla realtà del peccato, in gran parte misteriosa ma d’altra parte vivissima nel nostro spirito, sembra di trovarsi come fuori fase. Ma le ragioni di questa disciplina sono ancora attuali, perché le nostre azioni hanno una relazione diretta con Dio. Quando non sono sulla linea che Dio ha tracciato, allora la deviazione rompe la nostra comunicazione con il Signore. Questa rottura è per noi una grande disgrazia, può essere fatale; il peccato può essere mortale, può compromettere cioè il nostro destino eterno. Se siamo coscienti di questa realtà, allora diventa logico e desiderabile essere chiamati all’espiazione, allo sforzo verso il ricongiungimento del «filo spezzato» che ci rimette in comunicazione con la sorgente della vita, cioè con Dio.

Il Santo Padre si rivolge, a questo punto, in modo particolare ai religiosi e alle religiose presenti, a quanti cioè si trovano sul cammino erto e rettilineo della perfezione. Essi ben sanno quale impegno sia necessario per mantenere, per svolgere e per approfondire la perfezione cercata e voluta. Lo vediamo documentato nella vita dei Santi. Quanto più un’anima è vicina alla perfezione, tanto più ha il senso, quasi abissale, della sua imperfezione, dei suoi peccati. Non è fantasia, non è immaginazione. È la percezione della realtà del mondo spirituale, che ci mostra come la sproporzione fra quello che siamo e quello che dovremmo essere, fra quello che siamo e quello che è quel Dio che andiamo cercando e che vogliamo conquistare, esiga da noi una tensione, uno sforzo, un sacrificio. Se vogliamo veramente imitare Cristo, dobbiamo accettare le sue parole non come un invito retorico, ma come un programma vincolante che impone tanta riflessione: «Chi mi ama mi segua; ciascuno prenda la sua Croce e la porti».

Nasce da qui una domanda sostanziale: vogliamo un cristianesimo facile o vogliamo un cristianesimo forte? La tentazione del cristianesimo facile penetra oggi ovunque. Arriva anche ai religiosi e alle religiose - osserva il Papa - che dedicano la loro vita all’austerità e alla severità. Quella tentazione comincia a intaccare non solo la disciplina esteriore, come l’abito, l’orario, e così via, ma anche le radici del cristianesimo; arriva alla fede. Molto spesso ci troviamo di fronte, in libri o trattati, forme di presentazione del cristianesimo che hanno il tacito o palese proposito di renderlo accettabile, di renderlo, come si dice, «credibile». Questi maestri, che sono discepoli del secolo più che del Vangelo, non osano forse intaccare le verità basilari, che invece restano superiori ad ogni nostra intelligenza? Sta il fatto che nella scuola, nella pedagogia moderna è diffuso il tentativo di rendere facile il cristianesimo, di sfrondarlo di tutto ciò che disturba, sia in campo dottrinale, sia nel campo pratico, quello cioè dei comandamenti. Si tende a eliminare ogni inciampo, per lasciare che l’uomo viva di spontaneità, in pienezza di vita, in modo autonomo. Commettendo un grande errore psicologico, si pensa di presentare ai giovani un cristianesimo facile, senza tante regole, senza tanti pesi e tanti scrupoli, un cristianesimo comodo. Si cerca cioè di rendere facile quello che ancora soprattutto preme, cioè la professione cristiana.

Ci si appella, nota Paolo VI, anche ai testi evangelici. Si dice che il Signore è buono, che ci ha liberati nella verità, e che si deve quindi consentire a chi vuol essere cristiano di seguire una linea di spontaneità e di libertà. Si propone un cristianesimo facile, privo del grande segno pregnante della Croce. La Croce viene considerata come un segno ornamentale e simbolico. Ancora, fortunatamente, non è scomparsa dagli uffici pubblici, dalle scuole, e tanto meno dalle chiese. Resta lì. Ma riflette ancora sulle anime lo stampo del suo esempio e l’eloquenza della sua filosofia, della sua teologia, della sua pedagogia? Sulle pagine del Vangelo troviamo che il Signore, quando ci ha presentato il cristianesimo, non ha esitato a sfidare la popolarità della sua predicazione, manifestando le esigenze severe del cristianesimo stesso. Ha detto che la via per il Regno dei Cieli è stretta e faticosa, e che quanti preferiscono la strada larga si perdono. Lo stesso discorso della montagna, che sembra un inno di gioia, segna le pretese nuove del cristianesimo vero, quel cristianesimo che non si formalizzerà per delle manifestazioni esteriori, esigendo invece dei sentimenti interiori. La severità delle parole di Cristo ci fa tremare, ci avverte che siamo infedeli, manchevoli, poveri seguaci del Signore. Tutta la vita cristiana è caratterizzata da una grande severità. Lo stesso Apostolo che è considerato il grande liberatore, dice: «Io castigo il mio corpo, e lo riduco in schiavitù, affinché, dopo aver predicato agli altri, non diventi reprobo io stesso». San Paolo è severo, austero: «Sono inchiodato, con Cristo, sulla Croce».

Anche San Benedetto, come del resto tutta la progenie, la tradizione del cristianesimo, raccoglierà senza attenuarla questa grande lezione e farà dei veri seguaci di Cristo. La formula che dobbiamo far rivivere nella nostra generazione è quella di un cristianesimo forte, che abbia padronanza di sé, che sia capace di portare quella Croce la quale è necessaria per ricomporre l’armonia del nostro essere. L’uomo - ricorda Sua Santità - è un essere scomposto, è una macchina dislocata. In noi c’è qualcosa di non ordinato: sono le conseguenze del peccato originale. Per ricreare l’armonia, la capacità di colloquio con Dio, di amore per il prossimo, di azioni oneste occorre un grande sforzo. Non viene da sé. Bisogna che ci concentriamo sopra noi stessi, per imporci una legge di mortificazione, di penitenza, di sacrificio. Dobbiamo segnare noi stessi del segno della Croce. Ed è allora che ci sentiamo di essere più autentici, cioè più fedeli, più seguaci, più vicini agli esempi e ai precetti del Signore, e sentiamo che in noi si risveglia un’energia particolare.

Se avvertite il naturale senso di pena - precisa l’augusto Celebrante - quando vi imponete qualche sacrificio per amore del Signore, per l’osservanza della sua legge, per riflettere nelle vostre vite la sua sollecitudine, sentite anche la gioia di essere veramente fedeli, la forza di fare ciò che vi sembrava prima tanto difficile.

L’esortazione del Santo Padre non si riferisce alle severità fisiche, come per esempio a grandi digiuni oggi incompatibili con le esigenze della vita moderna, così permeata di impegni, così attiva che non consente di castigare la propria povera esistenza con artificiali mortificazioni. Gli antichi maestri ci parlano di una penitenza interiore, quella che i greci chiamavano «pneumatica», cioè dello spirito. Anche il Signore ce ne parla. E questa è possibile a tutti. Avvertiamo che la nostra cella interiore è invasa attualmente da tante immagini, suoni, voci, da tanta profanità che provengono dal mondo moderno. La Quaresima ci invita a imporci qualche silenzio, qualche riguardo, a metterci a colloquio con noi stessi. Il Papa ricorda, in proposito, quanto fu scritto di San Benedetto: Secum vivebat.

Per realizzare il colloquio interiore con noi stessi dobbiamo imporci un po’ di raccoglimento, di silenzio, di distacco dall’ambiente che ci distrae. È questo la penitenza, il recupero delle nostre energie e del nostro essere. Questo è diventare veramente cristiani. Paolo VI invita i presenti ad ascoltare più attentamente, nel periodo che prepara alla Pasqua, la parola del Signore, a cercare di essere veramente i correttori di se stessi, ma anche a cercare di fare il bene degli altri. Richiamando le letture della Messa, il Papa sottolinea che la penitenza non è una chiusura dell’anima; è piuttosto uno sforzo perché essa si apra al bene, all’effusione di sé per il conforto e per l’elevazione altrui. «La raccomando a voi, - egli conclude - la predico a voi, e mi sento tanto felice di sapere che voi non solo ascoltate queste parole, ma le praticate nel nome di Cristo».








STAZIONE QUARESIMALE NELLA PARROCCHIA DI SAN PIER DAMIANI


Domenica, 27 febbraio 1972

Una fervida esortazione ad amare la Chiesa è il tema del Santo Padre nella Omelia pronunciata durante la Messa nella parrocchia di San Pier Damiani ai Monti di San Paolo in Acilia, dove il Papa è presente per la stazione quaresimale.

Paolo VI innanzitutto richiama l’attenzione dei presenti sul motivo della visita. Egli l’attua come Vescovo di Roma, e desidera sottolineare il particolare vincolo di parentela spirituale che lo lega ai parrocchiani di S. Pier Damiani in quanto componenti della stessa diocesi romana. Indica poi tra i motivi principali della sua venuta il fatto che la parrocchia sia dedicata a San Pier Damiani e sottolinea la presenza del Cardinale Cicognani, presidente del comitato per le celebrazioni in onore del Santo, con i presuli che del comitato stesso fanno parte.

Il Santo Padre si sofferma quindi sull’attualità dell’insegnamento di San Pier Damiani, il quale, nove secoli or sono, disse parole, compì gesti, assunse posizioni che trovano riscontro nella situazione del nostro tempo. Il Santo, fu, tra l’altro, vescovo di Ostia, e a quel tempo la zona dove oggi sorge Acilia si trovava proprio nel territorio di quella diocesi. Fu vescovo, fu cardinale. Prima era stato monaco, e ancora tanti monaci camaldolesi continuano la sua tradizione, a cominciare dall’abbazia di Fonte Avellana, un complesso storico, antichissimo in cui si conservano tuttora i tesori originali delle sue opere.

Ma la ragione principale che spinge oggi a onorare questo Santo, al quale da dieci anni è dedicata la parrocchia scelta dal Papa per la visita quaresimale, consiste nel fatto che egli fu esemplarmente «uomo di Chiesa». Questa caratteristica emerge come la nota saliente da tutta la sua vita, piena di avvenimenti e di opere prodigiose. Fu monaco, fu maestro e fu ambasciatore dei Papi del suo tempo. Certe sue lettere e pagine sono vibranti come quelle degli scrittori che hanno lo slancio dell’espressione più ardita e più forte. San Pier Damiani scrisse i suoi libri per la Chiesa. Egli amò intensamente la Santa Chiesa, la Santa Chiesa Romana, di cui fu strenuo difensore. Le parole che ci ha lasciato sulla funzione del Papa che deve presiedere a tutta la Chiesa sembrano scritte negli anni del Concilio Ecumenico Vaticano II. Per ordine di Cristo, il Successore di San Pietro deve avere la responsabilità di tutta la Chiesa, deve portare il suo servizio a tutta la Chiesa.

Questa prerogativa del Sommo Pontefice fu energicamente difesa da San Pier Damiani in tempi, purtroppo, corrotti. Noi sentiamo tanto spesso parlare male della nostra società, e non di rado a buon diritto. Abbiamo molte cose da lamentare. Ma era forse migliore quel tempo? Grazie a Dio, osserva il Santo Padre, i nostri tempi sono migliori. Allora erano decaduti i costumi, i sentimenti del vivere cristiano, e purtroppo anche nell’interno della Chiesa. Perfino alcuni ministri della Chiesa, meritarono riprensione e rimprovero. Nel periodo della vita di San Pier Damiani ci fu più di un antipapa. Era quasi difficile sapere quale fosse il vero Papa. Ma il Santo, seguendo la logica del Vangelo, la logica del Diritto Canonico, della legge della Chiesa, sapeva distinguere il vero Papa. Con forza tremenda, inveiva e scriveva contro chi abusava delle possibilità sfrenate di quei tempi per arrogarsi diritti che non aveva, contro i laici che, secondo un vizio diffuso, comperavano gli uffici ecclesiastici, ottenendo così ricchezza e potenza per sé e per i propri familiari. Contro questo disordine insorse San Pier Damiani, così come molti altri. Paolo VI ricorda, per esempio, l’abate di San Paolo, Ildebrando, che, in seguito divenuto Papa Gregorio VII, impose la libertà della Chiesa contro le intromissioni del potere secolare, stroncò questi vizi e dette gradualmente alla Chiesa un’espressione genuina, sana, dirigendola verso i suoi scopi spirituali e morali.

L’esempio di San Pier Damiani ci invita ad amare la Chiesa. È questa la richiesta del Papa alla parrocchia che porta il nome del Santo, alla diocesi di Roma e a tutta la grande famiglia universale di Cristo che arriva ormai a tutti i confini della Terra. È un invito a voler bene all’umanità, perché è di Cristo e perché Cristo l’ha amata, ha dato il suo sangue per salvarla e ne ha fatto una famiglia di fratelli destinati ad essere una cosa sola con Lui. Bisogna amare la Chiesa proprio come ideale dell’umanità, come scopo delle intenzioni divine sulla vita umana.

Tra i sentimenti degli uomini quello dell’amore per la Chiesa deve essere emergente. L’amore alla Chiesa deve trovarsi al vertice della piramide, perché la Chiesa è l’umanità amata da Cristo, esaltata da Cristo. Noi tutti siamo componenti di questa famiglia umana, e l’appartenenza a questa società religiosa spirituale è per ciascuno motivo di sacrificio, di servizio, di speranza e di gioia. Essere nella Chiesa significa avere una grande confidenza nella vita. Tanti sono sconsolati, disperati. Noi che apparteniamo alla Chiesa dobbiamo essere sempre felici di appartenere a questa famiglia di Cristo che si chiama Chiesa.

Ce lo insegna San Pier Damiani. Si sentono, nel nostro tempo, tante parole offensive verso la Chiesa, parole non solo di critica, che può avere uno scopo, ma di contestazioni avanzate quasi per difendersi, nella vita sociale, dalle espressioni di vita che non si considerano autentiche e buone. Viviamo in un periodo in cui si cerca di colpire lo scandalo nella Chiesa, di trovarlo anche se non c’è, di vedere tutto sotto una luce sinistra. La critica è facile e spesso, specie presso le giovani generazioni, si presenta come un vezzo elegante.

Come si comportò San Pier Damiani di fronte ai difetti della Chiesa, che allora erano molto gravi? Egli amò la Chiesa ed insegnò ad amarla. Dobbiamo amare tanto più la Chiesa quanto più essa ci si presenta inferiore a quello che dovrebbe essere. I mali stessi della Chiesa devono essere per noi motivi per amarla di più. Come amiamo di più una persona ammalata perché ha bisogno di essere assistita, così dobbiamo amare di più la Chiesa nelle sue infermità, nelle sue debolezze, nelle sue ombre umane.

La Chiesa dovrebbe essere santa, buona, dovrebbe essere come l’ha pensata e ideata Gesù Cristo. San Paolo mette il titolo di «sposa di Cristo» nel cuore e sulle labbra di Gesù. La Chiesa deve essere bella, splendida, santa, pura. Così dobbiamo pensarla e desiderarla, anche se tante volte vediamo che qua e là non è vestita di questi meriti. Se siamo veramente figli della Chiesa, se abbiamo capito il disegno di Cristo dobbiamo amarla con maggiore forza, cominciando noi stessi a essere più fedeli, più osservanti, più bravi nella preghiera e nell’esercizio delle virtù cristiane. Si riedifica la Chiesa se ciascuno, personalmente, si sforza di essere autentico nella fedeltà che la Chiesa ha il diritto di pretendere.

San Pier Damiani ha veramente amato la Chiesa e ha vissuto da uomo di Chiesa. Ha predicato la penitenza e ha fatto penitenza. Ha insegnato la preghiera ed è stato uomo di preghiera. Ha invitato ad essere onesti e la sua vita è stata splendente di virtù e di onestà. Ha pregato perché la Chiesa fosse purificata dalle sue scorie ed ha dato egli stesso testimonianza alla Chiesa con la sua integrità e con la purezza della sua vita.

La mancanza che più frequentemente commettiamo, osserva a questo punto il Santo Padre, è quella di essere incoerenti. Siamo battezzati: dobbiamo dunque essere tutti figli di Dio e degni di questo titolo. Lo siamo veramente? Diciamo di essere cristiani: applichiamo dunque la legge cristiana alla nostra vita. Diciamo di essere buoni fedeli: siamo veramente fedeli? La logica ci obbliga a trarre le conseguenze da questa nostra dignità cristiana. Se siamo cristiani, da cristiani dobbiamo vivere. Dobbiamo dimostrare con la nostra vita e con i nostri sentimenti che l’essere fedeli figli della Chiesa non è un nome vano, non è un attributo insignificante.

Paolo VI richiama poi l’attenzione dei presenti sul brano evangelico letto poco prima, quello della Trasfigurazione. Gesù, con tre dei suoi discepoli, si reca su un monte: forse il Monte Tabor, nell’alta Galilea. Arrivano stanchi, di notte. I discepoli cadono a terra e si addormentano. Gesù invece si raccoglie a pregare da solo. A un certo punto gli occhi dei discepoli dormienti si aprono perché si è accesa una gran luce. Vedono che Cristo si è trasfigurato. Il testo parla di una specie di metamorfosi. Gesù è mutato. Il suo volto è irraggiante come un sole e abbaglia i discepoli. Le sue vesti, che erano quelle di un povero viandante, sono diventate candide come la neve, bianche come la luce. I discepoli restano sbalorditi, incantati. Pietro, che è sempre il più impulsivo, il più generoso, il più pronto, il più entusiasta, comincia a parlare. Esprime la gioia di trovarsi lì. Vede vicino a Gesù due altri personaggi. Come li riconosca, non sappiamo. Ma ha un intuito: capisce che sono Mosè ed Elia. Propone di fare tre capanne e di restare in quel luogo così bello. Ma ecco diffondersi un alone luminoso che circonda i tre personaggi: Cristo è al centro, irradiante. I due misteriosi accompagnatori che rappresentano l’uno la legge dell’Antico Testamento, l’altro la profezia, stanno parlando con Lui. La nube li avvolge; i discepoli si gettano a terra. Si ode una voce, profonda, dolcissima, celeste, che dice: «Questo è il mio Figlio amatissimo. Ascoltatelo». I discepoli restano esterrefatti e non hanno il coraggio di sollevare la testa. Si sentono toccare da Cristo, che li invita ad alzarsi. La scena è scomparsa.

Ci sarebbe da chiedersi, come i discepoli conoscessero Gesù. Fino ad allora, lo conoscevano con i loro sensi, come la loro conversazione con lui, la sua compagnia lo avevano a loro presentato: come un uomo. Anche se intravvedevano in Lui qualcosa di singolarissimo, erano affascinati dalla sua presenza, dalla sua parola, dai suoi miracoli, lo vedevano come l’uomo Gesù, il profeta, il maestro. Ma in quel momento videro che in Gesù c’era qualche altra realtà, lo videro trasfigurato, lo videro in trasparenza, lo videro illuminato e illuminante. Si accorsero che Gesù non era soltanto un uomo, ma era un mistero. E la voce dal cielo annunciò questo mistero: è il Figlio di Dio, è Dio fatto uomo. Ascoltatelo. La sua Parola esige d’essere ascoltata perché è venuta dal cielo. Egli è Colui che porta la Parola di Dio nel mondo. È il Verbo, la Parola di Dio che si è fatta uomo, che si è fatta carne nostra. È svelato il mistero dell’incarnazione.

Il Papa invita gli ascoltatori a tener sempre in mente questa immagine del Vangelo che la Chiesa ci propone di meditare. La Chiesa, è un altro Cristo, è Cristo che passa attraverso la storia, è Gesù che si prolunga nel tempo, è il Corpo Mistico di Cristo. Guardando questo Corpo Mistico, vediamo delle persone come tutte le altre, magari anche difettose, che smentiscono con la loro condotta il titolo sovrano di cui sono insignite, cioè il titolo di cristiani. Vorrei, esorta il Santo Padre, che aveste la capacità di intravvedere nella Chiesa la luce che porta dentro, la capacità di vedere trasfigurata la Chiesa, di vedere cioè quello che il Concilio ha illustrato tanto chiaramente nei suoi documenti. La Chiesa racchiude una realtà misteriosa, un mistero profondo, immenso, divino. Dio è nella Chiesa. La Chiesa è il sacramento, il segno sensibile di una realtà nascosta che è la presenza di Dio tra noi. È l’apportatrice di Dio nel mondo. Non è un’apparizione che sfugge; è un destino, un nostro destino perché reca con noi la vocazione di cui siamo insigniti, di diventare figli di Dio, viventi di Dio. Cristo è il grande disegno di Dio di abbassarsi, di farsi come noi perché noi diventassimo associati alla sua vita. Siamo tutti destinati a diventare divinizzati e la Chiesa porta con sé questa vocazione, questo mistero, questa forza che ha di farci cristiani, di trasfigurarci.

Il Papa invita a concepire la storia, tutti i nostri dolori, le nostre fatiche, le nostre gioie, come eventi convogliati a diventare immagine e trasparenza di Dio. Sono parole difficili, ma sono reali, sono belle, sono vere. Tutti vorrebbero vedere un miracolo, ma il miracolo siamo noi stessi se siamo cristiani. La Chiesa è anche umana, ma è la sposa di Cristo, è la bellezza di Cristo, è la virtù di Cristo, è la vocazione di Cristo alla umanità di diventare suo Corpo, di vivere di Lui, di essere unita in Lui, di essere trasfigurata dalla sua presenza e dalla sua virtù divinizzatrice. Ecco il messaggio che il Papa lascia a questa parrocchia, dove è venuto ad onorare il Santo che ha amato la Chiesa e che ha visto in lei, nonostante tutti i suoi difetti, le sue colpe, le sue bassezze, la sposa di Cristo. C’è qualcuno escluso da questa vocazione, da questo destino? È escluso soltanto chi non vuole essere chiamato, chi ama il peccato, e staccarsi dalla Chiesa, preferisce rinunciare a questa fortuna, giocando con la sua sorte eterna. Ma se invece - conclude il Santo Padre - accettiamo con umiltà e con gioia l’invito ad essere figli della Chiesa, membri di questo grande Corpo, siamo destinati fin da adesso a vedere questo destino in una forma sacramentale, dove il segno c’è e la realtà dentro è nascosta. E inoltre siamo pure destinati a veder sfolgorare, come Cristo sul monte, la nostra sorte di essere anche noi figli di Dio, figli per l’eternità.








RITO QUARESIMALE A SANTA MARIA DELLA VISITAZIONE

Domenica, 19 marzo 1972

Il Santo Padre si reca, nel pomeriggio, alla chiesa parrocchiale di Santa Maria della Visitazione a Casal Bruciato sulla via Tiburtina, dove celebra la Santa Messa. Dopo il Vangelo egli rivolge la sua parola ai fedeli soffermandosi sull’importanza della verità e realtà religiosa per gli uomini del nostro tempo. Riportiamo i pensieri principali dell’Omelia.

Il Papa saluta i presenti ricordando le parole di Gesù ai discepoli quando essi, durante una burrasca, lo videro che camminava sulle acque. Si spaventarono e dissero: «È un fantasma». Ma Cristo gridò da lontano: «Non abbiate paura, sono io, confidate». «Il saluto di Gesù vuol essere il mio in questo momento - così Paolo VI -. Forse vedete il Papa per la prima volta, e avete qualche timore, qualche riserbo. Ebbene, vi dico: non abbiate paura. Sono io, uomo come voi, bisognoso della misericordia del Signore come voi. Siate tranquilli e siate contenti».

Il Santo Padre esprime quindi la sua riconoscenza al Cardinale Vicario, presente al rito nonostante una recente malattia, elogiandolo per l’opera che presta in sua vece per l’assistenza pastorale di Roma, che tanto si espande e che tanto ne ha bisogno. Poi il Papa saluta e ringrazia il vescovo ausiliare Monsignor Zanera, gli altri Presuli, i parroci della prefettura della zona, la comunità parrocchiale tutta, nella persona del suo parroco Don Gregorio; i sacerdoti che lo assistono, le Suore missionarie Minime del Sacro Cuore, che si prodigano in particolare nell’assistenza ai fanciulli; infine tutte le famiglie. Ha quindi sottolineato alcune delle attività della parrocchia, come il gruppo catechistico e tutte quelle che cominciano a riunire i fedeli in nuclei distinti i quali poi concorrono a fare di tutta la comunità un corpo organico e bene organizzato. «Cercate davvero di comporre la vostra parrocchia in queste forme, che rendono più facile, più efficace, più rispondente alle necessità il ministero del parroco».

ATTIVITÀ, OPERE, IMPRESE


Paolo VI ricorda di aver visto, avviandosi verso la parrocchia, numerosi gruppi di giovani: sono le generazioni nuove che non hanno ancora la conoscenza esatta di che cosa sia la Chiesa. Invita perciò i presenti ad aprire generosamente le braccia a questa gioventù, facendo capire ad essa che nella Chiesa potrà trovare comprensione, aiuto, elementi per dare un senso alla vita. All’insieme della comunità parrocchiale, il Papa intende lasciare, a ricordo della sua venuta, la risposta a una domanda che è ripetuta nel nostro tempo da diversi ambienti, da tante correnti di opinione pubblica: a che cosa serve la religione? Siamo infatti abituati a giudicare ogni cosa dalla sua utilità. Il nostro mondo è ricco di attività, di opere, di imprese. Per ciascuna, ci si chiede di solito quale sia la sua funzione; e questo interrogativo non risparmia la religione, la fede, la Chiesa. Che utilità v’è nel costruire una chiesa per radunare la gente, per far sì che si preghi? Tanti, purtroppo, rispondono che non serve a niente, che nel nostro tempo non c’è bisogno della religione. Si può vivere bene - sostengono - anche senza questa espressione dello spirito umano, senza questa organizzazione speciale che compone la comunità, cioè senza la Chiesa. Sembra che il mondo, anche prescindendo dalla fede, vada avanti lo stesso. Si compiono infatti opere grandi; gigantesche realizzazioni coprono la faccia della terra. L’industria, il commercio, la cultura, la scuola, la scienza, la sanità sono tutti campi dell’attività umana dove la religione non appare direttamente. Oggi si cerca di secolarizzare la vita, di renderla cioè spoglia di tutti i vincoli, di tutti i ricordi che possono unirla a una fede religiosa. Vogliono liberare (così dicono) il mondo da questa sopravvivenza, che le generazioni venute prima di noi hanno tanto amato e professato, e reso celebre con chiese, monumenti e opere d’arte.

Il mondo moderno, invero, mostra di tendere a questa secolarizzazione. Ma è bene che sia così? Si può vivere senza la fede? Specialmente coloro che vivono a Roma possono vivere senza sentirsi membri della Santa Chiesa di Cristo?

In realtà questo mondo, che ha tante opere grandi, belle, ricche, nuove, non è contento di sé. Non è soddisfatto, non è tranquillo. Sentite, ha domandato il Papa, il disagio che c’è nel mondo? Non vedete la vita sociale turbata da tante inquietudini, da tante lotte, da tante cosiddette ideologie irriducibili e in contrasto fra loro? La gente, in fondo, è infelice. E tanto più gode, tanto più è scontenta. Tanto più possiede, tanto più si sente insoddisfatta. Manca qualcosa; nel mondo c’è una disfunzione. Qui manca la libertà, là manca il pane, qui manca la giustizia, là manca la cura necessaria per lo sviluppo.

Il mondo manca di Dio, manca di fede, manca di ciò che da Dio gli può venire. L’uomo non vive di solo pane, cioè soltanto di tutte le cose che vengono dalla terra. L’uomo ha bisogno di qualcosa che viene da più in alto, di ciò che scende dalle labbra di Dio: della Parola di Dio.

RENDERE LOGICA LA NOSTRA VITA


Paolo VI richiama questa frase di Gesù letta poco prima nel Vangelo: «Quando si cammina nelle tenebre, non si sa dove si va». Si va a tentoni. Il mondo contemporaneo, nel suo aspetto visibile, corre, moltiplica i suoi passi, ma è un cieco che cammina nelle tenebre. Abbiamo bisogno di luce, di verità, di principi, cioè di poter rendere la nostra vita logica, derivata da alcune affermazioni che ci mettono in contatto con Dio. L’uomo oggi è nel mondo senza sapere donde viene, dove va e perché vive. Il perché della vita gli sfugge. È bravissimo l’uomo moderno, ma non sa perché lavora. Non a caso si nota che la cosiddetta contestazione di questi anni, che è una forma di ribellione contro ciò che il mondo crea di più bello e di più grande, nasce specialmente là dove il mondo si è affermato con maggiori opere e con maggiori documenti della sua potenza e della sua sapienza. Proprio dalle nazioni più evolute sale questo senso di nausea della vita, questo malcontento di ciò che si fa, questa insoddisfazione radicale.

«Se uno cammina nelle tenebre, non sa dove va». Occorre che si accenda una luce. E questa luce è la fede, è la nostra religione, è la Parola di Cristo che ci dice donde veniamo, dove andiamo e perché esistiamo. Il segreto della nostra esistenza è in questa rivelazione che ci è data da Cristo, dal suo Vangelo e da questo strumento della Sua voce che si chiama la Chiesa. Il Papa è veicolo, tramite della Parola di Cristo che illumina. Quando in un ambiente oscuro, nella notte, si accende una luce, gli occhi vedono le cose. Le cose acquistano un posto, una figura, un senso. Ebbene, ciò che dà un senso alla nostra vita è la luce centrale della fede.

Quando si ha la luce, si opera, si cammina, si tocca, si sente, si parla, si crea un vincolo sociale di comunità. La Chiesa, con la sua luce, crea la comunità vera tra gli uomini. Dalla verità nasce la carità, nasce l’amore, nasce la simpatia verso il mondo, verso le cose, verso gli altri. Nasce l’impulso a volersi bene vicendevolmente perché ci si conosce. E ci si conosce come fratelli: siamo tutti figli di Dio, destinati a quell’esperimento che si chiama vita presente, per guadagnarci la vita futura.

COME RISOLVERE LE QUESTIONI SOCIALI


Nasce il desiderio di ringraziare il Signore perché ci dà il pane. E nasce l’ansia di trovare il pane per chi ha fame, di diventare cioè provvidi, solerti, solleciti, bravi a dare una soluzione a tutte le questioni. Le questioni sociali, ha osservato il Papa, sono quelle che oggi premono di più sulla coscienza della vita pubblica. Bisogna risolverle. Ma come daremo giustizia, pane, libertà, diritti a chi non li ha? Chi solleverà il povero, l’oppresso, e lo renderà uomo degno e cittadino civile come gli altri? Ebbene, è la verità, che ci guida, che ci parla dall’alto e ci fa intendere il vero significato, il fine, la bellezza, la gioia dell’opera di Dio. Bisogna derivare dalla fede, dal fatto che ci si riunisce in chiesa per pregare il Padre e per incontrare Cristo benedetto nella Eucaristia, l’impegno per la giustizia. E nel cercare di rendere vive e operanti nella vita le parole del Vangelo ci si trova di fronte a due grandi doveri. Il primo ci impone di amare Dio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta l’ansia delle nostre aspirazioni. Dobbiamo cercare di essere uomini religiosi non per abitudine, o solo perché viviamo in una società cosiddetta cristiana, ma per coerenza con la nostra convinzione interiore.

Il secondo dovere consiste nell’amore per il prossimo. Dobbiamo amarci gli uni gli altri. Ha detto Gesù, congedandosi dalla sua vita temporale per andare, dopo la Croce, all’eterno Padre e alla vita eterna: ricordatevi che si riconoscerà se siete o no miei seguaci se vi amerete gli uni gli altri. Si riconoscerà che siete cristiani dall’amore che saprete effondere dalle vostre anime verso gli altri.

La Chiesa si adopera per radunare i fedeli, per insegnare loro ad amarsi, a formare quella società, quel Corpo Mistico di Cristo, che è la carità, l’amore degli uomini derivato dall’amore di Dio. È qui la risposta alla domanda: a che serve la religione? Serve per vivere. Non si può vivere veramente - conclude il Santo Padre - senza la fede, senza Cristo. Ricorda, in proposito, il racconto evangelico della Risurrezione di Lazzaro, in cui Cristo dà una definizione di se stesso da meditare attentamente come una grande apertura di luce che il Signore ha fatto con le sue parole. Davanti a una tomba, davanti alla morte che sembra inesorabile, che non ha rimedio, che un giorno tutti ci consumerà, si leva la voce di Cristo onnipotente che dice: lo sono la Risurrezione e la Vita. «Cristo è la nostra Risurrezione e la nostra Vita. Stiamo vicino a Cristo, cerchiamo davvero di essere uniti a Lui e avremo in noi la soluzione dei nostri problemi, avremo la speranza e la sicurezza della vita eterna».







Paolo VI Omelie 1972 - Domenica, 13 febbraio 1972