Paolo VI Udienze 1973 - Mercoledì, 31 gennaio 1973




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 7 febbraio 1973

Nell'osservazione semplice ed elementare, ma sincera del mondo, quale tutti lo conosciamo e lo intendiamo, il problema di Dio, nonostante le controversie che lo circondano (dimenticanza, dubbio, negazione, sostituzione, affermazione . ..). pone l’uomo moderno in una alternativa tremenda in entrambe le risposte che gli si dànno: se non ammettiamo l’esistenza di Dio siamo costretti a sopprimere la ragione d’essere originaria e sufficiente delle cose, la prima causa, il principio della razionalità e della scienza, prescindere dalla logica suprema del pensiero e dall’esigenza parimente suprema dell’esistenza delle cose; a vivere e a pensare all’oscuro, oppure nella penombra di principii ipotetici ed insufficienti a dare la spiegazione finale alla nostra incalzante ricerca della verità: la mente, che vuol poi dire la vita, sfocia nel dubbio, nell’ipotesi, nel fittizio, alla fine nell’assurdo, nello scetticismo, nella falsa e disperata saggezza del nichilismo. Ovvero: se noi ammettiamo che esiste un Dio personale e creatore, dobbiamo concludere che deve essere nel mondo creato un governo, un pensiero direttivo, un perché cosciente e dominatore, cioè una provvidenza.

Che cosa è la provvidenza? È la ragione dell’ordine (Cfr. S. TH, I 22,3 ss.; I 103,1 ss.; Sg 14,3 Pr 8 etc.). È il riflesso del pensiero di Dio nelle cose e nella storia; è la razionalità, sapiente e buona, palese o recondita, di cui tutto è impregnato. Tutto dipende da un Verbo creatore (Jn 1,3 Col 1,16); dipende ontologicamente, cioè nella sua entità, nella sua ragion d’essere; e dipende nella sua conoscibilità e nella sua finalità, nelle leggi che attraversano e dirigono il suo dinamismo e il suo divenire; dipende non solo da un Pensiero, ma anche da una Volontà trascendente, da Uno, che prevede e provvede. Questo aspetto della realtà intrinseca e misteriosa delle cose esigerebbe un’analisi lunga e accurata (Cfr. P. C. LANDUCCI, Il Dio in cui crediamo). Ma ora a noi basta ritenere che esiste un governo del mondo, una mente imperativa nell’universo, e dominatrice altresì dei nostri particolari destini. L’essere delle cose non spiega se stesso; il moto delle cose non nasce da sé. E qui, dove la nostra umile mente, tesa nel suo estremo sforzo conoscitivo, pensa d’aver raggiunto la sua meta finale sorge una difficoltà che sembra annullare il risultato migliore del suo studio, quando osserva che l’ordine, al quale pretendeva essere arrivata, è uno stato necessario e inesorabile del movimento naturale delle cose; è un fato, un determinismo, che sembra mancare, almeno per ciò che riguarda noi, esseri terrestri, ma capaci di conoscere, di amare, di soffrire, sembra mancare, diciamo, di occhio e di cuore, e che c’investe e ci travolge senza pietà . . . Dov’è la Provvidenza? dov’è il Dio buono e sapiente, che credevamo avere trovato? come spiegare il dolore, la morte e il male?

Quali, quali problemi! e quale successivo sforzo per darvi qualche risposta! Troppo difficile formularla in questa sede; ma una risposta c’è, la quale, se non muta la realtà di tali ostacoli, ci può dire come essi possono entrare in una prospettiva d’ordine superiore, se si riflette che la finalità ultima della Provvidenza è Dio stesso Cfr. Prov. 16, 4; S. TH. I, 103, 2); che Dio ha voluto dare esistenza e comunicare una partecipazione della sua causalità, in via esecutiva, ad altri esseri, e fra questi ad alcuni deboli ed effimeri, anzi ad alcuni esseri liberi, cioè sotto certi aspetti autonomi e capaci di scegliere fra bene e male; e poi che Dio, in un prodigio della sua Provvidenza, ha conferito al dolore stesso una sua utilità, suprema nell’economia della croce e della Redenzione, ed ha concesso all’uomo di ricuperare il bene, e spesso un bene di natura superiore, in ogni nostra condizione per misera ed avversa che sia: «tutto coopera a bene per chi ama Dio» (Rm 8,28), dice S. Paolo; e finalmente che in Cristo Dio-Provvidenza, Dio-Amore ha vinto la morte.

Figli carissimi, sono insegnamenti, come vedete, molto comuni e, più o meno, a tutti noti; ma si tratta di verità formidabili, altissime; tali da confermare in noi una convinzione fondamentale, quella dell’esistenza di una ineffabile, ma vera e personale Provvidenza, che a tutto presiede, a tutto pensa, e tutti ci ascolta e tutti ci ama; si chiama Dio, Colui sul quale si fonda la nostra religione e la rende facile e felice; si chiama il Padre nostro che sta nei cieli, e attende la nostra preghiera.

Vi stimoli e vi conforti a riflettere su questa concezione generale della nostra sorte la nostra Benedizione Apostolica.

Giovani del territorio di Monte Cassino



Con gioia accogliamo stamane anche un folto gruppo di giovani studenti delle scuole statali comprese nel territorio diocesano dell’Abbazia di Monte Cassino, a coronamento del Concorso «Veritas» dello scorso anno.

Vi salutiamo cordialmente, giovani carissimi, e ci rallegriamo con voi per il profitto con cui si è svolta nelle vostre scuole questa gara di cultura religiosa; profitto che, come ci è stato riferito, si deve, oltre al vostro generoso impegno, anche all’atmosfera di serenità con cui vi siete applicati, grazie alla collaborazione offerta da tutto il corpo docente laico.

Vogliamo incoraggiarvi a proseguire in questo sforzo gioioso e cosciente, che vi aiuta ad acquisire una completa formazione non solo sul piano culturale, ma altresì e soprattutto su quello morale e spirituale, e a porre così le basi sicure e solide del vostro domani. Da questa preparazione integrale dipendono in gran parte - e voi ben lo sapete - la vostra felicità personale e il vostro successo, come pure il sano progresso umano e civile dell’ambiente in cui sarete chiamati a svolgere le vostre attività.

Noi vi siamo vicini con la preghiera in questi anni tanto importanti, diremmo decisivi della vostra vita. E tutti vi benediciamo, unitamente alle vostre famiglie, ai vostri insegnanti religiosi e laici che vi seguono, su tutti invocando la pienezza delle benedizioni del Signore.

Laureati dirigenti della Confederazione Coltivatori Diretti

Ci rivolgiamo ora ai laureati, che partecipano al corso per dirigenti nazionali e regionali della Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti, venuti a questa Udienza insieme col Consigliere Ecclesiastico, Monsignor D’Ascemi, e con i maestri del corso. L’iniziativa merita un particolare riconoscimento, sia per la serietà con cui è stata preparata attraverso un vaglio rigoroso, sia per le finalità che si prefigge, e che impongono a voi, giovani partecipanti, un severo tirocinio e una pensosa consapevolezza delle gravi responsabilità che vi attendono.

Abbiamo preso visione delle varie materie del corso, rendendoci così conto del suo effettivo valore: e ci rallegriamo molto nel vedere fra esse l’esposizione della dottrina sociale della Chiesa. Certamente a una formazione professionale così profondamente qualificata e ad alto livello, come la vostra, non può mancare, come illuminante e indispensabile completamento, la conoscenza, compiuta direttamente sui testi, dell’insegnamento della Chiesa sui problemi che interessano e stimolano il vostro impegno sociale: tale insegnamento, basato sul valore primario e insopprimibile della persona umana, irraggia la forza del Vangelo sui rapporti tra le varie categorie sociali, componendole nel mutuo rispetto e sulla necessaria collaborazione ispirata alla giustizia e alla carità. Come ha ricordato Giovanni XXIII nella Pacem in terris, di cui si compie nel prossimo aprile il decimo anniversario, «la convivenza umana deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale: come comunicazione di conoscenze nella luce del vero; esercizio di diritto e adempimento di doveri; impulso e richiamo al bene morale . . . . permanente disposizione ad effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi; anelito ad una mutua e sempre più ricca assimilazione di valori spirituali: valori nei quali trovano la loro perenne vivificazione e il loro orientamento di fondo le espressioni culturali, il mondo economico, le istituzioni sociali, i movimenti e i regimi politici, gli ordinamenti giuridici e tutti gli altri elementi esteriori in cui si articola e si esprime la convivenza nel suo evolversi incessante» (AAS 55, 1963, p. 266).

Sappiate prepararvi ai vostri delicati compiti in questa visuale, veramente universale, cattolica, costruttiva: e non mancheranno i frutti al vostro lavoro di oggi e di domani, su cui invochiamo, con la nostra Benedizione, la speciale assistenza del Signore.

Il Circo Americano

Con vivo compiacimento porgiamo un saluto cordiale ai dirigenti, agli artisti e agli addetti ai servizi del Circo Americano, la presenza dei quali porta una nota certo inconsueta in questa Udienza. Vi ringraziamo, figli carissimi, per il delicato atto di omaggio che avete voluto compiere prima di prendere congedo dalla città di Roma, Durante il vostro soggiorno romano voi, con i vostri spettacoli, con la vostra abilità, avete fatto vivere ai bambini e agli adulti ore di svago e di lieta serenità in un mondo prestigioso, acrobatico, esotico e variopinto. Noi siamo certi che il contatto con il centro vivo della cattolicità, con i tesori culturali, artistici e spirituali dell’Urbe, non avrà mancato di far sentire il suo benefico influsso sulla vostra attività; attività che noi desideriamo sia sempre apportatrice di sana letizia, a nobile servizio dell’uomo bisognoso, anche nelle ore di sollievo e di svago, di essere aiutato a ben pensare, a ben sentire, a bene amare, a ben vivere. Questo ci fa augurare l’alta considerazione che abbiamo di voi e del vostro lavoro. In pegno della nostra benevolenza, di cuore vi benediciamo, pregando il Signore affinché non vi manchi mai il conforto della divina assistenza.

Il Capitolo Generale delle Figlie di Maria SS.ma dell’Orto

Rivolgiamo una parola di paterno incoraggiamento alle Religiose, qui presenti, dell’Istituto delle Figlie di Maria SS.ma dell’Orto, riunite per il XII Capitolo Generale della Congregazione. Sappiamo che l’occasione riveste particolare importanza, trattandosi di rivedere e di aggiornare le varie forme in cui si articola la vita religiosa e di apostolato dell’Istituto. Vi accompagniamo con la nostra preghiera, affinché non manchi al vostro lavoro la luce e l’assistenza particolare dello Spirito Santo, e l’intercessione della Vergine Santissima, vostra Patrona, Modello incomparabile di vita interiore, di amore a Dio e di carità verso gli uomini, di umiltà, di ubbidienza, di consacrazione totale. Sia l’esempio della Madonna a guidarvi nel vostro sforzo di aggiornamento che, secondo le direttive del Concilio, esige, per essere fruttuoso, «il continuo ritorno alle fonti di ogni vita cristiana e allo spirito primitivo degli istituti, insieme col loro adattamento alle mutate condizioni dei tempi . . . tenendo presente che anche le migliori forme di adattamento alle necessità del nostro tempo non potranno avere alcun effetto, se non saranno animate da un rinnovamento spirituale, al quale si dovrà sempre attribuire il primo posto anche nelle opere esterne di apostolato» (Perfectae Caritatis PC 2).

È il nostro augurio fervidissimo, al quale si accompagna la nostra Benedizione, per voi, per tutte le vostre Consorelle e per le opere sostenute con generosità e con sacrificio dalla Congregazione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 14 febbraio 1973

Anche questo è un tema che si estende su tutta la psicologia dell’uomo del nostro tempo; e perciò lo prendiamo in esame, non certo per farvi uno studio pari al merito, sia del soggetto, sia della sconfinata letteratura che lo riguarda, ieri ed oggi; ma solo per individuare una delle linee caratteristiche, e forse essenziali del profilo umano moderno.

Si prega oggi? si avverte quale significato abbia l’orazione nella nostra vita? se ne sente il dovere? il bisogno? la consolazione? la funzione nel quadro del pensiero e dell’azione? Quali sono i sentimenti spontanei che accompagnano i nostri momenti di preghiera: la fretta, la noia, la fiducia, l’interiorità, l’energia morale? ovvero anche il senso del mistero? tenebre o luce? l’amore finalmente?

Dovremmo innanzi tutto tentare, ciascuno per conto nostro, di fare questa esplorazione, e di coniare per uso personale una definizione della preghiera. E potremmo proporcene una molto elementare: la preghiera è un dialogo, una conversazione con Dio. E subito vediamo che essa dipende dal senso di presenza di Dio, che noi riusciamo a rappresentare al nostro spirito, sia per intuito naturale, sia per una certa figurazione concettuale, sia per un atto di fede; il nostro è un atteggiamento come quello d’un cieco che non vede, ma sa d’avere davanti a sé un Essere reale, personale, infinito, vivo, che osserva, ascolta, ama l’orante. Allora la conversazione nasce. Un Altro è qui; e quest’Altro è Dio. Se mancasse questa avvertenza che Uno, che cioè Lui, Dio, è in qualche misura in comunicazione con l’uomo che prega, questi si effonderebbe in un monologo, non intesserebbe un dialogo; non si tratterebbe per lui d’un vero atto religioso, ch’esige d’essere a due, fra l’uomo e Dio, ma di un monologo, bello, forse, superlativo alle volte, come un supremo sforzo di volare verso un cielo opaco e senza sponde, ma acclamante e, in questo caso, spesso piangente nel vuoto. Saremmo nel regno della più lirica e più profonda fenomenologia dello spirito, ma senza certezza, senza speranza; desolazione piuttosto, musica spenta.

Non è così per noi, che sappiamo essere la preghiera, cioè l’incontro con Dio, una comunicazione possibile ed autentica. Mettiamo questa affermazione fra le certezze indiscutibili della nostra concezione della verità, della realtà in cui viviamo. In termini semplici: la religione è possibile; e la preghiera è per eccellenza un atto di religione (Cfr. S. TH. II-II 3,0). Ne abbiamo parlato in altra occasione, concludendo anzi che esiste non un Dio assente e insensibile, ma un Dio provvido, un Dio che veglia sopra di noi, un Dio che ci ama (Cfr. 1Jn 4,10), e che da noi soprattutto aspetta d’essere amato (Cfr. Dt 6,5 Mt 22,37). Di qui uno stato d’animo primordiale e importantissimo può prodursi in colui che prega, risultante dalla sintesi di due sentimenti diversi apparentemente opposti, quello della trascendenza di Dio, abbagliante, soverchiante (Cfr. Gn 18,27 Lc 5,8), e quello della sua immanenza, cioè della sua immediata vicinanza, della sua ineffabile presenza; due sentimenti che si integrano nella piccola e povera cella del nostro spirito, e vi accendono subito una straordinaria vivacità religiosa, la quale può subito balbettare la sua duplice espressione orante, la lode e l’invocazione, ovvero può in certe anime mistiche rimanere assorta in un silenzio contemplativo, quasi indescrivibile (Cfr. H. BREMOND, Introduction à la philosophie de la Prière).

Questa è la genesi della preghiera, la quale, sollevata al piano della fede, emanante dalla scuola del Vangelo, assume voce pacata, dolce, quasi connaturata col nostro umano linguaggio, autorizzato com’è a chiamare il Dio degli abissi con l’amabile e confidenziale nome di Padre. «Così dunque, c’insegna il nostro Maestro Gesù, voi pregherete: Padre nostro, che sei nei cieli . . .» (Mt 6,9).

Sublime. Ma noi dobbiamo ammettere che il mondo d’oggi non prega volentieri, non prega facilmente; non cerca ordinariamente la preghiera, non la gusta, spesso non la vuole. Fate da voi stessi l’analisi delle difficoltà, che oggi tentano di spegnere la preghiera. Elenchiamone alcune. L’incapacità: dove non è arrivata una qualche istruzione religiosa è ben difficile che una preghiera possa da sé formularsi: l’uomo, il ragazzo, resta muto davanti al mistero di Dio. E dove la credenza in Dio è stata negata, è stata dichiarata vana, superflua, nociva, alla preghiera quali altre voci si sostituiscono? e dopo le insistenti lezioni contro la spiritualità sia quella naturale, che quella educata dalla fede, lezioni di naturalismo, di secolarismo, di paganesimo, di edonismo, lezioni cioè a profitto della voluta aridità religiosa, di cui tanta parte della pedagogia moderna ha asfaltato l’anima delle folle, saturate di materialismo, come può fiorire nei cuori la poesia della preghiera?

Due difficoltà le saranno oggi tipicamente contrarie: una d’indole psicologica, proveniente dalla soverchia, fantastica, profana e pur troppo spesso inquinata di sensualità e di licenza, profusione di immagini sensibili, di cui i moderni, e di per sé meravigliosi strumenti di comunicazione sociale riempiono la psicologia sociale: la stanza dell’esperienza sensibile non è di per sé quella idonea alla vita religiosa; può servire d’anticamera, se saggiamente collegata con quella destinata alla vita dello spirito e alla riverenza del sacro. L’altra difficoltà è l’orgoglio dell’uomo progredito sulle vie della scienza e della tecnica, anch’esse meravigliose, ma cariche dell’illusione dell’autosufficienza. La preghiera, è vero, è un atto d’umiltà, che esige una sapienza superiore, ma facile per trovare la sua logica giustificazione e la sua magnifica apologia (Cfr. S. TH. II-II 82,3 ad 3).

Ma per fortuna esempi insigni, contemporanei, confortano ancora la nostra innata tendenza a ricercare in Dio il complemento unico, infinito dei nostri limiti, e il compimento beato dei nostri desideri e delle nostre speranze.

Noi ci fermiamo qui. Ma confidiamo che voi vorrete continuare lo studio sulla preghiera; è uno studio sopra uno dei coefficienti della nostra salvezza. Vi accompagni la nostra Benedizione Apostolica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 21 febbraio 1973

Quando noi andiamo cercando le tracce della religione, e più propriamente quelle della fede, della nostra fede cattolica nel mondo moderno, siamo spesso impressionati dagli aspetti negativi che la nostra osservazione ci segnala: vediamo diminuire, e in certi quadri sociologici spegnersi perfino il senso religioso, oscurarsi la concezione fondamentale dell’essere e della vita in riferimento necessario a Dio, tacere la preghiera, sostituirsi al culto e all’amore di Cristo e di Dio l’indifferenza, la profanità, l’ostilità perfino, talvolta ufficiale, operante e feroce alla religione, quella pseudo-sicurezza che ci può offrire l’esperienza sensibile e materiale, quei surrogati alla vera spiritualità di cui la critica, il dubbio, l’autocoscienza riempiono la mente dell’uomo presuntuoso d’una propria cultura (Cfr. J. DANIÉLOU, La culture trahie par les siens, Epi 1972). Le statistiche parlano chiaro: la religione regredisce. Può essere vero, e purtroppo spesso lo è. Ma commettiamo, limitando la nostra osservazione al livello puramente sociologico, un errore di metodo; cioè dimentichiamo di considerare la realtà oggettiva della religione, di quella autentica almeno; la quale realtà è composita, è bilaterale, consta cioè non solo dell’uomo, ma altresì ed in primo luogo di Dio, il Quale non è assente, non è inerte nel fatto religioso. Dio, nel disegno della rivelazione e della fede, ha la parte principale e l’iniziativa, mentre l’uomo ha certamente una parte necessaria e non puramente passiva ma, a bene osservare, piuttosto dispositiva e cooperante. Il vero rapporto religioso consiste nel dono che Dio, da un lato, fa di Se stesso, in qualche forma e misura limitate, s’intende, non foss’altro dal suo proprio mistero e dall’esigenza d’una fede da parte nostra (Cfr. 1Co 13,12); e consiste d’altro lato dall’accettazione dell’uomo. Dio cerca noi, possiamo dire, ancor più che noi cerchiamo Dio; perché Dio è amore, ed è Lui che ha la prima iniziativa; Egli ci amò per primo (1Jn 4,19 Rm 11,35-36).

Questa realistica visione del mondo religioso è fonte di gratitudine e di tenerezza per i fedeli che respirano l’atmosfera della casa di Dio, e può essere fonte di sorpresa per chi considera la religione sotto il solo aspetto umano, storico e terreno. Ricordiamo il dialogo notturno di Gesù con Nicodemo: «. . . bisogna rinascere dall’alto. Lo Spirito soffia dove vuole» (Jn 3,7-8).

Ecco allora una domanda, che può avere risposta da fatti che sfuggono all’analisi positivista. La religione può nascere da processi spirituali che esulano dai calcoli puramente scientifici. È un miracolo, sì; ma è, in un certo senso, normale, perché rientra nell’economia del regno di Dio. L’incontro con Dio può avvenire al di fuori d’ogni nostro preventivo; l’agiografia ce ne offre esempi mirabili, e le cronache del nostro tempo ne registrano alcune clamorose (Cfr. ad es. A. FROSSARD, Dieu existe, je l’ai rencontré, Fayard 1969), e innumerevoli altre silenziose. Siamo nella sfera carismatica, di cui oggi tanto si parla: lo Spirito soffia dove vuole. Non saremo certo noi a spegnerlo, ricordando le parole di S. Paolo: «Non vogliate spegnere lo Spirito» (1Th 5). Solo dovremo insieme ricordare le altre seguenti dello stesso Apostolo : «Tutto esaminate; ritenete ciò che è bene» (1Th 5,21); la celebre «discrezione degli spiriti» s’impone in un campo dove l’illusione può essere facilissima.

Ma resta il fatto che il prodigioso incontro con Dio può prodursi a dispetto dell’attitudine refrattaria alla religione del mondo moderno. Ne vediamo dei sintomi strani ed anche consolanti in diversi Paesi.

E ritorna il pensiero cruciale: non ha più la nostra religione una virtù sua propria di attestarsi, di conservarsi, di rinnovarsi per via tradizionale e ordinaria? lo Spirito soffierebbe soltanto al di fuori dell’ambito consueto delle strutture canoniche? la Chiesa dello Spirito sarebbe uscita dalla Chiesa istituzionale? soltanto nei così detti gruppi spontanei ritroveremo i carismi della spiritualità cristiana autentica, primitiva, pentecostale? Noi non vogliamo ora aprire la discussione sopra questo tema, ch’è pur meritevole d’essere esaminato con molto rispetto. Vogliamo invece affermare due cose. La struttura ordinaria e istituzionale della Chiesa è sempre la via maestra, attraverso la quale lo Spirito arriva a noi (Cfr. 1Co 4,1 2Co 6,4). Anche oggi. E più che mai. Solo bisogna che l’idea di Chiesa, il sensus Ecclesiae sia in noi ristabilito, rettificato, approfondito. Chi altera la concezione della Chiesa con l’intento di rinnovare la religione nella società moderna guasta per ciò stesso il canale dello Spirito stabilito da Cristo, compromette la religione del popolo (Cfr. J. A. JUNGMANN, Tradition liturgique et problèmes actuels de pastorale , pp. 271 ss. Mappus 1962).

Il nostro tempo, a questo riguardo, ha avuto la grazia di vedere sgorgare dalla Tradizione della Chiesa mediante il Concilio due elementi di primissima importanza per la rifioritura della religione ai nostri giorni: la dottrina conciliare della Chiesa e la riforma liturgica.

Ricordiamolo bene, ricordiamo tutti, con la nostra Benedizione Apostolica.

La comunità francescana di San Damiano

Rivolgiamo un saluto alla Comunità Francescana di San Damiano, in Assisi - religiosi, novizi, suore - e alle personalità che l’accompagnano, appartenenti alla direzione della Galleria d’arte intitolata «Cantico delle Creature», esistente presso quel santuario.

La vostra presenza ci richiama tutta la freschezza primigenia dello spirito francescano, che il santuario di San Damiano rievoca al cuore e alla memoria, con i ricordi legati alla storia di San Francesco e di Santa Chiara; e ci fa piacere che l’operosa famiglia di Frati Minori, che ha la ventura e la grazia di vivere all’ombra del vetusto solitario mistico edificio, collabori a mantener vivo il messaggio francescano, legato a quel luogo sacro, con la fedeltà alla vita religiosa, voluta dall’incomparabile Fondatore, con l’impegno apostolico che irradia quell’ideale presso le generazioni del tempo nostro, con l’impronta serena e pacificatrice data alle varie opere esteriori, comprese le manifestazioni dell’arte, affinché tutte le forme del creato cantino gloria a Dio, secondo l’ispirazione del Cantico, e contribuiscano ad elevare il mondo nell’amore di Dio e nella reciproca intesa fraterna.

A tanto nobili propositi benediciamo di cuore, esprimendo il nostro incoraggiamento sincero.

Pellegrini degli Stati Uniti

We are happy to greet the many visitors from the United States who are present here today. We welcome you gladly. We know that your desire to visit us comes from your faith: your faith in Christ, in his Church and in the office of the Bishop of Rome. We ask Jesus Christ to keep you strong in this faith always. May you come to know more and more the wisdom of his Gospel and the joy of his loving presente among us.

Universitari «Keio» in Tokyo

We are pleased to welcome also a group of students from Keio University in Tokyo. We are happy to have this occasion to entourage you and your fellow students as you prepare through your studies to meet your responsibilities in the World of today. Mankind needs leaders who possess noble ideals, deep learning and compassionate hearts. You now have the opportunity to achieve these qualities. May God assist you in your efforts to do so and may he bless you and your families always.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 28 febbraio 1973

Un problema difficile, ed anche insolubile in termini scientifici, ma problema reale ed estremamente importante è quello che possiamo definire la sociologia della grazia. Se un pastore d’anime, un Parroco, ad esempio, si domanda: quanti dei miei fedeli vivono in grazia di Dio? non potrà certo soddisfare la sua pastorale curiosità; spontanea curiosità, ma essa oltrepassa i confini della nostra possibile esperienza. La domanda però insiste, perché lo scopo essenziale del suo ministero, è quello di mettere le anime in grazia di Dio. Così, chiunque consideri le condizioni religiose d’una popolazione, d’una comunità, o anche d’un solo individuo è tentato di chiedersi se, dove, come vi arrivi la grazia di Dio, sapendo quale sia l’importanza della grazia per la vita interiore dell’uomo, per la sua moralità, e infine per il suo rapporto con Dio e per il suo finale destino.

Il problema è interessante, sotto l’aspetto speculativo, anche per questa sua doppia faccia: la sua impenetrabilità e la sua inesorabile necessità: siamo o non siamo in grazia di Dio? Potremmo contentarci di domande più superficiali: com’è praticata, in un dato campo. la religione? come è diffusa l’osservanza religiosa? come è radicata ed operante la fede? come ascoltata e valutata la parola di Dio? come frequentati i sacramenti? come considerata la Chiesa? Se noi vogliamo renderci conto, anche empiricamente, delle condizioni effettive del cristianesimo nel nostro tempo, se vogliamo prevedere quale può essere la sua sorte all’incontro con i tempi nuovi, dobbiamo ricorrere a questi parametri delle osservanze normali del costume religioso, e poi cercare quali manifestazioni culturali, etiche, sociali ne traducono gli influssi, positivi o negativi che siano. Ma questa indagine, oggi di moda, utilissima, doverosa anzi, per chi osserva i fenomeni generali della società, non arriva che alle soglie dell’essenza intrinseca del fenomeno religioso. Qual è questa essenza? è la comunicazione con Dio. E per noi cattolici e credenti in che cosa consiste questa comunicazione? Per formulare una risposta a quest’ultima domanda dobbiamo rilevare una novità nella vicenda spirituale contemporanea; e non solo in quella di casa nostra, ma anche in quella dei nostri vicini, e talora perfino dei nostri lontani. La novità è questa: la valutazione degli elementi carismatici della religione sopra quelli così detti istituzionali, la ricerca anzi di fatti spirituali nei quali gioca una indefinibile ed estranea energia che rende persuaso, in certa misura, chi la subisce d’essere in comunicazione con Dio, o più genericamente col Divino, con lo Spirito, indeterminatamente. Noi che ne diciamo? diciamo che questa tendenza è molto rischiosa, perché s’inoltra in un campo dove l’autosuggestione, o l’influsso d’imponderabili cause psichiche possono condurre nell’equivoco spirituale, ma può talora guidare alla grande economia cristiana del contatto sopra-naturale con Dio; contatto che ora, per brevità, chiamiamo «grazia» e contiene in sé un mondo teologico e mistico.

È infatti da ricordare che la nostra vera, vitale, indispensabile comunicazione con Dio non è soltanto quella naturale, raggiunta con i nostri tentativi razionali o sentimentali, ma è quella stabilita da Gesù Cristo, quella appunto dell’ordine soprannaturale, quello della grazia.

E che cosa è la grazia? oh! non ce lo domandate in questa momentanea conversazione! Del resto voi lo sapete: è un dono di Dio; è un intervento del suo Amore, dello Spirito nel libero movimento del nostro animo, anzi misteriosamente lo previene e lo suscita, senza esonerarlo della sua responsabilità (Cfr. DENZ.-SCHÖN. DS 1541). È una qualità dell’anima, la grazia creata, infusa da Dio-Amore, lo Spirito Santo, Grazia increata; è la causa formale, immanente della nostra giustificazione (Cfr. S. TH. I-II 113,8); è la nostra elevazione alla dignità e all’esistenza, quantunque uomini di questo mondo, di figli adottivi di Dio, di fratelli di Cristo, di tabernacoli dello Spirito Santo; è Dio che vive in noi; è il contatto vivo con la Vita divina; è quindi il nostro vincolo con la salvezza in questa e nell’altra vita. L’essere o non essere in grazia di Dio è questione di vita o di morte. Non avremo mai abbastanza sopravalutato la grazia di Dio; non avremo mai speso indarno studio, sforzo, speranza, gioia per tenere la grazia al vertice del nostro spirito. Bisogna assolutamente vivere in grazia di Dio. Noi così viviamo? quanti, che cristiani si chiamano, vivono in questo stato di grazia? santi si chiamavano nei primi tempi del cristianesimo coloro ch’erano entrati con la fede, col battesimo, con la penitenza e con l’onestà della vita, e specialmente con l’amore a Dio-Amore, e al prossimo primo termine pratico del nostro amore cristiano (Cfr. 1Jn 4,20), nella sfera della grazia, cioè della comunione soprannaturale con Dio.

Faremo bene nella prossimità della quaresima a fissare la nostra considerazione, e può essere decisivo per il nostro destino, su questo problema della grazia. Non ci sarà grave ricorrere a qualche saggia rinuncia, a qualche «igiene» spirituale per ricuperare e difendere in noi lo stato di grazia; e ci sarà quasi connaturale dare alla nostra vita uno stile morale forte e diritto: può essere debole, ambiguo, bifronte, gaudente uno che vive in sé il mistero di divina presenza, ch’è la grazia?

Tonificare in noi questo autentico spiritualismo ci darà il bisogno e il gaudio dei sacramenti, e lungi dall’appartarci dalla Chiesa in gruppi separati e selezionati arbitrariamente, ce ne fa gustare e vivere la comunione: la «comunione» infatti è per noi la sociologia della grazia. Con la nostra Benedizione Apostolica.

Giovani religiosi di San Francesco

Con paternal afecto nos complacemos en dirigir un especial saludo a vosotros, amadisimos Franciscanos Españoles del Convento de «Santi Quaranta», que habéis querido visitarnos al hacer su Profesión Solemne siete de vuestros Religiosos jóvenes.

Os felicitamos de corazón por esta generosa entrega de toda la vida al Señor y al servicio de la Iglesia, siguiendo la senda luminosa de San Francisco de Asís: este gesto ha de ser un estímulo para toda la Comunidad, un ejemplo y un testimonio para cuantos buscan a Cristo, como para Nos es motivo de íntima alegría y consuelo.

Implorando la continua asistencia divina sobre vuestras personas y vuestros trabajos apostólicos y de estudio, a todos os impartimos nuestra especial Bendición Apostólica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì delle Ceneri, 7 marzo 1973

Le Ceneri: giorno singolare nella vita spirituale del cristiano, per il carattere ascetico, che invade la preghiera, e per l’intenzione programmatica, che lo mette all’inizio della quaresima, cioè d’un periodo di quaranta giorni (oltre le sei domeniche non calcolate numericamente in tale durata), di preparazione alla celebrazione del mistero pasquale. Per chi vuol prendere sul serio questa pedagogia della Chiesa, per chi vuol vivere la sua storia nel tempo, per chi vuole lasciarsi penetrare dalla sua più fervorosa spiritualità, questa è la stagione propizia, è la primavera dell’anima, sia per ogni singolo fedele, sia per ogni comunità, che trova la sua pienezza spirituale nella sinfonia dei pensieri, delle preghiere, degli esercizi ascetici. Superfluo ricordare che esiste una copiosissima letteratura, distesa lungo i secoli del cristianesimo, fino ai nostri giorni, e preceduta da significative prefazioni nell’Antico Testamento, sopra questo genere d’intensità religiosa. Tutti conosciamo certamente, almeno qualche cosa, del significato di questo rito delle Ceneri, tanto semplice nella parte cerimoniale, ma profondo e aggressivo nel messaggio che conficca nelle coscienze.

Un messaggio tremendamente pessimista, e indiscutibilmente verista.

Esso impone una meditazione esistenziale e radicale: chi siamo? Siamo esseri effimeri, fragili, dissolubili. Siamo esseri compositi, vivi di anima e di corpo, due elementi diversissimi, e meravigliosamente uniti, interdipendenti, formanti una vita sola, di cui l’anima è il principio immortale, è il «noi», a noi stessi misterioso, e solo noto mediante l’espressione e la natura di certi suoi atti, di cui il corpo ci dà notizia, e per cui il corpo è per noi tanto importante; il corpo è l’orologio della nostra esistenza nel tempo, la quale tanto dura appunto quanto il corpo, al quale l’anima, per un ereditario castigo, non riesce a dare vita immortale. L’anima ha un suo indipendente destino, la sopravvivenza; come? dove? - quando il corpo cade, si corrompe, e diventa polvere, cenere. Quale sorte spaventosa! e lo abbiamo tanto apprezzato, goduto, curato questo corpo mortale! E l’anima? quale sarà il suo modo di vivere senza lo strumento corporeo? e il suo destino? un destino fuori del tempo, cioè delle cose che passano, un destino, c’insegna la dottrina nostra, fissato dal giudizio di Dio, e carico ancora d’una finale prodigiosa avventura, quella futura della risurrezione della carne e della vita eterna . . . o dannazione eterna? V’è di che rabbrividire! Incubi fantastici? no; siamo nel dominio della potenza di Dio, di quel Dio, che ci ha amati senza misura, ma appunto per rendere possibile ed esultante l’incontro col suo Amore, ci ha fatto il dono della libertà . . .

La meditazione prosegue ritornando sul binario della vita presente, che scorre appunto sul binario estremamente importante del tempo e della libertà responsabile. Che cosa è il tempo? i pagani dicono: è Saturno che divora i suoi figli. 1 cristiani dicono è una vigilia in attesa di una venuta finale del Padrone divino rimuneratore, dello Sposo divino selettivo, del Figlio dell’uomo nella sua maestà giudicante. Ricordate le parabole escatologiche di Gesù, cioè quelle in cui il Maestro ha figurato la scena finale della storia umana. La stazione d’arrivo della rotaia del tempo, la quale s’è curvata secondo l’impero capriccioso, responsabile, decisivo della nostra individuale libertà.

La meditazione potrebbe continuare nella certezza e nella gravità dei così detti «novissimi», cioè delle prospettive ultime verso le quali è rivolto il corso della nostra esistenza nel tempo. Ne dovrebbe risultare la concezione grandiosa della vita umana, qual è nella realtà del disegno di Dio, Creatore e Redentore, e qual è riflessa nella coscienza del cristiano. Dalla visione escatologica, e cioè risolutiva e terminale della vita, la coscienza cristiana è tutta penetrata dal senso della propria incombente responsabilità; coscienza mobile come un respiro che sale da una pressione di timore ad un’espressione d’amore: dal timore di Dio all’amore di Dio.

Ecco allora rintracciata la ragione di questo rito inaugurale dell’itinerario del nostro cammino quaresimale verso la Pasqua: dal naturale realismo spietato della morte al realismo soprannaturale e ineffabile della vita, cioè della salvezza, che Cristo, morendo e risorgendo, ha meritato per noi, e che noi alla scuola della penitenza, della preghiera, della carità, alla quale scuola la Chiesa ora ci invita, dobbiamo felicemente conseguire.

In cammino allora, con la nostra Apostolica Benedizione.

Il rito della benedizione e imposizione delle Ceneri si svolge con una breve Liturgia della Parola di carattere penitenziale, che è presieduta dal Santo Padre. Giunto in basilica, accompagnato dall’arciprete, il Signor Cardinale Paolo Marella, Paolo VI all’inizio rivolge il saluto liturgico ai fedeli e recita una speciale colletta di supplica al Signore perché infonda, a tutti i partecipanti a quest’incontro di preghiera, lo spirito necessario al rinnovamento interiore suggerito dal periodo quaresimale. Un seminarista legge, quindi, un brano della seconda Lettera dì S. Paolo ai Corinti in cui l’Apostolo sottolinea la necessità della riconciliazione con Dio in questo tempo accettevole per la salvezza. Dopo la recita del salmo responsoriale comprendente alcuni versetti del «Miserere» , alternata tra il lettore e l’assemblea, il diacono legge il brano del Vangelo di S. Matteo (6, 16-18) che ricorda il monito di Cristo di esercitare la carità con segreta discrezione per essere accetti al Padre, che vede nell’intimo delle anime. Subito dopo il Santo Padre procede con le formule liturgiche alla benedizione delle Ceneri. Quindi il Signor Cardinale Marella si porta dinanzi al Papa e gli impone sul capo le Ceneri benedette, ripetendo l’antica formula liturgica. Paolo VI a sua volta ripete il simbolico gesto allo stesso Porporato, ai Presuli, presenti all’udienza, ai rappresentanti del Capitolo vaticano, al collegio dei Penitenzieri vaticani O. F. M. Conv. e a una rappresentanza di fedeli.


Paolo VI Udienze 1973 - Mercoledì, 31 gennaio 1973