Paolo VI Udienze 1974 - Mercoledì, 27 novembre 1974




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 4 dicembre 1974

Noi siamo nel periodo liturgico che precede la celebrazione del Natale, cioè della venuta del Salvatore nel mondo, della Incarnazione del Verbo di Dio, di Colui che avrà nome Gesù il Cristo, il Messia; siamo nel periodo chiamato Avvento, che significa aspettativa, preparazione, desiderio, speranza dell’arrivo nel mondo, nel tessuto storico del Popolo eletto e nel disegno universale dell’umanità di Colui verso il quale, per secoli ed in mezzo alle più tormentate esperienze, si è tesa l’ansia della salvezza, la visione del Re vincitore, dell’instauratore della giustizia e della pace: «sarà un bambino, profetizza Isaia, sarà un figlio (della nostra stirpe); e il principato è stato posto sulle sue spalle, e sarà chiamato col nome di Ammirabile, di Consigliere, Dio, forte, padre del secolo venturo, principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine . . .» (Is 9 Is 6-7).

Questa spiritualità, rivolta verso un avvenire nuovo, felice, indescrivibile, e verso un Personaggio straordinario, che riassume in sé la figura di Davide, il re ideale, e la trasfigura in una personalità trascendente, liberatrice, salvatrice, e misteriosa, percorre l’Antico Testamento, facendosi sempre più chiara e sempre più librata sulla infelice e deludente realtà storica della Nazione, da cui era coltivata, e la sorregge questa Nazione in una fiducia, che sembra sfidare gli avvenimenti più avversi: è la speranza messianica, la quale mantiene viva nel Popolo la memoria delle vicende secolari passate, gli impegni religiosi e morali ereditati dai Padri, fa della legge da loro ricevuta la norma testuale del proprio costume, e trae dalla fedeltà alla tradizione l’energia per vivificare la propria identità.

Così è stato aspettato Gesù. Conosciamo il Vangelo. Le promesse furono, nelle apparenze umane, deluse dalla figura e dalla missione che Gesù rivestì, sebbene anche questa kenosis, cioè questa umiltà del Signore fosse stata anch’essa documentata dalle celebri profezie del «Servo di Jahve» (Cfr. Is Is 53), ma furono sorpassate nella realtà esistenziale di Cristo, vero Figlio di Dio e vero Figlio dell’uomo, che proprio in virtù di questa sua duplice natura, divina ed umana, viventi nell’unica Persona del Verbo, Figlio di Dio, consumò l’opera della redenzione, morendo e risuscitando per la nostra salvezza.

Ora questo Vangelo è tal cosa che dovrebbe alimentare in ciascuno di noi e in tutta la comunità universale della Chiesa una analoga spiritualità, quale ci è illustrata dall’antico Testamento, cioè la spiritualità della nostra convergenza in Gesù, nostro Signore, Salvatore, Redentore, nostro Maestro, Pastore ed Amico, nostro centro, nostro cardine dei destini umani, nostro Messia unico, necessario e sufficiente, nostro amore e nostra felicità. Per noi l’attesa ha solo valore pedagogico; è reminiscenza della secolare economia preparatoria alla venuta di Cristo. Ma Cristo è venuto. La realtà messianica per noi è compiuta.

Questa è la spiritualità del Natale, nella quale la storia, la teologia, il mistero dell’Incarnazione, il nostro destino umano e soprannaturale si fondono e diventano celebrazione, cioè liturgia, una liturgia che si alimenta di tutta la terra, di tutta la storia, e che s’innalza, con ampiezza cosmica, nei cieli, nella gloria divina.

Ed è tutto per sé, se non sentissimo l’obbligo di aggiungere due osservazioni. La prima è questa. Sì, Cristo è venuto; ma per una misteriosa e terribile sventura non tutti l’hanno conosciuto, non tutti lo hanno accolto: il prologo del Vangelo di San Giovanni lo dice drammaticamente: «. . . Egli era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo, . . . e il mondo non lo conobbe. Egli è venuto nella sua proprietà, ed i suoi non lo accolsero» (1, 9-11). È il quadro dell’umanità, quale noi, dopo venti secoli di cristianesimo, abbiamo davanti. Come mai? che cosa diremo? Non pretenderemo di sondare una realtà immersa in misteri che ci trascendono: il mistero del Bene e del Male. Ma possiamo ricordare che l’economia di Cristo, per la diffusione della sua luce, si dispiega in una subalterna, ma necessaria cooperazione umana: quella della evangelizzazione, quella della Chiesa apostolica e missionaria, che, se registra risultati incompleti, tanto più deve da tutti essere aiutata e integrata.

E possiamo concedere alle nostre curiosità storico-sociologiche di indagare se questo nostro mondo moderno, come quello indicato nella Bibbia, non riveli da sé, inconsciamente, sintomi d’un messianismo insoddisfatto e angosciosamente teso verso una insaziata speranza d’una venuta messianica.

Che cosa significa questa implacata inquietudine verso le mutazioni economico-politiche, verso il miraggio di sempre nuove rivoluzioni se non la disperata attesa d’un ordine superiore che l’uomo da sé non sa creare se non mortificando la libera espressione dell’uomo stesso? E che cosa significa questa nausea della prosperità, risultante dal progresso tecnico-scientifico e respinta dalle giovani generazioni, se non il bisogno d’un messianismo dello spirito e non della abbondanza materiale?

E la tendenza, quasi di moda, di esaltare il Povero come il tipo bisognoso d’una nuova giustizia, che lo sviluppo economico non sa di per sé generare, ma piuttosto trascurare ed offendere? quando viene il Vangelo dei Poveri? Eccetera. Un mito messianico sembra denunciare follemente, ma non senza segreta sapienza, un bisogno autentico, quello di Uno che dice con forza di verità: «Io verrò, e lo guarirò!» (Mt 8,7)

E la seconda osservazione è quest’altra. Cristo è venuto, sì; ma questa sua venuta, piena e felice sotto certi aspetti sostanziali, non è definitiva, non è l’ultima. Gesù verrà alla fine di questo mondo «a giudicare i vivi ed i morti». Un avvento escatologico, la «parusia», è ancora nelle attese del tempo e delle nostre anime. L’avvento che stiamo celebrando diventa, a sua volta, profetico e preparatorio.

A che cosa? al desiderio di Cristo, all’amore di Cristo, all’estimazione giusta e saggia di questa vita presente, che tanto vale quanto ci guida e ci prepara per quella eterna e futura.

Da ricordare sempre; con la nostra Apostolica Benedizione.

Corso di rinnovamento giudiziario alla Gregoriana

Una parola speciale meritano gli 80 partecipanti al quarto «Cursus renovationis canonicae pro Iudicibus aliisque Tribunalium administris», venuti a questa Udienza insieme col benemerito Decano e con gli Studenti della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana, che organizza il Corso.

Avremmo voluto, diletti figli, ricevervi in una Udienza a parte, per intrattenerci a nostro agio con ciascuno di voi, che venite un po’ da tutti i continenti, e tra i quali sappiamo che vi sono anche due nostri Confratelli nell’Episcopato. Se ciò non ci è purtroppo possibile, vogliamo tuttavia che non vi manchi la nostra sia pur breve parola di particolare compiacenza e di incoraggiamento. Ci fa piacere vedervi in numero così cospicuo: segno che l’interesse per una formazione, continuamente aggiornata, sul diritto canonico non solo è vivo, ma aumenta continuamente.

Lode alle vostre diocesi di origine, che si preoccupano di avere nei quadri dei Tribunali ecclesiastici Giudici e Officiali particolarmente preparati. E lode a voi che vi date a questo severo tirocinio. Facciamo voti che ne sappiate ricavare tutto il miglior frutto.

La Chiesa, anche nell’esercizio del diritto che le compete in forza del suo divino mandato, si dimostra ed è madre: mediante esso segue l’ordinato svolgimento della vita dei suoi figli, si china su di essi per guidarli sulla via della salvezza, e assicurando i diritti di Dio non fa altro che tutelare e garantire quelli degli uomini, ad essa affidati. Sappiate vedere sempre, come in trasparenza, attraverso la complessità delle varie procedure, il mistero santificatore della Chiesa: e un soffio vivificatore, pastorale, apostolico renderà più lievi le vostre fatiche.

Noi vi seguiamo con la preghiera e con l’augurio, mentre a tutti impartiamo la nostra Benedizione.

Capitolari degli Oblati di Maria Immacolata

Chers Fils Oblats de Marie, Nous sommes heureux de vous saluer ce matin à la fin de votre chapitre général. Votre nombreux Institut, depuis près d’un siècle et demi, représente pour l’Eglise une immense espérance: Nous pensons au zèle déployé par tant de vos frères, pour que le message évangélique atteigne vraiment les coeurs, que ce soit dans la réflexion approfondie des retraites et des «missions», ou dans l’approch de «ceux qui sont loin». Vous avez vraiment défriché de nouveau terrains d’évangélisation. Aujourd’hui, peut-être, le mode de votre insertion apostolique peut s’avérer plus difficile; et pourtant, de toute évidence, notre monde a plus que jamais besoin de prédicateurs, d’animateurs spirituels qualifiés, de missionnaires totalement disponibles.

Dans cet apostolat exigeant, le Christ ne saurait manquer de vous soutenir; pour cela, votre vie intérieure doit se faire encore plus profonde, votre fidélité religieuse plus vigoureuse, votre soutien fraternel plus fort, votre amour de l’Eglise plus confiant. Dès lors, avec le Révérend Père Fernand Jette, votre nouveau Supérieur général, comme avec votre fondateur, Monseigneur de Mazenod - qui, Nous l’espérons, sera bientôt honoré par toute l’Eglise - avancez sans crainte. Pour Nous, Nous vous assurons de notre confiance; et Nous vous encourageons, en vous bénissant de tout coeur.

“Christian Brothers”

We warmly welcome to the audience today a group of Christian Brothers who have come to Rome from many parts of the English-speaking world to find fresh inspiration for their apostolic work. Certainly the youth in the countries where you teach need the light of your spiritual guidance now more than ever. Do not be worried how you will carry out your task. The Divine Master has given you a simple formula: “It is enough for the disciple that he should grow to be like his teacher” (Mt 10,25). We pray that through your own imitation of Christ you may lead youth to God.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 11 dicembre 1974

Quando sul quadrante del nostro calendario ritorna il Natale una questione si presenta allo spirito dell’umanità: dunque Gesù: chi era Gesù? La nostra fede esulta, e grida: è Lui, è Lui, il Figlio di Dio fatto uomo; è il Messia che aspettavamo: è il Salvatore del mondo, è finalmente il Maestro della nostra vita; è il Pastore che guida gli uomini ai suoi pascoli nel tempo, ai suoi destini oltre il tempo, è la gioia. del mondo; è l’immagine del Dio invisibile (Col 1,15); è la via, la verità, la vita (Io. 14, 6); è l’Amico interiore (Io. 15, 14-15); è Colui che ci conosce anche da lontano (Cfr. Io. 1, 48); sa i nostri pensieri (Lc 6,8 Io Lc 2,25); è Colui che ci può perdonare (Mt 9,2), consolare (Io. 20, 13; Mc 5,39), guarire (Lc 6,19), risuscitare perfino (Lc 7,14 Mt 9,25 Io Mt 11,43); ed è Colui, che ritornerà, Giudice di tutti e di ciascuno (Mt 25,31),o nella pienezza della sua gloria (Ibid.) e della nostra eterna felicità. E questa litania potrebbe continuare, assumendo l’onda d’un canto cosmico, senza fine e senza confine (Cfr. Col Col 2).

Ma esplosa la nostra anima in questo inno di gloria e di fede, possiamo noi dirci del tutto soddisfatti? o non rimane in fondo al nostro spirito un bisogno di conoscere meglio, di dire di più? Certamente, perché Gesù Cristo è mistero, cioè un Essere che supera la nostra capacità di comprendere e di esprimere; Egli c’incanta, ci inebria, e proprio così ci istruisce circa i nostri limiti e circa le necessità di studiare ancora, di approfondire di più, di esplorare meglio «quale sia la larghezza, e la lunghezza, e l’altezza, e la profondità» del suo mistero (Cfr. Hebr. 3, 13).

Questo è l’invito che ogni anno la Chiesa propone ai fedeli, iniziati alla scienza della divina rivelazione, invito che non ci distoglie dalla visione e dal godimento del quadro delizioso e ingenuo dei nostri presepii, né dalla serena e lieta conversazione della festa domestica. Che cosa v’è di più umano, di più bello, di più autentico che una celebrazione del Natale, come questa, in cui, per chi ha l’intelligenza della fede humana et divina iunguntur, le realtà umane e quelle divine si toccano e insieme si fondono?

Proponiamo dunque .a noi stessi di dare al Natale il senso d’una ricorrente iniziazione alla comprensione, per quanto è possibile, alla dottrina su Cristo, nella sua duplice fondamentale questione: chi è veramente Gesù? (ecco la cristologia); e, seconda questione, che cosa significa la sua venuta fra noi; che cosa ha fatto Gesù? (ecco la soteriologia, cioè, la dottrina della salvezza operata da Lui).

Facciamo l’ipotesi che nessuna vana opinione, nessuna falsa teoria sia venuta a turbare la nostra fede in Gesù Cristo nostro Signore; noi proveremo allora tanto di più il desiderio e la pienezza, con la relativa gioia spirituale, di far risuonare nelle nostre anime le gravi, precise, solenni definizioni, che la Chiesa, con faticoso travaglio e con immenso ed unico amore di verità, ha formulato per il nostro pensiero, la nostra preghiera e la nostra conseguente condotta.



Rileggiamone una di queste formule, che altro non è se non il commento alla sentenza evangelica: «il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi» (Io. 1, 14); e suona così: «Gesù Cristo . . . è Dio vero e uomo vero» (DENZ-SCHÖN. 301-302). Questa è la vera definizione di Lui, è per noi la vera teologia. Restare ancorati a questa interpretazione di Gesù è la nostra fede, è la nostra sicurezza. Essa non duplica la figura di Gesù, quasi che il Gesù del Vangelo sia diverso dal Gesù dell’autentica dottrina teologica, ma difende gelosamente il tesoro misterioso di verità, che è in Lui e ci autorizza a penetrarne la profondità; essa non esaurisce la nostra avidità di ricerca e di sapere, ma le apre la strada e la guida; essa non inaridisce il linguaggio del cuore e della poesia, ma lo provoca e lo accende; esso non inorgoglisce il nostro pensiero, ma piuttosto umilmente lo innalza al piano della comunione con i fratelli in unica armonia di fede e di carità.

Ma purtroppo sappiamo che ancora oggi, e forse oggi più che mai, Cristo Gesù, quale la Chiesa lo confessa e lo esalta e lo difende e lo ama, è «oggetto di contraddizione: signum cui contradicetur» , come disse a Maria, nell’atto della presentazione di Gesù al tempio il vecchio Simeone. Tutta una letteratura erudita e talora artistica, dal secolo scorso ad oggi, si è affaticata a vivisezionare il Vangelo per mettere il dubbio su Gesù, perfino su la sua esistenza: «Se Cristo sia o no esistito, non verrebbe a nessuno in testa di domandarlo, se per spingerlo a questa domanda non l’oscurasse il desiderio della ragione, e cioè che Cristo non fosse» (Cfr. D. MEREZKOVKSKIJ, Gesù Sconosciuto, 8).

E questa osservazione radicale ci dà la chiave per valutare gran parte di codesta letteratura, anche moderna; essa parte da presupposti soggettivi, sotto i quali piega la schietta e obbiettiva testimonianza del Vangelo.

L’ipotesi, l’opinione, l’artificio letterario, ambiguità scientifica, la subdola lode umanistica, la superficialità sentimentale, la trovata esegetica o ermeneutica, o quale altro virtuosismo, proprio di chi sostituisce un libero esame alla meditata e ispirata riflessione del magistero preposto da Cristo stesso alla divulgazione del suo Vangelo, conducono il lettore, diventato inconsciamente discepolo, a fermare lo sguardo su quel certo aspetto opaco (pur irradiante di luce e di segni), di cui Gesù ha voluto rivestire la sua presenza nel mondo, affinché la visione vera e penetrante di lui rimanesse nell’economia della libertà e della grazia, così che «videntes non vident et audientes non audiunt; coloro che guardano non vedono, e coloro che ascoltano non comprendono» (Cfr. Matth Mt 13,13 ss.; Io. 12, 40).

Questo diciamo, Figli e Fratelli, col voto che il Natale sia per tutti voi epifania del Signore, cioè manifestazione autentica di Chi Egli è e di ciò che Egli ha operato per noi, risvegliando nei vostri animi il desiderio, il bisogno, il dovere di conoscerlo bene, di conoscerlo meglio, «nello Spirito e nella Verità» (Io. 4, 23).

Con la nostra Benedizione Apostolica.

Cappellani degli aeroporti

Today we extend a special welcome to a number of Airport Chaplains. You have come to Rome to study the problems of providing pastoral care in the world’s largest airports. We cannot but praise your apostolic efforts in regard to this sector of modern society. We appreciate the fact that it is not easy to establish pastoral programmes in an area so full of movement and travel. You can be sure, however, that your testimony is a living sign of God’s abiding presence among men, a reminder that it is in him that “we live and move and have our being”, (Act. 17, 28) that he is the centre of the World, the axis on which our lives turn. We pray that through your work you will show to other their eternal destiny, and that by your openness to the stranger and your charity to all you will witness to the Christ who makes us one.

Istituto Italiano di Cultura di Madrid

Amadisimos hijos: Una vez más habéis querido organizar un viaje especial a Roma bajo los auspicios del Instituto Italiano de Cultura de Madrid. Os expresamos ante todo nuestro agradecimiento por esta visita, con la que os proponéis testimoniar vuestra adhesion al Vicario de Cristo.

Sabemos que una de las finalidades de vuestro viaje es la de asociaros al homenaje que Roma tributa a la Virgen Inmaculada en el día de su fiesta.

Es para Nos motivo de complacencia constatar en vosotros el deseo de unir armónicamente el culto de los valores culturales y artísticos con los valores superiores del espíritu, haciéndoos promotores de ese verdadero humanismo, que no puede olvidar ninguna dimensión del hombre.

En prenda de benevolencia y de aliento en vuestra importante misión, nos complacemos en otorgaros una especial Bendición Apostólica.

Missionari dello Spirito Santo

Con gran complacencia dirigimos hoy nuestro saludo al grupo de estudiantes de teología pertenecientes a la Congregación de los «Misioneros del Espíritu Santo», que cursan sus estudios en las Universidades Pontificias de Roma. Vemos en vosotros, amados hijos, no solo un deseo de aprender profundamente la ciencia sagrada, sino también de asimilar, con renovado espíritu, aspectos importantes de la realidad eclesial, como la universalidad de la Iglesia, el valor de la tradición cristiana, la fidelidad al Magisterio, la veneración y la lealtad al Papa.

Las privilegiadas circunstancias en las que se desarrolla vuestra formacion sacerdotal os deben animar a ser siempre fieles al Señor que os llama, a la Iglesia que pone en vosotros su esperanza y a las almas cuya salvación os será un día encomendada.

Sirva de aliento a estos propósitos nuestra Bendición Apostólica, que de corazón impartimos a vosotros y a vuestros Superiores.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 18 dicembre 1974

Noi parleremo anche questa volta, del Natale che viene. Vi sono mille modi di parlare di questo avvenimento nella storia dell’umanità, di questa festa nel ciclo della liturgia, di questo mistero nella riflessione spirituale. Il tema del Natale è d’una tale importanza, che chi lo nega, o lo copre di silenzio e d’indifferenza priva la concezione del mondo d’una sua luce centrale, castiga se stesso all’ignoranza d’una chiave esplicativa della propria vita e dell’universo, e copre ogni cosa d’un velo di oscuro mistero, che invece il mistero luminoso del Natale illumina con bagliori affascinanti.

Procuriamo di rivolgere l’attenzione del nostro spirito su questo fatto, che chiamiamo Natale; e consideriamo un istante, fosse pure un istante solo, lo stato d’animo, l’effetto psicologico primo di cui abbiamo in noi stessi coscienza. È come se aprissimo la finestra della stanza chiusa in cui trascorre la nostra ordinaria esistenza, e ci si presentasse lo spettacolo di certe limpide notti d’estate, punteggiate di stelle innumerevoli, mondi e spazi incommensurabili; l’universo, la realtà immensa e silenziosa in cui siamo immersi, di cui siamo minima, ma pur vera parte. Pascal si sentiva spaventato dall’immensità silenziosa degli spazi (Pensées, 206).

Noi, contemplando la realtà, la profondità del Natale, che vuol dire della venuta di Cristo nel mondo, cioè il fatto dell’Incarnazione del Verbo di Dio, quale il Vangelo ci presenta, quale la fede ci aiuta in qualche modo a comprendere, noi quale improvvisa emozione proviamo, quale scossa interiore, quale sentimento?

Pare a noi che il sentimento spontaneo e dominante, suscitato dall’annuncio, un annuncio relativo ad una realtà, di cui storia e fede ci fanno sicuri, sia e debba essere la meraviglia, cioè la sorpresa, che subito si evolve in ammirazione, un’ammirazione estatica ed esaltante, sconfinata ed inesauribile: Dio con noi? Dio come noi? Dio per noi? e in quel quadro umano, che chiamiamo presepio? in quella umiltà, che più d’ogni aspetto incantava S. Agostino: «cum esset altus humilis venit» (En. in Ps 31,18 PL Ps 36,14 Sermo Ps 30,7 PL Ps 38,191 etc. ). E che la meraviglia debba poi formare l’atmosfera di tutta la vita cristiana non ci deve apparire una tensione artificiosa della nostra spiritualità, se, da un lato, essa si svolge in un ordine sopranaturale.

Il disegno della religione cristiana si svolge tutto in un piano superiore a quello ordinario della nostra esistenza naturale, e ci offre continuamente verità, modelli, esperienze che superano il livello normale della nostra vita; pur troppo noi siamo indotti ad abituarci ad ogni manifestazione del mistero divino, alla cui presenza e alla cui conversazione siamo stati ammessi (Cfr. Eph Ep 1, l-10); e siamo inoltre diffidenti giustamente circa la nostra facilità al mito, cioè a inserire la nostra fantasia creatrice nella concezione ideale del nostro mondo. Ma qui, nell’ambito autentico della fede, la fantasia non crea, forse ci aiuta a rivestire di qualche analogia, di qualche parabola, di qualche immagine artistica le verità divine, che superano la nostra diretta capacità intellettiva. E se, dall’altro lato, le parole, con cui la rivelazione ci enuncia queste verità, sono esse stesse iperboliche, ci sollecitano ad uno sforzo mentale per sollevarci a quel «regno dei cieli», al quale non possiamo accostarci senza essere invasi da stupore, da meraviglia, da ammirazione. Citiamo di sfuggita alcune espressioni scritturali, che sembrano destinate ad alimentare in noi tale stato d’animo superpsicologico, che poi, semplicemente definiremo, nel linguaggio cristiano, devozione, fervore, giubilo, ebbrezza spirituale (Cfr. l’inno di S. Ambrogio: Laeti bibamus sobriam ebrietatem Spiritus), e di cui S. Francesco di Sales, con la sua rinomata «Introduzione alla vita devota», ancora ci è maestro (Cfr. anche S. TH. II-IIae, 82, 3 e 4).

Non dice, ad esempio, S. Paolo, che «quando ancora eravamo peccatori . . . e nemici, siamo stati riconciliati a Dio?» (Rom. 5, 8-10); e che «noi eravamo figli d’ira, . . . e che Dio, ricco di misericordia, per il grande amore che ci portava, pur essendo noi morti per le nostre colpe ci richiamò a vita in Cristo . . .»? (Ep 2,4-5)

Egli ci parla di questo amore di Dio per noi, qualificandolo un amore che sorpassa ogni scienza (Ep 3,19); e ci dirà l’evangelista S. Giovanni che: «in questo si manifesta la carità (di Dio), perché Egli per primo ci ha amati, e ha mandato il suo Figlio come propiziazione per i nostri peccati» (1 Io. 4, 10). Potremmo continuare. Ma questi accenni scritturali ci orientano verso il punto focale del mistero cristiano, e che nella celebrazione del Natale deve illuminare ogni effusione religiosa ed umana che dal Natale deriva: esso è un mistero d’amore di Dio, in Cristo, per noi. Chi non avverte questa folgorazione dell’amore di Dio nel Natale, che precede e prepara la Pasqua, è come cieco davanti al sole.

Questa è la rivelazione cristiana. Noi dobbiamo far nostra la parola, ancora di S. Giovanni: «Noi abbiamo conosciuto e creduto alla carità che Dio ha per noi» (Ibid., 16). E questa è la risposta che S. Anselmo dà, con tutta la teologia cattolica, alla questione ch’egli si è posto: Cur Deus homo? perché Dio si è fatto uomo? (Cfr. PL 158, p. 359 ss.; e cfr. la sua bella preghiera, p. 769) Con la nostra Benedizione Apostolica.

Convegno per le informazioni cattoliche in Castellammare di Stabia

Rivolgiamo il nostro deferente e cordiale saluto al venerato Arcivescovo Mons. Raffaele Pellecchia, Vescovo di Castellammare di Stabia, e ai Signori Membri del Comitato del Convegno per le Comunicazioni Sociali e il quotidiano Avvenire, che si è celebrato recentemente in quella Città.

Siete venuti per confermare la devozione manifestataci nella menzionata circostanza, quando avete raccolto i doni che ora ci presentate. Il vostro generoso contributo alla carità del Papa e la vostra filiale adesione al Successore di Pietro meritano sincero apprezzamento e sentita riconoscenza.

È inoltre motivo di plauso l’efficace collaborazione da voi prestata per il successo del suddetto Convegno, organizzato dal competente Ufficio della Conferenza Episcopale Italiana. In tal modo voi avete prontamente risposto ad una lodevole iniziativa dell’Episcopato, dando prova di docilità e di disponibilità alle indicazioni dei Pastori.

Ed uniti al Papa e ai Vescovi, vi siete resi benemeriti di due cause molto importanti ed urgenti: quella della presenza della Chiesa nel campo delle Comunicazioni Sociali, e, in particolare, quella di Avvenire, il quotidiano dei cattolici italiani. Anche per questo va a voi la nostra lode. Già più volte abbiamo avuto occasione di dire quanto tali problemi ci stiano a cuore, e quanto ci attendiamo, al riguardo, dalla comunità ecclesiale italiana. Vi esortiamo, pertanto, a continuare. Il Convegno di Castellammare di Stabia non può rimanere una manifestazione isolata, per quanto ben riuscita, ma deve essere un esempio da seguire anche altrove, ed uno stimolo per tutti ad un crescente impegno in un settore così attuale ed esigente della pastorale e dell’apostolato dei laici.

Con la nostra Benedizione.

Il Pontificio Oratorio di S. Pietro

Salutiamo volentieri gli alunni del Pontificio Oratorio di S. Pietro, accompagnati dai loro genitori e guidati dal Presidente S. E. Monsignore Emanuele Clarizio, nonché dai sacerdoti e dalle suore che si dedicano alla loro formazione.

Questa visita al Papa vuol essere una delle manifestazioni celebrative del cinquantesimo anno di vita del vostro Istituto, fondato da Pio XI col Motu Proprio del 25 marzo 1924 De Oratorio Sancti Petri apud Vaticanam Basilicam in adolescentium utilitatem constituendo.

Come non ripensare con gratitudine, in questa circostanza commemorativa, a coloro che profusero le loro energie, animate da instancabile zelo pastorale, in questa iniziativa che da allora ha offerto un’oasi sanamente ricreativa e cristianamente formativa ai ragazzi delle famiglie che abitano accanto alla dimora del Papa?: il nostro venerato predecessore Pio XI, che volle quest’opera scegliendone anche il nome e assicurandole la prima sede, con le allora più aggiornate e confortevoli attrezzature; il Card. Francesco Borgongini Duca, primo Presidente e confondatore, che impresse all’oratorio quello spirito autenticamente cristiano che tuttora Io caratterizza, basato sulla profonda esperienza della fede come dimensione essenziale della vita, sull’incondizionato amore a Cristo quale modello e motivo dell’esistenza, sulla tenera e solida devozione alla Vergine Maria, e sulla incrollabile adesione al Vicario di Cristo.

Uniti a loro nel ricordo e nell’affetto sono anche il Card. Alfredo Ottaviani, che sappiamo spiritualmente partecipe a questo incontro, anche se impossibilitato a venire di persona per motivi di salute, e il caro e venerato Mons. Giulio Barbetta, che vediamo con gioia qui presente, insieme agli attuali dirigenti.

Vi esortiamo a proseguire lietamente e coraggiosamente il cammino che tanti vostri colleghi hanno finora percorso con frutti confortanti di formazione cristiana, di amicizia, di sostegno e di stimolo reciproco nei rispettivi compiti professionali e nella testimonianza a Cristo nel mondo di oggi.

Quando vi radunate insieme, nella bella sede del Colle Gelsomino, sentitevi sempre la comunità vicina al Papa, raccolta da Lui e attorno a Lui. Anche se la residenza ha dovuto alquanto allontanarsi - tra l’altro per cedere il posto a questa Aula delle Udienze, destinata ai pellegrini di tutto il mondo - i lineamenti dell’Oratorio di S. Pietro devono restare fedeli alla fisionomia originale.

Nell’applicarvi allo studio, alla preghiera, alle attività ricreative, sappiatevi perciò distinguere per spirito di collaborazione e di fraternità; sappiatene accettare con gioia anche gli aspetti più pesanti, perché è così che ci si prepara agli impegni della vita; cercate di apprendere e di coltivare - oltre ai principii della scienza e dei rapporti sociali - l’amore alla Chiesa: questa Chiesa che ha bisogno anche di voi per essere bella e accettata dagli uomini, e per dire la sua parola di salvezza al mondo nel quale vi trovate.

Con questi pensieri, che vogliono essere di augurio e di incoraggiamento, noi vi seguiamo paternamente, e vi impartiamo la Benedizione Apostolica.






Paolo VI Udienze 1974 - Mercoledì, 27 novembre 1974