
Paolo VI Omelie 1974 - Domingo 3 de noviembre de 1974
Qua veniamo, noi Milanesi Romani, com’egli fu, dov’egli fu, per ricordarlo, per venerarlo, in questo decimosesto centenario della sua singolare, precipitosa quasi, elevazione alla cattedra episcopale di Milano, per sentirlo a noi vicino. Non è la nostra una celebrazione adeguata a tale poliedrica figura tipica di nobile romano, di alunno del foro, di giurista, di amministratore, di consolare, di politico e di polemista, di letterato e di poeta, di scienziato e di oratore, di vescovo soprattutto, e quindi pastore e di maestro, di dottore e di santo; per fortuna, a suo e proprio onore, la Città che ambrosiana si definisce, ha già provveduto a tributare a Sant’Ambrogio degno omaggio di memoria e di culto; basti ora a noi questo atto di venerazione, che stiamo per dire confidenziale e filiale, nell’intento, ben modesto, ma sincero di ascoltare da lui qualche sua parola per la nostra vita cristiana della quale Egli, Ambrogio, ebbe il genio, ebbe, come pochi a lui pari, lo spirito. S. Agostino ne fa garanzia, come bene sappiamo. Chi non ricorda la prima (prima fra molte successive) testimonianza di Agostino su Sant’Ambrogio? «Così venni a Milano dal vescovo Ambrogio, noto a tutto il mondo come un uomo dei migliori, pio cultore tuo, i cui discorsi, in quel tempo, strenuamente dispensavano al tuo popolo l’adipe del tuo frumento e la letizia dell’olio e la sobria ebbrezza del tuo vino. Ero condotto a lui da te, senza saperlo, affinché per lui, sapendolo, fossi condotto a te. Quell’uomo di Dio mi accolse paternamente e, da buon vescovo, si mostrò assai contento di quella mia venuta. E così cominciai ad amarlo . . .» (Confess. V, 13, 23: PL 32, 717).
Ma ora la sua storia, la sua biografia in questo momento non trattengono la nostra attenzione; e nemmeno la sua . . . bibliografia; tralasciamo il più, tralasciamo tutto: ci basti spigolare sul suo fertile campo qualche citazione, qualche spiga per la nostra edificazione spirituale.
Cominciamo dalla sua concezione del mondo. Naturalista, moralista, S. Ambrogio ci offre il quadro cosmico in cui ci troviamo.
Dio creatore; parla Mosè: «In principio, dice. Com’è ordinata la narrazione! Egli afferma prima di tutto ciò che gli uomini di solito negano, e fa loro sapere che il mondo ha un principio, affinché non pensino che ne è privo» (Hexam. I, III: PL 14, 137). La Bibbia è il suo primo libro; dalle sue pagine, come da finestre su l’universo, Ambrogio osserva il mondo; l’allegoria lo fa poeta, ma non mai gli confonde la visione reale delle cose; «tanto che l’opera sua passò ben presto come una vera, e si può dire la migliore Storia Naturale dei suoi tempi» (Cfr. A. PAREDI, S. Amb., 370).
E subito succede la storia drammatica dell’uomo. «Leggo che (Dio) fece l’uomo ed allora si riposò»; ed ecco il lampo del genio mistico di Ambrogio: «avendo a chi rimettere i peccati» (Hex. VI, X, PL 14, 288; cfr. U. PESTALOZZA, La Rel. di A., 25). L’antropologia di Ambrogio penetra in tutte le sue opere, e trova il suo disegno nuovo e grandioso nel mistero della redenzione e nell’economia della grazia. Alla rivelazione di Dio onnipotente nella creazione succede quella ineffabile di Dio infinito nella bontà, nella misericordia. Leggete poi, se vi piace, il libretto testé da noi pubblicato, per merito di bravi collaboratori, il De Mysteriis, una catechesi squisita sull’iniziazione cristiana: «. . . è stato spalancato per te il Santo dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione» (PL 16, 407).
Qui troverete, tra l’altro, la testuale professione della fede eucaristica: «Lo stesso Signore Gesù proclama: Questo è il mio corpo. Prima della benedizione delle parole celesti viene nominata un’altra specie, dopo la consacrazione viene significato il corpo. Egli stesso dice il suo sangue. Prima della consacrazione viene nominata un’altra realtà, dopo la consacrazione viene chiamato sangue. E tu dici: “amen”, cioè, questo è vero. Quel che dice la bocca, deve confessarlo internamente lo spirito; quel che la parola fa risuonare, deve provarlo il sentimento. È dunque con questi sacramenti che Cristo pasce la sua Chiesa!» (Ibid. 424).
Qui Cristo non è solo presente e operante. Cioè è Lui, ma in quella trasfusione della sua divina potestà, che chiamiamo il nostro sacerdozio. E chi non ricorda l’opera famosa di S. Ambrogio: De oficiis ministrorum? sui doveri degli ecclesiastici? (PL 16, 26 ss.) Non ci fermeremo alla sua iniziale professione di umiltà: «Io . . . trascinato dai tribunali e dalle dignità amministrative al sacerdozio, ho incominciato ad insegnare a voi quello che io stesso non imparai . . .», perché invece in questo breve e primo manuale di dottrina morale troveremo già un buon tentativo d’una sintesi della etica razionale con l’insegnamento nuovo e originale, derivante dalla sapienza evangelica; buona, se pur ancora iniziale pedagogia, per stilizzare santamente la vita ecclesiastica, e poi quella comune dei cristiani. Cicerone precede, Ambrogio segue, integrando, ma supera lo stoicismo di base, derivando dalla fede la norma dell’operare, da cui non è più escluso il povero e l’umile, sì bene portato al comune livello, anzi con preferenziale intenzione di fraternità e di carità; per concludere il trattato con un’esclamazione che potremo far nostra: «che cosa più preziosa dell’amicizia?» (Ibid. 193).
E gli altri aspetti della vita rigenerata dal battesimo? Sarebbe qui troppo lungo passarli in rassegna; ma uno merita una menzione speciale, perché ebbe da Ambrogio particolare impegno, che meritò a noi l’eredità di parecchie sue opere; diciamo l’educazione alla verginità, vero colpo d’ala sulla bassezza dilagante del costume pagano e morbosamente corrotto. Chi non ricorda, ad esempio, il capitolo II, letterariamente splendido, della prima opera di questa categoria, circa il martirio di Santa Agnese, dodicenne: «In una sola vittima, un duplice martirio, del pudore e della religione. E rimase vergine ed ottenne il martirio»? (PL 16, 201-202)
E non è in questo libro l’elogio, uno dei primi nella letteratura sacra, della Vergine Maria, Madre di Cristo? «Immagine della verginità: tale infatti fu Maria» (PL 16, 222). E simili scintille di bellezza e di sapienza potremmo ricavare da altre opere ascetiche e morali del Pastore-Dottore, dove, ad esempio, parla De viduis (PL 16, 233 ss.). Troveremmo incantevoli colloqui, nutriti di notizie preziose sulla cronaca dei suoi giorni, nella corrispondenza, unica, crediamo, nel suo genere, con la sorella MarCellina (PL 16, 1036 ss.); e soavi amarezze nei due discorsi, non certo ignoti ai necrologi famosi di Bossuet, per la morte del fratello Satiro (PL 16, 1345); e tant’altre cose. S. Ambrogio è un maestro prodigo; non si consulta mai indarno, anche se la sua loquela non è sempre facile per noi, letterato, com’egli è, sempre padrone e forse un po’ raffinato nel suo stile. Vedete, vorremmo raccomandare, il lavoro suo forse principale, la Expositio Evangelii secundum Lucam (PL 15, 1607-1943). Ma a noi preme concludere con una citazione notissima, ma confacente al caso nostro, quella che si trova nel commento al Salmo XL, dove S. Ambrogio, con l’abituale facilità a introdurre nel contesto della trattazione un riferimento scritturale, scrive: «Questi è Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa (Mt 16,18). Dove dunque è Pietro, ivi è la Chiesa; dov’è la Chiesa, lì non c’è assolutamente morte, ma la vita eterna» (PL 14, 1134). Chi fu che a queste fatidiche parole aggiunse una chiosa significativa: Dov’è Pietro, ivi è la Chiesa Milanese? (Se bene ricordiamo, questa chiosa è dovuta al predecessore del Card. Ferrari, Monsignore Luigi Nazari di Calabiana, dal 1867 al 1894 arcivescovo di Milano). È così una sentenza che documenta non solo una verità dogmatica, ma anche una tradizione storica, che noi ora, con questa cerimonia, qui ove fu la sua dimora, intendiamo confermare, ad onore della Chiesa Ambrosiana, che in questo momento tutti portiamo nel cuore. Del resto non aveva già affermato S. Ambrogio: «In tutto voglio seguire la Chiesa Romana»? (De Sacramentis, III, 5: PL 16, 452)
E non risuona nei nostri animi un’altra parola del nostro Santo, la quale può suggellare nel ricordo e nel proposito questa modesta, ma pia e cordiale celebrazione: «La vita dei santi è per gli altri norma del vivere»? (De Ioseph Patriarcha, 1, 1: PL 14, 673) Così sia per noi, per merito di Sant’Ambrogio, con la sua e la nostra Benedizione.
La nostra parola, che ora osa interpretare la voce del Natale ed il linguaggio simbolico di questo rito giubilare, è semplice ed unica: Venite! Sì, Fratelli, venite!
Ma è parola polivalente ! Vogliate ascoltarne la risonanza nel fondo dei vostri animi; vogliate procurare di comprenderla. Innanzi tutto perché essa vuol essere parola universale. A tutti, noi lanciamo come un grido di richiamo, questo invito del cuore: Venite! La parola risuona in questa basilica; ma essa è rivolta a tutti i Fedeli, a tutta la Chiesa qua convergente dai quattro punti cardinali della terra; venite! come «un Cuor solo ed un’anima sola» (Act. 4, 32) a celebrare insieme il Natale di Cristo ed a compiere insieme il Giubileo del rinnovamento e della riconciliazione, nel prodigio e nel gaudio di quella unità di fede e di amore, che il Signore ci lasciò suo comandamento e suo retaggio: venite!
E poi la medesima parola, piena di rispetto e di speranza, si effonde dovunque il nome di Cristo definisce una fratellanza e ne reclama una felice pienezza: venite! noi conserviamo sempre disponibile, intorno all’unico nostro e vostro Signore e Maestro, il posto d’onore e di amore, che a voi è dovuto in questo Natale di novità e di riconciliazione: venite! È l’invito ecumenico! L’invito subito si allarga nei grandi cerchi dell’umanità non cristiana, con lo stesso suono, ma con accento diverso, anche se non meno riguardoso e cordiale: anche voi, uomini amici, siete invitati, anche voi attesi all’incontro della nostra fraternità. Trema la nostra voce, di commozione, non d’incertezza, affermando che il richiamo è anche, e, in un certo senso, specialmente per voi, che siete solidali con noi, in Abramo, della nostra fede e tuttora figli della sua promessa, in noi già operante.
E ancora non tace la nostra chiamata. Essa vuole diffondersi verso i lontani, verso gli spiriti vagabondi, solitari, sfiduciati, verso i cuori chiusi, e perfino verso coloro che si sono resi refrattari alla religione e alla fede: venite! Sarà forse la nostra una parola al vento? In ogni caso, non sarà priva d’una sua segreta virtù, che non deriva dalla nostra debole voce, ma dal fatto inconfutabile al quale essa rende testimonianza: Cristo vi attende! Egli aspetta anche voi e voi forse con amorosa impazienza: venite! Voi ci domandate, Fratelli tutti e Uomini ai quali perviene questo nostro invito, tanto incalzante e tanto fiducioso: don e esso deriva? quali motivi lo mettono sulle nostre labbra?
Non chiedeteci in questo momento un’adeguata risposta: soltanto quella che deriva da voi stessi noi vi daremo; ed è questa: venite, perché questa è già la via dei vostri passi. Venite, perché ne avete inconscio desiderio e assoluto bisogno. Venite, perché il cammino dell’uomo è segnato verso la direzione, alla quale noi vi chiamiamo; diciamo la grande parola: la meta della vita umana è Dio! venite: e noi vi faremo incontrare o riscoprire quel Dio vivente, che non avete mai cessato di cercare. Lo andate cercando quando la traccia della vostra vita è semplice e primitiva, perché quasi per attrazione naturale noi siamo tutti orientati verso il polo originario e terminale della nostra esistenza; è la sintesi di Sant’Agostino, che scolpisce nelle note parole questo nostro destino: «Tu, o Dio, ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non avrà pace finché in Te non riposi» (Conf. 1, 1). E anche oggi che la vita nostra non è più semplice, ma complicata nello sviluppo del suo pensiero e del suo progresso, la verità è sempre quella, anzi più quella che mai: perché dove sfocia il pensiero e dove il progresso nelle sue estreme conclusioni, quando non voglia perdersi nella notte del nulla, se non in un supremo anelito, in un inno estatico, verso l’Essere assoluto e necessario, ch’è il Dio della luce e della vita?
E ancora noi vi ripetiamo: venite! perché siamo peccatori, diciamolo con umile, ma salutare franchezza; il che vuol dire che se il prodigio del Natale non fosse realmente avvenuto non potremmo nemmeno camminare con speranza: la nostra sorte sarebbe disperata. Non noi abbiamo capacità di raggiungere Dio, ma Dio ha avuto l’infinita bontà di venirci incontro, anzi di giungere Lui, dagli insondabili spazi del suo regno, che è mistero, fino a noi.
Lui è venuto incontro a noi fino a farsi uno di noi, fino a farsi uomo; e così «è comparso sulla terra, e si è messo a conversazione con gli uomini» (Ba 3,38). Questo è il Vangelo, questo è il Natale.
Il Natale! il punto di contatto vitale del Verbo di Dio, Dio lui stesso col Padre e con lo Spirito Santo, con noi, gente di questo piccolo pianeta, ch’è la terra; Emmanuele è il suo nome, che appunto vuol dire: Dio con noi (Mt 1,23 Is 7,14).
Ma allora, sembra di dover dire, non altro occorre; non dobbiamo noi andare da Lui, se Lui è venuto da noi. La soluzione ultima dei nostri problemi non sarebbe già raggiunta? la salvezza già assicurata?
Ascoltate un’ultima volta il nostro invito, Fratelli e Uomini di buona volontà, invito che ancora ripetiamo per i passi che ci restano da compiere, affinché l’incontro si realizzi e si consumi nell’abbraccio, anzi nella comunione col Cristo, il Dio-uomo, nostro salvatore, nostro rigeneratore nell’ordine di vita soprannaturale, che ci è destinata.
Venite! Sono due i passi nostri, insignificanti rispetto alle distanze che Gesù, il Messia divino, ha colmato per avvicinarsi a noi, ma per noi estremamente importanti, e non privi di nostre drammatiche difficoltà.
Il primo passo, il grande passo, che umilia il nostro abusivo orgoglio di presunta autosufficienza, ma amplifica il nostro spirito alle proporzioni immense ed esaltanti della Parola rivelatrice di Dio, è la fede. Su le soglie del presepio, del Vangelo, della salvezza sta la fede. Occorre da parte nostra la fede; dobbiamo credere al regno di Dio, che ci è aperto davanti, e dire con l’anonimo personaggio evangelico : «Credo, o Signore; ma Tu aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24).
Poi il secondo passo, che la celebrazione del Giubileo, con la sua semplice ma profonda disciplina spirituale, e con l’apertura simbolica delle sue porte di misericordia e di perdono, vuole significare, il passo della metamorfosi interiore, il passo coraggioso della verità morale, il passo evangelico del figlio prodigo, che ritorna alla casa paterna, il passo che il Padre attende e interiormente ispira e rende gioioso; ecco, è il passo della conversione del cuore: «Io sorgerò e andrò».
Ciascuno di noi lo può fare questo passo; lo deve. È in fondo, così facile. È così felice. È così dolce. È il passo che noi stiamo facendo. Il passo di Natale per l’Anno Santo, che abbiamo insieme questa notte inaugurato.
La Chiesa è con noi! così lo sia il mondo! Con questi voti nel cuore riprendiamo ora la nostra preghiera.
Paolo VI Omelie 1974 - Domingo 3 de noviembre de 1974