
Paolo VI Omelie 1976 - Mercoledì delle Ceneri, 3 marzo 1976
Il nostro spirito , attento all’annuncio evangelico di San Marco (Mc 1,12-15), proposto dall’odierna liturgia in questa prima domenica di quaresima alla nostra meditazione, ha davanti a sé due quadri di grande interesse : il primo quadro è quello arido, disabitato e desolato del deserto, forse quello della montagna vicina al Mar Morto, pietrosa e sabbiosa, dove la squallida solitudine mette chi vi si avventura quasi ad obbligato contatto interiore con se stesso, mentre lo espone a qualche infido incontro con le bestie selvatiche del luogo, bruciato dal sole spietato, e spazzato da raffiche di vento inclemente. Colà Gesù, spinto dallo Spirito, dopo il battesimo penitenziale, ch’egli pure volle avere dal Precursore Giovanni, si ritrasse e rimase quaranta giorni, in sovrumano digiuno, come Mosè (Ex 34,28 cfr. Ex 3 Reg. Ex 19,8); poi alla fine, stremato dal languore e dalla fame, sostenne la triplice lotta misteriosa col diavolo, Satana lo chiamano gli Evangelisti Matteo e Marco (Mt 4,10 Mc 1,13), e fu alla fine servito dagli angeli. Quadro difficile ad un letterale commento, ma assai appropriato come introduzione tipica alla missione messianica che Gesù stava per incominciare (Cfr. F. DOSTOJEVSKI, I fratelli Karamazov).
Poi S. Marco subito ci apre allo sguardo un altro quadro, successivo all’arresto di Giovanni, che scompare dalla scena del Giordano. Gesù risale in Galilea, e qui comincia la sua predicazione, quella ch’è detta del «Vangelo del regno di Dio» (Mc 1,14) e che si apre con un annuncio fatidico: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi, e credete al Vangelo» (Ibid. 14-15). Noi tutti, fedeli alla scuola della liturgia, avremo davanti ai nostri animi questo duplice quadro, come fosse oggi lo scenario di sfondo che offre un ambiente ideale ed in un certo senso la luce per un altro personaggio, che, quasi movendo da quello sfondo evangelico, venga verso di noi, e a cento anni dalla sua propria nascita storica, a noi si presenti, a molti di noi che lo abbiamo personalmente conosciuto, e rispecchiando in sé la solitudine di Cristo eremita nel deserto, e quindi il ministero di Cristo evangelizzatore, ci tenda ancora ieraticamente e paternamente le sue dolci mani, in segno di benevolenza e di benedizione: Papa Pio XII. Dietro a lui campeggia il Cristo segreto del deserto, grandeggia il Cristo profetico del Vangelo. Non è nostra intenzione tracciare ora la sua storia, il suo panegirico; ma solo ci basta qui rievocare la sua memoria, nella forma laconica ma possibilmente comprensiva, come una di quelle dei Papi nel famoso «Liber Pontificalis».
Dobbiamo fissare la data di nascita: essa avvenne il 2 marzo 1876; egli era il terzogenito di Filippo Pacelli nobile patrizio di Acquapendente, la cui famiglia si era trasferita a Roma, e che ebbe rinomanza per la sua intemerata professione giuridica e per i pubblici uffici a cui fu chiamato nel servizio della Città, non certo allora fiorente di temporale prosperità, ma sempre al vertice degli avvenimenti storici, che commossero l’Europa e agitarono l’Italia, ormai avviata alla difficile ed ambita meta della sua unità nazionale.
Il nome scelto fu Eugenio, con quelli aggiunti di Maria, Giuseppe, Giovanni; e il battesimo gli fu conferito nella chiesa dei Santi Celso e Giuliano. La tazza del battistero è ora conservata a S. Pancrazio, nella Chiesa dei Carmelitani Scalzi, sul Gianicolo. Sia degna memoria alla venerata madre di Eugenio, la quale fu Virginia Graziosi, ricordata da tanto figlio con sempre commossa affezione.
Nel centro nobile e popolare della Roma storica, in Via Monte Giordano 34, era l’abitazione della Famiglia Pacelli; e qui la ovvia, ma ormai singolare circostanza è da notare: Pio XII fu Papa Romano, non solo per l’apostolico ufficio a lui conferito, ma per nascita, come da tempo non avveniva (bisogna risalire a Papa Innocenzo XIII, Michelangelo dei Conti [1721-1724], per ricordare un fatto analogo). Per nascita, per tradizione, per cuore, quasi a testimoniare come quest’Urbe dalle mille vite una ne abbia sua propria di sangue e di storia, e sempre feconda e fedele alla sua unica e secolare vocazione spirituale: «presiedere nella carità» (S. IGNATII ANTIOCHENI Ad Romanos, «Prologus»). Dio voglia!
Eugenio Pacelli frequentò la scuola classica del Visconti, installata nel vetusto Collegio Romano, di cui egli conservò sempre fedelissima e affezionata memoria. Poi il Capranica, la Gregoriana, il Sant’Apollinare, e poi la Messa, la prima volta celebrata a S. Maria Maggiore, poi l’assunzione alla Congregazione per gli Affari Ecclesiastici straordinari, auspice Monsignor Cavagnis, e quindi il grande Monsignor Gasparri, sotto la cui direzione il giovane Pacelli per quattordici anni, lavorò, con la diligenza e l’intelligenza che gli erano abituali, a quella compilazione di sommo valore che è il «Codex Iuris Canonici», ora, dopo il Concilio, in via di revisione, ma sintesi monumentale e sapiente dell’immensa letteratura del diritto della Chiesa.
Eugenio Pacelli, legislatore nella Chiesa, ci obbliga a ricordare l’opera sua per la legislazione fuori della Chiesa, cioè relativamente ai contatti della Chiesa con gli Stati moderni, opera che con delicatissimo studio, in gran parte personale, riuscì a fissare rapporti normali e leali, in ben tre Concordati, con la Germania; Concordati, che nemmeno la guerra e i mutamenti che la seguirono valsero a sovvertire, sì bene a confermare come strutture pacifiche e corroboranti per gli interessi spirituali e civili delle alte Parti contraenti, e con loro mutua soddisfazione tuttora sostanzialmente vigenti dimostrano la loro benefica efficacia.
Poi Pacelli a Roma, come Segretario di Stato negli ultimi nove anni del Pontificato di Pio XI, che ebbe per lui grandissima stima e da lui fedelissimo servizio. Sarebbe una pagina di storia psicologica di grande interesse, se questa potesse adeguatamente descrivere e decifrare le caratteristiche peculiari molto, molto diverse di queste due grandi personalità, che solo la pratica più compenetrata e cosciente delle virtù ecclesiastiche valse a fondere in costante, complementare ed esemplare armonia.
Noi avemmo allora la inestimabile fortuna di prestare, come Sostituto della Segreteria di Stato, i nostri modestissimi, ma quasi quotidiani servizi ai due grandi e virtuosi Pontefici. Noi possiamo essere ammirati testimoni, per quanto specialmente riguarda i lunghi quindici anni della nostra umile conversazione con Papa Pio XII, quale fosse la sua bontà, la sua cultura, la sua assiduità di lavoro, la sua compassione per i dolori altrui, la sua anima pastorale ed apostolica.
È per noi impossibile dire tutto, anche in sintesi. Due punti sembrano tuttavia meritare da noi, anche in questa occasione, particolare menzione. Il primo punto riguarda la sua attitudine di fronte alla seconda guerra mondiale. Tanto si disse su di lui a questo riguardo e non sempre in conformità al vero, falsamente sofisticando sulla signorile timidità del suo carattere, ovvero sulla parzialità delle sue simpatie su questo o su quel Popolo. Non così dev’essere giudicato questo magnanimo Pontefice, finissimo, sì, nella sua umana e cristiana sensibilità, ma sempre saggio e diritto. Noi possiamo senz’altro aggiungere ch’egli sempre fu forte e fu equo, perfetto dominatore dei suoi sentimenti e intrepido assertore della giustizia, tutto teso nel sacrificio di sé, nel soccorso alle umane sofferenze, nel coraggioso servizio della pace.
L’altro punto riguarda la sua religiosità. Noi ne dicemmo una parola in altra occasione, a Milano, la quale noi ora riaffermiamo, ripetendo qui le parole che il «Liber Pontificalis», riserva all’elogio di Papa Eugenio I e che sembrano scritte per questo suo successore, Eugenio Pacelli:
Eugenius, natione romanus, / clericus ab incunabulis . . . / Fuit . . . benignus, mitis, mansuetus, omnibus / affabilis et sanctitate praeclarior (Cfr. DUCHESNE,, Liber Pontificalis, 1, 341 ss., a. 654-657).
Trema la nostra voce, batte il nostro cuore, rivolgendo alla venerata e paterna memoria di Eugenio Pacelli, Papa Pio XII, l’affettuoso encomio d’un umile figlio, il devoto omaggio d’un povero successore.
Ricordatelo voi, Romani, questo vostro insigne ed eletto Pontefice; lo ricordi la Chiesa; lo ricordi il mondo, lo ricordi la storia. Egli è ben degno della nostra pia, grata, ed ammirata memoria.
Fratelli e Figli carissimi!
Che cosa vi ricorda il ramo d’olivo, o la palma che portate in mano? Tutti lo sappiamo: ricorda un fatto singolare del Vangelo, quello dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, cinque giorni prima ch’Egli fosse condannato a morte e crocifisso. Un’entrata insolita, perché distinta da un segno, abbastanza modesto, ma intenzionalmente celebrativo, reso solenne dall’enorme folla, presente e festante, che ne circondò lo svolgimento. Siamo a Bethania, a pochi chilometri da Gerusalemme, un villaggio sul versante orientale del monte degli ulivi, dov’era la dimora ospitale delle sorelle Marta e Maria, e del loro fratello Lazzaro, da poco risuscitato da Gesù, e dove la gente curiosa si addensava stupita ed eccitata: vi erano gli amici, i discepoli con quelli che ammiravano Lazzaro redivivo per la popolarità che Gesù andava acquistando, e decisi a sopprimere tanto Gesù, quanto Lazzaro, per mettere fine al successo crescente del Maestro (Io. 12, 10). In quest’atmosfera, carica di entusiasmo esplosivo da una parte e di odio radicale e segreto dall’altra, partendo da Bethania si formò un corteo, e con grande gioia dei seguaci di Gesù si accolse dai discepoli il suo ordine insolito, quello di procurargli una cavalcatura per proseguire festosamente verso Gerusalemme. A Bethfage infatti, su l’ordine di Gesù, fu preso a prestito un asinello, non mai prima d’allora cavalcato da alcuno, e vi fu fatto sedere il Maestro stesso; e immediatamente la scena si trasformò in una manifestazione popolare, resa solenne nella sua povera semplicità da due circostanze: la ressa di popolo accampata intorno a Gerusalemme per la Pasqua ebraica, e proveniente dalla città rigurgitante di popolo e di forestieri, e accorsa tutta verso la comitiva in arrivo; e, seconda circostanza, le acclamazioni spontanee e gaudiose di tutta quella gente che applaudiva con grida assai significative, e per i nemici di Gesù assai fastidiose: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore».
Che cosa significava questa accoglienza, così gioiosa e così clamorosa?
Questo è importante notare. Il momento si fa drammatico, e acquista il suo significato, decisivo per la storia e per la comprensione del Vangelo; il significato consiste nel riconoscimento e nella proclamazione del carattere messianico di Gesù. Egli è Colui che doveva venire. Egli è qui, dopo l’attesa di secoli, passata nella coscienza delle generazioni; Egli è il figlio di David! Egli è il Cristo! Gesù è il Cristo, il mandato da Dio, il Salvatore, il Messia, è il centro della storia, è il Re dei Giudei (ricordate la tavoletta della sentenza di morte, scritta da Pilato e affissa sopra la Croce di Gesù? «Gesù Nazareno Re dei Giudei»). «Questo è il punto ove s’incontrarono . . . il messianismo delle plebi e quello di Gesù» (G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 505). Non era quello soltanto un momento eccezionale; era un destino, che riassumeva la vita privilegiata e travagliata del Popolo eletto, che concentrava in sé il compimento delle profezie e che apriva gli orizzonti del tempo futuro, che celebrava un avvenimento d’inesauribile salvezza, la Redenzione, e che impegnava tutta l’umanità ad una scelta suprema, quella nuova alleanza tra il mondo e Dio, quella del cristianesimo sì, o no. Si comprese dopo il compimento degli eventi, a cui quel fatto dava principio, quale sorte fosse giocata intorno a quel nome, Gesù; intorno a quel Maestro, Gesù; intorno a quel Messia, Gesù; intorno a quell’Agnello di Dio, a quella vittima per la salvezza del genere umano, Gesù. Egli proprio in quell’occasione, nel suo linguaggio rivelatore e misterioso, ebbe a preannunciare: «Io, quando sarò elevato da terra (in croce, cioè), attirerò tutti a me» (Io. 12, 32). Lo spettacolo allora, allo sguardo dello spirito, si fa grande come il mondo. Il dramma si fa straripante fino a distendersi su tutta l’umanità. E il racconto, a ben pensarci, si fa estremamente interessante, tanto da non lasciare alcuno indifferente; esso ci riguarda personalmente; ciascuno di noi vi è partecipe.
Fratelli, Giovani specialmente, pensate bene a quanto vi diciamo: questa celebrazione, che riguarda la proclamazione di Gesù Messia, di Gesù il Cristo, di Gesù, nostro Salvatore, riguarda altresì il nostro destino, la nostra scelta primaria. Ripensate all’episodio decisivo, che stiamo celebrando: Gesù riconosciuto dal Popolo, e nello stesso tempo, Gesù osteggiato e poi fatto uccidere dai capi del Popolo stesso, che non vollero accoglierlo e prestargli fede, neppure dopo la risurrezione di Lazzaro, neppure dopo il suo ingresso trionfale ed umile quale Messia in Gerusalemme. Vi ricordate le parole profetiche pronunciate dal pio e vecchio Simeone, quando Gesù bambino, fu presentato al tempio: Egli sarà «segno di contraddizione»? (Lc 2,34) Sì, segno di contraddizione: intorno a lui vi sarà una lotta; gli uomini saranno divisi ed opposti fra loro. Questa lotta si perpetuerà nei secoli. Oh! Questo è uno dei misteri più difficili e più dolorosi della storia umana: l’unità d’intorno al Cristo, centro, polo, salvatore dell’umanità, non sarà né spontanea, né facile; egli sarà un bersaglio di fiera e dura opposizione da una parte; Egli sarà tuttavia punto di fedelissima convergenza dall’altra.
Ora osservate: chi in quel giorno fatidico ebbe l’intuizione che Gesù di Nazareth, il Maestro estremamente saggio, miracoloso e misericordioso, pellegrinante e predicante nella Palestina, era Lui il Messia, era Lui il figlio di David, era Lui il Salvatore atteso e promesso? Fu il Popolo, e fra il Popolo più entusiasti ed attivi furono i Giovani. Essi furono gli araldi del Messia. Essi indovinarono.
Essi si esposero, con segni di audacia, di felicità e di letizia. Essi capirono che quella era l’ora di Dio, l’ora sospirata e benedetta dell’arrivo del Messia; e fu allora, che agitando rami degli alberi, rami d’olivo e di palme, noi crediamo, decretarono a Gesù, il Maestro, il Messia, il Cristo, il Principe della pace (Cfr. Is. Is 9,6), il suo primo trionfo, popolare ed incontenibile (Cfr. Luc. Lc 19,39-40). Gesù fu visto piangere in quel momento, che presagiva a Lui la passione e la croce, e alla città renitente alla sua suprema chiamata messianica una futura rovina. Ma una tonante voce del cielo annunciò un epilogo di gloria (Io. 12, 28), e le grida dei fanciulli acclamanti prevalsero sul frastuono della folla e sull’ira dei gerarchi, e accompagnarono Gesù fino al tempio, sempre osannando il nuovo figlio di David (Mt 21,15).
Ora osservate bene: la scena si ripete, la scena nella liturgia della Chiesa si perpetua e si rinnova. Attraverso i secoli, ogni anno, quando viene la Pasqua, questa cerimonia, che noi stiamo celebrando, proclama Gesù come Cristo, come Messia, come l’arbitro dei destini dell’umanità, il vero Salvatore del mondo. Quali sono le voci più qualificate per l’annuncio di questo beato messaggio al mondo? sono quelle del Popolo di Dio, sono le vostre, Giovani convenuti a questo rito meraviglioso e misterioso. Tocca a voi oggi, figli di questa generazione storica, fare eco alle acclamazioni di Gesù, riconosciuto come Cristo, come Salvatore e Signore. Per una fortunata e segreta maturazione dei tempi sono oggi i Giovani, gruppi privilegiati di Giovani, a intuire, a comprendere che quel Gesù del Vangelo è Lui che inaugura e apre a buon diritto il Regno della salvezza. È Lui, il Cristo, che ponendosi sulla via torrenziale della civiltà la divarica in due diverse e spesso opposte correnti: da una parte, la sua, quella di Gesù Cristo, la corrente della pace e della fratellanza universale fra gli uomini suoi seguaci; dall’altra la corrente della violenza, della divisione e della lotta, e alla fine della guerra; da una parte la corrente dei «poveri nello spirito», dei cercatori del regno di Dio, dei credenti nella vita eterna, dall’altra la corrente degli egoisti e dei cercatori del regno della terra, degli uomini che solo nel tempo hanno la loro fiducia; da una parte la corrente che fa dell’amore a Dio e al prossimo la legge suprema della vita individuale e sociale; dall’altra la corrente che fa della forza e della rivoluzione aggressiva e sopraffattrice la ragione cieca dei destini dei popoli; da una parte la corrente della fede e della verità e perciò della libertà (Cfr. Io. 8, 32); dall’altra la corrente delle mille e sfrenate opinioni, che violando i diritti delle coscienze esteriormente s’impone . . . Due concezioni del mondo, della verità, della vita: quale scegliete?
Oh, beati voi, Figli carissimi, che avete già scelto, e scelto secondo sapienza e secondo fortuna, fin dal giorno del vostro battesimo, impegnando la vostra vita a questa professione globale e felice: noi saremo cristiani! saremo di Cristo, saremo con Cristo, in questa vita e in quella futura ! Ed oggi, agitando le vostre palme, con rinnovata coscienza, con più forte energia, confermate la vostra scelta, la vostra promessa: sì, noi saremo cristiani!
Due sentimenti riempiano allora i vostri cuori: il coraggio e la gioia!
Con la nostra Apostolica Benedizione
Comunione è la parola che viene alle labbra, se esse devono rompere il silenzio dei cuori compresi dei misteri che stiamo celebrando. Ripensiamo, anzi riviviamo l’ora dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli; un’ora già grave per il suo significato commemorativo, tale da formare la coscienza religiosa e storica del Popolo ebraico, che rievocava, immolando l’agnello, l’esodo avventuroso dalla schiavitù verso una patria da riconquistare e da possedere nella fedeltà al proprio religioso destino, per secoli.
Comunione era l’atmosfera nuova nella quale quella cena pasquale era celebrata: un’atmosfera affettiva intensa e carica di quei sentimenti che superano lo stile della conversazione consueta, per quanto il linguaggio del Maestro mirasse sempre a condurre la comprensione dei suoi discepoli oltre i margini dell’esperienza sensibile e ad invitarla a respirare in una zona superiore di mistero e di trascendente scoperta di verità recondita e di divina realtà. Ma quella sera il livello sentimentale e spirituale è subito così alto da rendere più che mai difficile ai discepoli commensali interloquire a proposito. Ascoltiamo intanto gli accenti estremamente cordiali, che sono in chiave d’apertura dell’effusione discorsiva del Maestro. «Quando fu l’ora, scrive l’evangelista S. Luca, Egli prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: ho desiderato ardentemente di mangiare questa pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio» (Lc 22,15). La cena assume un carattere testamentario: Gesti stesso la definisce l’epilogo della sua vita terrena; Egli dà al convito un carattere conclusivo. Scrive l’Evangelista Giovanni, il prediletto iniziato ai segreti del cuore del Signore: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo ch’era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo d’aver amato i suoi ch’erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Io. 13, 1). Commenta S. Agostino: «Fino alla morte lo portò l’amore» (S. AUGUSTINI In Io. tract. 55, 2: PL 35, 1786); e parimente l’esegesi moderna: «Gesù, che ha sempre amato i suoi, adesso dimostra il suo amore sino in fine, non solo cronologicamente sino alla fine della sua vita, ma molto più intensivamente sino al fine raggiungibile, sino all’estremo limite possibile dell’amore stesso» (G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 541).
Il grado d’intensità affettiva prodotto dalle parole e dagli atti di Gesù in quel convito rituale, già di per sé atto a svegliare negli animi una forte e comunicativa emozione, cresce durante lo svolgimento della veglia conviviale in scala ascendente: dall’annuncio tanto temuto dai discepoli della prossima morte cruenta del Maestro (Cfr. Io. 11, 16; 12, 24; etc.), ora apertamente asserito, alla scena inattesa e imbarazzante della lavanda dei piedi, compiuta da Gesù dopo la prima parte della cena (Io. 13, 2-17), e poi all’accenno patetico e ormai aperto al tradimento imminente; e quindi, partito dalla mensa il traditore indiziato (Ibid. 13, 26 ss.), un momento di supremo congedo: «Figlioli (così chiama i discepoli! ), ancora per poco sono con voi . . . Io vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come (come: notate il paragone, notate la misura!), come Io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri» (Ibid. 13, 33-35). Anche qui un rapporto, una comunione rimane, nel costume informatore d’una società compaginata dall’amore. Noi giungiamo così al momento della suprema e misteriosa sorpresa. Riascoltiamo le rivelatrici parole: «Mentre essi cenavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,26-28).
Miracolo! Mistero di fede! Noi crediamo al prodigio compiuto! Noi crediamo, come dice il Concilio Tridentino, che Egli, Cristo, «celebrata la Pasqua antica . . . . istituì una nuova Pasqua, immolando se stesso, conferendone alla Chiesa il potere mediante i Sacerdoti, sotto segni visibili, in memoria del suo transito da questo mondo al Padre» (DENZ-SCHÖN., 1741).
Se così è, ed è così, il mistero si irradia davanti a noi, finché avremo capacità di contemplarlo, in un’epifania di comunione.
Comunione con Cristo, Sacerdote e vittima d’un Sacrificio consumato in modo cruento sulla croce, incruento nella Messa, vertice della nostra vita religiosa, dove Egli, mediante la sua parola sacramentale ridotti a semplici segni sensibili il pane ed il vino per convertirne la sostanza nella sua carne e nel suo sangue, offre se stesso, Agnello immolato in olocausto, ristabilendo una comunione di grazia fra gli uomini vivi e defunti, con Dio Padre onnipotente e misericordioso (Cfr. DENZ- SCHÖN., 1743; 3847). Comunione ontologica, teologica, vitale.
Comunione ancora con Cristo, personale, mistica, interiore; comunione bipolare della nostra umile e caduca vita umana e mortale con la Vita stessa di Cristo, ch’è Lui stesso Vita per definizione (Io. 14, 6), e che ha detto di Sé: «Io sono il Pane della Vita» (Ibid. 6, 35-49 et 51), così che risuonano nella nostra profonda coscienza le parole della comunione più intima, coesistenziale: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Ga 2,20). Chi può mai misurare la fecondità di questa comunione interiore, che ha Cristo maestro, lo ha via, verità e vita (Io. 14, 6), lo ha come linfa d’un albero ai suoi tralci fiorenti e fruttiferi? (Ibid. 15, 1 ss.)
Comunione inoltre d’ineffabile efficacia sociale, principio cioè valido per cementare nell’unità soprannaturale ma altresì ecclesiale e comunitaria del Corpo mistico di Cristo quanti del pane eucaristico si alimentano. Lo insegna ancora S. Paolo: «Il calice della benedizione che noi consacriamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1 Cor. 1Co 10,16-17).
Comunione allora nello spazio della terra e nella dimensione dell’umanità credente e partecipante al divino banchetto, dovunque sia regolarmente celebrato: tutti vi sono invitati dal Signore stesso: compelle intrare, spingili ad entrare! c’insegna la parabola evangelica (Lc 15,23). Il fatto stesso che Cristo ha reso possibile, mediante il ministero dei sacerdoti, di moltiplicare questo benedetto pane eucaristico, ch’è Lui stesso, l’Emmanuele, il Dio con noi che accompagna gli uomini per tutti i loro sentieri, e tutti chiama con voce pentecostale alla sua unica Chiesa, non rende forse evidente alla più semplice osservazione la sua divina intenzione di comunione universale? Ut omnes unum sint, perché tutti siano una cosa sola! così pregò Cristo in quella notte profetica, dopo l’ultima cena.
E non si aggiunge forse a questa un’altra comunione, quella nel tempo, quella della permanenza di Gesù Cristo con noi, quella della tradizione vivente nei secoli, comunione coerente, fedele, vittoriosa del tempo che passa divorante, perché questo miracolo eucaristico è destinato, come scrive S. Paolo, a durare donec veniat, finché Egli, Cristo, ritorni (1 Cor. 1Co 11,26), il giorno finale della parusia? E proprio così aveva dichiarato Cristo stesso, come ce lo dicono le ultime parole del suo Vangelo: «Ecco Io sono con voi ogni giorno fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
A questo punto la nostra meditazione, che indaga sulla comunione polivalente, risultante dal mistero eucaristico, diventa curiosa di calcoli e di statistiche. Se Cristo è il centro, nel sacramento del suo sacrificio, che attrae tutti a Sé (Cfr. Io. 12, 32), viene spontanea la domanda: sono davvero tutti affascinati ed attratti a questa comunione con Lui? Quanti siamo noi compaginati nell’unità di cui Egli ci lasciò la sua testamentaria aspirazione? (Ibid. 17) E siamo veramente in quell’unità di fede, di amore e di vita ch’è nel desiderio sovrano e misericordioso di Gesù, disposti a fare dell’unità interiore della Chiesa e nella Chiesa la nostra aspirazione costitutiva, il nostro programma di vita ecclesiale? è davvero e sempre soffio di Spirito Santo quello che spesso con spinta centrifuga e ambizione individualista rallenta e talora infrange i vincoli della nostra benedetta comunione nel corpo visibile e mistico di Cristo? Non è questo il giorno, il momento di lasciar cadere ogni egoistica riserva alla riconciliazione fraterna, al perdono reciproco, all’unità dell’umile amore? Possiamo noi far giungere ai figli lontani un affettuoso richiamo per il loro ritorno alla mensa spirituale comune? Quale fervore missionario nasce in noi dalla celebrazione di questo Giovedì santo! quale spirito fraterno, quale zelo pastorale, quale proposito d’apostolato! quale speranza di comunione cristiana!
E non avremo noi, in questa sera beata, un pensiero, un saluto, una preghiera ecumenica per tanti fratelli cristiani tuttora da noi separati?
E per tutti gli uomini sofferenti o affamati di verità, di giustizia e di pace, ma con gli occhi annebbiati nella loro insoddisfattta ricerca, non potremo noi ricordare, almeno nella preghiera interiore, l’invito sempre loro rivolto da Colui che solo li può esaudire: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»? (Mt 11,28) La Chiesa è una comunione!
Così sia, così sia, con la nostra cordiale Benedizione.
Chi è, chi è Colui, che oggi qua ci raccoglie per celebrare nel suo nome beato una irradiazione del Vangelo di Cristo, un fenomeno inesprimibile, eppure chiaro ed evidente, quello d’una trasparenza incantevole, che ci lascia intravedere nel profilo d’un umile fraticello una figura esaltante e insieme quasi sconcertante: guarda, guarda, è San Francesco! lo vedi? guarda come è povero, guarda com’è semplice, guarda com’è umano! è proprio lui, San Francesco, così umile, così sereno, così assorto da apparire quasi estatico in una sua propria interiore visione dell’invisibile presenza di Dio, eppure a noi, per noi così presente, così accessibile, così disponibile, che pare quasi ci conosca, e ci aspetti, e sappia le nostre cose e possa leggere dentro di noi . . . Guarda bene: è un povero, piccolo Cappuccino, sembra sofferente e vacillante, ma così stranamente sicuro che ci si sente da lui attratti, incantati. Guarda bene, con la lente francescana. Lo vedi? Tu tremi? chi hai visto? Sì, diciamolo: è una debole, popolare, ma autentica immagine di Gesù; sì, di quel Gesù, che parla simultaneamente al Dio ineffabile, al Padre, Signore del cielo e della terra; e parla a noi minuscoli uditori, racchiusi nelle proporzioni della verità, cioè della nostra piccola e sofferente umanità . . . E che dice Gesù in questo suo oracolo poverello? Oh! grandi misteri, quelli dell’infinita trascendenza divina, che ci lascia incantati, e che subito assume un linguaggio commovente e trascinante: riecheggia il Vangelo: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed Io vi ristorerò» (Mt 11,28).
Ma dunque chi è? è Padre Leopoldo; sì, il servo di Dio Padre Leopoldo da Castelnovo, che prima di farsi frate si chiamava Adeodato Mandic, un Dalmata, come San Girolamo, che doveva avere certamente nel temperamento e nella memoria la dolcezza di quella incantevole terra adriatica, e nel cuore, e nella educazione domestica la bontà, onesta e pia, di quella forte popolazione veneto-illirica. Era nato il 12 maggio 1866, e morì a Padova, dove fattosi Cappuccino, visse la maggior parte della sua vita terrena, conclusa a 76 anni, il 30 luglio 1942, poco più di trent’anni fa. Qui, in questo caso, il Diritto Canonico si è fatto indulgente, derogando alla norma che differisce la discussione delle virtù d’un Servo di Dio a cinquant’anni dopo la sua morte; ma come rimandare questo atto processuale quando la vox populi in favore delle virtù di Padre Leopoldo, invece che placarsi al passare del tempo s’è fatta più insistente, più documentata e più sicura della propria testimonianza? Al coro spontaneo di quanti hanno conosciuto l’umile Cappuccino, o ne hanno sperimentato la taumaturgica intercessione, s’è dovuto arrendere il giudizio della Chiesa (Cfr. Codex Iuris Canonici, CIC 2101), anticipando le sue favorevoli conclusioni, così che a proclamare l’eccezionale valore morale e spirituale di Padre Leopoldo non sono soltanto quelli che raccolgono la postuma eredità, ma ancora esistono non pochi che possono suffragare questa sua celebrazione dicendo: io l’ho conosciuto; sì, era un santo religioso, un uomo di Dio, uno di quegli uomini singolari, che effondono subito l’impressione della loro soprannaturale virtù. E subito nella memoria di chi conosce un po’ la storia della Famiglia religiosa dei Cappuccini si profilano le grandi figure di questi Frati, fedeli alla più rigorosa tradizione francescana, che ne hanno personificato la santità; e tra questi limitiamoci ad una tipica figura letteraria, a tutti ben nota, Fra’ Cristoforo del Manzoni. Ma no: Fra’ Leopoldo era più piccolo, di statura, di capacità naturali (non era nemmeno un predicatore, come non pochi valenti Cappuccini lo sono), non era neppure di forte salute fisica, era davvero un povero fraticello.
Una nota particolare non possiamo tuttavia trascurare; egli era oriundo della sponda levantina dell’Adriatico, di Castelnovo, alle bocche di Cattaro, nel territorio della Croazia - Montenegro – Erzegovina - Bosnia; e conservò sempre per la sua terra un amore fedele, anche se poi, vissuto a Padova, non fu meno affezionato alla nuova patria ospitale e soprattutto alla popolazione presso la quale esercitò il suo silenzioso e indefesso ministero. La figura perciò del Beato Leopoldo riassume in sé questa bivalenza etnica, quasi a fonderla in un emblema di amicizia e di fratellanza, che ogni suo devoto cultore dovrà fare propria. È questo particolare dato biografico del beato Leopoldo un primo compimento d’un pensiero, d’un proposito dominante della sua vita. Come tutti sappiamo, Padre Leopoldo fu «ecumenico» ante litteram, cioè sognò, presagì, promosse, pur senza operare, la ricomposizione nella perfetta unità della Chiesa, anche se essa è gelosamente rispettosa delle particolarità molteplici della sua composizione etnica; unità voluta dalle origini storiche e ancor più dalla sacra e misteriosa volontà di Cristo fondatore d’una Chiesa, tutta penetrata da essenziali esigenze del supremo voto di Gesù: ut unum sint, siano tutti uno quanti una medesima fede, un medesimo battesimo, un medesimo Signore congiungono in un solo Spirito, vincolo di pace (Cfr. Eph. Ep 4,3 ss.; Io. 17, 11-21). Oh! che il Beato Leopoldo sia profeta e intercessore di tanta grazia per la Chiesa di Dio!
Ma la nota peculiare della eroicità e della virtù carismatica del Beato Leopoldo fu un’altra; chi non lo sa? fu il suo ministero nell’ascoltare le Confessioni. Il compianto Card. Larraona, allora Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, scrisse, nel Decreto del 1962 per la beatificazione di Padre Leopoldo: « il suo metodo di vita era questo: celebrato di buon mattino il sacrificio della Messa, egli sedeva nella celletta-confessionale, e lì restava tutto il giorno a disposizione dei penitenti. Tale tenore di vita egli conservò per circa quarant’anni, senza il minimo lamento . . .».
Ed è questo, noi crediamo, il titolo primario che ha meritato a questo umile Cappuccino la beatificazione, che ora noi stiamo celebrando. Egli si è santificato principalmente nell’esercizio del sacramento della Penitenza. Fortunatamente già copiose e splendide testimonianze sono state scritte e divulgate su questo aspetto della santità del nuovo Beato. Noi non abbiamo che da ammirare e da ringraziare il Signore che offre oggi alla Chiesa una così singolare figura di ministro della grazia sacramentale della Penitenza; che richiama da un lato i Sacerdoti a ministero di così capitale importanza, di così attuale pedagogia, di così incomparabile spiritualità; e che ricorda ai Fedeli, fervorosi o tiepidi e indifferenti che siano, quale provvidenziale e ineffabile servizio sia ancor oggi, anzi oggi più che mai, per loro la Confessione individuale e auricolare, fonte di grazia e di pace, scuola di vita cristiana, conforto incomparabile nel pellegrinaggio terreno verso l’eterna felicità.
Che il beato Leopoldo conforti le anime amorose di spirituale incremento all’assidua frequenza al confessionale, che certe correnti critiche, non certo ispirate da cristiana e matura sapienza, vorrebbero fosse relegata nelle forme superate della spiritualità viva, personale, evangelica. Che il nostro beato sappia chiamare a questo severo, sì, tribunale di penitenza, ma non meno amabile rifugio di conforto, di verità interiore, di risurrezione alla grazia e di allenamento alla terapia della autenticità cristiana, molte, molte anime intorpidite dalla fallace profanità del costume moderno, per fare loro sperimentare le segrete e rinascenti consolazioni del Vangelo, del colloquio col Padre, dell’incontro con Cristo, dell’ebbrezza dello Spirito Santo, e per ringiovanire in esse l’ansia del bene altrui, della giustizia e della dignità del costume.
A voi, Fratelli Francescani dell’Ordine Cappuccino, grazie d’aver dato alla Chiesa e al mondo un «tipo» della vostra scuola austera, amichevole, pia d’un cristianesimo altrettanto fedele a se stesso, quanto idoneo a risollevare nel cuore del popolo la gioia della preghiera e della bontà.
E onore a voi, Figli della Croazia, del Montenegro, della Bosnia-Erzegovina e della Jugoslavia intera per aver generato al nostro tempo un esemplare così alto e così umano della vostra tradizione cattolica.
E voi, Padovani, sappiate onorare vicino al vostro S. Antonio questo non dissimile fratello della genealogia francescana, e dell’uno e dell’altro sappiate trasfondere nelle nuove generazioni le virtù cristiane ed umane già così illustri nella vostra storia.
Paolo VI Omelie 1976 - Mercoledì delle Ceneri, 3 marzo 1976