Paolo VI Omelie 1978 - Mercoledì delle Ceneri, 8 febbraio 1978



SANTA MESSA PER IL CENTENARIO DELLA MORTE DI PIO IX

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica 5 marzo 1978

Venerati Confratelli e Figli carissimi!

La circostanza che ci vede oggi riuniti in questa Basilica Patriarcale è la celebrazione centenaria del "dies natalis" di un nostro Predecessore, il quale - come leggiamo nella lapide che fu apposta in suo onore, vicino alla Statua del Principe degli Apostoli, dal Capitolo Vaticano - Petri annos in Pontificatu Romano unus aequavit.

Quando il 7 febbraio del 1878, al vespro di una giornata invernale, il Servo di Dio Giovanni Mastai Ferretti, Papa Pio IX venne a morte, con lui si concludeva l'ampio ed intenso trentennio - esattamente trentadue anni - di un servizio pontificale che domina letteralmente l'intera scena del secolo XIX.

Fatidico fu questo secolo per la Chiesa e per il mondo. All'inizio, infatti, troviamo il Pontificato ultraventennale di Pio VII, attraversato per larga parte dal turbine della vicenda napoleonica, che anche per la società segna un faticoso sconvolgimento; alla fine del secolo incontriamo il Pontificato, durato anch'esso venticinque anni, dell'indimenticato Papa Leone XIII, mentre il mondo già si affaccia sul secolo nuovo; nel mezzo, in una centralità insieme reale ed ideale, scorgiamo l'amabile figura di Papa Pio IX, intorno al quale si alternano eventi gloriosi e sofferte tribolazioni, che costituiscono come la trama della sua vita, cosî il ritmo e quasi il respiro della Chiesa e, in generale, dell'umana famiglia in quel tempo.

La complessità dei fatti che si verificarono e dei problemi che si posero nel corso di tale lungo Pontificato è materia tuttora aperta, sotto l'aspetto storico, cioè del passato, alla perdurante riflessione ed alle approfondite indagini di una seria e documentata bibliografia. Ma forse - noi osiamo pensare - sarà necessario un ulteriore e non breve periodo di decantazione, perché la prospettiva si allarghi, perché si faccia maggior luce, perché si comprendano appieno gli avvenimenti e le loro motivazioni più profonde e più vere, in modo tale che, fugato ogni residuo di passionale animosità e di pregiudizio, la personalità di questo Pontefice possa emergere nella sua dimensione di autenticità umana, di irradiante bontà e di esemplare virtù.

Noi, però, ci siamo ora raccolti - ripetiamo - per commemorare la sua nascita al Cielo, avvenuta un secolo fa, allorché la sua anima apostolica, al suono dell'Ave Maria, lasciò il corpo ormai grave d'anni e d'affanni. Ciò vuol dire che limiteremo la nostra memore attenzione e la nostra devota meditazione sul profilo spirituale ed apostolico di un Pontefice che tanto fu amato, e su ciò che egli, con invitto coraggio, intraprese per l'incremento della fede cattolica e per il bene della Santa Chiesa. E siamo lieti che a questa cerimonia sia presente una cospicua e qualificata rappresentanza della terra che gli diede i natali, le Marche, insieme con i Vescovi di quella Regione.

Il Presule che nel giugno del 1846, dopo un conclave brevissimo, era stato elevato al supremo Pontificato, era un vero uomo di Dio, che si distingueva per le sue doti eminenti di religiosa pietà e di ardente zelo per le anime. Ancora nel vigore dell'età, egli portava nella missione di universale paternità che gli era stata affidata, il fervore di una fede profonda, una ricca esperienza pastorale maturata nel contatto assiduo con le popolazioni delle sedi vescovili di Spoleto e di Imola in precedenza occupate, la conoscenza diretta dei problemi che stavano affiorando sia all'interno della Comunità ecclesiale, sia nell'organizzazione dello Stato della Chiesa; ma portava, soprattutto, l'ansia di servire la causa di Cristo e del suo Vangelo. "Servire la Chiesa: questa fu l'unica ambizione di Pio IX", ha scritto uno storico autorevole (cfr Roger Aubert, Il Pontificato di Pio IX, ed. ital., Torino 1970, parte I, p. 1P 450). Ciò spiega l'instancabile sua dedizione ai doveri, anche i più gravosi e più ardui, dell'apostolico ministero: una qualità costante che è doveroso riconoscergli non senza ammirazione, al di là degli stessi impulsi dell'umano carattere e delle obiettive difficoltà che si frapposero alla sua azione di Pastore e di Sovrano.

La figura di Pio IX, a cento anni dalla morte di Lui, appare ormai riconoscibile in una duplice fisionomia convenzionale e fedele alla realtà, quella di Papa sconfitto sotto il crollo di quel potere temporale, nel quale il Pontificato Romano si era in certo modo identificato, e quella di Papa rinascente nell'aspetto suo proprio, non mai tradito, ma ora più palese ed evidente, di Pastore d'un Popolo, che da sé e nell'opinione pubblica non sapeva bene se e come chiamarsi cristiano. Il crollo del Potere temporale appariva indebito e grave, e comprometteva l'indipendenza, la libertà e la funzionalità del Papato; minaccia questa che pesò, fino ai giorni della Conciliazione, sulla Sede Apostolica, tenendo vivo con nostalgica amarezza il ricordo dei secoli, in cui il Potere temporale era stato lo scudo difensivo di quello spirituale e in pari tempo il tutore del territorio dell'Italia centrale, vi aveva conservato la memoria e il costume civile della tradizione classica romana, favorendo la promozione della compagine degli Stati del continente, alimentando una coscienza unitaria della civiltà scaturita dall'umanesimo greco-romano, e soprattutto sviluppando negli animi e nei costumi la fede cattolica. Ma lo sviluppo storico e civile dei Popoli e alla fine, dopo la Rivoluzione Francese e l'evoluzione post-napoleonica, verso la metà del secolo XIX, la loro maturità costituzionale, non consentivano più allo Stato Pontificio l'esercizio d'una supremazia ideologica e d'un primato temporale.

Il tentativo di coinvolgere lo Stato Pontificio in una guerra nazionale fallî davanti alla risvegliata coscienza del Papa circa la missione sua propria, religiosa non politica, né tanto meno militare (Pii IX Allocutio diei 29 aprilis 1848); donde l'inquietudine rivoluzionaria ch'ebbe il suo triste epilogo nell'uccisione di Pellegrino Rossi (il 15 novembre), e nella successiva fuga del Papa a Gaeta (25 novembre). Noi non facciamo ora la storia di quella infelice vicenda. Ci basta rilevare che quando il Papa ritornò a Roma (12 aprile 1850), non era più in grado di ripetere le serene parole di due anni prima (11 febbraio 1848): "Benedite, gran Dio, l'Italia"; sî bene con l'animo amareggiato dalla sofferenza patita e dall'avversa esperienza riprendeva, fino al 20 settembre 1870, la sua autorità di sovrano temporale, ma ormai alieno dalle correnti ideali e politiche del suo tempo; né la nuova situazione nazionale placò lo spirito esacerbato dell'afflitto Pontefice. La ferita inferta allora al Papato arrivò anche a grande parte del Popolo e della Chiesa intera, e ne tormentò per lunghi anni la coscienza civile e il sentimento cattolico.

Ma ecco, proprio in quella paradossale situazione il prodigio della immortalità di Pietro ("Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo", aveva detto Gesù [Matth. 28, 20]), si rinnovò. Tutto il Pontificato di Pio IX fu, si può dire, una rivelazione delle inesauste energie che il Papato e la Chiesa, per una storia sempre nuova, possiedono in proprio.

Un'apertura di dilatata generosità fu la nota precipua del suo servizio, la quale, fondendosi con le innate caratteristiche di cordialità e di buon senso, ereditate dalla sua terra e dalla sua gente, valse a conciliargli la devozione delle classi umili e popolari e via via, in misura crescente, delle moltitudini dei figli della Chiesa.

Ora, se noi riguardiamo agli obiettivi precipui della sua fervida azione pastorale, dobbiamo nominare innanzitutto il Clero, al quale Pio IX, coadiuvato da tanti insigni Vescovi diocesani, rivolse con felice intuito delle necessità prioritarie una cura particolare, come dimostrano non pochi documenti del suo Pontificato. Fu cosî che si elevò grandemente la figura del sacerdote, il quale ormai veniva educato regolarmente nell'ambiente del Seminario, ed ivi formato alla vita interiore ed all'obbedienza, si sarebbe poi dimostrato, nel campo del lavoro, più cosciente delle proprie responsabilità e sempre vicino al suo gregge, non più predestinato al tranquillo godimento di facili prebende ecclesiastiche, ma a una più ardua e più assidua e amorosa cura pastorale. Non per nulla si parla di "Clero Piano", tale non solo per l'abito che indossa, ed è affermazione esatta e sicuramente documentabile che esso sia stato un Clero più disciplinato, più pio, più zelante che in passato. Anche se indubbiamente si avverte qualche lacuna, non si può negare questo miglioramento qualitativo nella spiritualità e nel ministero dei Sacerdoti, i quali, superando visioni ristrette e particolaristiche, avvertono sempre più il bisogno di coordinare gli sforzi e le iniziative.

Un'attività nuova anima la Chiesa di Pio IX. Si registrano, infatti, in quegli anni non pochi gruppi di Oblati, ed una fioritura di Società e di Associazioni sacerdotali, le quali promuovono nei ministri di Dio la crescita "secondo lo spirito", la perseveranza e la fedeltà alla vocazione, la disponibilità al servizio secondo non soltanto i voleri, ma i desideri stessi dei Superiori. In ciò è da ravvisare un precedente valido, che influirà nelle successive direttive giuridiche e pastorali della Chiesa (cfr Codex Iuris Canonici, cann. 124-129; Presbyterorum Ordinis, PO 8 Presbyterorum Ordinis, PO 12 Presbyterorum Ordinis, PO 15-17).

La fraterna comunione dei Sacerdoti tra loro, come prelude ad un più organico loro collegamento con i laici ai fini dell'apostolato, cosî s'instaura parallelamente ad una decisiva ripresa degli Ordini e delle Congregazioni Religiose, le quali ultime, proprio verso la metà del secolo scorso, conoscono uno sviluppo senza precedenti. Se antichi Istituti si riprendono dopo le prove delle soppressioni, delle espulsioni e degli ostacoli che, in varia forma a seconda dei diversi Paesi, intralciano la loro opera in campo educativo e assistenziale, e minacciano perfino la vita contemplativa e monastica, bisogna soprattutto tener presente il grande numero di Istituti, maschili e femminili, che sorgono in questo stesso periodo, grazie specialmente all'intraprendenza di Sacerdoti coraggiosi, non estranei allo spirito che soffiava da Roma.

L'elenco degli Istituti, fondati o approvati durante il Pontificato di Pio IX, sarebbe troppo lungo se si volesse qui prospettare e cadremmo facilmente in deplorevoli omissioni. Merito del Pontefice fu anche quello di aver promosso la riforma degli Istituti esistenti, correggendo gli abusi, scegliendo - talora, con interventi personali - superiori capaci, introducendo l'importante norma, recepita successivamente nel "Codice di Diritto Canonico" (cfr Codex Iuris Canonici, CIC 574), della professione dei voti semplici da premettere alla professione definitiva; mentre, per quanto riguarda i nuovi Istituti, le sue preferenze si volgevano a quelli di apostolato attivo, aventi come fine la cura dei poveri, l'assistenza dei malati, la buona stampa, l'insegnamento e le scuole, e soprattutto le Missioni.

Arriviamo cosî alle Missioni, ed a questo riguardo, come si può dimenticare l'ampiezza che assunse dopo il 1850 l'azione evangelizzatrice della Chiesa? In effetti, l'età di Pio IX è una fecondissima stagione missionaria, la quale ci presenta nomi prestigiosi e vede gli araldi del Vangelo muoversi verso tutte le parti del mondo, intessendo, per cosî dire, una fittissima rete che si estende dalle due Americhe all'Estremo Oriente, dalle Regioni dell'Africa, allora esplorate, al Continente Australiano.

Nello stesso periodo si avverte chiara tra i Cattolici la preoccupazione "unionista", e si hanno i primi appelli diretti dal Pontefice alle Chiese di Oriente e di Occidente separate da Roma. Anche se da ciò non derivano risultati concreti, viene tuttavia avviato un moto ecumenico "ante litteram" che, alla lontana, serve a preparare nella carità e nella preghiera i futuri incontri e contatti tra i Fratelli Cristiani, contribuendo almeno a rasserenare gli spiriti, a sopire le polemiche, ad instaurare il necessario clima di fraternità che ad essi conviene. Né si può tacere il riavvicinamento a Roma che si verifica nelle Isole Britanniche e che produce, tra i suoi frutti, uno incomparabile, il Card. John Henry Newman, e poi la restaurazione della Gerarchia Cattolica prima in Inghilterra, poi in Scozia.

Ma Pio IX è passato alla storia soprattutto perché fu il Papa dell'Immacolata e del Concilio Vaticano I, ed è indubbio che un nesso religioso ed affinità interne collegano i due atti del magistero pontificio. All'uomo immemore ed al mondo dell'indifferenza e del razionalismo, estraneo o chiuso alla fede ed alla grazia, il Pontefice fece brillare la luce della Vergine Maria, quale "signum magnum" di trascendente bellezza ed insieme profetica immagine di quel piano di restaurazione religiosa, ch'egli infaticabilmente perseguiva come capo visibile della Chiesa. E la celebrazione del Concilio Vaticano fu evento ecclesiale di incalcolabile portata storica, i cui pronunciamenti e definizioni sono come fari luminosi nel secolare sviluppo della teologia, e come altrettanti punti fermi nel turbine dei movimenti ideologici che caratterizzarono la storia del pensiero moderno, e posero i presupposti di un dinamismo di studi e di opere, di pensiero e di azione che doveva culminare, nella nostra epoca, nel Vaticano Secondo, che espressamente si è richiamato al Vaticano Primo. Occorre, infatti, rilevare che promulgando la Costituzione dogmatica "Pastor Aeternus", Pio IX non fece che porre l'architrave di quella solida costruzione ecclesiologica, che è stata poi completata e perfezionata dalla Costituzione "Lumen Gentium" ch'è la "magna charta" del Concilio Vaticano II. È questa una mirabile, duplice continuità, perché riguarda oggettivamente la Chiesa e, altresî, la dottrina che di se stessa la Chiesa professa.

Ci piace, poi, ricordare come sotto Pio IX, anche per l'incidenza delle circostanze storico-politiche, si delineò la prima idea di un'organizzazione dei cattolici al fine non solo di tutelare i valori della propria fede, ma anche di promuovere una loro collaborazione attiva all'apostolato gerarchico. Difatti, proprio nell'età piana ha origine l'Azione Cattolica, allora chiamata Società della Gioventù Cattolica Italiana, alla quale si deve, tra l'altro, la decisione di fondare quella che sarà, dal 1874, l'Opera dei Congressi. Certo, si tratta di strutture embrionali che troveranno definizione e sviluppo nei decenni successivi, ma l'idea allora lanciata si doveva dimostrare valida. Anche da questo punto di vista, come per i dati di fatto sopra ricordati, Pio IX appare nella storia della Chiesa come un solerte animatore ed un operoso costruttore, il cui carisma e la cui eredità si protendono fino all'età contemporanea, se è vero che non poco di quanto egli intuî e volle e attuò è rimasto vivo e perdura anche oggi.

Concludiamo con un episodio per noi commovente che riguarda la nostra diletta famiglia naturale.

Nel 1871 un giovinetto di Brescia venne presentato dai suoi Genitori a Pio IX che, per l'innata tenerezza verso la gioventù, gli pose la mano sul capo dicendo: "Giorgio, sei qui anche tu, piccolo deputato" (cfr A. Fappani, Pio IX e la famiglia Montini alla luce di documenti inediti, in Pio IX, I, 1972, p. 317). Dopo 49 anni Giorgio, divenuto effettivamente deputato, firmò il registro dei visitatori nel Palazzo Mastai, casa natale del Papa in Senigallia. Quel giovinetto era nostro padre... Cosî un sottile filo storico particolare ci unisce al nostro venerato Predecessore, ed esso vale a spiegare il legame d'ordine personale e affettivo che, oltre ai più alti motivi spirituali ed ecclesiali, ci unisce alla memoria benedetta ed alla cara figura di questo Pontefice.

Noi oggi abbiamo voluto commemorarlo per tributargli un doveroso omaggio se pur assai impari al merito, e per manifestare, altresî, quei sensi di viva riconoscenza che il Pastore della Chiesa di oggi deve al Pastore della Chiesa di ieri, che la Chiesa del Concilio Vaticano II deve alla Chiesa del Concilio Vaticano I, che tutto il Popolo di Dio, nella mirabile realtà unitaria della comunione dei santi, deve a coloro - fedeli e pastori - che l'hanno preceduto "nel segno della fede" e, con in mano questa fiaccola di luce (cfr Mt 25,1 Mt 5,15), sono già andati incontro a Cristo Signore. Cosî sia (cfr Le Pontificat de Pie IX, in R. Aubert, Histoire de l'Eglise, vol. 21, Bloud et Gay, 1952; Giacomo Martina, Pio IX [1846-1850], Università Gregoriana Editrice, Roma 1974; Idem, Pio IX, Chiesa e mondo moderno, Editrice Studium, Roma 1976).




SANTA MESSA PER I GIOVANI

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica delle Palme, 19 marzo 1978

Grande e comunitaria testimonianza di giovani, in Piazza San Pietro, in un momento in cui le coscienze sono turbate da gravi episodi di violenza e si sente più viva che mai l'istanza di un solido punto di riferimento nell'autentica fede che si traduce in rinnovamento di vita. Paolo VI, convalescente, non presiede al concelebrazione eucaristica, ma non fa mancare la sua parola di conforto, di incoraggiamento, di esortazione alle decine di migliaia di giovani che gremiscono il sagrato della Basilica, dapprima nel messaggio letto durante la Santa Messa dal Cardinale Vicario Ugo Poletti, e poi nel breve discorso rivolto direttamente ai presenti a mezzogiorno, dalla finestra dell'appartamento.

Ecco il testo dell’omelia del Santo Padre, letta al Vangelo dal Cardinale Poletti.

Carissimi Giovani!

Il vostro grido di giubilo «Osanna al Figlio di Davide» si è innalzato al cielo come un coro possente, mentre i rami di palma e di ulivo hanno palpitato, agitati dalle vostre mani.

In tal modo voi presentate uno spettacolo di pace, di speranza, di amore, che offre un sereno motivo di conforto nel tragico momento che stiamo vivendo. Siamo infatti ancor tutti sconvolti, turbati e sgomenti perché ancora una volta le forze disgregatrici della società hanno colpito con freddezza e cinismo. Giorni fa, cinque cittadini, che con il loro onesto lavoro si guadagnavano da vivere, sono stati barbaramente trucidati. Un’alta personalità politica è stata rapita in aperta sfida allo Stato. Al vile ed efferato comportamento degli assassini anonimi voi rispondete oggi con la vostra massiccia presenza di cattolici, che rifiutate qualsiasi tipo di violenza e proclamate il rispetto e l’amore universale.

E allora - possiamo chiederci - perché un così gran numero di giovani, lavoratori e studenti, i quali vivono in prima persona i problemi e le vicende di questo anno 1978, si sono riuniti in questo luogo per cantare, per pregare, per partecipare ad un rito?

La risposta a tale legittima domanda la date voi stessi con la vostra presenza: Voi siete venuti per rivivere, per rinnovare, per celebrare oggi l’ingresso trionfale di Gesù Cristo nella città santa, ingresso messianico, segno di passione ma altresì della imminente sua definitiva glorificazione. E voi, come gli abitanti di Gerusalemme, intendete «andare incontro» (Cfr. Io. 12, 12) a Gesù il Messia, il Signore, vero uomo e vero Dio, il Figlio prediletto del Padre. Il vostro vuole essere un gesto pubblico e comunitario di autentica fede, capace di rinnovare integralmente la vostra vita.

Chi è questo Gesù, al quale intendete andare incontro? Da duemila anni questa domanda fondamentale si è confitta al cuore stesso della storia e della cultura umana; ma è la stessa domanda che nella Palestina si ponevano i contemporanei di Gesù, uditori della sua parola, testimoni dei suoi segni prodigiosi: «Chi è costui?» (Mc 4,4 Mc 1 Mt 21,10). Il «mistero di Gesù» inquietava e continua ad inquietare gli uomini, i quali hanno risposto e rispondono o con il rifiuto preconcetto, o con la indifferenza abulica, o invece con l’adesione ardente di fede, che coinvolge e trasforma tutta la persona.

Per noi e per voi, giovani carissimi, Gesù di Nazareth non è semplicemente un grande genio religioso, da mettere accanto o anche al di sopra delle tante personalità che lungo il corso della storia hanno lanciato un messaggio su Dio all’umanità; non è soltanto un grande profeta, nel quale la presenza del divino si sarebbe manifestata in una maniera particolare e sovrabbondante; non è un superuomo o un supermistico, la cui azione o il cui insegnamento potrebbe ancora stimolare o affascinare anime particolarmente sensibili.

Alla pressante domanda di Gesù: «Voi chi dite che io sia?», noi rispondiamo con Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), e con Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!» (Io. 20, 28).

Egli è Colui che ha il potere di assicurare ad un povero paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mc 2,5), sanandolo altresì a riprova della sua sconvolgente affermazione; è Colui che, di fronte agli stupefatti scribi e farisei, si dichiara «padrone del sabato» (Mc 2,28), capace di rivedere e di modificare dall’interno la legislazione mosaica (Cfr. Matth. Mt 5,21 ss.). È Colui che afferma di essere «la via, la verità e la vita» (Io. 14, 6), la «risurrezione e la vita» (Ibid. 11, 25) degli uomini tutti che crederanno in lui; è Colui che va incontro alla morte da dominatore e con la sua risurrezione sconvolge i piani meschini degli oppositori. Gesù di Nazareth è veramente il centro della storia, come ha proclamato San Paolo: «Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle nella terra, quelle visibili e quelle invisibili. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è, prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui» (Col 1,15 ss.).

A Gesù Cristo, Verbo incarnato, Figlio eterno di Dio, la nostra umile adorazione, la nostra ferma fede, la nostra serena speranza, il nostro incondizionato amore. Vale veramente la pena, carissimi, di impegnare la propria vita per seguire Lui, solo Lui, pur sapendo che questa decisione comporterà rinunce, sacrifici, rischi, incomprensioni. Ma Gesù Cristo, ha scritto Pascal, «è un Dio a cui ci si avvicina senza orgoglio e sotto cui ci si abbassa senza disperazione» (PASCAL, Pensées, 528).

Voi giovani cercate appassionatamente la gioia, la cercate negli altri, nelle vicende, nelle cose. Gesù vi promette la sua gioia piena (Cfr. Io. 15, 11; 16, 22. 24; 1 Io. 1, 4).

Voi cercate l’autenticità ed aborrite la doppiezza: Gesù ha smascherato l’ipocrisia di coloro che volevano strumentalizzare l’uomo specialmente nei suoi rapporti con Dio (Cfr. Matth. Mt 23,5-7 Mc 3,4).

Voi volete essere considerati per quello che siete e non per quello che possedete. Gesù ha detto: «Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15).

Voi avete paura della solitudine, che intristisce il cuore ed accentua l’individualismo egoistico. Gesù ci partecipa la comunione che esiste tra lui e il Padre (Cfr. Io. 14, 23 ss.) e dilata il nostro cuore all’amore verso tutti gli uomini, figli dello stesso Padre (Cfr. Ibid. 15, 12 ss.).

Voi cercate la libertà dal peccato, che degrada l’uomo, la libertà dal male, dai condizionamenti sociali, dalle tenebre dell’ignoranza. Cristo è la luce che «illumina ogni uomo» (Ibid. 1, 9; 8, 12), è la nostra liberazione (Cfr. Ibid. 8, 36; Ga 4,31).

Voi giovani volete trasformare il mondo, renderlo più bello, più giusto: Cristo con la sua incarnazione, passione e risurrezione ha rinnovato la realtà e noi stessi: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor. 2Co 5,17).

Sia, pertanto, il Cristo al centro del vostro cuore, per donarvi generosamente agli altri, al centro della vostra intelligenza, per dare una prospettiva cristiana alla storia e alla cultura, al centro della vostra vita di cittadini in una società che ha sempre più bisogno delle idee e delle forze dei giovani. «Tutto abbiamo in Cristo - scriveva S. Ambrogio - . . . Tutto è per noi Cristo. Se desideri curare una tua ferita, egli è il medico; se bruci di febbre, egli è la sorgente ristoratrice; se sei oppresso dalla colpa, egli è la giustificazione; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se fuggi le tenebre, egli è la luce; se hai bisogno di alimento, egli è il cibo» (S. AMBROSII De Virginitate, XVI: PL 16, 291).

Così, carissimi, così; per voi e per tutti i giovani del mondo!








BEATIFICAZIONE DI MARIA CATERINA KASPER

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 16 aprile 1978

Venerati Fratelli e carissimi Figli!

Una nuova Beata è additata alla venerazione dei fedeli: Suor Maria Caterina Kasper.

Ne avete or ora ascoltato il racconto della vita e l’esposizione delle virtù. Noi, pertanto, non ci soffermeremo a tracciarne il profilo biografico, ma ci limiteremo ad esprimere una breve parola sul messaggio insito in questa Beatificazione, che allieta la Chiesa intera proprio in questo periodo liturgico, caratterizzato dall’irradiazione spirituale della gioia pasquale; Beatificazione che riempie di gaudio e di conforto una non piccola famiglia religiosa, quella appunto delle «Povere Ancelle di Gesù Cristo», e presenta a comune edificazione l’esempio di una donna, che ha onorato la sua terra nativa, la Germania, offrendo al mondo la testimonianza operosa di un cattolicesimo proteso al servizio del prossimo per la gloria di Dio.

Già la stessa esistenza terrena di questa figura di donna, tutta fede e fortezza d’animo, è per noi un’autentica lezione di stile evangelico, in quanto essa si snodò integralmente sulla scia di quella del Divino Maestro. Semplice e povera contadina, Caterina (che poi prese il nome di Maria Caterina) visse come Lui tra il lavoro e le privazioni, accogliendo come volontà del Padre celeste le umiliazioni e le contrarietà che incontrò sul suo cammino. Come Lui, soprattutto, s’impegnò con instancabile sollecitudine a sollievo di molteplici forme di miseria fisica e spirituale: si consacrò ai bambini poveri e abbandonati, aprì scuole, aiutò e confortò i malati, assistette gli anziani, con un cuore sempre bruciante di un grande amore verso i fratelli bisognosi, alimentato da un continuo e quasi connaturato colloquio con quel Dio «di ogni consolazione» (Cor. 1, 3) meglio conosciuto per via d’amore che di ansiosa speculazione.

Proprio questa umile donna, sprovvista di qualsiasi mezzo offerto dal progresso tecnico, senza cultura e senza denaro, riuscì a dar vita a una grande opera di cultura e di promozione sociale, confermando così la verità profonda delle parole di San Paolo, secondo cui «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1 Cor. 1Co 1,27).

Perciò, anche la povertà volontaria e la carità ammirevole di Madre Maria Caterina, tradotte in generoso servizio per i più poveri e abbandonati, rappresentano un monito severo ed esigente rivolto alla nostra generazione, spesso tesa verso la ricchezza privata ed egoista e l’edonismo a qualunque costo. La nuova Beata oppone alle insidiose inclinazioni materialistiche e consumistiche della società odierna l’altruistica dedizione per ogni sofferente, così che la solidarietà e la socialità - di cui oggi tanto si parla - non rimangano soltanto parole, ma diventino esercizio concreto e quotidiano di un dovere, che il Cristianesimo porta alle sue vette più luminose. Per Madre Maria Caterina Dio era tutto, e il suo filiale amore per Lui ha trovato autentica espressione in un amore sconfinato per il prossimo.

Questa incomparabile lezione di amore a Dio, attuato nella carità verso i fratelli, è il vero messaggio che la nuova Beata ha lasciato alla Chiesa e al mondo.

Ed ecco una traduzione italiana dell’ultima parte del discorso del Papa.

Tanto l’operosa vita della Beata Maria Caterina Kasper quanto la sua personale santità sono soprattutto un dono della provvidenza e della grazia di Dio. «Io non lo potevo e non lo volevo», si premurava di dire, «è Dio che l’ha voluto». Ella desiderava soltanto di essere un docile strumento nelle mani del Maestro divino, una povera e umile ancella di Gesù Cristo.

Proprio il nome di «Povere Ancelle di Gesù Cristo», che Madre Maria Caterina ha dato alla sua Congregazione Religiosa secondo una provvidenziale disposizione, ci rivela l’intima personalità e la spiritualità della stessa Fondatrice. La povertà personale, l’amore per i poveri, la semplicità e l’umiltà, e la propria donazione al servizio del prossimo a motivo di Cristo, sono le connotazioni essenziali, che contrassegnano la pietà e l’apostolato della nostra nuova Beata. Di lei non ci sono stati tramandati comportamenti o azioni straordinarie. Essa ha vissuto in maniera semplice, ma incisiva, ciò che richiedeva alle sue Consorelle: «Tutte le nostre Suore devono diventare sante, ma sante nascoste». Madre Maria Caterina è per noi un modello soprattutto per la sua fedeltà e coscienziosità nei piccoli e insignificanti doveri di ogni giorno e nella sua aspirazione a compiere la volontà di Dio in tutte le situazioni della vita. Una chiara intuizione per ciò che è necessario e un amore costantemente disponibile per il prossimo si congiungono in lei alla perseveranza e alla risolutezza nel riconoscere e nel realizzare, quando occorre, i comandi e le disposizioni di Dio. La proposizione ispiratrice del suo comportamento suona così: «La santa volontà di Dio esige e deve compiersi in me, attraverso di me e per me». Sulla base di questa profonda connessione e consonanza con il volere e l’agire di Dio, la sua attività e la sua vita intera diventano una preghiera e una lode permanenti a Dio. Anche il servizio sociale è fondamentalmente per lei un servizio di Dio e un mezzo per la santificazione del mondo.

In occasione della solenne festa, che la Chiesa tributa a Madre Maria Caterina mediante l’odierna Beatificazione, Noi intendiamo onorare tutte le Suore della Congregazione Religiosa delle «Piccole Ancelle di Gesù Cristo», che la Chiesa invita a emulare da oggi in poi, in maniera ancor più intensa, il luminoso esempio della loro Beata Fondatrice e a conservarne fedelmente l’eredità spirituale.

Altrettanto cordialmente salutiamo tutti i pellegrini presenti provenienti da Dernbach, luogo natale della nuova Beata, e dalla sua Diocesi di origine, Limburg, assieme al loro Pastore Mons. Kempf. Ringraziamo anche i Rappresentanti delle Autorità Civili per la loro partecipazione a questa memorabile solennità, con la quale la Chiesa onora la memoria di una grande Figlia della loro patria tedesca.

Con profonda gioia vi raccomandiamo tutti alla materna intercessione della nuova Beata.








BEATIFICAZIONE DI MARIA ENRICA DOMINICI

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 7 maggio 1978

Venerati Fratelli e carissimi Figli!

La Chiesa tutta è oggi in festa perché può presentare alla vene- razione ed alla imitazione dei suoi figli e delle sue figlie una nuova Beata: Maria Enrica Dominici delle Suore di Sant’Anna e della Provvidenza!

Ad una prima impressione, la vicenda terrena della Beata Maria Enrica - la cui biografia abbiamo or ora ascoltato - sembra quella ordinaria di una Religiosa vissuta nella seconda metà dell’ottocento, e pertanto legata e condizionata da una mentalità, che oggi potrebbe apparire sorpassata.

Ma appena noi ci addentriamo nell’approfondimento e nella contemplazione di quest’anima, vi scorgiamo una ricchezza, una fecondità, una modernità che ci affascinano e ci trascinano. Siamo aiutati in questo spirituale scandaglio sia dalle testimonianze di coloro che l’hanno conosciuta ed hanno vissuto per anni accanto a lei, come pure dall’«Autobiografia» e dal «Diario», scritti per ordine del Direttore spirituale, e dalle numerose Lettere, che di lei ci rimangono.

Maria Enrica Dominici è stata, anzitutto, una donna, una religiosa, che ha avuto e sperimentato, in maniera forte e viva, il sentimento della fragilità essenziale dell’essere umano e il senso della assoluta grandezza e trascendenza di Dio. È il messaggio fondamentale che, già nell’Antico Testamento, aveva trovato nel libro del profeta Isaia una delle sue più alte espressioni teologiche e poeti. Il che: «Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo... Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre... Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra» (Is 40,6 Is 40,8 Is 40,28 cfr. Is 1 Petr. Is 1,24). La grandezza di Dio manifesta, per contrasto, la povertà essenziale dell’uomo; e questi, pertanto, diventa qualcosa soltanto nella misura in cui riconosce la propria dipendenza da Dio, e vale nella misura in cui coscientemente agisce alla luce della volontà dell’Altissimo.

Un messaggio chiaro, che coinvolge in particolare l’uomo contemporaneo, il quale sente riecheggiare, a tutti i livelli, le contestazioni nate dal fenomeno della secolarizzazione.

Maria Enrica Dominici giovanissima comprende che val la pena consacrare tutta la propria vita a Dio, e - come ella stessa ci confessa - si deliziava «nel desiderio sempre crescente di farsi buona e di servire di vero cuore il Signore»; e, riecheggiando le celebri parole di S. Agostino (S. AUGUSTINI Confessiones, 1, 1), essa riconosce: «solo il mio Dio poteva riempire e saziare il mio povero cuore; di tutto il resto non mi curavo».

Ma Iddio, che essa fin da bimba ha cercato e trovato e al quale vuole servire per tutta la vita, le si presenta come il Padre di infinito amore. Alla scuola di Cristo, essa, nei suoi scritti, nelle sue lettere, nelle sue conversazioni, chiamerà Dio col nome familiare e dolcissimo di «Babbo mio», e con una semplicità e sicurezza, che solo le anime piene di fede possono avere, scriverà: «Mi pareva di stare tutta riposata in seno a Dio come una bambina in seno alla mamma, che dorme tranquillamente: amavo Dio, e direi quasi, se non temessi di esagerare, che gustavo la di lui bontà».

La donazione a Dio nella vita religiosa comporta un abbandono assoluto alla sua volontà (Cfr. Matth. Mt 7,21). Maria Enrica ha deciso di compiere sempre, a qualunque costo, la volontà di Dio: «Sono tutta del mio Dio ed Egli è tutto mio. Di che cosa potrò temere? - scrive - E che cosa non potrò io fare e patire per amore di Lui, essendo tutta sua?... Mio Dio, voglio fare la volontà vostra e nient’altro».

Questo, pare a noi, è il primo aspetto saliente della figura spirituale della nuova Beata; aspetto essenzialmente religioso, che comporta un duplice simultaneo riconoscimento, quello della infinita trascendenza dell’ineffabile Iddio, e quello non meno ineffabile dell’intimità, che Dio stesso, per il tramite misterioso di Cristo, concede a chi non la rifiuta autorizzando a rivolgersi a Lui col nome sommo e confidenziale di Padre, che immette in noi lo spirito ed il linguaggio di figli privilegiati dell’adozione (Cfr. Rom. 8, 15; 9, 4 ; Ga 4,5 Ep 1,5).

A questo primo aspetto, che potremmo dire teologico, della Beata Maria Enrica Dominici, un altro suo aspetto caratteristico (anche se condiviso da non poche altre figure religiose del suo tempo), ci sembra doveroso mettere in rilievo, ed è quello ascetico anch’esso proprio della vita religiosa. La consacrazione religiosa implica inoltre spogliazione, rinnegamento di sé, rinuncia, sofferenza, perché la religiosa deve essere la sposa fedele che segue il Cristo nel suo cammino verso la Croce (Cfr. Matth. Mt 16,24 Lc 9,23). Già nei propositi per la professione religiosa Maria Enrica, convinta del valore incomparabile della «sapienza della Croce», scriveva: «Farò sovente la mia dimora nell’orto degli Ulivi e sul monte Calvario, ove si ricevono lezioni importantissime e utilissime».

Giovanissima aveva sognato il chiostro. Dio invece aveva altri disegni. A 21 anni essa entrava nell’Istituto delle Suore di Sant’Anna e della Provvidenza, opera che era sorta nel 1834 a Torino per iniziativa dei pii coniugi piemontesi i Marchesi Falletti di Barolo, Carlo Tancredi e Giulia Colbert, con la scopo di offrire un’adeguata educazione alle ragazze di famiglie meno abbienti. A questa Congregazione, dalle finalità spirituali in sintonia con le esigenze dei tempi, Madre Enrica nei suoi 33 anni di Generalato darà uno slancio e un ardore straordinari, con una eccezionale apertura e lucida visione dei problemi che urgevano nell’Italia e nella Chiesa in quel periodo complesso e intricato che va dal 1861 - anno della prima elezione della Beata a Superiora Generale - fino al 1894, anno della sua pia dipartita.

Nella sua vita religiosa, prima come novizia, poi come professa, quindi come Superiora Generale, la Beata ha vissuto, con gioiosa generosità, la pienezza del messaggio evangelico: la povertà, la castità, l’obbedienza, ed ha dimostrato che la vita consacrata lungi dal chiudere l’anima in una specie di roccaforte individualistica, le spalanca orizzonti insospettati ed inesplorati, le dona misteriose capacità di interiore fecondità; e, terzo aspetto, quello sociale, che a noi sembra ben degno di rilievo nella nuova Beata, ella ha, inoltre, ancora una volta, confermato la grande verità evangelica che l’autentico amore verso Dio è anche vero amore verso gli altri, specialmente i poveri nel corpo e nello spirito (Mt 25,34 ss.; Io. 15, 12 ss.; 1 Io. 2, 10 ss.; 3, 16. 23). Il suo grande modello è sempre Cristo : «Vivere per Gesù, patire per Gesù, sacrificarsi per Gesù».

La Beata Maria Enrica ha amato immensamente e teneramente la sua Congregazione, che - sotto la sua guida - ha visto crescere e dilatarsi mirabilmente fino alle Missioni in India; ha amato i bambini, le ragazze mediante le svariate e geniali iniziative dell’Istituto; ha amato la Chiesa, e il Papa; ha amato e pregato per la sua Patria, in un periodo in cui i rapporti fra il Piemonte e la Sede Apostolica si facevano sempre più difficili e complessi.

Le sue ultime parole rivolte alle sue Suore, prima di lasciare questa terra, furono: «Raccomando l’umiltà... e l’umiltà».

Pensiamo che in questa sua parola, semplice e suprema, sia sintetizzato il grande messaggio che la nuova Beata rivolge ai contemporanei.

Umiltà, che diventi, nei confronti di Dio, adorazione. L’uomo impari di nuovo il gesto fondamentale della fede religiosa, che non lo umilia, anzi lo esalta perché gli fa riconoscere la sua dimensione essenziale di creatura. «La fede è oscura - scriveva la Beata - ma ci lascia sempre un lume sufficiente per andare a Dio».

Umiltà, che diventi, nei confronti degli altri, carità, servizio, solidarietà, armoniosa convivenza, pace, con il conseguente rinnegamento, a livello personale e sociale, del sopruso e della violenza.

Umiltà, che diventi, nei confronti della Chiesa, amore e docilità, nella convinzione che essa è «in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, LG 1).

Umiltà, che diventi, nei confronti di noi stessi, serena consapevolezza che la nostra esistenza umana può acquistare il suo globale ed autentico significato solo inserendoci nel disegno amoroso della volontà di Dio: «voler quello che Dio vuole, come Dio lo vuole e finché Egli lo vuole». Sono parole della Beata Maria Enrica, che affidiamo alla vostra riflessione.

E così sia!









Paolo VI Omelie 1978 - Mercoledì delle Ceneri, 8 febbraio 1978