
Paolo VI Omelie 1976 - Domenica, 31 ottobre 1976
Chi è, chi è la nuova Beata, che la santa Chiesa oggi propone alla nostra conoscenza? alla nostra venerazione? alla nostra imitazione? Questa sempre solenne e singolare cerimonia di beatificazione acquista innanzi tutto il significato d’una presentazione rivelatrice, la quale, forse anche nell’interno del duplice chiuso alveare del Carmelo scalzo, maschile e femminile, suscita una felice sorpresa: non tutti avevano di questa privilegiata Sorella un’adeguata conoscenza; e si spiega perché. Il profilo biografico, che è stato letto testé, secondo il cerimoniale della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, e che ciascuno può leggere nell’opuscolo pubblicato per questa liturgia, ci ha informati che la nuova Beata, Maria di Gesù, vissuta fra il secolo XVI e il secolo XVII, fu accolta diciassettenne nel Carmelo di Toledo, che era stato fondato pochi anni prima da Santa Teresa stessa, allora vivente in Avila, e ciò in virtù d’una presentazione quanto mai elogiativa della grande Fondatrice. Nel Carmelo di Toledo la nostra Beata passò, si può dire, tutta la vita ed ivi morì nel 1640. Ed ecco la singolarità, che può spiegare la limitata conoscenza della sua vicenda spirituale anche in persone del suo Ordine: nonostante la fama di santità, che l’accompagnò in vita e continuò a circondarne la memoria anche dopo la morte, difficoltà di varia indole ritardarono l’istruzione del processo canonico, che avviato regolarmente non prima degli inizi di questo secolo, conobbe ancora contrattempi e pause ed ha potuto giungere alla sua conclusione solo ai giorni nostri. È quindi soltanto ora che viene presentata alla Chiesa in tutto il suo fulgore l’avvincente figura di questa donna, che oltre tre secoli di storia separano da noi, lontani pellegrini nel tempo.
Provvidenza anche questa per noi, ai quali è dato di contemplare nella fisionomia della nuova Beata un riverbero autentico della spiritualità di Santa Teresa, la riformatrice del Carmelo, una delle personalità più significative della riforma cattolica. Con Maria di Gesù siamo riportati infatti a quel periodo, carico di tensioni e di fermenti, che seguì la conclusione del Concilio di Trento. È il periodo d’oro delle lettere, delle arti, della potenza militare della Spagna, giunta all’apogeo della sua fortuna politica e cavalleresca. È anche il periodo, che vede la Chiesa impegnata nel massimo sforzo spirituale e disciplinare, nell’intento di tradurre in vita cristiana vissuta le direttive conciliari. È in particolare il periodo nel quale santa Teresa con coraggio indomito lavora alla realizzazione del progetto di un rilancio della regola «primitiva» dell’Ordine carmelitano.
Maria Lopez de Rivas è profondamente colpita ed attratta dalla prospettiva di donazione totale, che Madre Teresa propone; e dopo matura e sofferta riflessione decide: sarà carmelitana e lo sarà nello spirito e secondo la disciplina voluta da Teresa di Gesù. Ormai per capire Maria bisognerà guardare a Teresa, la grande maestra di una vita interiore, intesa come comunione ininterrotta col Cristo, mediante il dialogo di amicizia della preghiera (Cfr. S. TERESA, Vita, 8, 5) e la disponibilità costante della volontà al servizio di Dio (Cfr. IDEM, Castello interiore, VII, 8, 4). Suor Maria di Gesù si lascerà permeare totalmente da questi insegnamenti della Madre e come lei orienterà la sua esperienza spirituale verso una maturazione progressiva nella fede, vissuta come adesione totale al Cristo e alla sua Chiesa, nella speranza, alimentata da una tensione inalterabile a Dio e al Cielo, nella carità, accolta e donata con uno slancio non soggetto a stanchezze.
La nostra Beata tuttavia non mancherà di modellare le grandi linee della spiritualità Teresiana secondo un suo disegno personale, dal quale emergerà la sua peculiare fisionomia spirituale. I tratti caratteristici di essa possono riassumersi nella più marcata ed esplicita partecipazione affettiva ed effettiva ai misteri di Cristo, proposti dalla Sacra Liturgia nei diversi momenti dell’anno. La troviamo così, durante l’Avvento, totalmente assorbita e quasi trascinata fuori di sé dalla profonda contemplazione del mistero del Dio incarnato. Durante le feste di Natale ci incontriamo nella sua singolare devozione a Gesù Bambino, che lei familiarmente chiama «dottore dell’infermità d’amore».
Nella Quaresima e soprattutto nei giorni della Settimana Santa, ammiriamo la sua appassionata partecipazione alle sofferenze del Redentore; a questo proposito la testimonianza di un carmelitano suo contemporaneo ci informa che «avendo (ella) chiesto a nostro Signore di concederle qualcosa che le facesse sentire fisicamente la sua Passione, ebbe dal Redentore, che le apparve, una corona di spine sul capo, da cui le risultò un dolore cos? forte che mai le si leva» (GEROLAMO GRACIAN, Peregrinación de Anastasio, Dial. 16).
Suor Maria di Gesù venerava con indicibile ardore l’Eucaristia, specie nel giorno della sua festa. Alle sue monache ripeteva con accenti che toccavano il cuore: «Figlie, sanno che siamo di casa con il SS. Sacramento, che viviamo insieme a Sua Maestà, sotto il medesimo tetto? Se i religiosi fossero consapevoli di tale privilegio, nessuno riterrebbe acquistarlo a troppo caro prezzo, fosse pure di lacrime e di sangue». L’intensa devozione al Sacro Cuore di Gesù e al suo Preziosissimo Sangue completano il quadro della pietà cristocentrica di quest’anima, che amava esclamare: «Solo colui che è tanto fortunato da rendere Cristo padrone del proprio essere sa conoscere Dio Divino ed Umano; costui cammina per sicuro sentiero».
Eccola dunque dinanzi a noi, Suor Maria di Gesù, tutta assorta nel dialogo d’amore con lo Sposo dell’anima, che riempie le sue giornate nella solitudine del Carmelo. Forse che questa intima esperienza di Dio la estrania dalle necessità del suo prossimo, dalle difficoltà in cui si dibatte la società del suo tempo, dalle prove alle quali è sottoposta la Chiesa? Affatto. Attorno a lei si muove tutto un mondo di sofferenze, di debolezze, di infermità, di implorazioni accorate. Attraverso la corrispondenza epistolare e nei colloqui dietro la grata la miseria umana arriva a bussare al suo cuore, per sollecitare la sua orante intercessione. E noi la troviamo così, ad esempio in un momento di grande siccità, tutta intenta a supplicare: «Signore, acqua! E’ necessaria l’acqua, Signore, in canali che io possa vedere ed in ruscelli che senta scorrere!»; o quando la guerra reca desolazione e morte la sentiamo confidarsi: «Stiamo pregando continuamente in comunità per ciò che ci sta tanto a cuore, ossia per la pace tra i principi cristiani . . . Attribuisco tutto ai miei peccati, specialmente la mancanza di pace; secondo me, finché dureranno queste guerre, non si avrà nulla di buono»; o infine, quando è in gioco il bene della Chiesa: «Ho il cuore trafitto per il momento critico che la Chiesa di Dio attraversa, per quanto la virtù ha da soffrire e per i pericoli mortali che corrono gli amici di Dio . . .».
Questa è stata, figli carissimi, Suor Maria di Gesù. Non è forse vero che la sua esperienza spirituale suscita echi profondi anche nel nostro cuore di credenti, che vivono in un mondo così diverso dal suo? Guardando a lei noi comprendiamo quale valore rappresenti per la Chiesa di ogni tempo la vita contemplativa e non ci è difficile riconoscere, insieme col Concilio, che i contemplativi «offrono a Dio un eccellente sacrificio di lode, e producendo frutti abbondantissimi di santità sono di onore e di esempio al popolo di Dio, cui danno incremento con una misteriosa fecondità apostolica. Cosicché costituiscono una gloria per la Chiesa e una sorgente di grazie celesti» (Perfectae Caritatis, PC 7).
La testimonianza di Suor Maria di Gesù, carmelitana vissuta per 63 anni entro le mura di un monastero di clausura, ci convince di una verità fondamentale, che cioè i valori cristiani più significativi si giocano nell’interiorità dell’essere umano, là dove «lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (Rom. 8, 26), il suo esempio ci induce a ridimensionare opportunamente l’importanza dell’attività esterna, fosse pure l’attività apostolica, giacché sul piano soprannaturale essa non conta che nella misura in cui è colma di amore teologale.
Questa piccola carmelitana, volata al Cielo tanti anni or sono, ci ricorda l’esigenza ineludibile della dimensione contemplativa nella vita di ogni cristiano e col suo esempio ci indica la strada concreta per coltivarla. La strada è quella della meditazione amorosa dei misteri di Cristo, che la Liturgia ripresenta ed attualizza. Figli carissimi, la partecipazione intelligente ed assidua alle celebrazioni liturgiche, in particolare alla liturgia eucaristica domenicale, partecipazione oggi facilitata dalla riforma conciliare e Post-conciliare, è la via aperta a tutti per un incontro personale con Cristo, con la luce della sua parola confortatrice e con la forza della sua grazia risanatrice.
Resti dinanzi a noi, quale esempio stimolante, l’immagine della nuova Beata, che già anziana ed inferma, non mancava di partecipare alle funzioni liturgiche nella Chiesa del monastero, ove, stando dietro la grata, univa la sua voce, resa ormai fioca dagli anni, a quella dei fedeli presenti nel tempio; narrano infatti le consorelle: «perché vecchia e con acciacchi, era solita mettersi in un posticino presso la grata del coro da dove si univa ai canti della Messa, attirando non poco l’attenzione dei fedeli, ammirati per il fatto che i suoi tanti anni mai le impedivano di cantare le lodi divine».
Paolo VI così prosegue in lingua spagnola
Nuestro corazón se llena de gozo al proclamar hoy Beata a Maria de Jestis Lopez de Rivas, Carmelita, discipula de Santa Teresa de Avila, cuyo camino de perfeccion siguio con extraordinaria fidelidad .
Por ello, se alegra el Carmelo, se regocija Toledo, exulta España y exulta la Iglesia. Se tiene la impresión del descubrimiento de un tesoro escondido; y se siente la alegria de experimentar que los siglos no apagan las luces que adornan la historia de la Iglesia. Este desafio al tiempo nos recuerda ya que la Iglesia no envejece (Cfr. Matth. Mt 28,20) y que sus Santos son ya ciudadanos de la eternidad.
Fratelli e Figli, accorsi a questa convocazione notturna!
Voi sapete perché!
È la ricorrente memoria d’un fatto estremamente umile e immerso in un povero paese lontano (ma era un paese predestinato), e inseriti in una ignota vicenda del tempo (ma era anch’esso un tempo profeticamente calcolato); d’un fatto si direbbe insignificante quale la nascita d’un Bambino in condizioni poverissime, prive d’ogni importanza esteriore e d’ogni interesse ambientale (ma era l’arrivo nel mondo, nel genere umano, del Verbo di Dio, del Figlio consustanziale del Padre Creatore e Signore dell’universo, che rimanendo qual era, si faceva Figlio di Maria; Figlio così di Dio e Figlio dell’uomo).
È questo fatto ambivalente umile e immenso, umano e divino, che nell’unica Persona del Verbo unisce due nature, di cui una, l’umana, sì, rispecchia costituzionalmente (Cfr. Gn 1,26-27) una meravigliosa, ma certo sempre remota immagine dell’altra, la divina, l’eterna, l’infinita; immagine ineffabile dell’invisibile Iddio (Cfr. Col 1,15 2Co 4,4) e pone nell’abissale mistero della divinità questa simbiosi ch’è Cristo Gesù; «natus est Christus; . . . de Padre, Deus; de Matre, homo» (S. AUGUSTINI Sermo 184: PL 38, 997). Essa lo pone nell’umanità e nella storia, centro in cui si ricollegano tutte le cose celesti e terrestri (Cfr. Eph. Ep 1,10), ed a cui ogni singolo essere umano può avere accesso e salvezza (Cfr. Luc. Lc 3,6); è questo il fatto, il mistero che noi ora ricordiamo e celebriamo.
«Lux in tenebris lucet», la luce splende nelle tenebre (Io. 1, 5).
Non ci fermeremo a considerare questo aspetto del mistero del Natale, cioè il modo scelto da Dio per rivelarsi nel suo Messia; quasi volesse nascondersi nell’atto stesso in cui si manifestava personalmente e umanamente agli uomini, che pur lo attendevano. È un aspetto che lascia intravvedere molte altre divine intenzioni, degne d’essere in altro momento esplorate e meditate. Voleva il Signore che noi, anche davanti alla sua suprema rivelazione temporale, non fossimo esonerati dal dovere di ricercarlo? voleva Egli che la nostra ricerca ci obbligasse a curvarci sui sentieri dell’umiltà, per correggere l’ostacolo principale che ci impedisce un autentico incontro col Cristo rivelatore, non altrimenti possibile che nella mortificazione del nostro fallo capitale, l’orgoglio? o voleva che non per altro interesse egoista lo avessimo a cercare, ma per quello del puro amore?
Come si debba infatti cercare la divina rivelazione ce lo ricordano le memorabili parole di S. Agostino «amore petitur, amore quaeritur, amore pulsatur, amore revelatur . . .»: «con l’amore si domanda, con l’amore si cerca, con l’amore si bussa, con l’amore si rivela» (S. AUGUSTINI De moribus Ecclesiae Catholicae, 1, c. XVII: PL 32, 1321).
Ma ci fermeremo sul fatto stesso, sul mistero del Natale. Ancora ascoltiamo S. Agostino, che anticipa sui Concilii posteriori la formula conclusiva: «Homo verus Deus verus, Deus et homo totus Christus, Hoc est catholica fides» (IDEM Sermo 92, 3: PL 38, 573). Ci fermeremo con quell’adesione della nostra fede, che celebrando con la Messa di questa notte i santi misteri noi stiamo a Lui tributando. Sì, noi confermiamo con questo rito natalizio la nostra piena, ferma, cordiale adesione a Cristo Gesù. Noi crediamo in Lui! Egli solo è il Salvatore nostro e del mondo (Cfr. Act. 4, 12).
Lasciamo che questo atto religioso e cosciente confermi e rinnovi la nostra accettazione di quella fede in Gesù Cristo, che abbiamo ereditato dalle generazioni cristiane a noi precedenti, e che il magistero della Chiesa sigilla in formule limpide e indiscutibili, e insieme feconda di perenne vitalità di effusione spirituale, di operosità evangelica, di predicazione missionaria, di cattolicismo sociale. E lasciamo che la fede stessa della Madonna, la Madre di Gesù, Colei che fu predicata «beata . . . per aver creduto nell’adempimento di ciò che le era stato detto da parte del Signore» (Lc 1,45) «con fede non inquinata da alcun dubbio», come insegna il Concilio (Lumen Gentium, LG 62), penetri nelle nostre anime, e conforti la nostra schietta conversazione col mondo presente, vacillante d’insanabili dubbi. Lasciamo che la nostra certezza nel mistero cristiano ci abiliti al duplice atteggiamento reclamato da chi si professa cristiano, quello della logica di pensiero e di azione, coerente e sapiente, proprio di chi appunto cristiano si qualifica, e quello della leale capacità comprensiva comunicativa d’ogni giusto ed amichevole rapporto sociale.
E procuriamo infine d’onorare la grande festa del Natale con l’espressione nel cuore e nel culto dei sentimenti che scaturiscono dalla sua realtà religiosa; della nostra meraviglia dapprima, che per quanto essa cerchi di ammirare il prodigio dell’Incarnazione, del Verbo di Dio che si fa uomo, non troverà mai una sufficiente misura, per iperbolica ch’essa si faccia, per adeguare l’espressione dello stupore e della gioia alla realtà che la suscita. Ancora S. Agostino che esorta: «Svégliati, uomo; per te Dio si è fatto uomo!: «expergiscere, homo: pro te Deus factus est homo!» (S. AUGUSTINI Sermo 185: PL 38, 907). Sentimento questo che accompagnerà poi sempre, anche nelle ore amare della vita e nelle celebrazioni dolorose della liturgia ogni altro sentimento, come una inesauribile riserva di ottimismo contemplativo ed attivo proprio di chi è stato ammesso a pregustare la trascendente fortuna del mistero cristiano (Cfr. Eph. Ep 5,14). Riascoltiamo S. Paolo per fare delle sue parole stile della nostra vita cristiana, augurio e ricordo della nostra celebrazione di questo Natale: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora: rallegratevi!» (Ph 4,4 Ph 2,18 Ph 3,1). L’Angelo del presepio ha intonato dal cielo il messaggio della nuova letizia, anche per noi: «Non temete! Ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà per tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11).
Paolo VI Omelie 1976 - Domenica, 31 ottobre 1976