
Paolo VI Udienze 1977 - Mercoledì, 23 febbraio 1977
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Lo snodarsi della Quaresima ed il progredire della sapientissima pedagogia della sua liturgia, ci inducono, quasi ci costringono a riflettere sul tema centrale di questo straordinario periodo, vero tempo forte dello spirito: la conversione. Siamo chiamati a convertirci, a far penitenza. In questo Leit-motiv la Chiesa, fin dalla sua remota antichità, ha sviluppato tutta una pienezza di motivi teologici, spirituali e morali, che si è espressa nei riti liturgici, come nella predicazione dei grandi Padri, con l’intento appunto di preparare i cuori alla conversione: ed è ben noto come il tempo quaresimale preludesse al conferimento del Battesimo e alla riconciliazione dei peccatori nella Penitenza.
Ciò facendo, la Chiesa non ha fatto che continuare il grande messaggio della Rivelazione, mediante la quale Dio ha chiamato gli uomini a entrare in comunione con Lui e ad infrangere quei ceppi che ne impedivano il cammino. Perché proprio di cammino si tratta: la conversione è un cammino, diciamo così, a ritroso, come indica il verbo ebraico šûb (cambiar strada, invertire la direzione, tornare indietro). È idea profonda e stupenda che permea le pagine dell’Antico Testamento, particolarmente dei Profeti (Cfr. Is 1,11-17 Jr 3,21-25 Jr 4,1-4 Jr 31,18 Jr 36,3 Ez 11,19 ss.; Ez 18,31 ss.; Ez 36,26-31 Am 5,14 ss.; Os 14,2-9), i quali alzano la voce per invitare il popolo ribelle a ritornare a Dio, come fa Isaia con parole roventi: «Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia» (Is 1,16 ss.); o come promette Geremia, il profeta per eccellenza della conversione: «Darò loro un cuore capace di conoscermi, perché io sono il Signore; essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio» (Jr 24,7). Questa voce si fa preghiera nei Salmi (ricordate il «Miserere»?: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo» (Ps 50,12). Questo grido vien fatto rimbalzare al tempo di Cristo, in tutta la sua forza, dal Precursore (Mt 3,2 Mt 3,8 Lc 3,10-14); e Gesù ne farà il segno squillante dell’avvento del Regno di Dio, anzi la condizione prima per entrare nel nuovo ordine della salvezza, ch’Egli viene a instaurare nel mondo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15 cfr. Matth Mt 4,17). Gesù è venuto a chiamare i peccatori alla conversione (Cfr. Luc Lc 5,32): i pubblicani, la peccatrice, il buon ladrone sono il segno vivo di questa possibilità, di questa realtà di ricupero, che il Figlio di Dio offre all’umanità decaduta per il peccato. Occorre rinascere (Cfr. Io. 3, 3), occorre diventare come i bambini (Cfr. Matth Mt 18,3 loci et paralleli.). Si pensi alla forza di santificazione che quest’ultima parola ha avuto per una grandissima anima dei tempi moderni, Teresa di Lisieux!
Non finiremmo più di ricordare parole e fatti evangelici per mettere in luce il senso e il valore di questa conversione, di questa penitenza, di questa metánoia, che è appunto un rivolgimento interno, un cambiare strada, un ritornare fra le braccia del Padre, come lo descrive visivamente con accenti incomparabili la parabola del figlio che ritorna (Cfr. Luc Lc 15,11-32). Come ben comprendiamo dai chiarissimi insegnamenti di Gesù, lo scopo è quello di una modificazione profonda, in due direzioni.
Anzitutto, modificare la maniera di pensare, la mentalità, gli intimi moventi delle azioni: e si pensi di quale mutamento difficile si tratta, se coinvolge la personalità più segreta e profonda di ciascuno di noi; e, in secondo significato, si tratta anche di mutare la condotta pratica, il comportamento, l’agire, affinché le azioni esteriori corrispondano senza ormai più stridenti contrasti con la interiore rivoluzione, avvenuta nello spirito.
In una parola, si tratta di stabilire una piena, sempre più piena conformità di pensiero e di vita con la volontà di Dio, che Gesù ci fa chiedere nella preghiera programmatica del cristiano: fiat voluntas tua, sia fatta la tua volontà (Mt 6,10), senza ostacoli, senza remore, senza resistenza; come in Cielo così in, terra.
Sono parole ostiche, ma solo per chi rifiuta di aprire il cuore alla voce del Signore, solo per chi si ostina a procedere in «direzione vietata» contro tutti i richiami della Rivelazione e della coscienza. Certamente siamo molto distanti dalla concezione permissiva moderna, che esalta nei modi più provocatori, specie per chi ancora non sia temprato e forte, una libertà che è solo licenza; un istinto, un interesse, un’amoralità e un immoralismo che equivalgono solo all’egoismo più sfrenato; ma così si dimentica che esiste un rapporto tanto ontologico ed esistenziale, quanto deontologico, tra la libertà, consapevolmente, virilmente esercitata, e il dovere che da essa trae forza, virtù e merito.
Difficile? Certo. Ma non impossibile. È la via da sempre segnata da Dio per chi vuole esser degno di diventare suo figlio. Troveremo la forza per seguirla? Sì. È Cristo che ci chiama con le parole più sconvolgenti, che devono infondere tanta confidenza anche in chi si sia smarrito lontano: «ci sarà più gioia in Cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti, che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7). Sì, così è, così sia, fratelli e figli carissimi.
Con la nostra Benedizione Apostolica.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
La prossimità della Pasqua ci invita ad un dovere caratteristico della partecipazione d’ogni singolo fedele alla celebrazione della grande festa della Redenzione, quello di «confessarsi», cioè di accostarsi al sacramento della Penitenza, personalmente e sinceramente, accusando i propri peccati con umile pentimento e con proposito di emendarsi. Questa è una legge grave della Chiesa, tuttora vigente; una legge difficile, ma quanto mai salutare, sapiente e liberatrice; una legge, la cui osservanza incontra oggi due ordini di difficoltà, uno pratico ed estrinseco, quello di trovare le circostanze concrete favorevoli all’adempimento di questo precetto; l’altro psicologico e intrinseco, quello di formulare nella propria coscienza il concetto del peccato, anzi dei propri peccati, e di avere il coraggio di accusarli, sia pure sotto la garanzia del più assoluto segreto, ad un sacerdote, cioè ad un ministro autorizzato dalla Chiesa per averne da lui l’assoluzione con le relative imposizioni penitenziali.
Dobbiamo perciò notare una certa progressiva inosservanza di questa prassi sacramentale, con molteplici e notevoli recessioni nella fedeltà e nella vivacità della vita cristiana e della consapevolezza della vita ecclesiale. E ciò con gravi apprensioni in chiunque, ministro o semplice fedele che sia, ami la realtà mistico-sociologica del mistero della nostra inserzione in Cristo, il mistero della grazia, il mistero della nostra salvezza. Che l’uomo sia tuttora e sempre bisognoso di questo sacramento lo dice non solo il diritto canonico (Cfr. Codex Iuris Canonici CIC 906), lo dice la diminuita coscienza di quella rigenerazione profonda prodotta in noi dal battesimo con il conseguente obbligo di derivarne un originale, coerente e superiore stile di virtù morali, e lo dice l’esperienza dei vantaggi spirituali che la confessione, specialmente se l’uso sapiente di essa accompagna lo sviluppo e lo svolgimento della vita vissuta, assicura all’anima che vuole essere forte e fedele nella professione della propria religione (Cfr. A. MANZONI, La Morale Cattolica, 1, cap. VIII).
Noi non entreremo con questo semplice accenno nell’apologia della Confessione sacramentale. Un’apologia, che può essere vastissima, se studiata storicamente; può essere fecondissima utilizzando gli sviluppi stessi degli studi, scientifici o letterari, della psicologia dell’uomo moderno; e può essere consolantissima per quanti si avvedono che un’onesta e obiettiva indagine sopra le radici interiori dell’umano operare conclude ad uno sconsolato e perfino disperato pessimismo circa l’inettitudine dell’uomo alla virtù autentica e stabile. Ci basti dire che questa apologia è possibile e facile a chi ricordi le parole di Cristo risorto, proclamate la sera stessa della sua risurrezione, quando Egli apparve nel cenacolo ai suoi discepoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’Io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro, e disse: ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, non rimessi resteranno» (Io. 20, 21-23). Il sacramento della Penitenza, così istituito, si definisce subito il sacramento della risurrezione delle anime morte, il sacramento delle anime redivive, il sacramento della vita, della pace, della gioia.
Ci basti esortare i nostri Fratelli sacerdoti, abilitati all’amministrazione del Sacramento della Penitenza, a dare all’esercizio pastorale ch’esso autorizza e conforta, l’importanza ch’esso reclama, la stima, il culto, lo spirito di sapienza e di sacrificio ch’esso si merita: è la Confessione il sacramento terapeutico per eccellenza, il sacramento pedagogico per la formazione cristiana a tutti i livelli (Cfr. Seminarium, 3, 1973).
Ed esorteremo poi tutti i Fedeli a sgombrare il proprio animo da ogni diffidenza che la vigente disciplina sacramentale può suscitare per il suo pratico esercizio. Se oggi la Chiesa autorizza in certi casi particolari, l’assoluzione collettiva, ricordino che questa autorizzazione ha carattere eccezionale, non dispensa dalla confessione personale, e non li vuole privare dell’esperienza, dei vantaggi, del merito di essa: scuola di sapienza morale, la confessione educa la mente a discernere il bene dal male; palestra di energia spirituale, essa allena la volontà alla coerenza, alla virtù positiva, al dovere difficile; dialogo sulla perfezione cristiana, essa aiuta a scoprire le vocazioni proprie delle singole anime e a corroborarne i propositi per la fedeltà e per il progresso verso la santificazione, propria ed altrui. Possa la prossima Pasqua apportare a ciascuno di voi la fortuna di celebrarla con una buona Confessione! È con la Comunione il grande dono pasquale (Cfr. Catechismus ex Decreto Concilii Tridentini ad Parochos, De Poenit. Sacramento; et SACRAE CONGREGATIONIS PRO DOCTRINA FIDEI Normae pastorales circa absolutionem sacramentalem generali modo impertiendam, 16 iunii 1972: AAS 64 (1972) 510 ss.).
Con la nostra Benedizione Apostolica.
Ai fedeli della Parrocchia romana di Sant’Eligio
Rivolgiamo ora un saluto particolarmente sentito ai 250 fedeli della Parrocchia romana di Sant’Eligio a Ovile, venuti col loro Parroco, e con Monsignor Vittorio Terrinoni, Ausiliare del nostro Cardinale Vicario, per celebrare festosamente il decimo anniversario della costituzione della loro comunità.
Carissimi, sappiate che noi vi consideriamo e sentiamo come nostri figli particolari, in quanto membri della grande famiglia diocesana di Roma. Perciò vi esortiamo ad una schietta vita cristiana che da una parte sia fatta di totale fedeltà al Signore e alla Chiesa, e dall’altra di coerente testimonianza di fronte al mondo. Auguriamo all’intera vostra Parrocchia di crescere sempre più in armoniosa unità di intenti, partecipando responsabilmente e costruttivamente alle varie forme di vita associativa, così da edificare tra voi e in voi il tempio santo di Dio.
Di tali voti vuol essere pegno la nostra Benedizione Apostolica, che di gran cuore impartiamo a voi qui presenti, incaricandovi di estenderla ai vostri Cari e a tutta la vostra Parrocchia, in particolare ai malati e ai più bisognosi di cristiano conforto.
Alle Religiose di San Giuseppe di Chambéry
Il nostro saluto va ora al gruppo di Religiose della Provincia italiana della Congregazione di San Giuseppe di Chambéry, presenti all’udienza per testimoniare, in occasione del centenario di istituzione della Provincia stessa, la devozione profonda e la immutabile fedeltà, che lega la loro Famiglia religiosa a questa Sede Apostolica. Esse accompagnano una folta rappresentanza di alunne delle loro Scuole Superiori di Roma e di Albano Laziale e di genitori iscritti all’Associazione Genitori Scuole Cattoliche.
Cogliamo volentieri l’occasione per esprimere a queste benemerite Religiose il nostro vivo apprezzamento per l’opera solerte, che esse svolgono in mezzo alla gioventù studiosa ed a servizio di anziani e malati. Continuate, dilette figlie, con entusiasmo sempre rinnovato, a sforzarvi di orientare la vostra vita secondo lo spirito del motto programmatico, caro al vostro Fondatore: «Servire tutto il caro prossimo nella perfetta obbedienza alla Santa Chiesa». È una formula che, se applicata con coerenza fino alle ultime conseguenze, conduce diritto alla santità. Alle vostre alunne, poi, affidiamo una precisa consegna: che cioè sappiano unire agli studi superiori l’approfondimento consapevole e gioioso della religione e della morale cristiana, perché la loro vita abbia una ricchezza di contenuti e una pienezza di sintesi intellettuale e spirituale, quale la fede cristiana, amata e vissuta, permette di raggiungere.
Valga a confermare i buoni propositi la nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Una volta ancora, nella rotazione del tempo, viene la Pasqua. Essa comporta un duplice giudizio; dapprima quello che il mondo, invitato ad essere spettatore della Passione di Gesù, seguita poi dalla sua Risurrezione, darà del protagonista del dramma messianico, cioè di Gesù stesso: chi è, chi era quel personaggio, che in un momento decisivo del suo processo è presentato dal Procuratore Romano, Pilato, in uno straziante e commovente aspetto, alla folla ammassata davanti al Pretorio, con fatidiche parole: «Ecco l’uomo» (Io. 19, 5). E l’uomo era Gesù, appena allora flagellato, e per beffa crudele, Colui che s’era detto Re dei Giudei, coronato di spine, e coperto da un manto di porpora. Voleva Pilato impietosire il popolo proclamando a gran voce: «Ecco ve lo conduco fuori, perché sappiate che io non trovo alcuna colpa in Lui». Voi sapete quale fu l’accoglienza dei sommi sacerdoti e delle guardie a quella apparizione: «alla croce, alla croce!». E questa, dopo una nuova istanza del tumultuoso processo, sarà la sorte di Gesù: alla croce. Ecco un mondo che inorridisce davanti alla vittima, ormai predestinata all’infame supplizio della croce.
Quella croce che Egli stesso aveva predetto aggiungendo un commento che riguarda un altro giudizio, quello che il condannato avrebbe dato del mondo in atto di contemplare la scena della sua crocifissione: «Io, quando sarò esaltato da terra (alludendo al genere della sua morte) attirerò tutti a me stesso» (Ibid. 12, 32). Ecco il mondo attratto, affascinato dal divino Crocifisso. Emana da Lui un incanto misterioso che polarizza verso di Lui tutta l’umanità credente. Intorno alla Croce di Cristo si raccolgono gli uomini nuovi: lo dirà San Paolo trovando in questa convergenza paradossale verso Cristo crocifisso il segno caratteristico della nuova e finalmente vera religione: «Quando, o fratelli, sono venuto fra voi, . . . io ritenni di non sapere altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1 Cor 1Co 2,2 Ga 6,14).
Ora sopra questo aspetto della nostra vita religiosa e cristiana, la quale trova il suo cardine nella croce di Cristo bisognerà fermare la nostra attenzione, specialmente nella commemorazione, anzi per noi rinnovazione pasquale: come mai la scienza della Croce (come la chiamarono i Santi) ha tale potere da far convergere sopra la morte, e quale morte, di Cristo il nodo risolutivo della sua dottrina e della sua missione, così da obbligare chiunque gli vuol essere seguace a conoscerla e a viverla? Come mai un dramma di morte può diventare in sé e per noi un mistero di vita?
Beati noi se troveremo la chiave per entrare in questo regno della economia cristiana, cioè nel piano della nostra salvezza, nella rivelazione dell’Amore di Dio per noi: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Io. 3, 16). E riferito a Cristo stesso questo sovrano disegno d’Amore, ecco la conferma: «Egli mi ha amato, e ha dato se stesso per me» (Ga 2,20 Rom Ga 8,37).
Qui vi è tutto, e noi non diremo ora di più. Tanto basta per rimanere avvinti al mistero della Croce in se stesso, e per subire la sorte dell’Amore riferito a noi medesimi, ciascuno a sé personalmente: come si risponde all’Amore? Possa questa celebrazione pasquale insegnarcene il modo e infonderci l’energia per la risposta adeguata: «Che cosa mai ci potrà separare dalla carità di Cristo?» (Rom. 8. 35).
Così sia; con la nostra Apostolica Benedizione.
Ad un gruppo di docenti e di alunni partecipanti al corso socio-giuridico organizzato dal Laterano
Rivolgiamo ora un saluto cordiale ai partecipanti al secondo Corso di aggiornamento socio-giuridico, organizzato dall’«Institutum utriusque iuris» della Pontificia Università Lateranense, i quali prima della conclusione delle lezioni hanno voluto venire gentilmente a farci visita.
Noi vi siamo sinceramente grati, diletti figli, di questo premuroso gesto, nel quale leggiamo una significativa volontà di comunione ecclesiale e di fedele adesione alle direttive del Magistero; e ci rallegriamo con voi per il desiderio di arricchire la vostra conoscenza del mistero della Chiesa, che la partecipazione al Corso testimonia. L’attento esame delle trasformazioni socio-culturali caratteristiche del nostro tempo e lo studio approfondito delle strutture fondamentali, nelle quali si articola ed esprime la realtà divino-umana della Chiesa, accrescono il vostro amore per questa Madre comune che, inserita nella storia, sa mettersi in sintonia con le mutevoli esigenze dei tempi, senza mai venir meno ai tratti essenziali della fisionomia impressale dal suo Fondatore. E che le nuove conoscenze acquisite ravvivino in ciascuno la consapevolezza degli impegni, che discendono dall’essere membro di quel popolo messianico, che pur «apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza» (Lumen Gentium LG 9, § 3).
Accompagniamo l’augurio con la propiziatrice Benedizione Apostolica.
Ai chierichetti della parrocchia romana di Santa Maria «Ianua Caeli»
Salutiamo ora con particolare cordialità i numerosi rappresentanti della Parrocchia romana di Santa Maria «Ianua Caeli» a Monte Spaccato, accompagnati dal loro Rev.do Parroco Padre Olivo Cacciatori.
Figli carissimi, interpretiamo la vostra gradita presenza qui oggi quasi come un contraccambio della visita, che noi facemmo tra di voi or sono dieci anni, nella Domenica di Pasqua del 1967; e vi accogliamo con la stessa cordialità ed esultanza, che voi allora ci riservaste. Sappiate che voi, in quanto membri della grande famiglia diocesana di Roma, occupate nel nostro cuore un posto tutto particolare; perciò vogliamo esortarvi, con familiare confidenza, ad una vita cristiana autentica e generosa, così da «risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita» (Ph 2,15-16). Ai molti ragazzi, che sono tra voi, diciamo di prepararsi seriamente al domani, mediante quell’impegno e quella gioia, che derivano soltanto da una limpida amicizia col Signore Gesù. Soprattutto voi, Chierichetti qui presenti, siete impegnati a servire e conoscere più da vicino Gesù Cristo, che può chiamare qualcuno di voi ad una intimità e ad una missione ancora maggiori, nella misura in cui voi siete generosamente disposti a cose grandi per la vita della Chiesa nel mondo.
A tutti, come segno della nostra benevolenza e in pegno di abbondanti favori celesti, concediamo di gran cuore la nostra paterna Benedizione Apostolica, che vi incarichiamo di portare anche ai vostri Cari e agli amici, con particolare riguardo ai sofferenti.
Ad un gruppo di studenti della Diocesi di Strasburgo
Un groupe important d’élèves de l’enseignement catholique de Strasbourg est présent ici, ce matin, avec des professeurs et de nombreux parents. Merci de votre visite, chers Fils et chères Filles. Tous les ans, Nous avons la joie d’accueillir votre pèlerinage, vos amis qui viennent à Rome étendre leur culture et fortifier leur amour de l’Eglise. Mais tette année Nous recevrons plusieurs fois l’Alsace, puisque votre Evêque et son Auxiliaire vont venir Nous parler du diocèse, de leurs réalisations et de leurs projets. De ce diocèse, vous êtes un peu l’avenir! Demain, c’est vous qui aurez a prendre des responsabilités dans les communautés chrétiennes. Des aujourd’hui, pourtant, vous avez un rôle a jouer dans le monde des jeunes, car vous aussi devez évangéliser par vos paroles et par l’exemple de vos vies. Notre souhait est donc celui-ci: préparez- vous les mieux possible pour votre tâche future, grâce a la formation solide que vous donnent familles et éducateurs; soyez des chrétiens courageux, soucieux d’approfondir leur foi; et en même temps n’oubliez pas que votre mission commence des maintenant, qu’elle est même déjà commencée. A tous, nos voeux et notre Bénédiction, et une prière spéciale a l’intention de ceux parmi vous qui éprouvent des troubles de la vue, afin que le Seigneur, qui est Lumière, Vérité et Vie, se laisse contempler et saisir par eux dans toute sa beauté et dans tout son Amour.
Al Comitato esecutivo della Federazione Cattolica Mondiale per l’Apostolato biblico
We are pleased to greet the Bishops, priests and lay people of the Executive Committee of the World Catholic Federation for the Biblical Apostolate meeting in Rome. Your presence recalls the important teaching of the Second Vatican Council, that Christians of every category are called to share in distributing properly-prepared editions of the Bible, as a work of missionary outreach. In the years since the Council we have had occasion to commend Bishops-who have the chief responsibility in this matter-for their zeal and care in promoting the circulation and study and use of the Sacred Scriptures by their people. And today we are happy to have the occasion to thank the World Catholic Federation for the Biblical Apostolate for helping the Bishops in this basic pastoral task and responsibility. Be assured of our deep gratitude for your partnership in the word of God, and let us continue to work and pray together, “that the Lord’s message may spread quickly and be received with honour” (2 Thess 2Th 3,1). It is with great joy and hope that we impart to you our Apostolic Blessing.
Ad un gruppo di giapponesi
Welcome also to the distinguished group of Japanese Christians, who are dedicated to bringing to the young the message of him who is the Lord of all. May God bless you and your mission by making himself ever better known to you and through you. We assure you of our prayers, our warm esteem and our affection.
Ai Superiori provinciali della Santa Unione del Sacro Cuore
We welcome the superiors of the Sisters of the Holy Union of the Sacred Hearts, who have come together to reflect prayerfully on their mission in today’s world. We say to you: Be faithful. Faithful to the spirit of your founders, who instituted your Congregation in a moment of great need for Christian education. Faithful to the consecration of your whole lives to God. Faithful to the prayer and interior silence that will open you to the gifts of the Holy Spirit. Faithful to your calling to show forth a love of Christ that is without limit. You have the support of our prayers.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Una parola, che il divino Ufficio quaresimale ci ha fatto ripetere più volte, suona così: «Oggi se udrete la sua voce (e vuol dire la voce del Signore), non vogliate indurire i vostri cuori». È la Chiesa che parla, facendo propria l’esortazione del Salmista, David; un’esortazione che si ripete nella Sacra Scrittura, e per l’importanza di ciò che essa intende annunciare, e per l’indifferenza con cui tanta parte del Popolo eletto accoglie l’annuncio (Cfr. Ex 19,5 Prov Ex 1,20-21 etc. ). Si nota nella Bibbia una raccomandazione insistente per farsi ascoltare, per farsi capire (Ps 33,12 Ps 49,7). Si vede che dall’attenzione che gli uomini prestano alla voce divina dipende la loro fortuna; e si vede invece che gli uomini, anche quelli che vivono nell’economia della salvezza, sono restii ad accogliere l’invito religioso e quasi ne temono l’incanto e il comando.
Dio parla; chi lo ascolta? E studiando questo fatto, dal quale dipende la scelta della nostra libera risposta e perciò la nostra salvezza, si nota spesso nell’arte misteriosa della divina rivelazione un modo particolare di linguaggio; un linguaggio formulato in termini piani e semplici (pensate alle parabole del Vangelo - Cfr. Matth Mt 13,14 ss.; 13, 35), ma che sotto il significato figurato nascondono, ed insieme svelano un pensiero più profondo che non tutti comprendono, perché non tutti si danno la premura di esplorarlo e di coglierne il vero ed intimo senso. Questa ambiguità è ancora un metodo ordinato dell’Autore della divina Parola in coerenza con l’umana libertà: comprenderà chi vuole comprendere. La rivelazione ci è, sì, consegnata nella sua esatta formulazione, ma chiusa in un involucro di termini (p. es. la «parabola»), i quali termini hanno senso per se stessi, ma ci sono affidati affinché la nostra mente, e specialmente la nostra buona volontà sappiano scoprirvi la voce intima, profonda, autentica del Signore.
Anche nel piano della divina rivelazione l’uomo resta libero; egli deve fare ciò che può per venire a contatto con il Pensiero divino. La voce divina risuona; la comprende chi vuole comprenderla. Un fenomeno naturale, oggi a tutti notissimo, quello della Radio, ci dà un’immagine di questa Legge del senso arcano della divina conversazione; pensate alla carica immensa di voci diversissime che riempiono l’atmosfera; nessuno le avverte salvo colui che munito d’un apposito apparecchio sa carpire quelle voci, che altrimenti resterebbero vane; le comprende soltanto chi sa mettere il proprio apparecchio in fase di ascoltazione.
L’analogia serve al caso nostro. Il grande mistero della Redenzione ci è trasmesso, per via del rito liturgico, in modo impressionante: chi lo accoglie? e fra quanti ne accolgono la presentazione rituale e rievocativa della storia evangelica quali sono quelli che ne afferrano il senso teologico, reale, attuale? ed anche fra questi intelligenti del mistero presente, che la liturgia attualizza, chi davvero lo applica a sé? (Cfr. Hebr. 3, 7 ss.; 4, 2 ss.)
Vuol essere questo breve sermone un cordiale invito, primo, a partecipare ai riti liturgici della Settimana Santa, la quale vuole essere come una voce del Signore, che ci ricorda, ci spiega, ci offre la partecipazione al mistero della Redenzione: se oggi questa voce si fa sensibile ai nostri cuori, non siano questi chiusi e indifferenti alla voce divina; secondo, facciamo un atto di premura per capire, almeno qualche cosa, di tali riti, che incastonati in cerimonie tradizionali ed in lingua latina possono rimanere impenetrabili, come codici antichi, alla nostra intelligenza; ora vi sono sussidi abbastanza chiarificatori per chi davvero desidera comprenderne il senso e subirne la forza, e terzo, ciascuno applichi a sé il divino dramma di Gesù, lo riviva nel proprio cuore, ne ascolti l’ineffabile accento, vi conceda un umile e generoso atto di buona volontà. Chi sa che cosa vuole Gesù sacrificato e Gesù risorto da ciascuno di noi?
A questo individuale segreto il nostro voto benedicente, con l’augurio per tutti di «buona Pasqua».
Ai «Gruppi di Impegno Familiare e Sociale»
Ci è gradito rivolgere ora una parola di saluto e di incoraggiamento ai «Gruppi di Impegno Familiare e Sociale» presenti all’udienza di stamani. Il fine, che vi prefiggete, figli carissimi, di contribuire alla promozione integrale dell’uomo, particolarmente mediante la salvaguardia dei valori umani e cristiani, su cui poggia la comunità familiare, è impresa altamente meritevole, e noi ci valiamo volentieri anche di questa occasione per confermare il nostro vivo apprezzamento per ogni sana iniziativa, che si ponga al servizio della famiglia, allo scopo di favorirne la serena e gioiosa riuscita.
Il credente sa riconoscere nella totale comunità di vita, che la famiglia instaura, un’immagine di quella sublime comunione d’amore, che è la Trinità divina. Possa il vostro lavoro contribuire a far maturare in un numero sempre più grande di nuclei familiari la consapevolezza dello stupendo disegno di Dio sull’amore umano, aiutandoli così ad orientarsi fermamente verso quei valori immutabili, che costituiscono la più solida garanzia di un armonioso sviluppo personale dei loro membri.
Con questo augurio e in pegno del nostro affetto di cuore vi impartiamo la propiziatrice Benedizione Apostolica, che estendiamo ai componenti delle vostre rispettive famiglie e a tutte le persone che vi sono care nel Signore.
Agli studenti dell’Istituto per la Cooperazione internazionale
Nous ne pouvons pas adresser un mot particulier a chacun des groupes ici présents, et Nous le regrettons. A tous, Nous souhaitons renouveau et joie spirituels, en vous invitant à contempler l’amour du Christ dans sa Passion et la force de sa Résurrection, à vous insérer aussi dans cette immense famille de croyants rassemblés ces jours-ci à Rome.
Nous saluons spécialement les trois mille étudiants réunis par l’Institut pour la Coopération internationale, à l’occasion de leur rencontre annuelle. Chers amis, Nous vous félicitons de vouloir «fonder le futur» - tel est votre thème - sur des bases solides, éprouvées, généreuses et lucides! Il y a dans l’homme un certain nombre d’exigences pour son développement intégral, qui sont autant de repères imprescriptibles sur le chemin que vous voulez tracer. Prenez bien votre part de responsabilité dans un monde étudiant qui connaît tant de fièvres, mais trop peu de constructions positives. Aucune idéologie ne doit vous asservir, ni vous faire perdre le sens de la justice, de la vérité, de l’amour universel, de la solidarité soucieuse du bien commun de toutes les classes sociales, sans lesquelles il serait vain d’attendre quelque progrès durable. Ceux qui ont foi dans le Christ savent que sa vérité libère (Cfr. Io. 8, 32), et que sa charte d’amour permet de construire sur le roc (Cfr. Matth Mt 7,24).
N’oubliez pas non plus que le service de la société, votre profession de demain, requièrent une compétence profonde, et donc une culture approfondie, des études spécialisées sérieuses: c’est une question de loyauté. Méritez la confiance qu’on met en vous.
Enfin le futur ne peut ignorer ses racines: puissiez-vous découvrir ici, dans l’art et dans l’histoire de la Rome chrétienne, les témoignages stimulants de ceux qui ont su mettre, ou plutôt accueillir, la beauté, la charité, la foi, la sainteté, au coeur de leur existence et de leurs projets ! Ecoutez leurs appels permanents, pour votre bonheur, pour votre salut, pour celui de vos frères. Avec notre cordiale Bénédiction Apostolique.
Ad un gruppo di studenti del Kerala
With great affection we extend our greeting to the group of students from Kerala: your presence is for us a motive of joy. We urge you to be proud of your Catholic heritage and faithful always to the teachings of Christ. In this way your lives Will be full of meaning, and you Will make a true contribution to India and to all society.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Essere cristiani: che cosa significa? Il significato primo, nel tempo e nell’importanza, è dato dal fatto che siamo fatti degni di portare questo nome, non come una semplice qualifica sociologica (Cfr. Act. 11, 26), ma come un rapporto vitale con Cristo, un ingresso nel regno di Dio. Gesù stesso lo ha insegnato ad un primo «notabile» timido, ma poi fedele aderente alla sua predicazione e al suo influsso messianico, Nicodemo: «nessuno può entrare nel regno di Dio se non è rinato nell’acqua e nello Spirito santo» (Io. 3, 5). È stato così preannunciato questo innovatore segno sacramentale, il battesimo. Sarà poi questo il primo atto esteriore, non senza l’espressione interiore di sentimenti di fede e di penitenza, richiesto e conferito ai primi seguaci della predicazione apostolica immediatamente dopo la discesa dello Spirito Santo, dopo la Pentecoste (Act. 2, 38; 3, 19 - 4, 4); e subito questo rito indispensabile e caratteristico è dichiarato essere collegato con la Passione del Signore, con la sua Pasqua (Rom. 6, 3; etc.). La prima, essenziale, salvatrice relazione della nostra vita con Cristo, morto e risuscitato per noi, è stabilita mediante il battesimo: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!», esclama San Paolo, quasi riaffermando il canone fondamentale della religione, che appunto da Gesù Cristo prende origine e nome.
Questo fatto ha tale rilievo nel campo della nostra fede che noi faremo bene a dedicarvi particolare riflessione, se vogliamo che la Pasqua testé celebrata non passi come ogni altro giorno, come altra festa senza emergenza nel nostro modo di concepire la vita cristiana.
Noi ci limitiamo ora a ricordare il duplice simbolismo del rito battesimale, il cui significato ci introduce nel significato teologico, cioè essenziale del sacramento. Primo: il battesimo è un lavacro. Come mai un neonato, anzi ogni umana creatura ha bisogno d’essere purificata per essere ammessa al regno di Dio? per essere chiamata cristiana? E qui si presenta la grande storia del peccato originale, un peccato che tale propriamente fu in Adamo, e che passò in triste eredità a tutto il genere umano, non come colpa personale, ma come stato personale e proprio d’ogni figlio di Adamo, impotente a redimersi da sé dalle conseguenze fatali del peccato del primo uomo (Cfr. S. IGNATII ANTIOCHXNI Ad Romanos, 5: DENZ.-SCHÖN. 621). Questo è un punto capitale nel piano religioso del cristianesimo e dell’intera umanità, dal quale si desume e la necessità della Redenzione e la fortuna massima a noi concessa mediante la purificazione battesimale.
E secondo simbolismo del battesimo: la partecipazione mistica alla morte e alla risurrezione del Signore. Rileggiamo San Paolo: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, noi siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo infatti siamo stati sepolti insieme a Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a Lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la risurrezione» (Rom. 6, 3-5). S. Cirillo, Vescovo di Gerusalemme, nel IV secolo (313-387) spiega la dottrina anche più diffusamente, mirabile pioniere della catechesi ecclesiastica sistematica, che del resto già anteriormente aveva avuto i suoi maestri (Cfr. F. PRAT, Théol. de St Paul, II, 306 ss.). Non possiamo tacere S. Ambrogio specialmente (S. AMBROSI De Sacramentis et De Mysteriis: O. Faller, 1955).
Questo per dire come una concezione cristiana della vita non possa prescindere dall’essere imbevuta dell’insegnamento della nostra fede circa la nostra Pasqua ch’e Cristo immolato per noi, e che a noi e cominciata da1 Sacramento rigeneratore, ch’e il nostro Battesimo. Non dimentichiamolo mai.
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Ad un gruppo di giovani del Belgio
A vous aussi, jeunes gens de Belgique, notre Salut spécial et notre merci pour votre Visite empressée! Dans la foulée de vos devanciers, vous avez la joie d’accomplir le 25e Pèlerinage Militaire Belge au centre de l’Unite Catholique. Nous vous félicitons pour ces 25 ans de fidélité, et Nous félicitons vos Responsables et vos Familles, si heureux de vous accompagner.
Nous vous encourageons très vivement a être - aujourd’hui même dans votre Situation particulière et demain, dans vos responsabilités familiales, civiques et professionnelles, - le levain nouveau dont parle souvent la liturgie Pascale. Le monde a un besoin urgent de votre fermeté dans la foi, de votre sens aigu des valeurs humaines et évangéliques, de votre amitié universelle - Nous disons plus - de votre amour puise dans le coeur du Christ mort et ressuscite! Courage, chers Jeunes ! Et confiance dans le Seigneur! Avec Notre Bénédiction Apostolique!
In fiammingo:
Aan allen wensen Wij de volheid van de Paasvreugde.
Agli studenti di Einsiedeln
Herzlich willkommen heißen Wir bei dieser Audienz die Gruppe »Studentenmusik« vom Gymnasium des Klosters Einsiedeln. Wir danken Euch für Eure musikalischen Darbie tung-en, mit denen Ihr diese Begegnung in der Freude des Osterwoche festlich umrahmt.
Euer gemeinschaftliches Musizieren, das Euch zunächst persönlich am meisten bereichert, ist in einer besonderen Weise geeignet, anderen Menschen Freude und Stunden der Muße und der Erbauung zu schenken. Möge die Musik für Euch selbst darüber hinaus auch zum frohen Gotteslob werden, eingedenk der Worte des Psalmisten: »Lobet Gott mit dem Schall der Hörner, lobt ihn mit Harfe und Zitter! Lobt ihn mit Pauken und Tanz, mit Flöten und Saitenspiel! « (Ps 150,3-4) Dazu erteilen Wir Euch von Herzen Unseren Apostolischen Segen.
Paolo VI Udienze 1977 - Mercoledì, 23 febbraio 1977