
Paolo VI Udienze 1977 - Mercoledì, 1° giugno 1977
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi seguiamo il filo dei pensieri derivati dalla celebrazione del grande mistero della Pentecoste. Noi dicevamo ch’esso è la continuazione del Vangelo; è l’eredità di Cristo nel mondo. Diciamo meglio, esso consiste nell’effusione dello Spirito Santo, Dio Amore vivificante, la terza Persona della Santissima Trinità, negli uomini, che diventano così ospiti, in senso passivo, dell’ospite divino, che li santifica e li unisce. Con «la comunicazione dello Spirito Santo» (Cfr. 2 Cor 2Co 13,13) si realizza l’animazione della Chiesa, che acquista così la sua unità vera e soprannaturale «nella ricerca, come c’insegna San Paolo, di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ep 4,3). E aggiunge: «un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo; un solo Dio Padre di tutti . . .» (Ibid. 4-6). Questa conseguenza della presenza di Dio nei credenti, nei fedeli, nell’umanità santificata dalla grazia e organizzata in un corpo sociale, che si chiama la Chiesa, questa unità misteriosa e reale segna il vertice dei desideri di Cristo a riguardo della sua opera di Fratello di tutti gli uomini (Cfr. Matth Mt 23,8), di Maestro universale (Ibid.), di Salvatore (Cfr. Luc Lc 2,11 Io Lc 4,42 1 Tim 1Tm 4,10 etc. ), come Egli afferma nella sua riassuntiva, testamentaria preghiera, nella notte, prima della Passione, e quattro volte lo esclama: «che tutti siano una cosa sola» (Io. 17, 11. 20. 21. 22).
Non che questa mistica unità, che attinge il suo modello dall’unità stessa divina, che intercede fra il Padre ed il Figlio, escluda le diverse articolazioni e le diverse funzioni che distinguono gli uomini componenti il Corpo di Cristo, ch’è l’unica Chiesa; la dottrina apostolica, la quale spiega che, come organi distinti d’uno stesso Corpo «Egli medesimo (Cristo Signore) ha costituito alcuni Apostoli, altri poi Profeti, altri Evangelisti, altri Pastori e Dottori: per il perfezionamento dei Santi in opera di ministero, all’edificazione del corpo di Cristo . . .» (Ep 4,12 1 Cor 1Co 12,4 ss. ).
Ma l’unità soprattutto; tanto che Gesù stesso ammette come possibile l’esclusione dalla comunione fraterna di colui che dopo ripetuti richiami se ne fosse dimostrato refrattario (Mt 18,15-17).
Ora questa riflessione sopra l’unità voluta da Cristo per chi da Lui attinge la sua fede, la sua ragion d’essere, deve illuminare la nostra professione religiosa; non possiamo avere rapporto con Dio, ancora Egli ci avverte, se non siamo in pacifico rapporto col fratello (Ibid. 5, 23-24). È questo uno dei principii dinamici dell’ecumenismo moderno. È questa una delle esigenze del nostro studio per la pace nel mondo. È questo uno dei precetti più chiari del vangelo: l’esclusione della vendetta personale e dell’odio tribale e fraterno: «rimetti, diciamo a Dio Padre nella preghiera fondamentale che Cristo stesso ci ha insegnata: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Non sono sulle vie del Signore coloro che provocano fratture, o discordie, nella compagine armonica ed unitaria del corpo mistico di Cristo; ricordiamo sempre l’esortazione dell’Apostolo: «Vi esorto, fratelli, per il nome del Signor nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni (schismata, scismi) tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di intenti» (1 Cor 1Co 1,10).
Al suono autorevole di questa lezione noi dovremmo riesaminare il favore che ha assunto nel nostro linguaggio e nel nostro costume la parola «pluralismo», e ciò in omaggio ad un concetto filosoficamente inesatto della libertà, considerata come arbitrio autonomo, avulso dalla norma che la deve nobilitare e dirigere, e cioè la verità (Io. 8, 32), e non come personale elezione ed adesione a ciò che la mente giudica buono e vero.
E questa considerazione fuggitiva ci riconduce sul sentiero donde siamo partiti, all’unità che nasce in noi come invito e conseguenza dello Spirito e che rischiara a noi le vie della salute presente e della salvezza eterna.
Ripetiamo con la Chiesa l’invocazione stupenda allo Spirito Santo: O Luce beatissima, riempi le profondità interiori dei tuoi fedeli!
Voto nostro, con la Benedizione Apostolica.
Ai nuovi Ufficiali del Corpo degli Agenti di custodia
Un saluto paterno rivolgiamo ora al gruppo di nuovi Ufficiali del Corpo degli Agenti di custodia, che partecipano a questa Udienza insieme con alcuni Magistrati del Ministero di Grazia e Giustizia.
Voi state per intraprendere un lavoro di indubbia responsabilità. Il vostro compito, tanto delicato e difficile, non può ridursi a freddo e impersonale adempimento di un dovere, ma chiede di trasformarsi in partecipazione umana alle vicende di propri simili, particolarmente esposti, per l’esperienza che stanno vivendo, alle suggestioni della ribellione, della violenza, della disperazione. La vostra professione suppone, pertanto, singolari doti di intuizione, di dedizione, di saggezza. Dovrete saper congiungere con la fermezza necessaria, che è riconoscimento delle superiori esigenze della giustizia, un generoso atteggiamento di comprensione, di rispetto, di fiducia, che potrà rivelarsi decisivo per il ricupero umano di chi sta scontando la pena irrogatagli dalla società. La parola di Cristo, che volle identificarsi con ogni carcerato (Cfr. Mt 25,36), potrà suggerirvi l’angolatura giusta da cui porvi per conservare in ogni momento quel maturo equilibrio e quella serena cordialità che costituiranno per i detenuti lo stimolo più convincente ad impegnarsi nella riscoperta dei valori umani essenziali ad ogni civile convivenza.
Il Signore vi assista col suo aiuto, in pegno del quale vi impartiamo di cuore la Nostra Apostolica Benedizione.
Ad un gruppo di sacerdoti messicani dell’Arcidiocesi di Guadalajara
Saludamos con particular afecto a los sacerdotes mexicanos de la Arquidiócesis de Guadalajara, que han venido a visitarnos al celebrar sus Bodas de Plata sacerdotales.
Os agradecemos, amados hijos, esta visita, en la que descubrimos el deseo de consolidar los sentimientos de fidelidad a Cristo y a la Iglesia, propios de la vocación sacerdotal. Os alentamos a proseguir en ese buen camino. Estad seguros de nuestras plegarias al Señor, para que haga fructificar abundantemente vuestras tareas al servicio de la comunidad cristiana.
A vosotros, a los familiares que os acompafian y a los fieles de vuestras respectivas parroquias impartimos de corazón nuestra Bendición Apostólica.
Ai «borsisti» del XV Corso organizzato dall’IRI
Un particolare saluto rivolgiamo ora ai 110 «borsisti» di vari continenti, che in questi giorni concludono il XV Corso di perfezionamento per quadri tecnici e direttivi di Paesi in via di industrializzazione. Essi hanno voluto terminare la loro esperienza italiana venendo qui da noi accompagnati dall’insigne Professore Giuseppe Petrilli, Presidente dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, che ha promosso e organizzato il Corso medesimo.
Figli carissimi, come non ringraziarvi per questa vostra visita tanto gradita? Voi ritornerete presto ai vostri Paesi di America Latina, di Africa, di Asia e di Europa, ricchi di una nuova sapienza e capacità tecnica, che metterete a disposizione dei vostri connazionali. Voi certo sapete quanto ci sta a cuore «il progresso dei popoli», che, per essere tale, deve coinvolgere l’uomo a tutti i suoi livelli, da quello materiale allo spirituale. Ebbene, quando sarete ai vostri nuovi posti di lavoro e di responsabilità, ricordate che il Papa è con voi in nome di Cristo, se voi davvero, e non c’è da dubitarne, spenderete generosamente le vostre migliori energie a servizio delle vostre rispettive Nazioni. Essere cristiani, infatti, significa anche sempre salvare e promuovere quanto di meglio e di nobile c’è tra le possibilità umane.
Questo cordiale augurio vogliamo confermare con la nostra paterna Benedizione Apostolica, che volentieri estendiamo ai vostri Cari e a tutti i vostri amici.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Avete Voi pure, Figli carissimi, celebrato, la scorsa domenica, la festa del «Corpus Domini»? Ossia la solennità liturgica dell’Eucaristia, la quale riassume, in un certo modo, l’itinerario religioso che ci ha condotti all’unione, anzi alla Comunione con Cristo? Ebbene, avete certamente tutti compreso che noi siamo, sì, arrivati ad un punto-vertice del nostro cammino verso il suo termine; siamo arrivati a Lui, alla sua nascosta, ma reale presenza, ma sempre nella sfera del tempo che passa e che non muta, ma anzi afferma la sua fugacità, e che ci trascina verso l’avvenire, verso la nostra morte corporale, verso l’oceano misterioso dell’altra vita. L’Eucaristia, sia come sacrificio memoriale della Passione di Gesù per la nostra redenzione, sia come sacramento della sua mensa divina, non è per noi l’ultimo incontro, ma rimane pegno e promessa d’una vita futura, nella pienezza del godimento della nostra incorporazione al Cristo glorioso. Questo indica che l’incontro eucaristico può e deve ripetersi. Gesù si è voluto raffigurare sotto le apparenze di pane, quasi per stimolarci a desiderarlo, a riceverlo ancora, a fare di Lui un alimento di cui dobbiamo sentire desiderio e gaudio nel rinnovare la comunione ch’Egli ci concede d’avere con Lui. Questa a noi pare una conclusione del momento eucaristico: sublime e consueto; straordinario e ordinario, vincolante cioè a vivere in un’atmosfera veramente soprannaturale, anche se la nostra esistenza rimane ora terrena, consueta, mortale. Una parola di S. Agostino, una volta di più, sembra bene riassumere questo dualismo, umano-divino della vita cristiana alimentata dall’Eucaristia: «sic vive, ut quotidie possis sumere»; così vivi, che tu possa ogni giorno cibarti dell’Eucaristia (Cfr. S. AUGUSTINI Cath. ad Par. de Euch. Sacr., 60). Questa spiritualità, sorvegliata e eccitata dalla prossimità e dalla facilità dell’incontro eucaristico, può essere sorgente d’un’autenticità cristiana da costituire programma per un vero fedele.
Una seconda conseguenza dell’introduzione dell’Eucaristia nel nostro stile di vita riguarda i rapporti sociali, la concordia e la bontà con le persone che entrano nella nostra convivenza. Gesù ci insegna che non possiamo compiere degnamente un atto religioso se non siamo riconciliati con il nostro fratello (Mt 5,23). Come il mondo sarebbe mutato, se questa disciplina dispositiva all’Eucaristia avesse applicazione! Ma del resto essa già lo ha in tante anime evangeliche e generose, che vivono in un continuo esercizio di carità, di dono di sé, di silenzioso sacrificio, proprio in funzione del momento della santa comunione, che arde come lampada nella loro cella interiore!
Questa relazione fra la celebrazione eucaristica e la dignità, la purità, l’innocenza dell’anima cristiana, è la prima e perenne raccomandazione, fatta dall’Apostolo Paolo, che possiamo qualificare come il primo evangelista dell’Eucaristia, nella celebre narrazione della «sinassi» liturgica alle origini del cristianesimo. Vale la pena di rileggere il testo benedetto. Scrive infatti l’Apostolo nella prima lettera ai Corinti: «Io infatti ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo : “questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché Egli venga». E poi le gravissime parole: «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane e beve il calice del Signore sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno pertanto esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 1Co 11 1 Cor 1Co 23-29).
Con quale sincera coscienza, con quale trepidante umiltà, con quale umile fiducia deve dunque muoversi il nostro passo verso Gesù Cristo nell’Eucaristia!
Questo ripetiamo tutti a noi stessi, affinché il grande Sacramento sia davvero per noi il viatico felicissimo per la vita eterna!
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Alle «Familiari di sacerdoti»
Riserviamo un saluto a parte per il gruppo delle circa 200 «Familiari di Sacerdoti» aderenti al Movimento Spirituale «La casa sul monte», che celebra il XXV anniversario della sua istituzione da parte di Padre Giuseppe Zanoni. Esse sono qui presenti, accompagnate dagli Assistenti Ecclesiastici e dalle loro Dirigenti, in rappresentanza delle circa 1.000 aderenti al Movimento, che è diffuso sia nell’Arcidiocesi di Milano sia nelle Diocesi di Como e di Lugano.
Figlie carissime, vi ringraziamo cordialmente per essere venute qui a ricevere conferma e stimolo per un lavoro, della cui preziosità rendiamo pubblica testimonianza. Voi proseguite l’umile e nobile ministero di quelle donne, che, secondo la notizia di San Luca, seguivano Gesù e i Dodici e «li servivano» con generosità (Cfr. Luc Lc 8,3). La vostra è una forma molto lodevole di dedizione alla Chiesa, che diventa ancor più encomiabile per quante di voi, mamme o sorelle di Sacerdoti, continuano in una totale disponibilità alla chiamata divina del proprio congiunto. Che il Signore vi rimuneri largamente per la vostra attività, nascosta come quella di Maria a Nazaret, ma di grande sostegno per i Ministri di Dio e per il loro impegno pastorale: secondo la promessa di Gesù, avrete la loro stessa ricompensa (Cfr. Matth Mt 10 Matth Mt 40-42).
La nostra paterna Benedizione Apostolica vuole non solo sancire la validità del vostro Movimento, ma soprattutto auspicare per tutte voi la costante assistenza di quel Dio, che è il premio gioioso dei suoi fedeli servitori.
Ad una «Delegazione Buddhista di amicizia col cristianesimo»
To the distinguished group of Buddhist leaders from Japan we bid a warm welcome. The Second Vatican Council declared that the Catholic Church looks with sincere respect on your way of life, which often reflects a ray of that Truth which enlightens all men, and the Council singled out for special mention your aknowledgment of the radical insufficiency of this shifting world (Nostra Aetate, 2). On this occasion we are happy to recall the words of Saint John: “The world, with all it craves for, is coming to an end; but anyone who does the will of God remains for ever” (1 Io. 2, 17).
Ai Maori neozelandesi
With great pleasure we greet the members of the Maori pilgrimage from New Zealand. New Zealand is distant from Rome, but near to our heart, and the Maori people occupy a special place in our affections. We recall with joy our Maori visitors: the distinguished representatives of your people, the Holy Year pilgrims, the young, the sick. We send our blessing to all! God bless the Maori people! God bless all New Zealand!
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Un pensiero ci domina, qui, accanto alla tomba del primo Apostolo, di colui al quale il Signore disse con spirituale solennità le celebri, incancellabili parole: «Tu sei Pietro; e su questa pietra Io fonderò la mia Chiesa» (Mt 16,18); ed è il pensiero della Chiesa.
Noi faremo bene a lasciare che questo pensiero ci domini. Esso contiene molti segreti; segreti che ci riguardano. Il segreto innanzitutto dei nostri veri, irrinunciabili, inesauribili rapporti con Dio. Il mistero subito attrae ed abbaglia il nostro sguardo. Possiamo noi prescindere da questa necessità, dalla cui soluzione tutto dipende? La nostra intelligenza del mondo, del tempo, del nostro destino. Si può ignorare, negare la religione, ma la sua realtà, la sua esigenza rimane, s’impone; essa è la chiave per comprendere qualche cosa del significato dell’universo; essa è la luce, che illumina come sole il mondo, la storia, il bene ed il male, lo spirito umano, la vita, la nostra vita. Ogni cosa, al lume della religione, acquista un senso, anche se questo si sprofonda oltre la nostra comprensione, e lascia intravedere profondità, che accrescono il senso universale del mistero; ma non è più mistero di oscurità, ma mistero aperto al pensiero, al gaudio della conoscenza, alla scoperta d’inesauribili tesori della scienza. Cominciamo a fissare nel nostro animo questa convinzione: la religione è luce.
Poi il pensiero, quasi da sé, acquista le ali, e vola sulla storia, sull’umanità, sul mondo e sulle sue vicende. E da questo sguardo panoramico un disegno si profila preciso: è una via lunga e sconnessa, ma che conserva una sua direzione, registrata in un libro di due volumi, la Bibbia con i suoi due testamenti: è il grande, drammatico poema della rivelazione, che si concentra su Cristo. Il mistero si rivela in nuovo grado di realtà. Non avremo mai terminato la nostra lettura, il nostro studio, la nostra meditazione su la Parola che si fa Uomo, il Verbo che si fa carne, e prima di scomparire dalla breve scena della sua storia prodigiosa due cose ci lascia: la Chiesa e lo Spirito, che diventano l’anima d’una storia bivalente, la storia dell’umanità, riunita in assemblea, in Chiesa, in società umana, non più suddivisa da luoghi e da tempi, ma una, unica, ed universale, un corpo solo composto da tutti gli uomini che hanno la fortuna di parteciparvi, la Chiesa, riunita, dicevamo, ed aggiungiamo, animata; animata sì, dallo Spirito Santo, Dio-Amore, e vivificante il Corpo della Chiesa, ch’è il Corpo mistico di Cristo; il «Christus totus», come diceva S. Agostino, e che siamo noi, in via di questa con vivificazione con Cristo che durerà non solo oltre la nostra morte corporale,ma poi per sempre.
E il pensiero si riflette sopra se stesso, e si fa coscienza. La domanda ci interroga interiormente, fino a farci tremare. E noi, noi, siamo davvero cristiani? quali rapporti di fede e di grazia ci uniscono a questa benedetta e fatidica Chiesa di Dio? siamo davvero cristiani? siamo cattolici? di nome o nella realtà della nostra vita? è davvero la Chiesa la nostra Madre, la nostra Maestra? è davvero la nostra nave per il grande tragitto sul mare tempestoso del mondo presente, la nostra fiducia?
Fratelli, sia questo un momento decisivo per la nostra vita. Rinnoviamo qui, sulla tomba di Pietro, il nostro impegno umile, forte, fedele: sì, noi saremo fedeli! la sua Chiesa sarà la nostra sapienza, la nostra concordia, la nostra palestra di carità. Quanto gaudio per tutta la nostra vita!
E così sia, con la nostra Benedizione Apostolica.
Ad un gruppo di sacerdoti bresciani
Rivolgiamo un particolare benvenuto anche al gruppo di Sacerdoti Bresciani, che hanno voluto celebrare il ventesimo anniversario della loro ordinazione sacerdotale con un pio pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli e con questo atto di devozione verso il Vicario di Cristo.
Vi esprimiamo, figli carissimi, il nostro sincero ringraziamento per questa vostra visita e per il delicato sentimento di affetto, di cui essa è testimonianza. Al tempo stesso vi diciamo tutto il nostro apprezzamento per il lavoro apostolico, svolto in questi anni a servizio della Chiesa; lavoro tanto più prezioso agli occhi di Dio, quanto meno appariscente agli occhi degli uomini. Vi raccomandiamo infine: resti sempre ben viva nel vostro animo la consapevolezza che «pro Christo legatione fungimur tamquam Deo exhortante per nos» (2 Cor 2Co 5,20). Sia vostro impegno costante quello di conformarvi a Cristo nel pensiero e nell’azione, così che la vostra persona diventi segno trasparente della presenza di Colui, che è la «luce vera, che illumina ogni uomo» (Io. 1, 9).
A voi, ai vostri parenti e a tutte le anime affidate alle vostre cure pastorali impartiamo di cuore la nostra Apostolica Benedizione.
Ai partecipanti al terzo Congresso Europeo delle malattie del torace
Nous sommes heureux de saluer les membres du Congrès européen des maladies du thorax, qui se tient actuellement à Rome, ainsi que les nombreux anciens de la clinique universitaire de l’hôpital Carlo Forlanini.
Vous savez, chers amis, en quelle estime Nous tenons votre science médicale, toute orientée vers le soulagement des malades. Dans la très haute spécialisation de votre travail, sachez garder toujours le souci de la personne humaine au premier plan de vos préoccupations, et maintenir dans le monde médical toutes les exigences éthiques qui en découlent. De grand coeur, Nous vous bénissons.
Ad un gruppo di americani giunti per la canonizzazione di Neumann
We welcome our dear Redemptorist sons and Brothers who from five continents and from twenty-nine countries, have gathered for the canonization of John Neumann.
You have come to honour one of your own: one who, like you, was attracted by the ideals of holiness, and embraced religious life according to the high standards of the Congregation of the Most Holy Redeemer.
Today, Saint John Neumann is an outstanding champion of Christ’s grace. His recognition as such by the Church is an historic hour for the Congregation, and a decisive challenge to its members, to all of whom we send greetings in the Lord.
Like Saint Alphonsus, John Neumann had a keen realization that all holiness and perfection lies in our love for Jesus Christ our God, who is our Redeemer and our supreme good. His own words confirm this. Under the action of the Holy Spirit, he had learned even as child to say: “Jesus, for you I want to live; for you I want to die; I want to be all yours in life; I want to be all yours in death” (NICOLA FERRANTE, S. Giovanni Neumann C.SS.R., Pioniere de1 Vangelo, p. 25).
Yes, dears sons, we wish today solemnly to confirm this conviction: what matters is our love of Jesus Christ. Our contact with the person of Christ must be dynamic in faith and vital in love. We have committed our lives to Jesus and to following him, and our lives are empty without him. Vital contact with Jesus is based on faith, fostered by prayer and the sacraments, exercised in charity. It is the heritage of our Baptism, perfected in Confirmation, and-for some of us-in Holy Orders, and ratified by all of you through religious profession. A deep personal love of Jesus Christ gives meaning to your lives as Redemptorists. It is the soul of your apostolate, the strength of your ministry, the inspiration of your pastoral charity, the refreshment of your hearts, the gauge of your fulfilment, the means of your perseverance, and the measure of your joy. Love of Jesus is the way to the Father. It is the sign of your commitment to the Church, the guarantee of the authenticity of your specifically Christian contribution and service to the world.
In comparison to the love of Jesus, everything else is secondary. And without the love of Jesus, everything else is useless.
May John Neumann’s insights become personal for all of you. Today and for ever may the entire Congregation of the Most Holy Redeemer hold out to all its members this great ideal of Saint John Neumann : “Jesus, I want to be all yours in life . . . all yours in death”.
With our Apostolic Blessing.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Quando noi vediamo davanti a noi l’assemblea che voi siete, visitatori fedeli desiderosi di vedere il Papa e di ascoltare una parola da lui, ovvero pellegrini curiosi di fare l’esperienza di questo incontro con noi e di giudicare da questa momentanea vostra assistenza ad una udienza del Papa questioni gravissime e assai difficili a risolversi con la semplice e immediata impressione derivante da questa ora singolare, noi siamo molto lieti e commossi, e sempre sorpresi da una fantastica visione, quella di vedere i vostri animi aperti, come libri personali, davanti a noi; libri sui quali ci sembra leggere una semplice, ma decisiva domanda, di cui conserviamo memoria per averla letta nei primi capitoli del Vangelo, là dove gli uditori del selvatico, ma sapiente Profeta del deserto Giordanico, Giovanni, il Battezzatore, gli domandano: «Che cosa dunque dobbiamo noi fare?» (Lc 3,10-12).
Sì, cari visitatori; pare a noi di leggere nelle vostre anime una simile domanda. Voi ci chiedete una parola orientatrice, la quale consoli, rinfranchi, diriga i vostri singoli spiriti, e illumini così il cammino della vostra vita. Noi crediamo di non sbagliare. Voi siete qui, avidi d’avere da noi un indirizzo spirituale per la guida della vostra esistenza, per la sicurezza della vostra navigazione nel mare tempestoso della quotidiana esperienza, e nella direzione generale del vostro cammino vitale.
Questa nobile curiosità può essere considerata come un fenomeno normale e generale. Andare in udienza dal Papa provoca in ogni persona cosciente un atto riflesso di domanda interiore: qual è, si chiede appunto una persona cosciente, la mia posizione effettiva davanti a colui che si definisce «Vicario di Cristo»? Posizione tranquilla, posizione coerente, posizione seguace, ovvero posizione indifferente, o fors’anche posizione polemica? La presenza del Papa è di per sé provocatoria d’una definizione cosciente e interiore del punto spiritualmente astronomico, in cui un’esistenza si trova; e noi, a voi parlando, voi salutando, voi benedicendo, abbiamo presenti tutti codesti stati d’animo; e vogliamo, con l’assistenza operante di Cristo nel nostro umile ministero, dare a voi quell’istante di luce, di energia, di beatitudine ch’è nelle nostre intenzioni, e nelle vostre particolari necessità spirituali. Dio voglia che così sia, e con l’abbondanza, la pienezza propria della bontà divina che vuole servirsi a tal fine del nostro apostolico ministero!
Ma non possiamo trascurare la situazione morale dell’ora presente in campo religioso e in campo del costume pubblico. Osservate: noi siamo in un periodo tremendamente agitato in ordine ai principii basilari dello stile morale e religioso, che dobbiamo supporre presenti alle sorgenti della nostra coscienza operante. Esistono ancora principii-cardini del nostro operare? Ovvero non prevale nel nostro stile di vita una serie di assiomi negativi, che tolgono alla nostra pratica navigazione nel mare del costume moderno ogni timone, ogni esigenza, ogni linea distintiva tra il bene ed il male, ogni imperativo volontario di rettitudine, ogni supremazia del dovere, ogni vincolante supremazia dei valori religiosi? Non siamo anche noi spesso «relativisti», cioè predisposti ad ogni adattamento all’opportunità, all’interesse personale, all’indifferenza circa il valore etico delle nostre azioni?
Ebbene, davanti a simile situazione, la quale si sta generalizzando e aggravando, con progressiva noncuranza sia del senso del dovere, sia della sensibilità religiosa, sia della fierezza personale in ordine al bene proprio ed altrui, noi oggi che cosa vi diremo, che possa corrispondere al vostro tacito desiderio di avere da noi una effusione di luce? Non una sola parola vi dovremmo dire; ma quante! Ma quante! Bastino ora due sole; e sono queste: prima, la necessità d’un ordine morale, derivato da una coscienza istruita sulla grande dottrina del bene e del male. Necessità, diciamo, pensando alla Croce! seconda, la facilità relativa della moralità voluta e osservata; la felicità anzi che risulta dall’essere «buoni» con l’aiuto della grazia divina. Gesù lo ha detto: «il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero» (Mt 11,30). Fratelli e Figli! Facciamone tutti la prova! Con la nostra Benedizione Apostolica.
Ad una delegazione di giapponesi appartenenti alla religione Konko-kyo
We welcome with sincere respect the Japanese delegation of the Konko-kyo religion. You recognize that God is the Father of al1 human beings, that we are al1 his children, members of one family, and that therefore no one is a stranger to us under the sun. God is indeed our loving Father, who made us, cares for us and is our fina1 goal. It is his will that unity and love be fostered among human beings. We pray to him to bestow his favour on you and on all.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Quello che stiamo per dirvi, per dare anche a questo momentaneo incontro spirituale, ch’è la nostra udienza, un nucleo di buoni pensieri, esortatori, rigeneratori, meritevoli d’essere ricordati e personalmente rielaborati, è estremamente semplice, e già altre volte da noi richiamato all’attenzione dei nostri ascoltatori, riguarda il tema, il vecchio, ma sempre nuovo tema della coscienza, e precisiamo subito, della coscienza morale.
Il motivo di questa scelta può essere cercato alla sommità del nostro ministero pastorale: non è forse ufficio nostro quello di parlare della scienza della vita, che consiste nel vivere bene? e che cosa desideriamo noi, pastori di anime, se non che i nostri fedeli ci ascoltino e ci seguano sui sentieri delle cristiane virtù? (Cfr. Io. 10. 14)
E il motivo stesso può essere ravvisato anche in più modesta e immediata intenzione, quella di richiamare la vostra attenzione e la vostra fedeltà a quella comune, ma tanto preziosa e oggi tanto spesso contraddetta norma di vita, che si chiama l’onestà, la buona condotta, la dignità del proprio comportamento. Che oggi le cronache della nostra vita pubblica siano piene di fatti criminali, che la delinquenza sia largamente diffusa, che la vita scorretta sia una via aperta a tanta gente, che chiamiamo per bene e che la falsità dei costumi civili sia ammessa come un’arte di curare i propri interessi, o di mascherare azioni viziose, e che pur troppo tanta gioventù si lasci trascinare a forme deplorevoli e degradanti di insensata condotta, nessuno può negare, documentata com’è questa decadenza della pubblica moralità da tutti i mezzi moderni di comunicazione sociale.
Si direbbe che le norme del costume sono indebolite, che l’educazione civile ammette ormai un abbassamento volgare di convivenza, e che le antiche leggi della civiltà e dell’onestà sono ormai formalismi pedanti e antiquati.
Che cosa è successo? È difficile dirlo con adeguata precisione di termini, ma è facile a tutti osservare che le forme non solo esteriori, ma anche interiori, personali, della vita moderna sono generalmente discreditate, in omaggio a quelle loro contrarie della cosiddetta permissività, la quale - ahimé! - non intacca soltanto la vernice apparente del costume civile, ma si gloria, come può, di demolire l’armatura etica e pubblica dell’odierna convivenza perfino nei suoi principii superiori dell’umana civiltà.
Non giudichiamo ora il nostro mondo; ma accontentiamoci di conservare un’esigenza di dignità personale, veritiera, e tale da confortare la nostra coscienza circa il proprio dovere d’essere e umana e cristiana. Non è inutile ricordare la duplice espressione della coscienza, la quale può essere, come insegnano i maestri, psicologica, ovvero morale. È una distinzione importante. La coscienza psicologica è una conoscenza riflessa su di sé, che può essere oggi progredita, e tenuta in esercizio dalla cultura, dalla scena comunitaria circostante, la quale stimola questa riflessione psicologica, della quale ora noi non parliamo. La coscienza morale è oggetto di questo nostro colloquio, ed è, per la concezione della vita, che a noi preme servire e educare, importantissima. Il «conosci te stesso» dell’antica filosofia ha nella coscienza morale la sua più completa e più alta espressione, per un aspetto essenziale e decisivo dello sviluppo della personalità umana. E perché? perché in questa forma di coscienza lo spirito è guidato da una naturale tendenza, che i filosofi classici chiamavano «sinderesi», al ricorso interiore a innati principii relativi all’agire umano, i quali oltrepassano i confini della sfera soggettiva, e si rivolgono all’origine dell’attività cosciente: tendono al rapporto proprio dell’essere umano, con l’Assoluto, al rapporto con Dio. Cioè la coscienza morale si misura con la relazione del Bene e del Male; guida l’uomo alla sua fonte e al suo termine, e dà allo spirito il senso, che sarà poi giudizio, della sua trascendente responsabilità (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, 1, 79 et 12; 5-55, 31, 1 ad 3).
Importantissima percezione, dicevamo, sulla quale si fonda l’evoluzione morale del nostro spirito, e cioè della nostra coscienza morale.
La quale, Figli dilettissimi, non è sorgente di problemi vani e fastidiosi, come gli scrupoli, l’incertezza all’azione, l’involuzione psico- etica dell’animo; ma è semplicemente la coscienza dell’uomo come uomo, e per noi cristiani, come cristiani. Chi è abituato a inserire nella sua preghiera, cioè nel suo colloquio con Dio, l’esame di coscienza, sa quale conforto, quale luce, quale sorgente di autonomia personale, può venire da tale esame, che abbia per specchio l’occhio di Dio.
Provate. Con la nostra Benedizione Apostolica.
Al movimento «GEN»
Rivolgiamo ora uno speciale saluto alle oltre 500 rappresentanti e Dirigenti del Movimento «Generazione Nuova», dei Focolarini. Esse provengono da tutti i Paesi d’Europa, dalle due Americhe e dall’Asia, e si sono radunate in questi giorni al Centro Mariapoli di Rocca di Papa per il loro Congresso «Gen» 1977.
Figlie carissime, vi accogliamo e salutiamo con profonda stima e benevolenza, perché conosciamo la purezza dei vostri ideali cristiani, lo zelo evangelico della vostra vita, l’impegno generoso della vostra testimonianza, e l’attaccamento saldo e gioioso a questa Cattedra di Pietro. Vi invitiamo pertanto a riconfermare le vostre scelte di incondizionata e allietante adesione al Signore, così da vivere come luce, sale e lievito del mondo, «affinché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). A voi il compito di far vedere a tutti che il Cristianesimo è giovane, è promessa, è futuro, perché eternamente giovane è il Cristo Risorto, che vive con noi tutti i giorni col rinnovato dono della novità.
Voi state celebrando un Congresso, che ha per tema l’Eucaristia come sacramento di amore e di unità. Quale attuale fecondità può avere questo argomento! Per definizione l’amore è unificante, né può esistere una duratura unità se non è fondata su un’amorosa convivenza; ebbene, Gesù eucaristico è garante dell’una e dell’altra cosa, poiché è pura donazione e come tale è il nostro unico Signore. Dunque, «poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo» (1 Cor 1Co 10,17). Noi auspichiamo e preghiamo che rimaniate sempre non solo fedeli ma pure trainanti testimoni di questo amore e di questa unità in Cristo e nella sua Chiesa.
Pertanto, di vero cuore impartiamo la Benedizione Apostolica a tutte voi, al vostro Movimento e all’attuale Congresso, perché per grazia di Dio «portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Io. 15, 16).
Ai rappresentanti dell’Associazione «World Federalist»
We are always happy to welcome those whose aim is to advance understanding and trust among peoples and thus favour the establishment of peace. We have therefore a special word of welcome for the distinguished group of Japanese visitors. You have journeyed to Europe in pursuit of such an aim. The contacts you have had here will, we trust, prove to be a mutually enriching experience . It is by direct contact that we can best get to know our brothers and sisters, members of the one human family. This knowledge is an indispensable step on the road to peace, for peace is not a balance of forces: it is rather an attitude of the spirit. We pray that your journey will serve this purpose and we invoke upon each one of you and on your families the richest favours of God.
Paolo VI Udienze 1977 - Mercoledì, 1° giugno 1977