Paolo VI Omelie 1977
Solennità della Madre di Dio
Prima i saluti! Pace a questa Casa ed a quanti abitano in essa! È la Casa centrale della Pia Società S. Paolo, fondata dal venerato Don Giacomo Alberione, le cui spoglie mortali hanno il loro riposo nella Sottocripta di questo monumentale edificio. A lui il nostro riverente ricordo, invocando la pace eterna all’umile e grande anima sua, e col voto che lo spirito di lui riviva nelle istituzioni religiose e apostoliche di cui egli ha lasciato così varia e fiorente eredità, ed a cui va fin d’ora il nostro benedicente saluto.
Vediamo qua convenute molte Personalità ecclesiastiche: il Signor Cardinale Giovanni Villot, nostro Segretario di Stato con i suoi autorevoli Collaboratori; vediamo il nostro Cardinale Vicario per la Diocesi di Roma, Ugo Poletti, con molti rappresentanti del Vicariato e del Clero Romano; vediamo il Pro Presidente e gli Officiali della Pontificia Commissione «Iustitia et Pax», alla quale dobbiamo l’animazione di questa «Giornata»; vediamo i Superiori ed i Sacerdoti della Pia Società San Paolo, con tanti loro Confratelli e molte Religiose delle Opere, che fanno capo a questa Casa Generalizia: la pace e la prosperità del Signore siano con tutti i presenti.
Tra questi il nostro rispettoso saluto si rivolge con la dovuta attenzione alle Autorità Civili, che hanno voluto onorare questa cerimonia con la loro distinta presenza tanto rispondente al significato di questo rito, auspicante la pace nel mondo e innanzi tutto in questa fatidica Città di Roma. Ne ringraziamo specialmente il Signor Sindaco e i Rappresentanti della civica Amministrazione, come pure ringraziamo le Personalità Governative, Civili e Militari, che vediamo associate a questo momento di spirituale riflessione e d’invocazione per la pacifica, comune e laboriosa concordia alle soglie dell’anno civile 1977.
Un gruppo di distintissime Personalità, intervenute a questa celebrazione romana della Giornata Mondiale della Pace è quello dei Signori Diplomatici e di Rappresentanti di vari organismi internazionali. La loro presenza ci dà la prova del carattere internazionale di questo incontro; e noi li ringraziamo d’un’adesione così preziosa e significativa come quella di ciascuno di loro.
Ma a corona di queste tanto autorevoli presenze è per noi motivo di pastorale soddisfazione vedere il Popolo di questo nuovo e denso quartiere; vada ad esso, alle famiglie che lo compongono, alle Scuole specialmente, ai centri di lavoro, alle case di cura, a tutti, l’espressione del nostro affettuoso interesse, e l’augurio di felice prosperità. A questa comunità, che questo dignitoso e religioso Santuario affratella nella preghiera e nell’amicizia, noi siamo lieti di presentare il nostro ringraziamento per la cordiale accoglienza, ch’essa oggi ci offre, ed il nostro augurio di «buon Anno» nel Signore.
Ed ora una parola per mettere in luce lo scopo di questa religiosa cerimonia, alla quale intendiamo attribuire singolare importanza, concedendo a noi stessi il piacere di presiederla personalmente, e di ringraziare subito e direttamente quanti vi prendono parte.
Come tutti sanno, questo rito, sul quale aleggia liturgicamente la dolce e materna figura di Maria, la Madre di Colui che S. Paolo chiama «nostra Pace» (Ep 2,14), Cristo Signore, è dedicato alla Pace. Sì, alla Pace, il grande dono, auspicato come riflesso della gloria dovuta a Dio per la venuta del Verbo in forma storica e visibile nell’umanità; un riflesso di pace agli uomini appunto, oggetto di tanta divina benevolenza. Questo, potremmo dire, è l’asse teologico della Pace, che noi vogliamo e speriamo vedere instaurata nel mondo. La Pace, noi pensiamo, è nella sua espressione più alta e più completa, un dono di Dio. Se è dono, che deriva dalla bontà di Dio, dalla sua misericordia, dal suo amore, la Pace, nella sua fonte originaria e superiore, è grazia, è mistero, che lungi dall’alterare o attenuare l’essenza umana della Pace temporale, la genera, la facilita, la sublima, la drammatizza, ed ancora più ci conforta allo studio e all’azione relativi al fatto storico ed umano, che chiamiamo Pace, equilibrio cioè dei rapporti fra i Popoli, la famosa tranquillitas ordinis di S. Agostino, perché al concetto statico e stabile della Pace, quale vorremmo che fosse, e spesso ci illudiamo che sia, aggiunge un nuovo coefficiente dinamico, che fa della Pace non una condizione fissa e immutabile, ma un ordinamento mobile e vivo, non solo per il gioco immenso e incalcolabile dei fattori operanti, donde la Pace risulta, ma altresì per l’intervento segreto, sì, ma reale e spesso riconoscibile di una Provvidenza, che sa convertire in bene anche situazioni umane per sé negative e perfino disperate (Cfr. Rom. 8, 28). Se è lecito ricorrere ad un’immagine per meglio raffigurare il concetto della Pace, come ora da noi considerata, la rappresenteremo, non come una roccia stabile fra le onde di quell’oceano tempestoso ch’è la storia del mondo, ma come una nave galleggiante, la quale ha bisogno per evitare il naufragio di tante condizioni e di tanti sforzi, tra cui la guida d’un pilota, e l’azione estremamente abile ed impegnata d’un equipaggio.
Questo per dire, come da ogni sagace osservatore della storia si insegna, che la Pace è sempre in fieri, cioè nel divenire e che non è mai acquisita una volta per sempre; essa è un equilibrio in moto, secondo norme molto complesse e molto delicate, che l’uomo operatore della Pace, politico o privato che sia, deve intuire, conoscere, e soprattutto attuare. Richiamiamo così l’attenzione sulle condizioni, che favoriscono e promuovono la Pace. Ammesso che la Pace sia quel bene primario, che tutti ormai dobbiamo ammettere come sommo e indispensabile per una società prospera e civile, l’indagine prosegue con una formidabile questione, e cioè: quali sono le condizioni della Pace?
Risuona certamente nel ricordo di tutti la sentenza invalsa nella coscienza dei Popoli e dei loro Capi specialmente: «se vuoi la Pace, prepara la guerra». È un assioma disperato, disastroso; e lo sarà ancora di più domani, se esso non sarà progressivamente corretto e sostituito da un’altra sentenza, che oggi ancora appare utopistica, ma che ha per sé le esigenze profonde della civiltà: «se vuoi la Pace, prepara la Pace».
Sembra una sentenza insipiente; una sentenza vile ed imbelle; impossibile ad applicarsi. Ma se oggi non è subito e completamente applicabile, noi tutti avvertiamo che essa interpreta l’avvenire del mondo. Visione che trascende ora le possibilità concrete per la nostra discussione, ma non per l’ideale dell’uomo civile, e soprattutto per chi desume dal Vangelo l’ideale umano. La parola non è certo detta a caso a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada, di spada periranno» (Mt 26,52). E in fondo è questo il senso del tema che gli studiosi hanno scelto per la nostra giornata mondiale della Pace per quest’anno: «Se tu vuoi la Pace, difendi la vita».
Noi diciamo: la vita, la vita umana! E qui il concetto di questo bene primario dovrebbe perfezionarsi e sublimarsi ben più che già non sia: la vita umana è sacra, cioè protetta da un rapporto trascendente con Dio che ne è l’Autore primo, il geloso Padrone (Cfr. Gen. 4; Mt 5,21 ss.), l’invisibile, sovrano modello in cui essa si rispecchia scoprendo una sua nativa e superlativa somiglianza divina essenziale, tanto da conservare anche nelle privazioni, nelle deformazioni e nelle profanazioni, in cui essa può decadere, una sua inviolabile dignità, che nel crescente bisogno la rende oggetto di maggiore pietà (Cfr. Matth. Mt 25,31 ss.). Il nostro sguardo si sposta dalla considerazione straordinaria d’un conflitto bellico, che infrange la Pace, alla visione ordinaria dell’uomo vivente, che con intuito profetico un Dottore cristiano del II secolo, S. Ireneo, definisce: gloria di Dio! quasi dicesse: guai a chi lo tocca! E qui verrebbe spontaneo l’elogio, che potrebbe salire come un inno, in una circostanza come questa, per tutto quanto l’umanesimo moderno, anche se inconsciamente cristiano, prodiga alle deficienze e alle sofferenze della vita umana: benedetti voi, educatori, benedetti voi, sanitari; benedetti voi, uomini promotori di ogni assistenza di cui l’uomo ha bisogno, per l’opera vostra, interprete della vocazione divina che vi chiama all’onore e al merito di servire l’uomo fratello! la vita umana!
Ma è sempre così? non è proclamata, con pari energia alla difesa che voi tributate alla vita, l’offesa che la insidia e la disonora? La vicenda umana, anche ai nostri giorni, conosce la paradossale contraddizione dell’esaltazione della vita umana e della sua, si può dire simultanea, depressione! Possiamo tacere, ad esempio, la legalizzazione, ammessa e protetta in vari Paesi, dell’aborto? Non è una vita umana vera e propria quella che al suo stesso concepimento si accende nel seno materno? e non avrebbe bisogno d’ogni cura, d’ogni amore, per il fatto che quella vita embrionale è innocente, è indifesa, è già iscritta nell’anagrafe del libro divino su le sorti dell’umanità? chi potrebbe supporre che una madre uccide, o lascia uccidere la sua creatura? quale farmaco, quale orpello legale potrà mai sopire il rimorso d’una Donna, che liberamente, coscientemente, si è resa infanticida del frutto del suo seno? E deplorazioni analoghe potremmo avere per tanti altri misfatti che sono oggi perpetrati contro la vita dell’uomo. Li conosciamo; e invocheremo su di essi la condanna della coscienza civile e sociale e il senso di riverenza e di solidarietà, che fortunatamente insorgono contro tante insidie e tanti delitti che avviliscono l’umana convivenza, e compromettono così la pienezza e fors’anche la stabilità della Pace. Sia forte, dunque, sia operosa, sia amorosa la nostra reazione difensiva e riparatrice ! La Pace, oltre che l’onore morale e civile, reclama questo sistematico rinnovamento. Per proteggere la Pace, noi ripetiamo, noi dobbiamo difendere la Vita.
Non è difficile riscontrare il vincolo causale che può esistere fra la Pace e la Vita; fra la guerra cioè, radicale rovina della Pace, e le miserie fisiche e morali del costume popolare ed anche della vita individuale. Bisogna dare coscienza e vigore al costume popolare per offrire alla Pace l’humus della sua prosperità, come la Pace a sua volta, è poi condizione ambientale per ogni vero benessere. Questo rapporto fra la Pace e la Vita apre a tutti la facilità di dare alla causa generale della Pace il contributo particolare del proprio sostegno, mediante l’onestà, l’operosità, la collaborazione della propria vita sociale e personale. «Chi è fedele nel poco - dice il Vangelo - è fedele anche nel molto» (Lc 16 Lc 10).
Così ci aiuti Iddio, nel nuovo anno civile, che oggi inauguriamo, a contribuire alla costruzione della Pace nel mondo, offrendo con la propria Vita individuale e comunitaria quei valori a ciascuno possibili da cui quel grande edificio deriva la sua maestà e la sua stabilità.
Venerables Hermanos y amadísimos hijos,
Un gozo profundo embarga nuestro corazón y un canto de júbilo aflora a nuestros labios en estos momentos que estamos viviendo. Sentimos que en nuestra voz se condensa el himno de alabanza de toda la Iglesia, exultante por los destellos de nuevo esplendor sobrenatural, alentada por una renacida fecundidad de virtud, enriquecida con otro eximio ejemplar de santidad. Son estos los sentimientos que acompañan el acto litúrgico que celebramos: la exaltación al supremo honor de los altares de un modelo singular de humildad, la Beata Rafaela Porras y Ayllón, Madre Rafaela María del Sagrado Corazón.
Estamos ante una figura peculiar, cuyos ricos y múltiples matices personales no dejan de causar impresión, como habéis podido apreciar, a través del relato de la vida, leído hace unos momentos. Nace en el pueblo español de Pedro Abad, cerca de Córdoba, el 1 de marzo de 1850. Perdidos muy pronto sus padres se dedica con su germana Dolores a la oración y a la caridad.
Este género de vida, tan opuesto a las aparentes conveniencias de su alta posición social, suscita el contraste con los deseos de la familia; hasta tal punto que la presión familiar les hace sentir la necesidad de abrazar la vida religiosa.
El 24 de enero de 1886, el Instituto recibe el Decretum Laudis y un año después es aprobado definitivamente con el nombre de Congregación de «Esclavas del Sagrado Corazón».
La Madre Rafaela María dirige el nuevo Instituto durante 16 años con gran dedicación y tacto. Demuestra también claramente su extraordinaria profundidad espiritual y su virtud heroica, cuando por motivos infundados ha de renunciar a la dirección de su obra. En esta humillación aceptada, morirá en Roma, prácticamente olvidada, el día 6 de enero de 1925.
La vida y la obra de la Santa, si las observamos por dentro, son una apología excelente de la vida religiosa, basada en la práctica de los consejos evangélicos, calcada en el esquema ascético-místico tradicional, del que España ha sido maestra con figuras tan señeras como Santa Teresa, San Juan de la Cruz, San Ignacio de Loyola, Santo Domingo, San Juan de Ávila y otras.
Esta forma de vida consagrada queda como típica en la Iglesia (aunque existen otras formas y van surgiendo otras más), en la que Cristo es el único maestro, el inspirador, el modelo, el motivo de las más generosas donaciones, de las más íntimas confidencias, del más valiente esfuerzo de transformación de la humana existencia. Se trata de la superación de la renuncia a tantas cosas humanas, para sublimarlas en una entrega eclesial, en un vivir únicamente para el Señor, asociándose con la plegaria y el apostolado a la obra de la redención y a la dilatación del reino de Dios (Cfr. Perfectae Caritatis, PC 5).
Este ha sido el objetivo, este ha sido el ideal egregiamente puesto en práctica por las Esclavas del Sagrado Corazón, Instituto para el que la fundadora quiso como carisma propio el culto público al Santísimo Sacramento expuesto, en actitud de reparación por las ofensas cometidas contra el amor de Cristo, el apostolado de formación de las jóvenes, con preferencia por la educación de las pobres, y el mantenimiento de centros de espiritualidad que faciliten a las personas que así lo deseen un encuentro con Dios.
¡Cómo resulta difícil, cómo puede ser dramático a veces el seguimiento generoso y sin reserva de estos ideales! La historia de la nueva Santa es bien elocuente a este respecto. Pero precisamente en esa dedicación total a una tarea superior en la que se esconde con frecuencia la cruz de Cristo, se encuentra la garantía de fecundidad ejemplar de una vida religiosa, camino siempre válido, siempre actual, siempre digno de ser abrazado, en la fidelidad a las exigencias que impone.
Por esto, a vosotras, Religiosas presentes y ausentes, vaya nuestro saludo paterno y nuestra voz complacida, que hace eco a la de Cristo: ¡Dichosas vosotras, porque habéis elegido la mejor parte! (Cfr. Luc. Lc 10,42) ¡Dichosas sobre todo vosotras, hijas de la nueva Santa, si permanecéis fieles al rico y preciso legado que ella os confió; si sabéis dar toda la fecundidad universal que Santa Rafaela María soñó y que la Iglesia espera de vuestro Instituto; si desde la fidelidad a vuestro carisma propio, sabéis mirar con corazón abierto y actualizado el mundo que os rodea!
A este propósito no podemos menos de recordar dos aspectos característicos del Instituto de las Esclavas del Sagrado Corazón, que la nueva Santa pone magníficamente de relieve y que son de palpitante actualidad: la adoración a la Eucaristía y el apostolado pedagógico.
La adoración al Santísimo Sacramento, renovada, no desvirtuada, con la reforma litúrgica, constituye una fisonomía típica de Santa Rafaela María del Sagrado Corazón. En ella centra su espiritualidad, en ella educa a sus hijas, de ahí espera la eficacia del apostolado; por mantener ese punto de su regla, no dudará en tomar decisiones urgentes, aunque muy dolorosas y arriesgadas. Y es que «para ella era inconcebible una obra apostólica desvinculada del deber sagrado de la adoración eucarística». En un momento como el actual en que la vida de fe sufre no pocos quebrantos en medio de la sociedad moderna, es un compromiso de perenne validez el que las Esclavas del Sagrado Corazón, en consonancia con sus esencias fundacionales, sepan dar pleno significado eclesial y modélico a la adoración eucarística.
El apostolado, sobre todo pedagógico, en favor de la formación completa de la joven, es otra característica de la vida y obra de la nueva Santa. Ella lo vio bien claro desde el principio, partiendo de la realidad que la circundaba y buscando con ello «no sólo el bien espiritual de la Iglesia, sino la salvación y regeneración social». Su fina intuición le indicaba cuánto puede esperarse de una formación adecuada de la juventud femenina.
¡Qué maravillosas respuestas pueden venir de una educación en la piedad, en la pureza, en la generosidad de espíritu, en la capacidad de comprensión ! El campo de benéfica aplicación de esas grandes potencialidades del alma femenina se amplía hoy y se hace más expectante, ante el progresivo acceso de la mujer a las funciones profesionales y públicas. Esto mismo nos hace entrever la importancia grandísima de este apostolado para la vida social, en la que hay que poner ideales nobles, esfuerzo generoso de verdadera dignificación colectiva, clarividencia de orientaciones, honestidad de propósitos, valentía en la corrección de criterios aceptados acríticamente, respeto y ayuda efectiva para la completa realización personal de todo ser humano, a comenzar por el menos favorecido; en una palabra, poniendo la animación viva de una genuina caridad, que supera cualquier motivación meramente humana, aun la más digna.
¡Loor y alabanza a vosotras, religiosas Esclavas del Sagrado Corazón por tantos ejemplos y realizaciones también en este campo social! ¡Alabanza y aliento en vuestra tarea, tan esperanzadora y meritoria, para que sea cada vez de mayor contenido eclesial y social! ¡Complacencia por esa multitud de jóvenes, que sentimos presentes y ausentes, y que en vuestro Instituto han hallado formación humana y cristiana, para inserirse luego vitalmente en el contexto de la sociedad. Son frutos y esperanzas, que comportan una obligación de compromiso práctico, de los que Santa Rafaela María se complace, inspirándolos y acompañándolos con su intercesión desde el cielo.
A esa patria feliz, definitiva, dirigimos ahora nuestra mirada, para fundir nuestro júbilo de Iglesia que camina con la dicha perenne de esos hermanos nuestros que, como Santa Rafaela María del Sagrado Corazón, llegaron ya a la meta de la Iglesia triunfante, con María la Madre de Jesús y Madre nuestra, con tantos otros hombres y mujeres que preceden y guían nuestros pasos. Ante la visión extasiante de esa Jerusalén celestial, prometida, abrimos nuestro espíritu en un himno colectivo de fe, de serena y alentada espera, de alegría que confía dilatarse, de inmensa esperanza eclesial.
Il Papa cosi prosegue in lingua italiana.
Non possiamo in questa entusiasmante assemblea non esprimere i voti che spontaneamente salgono dall’intimo del Nostro animo in questo momento solenne, che cioè la missione spirituale di Santa Raffaella Maria del Sacro Cuore continui a lasciare un solco luminoso e fecondo nella vita della Chiesa. In ciò, per prime, siete impegnate voi, Ancelle del Sacratissimo Cuore di Gesù che avete ricevuto in preziosa eredità il carisma della vostra venerata Fondatrice. Vivetene fedelmente lo spirito, e si traduca in opere di carità l’ardore del suo cuore assetato di Dio ed il suo amore spoglio di ogni affetto terreno per potersi consacrare totalmente all’adorazione del Signore e al servizio delle anime.
E in questo impegno desideriamo vedere associata la Spagna cattolica, la quale con questa Santa ha saputo offrire alla Chiesa un nuovo fiore di santità dal seno delle gloriose tradizioni morali e spirituali del suo popolo. Oh! possa questa Santa, che noi siamo felici di innalzare alla gloria degli Altari, esserle propizia interceditrice delle grazie, di cui oggi sembra avere maggiore bisogno: la fermezza nella vera fede, la fedeltà alla Chiesa, la santità del suo Clero, la fratellanza sincera fra tutti i ceti sociali della Nazione, così degnamente rappresentata in special modo dalla Delegazione governativa presente a questo rito. E possa la sua fulgida figura, coronata oggi dall’aureola della santità, effondere sulla Chiesa intera e sul mondo la verità, la carità, la pace di Cristo.
«Voi tutti conoscete - esordisce Paolo VI - i riti e il loro significato in questo giorno singolare e benedetto in cui comincia la preparazione alla Santa Pasqua, e sapete quanto questi riti siano espressivi, tanto che darne anche in questo momento una rapida e fugace memoria può essere utile a sentirli fecondi, attuali, provvidi e, Dio voglia, operanti nei nostri spiriti». Nel sottolineare l’importanza di quella realtà, di quel mistero naturale che si chiama il tempo, il Papa ricorda una celebre pagina delle «Confessioni» di Sant’Agostino in cui si prospetta la difficoltà di definire questa realtà, questa manifestazione del mondo fisico naturale. È una pagina rimasta celebre anche quando gli studi successivi hanno dato nuove definizioni del tempo e della relazione fra tempo e spazio.
Ma il tempo per noi è degno di particolare considerazione perché lo troviamo nella Bibbia e nel Vangelo. Il Signore ripete molte volte «Questa è l’ora», «Questa non è ancora l’ora», «Viene l’ora» e così via. Gesù vive calcolando gli eventi della sua presenza nel mondo nella misura di un tempo che egli solo conosce e determina. Noi abbiamo l’abitudine di parlare del tempo come di una estensione, la storia, che consideriamo ancora come una realtà presente e vivente. Ma Sant’Agostino dice: il momento precedente a questo, il passato, non esiste più. Il momento successivo a questo non esiste ancora. Noi viviamo in questo attimo fuggente, in questo momento solo, e il resto è nulla e non ritorna più. Questa irrevocabilità della corsa del tempo, del succedersi degli avvenimenti dovrebbe veramente impressionarci; siamo abituati invece a considerare globalmente le realtà che ci circondano, la storia che si svolge intorno a noi, a prevedere gli avvenimenti e quasi a conferire ad essi una realtà che non hanno, mentre a pensarci bene noi viviamo in questo attimo fuggente che corre e che porta via la nostra esistenza. Essa è collegata a questa nostra permanenza passeggera e fugace in quella realtà difficilmente definibile che si chiama il tempo.
«Noi abbiamo bisogno del tempo - dice il Papa - come della cosa più preziosa di cui possiamo fruire. E il dono grande del Signore, la vita, che cos’è se non il tempo che il Signore ci ha dato da godere? È una vita che non ritorna, che passa, che fugge, e che dovrebbe essere piena di opere buone, di pensieri alti e di azioni tali da trasfigurarla in un volo spirituale, mentre invece la calcoliamo con il metro, con le misure delle cose passeggere e diamo alla nostra coscienza, alla nostra maniera di pensare una irrealtà. Viviamo nella fantasia del tempo che era e del tempo che sarà credendo che questa sia l’immagine reale della nostra esistenza mentre la nostra esistenza è fugace ma quanto mai preziosa».
Il rito delle Ceneri ci ricorda la fugacità, la precarietà, la nullità della nostra vita presente e nello stesso tempo la sua preziosità. Dobbiamo afferrare il momento perché non ritorna più. È la sola disponibilità di beni che abbiamo; in un istante possiamo decidere del nostro destino che va oltre i secoli, per l’eternità. Ed ecco che appare chiara la preziosità enorme del vivere in vigilanza, in attenzione, in intensità, in propositi continui perché il corso dei nostri atti e degli avvenimenti della nostra vita possa essere coerente col grande disegno che il Signore vi ha sovrapposto, quello del nostro rapporto di creature così deboli, così fugaci, con l’eternità, con la pienezza dell’esistenza alla quale il Signore ci invita e ci ha destinati. Guardiamo di non vivere nell’illusione - ammonisce il Papa -. La mentalità degli uomini in gran parte è tutta assorbita dall’illusione che siano valori, che siano cose davvero degne di essere conquistate e vissute quelle che noi adoperiamo, e viviamo, e cerchiamo, mentre a ben guardare non hanno nessun valore. Forse ci possono essere anche nemiche, perché fugacemente ma perdutamente ne abbiamo fatto un uso illecito o non approvato dalla legge di Dio.
«Questo pensiero della rapacità del tempo che divora la nostra vita e la incenerisce - dice il Santo Padre - dovrebbe essere il nostro pensiero dominante. Guardiamo di non sopravvalutare le cose che passano nella scena fugace della nostra vita presente; guardiamo invece di cercare in questa stessa vita presente, in questa scena fugace i valori più validi quelli che restano per l’eternità».
Quid hoc ad aeternitatem? insegna Sant’Ignazio. A cosa serve questo per l’eternità? Il metro della nostra considerazione, del nostro giudizio dovrebbe essere proprio questo. In proposito, il Papa richiama alla memoria la figura del Principe di Machiavelli. Questo famoso personaggio aveva tutto pensato, tutto provveduto, tutto calcolato, eccetto una cosa, che doveva morire. E la sua vita fu, come si sa, rapidamente stroncata, e tutto il grande disegno di creare una forza politica ed una espressione nazionale fuori della storia, fuori del tempo andò in fumo. Paolo VI richiama inoltre alla memoria un altro personaggio storico vissuto mezzo secolo dopo, il quale nella stessa visione della fugacità delle cose trovò la sua salvezza. Si tratta di Francesco Borgia, che era alla corte di Spagna quando morì l’imperatrice Isabella. Incaricato di verificare la salma, restò così impressionato dalla corruzione di quel povero corpo ormai divorato dalla morte che sentì come la sua stessa vita sarebbe stata così consumata. Sentì la fugacità e quindi la falsità delle cose, e diventò poco tempo dopo, passando di fase in fase, figlio della Compagnia di Gesù, figlio di Sant’Ignazio. E fu lui a donare a Roma la Chiesa del Gesù, come terzo successore di Sant’Ignazio. La visione della fugacità delle cose fu per lui una lezione che portò alla ricerca delle cose che restano e delle cose che valgono.
«Che cosa dobbiamo fare - prosegue il Papa - di questo tempo che fugge, che trascina e divora le realtà cui crediamo di poter affidare il nostro cuore? È qui ancora il Vangelo che parla: Convertitevi. È la metanoia. Dobbiamo cambiare la nostra mentalità. Gesù lo ripete due volte al principio della sua predicazione: Convertitevi, convertitevi, perché viene il regno di Dio. Convertirsi vuol dire modificare la nostra mentalità, non fissarla nelle cose fugaci e false ma in valori e in beni che restano, in azioni che valgono per l’eternità. Guardiamo di convertirci e di fare di questa vita una preparazione alla celebrazione pasquale anzitutto, e poi alla Pasqua eterna, quella del nostro incontro con Dio, con Cristo, con lo Spirito in cui siamo stati battezzati e in cui speriamo di poter vivere per l’eternità».
Fratelli e Figli carissimi!
Procuriamo di comprendere. Perché siamo qua convocati? Perché è la «Domenica delle Palme». E che cosa vuol dire «Domenica delle Palme»? Vuol dire che oggi il pensiero della Chiesa è molto interessato a ricordare, a rievocare un fatto nella vita di Gesù molto importante; così importante che riguarda anche noi. Fate attenzione: non si tratta soltanto di un rito commemorativo; cioè di una memoria celebrata per ricordare un episodio della storia evangelica. Lo ricordate l’episodio.
Gesù è a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme. A Betania Gesù aveva risuscitato Lazzaro, fatto questo che aveva commosso il popolo; la notizia aveva prodotto grande meraviglia; e la gente era accorsa per vedere non solo Gesti, ma per vedere altresì Lazzaro, il risuscitato. Vi era una grande folla, anche perché era vicina la Pasqua ebraica, la ricorrenza annuale in cui da tutta la Palestina accorreva gente a Gerusalemme. Vi era dappertutto grande eccitazione e fervore nella moltitudine; e vi era grande rabbia nei Capi giudaici, tanto che fino da questo momento pensavano come uccidere non solo Gesù, ma anche Lazzaro per reprimere la popolarità che si era fatta intorno a Gesù stesso (Io. 12, 10-11). Voi sapete il resto: Gesù, a Bethfage prima di entrare in Gerusalemme, monta sopra un asinello, e si avvia verso la città, e l’entusiasmo del popolo non si contiene più, e scoppia in applausi; in applausi espressi da acclamazioni speciali: Hosanna! cioè evviva al Figlio di David! benedetto Colui che viene nel nome del Signore! e va agitando le palme, cioè rami strappati dagli alberi, operazione questa che caratterizza la scena, e che per l’entusiasmo dei giovani e dei fanciulli si prolungò accompagnando essi Gesù fino al Tempio, con grande indignazione dei nemici di Lui, che prese alla fine le difese di quella turba giovanile: «Sì, disse allora il Maestro, dalla bocca di bambini è scaturita la lode», come Davide, in un suo salmo, aveva predetto (Ps 8,3).
Quale significato aveva questa accoglienza fatta a Gesù dal popolo di Gerusalemme e dalla gente del Paese affluita nella città? Aveva un significato specialissimo, quello di riconoscere in Gesù il Messia. E che voleva dire allora questo titolo di Messia? Messia voleva dire una persona consacrata rappresentante di Dio, il Cristo, cioè uno rivestito di dignità sacerdotale e regale, un personaggio in cui erano realizzate le speranze profetiche del Popolo ebraico, colui che avrebbe compiuto in se stesso la figura del Re ideale, liberatore dalla dominazione straniera e assertore della gloria e dei destini superlativi a cui Israele era misteriosamente destinato (Cfr. Io. 1, 41; 4, 25). Era un titolo ancora dal significato impreciso, ma che ai giorni di Gesù dominava le fantasie e gli spiriti impazienti e fiduciosi che il suo tempo era venuto (Cfr. Matth. Mt 24,23). Era il titolo della speranza escatologica, cioè finale per Israele, per il Popolo eletto.
L’episodio delle palme segna perciò nel Vangelo un momento risolutivo, d’una importanza straordinaria: Gesù è riconosciuto, è proclamato Messia; è acclamato come il Cristo, tanto atteso, tanto amato. Ormai la vita, la storia, la sorte d’Israele non avrà più senso che in Lui. Gesù di Nazareth (Cfr. G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, p. 606, n. 505).
Ecco allora il senso, il valore di questa nostra solennità liturgica. Noi riconosciamo in Gesù di Nazareth il Messia, cioè il Cristo. Questa celebrazione significa per noi un grande atto di fede. Noi accettiamo, anzi noi esaltiamo il Messia, il Messia! Il Cristo salvatore, nell’umile Gesù, che nacque a Betlemme, che fino ai trenta anni visse a Nazareth come modesto artigiano, e che poi fu presentato e battezzato da Giovanni al Giordano, e cominciò a predicare il Regno di Dio, a fare miracoli strepitosi (come la moltiplicazione dei pani), a diffondere messaggi straordinari (pensate al discorso delle beatitudini), a risuscitare perfino i morti (pensate alla risurrezione di Lazzaro). Gesù è il Messia, è il Cristo, è il Re inviato da Dio, è il Figlio dell’uomo ed è il Figlio di Dio. La sua definizione è raggiunta! Quale sarà il seguito di questa certezza vedremo successivamente; il dramma messianico, nel suo aspetto pubblico universale e drammatico comincia qui: Gesù è il Cristo.
Cominciò per i contemporanei di Gesù. Comincia per noi, con una formidabile domanda: noi, noi riconosciamo in quel Gesù di Nazareth, del Vangelo, il Messia, il Cristo, il Re divino, il dominatore della storia, il Salvatore perenne, Colui che ha detto: «Io sarò con voi tutti (presente ed invisibile, ma vivo e reale), sino alla fine del mondo»? (Mt 28,20) Ecco l’importanza per noi, figli del secolo ventesimo, per noi Romani, per ciascuno di noi, personalmente, del rito che stiamo compiendo: riconosciamo noi, riconoscete voi in Gesù il Messia, l’inviato da Dio, anzi il Verbo di Dio fatto uomo, che si mette al centro della nostra vita, al cardine dei nostri destini? Lo riconosciamo?
Ecco: la questione ci investe come un uragano. La memoria del fatto evangelico diventa attualità. Lo riconosciamo quel Gesù come l’arbitro delle nostre sorti? Abbiamo paura? Noi vediamo molte assenze! perché? che cosa sarà di tanti assenti? Noi vediamo molti pavidi, timidi, opportunisti: perché, dicono, esporsi al pericolo che l’essere cristiani comporta? V’è chi suggerisce: fuggi, che è meglio! Noi sappiamo che altri, e non pochi, sono guidati da interessi immediati: piacere, possedere, vivere senza pensieri superiori: vite senza ideali, esaltate e divorate dal tempo che passa!
E voi, Figli carissimi, voi che dite? Oh! noi vi vediamo con la palma in mano, col ramo primaverile dell’ulivo in mano, pronti ad agitarlo con gesto festivo, che dice: noi siamo presenti! Siete presenti, giovani? avete scoperta la vostra ora messianica? avete capito che la soluzione vera della vita è quella offerta dal Vangelo, dalla Chiesa che lo predica, da Cristo, alla vita del quale voi potete essere uniti? avete espresso nel cuore e nell’azione la vostra adesione al duplice invito di Cristo, essere con Lui figli di Dio, cioè uomini illuminati sul senso della vita e de1 mondo, e così divinamente salvati; ed essere poi con Lui figli dell’uomo, cioè fratelli di quanti condividono la sorte di questa nostra esistenza ed hanno bisogno d’essere amati, serviti, curati?
Avete compreso la verità, la bellezza, Ia forza della fede, che il Cristo offre alla vostra singola personalità e alla famiglia umana, alla società intera a cui appartenete? Siete davvero agitatori dell’ulivo della pace e della giustizia? Sì? Allora noi vi diremo: Cristo è vostro! Non temete più! Neanche la croce, la sua croce, che Egli pure vi destinerà. Il trionfo regale di Gesù Cristo conduce anche alla Croce . . . Ma non temete, vi ripetiamo: la vita, la vera vita vi è così domani assicurata!
Chers Fils et Filles de langue française,
Nous vous exhortons vivement, vous aussi, à vous unir à tette acclamation de Jésus, entrant à Jérusalem au milieu d’une foule immense et remplie de joie, et reconnu comme le Messie, le Christ, Ie Sauveur, le nouveau roi d’Israel, le fils de David. C’est l’événement qui inaugure le «Règne de Dieu», les nouvelles relations religieuses entre l’humanité croyante et la Divinité, relations qui continuent encore aujourd’hui, mais qui ont coûté à Jésus-Christ le sacrifice rédempteur de la Croix, suivi de sa Résurrection. Oui, reconnaissons tous en Jésus, le Messie, le Christ, notre Roi, notre Sauveur!
Dear pilgrims from English-speaking countries, we call on you also to welcome Jesus as he Comes amid the rejoicing throug and is recognized as the Son of David, the King of Israel, the Messiah. He Comes to bring us the peace he gained by his Cross and resurrection. Let us join in the acclamations and accept him as our King and our Saviour.
Liebe Gläubige aus den Länd ern deutscher Sprache!
Auch sie laden Wir herzlich dazu ein, zusammen mit allen an- A wesenden heute Jesus zu huldigen, der inmitten einer grossen Volksmenge seinen festlichen Einzug hält. Jesus wird auf diese Weise als der Messias, als Christus, der Erlöser, der neue König von Israel und der Sohn Davids von den Menschen anerkannt. Dieses Ereignis bezeichnet den Beginn des »Reiches Gottes«. Es begründet den neuen messianischen Bund zwischen der gläubigen Menschheit und Gott, der auch noch heute besteht. Jesus Christus selbst hat ihn uns durch sein Erlosungsopfer am Kreuz erworben und durch seine Auferstehung endgültig besiegelt. Lasst uns alle in Jesus den Messias, Christus, unseren König und unseren Erlöser anerkennen und ihn dankbaren Herzens preisen und verherrlichen!
También a vosotros, queridos fieles de lengua española, os invitamos a que os unais y aclameis a Jesús, que entra en medio de una muchedumbre festiva y es reconocido como Mesias, como Cristo, como Salvador, como nuevo Rey de Israel. Se trata de un acontecimiento que inaugura el «Reino de Dios», la nueva relación religiosa entre la humanidad creyente y Ia Divinidad, relación todavia actual, pero que le costó a Jesucristo el sacrificio redentor de la Cruz, seguido de su Resurrección. Reconozcamos todos en Jesús al Mesias, a Cristo, a nuestro Rey, a nuestro Salvador.
E voi, Ragazzi, avete compreso?
Abbiamo detto che Gesù, prima della sua Passione e Morte e della sua Risurrezione, è stato, umilmente ma anche solennemente, riconosciuto come Re, successore del Re David, come Messia, cioè come Cristo, tanto che ora sempre lo chiamiamo Gesù Cristo, cioè come mandato da Dio per salvare il mondo, per salvare ciascuno di noi, per salvare proprio voi, ognuno di voi.
Sentite: voi davvero riconoscete che Gesù è il nostro Salvatore? Sì? gli promettete di essergli sempre fedeli? Sì?
Allora adesso agitate in suo onore le Palme, e i rami d’olivo che tenete in mano, e gridate con noi: Evviva Gesù! evviva il Signore!
Paolo VI Omelie 1977