Paolo VI Omelie 1978





Paolo VI

OMELIE 1978






DURANTE LA MESSA PER LA « GIORNATA DELLA PACE »

Domenica 1° gennaio 1978

RACCOLTI DALLA FEDE in questa Basilica - innalzata dal nostro predecessore Sisto III qualche anno dopo il Concilio di Efeso, che nel 431 aveva proclamato solennemente Maria la « Theotókos », cioè Genitrice di Dio - uniamo insieme nella nostra celebrazione la lode per i privilegi altissimi, concessi da Dio alla Vergine Madre, e la riflessione sulle esigenze cristiane della Pace nel mondo.

In questo splendido tempio, espressione singolare della fervente devozione mariana del popolo romano, storia ed arte si sono fuse mirabilmente nei secoli; esso ci invita, con la sua classica bellezza ed arcana suggestione, a pensieri di serena letizia: brillano negli antichissimi mosaici le varie tappe della storia della salvezza; sfolgora, nel catino dell’abside, la sublime scena della Incoronazione di Maria, opera di Jacopo Torriti; e accanto ai ricordi della grotta del Presepe, nella composizione scultorea di Arnolfo di Cambio, i Magi adorano il Verbo Incarnato.

È proprio in questa stupenda cornice, creata dalla pietà dei nostri antenati, che abbiamo scelto di celebrare la « Giornata della Pace » e vogliamo ancora una volta rivolgere all’umanità tutta la parola mite e solenne della Pace.

La Giornata della Pace non riguarda la pace di una giornata, di una sola giornata.

Commemorata il primo giorno dell’anno civile, essa porta, ogni volta, qualche cosa all’anno che viene: una celebrazione comune che si inscrive come augurio e come promessa, all’inizio del calendario; ma essa porta anche un tema, che noi abbiamo proposto e che è occasione e sorgente di una convergenza di intenzioni a dimensione universale. Convergenza nella preghiera, per i cattolici e per tutti i cristiani che vogliono associarvisi; convergenza nello studio e nella riflessione, per i responsabili della condotta collettiva della società e per tutti gli uomini di buona volontà; convergenza in una azione in comune: testimonianza resa così al mondo mediante uno sforzo solidale per difendere gli abitanti tutti del nostro pianeta sì gravemente minacciati ai nostri giorni dall’ « assurdità della guerra moderna », come abbiamo sottolineato nel nostro recente Messaggio, e per costruire la pace, della quale la coscienza dell’ umanità avverte sempre più l’ assoluta necessità.

Ciascuno dei temi delle varie « Giornate per la Pace » completa i precedenti come una pietra si aggiunge alle altre per costruire una casa: questa casa della Pace, che - come diceva il nostro venerato predecessore Giovanni XXIII - si fonda su quattro pilastri : « la verità, la giustizia, la solidarietà operante e la libertà ». (1) Ma il pensiero dominante di questa nostra celebrazione si presenta spontaneo nel binomio: Maria e la Pace.

Non c’ è forse un legame tra la maternità divina di Maria e la Pace, che noi celebriamo nel giorno stesso della sua festa, un legame che non è accidentale ma che trae la sua realtà e il suo frutto da tutto il patrimonio dogmatico, patristico, teologico e mistico della Chiesa di Cristo?

Non è ugualmente una ragione storica, che vi si aggiunge e che ci fa radunare oggi, insieme con voi; figlie e figli carissimi romani di nascita o di adozione? Non venite voi, di fatto, per continuare e confermare questa mattina, con la vostra presenza, la pratica profondamente religiosa e filiale dei vostri avi, diocesani di questa Chiesa di Roma, che ha scelto, per rendere omaggio particolare alla Madre di Dio, l’ ottava della Natività, prima ancora che tale data segnasse in Occidente l’ inizio dell’ anno civile?

E attorno a voi, non è anche tutta la Chiesa, tutto il Popolo di Dio che si raduna misticamente in questa Patriarcale Basilica per celebrare, allo stesso tempo, la Maternità di Maria e la Pace, quella pace, che è venuto a portare al mondo il suo figlio, Gesù Cristo?

Ma non occorre andare molto lontano nella nostra riflessione. Se esiste una correlazione tra la maternità divina di Maria e la Pace, quale rapporto c’è tra questa maternità e il rifiuto della violenza, che fa parte del tema scelto per la Giornata di questo anno 1978?

Sì, il legame esiste.

E gli studi teologici ed esegetici si moltiplicano su tale argomento, lo sottolineano sempre più, nella prospettiva loro propria, raggiungendo, nelle loro conclusioni, il giudizio spontaneo delle popolazioni.

Che si consideri - come abbiamo fatto nel nostro recente Messaggio per questa Giornata - la violenza nel suo aspetto collettivo internazionale, cioè quello della guerra moderna, che minaccia, con la sua « suprema irrazionalità », con la sua « assurdità » e con la triste ipotesi della guerra spaziale, o che la si consideri sotto i molteplici aspetti della violenza passionale della delinquenza crescente, o della violenza civile eretta a sistema, si pone una domanda fondamentale: quali sono le cause di tali comportamenti e delle idee o dei sentimenti, che li ispirano?

Queste cause noi le abbiamo parecchie volte ricordate nei nostri precedenti Messaggi, in particolare, in quelli sul disarmo e sulla difesa della vita.

Noi stamane non ne ricordiamo che una: l’urto provocato nella società dalle condizioni di vita disumanizzanti.(2)

Tali condizioni di vita provocano, soprattutto tra i giovani, frustrazioni che scatenano reazioni di violenza e di aggressività contro certe strutture e congiunture della società contemporanea, che li vorrebbe ridurre al ruolo di semplici strumenti passivi.

Ma la loro contestazione, istintiva od organizzata, si rivolge non solo alle conseguenze di queste penose situazioni, ma anche « ad una società ridondante di benessere materiale, soddisfatta e gaudente, ma priva di ideali superiori che danno senso e valore alla vita ».(3)

Per dirla in breve, una società desacralizzata, una società senz’ anima, una società senza amore.

Chi sono spesso, di fatto, questi violenti, i cui atti, provocando il timore o l’orrore, esigono, come un dovere, che ne siano preservate le nostre convivenze umane? Molto spesso, troppo spesso, coloro che pongono tali atti intollerabili sono dei dimenticati, degli emarginati, dei disprezzati, che non sono o non si sentono amati. Avidi dell’ avere più che dell’ essere; testimoni, e sovente vittime, dell’ ingiustizia dei più forti o, in alcuni casi ben conosciuti, della « violenza strutturale di taluni regimi politici », come non possono non sentirsi se non dei « figli smarriti » in questa società anonima che li ha generati, e poi spesso abbandonati, senza scala fissa di valori, in breve, senza bussola, senza stella, senza la stella del Natale?

Nel segreto del loro cuore, questi « orfani » non aspirano forse dal fondo di questa società matrigna ad una società materna, ed infine alla maternità religiosa della Madre universale, alla maternità di Maria?

La parola di Cristo in croce: « Donna, ecco il tuo figlio »,(4) non si indirizzava a loro, attraverso S. Giovanni: « Madre, ecco i tuoi figli... »?

E non è ad essi che il Signore moribondo diceva: « Figli, ecco la vostra Madre », una madre che vi ama, una madre da amare, una madre al vertice di una società dell’ amore?

Madre cioè di Dio e Redentore, (5) del Nuovo Adamo nel quale e per il quale tutti gli uomini sono fratelli, (6) Maria, Nuova Eva, (7) diviene così la madre di tutti i viventi, (8) la nostra madre amantissima. (9) Sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, (10) Ella ne è il modello; (11) Ella è immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’ età futura.(12) Qui una nuova visione a noi si presenta e cioè il riflesso della Madonna nella Chiesa, come dice S. Agostino: Maria « figuram in se sanctae Ecclesiae demonstrat », Maria rispecchia in Se stessa la figura della Chiesa.(13) Madre del Cristo Re, Principe della Pace,(14) Maria diviene, per ciò stesso, Regina e Madre della Pace. Il Concilio Vaticano Secondo, enumerando i titoli di Maria, non la separa mai dalla Chiesa.

Così, è la Chiesa, tutta la Chiesa, che deve anch’ essa, sull’ esempio di Maria vivere sempre più intensamente la propria maternità universale (l5) nei confronti di tutta la famiglia umana attualmente disumanizzata, perché desacralizzata.

« Madre e Maestra », la Chiesa del Cristo non pretende di costruire la pace del mondo senza di esso o al suo posto, ma, proclamando il Regno di Dio in tutte le nazioni, intende « al tempo stesso svelare all’ uomo il senso della sua propria esistenza », sapendo che « chiunque segue Cristo, l’ Uomo perfetto, si fa lui pure più uomo ».(16)

E ritornando col pensiero a Maria Regina della Pace, ricordia-mo volentieri come il nostro venerato Predecessore Papa Benedetto XV ha voluto esaltare questo titolo dovuto alla Madonna, facendo scolpire un monumento in suo onore in questa stessa Basilica, alla fine della prima guerra mondiale.

E nessuno pensi che la Pace, di cui la Madonna è portatrice, sia da confondere con la debolezza e l’ insensibilità dei timidi o dei vili: ricordando l’ inno più bello della liturgia mariana, il « Magnificat », dove la voce squillante e fiera di Maria risuona per dare fortezza e coraggio ai promotori della Pace: « Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili ».(17)

A Maria noi intendiamo affidare la causa della Pace in tutto il mondo e, in particolare, nella diletta Nazione del Libano, che è stato un esempio di Paese travolto dalla spirale della violenza, non tanto per sue cause interne, quanto per riflesso di situazioni che, nella regione, non hanno trovato ancora soluzioni giuste; ne è stato, insomma, più che altro una vittima.

In questa Giornata della Pace esortiamo, pertanto, voi qui presenti e tutti i fedeli, a pregare per il Libano la Vergine « Notre Dame du Liban », perché sia affrettata la riconciliazione dei suoi figli e la ripresa spirituale e morale, oltre che materiale, della Nazione.

Nelle speranze di Pace, che si intravvedono nel Medio Oriente, la riconciliazione dei vari gruppi libanesi e la serena convivenza delle popolazioni possano essere un fattore ed un esempio di riconciliazione e di rifiuto della violenza da parte di tutti i popoli della regione.

Concludendo queste nostre riflessioni, vogliamo rivolgere un pressante appello a tutti i nostri figli ed a ciascuno singolarmente: ognuno di voi cerchi di portare il suo fattivo, generoso, autentico contributo alla Pace nel mondo, eliminando anzitutto dal cuore ogni forma di violenza, ogni sentimento di sopraffazione sul fratello. Così facendo, sarete già in cammino nel sentiero della Pace universale, che si fonda sulla Pace operosa dei singoli. Se volete fare regnare la Pace in tutto il mondo dovrete farla regnare nel vostro cuore, nella vostra famiglia, nella vostra casa, nel vostro quartiere, nella vostra città, nella vostra regione, nella vostra Nazione. Allora anche gli altri sentiranno il fascino e la gioia di poter vivere nella serenità e di potersi adoperare perché questo bene immenso diventi aspirazione, esigenza e patrimonio di tutti.

Questo vogliamo dire in particolare a voi, Giovani, a voi Ragazzi, presenti oggi in gran numero in questa Basilica. Noi abbiamo voluto terminare il nostro recente Messaggio per la Giornata della Pace rivolgendoci in particolare ai Giovani e ai Ragazzi di tutto il mondo, perché voi avete la capacità di una straordinaria apertura e di una gioiosa disponibilità, che purtroppo talvolta gli adulti hanno dimenticato o smarrito.

Anche voi, Giovani e Ragazzi, avete una vostra parola, fresca, nuova, originale, da dire e da far sentire ai grandi. Ditela questa parola di pace, questo « no alla violenza », con energia, con forza, con la forza del vostro cuore puro, dei vostri occhi limpidi, della vostra gioia di vivere, ma di vivere in un mondo in cui « giustizia e pace si baceranno ».(18)

Date sempre, nei vostri ideali e nei vostri comportamenti, la priorità all’ amore, cioè alla comprensione, alla benevolenza, alla solidarietà verso gli altri. Rafforzate la vostra convinzione di Pace nella preghiera, personale e comunitaria; negli scambi e nelle meditazioni, in cui vi sforzate di conoscere sempre più profondamente il Cristo e di comprendere il suo messaggio in tutte le sue esigenze; nei sacramenti, e soprattutto nel sacramento dell’ Eucaristia, nel quale Cristo stesso vi dona la fede, la speranza e specialmente la carità; rafforzatela, infine, nella devozione filiale alla Vergine Maria.

Se la vostra convinzione sarà salda e ferma, sarete, in tutte le manifestazioni della vostra giovinezza, testimoni della Pace e dell’ Amore di Cristo, che è in voi.

Voi, Giovani e Ragazzi, portate in voi stessi l’ avvenire del mondo e della storia. Questo mondo sarà migliore, sarà più fraterno, più giusto, se già, fin da adesso, tutta la vostra vita sarà aperta alla grazia di Cristo, all’ ideale di Amore e di Pace, che vi insegna il Vangelo.

Maria, Regina della Pace, « Salus Populi Romani », interceda per queste intenzioni.

Note

1. Cfr. IOANNIS XXIII Pacem in Terris, 47.

2. Cfr. Gaudium et Spes, 27.

3. PAULI PP. VI Nuntius in Nativitate Domini, die 20 dec. 1968.

4. Io. 19, 26-27.

5. Lumen Gentium, 53.

6. Cfr. Rom. 8, 29.

7. Cfr. Lumen Gentium, 63.

8. Cfr. Ibid. 56.

9. Ibid. 53.

10. Ibid.

11. Ibid. 63.

12 Ibid. 68.

13. S. AUGUSTINI De Symbolo, CI: PL 40, 661; H. DE LUBAC, Méditations sur l’ Eglise, p. 245.

14. Is. 9, 6.

15. Cfr. Lumen Gentium, 64.

16. Gaudium et Spes, 41.

17. Lu. 1, 51-52.

18. Ps. 84, 11.







SANTA MESSA PER LA XXV GIORNATA MONDIALE PER I LEBBROSI

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 29 gennaio 1978

Venerati Fratelli, Fedeli tutti, e voi specialmente Giovani carissimi!

Avete attraversato in marcia silenziosa le strade di Roma e A siete venuti numerosissimi presso la Tomba del Principe degli Apostoli per ascoltare la Parola di Dio, per pregare insieme, per esprimere pubblicamente la vostra fede in Cristo, Signore e Salvatore, e per lanciare, ancora una volta, al mondo contemporaneo un messaggio di amore e di speranza.

Avete desiderato e chiesto di poter celebrare la XXV Giornata Mondiale per i Lebbrosi insieme con il Vicario di Cristo, e ben volentieri noi, come Vescovo della sede di Roma, che «presiede alla carità» (S. IGNATII ANTIOCHENI Epistola ad Romanos, Inscr.: FUNK, Patres Apostolici, I, 252), e come Pastore della Chiesa universale, vogliamo raccogliere la vostra voce implorante e dilatare il vostro cuore generoso, facendo nostro il vostro programma: «Lotta alla lebbra e a tutte le lebbre!».

Già la parola di Cristo, Verbo incarnato, è risuonata poco fa per la nostra riflessione. La liturgia ci ha fatto sentire il celebre brano del discorso della montagna, quale ci è riferito nel Vangelo di Matteo: le Beatitudini, uno dei punti chiave del messaggio evangelico, uno dei suoi testi più sconvolgenti e beneficamente rivoluzionari. Chi aveva osato, nella storia, proclamare «felici» i poveri di spirito, gli afflitti, i miti, gli affamati e gli assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati, gli insultati? (Cfr. Matth. Mt 5, l-12) Quelle parole seminate in mezzo ad una società fondata sulla forza, sul potere, sulla ricchezza, sulla violenza, sul sopruso, potevano essere interpretate come un programma di viltà e di abulia, indegne dell’uomo.

Ed invece esse erano il proclama della nuova «civiltà dell’amore» che nasceva, basata sui valori, misconosciuti e disprezzati dall’ottusa intelligenza dell’uomo, volto solo alla terra; ma che erano, nei disegni amorosi di Dio, strumenti di redenzione, di liberazione, di salvezza. Erano quei valori, analizzati dallo stupefatto S. Paolo, che aveva sperimentato nella propria persona il metodo di Dio, così lontano dalla logica umana: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono» (1 Cor. 1Co 1,27 ss.). I poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace venivano ad essere i destinatari privilegiati del messaggio di Gesù e i beneficiari della grazia di Dio.

Già nel settimo secolo avanti Cristo, ad esempio, il profeta Sofonia si era scagliato contro le sicurezze presuntuose, sulle quali si fondavano gli israeliti a motivo della elezione divina. Ma l’alleanza con Dio supponeva impegno costante e fedeltà gioiosa alla sua volontà. Sarebbe nato un popolo nuovo, composto dagli umili, dai «poveri», che si sarebbero affidati esclusivamente e completamente a Dio.

Il proclama evangelico di «beatitudine», di felicità, conserva ed accresce la sua piena validità oggi, in cui i cattolici e tutti gli uomini di buona volontà del mondo intero sono invitati ad esprimere, con un gesto concreto e fattivo la loro solidarietà con i fratelli lebbrosi.

La lebbra! Il solo nome, ancor oggi, ispira a tutti un senso di sgomento e di orrore. Sappiamo dalla storia che tale sentimento era fortemente percepito presso gli antichi, in particolare presso i popoli dell’Oriente, ove, per motivi climatici ed igienici, tale morbo era molto avvertito. Nell’Antico Testamento (Cfr. Lev. Lv 13-14) riscontriamo una puntuale e minuta casistica e legislazione nei confronti dei colpiti dalla malattia: le paure ancestrali, la concezione diffusa circa la fatalità, l’incurabilità ed il contagio, costringevano il popolo ebraico ad usare le opportune misure di prevenzione, mediante l’isolamento del lebbroso, il quale, considerato in stato di impurità rituale, veniva a trovarsi fisicamente e psicologicamente emarginato ed escluso dalle manifestazioni familiari, sociali e religiose del popolo eletto. Inoltre, la lebbra si configurava come un marchio di condanna, in quanto la malattia era considerata un castigo di Dio. Non rimaneva se non la speranza che la potenza dell’Altissimo volesse guarire i colpiti.

Gesù, nella sua missione di salvezza, ha spesso incontrato i lebbrosi, questi esseri sfigurati nella forma, privi del riflesso dell’immagine della gloria di Dio nell’integrità fisica del corpo umano, autentici rottami e rifiuti della società del tempo.

L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Mc 1,40-42 cfr. Matth. Mt 8,2-4 Lc 5,12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. Lc 17,12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Mt 11,5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. ., sanate i lebbrosi» (Mt 10,7 ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15, 10-20).

Ma il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione, nella quale egli, martoriato e sfigurato dal sudore di sangue, dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla crocifissione, dal rifiuto escludente del popolo già beneficato, giunge ad identificarsi con i lebbrosi, diviene l’immagine e il simbolo di essi, come aveva intuito il profeta Isaia contemplando il mistero del Servo di Jahvé: «Non ha apparenza né bellezza... disprezzato e reietto dagli uomini.. . come uno davanti al quale ci si copre la faccia, .,. e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is 53,2-4). Ma è proprio dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità.

La Chiesa è stata sempre fedele alla missione di annunciare la Parola di Cristo, unita al gesto concreto di solidale misericordia verso gli ultimi. È stato nei secoli un crescendo travolgente e straordinario di dedizione nei confronti dei colpiti dalle malattie umanamente più ripugnanti, e in particolare dalla lebbra, la cui presenza tenebrosa continuava a sussistere nel mondo orientale ed occidentale. La storia pone in chiara luce che sono stati i cristiani ad interessarsi e a preoccuparsi per primi del problema dei lebbrosi. L’esempio di Cristo aveva fatto scuola ed è stato fecondo di solidarietà, di dedizione, di generosità, di carità disinteressata.

Nella storia dell’agiografia cristiana è rimasto emblematico l’episodio concernente Francesco d’Assisi: era giovane, come voi; come voi cercava la gioia, la felicità, la gloria; eppure egli voleva dare un significato totale e definitivo alla propria esistenza. Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma ecco, un giorno ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande ribrezzo, ma, per non venir meno al suo impegno di diventare «cavaliere di Cristo», balzò di sella e, mentre il lebbroso gli stendeva la mano per ricevere l’elemosina, Francesco gli porse del denaro e lo baciò (Cfr. TOMMASO DA CELANO, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, I, V: «Fonti Francescane», I, p. 1P 561, Assisi 1977; S. BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda maggiore, I, 5: ed. cit., p. 842).

La grandiosa espansione delle Missioni nell’epoca moderna ha dato nuovo impulso al movimento in favore dei fratelli lebbrosi. In tutte le regioni del mondo i Missionari hanno incontrato questi malati, abbandonati, respinti, vittime di interdizioni sociali, legali e di discriminazioni, che degradano l’uomo e violano i diritti fondamentali della persona umana. I missionari, per amore di Cristo, hanno sempre annunziato il Vangelo anche ai lebbrosi, hanno cercato con ogni mezzo di aiutarli, di curarli con tutte le possibilità che la medicina, spesso primitiva, poteva offrire, ma specialmente li hanno amati, liberandoli dalla solitudine e dalla incomprensione e talvolta condividendo in pieno la loro vita, perché scorgevano nel corpo sfigurato del fratello l’immagine del Cristo sofferente. Vogliamo ricordare la figura eroica di Padre Damiano de Veuster, che spontaneamente scelse e chiese ai suoi Superiori di essere segregato in mezzo ai lebbrosi di Molokai, per rimanere insieme con loro e per comunicare ad essi la speranza evangelica, ed infine, colpito dal morbo, condivise la sorte dei suoi fratelli sino alla morte.

Ma vogliamo con lui ricordare e presentare all’ammirazione e all’esempio del mondo le migliaia di missionari, sacerdoti, religiosi, religiose, laici, catechisti, medici, che hanno voluto farsi amici dei lebbrosi, e la cui edificante ed esemplare generosità ci è oggi di conforto e di sprone, per continuare l’umana e cristiana «lotta alla lebbra e a tutte le lebbre», che dilagano nella società contemporanea, come la fame, la discriminazione, il sottosviluppo.

L’uomo in quest’ultimo secolo ha fatto in campo scientifico grandi progressi, di cui può essere legittimamente orgoglioso. Anche nel campo della medicina, ricerche rigorose e pazienti hanno permesso di rinvenire farmaci capaci di rendere meno pericolosa la lebbra, arrestando le devastazioni che essa produce nel corpo, e permettendo di curare i colpiti senza segregarli dalla convivenza civile.

Eppure, oggi nel mondo, a quanto dicono i competenti, ci sono ben 15 milioni di fratelli lebbrosi, specialmente in Asia, in Africa, in America centro-meridionale. È una cifra che deve far meditare tutti. Come possiamo vivere sereni nelle nostre città, dove la società opulenta ci ha offerto e ci offre il superfluo, condizionandoci con i suoi subdoli strumenti della comunicazione sociale, spingendoci a godere di tutto e di sprecare il necessario, mentre altri uomini come noi sono martoriati e disfatti nella loro carne perché mancano i mezzi, gli ospedali debitamente attrezzati, le medicine specifiche?

Ecco perché noi ci rivolgiamo oggi a tutti i nostri figli sparsi per il mondo, a tutti gli uomini di buona volontà, agli uomini del potere, della politica, dell’economia, della cultura perché un problema così bruciante, che ci riguarda direttamente perché colpisce nostri simili, non venga sottaciuto, ma venga affrontato coraggiosamente a tutti i livelli, specialmente sul piano internazionale.

Ma in modo del tutto speciale noi indirizziamo il nostro appello paterno e pressante a voi giovani, presenti in questa Basilica così vibranti di vita e di entusiasmo, e a tutti i giovani pensosi non soltanto del loro avvenire ma anche di quello degli altri: volete forse rimanere chiusi, arroccati nell’egoismo individualistico, chiudendo gli occhi di fronte a questa realtà dolorosa, oppure intendete aprire il vostro cuore ardente alla solidarietà, all’azione, offrendo il vostro personale contributo di idee, di iniziative, di sacrifici per i fratelli lebbrosi?

Ricordatelo bene, giovani carissimi, in pieno 1978 ci sono milioni di bambini, di giovani, di uomini, di donne, di anziani, colpiti dalla lebbra, che in questo momento invocano il vostro aiuto!

Che cosa, come risponderete a questa dolente implorazione?

Noi non dubitiamo che la vostra risposta sarà decisa e generosa, e ci rivolgiamo pieni di fiducia a voi, perché portate nelle vostre mani e nel vostro cuore il futuro della società, il futuro della Chiesa, e quindi il futuro, certamente più rasserenante, dei lebbrosi.

Voglia il cielo che alla fine della nostra avventura umana, alla fine e alla conclusione della nostra vicenda personale, Cristo, giudice supremo della storia, ci rivolga quelle commoventi e beatificanti parole: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34), perché ero «lebbroso» ed avete fatto di tutto per sanarmi, per farmi ritrovare la piena dignità, per guarire non solo le piaghe della mia pelle, ma per rimarginare le ferite del mio cuore lacerato dalla solitudine, per reinserirmi in seno alla comunità, per ridarmi la serenità e la gioia di vivere. Venite! E così sia!








SANTA MESSA NELLA BASILICA VATICANA

OMELIA DI PAOLO VI

Mercoledì delle Ceneri, 8 febbraio 1978

Diletti figli e figlie!

E’ il «Mercoledì delle Ceneri», primo giorno di Quaresima. Lezione austera, quella che ci imparte oggi la Liturgia! Lezione drammatizzata in un rito di plastica efficacia. L’imposizione delle ceneri reca con sé un significato così chiaro ed aperto, che ogni commento si rivela superfluo: essa ci induce ad una riflessione realistica sulla precarietà della nostra condizione umana, votata allo scacco della morte, la quale riduce in cenere, appunto, questo nostro corpo, sulla cui vitalità, salute, forza, bellezza, intraprendenza tanti progetti ogni giorno noi costruiamo. Il rito liturgico ci richiama con energica franchezza a questo dato oggettivo: non c’è nulla di definitivo e di stabile quaggiù; il tempo fugge via inesorabile e come un fiume veloce sospinge senza sosta noi e le cose nostre verso la foce misteriosa della morte.

La tentazione di sottrarsi all’evidenza di questa constatazione è antica. Non potendo sfuggirle, l’uomo ha tentato di dimenticare o di minimizzare la morte, privandola di quelle dimensioni e risonanze, che ne fanno un evento decisivo della sua esistenza. La massima di Epicuro : «Quando ci siamo noi, la morte non c’è, e quando c’è la morte, noi non ci siamo» è la formula classica di questa tendenza, ripresa e variata in mille toni, dall’antichità ai giorni nostri. Ma in realtà, si tratta di «un artificio che fa sorridere più che pensare» (M. Blondel). La morte infatti fa parte della nostra esistenza e ne condiziona dall’interno lo sviluppo. Lo aveva ben intuito Sant’Agostino, il quale così argomenta: «se uno comincia a morire, cioè ad essere nella morte, dal momento in cui la morte comincia ad agire in lui, sottraendogli la vita..., allora certamente l’uomo comincia ad essere nella morte dal momento in cui comincia ad essere nel corpo» (S. AUGUSTINI De Civitate Dei, 13, 10).

Perfettamente in sintonia con la realtà, dunque, il linguaggio della Liturgia ci ammonisce: «Ricordati, o uomo, che sei polvere e che in polvere ritornerai»; sono parole, che mettono a fuoco il problema non eludibile del nostro lento sprofondare nelle sabbie mobili del tempo e pongono con drammatica urgenza la «questione del senso» di questo nostro provvisorio emergere alla vita, per essere poi fatalmente risucchiati nell’ombra buia della morte. Davvero «in faccia alla morte, l’enigma della condizione umana diventa sommo» (Gaudium et Spes, GS 18 Gaudium et Spes 18).

A questo enigma, voi lo sapete, la fede reca una risposta non evasiva. È risposta che si articola innanzitutto in una spiegazione e poi in una promessa. La spiegazione ci è consegnata in sintesi da San Paolo con le celebri parole: «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Rom. 5, 12). La morte, quale noi oggi la sperimentiamo, è dunque frutto del peccato: «stipendia peccati mors» (Ibid. 6, 23). È un pensiero difficile da accogliere ed infatti la mentalità profana concordemente lo rifiuta. La negazione di Dio o la perdita del senso vivo della sua presenza hanno indotto molti contemporanei a dare del peccato interpretazioni, a volta a volta, sociologiche, psicologiche, esistenzialistiche, evoluzionistiche, le quali tutte hanno in comune la caratteristica di svuotare il peccato della sua tragica serietà. Non così la Rivelazione, che lo presenta invece come una spaventosa realtà, di fronte alla quale ogni altro male temporale risulta sempre di secondaria importanza. Nel peccato, infatti, l’uomo infrange «il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create» (Gaudium et Spes, GS 13). Il peccato segna il fallimento radicale dell’uomo, la ribellione a Dio che è la Vita, un «estinguere lo Spirito» (Cfr. 1 Thess. 1Th 5,19); e perciò la morte non ne è che l’esterna, più vistosa manifestazione.

Questa la parola esplicativa, che la Rivelazione ci offre e che l’esperienza conferma con sconfortante dovizia di prove. La fede, però, non si limita a spiegare il nostro dramma. Essa reca anche l’annuncio gioioso della sua possibile soluzione. Dio non si è rassegnato al fallimento della sua creatura: nel Figlio suo, incarnato, morto e risorto, Egli torna ad aprire il cuore dell’uomo alla speranza. «Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello - canteremo nel giorno di Pasqua - il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa» (Sequentia Paschalis). Nel mistero pasquale Cristo ha preso su di sé la morte, in quanto essa è manifestazione della nostra natura ferita, e, trionfandone nella risurrezione, ha definitivamente debellato nella sua radice la potenza del peccato, operante nel mondo. Adesso ormai ogni uomo, che per la fede aderisce a Cristo ed a Lui si sforza di conformare la propria vita, può già sperimentare in sé la forza vivificante, che promana dal Risorto. Egli non è più schiavo della morte (Cfr. Rom. 8, 2); perché in lui già opera «lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti» (Ibid. 8, 11).

Ecco, dunque, il messaggio gioioso: in Cristo Gesù noi possiamo vincere la morte. La Chiesa non si stanca di ripetercelo, particolarmente all’inizio di un tempo forte dell’Anno Liturgico, come quello della Quaresima, durante il quale il popolo cristiano è chiamato a prepararsi alla celebrazione dell’annua ricorrenza della Pasqua. Possa trovare, questa voce, eco pronta e volenterosa nei nostri animi ed indurci a rinnovato fervore di vita cristiana in questo tempus acceptabile, che nelle intenzioni della Liturgia deve segnare per lo spirito, il quale ha pure le sue stagioni, il risveglio di una mistica primavera.

Siamo certi che all’invito è particolarmente aperto l’animo delle Religiose, presenti a questa celebrazione. Esse, che per l’impegno della vita perfetta e di una maggiore familiarità con Dio, assunto con i voti, più sono consapevoli del radicalismo delle esigenze evangeliche; esse che, d’altra parte, più viva hanno la percezione della abissale sproporzione, che v’è tra l’umana miseria e l’infinita santità di Colui, verso il quale le loro anime anelando si protendono, sono certamente nella condizione migliore per accogliere la proposta liturgica del faticoso ma corroborante itinerario quaresimale. Sentano esse la responsabilità di fare da scolta avanzata tra le avanguardie del popolo di Dio pellegrinante verso la Patria.

Mettiamoci dunque tutti in cammino. Cercheremo sostegno ai buoni propositi nella preghiera, una preghiera convalidata da una più volenterosa disponibilità di sacrificio ed anche dalla rinuncia generosa a qualcosa di nostro per avere di che venire in soccorso ai poveri. È il consiglio antico di quello sperimentato maestro di vita spirituale, che fu Sant’Agostino: «Vuoi che la tua preghiera voli fino a Dio?», egli domanda. «Fac illi duas alas, ieiunium et eleemosynam», «Mettile due ali, il digiuno e l’elemosina» (S. AUGUSTINI Enarr. in Ps 42,8).

Il programma è chiaro. Che il Signore ci conceda la generosità necessaria, per calarlo nella concretezza della nostra vita.







Paolo VI Omelie 1978