GPII 1979 Insegnamenti - Lettera al Cardinale Seper - Città del Vaticano (Roma)

Lettera al Cardinale Seper - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: XI centenario dello scambio di lettere fra Giovanni VIII e il principe croato Branimiro

Testo: Al Nostro Venerabile Fratello Cardinale Franjo Seper, Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede.

Abbiamo appreso di recente che tra poco nella tua patria si celebrerà una solennità particolare, per commemorare degnamente un evento felicissimo e di grande importanza, che sappiamo quanto sia stato fecondo di frutti già da allora per la popolazione croata. Proprio in questo anno cade il 1100° anniversario dello scambio di lettere, sicuramente accertato, tra il Papa Giovanni VIII, nostro predecessore, e Branimiro, insigne Principe dei Croati, al tempo della deplorevole separazione tra la Chiesa Orientale e quella Occidentale, dopo la quale i Croati, per un certo periodo, erano stati sotto la tutela civile ed ecclesiastica di Bisanzio. Fu proprio il Principe Branimiro che, come sostituto nel governo al posto di Sedeslavo, fece in modo che quella popolazione mantenesse il nome cattolico, ed egli stesso invio una serie di lettere nell'878 a quel nostro predecessore, per manifestargli e consolidare la rinnovata fedeltà del popolo, rimanendo fedele a Roma con "animo integro". Per questo motivo il Sommo Pontefice, pieno di gioia, dopo aver impartito la benedizione apostolica nella Solennità dell'Ascensione del Signore, in risposta al Principe gli invio due lettere il 7 giugno per rallegrarsi che il suo popolo si fosse di nuovo ricongiunto con la Chiesa di Occidente.

Un così significativo evento, riassunto brevemente in queste righe, offre una insigne testimonianza sia della retta fede cristiana, in forza della quale da allora quei fedeli per tutti questi secoli venerarono l'Unica Chiesa di Cristo, sia del devoto affetto ed ossequio, con cui non smisero di seguire il successore del beato Pietro. Ora dopo aver fatto queste riflessioni assai utili non solo per corroborare la religiosità di questo sacro gregge, ma anche per dare le giuste direttive in questi tempi per la sua vita cristiana, siamo persuasi che questi fedeli Croati, che ricordiamo a Roma nella Basilica di San Pietro poco tempo fa come pii pellegrini in preghiera con noi e lietissimi di ricevere la nostra benedizione apostolica, trarranno grande profitto anche da questa felicissima celebrazione di un fatto della loro storia passata.

Perciò ci è particolarmente gradito ascoltare le preghiere unanimi dei Venerabili Vescovi della Croazia, rivolte poco fa a noi, perché alla celebrazione, con la quale si concluderanno i festeggiamenti nell'antica città di Nona dell'arcidiocesi di Iadria il 2 di settembre, sia presente il sacro Presule che rappresenta la nostra persona. Noi dunque, assai desiderosi che questo giorno di festa sia sottolineato con maggiore solennità, nominiamo e costituiamo te, Venerabile Nostro Fratello, nostro Inviato Straordinario, e ti affidiamo l'incarico di presiedere nel nome nostro a quei sacri riti.

Ci sta inoltre a cuore di chiedere a quei diletti figli e figlie di ringraziare molto fervidamente Dio per la religione cattolica loro donata da chi li ha preceduti e di servirla ad esempio dei loro predecessori "in ferma speranza e in sincera carità".

Esortiamo tutti a rimanere sempre fedeli a questa Sede apostolica, a non stancarsi di difendere la verità e la santità del nome cristiano e a perseverare lieti nelle buone opere fino alla fine nell'obbedienza ai loro sacri Padri.

Desiderando infine che i riti sacri concludendosi felicemente portino rigogliosi frutti spirituali, impartiamo nel Signore la benedizione apostolica, come auspicio e pegno dei doni celesti, a te, venerabile nostro fratello, agli Arcivescovi, ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, ai fedeli, ai pellegrini Croati delle altre popolazioni della Jugoslavia, che si riuniranno in questa città di Nona per tale occasione.

Data: 1979-08-22

Data estesa: Mercoledì 22 Agosto 1979.





Al Presidente del Consiglio - Canale d'Agordo (Belluno)

Titolo: Sento la voce dell'Italia

Testo: Signor Presidente.

La sua presenza qui, all'inizio del mio pellegrinaggio nella terra natale di Papa Giovanni Paolo I, mi onora; la sua parola, così cordiale e sincera, mi conforta, perché vedo in lei, in certo qual modo, l'Italia, sento la voce dell'Italia, di questa nazione diletta, che dopo l'improvvisa morte di Papa Albino Luciani, è diventata anche la mia Patria, come Vescovo di Roma e Primate della Chiesa italiana.

Perciò la ringrazio di cuore, e con lei ringrazio tutte le altre Autorità civili, militari, scolastiche e religiose, con i sentimenti vivi e profondi che mi detta l'amore che nutro verso il popolo italiano e la venerazione verso il mio predecessore, rimasto per così breve tempo sulla Cattedra di Pietro.

Il mio pellegrinaggio in questa terra benedetta vuol essere: un incontro spirituale con Giovanni Paolo I, per sentirne ancora l'influsso di serenità e di pace interiore; un omaggio alla fede, alla cultura, alle tradizioni umane e cristiane, agli ideali di questo popolo religioso e lavoratore; un invito a seguire gli insegnamenti e gli esempi, che questo grande Pontefice ha dato non solo alla Chiesa ma all'intera umanità, e soprattutto il suo messaggio di amore.

Ci accompagni oggi, in questa sosta nelle sue terre accoglienti e suggestive; ma ci accompagni specialmente per tutta la vita, colui che oggi ricordiamo in modo tutto particolare, e che così profonda orma ha lasciato nella Chiesa e nel mondo.

Signor Presidente, mentre ancora rinnovo il mio sentito ringraziamento, desidero estendere il mio saluto paterno e cordiale a tutta l'Italia, e imparto la propiziatrice benedizione apostolica.

Data: 1979-08-26

Data estesa: Domenica 26 Agosto 1979.





Omelia a Canale d'Agordo - Belluno

Testo: Carissimi fratelli e sorelle di Canale d'Agordo! Sono particolarmente lieto di trovarmi oggi tra voi, nell'anniversario della elevazione al Supremo pontificato del vostro concittadino, l'amatissimo e indimenticabile Papa Giovanni Paolo I. Ma sono anche profondamente commosso. Tutti infatti ricordiamo ancora con intatta emozione - e specialmente il Papa che vi parla e i Cardinali che parteciparono a quel Conclave durato poco più di un giorno - tutti ricordiamo lo straordinario fenomeno che sono stati la elezione, il pontificato, la morte di quel Papa; tutti ne conserviamo in cuore la figura e il sorriso; tutti abbiamo scolpito nell'anima il ricordo degli insegnamenti, che egli moltiplico con instancabile zelo e amabilissima arte pastorale nei brevi trentatré giorni del suo ministero universale; e tutti sentiamo ancora in cuore la sorpresa e lo sgomento della sua fine inaspettata, che improvvisamente lo tolse alla Chiesa e al mondo, dando termine ad un pontificato che aveva già conquistato tutti i cuori. Il Signore ce lo ha donato come per mostrarci l'immagine del Buon Pastore, che egli si è sempre sforzato di realizzare seguendo la dottrina e gli esempi del suo prediletto modello e maestro, Papa san Gregorio Magno; e nel sottrarlo al nostro sguardo, ma non certo al nostro amore, ha voluto darci una grande lezione di abbandono e di fiducia in lui solo, che guida e regge la Chiesa pur nel mutare degli uomini e nel seguito talora incomprensibile degli eventi terreni.

Nel ricordo di quel passaggio così rapido e tanto sconvolgente, ho desiderato di venire tra voi, al compiersi esatto di un anno da quando la figura di Giovanni Paolo I apparve per la prima volta alla Loggia della Basilica Vaticana. Sono commosso, ripeto, di trovarmi qui, nel ridente borgo dolomitico ov'egli vide la luce, in una famiglia semplice e laboriosa che ben può considerarsi l'emblema delle buone famiglie cristiane di queste valli montane; commosso di celebrare i Santi Misteri qui, ove egli senti la vocazione al sacerdozio, seguendo l'esempio dei numerosi vostri cittadini che nei secoli accolsero la chiamata divina; qui ove egli ricevette il santo Battesimo e la Confermazione, qui ove celebro per la prima volta la Santa Messa, l'8 luglio del

1935, e ove ritorno ancora come Vescovo di Vittorio Veneto, come Patriarca di Venezia e Cardinale di Santa Romana Chiesa. E mi piace ricordare che qui ancora volle ritornare, nel febbraio dello scorso anno, pochi mesi prima della sua elevazione alla cattedra di Pietro, per predicare a voi una breve Missione in preparazione alla Pasqua.

E qui egli è ancora in mezzo a noi, oggi. Si, carissimi fratelli e sorelle di Canale d'Agordo. Egli è qui: col suo insegnamento, col suo esempio, col suo sorriso.

1. Anzitutto egli ci parla del suo grande, fermissimo amore alla Santa Chiesa.

Nella seconda lettura della santa Messa abbiamo udito che san Paolo, tracciando agli Efesini un sublime programma di amore coniugale, scrive: "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ep 5,25ss). Ebbene, nell'udire queste parole, il mio pensiero andava al momento in cui, nella maestà della Cappella Sistina, nell'annunciare al mondo, con voce limpida e chiara, il suo programma pontificale, Papa Luciani aveva detto: "Noi ci poniamo interamente, con tutte le nostre forze fisiche e spirituali, al servizio della missione universale della Chiesa" (Discorso del 27 agosto 1978: "Insegnamenti di Giovanni Paolo I", p. 14).

La Chiesa! Egli aveva imparato ad amarla qui, tra i suoi monti, ne aveva visto come l'immagine nella sua umile famiglia, ne aveva ascoltato la voce dal catechismo del Parroco, ne aveva attinta la linfa profonda dalla vita sacramentale che gli veniva dispensata nella sua parrocchia. Amare la Chiesa, servire la Chiesa è stato il programma costante della sua vita. Ancora in quel primo Radiomessaggio al mondo egli aveva detto con parole, che oggi ci suonano veramente profetiche: "La Chiesa, piena di ammirazione e amorevolmente protesa verso le umane conquiste, intende peraltro salvaguardare il mondo, assetato di vita e d'amore, dalle minacce che lo sovrastano... In questo momento solenne, noi intendiamo consacrare tutto quello che siamo e che possiamo a questo scopo supremo, fino all'estremo respiro, consapevoli dell'incarico che Cristo stesso ci ha affidato" (Discorso del 27 agosto 1978, "Insegnamenti di Giovanni Paolo I", p. 66).

Come Parroco, come Vescovo, come Patriarca, come Papa, egli non ha fatto altro che questo: dedicare tutto se stesso alla Chiesa, fino all'estremo respiro: la morte lo ha colto così, come sugli spalti di un vero e proprio servizio insonne; così egli è vissuto, così è morto, dedicandosi tutto alla Chiesa con una semplicità disarmante, ma anche con una fermezza incrollabile, che non aveva timori perché fondata sulla lucidità della sua fede e sulla promessa indefettibile, fatta da Cristo a Pietro e ai suoi successori.


2. E qui troviamo un altro punto di riferimento, un'altra struttura portante della sua vita e del suo pontificato: l'amore a Cristo Signore. Papa Giovanni Paolo I è stato l'araldo di Gesù Cristo, Redentore e maestro degli uomini, vivendo l'ideale già delineato da san Paolo: "Ognuno ci consideri ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio" (1Co 4,1). Il suo intento l'aveva chiaramente espresso nell'udienza generale del 13 settembre, parlando della fede: "Quando il povero Papa, quando i Vescovi, i sacerdoti propagano la dottrina, non fanno altro che aiutare Cristo. Non è una dottrina nostra, è quella di Cristo; dobbiamo solo custodirla e presentarla" (Discorso del 13 settembre 1978: "Insegnamenti di Giovanni Paolo I", p. 66). La verità, l'insegnamento, la parola di Cristo non mutano, anche se esigono di essere presentate a ogni tornante della storia in modo da riuscire comprensibili alla mentalità e alla cultura del momento: è una certezza che non cambia, anche se cambiano gli uomini e i tempi e anche se da questi non viene compresa o forse ne è rifiutata. E' ancora e sempre l'irremovibile atteggiamento di Gesù, che - come dice il Vangelo dell'odierna domenica - non sminui né muto di alcunché il suo insegnamento sull'Eucaristia, pur davanti all'abbandono quasi totale dei suoi ascoltatori e degli stessi discepoli, e anzi pose gli Apostoli di fronte al severo aut-aut di una decisione, di una scelta suprema: "Forse anche voi volete andarvene?" (Jn 6,67). Nella risposta di Pietro ravvisiamo l'atteggiamento di tutta la vita, sino alla fine, di Giovanni Paolo I: "Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio". La sua fede, il suo amore a Gesù hanno davvero "confermato" noi tutti, suoi fratelli, con un altissimo e coerente insegnamento di abbandono all'onnipotente protezione del Signore Gesù: "Tenendo la nostra mano in quella di Cristo, appoggiandoci a lui, siamo saliti anche noi al timone di questa nave, che è la Chiesa; essa è stabile e sicura; pur in mezzo alle tempeste, perché ha con sé la presenza confortatrice e dominatrice del Figlio di Dio" (Discorso del 27 agosto 1978; "Insegnamenti di Giovanni Paolo I", p. 13), aveva già proclamato all'inizio del pontificato. E a tale programma si è tenuto fedele, sulla scorta degli insegnamenti del suo amato Maestro e predecessore san Gregorio Magno, invocando davanti al mondo l'immagine, buona e incoraggiante, del divino Pastore: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29). E così egli rimane scolpito per sempre nei nostri cuori.


3. Ma Gesù è vissuto per il Padre, è venuto per fare la volontà del Padre (cfr. Mt 6,10 Mt 12,50 Mt 26,42 Jn 4,34 Jn 5,30 Jn 6,38), ha proposto all'uomo l'immagine del Padre, che pensa a noi e ci ama col suo amore eterno. Ebbene, troviamo qui ancora un tratto della figura e della missione di Papa Albino Luciani; l'amore a Dio Padre. Con uguale profondo sentimento di fede, ha anche annunciato con straordinaria energia l'amore del Padre Celeste verso gli uomini. Come Giosuè davanti a Israele, secondo la prima lettura della santa Messa, egli ha richiamato energicamente alla grande, sconvolgente realtà dell'amore di Dio per il suo popolo, alla stupenda bellezza dell'elezione alla figliolanza divina, suscitando come allora un fremito appassionato di risposta da parte di tutta la Chiesa: "Anche noi vogliamo servire il Signore, perché egli è nostro Dio" (GS 24,18). La sua anima si era rivelata tutta, in questo senso, fin dalla prima udienza, quando, parlando del dovere di essere buoni, aveva sottolineato: "Davanti a Dio, la posizione giusta è quella di Abramo, che ha detto: "Sono soltanto polvere e cenere davanti a te, o Signore!". Dobbiamo sentirci piccoli davanti a Dio" (Discorso del 6 settembre 1978: "Insegnamenti di Giovanni Polo I", p. 49). Troviamo qui la quintessenza dell'insegnamento evangelico, com'è stato proposto da Gesù e compreso dai Santi, ai quali il pensiero della paternità di Dio suscita gli echi più profondi dell'anima: pensiamo a un san Francesco d'Assisi, a una santa Teresa di Lisieux.

Giovanni Paolo I ha ricordato con insolito vigore l'amore che Dio ha per noi, sue creature, paragonandolo, sulla grande linea del profetismo veterotestamentario, non solo all'amore di un padre, ma alla tenerezza di una madre verso i propri figli: l'ha fatto nell'"Angelus" del 10 settembre con queste parole che tanto colpirono l'opinione pubblica: "Noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra che sia notte" (Angelus del 10 settembre 1978: "Insegnamenti di Giovanni Paolo"I, p. 61). E nell'udienza generale del 10 settembre: "Dio ha tanta tenerezza verso di noi, più tenerezza di quella che ha una mamma verso i suoi figlioli, come dice Isaia" (Discorso del 13 settembre 1978: "Insegnamenti di Giovanni Paolo I", p. 65; cfr. Discorso del 27 settembre 1978: "Insegnamenti di Giovanni Paolo I", p. 95). Per questo incrollabile senso di Dio, si comprende come il mio predecessore abbia fatto principale oggetto delle sue catechesi del Mercoledì proprio le virtù teologali, che tali sono perché nascono da Dio e di lui sono dono increato e infuso in noi nel battesimo. E sull'insegnamento della carità, la virtù teologale che ha Dio come fonte e principio, come modello e come premio, e che non tramonterà mai più, si è chiusa la pagina terrena di Giovanni Paolo I, o meglio, si è aperta per sempre, nell'eterno faccia a faccia con Dio, che egli ha tanto amato e ci ha insegnato ad amare.

Carissimi fratelli e sorelle di Canale d'Agordo! L'insegnamento di Papa Luciani, vostro compaesano, si trova particolarmente in queste realtà che vi ho ricordate; amore alla Chiesa, amore a Cristo, amore a Dio. Sono le grandi verità del cristianesimo, che egli ha appreso qui, in mezzo a voi, fin da semplice bambino, come da adolescente aduso alla povertà e all'ascesi, e da giovane aperto alla chiamata di Dio. Hanno innervato la sua vita di prete e di Vescovo fino a ricordarle al mondo intero con l'impareggiabile incisività del suo personalissimo ministero.

Siate fedeli ad una eredità tanto semplice, ma tanto grande! Mi rivolgo alle famiglie, che formano la tessitura sostanziale di queste terre benedette da Dio: siate fedeli alle tradizioni cristiane, continuate a trasfonderle nei vostri figli, a respirare entro di esse come in un secondo elemento naturale, a darne testimonianza nella vita, nel lavoro, nella professione. Distinguetevi sempre per l'amore alla Chiesa, a Gesù Cristo, a Dio! E lo ripeto ai giovani, speranza del domani, tanto cari al mio cuore; spero ardentemente che in mezzo a voi continuino a sbocciare le vocazioni sacerdotali e religiose, secondo gli esempi ricevuti; lo ripeto agli emigranti, che cercano fuori della patria, ma col cuore rimasto presso i cari monti natii, un avvenire più sicuro per sé e per le proprie famiglie; lo dico ai lavoratori, e a tutti i carissimi fratelli e sorelle che mi ascoltano. Solo qui, nell'adesione fedele a Dio che ci ama, e ci ha parlato per mezzo del Figlio suo, e ci guida e sostiene per mezzo della Chiesa, noi possiamo trovare quella nobiltà, quella dirittura, quella grandezza che nessun'altra cosa al mondo può darci. Di qui nasce la vera prerogativa della gente italiana, di qui voi incarnate così bene i caratteri e le virtù e solo qui può essere garantita la continuità di quel patrimonio spirituale, che ha dato alla Patria e alla Chiesa figure tanto nobili e grandi, qual è stato per tutto il mondo un uomo e un Papa come Giovanni Paolo I.

Ho sentito il dovere di venire fin qui proprio per ricordare a voi, abitanti di Canale d'Agordo, e Bellunesi tutti, come pure a tutto il popolo italiano, la bellezza e la grandezza della vostra vocazione cristiana. L'ho fatto quale continuatore della missione del mio predecessore, la quale iniziava un anno fa come un'alba piena di speranza. Come ho scritto nella mia prima enciclica "Redemptor Hominis", "già il 26 agosto 1978, quando egli dichiaro al Sacro Collegio di volersi chiamare Giovanni Paolo - un binomio di questo genere era senza precedenti nella storia del Papato - ravvisai in esso un chiaro auspicio della grazia sul nuovo pontificato.

Dato che quel pontificato è durato appena trentatré giorni, spetta a me non soltanto di continuarlo, ma in certo modo di riprenderlo dallo stesso punto di partenza" (Giovanni Paolo II, RH 2: AAS 71 (1979) 259).

La mia presenza qui, oggi, non dice soltanto il mio sincero amore per voi, ma è il segno anche pubblico e solenne di questo mio impegno e vuole testimoniare davanti al mondo che la missione e l'apostolato del mio predecessore continuano a brillare come luce chiarissima nella Chiesa, con una presenza che la morte non ha potuto troncare. Essa le ha dato anzi un impulso e una continuità che non tramonteranno mai.

Data: 1979-08-26

Data estesa: Domenica 26 Agosto 1979.





Recita dell'Angelus - Marmolada (Belluno)

Testo:

1. "Levavi oculos meos in montes...". Alzo gli occhi verso i monti... ().

Queste parole del Salmista mi vengono spontanee alla mente in occasione della recita dell'"Angelus" insieme con quanti sono qui convenuti per partecipare a questa preghiera della domenica ed unitamente a coloro che vi prendono parte attraverso la radio e la televisione in tutta la terra italiana come in qualsiasi altro paese.

Ci ha tutti qui riuniti il ricordo di Papa Giovanni Paolo I, di colui che per primo ha assunto, dopo l'elezione alla Sede di san Pietro, ambedue i nomi dei suoi predecessori. Ci ha qui condotti il ricordo del giorno della sua elezione, perché esattamente un anno fa, nel giorno 26 agosto, verso le ore sei di sera, il Cardinale Albino Luciani, patriarca di Venezia, dopo la conclusione dello scrutinio, alla domanda del Cardinale Camerlengo di santa Romana Chiesa se accettava l'elezione, rispondeva con mite voce: "Accetto". Ricordo che egli, nel dare la risposta, sorrideva nel suo consueto modo. E, la Chiesa orfana dopo la morte di Paolo VI, aveva di nuovo il Papa.

E' stato un particolare bisogno del mio cuore venire proprio oggi nel primo anniversario dell'elezione di Giovanni Paolo I, nei suoi luoghi natii, qui tra queste montagne dalle quali il Signore ha inviato a Roma il suo servo.

Queste montagne, dove egli è nato, mi ricordano anche le mie montagne native. E mi ricordano Jasna Gora (Chiaromonte), dove oggi viene solennemente celebrata la festa di Nostra Signora di Jasna Gora.

Ma soprattutto questi monti ricordano Giovanni Paolo I, che nel momento in cui, attraverso i voti dei cardinali riuniti in conclave, si manifestava la volontà del Signore, levava gli occhi della sua anima in alto, e trovava la risposta alla domanda che gli aveva rivolto la Chiesa: accetti? "Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi?". Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l'aiuto?

2. Si è parlato, e si è scritto molto intorno a questo conclave, che dopo i quindici anni del pontificato di Paolo VI fu convocato per eleggere il suo successore. Il Collegio Cardinalizio era numeroso come non mai. Paolo VI aveva, infatti, realizzato in modo definitivo la sua internazionalizzazione. Era dunque molto differenziato dai precedenti. A molti sembrava che questo fatto rendesse difficile e più lungo il conclave. Invece, già verso la sera del primo giorno, al quarto scrutinio veniva eletto il nuovo Papa.

Ciò ha dimostrato che, al di sopra delle previsioni umane, e di tutte le circostanze oggettive che umanamente sembravano difficili da superare, ha operato dall'alto la Luce e la Potenza, ha operato lo Spirito Santo, al quale gli elettori volevano essere assolutamente obbedienti. Tutta la Chiesa ha visto nell'elezione di Giovanni Paolo I il segno di questa divina operazione e si è allietata per la presenza dello Spirito Santo che viene "dall'alto" per soffiare dove vuole (cfr. Jn 3,8); affinché continui in tutta la Chiesa la certezza della sua azione e la prontezza nella sottomissione ai suoi santi doni.


3. "Levavi oculos meos in montes".

Venendo oggi su questa magnifica vetta delle Dolomiti, nel quadro del pellegrinaggio ai luoghi della nascita e della giovinezza di Giovanni Paolo I, richiamato a sé dal Padre celeste dopo trentatré giorni di ministero pastorale sulla sede di san Pietro, desidero insieme con tutta la Chiesa alzare gli occhi a Colei, la cui immagine sovrasta da oggi quale splendida corona le cime delle Dolomiti.

Sollevino a lei il loro sguardo pieno d'amore e di speranza tutte le Chiese, tutte le terre e tutti gli uomini. così la guarda la mia natia terra polacca, celebrando la solennità della Madre di Jasna Gora. così anche alza il suo sguardo verso Maria tutta la terra italiana - dal meridione al settentrione - verso queste montagne. Sono infatti passati venti anni dalla solenne consacrazione alla Madre ai Dio, fatta nel settembre del 1959 dopo il trionfale passaggio per le città italiane della Madonna pellegrina giunta da Fatima. La statua della Madre di Cristo sulla cima delle Dolomiti ricordi questa consacrazione, la rinnovi e la vivifichi.

L'uomo moderno deve alzare lo sguardo, ed elevarlo in alto. Sempre più insistentemente sente il pericolo dell'esclusivo attaccamento alla terra. E tanto più facilmente si alza lo sguardo in alto, quando i nostri occhi s'incontrano con quella dolce Madre che è tutta semplicità e amore; essa l'umile ancella del Signore.

E perciò, in ricordo del primo anniversario della singolare elezione alla Sede di san Pietro del Papa Giovanni Paolo I, lasciamo questo segno della sua materna presenza sulla terra che gli ha dato i natali. Lasciamo questo segno: questa statua della Madre di Dio qui su questa chiostra di monti, affinché abbracci di qua tutta l'Italia. Affinché guardi in tutti i cuori degli uomini, che da tutta questa terra verso di lei levano lo sguardo.

A tutti coloro che vogliono camminare per le vie della fede, della speranza, della carità, a tutti coloro ai quali è caro il mistero di Cristo nella storia dell'uomo, legato col patrimonio spirituale della Sede di san Pietro, sia questo il giorno della benedizione e della grazia.

Data: 1979-08-26

Data estesa: Domenica 26 Agosto 1979.





Omelia allo stadio comunale di Belluno

Titolo: Siate forti nella fede, nella laboriosità, nel sacrificio

Testo: Venerati Fratelli Vescovi; e voi, Sacerdoti e fedeli delle Chiese di Belluno e del Veneto!

1. Non poteva mancare, dopo la visita al paese natale dell'amato mio predecessore Giovanni Paolo I, una sosta anche se necessariamente breve nella Città, che lo vide giovane seminarista presso il locale Seminario Gregoriano, e poi zelante sacerdote, pieno di amore per Gesù Signore e per le anime. La presente celebrazione eucaristica è, pertanto, un rinnovato omaggio alla memoria benedetta di questo Papa, la cui grandezza, direi, è inversamente proporzionale alla durata del suo servizio nella sede di Pietro; ed è insieme uno speciale segno di riverenza e di considerazione per le illustri diocesi di Belluno e di Feltre, a lui tanto care.

Nel salutare ciascuno, di voi qui presenti - Autorità ecclesiali e civili, Parroci, Religiosi, Religiose e Laici - il mio sguardo si allarga e si estende all'intera Terra Veneta, terra antica, nobile e feconda, nella quale non è infrequente rinvenire "historia teste", lungo il corso dei secoli, una fioritura di anime ardenti e generose, tra le quali non ultima si può a buon diritto annoverare la figura di Papa Luciani.


2. Ma consentitemi, al fine di meglio inquadrare la nostra assemblea liturgica e di dare ad essa il necessario riferimento o fondamento ch'è la Parola di Dio, consentitemi di riprendere l'importante testo evangelico che abbiamo ora ascoltato. Come sapete, già da qualche settimana, nelle domeniche di questo periodo "per annum", la Chiesa con sapiente pedagogia ci fa leggere e meditare il grande discorso tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, per presentare il "pane di vita" e per presentare se stesso come pane di vita. Anche oggi ce n'è proposto un brano, quello conclusivo (cfr. Jn 6,60-69), in cui le ripetute e solenni enunciazioni del Signore sollecitano da parte nostra una decisa risposta di fede, come la sollecitarono allora da parte dei discepoli. Ricordate quel che leggemmo domenica scorsa: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna ed io lo risuscitero nell'ultimo giorno"; "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui" (Jn 6,

54.56). Sono, queste, affermazioni di altissimo contenuto spirituale, che non si comprendono certo né si spiegano col metro dell'umana ragione: esse trascendono, infatti, la limitatezza dell'esistenza terrena; esse ci parlano di vita eterna e di risurrezione; esse prospettano un misterioso rapporto tra Cristo ed il credente che si configura come reciproca compenetrazione di pensiero, di sentimento e di vita. Ora, in che modo possiamo noi sintonizzarci con un discorso di tale levatura? "Molti dei suoi discepoli - leggiamo nel Vangelo di oggi - dissero: Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?" (Jn 6,60).

Ecco, ci è presentata la posizione umana, terrena, quale è suggerita dal semplice raziocinio, dinanzi alle prospettive aperte dalla parola di Gesù. Ma ecco che sopravviene in noi la certezza, perché egli stesso ci rassicura: "Le parole che vi ho detto sono spirito e vita" (Jn 6,63). Ed ecco, ancora, di fronte all'ineludibile alternativa di accettare o di respingere queste sue parole, l'esemplare e per noi corroborante risposta data da Pietro: la sua è una magistrale professione di fede: "Da chi andremo, o Signore? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio!" (Jn 6,69).

Permettetemi, fratelli e figli carissimi, di rilevare a questo punto la felicità, la convenienza e rispondenza di tale pagina evangelica in ordine alla circostanza che trova quest'oggi riuniti il Papa e i fedeli di un'eletta porzione del Popolo di Dio. Venuto da Roma per onorare il mio insigne predecessore, essendomi messo in ideale compagnia con lui per ripercorrere le fasi della sua formazione morale, sacerdotale e pastorale, ho trovato, anzi abbiamo insieme trovato sui nostri passi questo testo nel quale Pietro stesso, il primo Vicario di Cristo, insegna ai suoi successori quale sia la linea da seguire per non venir meno al dovere apostolico, per non deflettere dalla retta via, per rispondere meno indegnamente al disegno redentivo di Cristo, pastore supremo del gregge. Questa linea è la fede: fede indiscussa, piena, incrollabile nella Parola di Cristo e nella Persona di Cristo; fede quale si è rivelata a Cesarea di Filippo, quando è Pietro che, superando le opinioni limitatrici ed errate degli uomini, ravvisa in Gesù "il Cristo, il Figlio di Dio vivente" (Mt 16,16); fede quale si rivela nell'odierna lettura, quando è Pietro che, ancora una volta, confessa la trascendente validità "per la vita eterna" delle parole stesse di Cristo. Si tratta di una duplice e splendida professione di fede, che - come osserva san Leone Magno - è ripetuta quotidianamente da Pietro all'interno di tutta la Chiesa (cfr. S Leone Magno, "Sermo III", 3: PL 54, 146). Per questo, una tale lezione vale innanzitutto per me e per il formidabile ministero che è venuto a gravare sulle mie spalle, dopo l'inopinata e dolorosa scomparsa dell'indimenticato vostro conterraneo Giovanni Paolo I.


3. Ma l'accennata opportunità o convenienza di questo Vangelo si dimostra anche in rapporto a voi, che mi state ora ascoltando. Il discorso della fede di Pietro, cioè della fede autentica e sicura, si applica molto bene per la sua esemplarità agli eredi di una tradizione religiosa che, nel contesto più vasto della tradizione italiana, si distingue per la solidità, per la coerenza, per la capacità di incidere sul sano costume morale. Parlo della vostra fede, o fratelli del Bellunese, una fede che riflette e conferma e rende con esattezza l'immagine della fede delle popolazioni venete e, più in generale, la fisionomia cristiana dell'Italia. Quale eredità più preziosa, quale tesoro più caro potrebbe raccomandarvi il Papa, che è venuto tra voi? Per grazia di Dio e - è doveroso riconoscerlo - per l'indefessa dedizione di tanti Pastori, questo patrimonio è ancora sostanzialmente intatto: la fede, a voi trasmessa come lampada luminosa dai padri, è viva ed ardente; ma è pur necessario vigilare e vigilare costantemente (ricordate la parabola delle dieci vergini?) (cfr. Mt 25,1-13), è necessario vigilare e pregare (cfr. Mt 26,41 Mc 14,34-38 Lc 12,35-40), perché questa lampada non si spenga mai, ma resista ai venti e alle tempeste, brilli con maggiore intensità e con più ampio potere di irradiazione; e sia aperta alla comprensione e alla conquista. Oggi c'è veramente bisogno di una fede matura, salda, coraggiosa di fronte alle sopravvenute incertezze di alcuni fratelli, come a chi pensa che l'Italia sia una terra che si sta ormai scostando dalle tradizioni cristiane, per entrare nell'era cosiddetta post-cristiana. No, fratelli! Io so che non è così, e voi stessi mi rispondete ora - l'avete già risposto con la vostra commossa accoglienza fin da stamane - che non è così! Dalla conoscenza che da molti anni ho dell'Italia e degli Italiani, dalla più diretta esperienza che ho acquisito quotidianamente in questi mesi del mio servizio pontificale, io so che non è così: nonostante le accresciute insidie ed i maggiori pericoli, l'autentico volto della Nazione è cristiano, illuminato com'è dalla luce di Cristo e del suo Vangelo. Di tutto ciò, del resto, offre un'indubbia conferma la vitalità che l'Italia stessa dimostra di possedere per quanto riguarda la causa delle Missioni: la Chiesa Italiana - e sono ben lieto di affermarlo a titolo di compiacimento - e di lode è fortemente missionaria ed in proporzione, tenuto conto cioè delle condizioni economiche di Paesi privilegiati, è la prima nella scala degli aiuti alle Missioni. E al di sopra di questo dato esterno sta la realtà, molto più rilevante, dei Missionari - Sacerdoti, Religiosi, Suore, Personale laico specializzato - i quali sono offerti in percentuale elevatissima dall'Italia e, particolarmente, dal Veneto per l'espansione del Regno di Dio.


4. A questo punto, il tema della fede - da custodire, da approfondire, da diffondere - mi porta quasi naturalmente a rivolgermi ai giovani. Sapete come negli incontri e nelle pubbliche udienze non ometto mai di parlare ad essi, e ciò faccio non soltanto per l'ovvia e, si direbbe, interessata ragione che è l'età stessa a riservare loro l'avvenire ed a renderli a breve scadenza protagonisti degli avvenimenti, ma anche e soprattutto per le peculiari doti che son proprie della gioventù: l'entusiasmo e la generosità, la lealtà e la freschezza, il senso della giustizia, la pronta disponibilità a servire i fratelli, in tante forme di assistenza e di carità, il rifiuto delle mezze misure, il disprezzo dei calcoli meschini, il fastidio per ogni forma di ipocrisia e io mi auguro, anche il ripudio di ogni forma di intolleranza e di violenza.

Vi diro, allora, o giovani che qui mi ascoltate, che la Chiesa da sempre, ma oggi ben più che in passato, conta su di voi, ha fiducia in voi, molto si attende da voi in ordine all'adempimento della sua missione salvifica nel mondo. Vogliate, perciò, accogliere con cuore aperto questo mio rinnovato appello, che suona invito ad entrare animosamente nella dinamica dell'azione ecclesiale.

Che sarebbe la Chiesa senza di voi? Per questo essa fa su di voi tanto affidamento. Ci sono a nostro conforto le promesse formali di Cristo, che alla Chiesa ha garantito l'ininterrotta sua presenza e assistenza (cfr. Mt 28,20

16,18); ma esse non ci esimono dal dovere permanente di affiancare a questa superiore certezza la nostra diligente ed assidua operosità. E' qui appunto che trova collocazione il mio insistente ricorso a voi giovani, il quale avrà - lo auspico con tutto il cuore - una positiva e pronta risposta da parte vostra.


5. Ancora una parola desidero aggiungere, ricavandola dalla documentazione che mi ha rimesso il vostro Vescovo circa la vita pastorale nelle diocesi di Belluno e Feltre. Mentre rivolgo uno speciale saluto a questa Città, nel rammarico di non averla potuta visitare, esprimo viva soddisfazione per quanto si sta facendo in entrambe le Comunità per la formazione delle nuove generazioni, per lo sviluppo dell'attività catechistica, per l'incremento delle sacre vocazioni. Penso, in particolare, alla prossima Visita Pastorale ed alle "missioni popolari", che secondo una prassi ben collaudata ne saranno il momento preparatorio. Possano queste missioni, affidate a sacerdoti zelanti ed esperti, raggiungere tutte le famiglie ed i gruppi associati, portandoli - com'è nei voti del Pastore - alla scoperta di Cristo redentore dell'uomo ed al conseguente impegno di testimoniarlo nel mondo.

Penso anche, o fratelli, ai problemi sociali della vostra regione, la quale, per la sua stessa conformazione, dispone di scarse risorse e non da oggi conosce, purtroppo, le privazioni ed i sacrifici della povertà. Con quanta commozione fu accolta la notizia, riferita dai giornali, dell'annuale esodo dall'Italia, per motivi di lavoro, del padre del piccolo Albino Luciani, e quella ancora delle dolorose vicissitudini provocate non solo nella sua famiglia, ma nel paese natio e nell'intera zona circostante dalla sopravvenuta guerra mondiale del

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8. Se questo flagello sembra ora fortunatamente lontano, permangono, pero, altre realtà dolorose, quali la povertà del suolo, le calamità di vario genere (ricordo solo il disastro del Vaiont, e il terremoto che colpi alcuni anni fa il territorio delle buone popolazioni del Friuli), l'incombente minaccia della disoccupazione o l'incertezza del posto di lavoro, la perdurante e sempre triste necessità dell'emigrazione, sia essa permanente o stagionale.

La vostra, cari fedeli, è davvero una terra temprata dal sacrificio, ed io ho il dovere di riconoscere e di additare ad esempio, accanto al fervore della vostra fede ed all'attaccamento alle tradizioni avite, il corredo di virtù umane e civili che possedete. Chi non sa che la guerra di sessant'anni fa ha lasciato tra voi profonde tracce, e causato grandi sofferenze? Ciò, tuttavia, ha irrobustito e sviluppato in mezzo a voi il sentimento patriottico ed il vincolo della solidarietà nazionale. Anche questi valori io voglio esaltare perché come definiscono il profilo di un popolo, così si armonizzano senza contraddizione di sorta con la genuina spiritualità religiosa. Ma ancor più mi preme e mi pare in tal modo di unire la mia voce a quella così calda e suadente ed a voi tanto familiare di Papa Luciani di lasciarvi a ricordo della visita una speciale esortazione alla fortezza, ch'è ad un tempo un'alta qualità umana ed una tipica virtù cristiana. Siate forti nella fede, forti nella laboriosità, forti nello spirito di sacrificio! Sarà questo il modo più adeguato e più degno per onorare nei fatti l'amabile figura del vostro e nostro Giovanni Paolo I.

(Ai fedeli di lingua tedesca) Un saluto particolare rivolgo di qui ai fedeli di lingua tedesca che sono tra la popolazione di queste meravigliose valli e montagne. Egualmente saluto anche i turisti dei Paesi vicini, che in questo periodo passano qui le loro vacanze e sono presenti nei diversi luoghi della mia odierna visita nella patria di Papa Giovanni Paolo I.

Raccomando alla materna protezione di Maria i molteplici contatti tra gli uomini, al di là di ogni confine di stirpe e di nazione, i quali, proprio in questa regione, sono tanto numerosi e si dimostrano fruttuosi. Si continui ad approfondire e a rafforzare in tal modo la reciproca comprensione e la pacifica convivenza tra i diversi gruppi etnici e tra i popoli! Maria, la Madre della Chiesa, è al tempo stesso anche la Regina della pace.

Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace, prega per noi! Data: 1979-08-26

Data estesa: Domenica 26 Agosto 1979.






GPII 1979 Insegnamenti - Lettera al Cardinale Seper - Città del Vaticano (Roma)