
GPII 1980 Insegnamenti - Ad un gruppo di sacerdoti - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Perseverate nell'amore
Carissimi sacerdoti novelli, Figli di San Leonardo Murialdo! Appena ordinati "Ministri del Signore" e dopo aver celebrato la vostra prima Santa Messa, avete ardentemente desiderato incontrarvi con il Papa per manifestare la vostra fedeltà alla Chiesa, per ascoltare la sua parola e ricevere la sua Benedizione.
Ed io sono lieto di accogliervi e di porgervi il mio più affettuoso saluto: vi ringrazio per questo atto di filiale ossequio e partecipo pienamente alla vostra grande gioia di essere stati configurati più strettamente a Cristo mediante il Sacramento dell'Ordine, chiamati a servirlo nella Chiesa con i suoi stessi poteri divini.
E con voi intendo anche salutare cordialmente i vostri Superiori ed Insegnanti, i vostri Genitori e parenti.
In questo momento, così trepidante per voi, la mia esortazione è unica: perseverate nell'Amore! perseverate nella "grazia sacramentale" e nella missione austera ma stupenda della salvezza delle anime! E per perseverare non avete che da ispirarvi alla figura del vostro Fondatore, San Leonardo Murialdo, di cui certamente conoscete la vita ricolma di zelo e gli scritti appassionati.
Il primo mezzo di perseveranza sia per voi l'ansia apostolica. Il Sacerdote deve avere una visione "escatologica" della esistenza e della storia e vivere in questa prospettiva. Le anime devono essere evangelizzate, salvate, santificate: questa è la volontà di Dio! Il Sacerdote è il responsabile di tale annunzio e di tale salvezza. Non dimenticate mai l'ansia apostolica del Murialdo, che diceva: "Non ci diamo il rimorso di dover temere che qualche anima, redenta dal Sangue di Cristo, sia andata perduta, in parte per nostra ignavia, per nostra pigrizia, per nostro egoismo".
Un secondo mezzo di perseveranza è il senso del realismo cristiano. Il Murialdo, spirito eminentemente equilibrato e concreto, in tempi contristati e oscuri, aveva una grande fede e fiducia nell'uomo. Voi conoscete i suoi motti-programma: "Tacciamo e facciamo". "Fatevi santi e fate presto". Dopo le vicende del 1870, scriveva: "La nostra epoca ha il buono e il cattivo come tutte le epoche; ma il cattivo non si cambia crollando il capo e ritirandosi sotto la tenda di Achille... La Chiesa e i cristiani saranno sempre in stato di milizia su questa terra. Noi da parte nostra, alle preghiere uniamo le buone opere, lo zelo cattolico, l'unione delle forze, l'ardore della salvezza delle anime; ma subito, senza aspettare interventi celesti ed immaginari trionfi" (San Leonardo Murialdo, Lettere del maggio 1872).
E' davvero un ottimo programma e quanto mai attuale: non ottimismo irreale, e neppure pessimismo, che fa torto alla Provvidenza; ma un sano realismo cristiano, che accetta la realtà dell'uomo e della storia per amarla e per salvarla in nome di Cristo, con fatica e con pazienza.
Ed, infine, un terzo mezzo di perseveranza è la purezza del pensiero, mediante lo studio ordinato e le buone letture. Il vostro Fondatore nel fermento delle nuove filosofie razionalistiche e materialistiche del secolo, si era sentito profondamente educatore, e specialmente dei giovani, per mezzo soprattutto della "buona stampa". Ad un secolo di distanza la preoccupazione per la "purezza del pensiero" si è moltiplicata a dismisura. Quanto è importante mantenerci nell'"intimità divina" mediante la meditazione di libri seri e profondi, che riscaldino l'anima al fuoco dell'amore di Dio e la mantengano serena ed entusiasta in qualunque situazione o incombenza venga a trovarsi.
Carissimi Sacerdoti Novelli! Imitate San Leonardo Murialdo anche nella devozione a Maria Santissima e domandatevi sempre: "E' contenta la Madonna di questa mia decisione? Che cosa mi suggerisce? Come si comporterebbe al mio posto?".
Andate dunque ora lieti e coraggiosi nel posto dove l'obbedienza vi manda e perseverate nell'amore, con l'aiuto del vostro Santo e il conforto della mia Benedizione Apostolica.
Data: 1980-03-24 Data estesa: Lunedi 24 Marzo 1980.
Titolo: Nuovo vigore alla vita religiosa della Chiesa cattolica ucraina
Signor Cardinale, venerabili fratelli.
Con la mia lettera "Probe Nostis" del 1° marzo 1980, vi ho qui convocati in Sinodo straordinario e sono lieto di rivolgere un saluto fraterno al signor Cardinale Josyf Slipyj, Arcivescovo maggiore di Leopoli degli ucraini, e a voi Metropoliti, esarchi, eparchi, all'ausiliare e al visitatore apostolico; ed invio un beneaugurante pensiero, unito alla preghiera, agli eccellentissimi presuli - monsignor Malanczuk, monsignor Martenetz e monsignor Gabro - i quali, per motivi di salute non hanno potuto venire a Roma.
Nella cappella Sistina, stamattina, vi ho rivolto - quale pastore della Chiesa universale - una parola di esortazione e di incoraggiamento sul comandamento nuovo che ci è stato affidato per primo, a noi successori di Pietro e degli apostoli: il comandamento di amarci l'un l'altro come il nostro Signore Gesù ci ha amati; un comandamento che va vissuto, attorno all'eucaristia, nell'unità di cuore e di anima a tutti i livelli del nostro essere umano, cristiano ed ecclesiale.
Già all'inizio di questa solenne sessione, desidero manifestare a voi presuli, e alla Chiesa cattolica ucraina tutt'intera, la profonda stima che nutro per essa ed assicurare che seguo con particolare attenzione le notizie che mi giungono in merito alle condizioni dei fedeli in Ucraina e nella diaspora. Con viva ammirazione seguo il vostro cammino, ormai millenario, nella fede, ed ebbi occasione di trattenermi su tale argomento nella lettera che indirizzai all'Arcivescovo maggiore di Leopoli proprio un anno fa. Voglio altresi assicurarvi che le vostre preoccupazioni sono le mie e che le vostre sollecitudini pastorali - come quelle dei vostri collaboratori, sacerdoti, religiosi, religiose e laici - sono intimamente condivise da me e dai diversi organismi della santa Sede.
Il motivo di questo Sinodo straordinario vi è noto: la indicazione di candidati, che siano effettivamente idonei secondo le esigenze dei sacri canoni, per la nomina di colui che possa validamente coadiuvare oggi l'Arcivescovo maggiore di Leopoli degli ucraini, il nostro diletto Cardinale Josyf Slipyj, e possa poi raccoglierne degnamente la successione.
Tutto questo ho voluto che fosse oggetto di un Sinodo, sia per l'importanza dell'avvenimento, sia per far godere alla Chiesa ucraina cattolica, mediante il mio intervento, di un momento di unità sinodale come manifestazione della sua comunione intorno al vicario di Cristo.
Sento infatti vivamente con voi l'esigenza di assicurare la continuità dell'alto ufficio dell'Arcivescovo maggiore di Leopoli.
Questo Sinodo, che avviene dietro la mia convocazione e sotto la mia presidenza, è un Sinodo straordinario perché si tratta di prendere in considerazione la nomina di un coadiutore c.i.s. dell'Arcivescovo maggiore, atto che richiede l'esercizio dell'autorità pontificia: come pure la convocazione, in questo caso vincolante, dei Vescovi ucraini che si trovano al di fuori del territorio dell'arcivescovado maggiore di Leopoli. E avviene qui a Roma, nella sede del Papa, presso il quale tutti i Vescovi e i fedeli cattolici sono come "in casa del Padre"; nella sede di Roma, alla quale tutte le altre Chiese devono convenire, secondo l'espressione di sant'lreneo: "Ad hanc enim Ecclesiam propter potiorem principalitatem necesse est omnem convenire Ecclesiam" (S.Irenaei "Adversus Haereses", 3,3,2) Sono consapevole di agire come umile successore del beato apostolo Pietro, in virtù del divino mandato "confirma fratres tuos" (Lc 22,32), lieto di potervi sostenere nelle vostre angustie, proteggervi da tante difficoltà sia esterne che interne e darvi un attestato di speciale predilezione. Del resto, a questo Sinodo straordinario, altri ne potranno seguire, come già ho avuto occasione di precisare all'Arcivescovo maggiore: si tratta di Sinodi che egli potrà convocare, quando ce ne sia necessità, ottenuto l'assenso del sommo pontefice.
La comunione con Roma è stata per secoli, ed oggi più che mai, un elemento fondamentale e distintivo della fede della Chiesa cattolica ucraina. Il Vescovo di Roma, nel suo ufficio di "principio e fondamento dell'unità della comunione ecclesiale" (LG 23), ha uno speciale dovere di riconoscenza e di sollecitudine verso i suoi fratelli dell'episcopato ucraino, tra i quali anzitutto il venerando Arcivescovo maggiore Cardinale Slipyj, e verso tutta la Chiesa cattolica ucraina, così provata, così fedele.
Desidero rivolgere una parola di particolare riguardo a lei, signor Cardinale. Voglio renderle omaggio per tanti anni di servizio e di sacrificio a favore della causa di Cristo e del suo Vangelo. Voglio ricordare la stima e la considerazione manifestate dai miei predecessori alla sua venerata persona: Papa Pio XII che la nomino coadiutore c.i.s. alla sede arcivescovile di Leopoli degli Ucraini; Papa Giovanni XXIII che le ottenne la libertà dopo la lunga prigionia; Papa Paolo VI, il quale volle dare riconoscimento ai suoi meriti e alle sue sofferenze promovendoLa ad Arcivescovo maggiore (1963) ed elevandola alla dignità cardinalizia (1964). Voglio ringraziare il Signore, insieme ai confratelli ucraini presenti ed assenti, e a tutta la Chiesa cattolica, per ciò che ha operato in lei.
Lo preghiamo con fervore perché la colmi di ogni grazia, affinché possa continuare a raccogliere con giubilo ogni benedizione "ad multos annos". Ho convocato questo Sinodo, come pastore della Chiesa universale, per dare un sostegno alle sue forze, e rinnovato vigore alla vita religiosa della Chiesa cattolica ucraina.
Il Papa esorta pastori e fedeli a non perdere la speranza: c'è una Provvidenza che guida i popoli e prende cura in modo speciale delle comunità dei credenti. "Dio è fedele", come dice san Paolo (1Co 10,13). Le pene, le privazioni, le ostilità sono circostanze di prova, ma sono anche stimolo ad una fedeltà più grande: fedeltà alla propria fede cattolica, all'attaccamento al proprio rito, alle antiche tradizioni, in una parola alla propria identità spirituale, che ha nella comunione col Papa e con tutti i Vescovi della Chiesa cattolica romana l'elemento distintivo del proprio patrimonio di fede e di vita.
Il Papa vorrebbe che questa identità non apparisse agli occhi dei fratelli della Chiesa ortodossa come segno di antagonismo e quasi come un misconoscimento della vita e delle tradizioni gloriose della Chiesa d'oriente; e lo spera proprio in virtù dello spirito ecumenico di oggi che segue la via del dialogo, della comprensione mutua, del considerarsi - come di fatto si è - fratelli nella comune fede nel Cristo Salvatore, membri di Chiese che tendono a ristabilire la piena comunione voluta da Cristo.
E' questa la speranza alla quale i nostri diletti figli ucraini devono nutrire la loro vita ecclesiale, fiduciosi che un giorno la loro costanza fruttificherà in laudem gloriae gratiae Christi (Ep 1,6).
Venerabili fratelli, prima di procedere, vogliamo pregare Iddio Padre onnipotente perché questo Sinodo straordinario sia veramente di gran frutto nella storia millenaria della Chiesa cattolica ucraina, così ricca di tradizioni religiose e feconda di tanti benemeriti confessori e martiri della fede, dei quali la più illustre figura è san Giosafat. Chiediamo con insistenza a nostro Signore Gesù Cristo, capo del corpo mistico, il quale ci ha chiamati al servizio d'amore e mi ha affidato l'incarico di "confermare i fratelli", di benedire questo avvenimento importante e storico nella Chiesa cattolica ucraina. Apriamoci senza riserve allo Spirito Santo perché ci illumini e ci guidi nelle nostre deliberazioni e decisioni. Invochiamo infine il patrocinio della beata Vergine Maria, Madre di Dio. Domani noi commemoreremo il mistero dell'annunciazione, che dà inizio al piano della redenzione. La ligurgia bizantina specialmente ne sottolinea l'importanza nell'economia divina, tanto che il Venerdi Santo non è più aliturgico quando le due commemorazioni coincidono, poiché la passione e morte del Cristo non sarebbero avvenute se il Verbo non si fosse fatto carne nel seno verginale di Maria. Imploriamo, quindi, la Deipara sempre Vergine Maria, Madre della Chiesa, perché interceda propizia a nostro favore ed impetri dalla santissima Trinità copiosi favori e grazie per noi e per la Chiesa cattolica ucraina nella madrepatria e sparsa in tutto il mondo.
Data: 1980-03-24 Data estesa: Lunedi 24 Marzo 1980.
Titolo: Il santo padre in Africa dal 2al 12maggio
Sono lieto oggi di dare la comunicazione ufficiale di un nuovo viaggio apostolico, che già preannunciai all'inizio del mese scorso, in occasione della speciale udienza concessa ai rappresentanti delle comunità delle varie nazioni africane, residenti a Roma. Si tratta della visita in Africa, che, accogliendo l'invito che mi è stato rivolto dai rispettivi episcopati e dai vari capi di stato, compiro dal 2al 12del prossimo mese di maggio, e che, a Dio piacendo, mi porterà in sei diversi paesi di quel grande e promettente continente: lo Zaire, la Repubblica Popolare del Congo, il Kenia, il Ghana, l'Alto Volta e la Costa d'Avorio.
Ringrazio cordialmente anche gli episcopati e le autorità civili dei paesi di cui non mi è stato possibile accettare l'invito gentilmente fattomi pervenire. Desidero assicurarli che ho apprezzato il loro gesto e che con questa mia visita intendo rendere omaggio all'intera Africa ed esprimere il mio sincero affetto a tutti gli abitanti di quel caro continente.
L'aggettivo apostolico, con cui ho subito qualificato tale viaggio, indica chiaramente quale sia l'intenzione essenziale che muove i miei passi. Lo scopo è, infatti, quello di corrispondere alla mia missione di ministero universale e di incontrarmi personalmente con i pastori ed i fedeli di quelle fiorenti comunità, che, già da tempo illuminate dalla fede di Cristo Signore, appaiono oggi aperte al soffio del suo Spirito. Ricordero, in proposito, che per due di questi paesi - lo Zaire e il Ghana - ricorre proprio quest'anno il centenario dell'evangelizzazione: è, dunque, un riconcscimento doveroso, un riconoscimento che da parte della Chiesa cattolica s'ispira a sentimenti di letizia, di soddisfazione e di speranza per lo sviluppo rigoglioso che il seme della parola di Dio ha avuto in quelle contrade, trovandovi il "buon terreno", il quale - come spiega la parabola evangelica - garantisce il frutto abbondante (cfr. Lc 8,11 Lc 8,15 Mt 13,23).
Come potrei, d'altra parte, dimenticare lo sforzo secolare e generoso, spinto non di rado fino all'eroismo e al martirio, che schiere innumerevoli di missionari e missionarie - sacerdoti, religiosi e laici - hanno compiuto nel vasto continente? E come potrei, inoltre, dimenticare l'impulso che, per un più intenso ed incisivo lavoro in terra d'Africa, è venuto dal personale magistero e ministero dei sommi pontefici di questo secolo? Tra tanti esempi, desidero almeno ricordare l'enciclica "Fidei Donum" di Papa Pio XII (1957), la quale diede vita a varie benefiche iniziative, come pure menzionare l'opera del mio più vicino precedecessore Paolo VI, di sempre venerata memoria, che tenendo presente la costituzione conciliare "Ad Gentes", nell'ottobre 1968 volle indirizzare un fervido messaggio all'episcopato ed ai popoli dell'Africa, al quale segui poi un importante viaggio in Uganda.
Di cuore auspico che, con l'aiuto del Signore, la mia visita possa giovare all'incremento della fede cristiana in quelle "regioni che già biondeggiano per la messe" (Jn 4,35) e stimoli, nello stesso tempo, tutte le popolazioni del continente a operare, con impegno fiducioso e deciso, per l'autentico progresso umano al servizio della fratellanza e della pace.
Data: 1980-03-26 Data estesa: Mercoledi 26 Marzo 1980.
Titolo: Il ciclo della conoscenza-generazione e la prospettiva della morte
1. Si avvia verso la fine il ciclo di riflessioni con cui abbiamo cercato di seguire il richiamo di Cristo trasmessoci da Matteo (19,3-9) e da Marco (10,1-12): "Non avete letto che il Creatore da principio li creo maschio e femmina e disse: "Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?"" (Mt 19,4-5). L'unione coniugale, nel Libro della Genesi, è definita come "conoscenza": "Adamo si uni a Eva, sua moglie, la quale concepi e partori... e disse: "Ho acquistato un uomo dal Signore"" (Gn 4,1). Abbiamo cercato già nelle nostre precedenti meditazioni di far luce sul contenuto di quella "conoscenza" biblica. Con essa l'uomo, maschio-femmina, non soltanto impone il proprio nome, come ha fatto imponendo i nomi agli altri esseri viventi (animalia) prendendone così possesso, ma "conosce" nel senso di Genesi 4,1(e di altri passi della Bibbia), e cioè realizza ciò che il nome "uomo" esprime: realizza l'umanità nel nuovo uomo generato. In certo senso, quindi, realizza se stesso, cioè l'uomo-persona.
2. In questo modo, si chiude il ciclo biblico della "conoscenza-generazione". Tale ciclo della "conoscenza" è costituito dall'unione delle persone nell'amore, che permette loro di unirsi così strettamente tra loro, da diventare un'unica carne.
Il Libro della Genesi ci rivela pienamente la verità di questo ciclo. L'uomo, maschio e femmina, che, mediante la "conoscenza" di cui parla la Bibbia, concepisce e genera un essere nuovo, simile a lui, al quale può imporre il nome di "uomo" ("ho acquistato un uomo"), prende, per così dire, possesso della stessa umanità, o meglio la riprende in possesso. Tuttavia, ciò avviene in modo diverso da come aveva preso possesso di tutti gli altri esseri viventi (animalia), quando aveva imposto loro il nome. Infatti, allora, egli era diventato il loro signore, aveva cominciato ad attuare il contenuto del mandato del Creatore: "Soggiogate la terra e dominatela" (cfr. Gn 1,28).
3. La prima parte, invece, dello stesso mandato: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra" (Gn 1,28) nasconde un altro contenuto e indica un'altra componente. L'uomo e la donna in questa "conoscenza", in cui danno inizio ad un essere simile a loro, del quale possono insieme dire che "è carne della mia carne e osso delle mie ossa" (Gn 2,24), vengono quasi insieme "rapiti", insieme presi ambedue in possesso dall'umanità che essi, nell'unione e nella "conoscenza" reciproca, vogliono esprimere nuovamente, prendere nuovamente in possesso, ricavandola da loro stessi, dalla propria umanità, dalla mirabile maturità maschile e femminile dei loro corpi e in fine - attraverso tutta la sequenza dei concepimenti e delle generazioni umane fin dal principio - dal mistero stesso della Creazione.
4. In questo senso, si può spiegare la "conoscenza" biblica come "possesso". E' possibile vedere in essa qualche equivalente biblico dell'"eros"? Si tratta qui di due ambiti concettuali, di due linguaggi: biblico e platonico; soltanto con grande cautela essi possono essere interpretati l'uno con l'altro. Sembra, invece, che nella rivelazione originaria non sia presente l'idea del possesso della donna da parte dell'uomo, o viceversa, come di un oggetto. D'altronde, è pero noto che, in base alla peccaminosità contratta dopo il peccato originale, uomo e donna debbono ricostruire, con fatica, il significato del reciproco dono disinteressato. Questo sarà il tema delle nostre ulteriori analisi.
5. La rivelazione del corpo, racchiusa nel "Libro della Genesi", particolarmente nel capitolo 3, dimostra con impressionante evidenza che il ciclo della "conoscenza-generazione", così profondamente radicato nella potenzialità del corpo umano, è stato sottoposto, dopo il peccato, alla legge della sofferenza e della morte. Dio-Jahvé dice alla donna: "Moltiplichero i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli" (Gn 3,16). L'orizzonte della morte si apre dinanzi all'uomo, insieme alla rivelazione del significato generatore del corpo nell'atto della reciproca "conoscenza" dei coniugi. Ed ecco che il primo uomo, maschio, impone a sua moglie il nome di Eva, "perché essa fu la madre di tutti i viventi" (Gn 3,20), quando già egli aveva sentito le parole della sentenza, che determinava tutta la prospettiva dell'esistenza umana "al di dentro" della conoscenza del bene e del male. Questa prospettiva è confermata dalle parole: "Tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e polvere tornerai!" (Gn 3,19).
Il carattere radicale di tale sentenza è confermato dall'evidenza delle esperienze di tutta la storia terrena dell'uomo. L'orizzonte della morte si estende su tutta la prospettiva della vita umana sulla terra, vita che è stata inserita in quell'originario ciclo biblico della "conoscenza-generazione". L'uomo che ha infranto l'alleanza col suo Creatore, cogliendo il frutto dall'albero della conoscenza del bene e del male, viene da Dio-Jahvé staccato dall'albero della vita: "Ora egli non stenda più la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva sempre" (Gn 3,21). In questo modo, la vita data all'uomo nel mistero della creazione non è stata tolta, ma ristretta dal limite dei concepimenti, delle nascite e della morte, e inoltre aggravata dalla prospettiva della peccaminosità ereditaria; pero gli viene, in certo senso, nuovamente data come compito nello stesso ciclo sempre ricorrente. La frase: "Adamo si uni a ("conobbe") Eva sua moglie, la quale concepi e partori" (Gn 4,1), è come un sigillo impresso nella rivelazione originaria del corpo al "principio" stesso della storia dell'uomo sulla terra. Questa storia si forma sempre di nuovo nella sua dimensione più fondamentale quasi dal "principio", mediante la stessa "conoscenza-generazione", di cui parla il Libro della Genesi.
6. E così, ciascun uomo porta in sé il mistero del suo "principio" strettamente legato alla coscienza del significato generatore del corpo. Genesi 4,1-2sembra tacere sul tema del rapporto che intercorre tra il significato generatore e quello sponsale del corpo. Forse non è ancora né il tempo né il luogo per chiarire questo rapporto, anche se nell'ulteriore analisi ciò sembra indispensabile Occorrerà, allora, porre nuovamente le domande legate all'apparire della vergogna nell'uomo, vergogna della sua mascolinità e della sua femminilità, prima non sperimentata. In questo momento, tuttavia, ciò passa in secondo ordine. In primo piano resta, invece, il fatto che "Adamo si uni a ("conobbe") Eva sua moglie, la quale concepi e partori". Questa è appunto la soglia della storia dell'uomo. E' il suo "principio" sulla terra. Su questa soglia l'uomo, come maschio e femmina, sta con la coscienza del significato generatore del proprio corpo: la mascolinità nasconde in sé il significato della paternità e la femminilità quello della maternità. Nel nome di questo significato, Cristo darà un giorno la categorica risposta alla domanda rivoltagli dai farisei (Mt 19 Mc 10). Noi, invece, penetrando il semplice contenuto di questa risposta, cerchiamo in pari tempo di mettere in luce il contesto di quel "principio", al quale Cristo si è riferito. In esso affonda le radici la teologia del corpo.
7. La coscienza del significato del corpo e la coscienza del significato generatore di esso vengono a contatto, nell'uomo, con la coscienza della morte, di cui portano in sé, per così dire, l'inevitabile orizzonte. Eppure, sempre ritorna nella storia dell'uomo il ciclo conoscenza generazione", in cui la vita lotta, sempre di nuovo, con la inesorabile prospettiva della morte, e sempre la supera. E come se la ragione di questa inarrendevolezza della vita, che si manifesta nella "generazione", fosse sempre la stessa "conoscenza", con la quale l'uomo oltrepassa la solitudine del proprio essere e, anzi, di nuovo si decide ad affermare tale essere in un "altro". Ed ambedue, uomo e donna, lo affermano nel nuovo uomo generato. In questa affermazione, la "conoscenza" biblica sembra acquistare una dimensione ancor maggiore. Sembra, cioè, inserirsi in quella "visione" di Dio stesso, con la quale finisce il primo racconto della creazione dell'uomo circa il "maschio" e la "femmina" fatti "ad immagine di Dio": "Dio vide quanto aveva fatto ed... era cosa molto buona" (Gn 1,31). L'uomo, nonostante tutte le esperienze della propria vita, nonostante le sofferenze, le delusioni di se stesso, la sua peccaminosità, e nonostante, infine, la prospettiva inevitabile della morte, mette tuttavia sempre di nuovo la "conoscenza" all'"inizio" della "generazione"; egli, così, sembra partecipare a quella prima "visione" di Dio stesso: Dio Creatore "vide..., ed ecco era cosa buona". E, sempre di nuovo, egli conferma la verità di queste parole.
Data: 1980-03-26 Data estesa: Mercoledi 26 Marzo 1980.
Titolo: Invito a pregare per monsignor Oscar Romero
In questo particolare momento di trepidazione e di sgomento, vi invito a unirvi al mio dolore e alla mia preghiera, per l'uccisione delI Arcivescovo di San Salvador, monsignor Oscar A. Romero y Galdamez. E' giunta ieri la notizia che il presule è stato barbaramente assassinato mentre celebrava la santa messa: è stato colpito proprio nel momento più sacro, durante la funzione più alta, più divina.
Siamo tutti senza parole, di fronte a una tale violenza, che non si è fermata nemmeno davanti alla soglia di una chiesa per condurre a termine il suo cieco programma di morte.
Lasciate, carissimi fratelli e sorelle, che il Papa esprima tutta la sua pena per questo nuovo episodio di crudeltà, di infamia, di ferocia. E stato ucciso un uomo, che si aggiunge alla ormai troppo numerosa schiera di vittime innocenti; è stato ucciso un Vescovo della Chiesa di Dio, nell'esercizio della sua missione santificatrice nell'offerta dell'eucaristia (cfr. LG 26). E' un confratello nell'episcopato che è stato soppresso, e perciò non è soltanto la sua arcidiocesi, ma tutta la Chiesa a soffrire per una tale iniqua violenza, che si aggiunge a tutte le altre forme di terrorismo e di vendetta, che nel mondo degradano oggi la dignità dell'uomo - perché la vita di ogni uomo è sacra! - calpestano la bontà, la giustizia, il diritto, e soprattutto offendono il Vangelo e il suo messaggio d'amore, di solidarietà, di fratellanza in Cristo.
Dove, dove va il mondo? Lo ripeto ancora oggi. Dove andiamo? Non con la barbarie si migliora la società, si eliminano i contrasti, si costruisce il domani. La violenza distrugge, null'altro. Non sostituisce valori, ma corre sull'orlo di un abisso: l'abisso senza fondo dell'odio.
L'amore soltanto edifica, l'amore soltanto salva! Nel rinnovare il mio accorato appello affinché in ogni nazione trionfi finalmente la concordia della pace operosa, rinnovo il mio dolore per questo nuovo tragico fatto di sangue; ed esprimo particolarmente la mia partecipazione di affetto e di preghiera alla diletta Chiesa che è in San Salvador, inviando a tutti, Vescovi, sacerdoti e fedeli, la mia benedizione di fratello e di padre.
Data: 1980-03-26 Data estesa: Mercoledi 26 Marzo 1980.
Titolo: Siate testimoni delle verità salvifiche
Carissimi! Avete partecipato agli Esercizi Spirituali, e questa mattina li concludete con la Comunione Pasquale ed io sono veramente lieto di presiedere a questa Eucaristia e di offrire per voi e con voi la Santa Messa per manifestarvi così il mio affetto e la mia riconoscenza.
Mentre porgo ai Dirigenti e a tutti voi il mio cordiale saluto, vi esprimo anche l'apprezzamento per tale manifestazione comunitaria di fede e di reciproca edificazione. Mi compiaccio vivamente per la vostra partecipazione a questo breve corso di Esercizi Spirituali, perché specialmente in questi nostri tempi si avverte sempre più quanto sia necessario riflettere per mantenere salda e convinta la fede cristiana in tutto il suo contenuto dottrinale e in tutte le sue esigenze morali.
Oggi infatti è necessaria una fede illuminata, profonda, logicamente personalizzata, e tale può essere solo mediante la riflessione, per non lasciarla sconvolgere e travolgere dalla furia impetuosa delle opinioni, del costume, della mentalità corrente.
Continuate perciò ogni tanto a meditare sulle verità supreme, rivelate da Gesù e insegnate dalla Chiesa, che illuminano in modo unico e determinante il nostro destino; impegnatevi per essere sempre più uomini convinti circa la verità della fede! Questo richiedono i tempi; questo esige il Signore da noi, ciascuno nella sua professione, nel suo lavoro.
A questa prima esortazione relativa ai vostri Esercizi Spirituali, ne unisco ancora un'altra, appropriata alla particolare circostanza della vostra Comunione Pasquale.
Siate uomini di preghiera! Il cristiano, per dirsi autenticamente tale, deve essere "praticante", e cioè deve vivere in "grazia" di Dio, osservando tutti i Comandamenti, e realizzare concretamente e continuamente il comando della carità. Solo mediante l'impegno della preghiera fiduciosa e perseverante, è possibile condurre una vita nella grazia e nella carità. Il mondo è in crisi anche perché non si prega, o si prega poco e male.
La Comunione Pasquale che questa mattina riceverete dalle mie mani, vi spinga a rinnovare con generosità i propositi di una intensa vita interiore, sostenuta dalla preghiera, e specialmente dall'Eucaristia e dalla devozione a Maria Santissima.
Carissimi, in questi giorni avete meditato su Gesù Cristo, nostra luce spirituale. Egli ci ha rivelato quale è il nostro vero destino, eterno e responsabile; con la sua Passione e Morte in Croce ci ha redenti, donandoci la vita soprannaturale; con la sua Presenza Eucaristica ci accompagna nel nostro viaggio terreno, aiutandoci come amico divino nelle nostre difficoltà e perdonandoci con la sua infinita Misericordia.
Avete potuto così ancora maggiormente convincervi che l'unica salvezza per l'uomo e per la società di oggi e di sempre è Gesù, il Divin Redentore; infatti "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito: chi crede in Lui avrà la vita eterna" (Jn 3,16).
E' impressionante leggere nel Vangelo che di fronte all'affermazione categorica della sua Divinità, "i Giudei raccolsero le pietre per scagliarle contro di Lui" (Jn 8,59). Era Gesù, era l'Onnipotente, il Salvatore, il Messia, l'amico vero di ogni uomo, il Consolatore... E volevano lapidarlo! Ed è ciò che purtroppo avviene talora anche nella nostra epoca moderna! E tuttavia Egli rimane "luce nelle tenebre", "Pane di vita", Redentore dell'uomo, giudice dei tempi; e dalla creazione dell'Universo, come dalla storia degli uomini emerge in modo stupendo e misterioso che la salvezza è unicamente in Cristo, in Cristo Crocifisso.
Siate voi, con le vostre famiglie, in casa e sul lavoro, i testimoni convinti e coraggiosi delle verità salvifiche, che avete meditato.
E la gioia pasquale, che deriva particolarmente dall'incontro personale con Gesù Eucaristico, vi accompagni sempre! Con il conforto della mia preghiera e con la mia cordiale Benedizione.
Data: 1980-03-27 Data estesa: Giovedi 27 Marzo 1980.
Titolo: Con la nomina di monsignor Lubachivsky si assicura la continuità della vostra Chiesa
Venerabili fratelli nell'Episcopato! Eccoci felicemente arrivati, con l'assistenza del Signore, alla meta, che ci eravamo prefissi con la convocazione di questo Sinodo Straordinario, ossia la nomina di un Arcivescovo Coadiutore con diritto di successione per il nostro venerato fratello il Signor Cardinale Giuseppe Slipyj, Arcivescovo Maggiore di Leopoli degli Ucraini.
Desidero manifestarVi anzitutto il mio vivo compiacimento nell'aver potuto vedere con quale senso di responsabilità avete assolto il vostro compito.
Il Signore certo ve ne rimeriterà.
Vedendo la Vostra Assemblea mi è venuta spontaneamente al pensiero la frase del Salmista: "Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum" (Ps 132,1). Ecco, quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme.
Dopo aver lungamente riflettuto e invocato l'aiuto del Signore nella preghiera, sono venuto nella determinazione di nominare come Coadiutore con diritto di successione dell'Em.mo Cardinale Giuseppe Slipyj, S.E. Rev.ma Monsignor Myroslav Ivan Lubachivsky, Metropolita di Filadelfia degli Ucraini. Egli è il primo della terna presentata.
Di si alto incarico lo fanno, del resto, degno la sua spiccata pietà, il suo zelo pastorale, la sua preparazione scientifica e le belle doti di mitezza e umiltà che adornano il suo animo. A lui va la mia fiducia e il mio augurio più vivo e più cordiale. Vostra Eminenza avrà in lui un degno e idoneo Coadiutore.
Ora Voi tutti, venerabili fratelli, ritornate alle vostre cure pastorali, lieti di aver potuto contribuire in maniera così tangibile ad un provvedimento che costituisce per la Vostra Chiesa un valido presidio e un singolare decoro.
Questo felice momento sinodale dovrà rimanere come pegno di unità di azione e comunione di animi "in vinculo pacis" e orientare il vostro apostolato in stretta unione di sentimenti e di propositi con tutti i fedeli di questa eletta porzione della Chiesa Universale.
Nella preoccupazione comune del mio e del vostro animo per il bene della Chiesa Ucraina raccomando al vostro zelo pastorale la "santa causa" delle vocazioni sacerdotali, con il voto e la preghiera che i candidati "in sorte Domini vocati" crescano e si formino "in spem Ecclesiae Ucrainae".
Interponendo l'intercessione della Madre di Dio, imploriamo dal Signore su tutti Voi, sul clero, sui religiosi e le religiose e su tutti i fedeli della Chiesa Ucraina la gioia dell'amore pasquale, la pienezza di ogni consolazione.
Data: 1980-03-27 Data estesa: Giovedi 27 Marzo 1980.
GPII 1980 Insegnamenti - Ad un gruppo di sacerdoti - Città del Vaticano (Roma)