GPII 1980 Insegnamenti - Ai cappellani militari d'Italia - Roma


2. L'incontro odierno deve anche essere uno stimolo a compiere sempre meglio l'opera, a cui siete stati chiamati. Oltre al personale stabile nei vari settori delle Forze Armate, a voi sono affidati i ben trecentocinquantamila giovani, che ogni anno passano nelle caserme d'Italia. Avete indubbiamente una grande responsabilità, perché la Chiesa, le singole famiglie, i superiori e i giovani stessi hanno fiducia in voi, e da voi attendono luce, guida, fortezza spirituale, e un saldo punto di riferimento.

Sentite profondamente questa responsabilità; ma provate anche la gioia di poter annunziare Cristo e il suo messaggio salvifico a tanti giovani che, forse tra intime sofferenze, sono in fase di ricerca e di scelta.

Il giovane chiamato al servizio militare nel periodo più delicato e importante della sua esistenza, ha una sua psicologia particolare: si trova improvvisamente staccato dal suo ambiente naturale e normale e dalle sue abitudini di vita, e perciò logicamente si sente solo, amareggiato, impaurito, e capisce la necessità di un grande sforzo di volontà per accettare il nuovo genere di vita; egli inoltre, obbligato ad un ritmo di azioni diverse o contrarie ai suoi gusti, tra persone sconosciute e varie per la mentalità e per il temperamento, si sente spinto ad evadere in qualche modo, per mantenere la sua personalità e per riempire il vuoto affettivo e la solitudine che lo travagliano, cedendo talvolta ad esperienze deleterie; e venendo a contatto con gli altri modi di pensare e di vivere può subire anche violente crisi spirituali. Ebbene, voi siete chiamati a stare vicino a questi giovani, in un momento tanto delicato; voi potete conoscerli, amarli, illuminarli! Essi hanno bisogno della vostra amicizia e del vostro affetto.


3. In particolare, in che cosa deve consistere questa amicizia, questo affetto? - Esso deve essere prima di tutto delicato e rispettoso. In una società così apertamente pluralistica e autonoma, bisogna avere comprensione per tutte le esperienze. Cercare di capire per poter meglio amare non significa giustificare; significa soltanto ottenere la fiducia, aprirsi alla simpatia reciproca, creare dei rapporti di amicizia; proporre di camminare assieme per quel tratto di strada.

Sono necessari perciò una grande pazienza, un grande senso di equilibrio ed una raggiunta maturità.

- Il vostro affetto deve poi essere illuminante. Mai come oggi il giovane ha sentito il bisogno di certezza circa il significato autentico della vita e del suo destino. Mai come oggi il giovane ha sentito il bisogno di convinzioni personali, provate e dimostrate, per potersi incontrare con assoluta sicurezza con Dio, con Cristo e con la Chiesa, nonostante le vicende della storia e la varietà delle ideologie. E' necessaria perciò la buona apologetica, la spiegazione esauriente dei "preamboli della fede", che diradi le tenebre dell'errore, dei pregiudizi, della confusione. Siate pertanto sempre lineari e logici nell'annunziare senza timore tutta la verità.

- Il vostro affetto, infine, dev'essere sempre formativo. Fate conoscere ed amare Gesù Cristo, fate comprendere e stimare la vita di grazia, e la prospettiva eterna e responsabile dell'esistenza umana. Ogni atteggiamento di spavalderia o di mondanità, di critica o di tiepidezza, banalizza la vita sacerdotale e ne svuota il valore di testimonianza. Siate sempre coscienti della vostra dignità di ministri di Cristo, e con l'aiuto dei giovani già maturi e formati sappiate creare un altro tipo di mentalità che spiritualizzi ed elevi tutto l'ambiente.

Cari cappellani militari! Oggi festeggiamo san Francesco di Sales, i cui insegnamenti come disse Paolo VI di venerata memoria, sono "così adatti alla necessità del nostro tempo" (Pauli VI "Sabaudiae Gemma", die 29 ian. 1967), e mi piace concludere lasciandovi un suo pensiero. Vi ricordate ciò che egli scriveva nell'"Introduzione alla vita devota"? "E un errore - diceva - anzi un'eresia, voler bandire la vita devota dalla caserma dei soldati, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi e dalla vita famigliare dei coniugati" (S.Francesco di Sales "Introduzione alla vita devota", parte prima, II). Ma per realizzare questa vita cristiana fatta di fede e di grazia, tutti hanno bisogno di un direttore spirituale in cui porre "una confidenza assoluta e una sacra riverenza... Questa guida spirituale dovrà essere come un angelo... Egli dovrà essere pieno di carità, di scienza e di prudenza" (S.Francesco di Sales "Introduzione alla vita devota", parte prima, IV). Siate voi gli "angeli" visibili per i giovani a voi affidati! Vi aiuti l'intercessione del santo Dottore della Chiesa! Vi faccia sentire il suo materno amore Maria santissima! Con la mia propiziatrice benedizione apostolica!

Data: 1980-01-24 Data estesa: Giovedi 24 Gennaio 1980.


Ai padri sinodali olandesi - Cappella Paolina (Roma)

Titolo: L'unità è conversione a Cristo capo del corpo che è la Chiesa

Cari fratelli.

Arriviamo oggi al termine della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Il tema scelto per quest'anno era: "Adveniat regnum tuum", "Venga il tuo regno": preghiera ripetuta spesso, ma che deve essere sempre nuova, se prendiamo coscienza del suo significato. Essa implica in effetti, in maniera particolare per ogni cristiano, per ciascuno di noi una trasformazione interiore, la trasformazione del cuore grazie alla quale il regno di Dio si estende nel mondo realizzandosi veramente in noi.

1. I Paesi Bassi fanno parte di quelle regioni in cui il problema dell'ecumenismo ha una grande importanza storica e contemporanea. Da secoli, la situazione religiosa del vostro paese è stata segnata dalla rottura dell'unità, e questo non è avvenuto senza sofferenza e tensioni. Oggi è significativo che il Cardinale Johannes Willebrands riunisca nella sua persona i compiti di Arcivescovo di Utrecht e di presidente del segretariato per l'unità dei cristiani, e noi tutti qui sappiamo i meriti che si è acquisito consacrando tutte le sue forze a queste due funzioni ecclesiali così importanti e delicate.

In modo più immediato, il sinodo particolare che ci dà l'occasione di essere riuniti attorno a questo altare tratta anche il tema dell'ecumenismo e si svolge esso stesso in un clima ecumenico perché, se la preoccupazione dell'unità è costantemente presente a tutti i suoi membri, questa assemblea si sa anche sostenuta, non solamente dalla preghiera dei cattolici, ma anche da quella di altri cristiani, come i pastori protestanti dei Paesi Bassi ne hanno dato l'assicurazione.


2. La settimana di preghiera per l'unità trova il suo compimento e il suo culmine il 25 gennaio, il giorno in cui la Chiesa commemora, nella sua liturgia, la conversione di san Paolo.

Questo fatto possiede una eloquenza speciale. Dapprima, ci fa prendere coscienza di una esigenza: l'unità non può essere che il frutto di una conversione a Cristo, che è il capo del corpo che è la Chiesa. Una tale conversione deve essere profonda e raggiungere l'insieme dei membri nei molteplici aspetti della loro vita, affinché l'unità si realizzi veramente. San Paolo ha incontrato il Signore: si è dato a lui totalmente. Questo spiega il posto formidabile che l'apostolo occupa nella Chiesa. A nostra volta, noi dobbiamo progredire nell'unità che dipende in definitiva da Cristo, e dunque dalla nostra adesione a lui, giacché è in lui che noi costituiamo la Chiesa. In questo spirito, bisogna domandarci senza posa come le espressioni umane e le diverse dimensioni dei nostri sforzi di vita cristiana e del nostro cammino ecumenico manifestano la ricerca dell'unità in quanto conversione al Cristo.

L'unità in Cristo corrisponde al disegno eterno del Padre, alla rivelazione del mistero di salvezza quale è stato annunciato dall'apostolo delle nazioni: "Ricondurre tutte le cose sotto un solo capo, Cristo" (Ep 1,10); si, davanti al Padre, è in Cristo che tutta la famiglia umana, da lui riscattata, trova la sua unità. Noi non possiamo cercarla altrove.


3. Un secondo punto richiede anche la nostra attenzione e la nostra meditazione: questa celebrazione del 25 gennaio ci fa prendere coscienza in una maniera del tutto particolare che la conversione, e dunque l'unità, è possibile "a Dio", anche se può sembrare impossibile "agli uomini".

Per illuminarci su questo soggetto, noi abbiamo l'esempio di Paolo di Tarso, divenuto san Paolo. Nemico mortale di Cristo e dei cristiani, lui che, come dice egli stesso, aveva "stimato dover impiegare tutti i mezzi per combattere il nome di Gesù di Nazaret" (Ac 26,9), ha incontrato il Signore, e divenuto "apostolo delle nazioni", l'amore del Cristo è divenuto tutta la sua vita (cfr. Ph 1,21).


4. Una trasformazione così profonda, così radicale, è dunque possibile, per la grazia del Signore. Per giungervi, una preghiera insistente, incessante è necessaria. Occorre sia la preghiera personale di ciascuno, come quella che noi abbiamo fatto durante questa settimana; occorre anche la preghiera comune, perché, allorquando noi preghiamo così gli uni con gli altri, abbiamo già una certa unità.

E sappiamo anche che, nella preghiera, permettiamo allo Spirito Santo di pregare lui stesso in noi e per noi, anche quando, secondo le parole di san Paolo, noi non sappiamo ciò che conviene domandare (cfr. Rm 8,26).

In questa comunità sinodale che noi formiamo, è bene che possiamo pregare per l'unità. E' una grazia che questo momento coincida con la settimana di preghiera per l'unità. E questa preghiera è prima di tutto apertura allo Spirito Santo: noi lo preghiamo di estendere i desideri del nostro cuore e di colmare al di là di ciò che i nostri cuori desiderano, al di là delle domande che possono scaturire dalle nostre labbra, anche se forse non troviamo le parole che sarebbero adeguate.

Si, preghiamo per essere sempre di più gli strumenti della volontà salvifica di Dio, del suo disegno di unità, del suo regno: Venga il tuo regno! [Traduzione dal francese]

Data: 1980-01-25 Data estesa: Venerdi 25 Gennaio 1980.


Al comitato scientifico ed esecutivo dell'istituto "Paolo VI" - Roma

Titolo: Studiate Paolo VI con amore e rigore scientifico!

1. Sono molto lieto di incontrarmi con voi, qualificati membri del comitato scientifico e del comitato esecutivo dell'istituto "Paolo VI", per manifestarvi il mio apprezzamento ed il mio incoraggiamento; e ringrazio il dott. Giuseppe Camadini per le parole che, interpretando i vostri sentimenti, ha voluto rivolgermi.

La diocesi di Brescia - nella quale il mio venerato predecessore Paolo VI ha visto la luce del sole ed è nato alla vita soprannaturale, e nella quale si è preparato al sacerdozio - ha scelto di onorare la memoria del più grande dei suoi figli nel modo migliore. L'istituto "Paolo VI", da essa voluto e sostenuto, potrà infatti essere un mezzo veramente fondamentale per lo studio della vita, del pensiero e dell'opera di Paolo VI, e anche per lo studio dei tempi e delle vicende, spesso tragiche, a cui egli partecipo sempre con la limpidità della sua testimonianza sacerdotale e con le eccezionali doti della sua mente e del suo cuore. Alla diocesi di Brescia va, per l'impegno che si è assunta e il servizio che intende compiere, la mia sincera riconoscenza.

E gratitudine altrettanto sentita esprimo a voi tutti, che avete accolto l'invito della diocesi di Brescia a dare all'istituto la vostra generosa e preziosa collaborazione. Più volte, durante il primo anno del mio pontificato, ho avuto l'occasione di ricordare quanto la vita della Chiesa debba all'insegnamento e all'opera di Paolo VI. Nella mia prima lettera enciclica l'ho riconosciuto come mio "vero padre" (Ioannis Pauli PP. II RH 4). Ben potete capire allora quanto sia lieto per tutto ciò che farete al fine di onorare la sua memoria e di continuare in certo qual modo la sua presenza in mezzo a noi.


2. Più il tempo passa e più si comprende la grandezza di Papa Paolo VI. Ed è a cotesta comprensione che dovrà essere rivolto l'impegno dell'istituto e di voi tutti. Lasciate che, insieme con voi, ricordi alcune caratteristiche di un tale impegno.

Studiate Paolo VI con amore. Non sempre, nel corso della sua vita, fu compreso; egli ha conosciuto la croce, ebbe "insulti" e "sputi" (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Homilia in Basilica Vaticana habita, primo exeunte anniversario die ab obitu Pauli VI P.M., die 16 sept. 1979: "", II,2, 1979, p. 311). L'amore è allora un atto di riparazione dovuto alla sua memoria, oltre che un aiuto potente a penetrarne lo spirito per meglio comprenderlo.

Studiatelo con rigore scientifico. La verità renderà sempre giustizia a quel grande Papa, che di verità e di sapienza inondo per quindici anni il mondo intero.

Studiatelo con la convinzione che la sua eredità spirituale continua ad arricchire la Chiesa e può alimentare le coscienze degli uomini d'oggi, tanto bisognosi di "parole di vita eterna".


3. Con particolare interesse ho appreso che state organizzando un primo convegno internazionale di studio dedicato all'enciclica "Ecclesiam Suam", che Paolo VI scrisse nel 196 4. A quell'enciclica mi sono richiamato nella "Redemptor Hominis" (cfr. Ioannis Pauli PP. II RH 3), quasi per continuare una riflessione e per attingere ispirazione e conforto. La verità della Chiesa fu da Paolo VI studiata lungo tutta la vita. Ne esploro continuamente la profondità, ne gusto la bellezza, lascio che il suo spirito ne venisse illuminato e conquistato.

Fino all'ultimo respiro il suo pensiero e le sue energie furono per la Chiesa, in una donazione eroica di tutte le sue energie. E' di un tale amore per la Chiesa, forte, fedele e generoso, che i cattolici hanno oggi bisogno in modo particolare, e che voi, con il vostro studio, potrete aiutare a crescere e a farsi luce e testimonianza a vantaggio dell'intera umanità.

Vi conforti l'apostolica benedizione, che con sincero affetto imparto a voi e a quanti vi sono cari.

Data: 1980-01-26 Data estesa: Sabato 26 Gennaio 1980.


Alle partecipanti per un convegno per ostetriche - Roma

Titolo: Voi siete le custodi della vita umana

Sorelle carissime! 1. Ho accolto di buon grado il desiderio, da voi espresso, di un incontro particolare, nel quale vi fosse concesso di testimoniare la devozione che vi lega al Papa, e di ricevere da lui una parola di conforto e di guida nell'adempimento dei delicati compiti connessi con la vostra professione.

Conosco le alte finalità a cui la vostra associazione si ispira e mi sono note, altresi, le coraggiose scelte, che essa ha saputo operare in questi anni, per restare fedele ai dettami della coscienza illuminata dalla fede. Sono lieto, pertanto, di potervi manifestare di persona il mio cordiale apprezzamento e di recarvi, al tempo stesso, la mia paterna esortazione a perseverare nel proposito di coerente adesione alle norme deontologiche della vostra professione, non raramente sottoposta a forti pressioni da parte di chi vorrebbe piegarla verso prestazioni, che sono in diretto contrasto con gli scopi per cui essa è sorta ed opera.

Il "servizio alla vita ed alla famiglia" è stato ed è infatti, la ragion d'essere essenziale di questa professione, come avete opportunamente sottolineato nel tema stesso del convegno; ed è precisamente in tale nobile servizio che va ricercato il segreto della sua grandezza. A voi spetta di vegliare con sollecitudine sul mirabile e misterioso processo della generazione che si compie nel seno materno, allo scopo di scguirne il regolare svolgimento e di favorirne il felice esito con la venuta alla luce della nuova creatura. Voi siete, dunque, le custodi della vita umana, la quale si rinnova nel mondo, portando in esso, col fresco sorriso del neonato, la gioia (cfr. Jn 16,21) e la speranza di un futuro migliore.


2. E' necessario, pertanto, che ognuna di voi coltivi in se stessa la chiara consapevolezza dell'altissimo valore della vita umana: nell'ambito dell'intera creazione visibile essa è un valore unico. Il Signore ha infatti creato tutte le altre cose sulla terra per l'uomo; l'uomo invece - come il Concilio Vaticano II ha ribadito - è "la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa" (GS 24).

Questo significa che, per quanto riguarda il suo essere e la sua essenza, l'uomo non può essere finalizzato ad alcuna creatura, ma a Dio soltanto.

E' questo il contenuto profondo del passo biblico ben noto, secondo cui "Dio creo l'uomo a sua immagine... maschio e femmina li creo" (Gn 1,27); e questo è anche ciò che si vuol ricordare quando si affcrma che la vita umana è sacra. L'uomo, come essere fornito di intelligenza, di libera volontà, desume il diritto alla vita immediatamente da Dio, di cui è immagine, non dai genitori, né da qualsiasi società od autorità umana. Dio soltanto può, quindi, "disporre" di tale suo dono singolare: "Io, io solo sono Dio e nessun altro è Dio come me. Sono io che faccio morire e risuscito, sono io che ferisco e risano e non c'è chi possa liberare dal mio potere" (Dt 32,39).

L'uomo, dunque, possiede la vita come un dono, del quale non può pero considerarsi padrone; per questo, della vita tanto propria che altrui non può sentirsi arbitro. L'Antico Testamento formula questa conclusione in un precetto del decalogo: "Non uccidere" (Ex 20,13), con la precisazione che segue poco dopo: "Non far morire l'innocente ed il giusto. poiché io non assolvero il malvagio" (Ex 23,7). Cristo, nel Nuovo Testamento, ribadisce tale precetto come condizione per "entrare nella vita" (cfr. Mt 19,18); ma - significativamente - lo fa seguire dalla menzione del precetto che riassume in sé ogni aspetto della norma morale, portandolo a compimento, il precetto cioè dell'amore (cfr. Mt 19,19). Solo chi ama può accogliere fino in fondo le esigenze che scaturiscono dal rispetto per la vita del prossimo.

A questo proposito, voi ricordate certamente le parole di Cristo nel "discorso della montagna": in tale occasione Gesù si rifà quasi polemicamente al "non uccidere" veterotestamentario, vedendovi un'espressione della giustizia "insufficiente" degli scribi e dei farisei (cfr. Mt 5,20) ed invitando a guardare più a fondo in se stessi, per individuare le radici malvage, da cui scaturisce ogni violenza contro la vita; colpevole non è soltanto chi uccide, ma anche chi coltiva sentimenti malevoli ed esce in parole offensive nei confronti del prossimo (cfr. Mt 5,21ss.). Vi è una violenza verbale che prepara il terreno e favorisce l'insorgere dei presupposti psicologici per lo scatenarsi della violenza fisica.

Chi vuol rispettare la vita e porsi, anzi, generosamente al servizio di essa, deve coltivare in se stesso sentimenti di comprensione verso l'altro, di partecipazione alla sua vicenda, di umana solidarietà, in una parola sentimenti di amore sincero. Il credente è in ciò facilitato, perché egli sa riconoscere in ogni uomo, un fratello (cfr. Mt 23,8), nel quale Cristo si identifica al punto da ritenere fatto a sé quello che a lui viene fatto (cfr. Mt 25,40 Mt 25,45).


3. Uomo è, per altro, anche il bambino non ancora nato; ed anzi, se titolo privilegiato di identificazione con Cristo è l'essere tra "i più piccoli" (cfr. Mt 25,40), come non vedere una presenza particolare di Cristo nell'essere umano in gestazione che, tra gli altri esseri umani, è davvero il più piccolo ed inerme, privo com'è di ogni mezzo di difesa, persino della voce per reclamare contro i colpi inferti ai suoi più elementari diritti? E vostro compito testimoniare, di fronte a tutti, la stima ed il rispetto, che nutrite nel cuore per la vita umana; di prenderne all'occorrenza arditamente la difesa; di rifiutarvi di cooperare alla sua diretta soppressione.

Non v'è disposizione umana che possa legittimare una azione intrinsecamente iniqua, né tanto meno obbligare chicchessia a consentirvi. La legge, infatti, ripete il suo valore vincolante dalla funzione che essa - in fedeltà alla legge divina - svolge a servizio del bene comune; e questo, a sua volta, è tale nella misura in cui promuove il benessere della persona. Di fronte, pertanto, ad una legge che si ponga in diretto contrasto col bene della persona, che rinneghi anzi la persona in se stessa, sopprimendone il diritto a vivere, il cristiano, memore delle parole dell'apostolo Pietro al cospetto del sinedrio: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Ac 5,29), non può che opporre il suo civile ma fermo rifiuto.

Il vostro impegno, tuttavia, non si limita a questa funzione, per così dire, negativa. Esso si spinge a tutto un insieme di compiti positivi di grande importanza. A voi spetta di confermare nell'animo dei genitori il desiderio e la gioia per la nuova vita, sbocciata dal loro amore; a voi di suggerirne la visione cristiana mostrando col vostro atteggiamento di riconoscere nel bimbo, formato nel seno materno, un dono ed una benedizione di Dio (cfr. Ps 126,3 127,3ss. ): a voi, ancora, di essere accanto alla madre per ravvivare in lei la coscienza della nobiltà della sua missione e per rafforzarne la resistenza di fronte alle eventuali suggestioni dell'umana pusillanimità; a voi, infine, di prodigarvi con ogni cura per assicurare al bambino una nascita sana e felice.

E come non ricordare anche, in una visione più ampia del vostro servizio alla vita, l'importante contributo di consiglio e di pratico orientamento che voi potete offrire alle singole coppie di sposi, desiderosi di attuare una procreazione responsabile, nel rispetto dell'ordine stabilito da Dio? Anche a voi sono rivolte le parole del mio predecessore Paolo VI, con cui ha esortato i membri del personale sanitario a perseverare "nel promuovere in ogni occasione le soluzioni ispirate alla fede ed alla retta ragione" ed a sforzarsi di "suscitarne la convinzione ed il rispetto nel loro ambiente" (Pauli VI HV 27).

E' ovvio che, per adempiere in modo conveniente a tutti questi complessi e delicati compiti, è necessario che vi studiate di acquisire una competenza professionale ineccepibile, continuamente aggiornata alla luce dei più recenti progressi della scienza. Sarà tale comprovata competenza che, oltre a consentirvi interventi tempestivi ed adeguati a livello strettamente professionale, vi assicurerà presso coloro che ricorrono a voi la considerazione ed il credito capaci di disporne l'animo ad accogliere i vostri consigli nelle questioni morali, connesse col vostro ufficio.


4. Ecco tracciate alcune linee direttrici, secondo le quali siete esortate ad orientare il vostro impegno civico e cristiano. E' un impegno che suppone vivo senso del dovere e generosa adesione ai valori morali, umana comprensione e pazienza instancabile, fermezza coraggiosa e tenerezza materna. Doti non facili, come l'esperienza v'insegna. Doti, comunque, richieste da una professione che si situa per natura sua al livello della missione. Doti, per altro, normalmente ripagate dalle testimonianze di stima e di affettuosa riconoscenza, che vi giungono da coloro che hanno beneficiato della vostra assistenza.

Nella luce di Maria invoco su di voi e sulla vostra attività i copiosi doni della divina bontà, mentre, in pegno di speciale benevolenza, a tutte concedo la propiziatrice benedizione apostolica.

Data: 1980-01-26 Data estesa: Sabato 26 Gennaio 1980.


A un gruppo di giovani di Comunione e Liberazione (Roma)

Titolo: Avviciniamo l'uomo nella cultura

Il Papa ha trascorso la serata di sabato 26 gennaio con circa 2000 universitari di Comunione e Liberazione. Hanno cantato al Papa canzoni popolari e laudi medioevali e gli hanno raccontato la loro esperienza di universitari. Al termine della serata Giovanni Paolo II così ha interpretato l'incontro: "Un anno fa, in questi ultimi giorni di gennaio, per la prima volta ho lasciato il Vaticano per andare in Messico. Ho incontrato il presidente e ho avuto con lui un colloquio di un'ora. Devo dire che per la prima volta ho dovuto fare un colloquio nella lingua spagnola, con un presidente. Il presidente ha cominciato così: "Lei sa che il Messico è un Paese surrealistico". E devo dire che quella parola ha facilitato il colloquio anche sui problemi fondamentali che non mancavano e non mancano in Messico, come si sa.

Ricordo questo episodio perché voglio dire che il surrealismo non appartiene solamente alla terra messicana: direi che è di casa anche in Vaticano.

Perché io mi domando per prima cosa, questi giovani come hanno saputo entrare fin qui? Poi mi domando - e qui devo invocare un testimone oculare, il dottor Gryegel di Cracovia, qui presente - come potevamo immaginarci soltanto poco più di un anno fa un incontro come quello di oggi, in cui gli studenti italiani cantano insieme con il Papa. E' certamente una cosa surrealistica! Accanto alla parola "surrealismo" vi è un'altra parola, un po' simile ma molto dissimile: la parola "soprannaturale". Ma questo non è surrealistico bensi realistico ed io vedo che voi cercate di vivere dentro la realtà. Questo mi porta gioia, così come tutti i nostri incontri, a cominciare da questo, primo del nuovo anno. Voglio dire anche brevemente - anche se su questo ci sarebbe da scrivere un trattato - che la strada che avete scelto mi sembra molto corrispondente alla situazione dell'uomo d'oggi, perché questa è un'epoca in cui l'uomo è tanto potente ma è sradicato da se stesso. Possiamo dire con certezza che non si può cercare l'identità dell'uomo tramite l'aspetto economico della socialità. Se si vuol cercare l'uomo, e se si vuol trovarlo nella sua umana identità, si deve avvicinarlo nella cultura. La cultura fa l'uomo e l'uomo fa la cultura. Questo riferimento è fondamentale e penso che la teoria e pratica del vostro movimento è appunto tale che cercate di trovare l'uomo - che significa trovare se stessi - nella sua cultura, nelle sue radici culturali: basta partecipare per mezz'ora ai vostri canti. Li ho seguiti e ho sentito i testi delle laudi medievali e ho notato la somiglianza con i testi polacchi della stessa epoca. Si vede bene come le strade della cultura umana e le sue espressioni fanno un po' lo stesso percorso tra i diversi popoli.

Ritrovando l'uomo nella sua cultura e tramite la sua cultura si trova anche la vera comunità umana, la dimensione comunitaria della vita umana. Si trovano le diverse comunità nella loro varietà, nel loro pluralismo, e, insieme, con tutte le somiglianze, con tutti i parallelismi. Per questo motivo, questo breve incontro è stato per me una grande opportunità, una grande occasione per poter constatare come il vostro modo di avvicinare i problemi dell'uomo è anche vicino al mio. Posso dire che è lo stesso. Per questo vi sono grato ma anche per quello che mi avete mostrato: quale è la strada per entrare in Vaticano. Dio vi benedica in questo anno appena cominciato: che sia buono e pacifico. Tanti auguri.

Spero, visto che ormai avete trovato la strada, che tornerete di nuovo".

Data: 1980-01-26 Data estesa: Sabato 26 Gennaio 1980.


Udienza ai Gran Duchi di Lussemburgo - Città del Vaticano (Roma)

Altezze, La visita di oggi mi offre la felice occasione di esprimere la mia profonda stima per le Vostre Altezze Reali e di salutare cordialmente il Governo e tutto il popolo del Granducato di Lussemburgo.

Lo faccio con molta gioia poiché questo paese mantiene delle eccellenti relazioni con la Santa Sede. La grande maggioranza dei suoi cittadini professa la religione cattolica, ed io mi permetto di rivolgere un saluto particolare a questa comunità che può vantarsi di una solidità nella fede, e di un impegno cristiano attivo, conservando l'unità attorno al suo devoto pastore Mons. Jean Hengen. Incoraggio di tutto cuore questi cari figli nel leale servizio al loro paese.

Tutti sanno che il Granducato di Lussemburgo, malgrado i limiti territoriali, occupa un posto di rilievo sulla scena internazionale come sede di istituzioni politiche europee o di organizzazioni mondiali. Questa apertura e queste attività sono apprezzabili, sia per la vitalità del vostro paese che per la sua partecipazione al progresso della comunità internazionale.

La complessità delle questioni economiche, politiche, giuridiche, sociali, e il groviglio delle procedure burocratiche non devono scoraggiare né far dimenticare che sono in gioco delle serie questioni da cui dipendono la pace e la qualità della civiltà di domani. La giustizia sociale e l'equità negli scambi, la solidarietà con le persone ed i popoli poveri e svantaggiati, il rispetto della vita umana ed il rispetto dei diritti dell'uomo, così come molti altri valori morali e spirituali, devono essere garantiti e promossi contemporaneamente al progresso materiale perché senza di essi ciò che costruiamo finirebbe per assomigliare alla torre di Babele, con il suo carattere inumano e il suo vuoto spirituale.

Una preoccupazione che deve stare a cuore tanto agli Stati quanto alla Chiesa è quella della famiglia: possa la forza delle istituzioni, congiunta all'istruzione, all'amore e alla responsabilità, favorire la stabilità dei focolari, il loro sviluppo e il loro fascino! La Santa Sede non dubita che tutte le forze responsabili del Granducato di Lussemburgo forniranno il loro contributo positivo, conforme alle loro migliori tradizioni.

Da parte mia, esprimo i miei auguri sinceri alle Vostre Altezze Reali che ringrazio della cortese visita, e alla loro così bella famiglia. Saluto cordialmente anche i membri della delegazione che li accompagna. Impartendovi una particolare Benedizione Apostolica, prego il Signore d'ispirare e di colmare dei suoi doni tutti i cittadini del Granducato di Lussemburgo e i loro governanti.

[Traduzione dal francese]

Data: 1980-01-26 Data estesa: Sabato 26 Gennaio 1980.


Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'unità della Chiesa si realizza in Cristo

1. La settimana scorsa era piena di importanti avvenimenti, che hanno fatto rivolgere la nostra attenzione verso il mistero della Chiesa, ricordandoci che in essa vive ed opera incessantemente Cristo con la luce e la forza del suo Spirito.

Con questa fede abbiamo vissuto la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, meditando le parole della preghiera del Signore: "Venga il tuo regno". Nonostante tutte le difficoltà che si possono incontrare sulla strada dell'unità, non ci abbandonano la fede e la speranza che si compiranno le parole di nostro Signore, pronunciate alla vigilia della passione: "Perché tutti siano una sola cosa" (Jn 17,21). Anche la settimana di preghiera in quest'anno ha rafforzato in noi questa comune fede e speranza, la cui sorgente è Cristo vivente nella sua Chiesa. Anche se questa Chiesa "umanamente" può apparire ad alcuni divisa, in lui non cessa di essere un corpo.

Allo stesso Cristo, che vive nella sua Chiesa e la unisce, si rivolgono anche i pensieri e i cuori dei Vescovi che partecipano al Sinodo della provincia ecclesiastica olandese. La ricchezza dell'argomento e la molteplicità dei problemi richiedono che i lavori del Sinodo si protraggano ancora nei prossimi giorni della settimana. Ringraziando tutti per le preghiere, raccomandiamo di nuovo tale problema, affinché il Signore, che ha iniziato in noi l'opera buona, voglia portarla a compimento (cfr. Ph 1,6).


2. Mi sia inoltre consentito di riferirmi al giorno 24 gennaio, nel quale la Chiesa ha commemorato san Francesco di Sales, che il Papa Pio XI nel 1923 proclamo patrono degli scrittori e dei giornalisti (cfr. Pii XI "Rerum Omnium", die 26 ian.1923: AAS 15 [1923] 61). Bisogna che tutti questi professionisti sappiano quanto la loro attività creatrice sia vicina al cuore della Chiesa e alla parola del Vangelo. Ad essi è rivolto, con particolare attenzione, il Concilio Vaticano II, ricordando le speciali responsabilità che essi e gli altri operatori degli strumenti della comunicazione sociale hanno nell'evoluzione dell'odierna società, in quanto dispongono della possibilità di indirizzare al bene, o al male, l'umanità con le loro informazioni e pressioni (cfr. Pii XI IM 11).


3. Nella domenica odierna la diocesi di Roma celebra la "Giornata per i malati di lebbra", e vuole esprimere la sua solidarietà verso i venti milioni di sofferenti, che nei diversi continenti sono affetti dalla terribile malattia. La coscienza cristiana, la più larga opinione pubblica hanno preso atto con maturità di questo grave problema che coinvolge nella più viva carne tanti nostri fratelli. Il male è talvolta circoscritto, ma si tratta di dare anzitutto ai malati una speranza, di recuperarne il coraggio di vivere, di guarirli nel corpo, e riabilitarli nello spirito, consentendo loro di reintegrarsi nella famiglia e nella società. Non va dimenticato poi che la lebbra è presente e si diffonde in quei paesi che soffrono già crudelmente per il flagello della fame e che non sono certo in grado, se privi di aiuto, di procurarsi il personale qualificato e le attrezzature necessarie.

La Chiesa ha sempre considerato quest'opera come un aspetto privilegiato di quella carità, che Cristo la chiama ad esercitare: "I lebbrosi sono guariti" (Mt 11,5) è uno dei segni dell'annuncio della Buona Novella. A diverse riprese, infatti, vediamo Gesù stendere sui lebbrosi la sua mano potente per liberarli e restituirli al consorzio civile. Oggi mi rivolgo, pertanto, a tutti i romani per invitarli a soccorrere generosamente tanti fratelli sofferenti, operando contemporaneamente in se stessi una conversione profonda, duratura, verso l'amore e la giustizia. In modo tutto speciale, indirizzo il mio appello a voi giovani, così vibranti di vita e di entusiasmo, che avete partecipato alla marcia silenziosa di solidarietà e di riflessione. Sono lieto del vostro impegno che riempie tanto dignitosamente la vostra giovinezza e che vi fa vivere per un ideale così umano e così cristiano.


4. Ai fedeli della diletta diocesi di Roma ricordo che domenica prossima sarà celebrata la Giornata di preghiera e di raccolta delle offerte per le nuove chiese in Roma. La capitale continuamente si dilata assumendo sempre più l'aspetto di una moderna megalopoli, specialmente nella periferia. Ma la mancanza di chiese o di luoghi adatti, ove i fedeli si riuniscano in assemblea per assistere alla celebrazione eucaristica e per proclamare insieme la loro fede, diviene un problema sempre più drammatico. I buoni cristiani invocano chiese! Settanta nuove parrocchie non hanno ancora le strutture definitive per una decorosa vita culturale comunitaria.

Raccomando, pertanto. a tutti anzitutto la preghiera ed anche la generosità, quella generosità che nei secoli è stata esemplare nei romani, i quali hanno saputo costruire Basiliche e templi, ammirati da tutto il mondo.

Ai giovani di "Comunione e Liberazione" Saluto ora cordialmente i giovani e le giovani appartenenti al movimento "Comunione e Liberazione", che sono convenuti numerosi a Roma dall'Italia centrale e meridionale per un ritiro spirituale, e che sono qui presenti per testimoniare al Papa il loro affetto.

Figli carissimi, voi sapete quanto io apprezzi il vostro generoso impegno e quanto io creda nella gioventù.

Desidero oggi esortarvi ancora una volta a vivere integralmente e con coerenza il vostro cristianesimo. In Cristo voi scoprirete la vera grandezza della vostra dignità di esseri umani, creati ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26). In lui troverete sempre la risposta ai vostri problemi, ai vostri interrogativi nelle varie contingenze della vita ed attese della società. Sia lui sempre la vostra luce, il vostro conforto e la vostra forza per testimoniare con la vostra vita i veri valori che Cristo ha portato al mondo.

Vi accompagni la mia benedizione.

Data: 1980-01-27 Data estesa: Domenica 27 Gennaio 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - Ai cappellani militari d'Italia - Roma