
GPII 1980 Insegnamenti - Alla comunità di Nostra Signora di Guadalupe - Roma
Titolo: La parroccchia parte organica della Chiesa
1. Ho desiderato molto di visitare proprio oggi la vostra parrocchia, di cui è patrona Nostra Signora di Guadalupe. In questi giorni, infatti, un anno fa, compii il mio primo viaggio papale, che ebbe come meta il Messico. Il cuore di quel pellegrinaggio fu appunto il santuario di Guadalupe: un luogo meraviglioso, legato, da secoli interi, alla storia della evangelizzazione e della Chiesa sul continente americano. Esso è il primo santuario mariano non solo del Messico, ma di tutta l'America Latina, ed in un certo senso dell'intera America. Ritengo come un particolare segno della grazia divina, che mi sia stato dato di iniziare la missione del mio servizio pastorale alla Chiesa universale proprio col pellegrinaggio a Guadalupe. Quello è certamente uno dei tanti luoghi nella Chiesa, nei quali si manifesta in modo speciale il mistero della Madre, in quanto è cuore che unisce.
Questa unione attorno al cuore della Madre si sente molto in Messico ed anche in altri paesi di quel continente. La vostra parrocchia, dedicata a Nostra Signora di Guadalupe, è come una testimonianza vivente del legame, che qui a Roma, nel centro della Chiesa, desideriamo sempre mantenere vivo con la Chiesa del lontano continente americano, raccolto attorno alla Madre. Per me questo legame è particolarmente caro, specialmente dal momento in cui mi è stato dato di mettere piede sulla terra messicana e di recarmi in pellegrinaggio al santuario della Madre di Dio di Guadalupe, insieme con i Vescovi di tutta l'America Latina, riuniti per la loro conferenza di Puebla.
2. Per questo oggi sono venuto nella vostra parrocchia: affinché, ricordando gli avvenimenti di un anno fa, così importanti per me, possa compiere il mio servizio pastorale anche verso questa comunità parrocchiale della Chiesa romana, che venera sua patrona la Genitrice di Dio nel santuario messicano.
Sono lieto di salutare tutti voi qui presenti, diletti fratelli e sorelle, che componete la comunità parrocchiale. Sappiate che tutti mi siete cari e che vi ricordo di cuore al Signore, soprattutto i bambini. i malati, i bisognosi. Il mio saluto, in particolare, va al Vescovo ausiliare Remigio Ragonesi, che ha diligentemente preparato questa visita, ed ai rappresentanti dei numerosi Istituti religiosi, maschili e femminili, che operano generosamente nell'ambito della parrocchia. Il mio pensiero, poi, va alle diverse associazioni cattoliche che raggruppano giovani ed adulti per promuovere con intelligenza la loro formazione cristiana integrale. Desidero inoltre salutare i rappresentanti della parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario, che hanno voluto associarsi a questa celebrazione eucaristica.
[Omissis. Segue il saluto in lingua spagnola al parroco, ai sacerdoti e seminaristi dei Legionari di Cristo.] 3. Ritornando, adesso. alle letture bibliche della liturgia della domenica odierna, meditiamo su ciò che esse ci dicono. Tutto il loro ricco contenuto si potrebbe racchiudere in due espressioni e concetti principali: "corpo" e "parola".
Dobbiamo a san Paolo l'eloquente paragone, in base al quale la Chiesa è stata definita come "corpo di Cristo". L'apostolo, infatti, fa una lunga digressione sull'argomento del corpo umano, per affermare poi che, come molte membra si uniscono tra di loro, così anche noi tutti ci uniamo nel Cristo stesso perché "siamo stati battezzati in un solo Spirito" (1Co 12,13) e "ci siamo abbeverati a un solo Spirito" (1Co 12,13). così, dunque, per opera dello Spirito Santo, che è Spirito di Gesù Cristo, costituiamo con Cristo ed in Cristo una unione simile a quella delle membra nel corpo umano. L'apostolo parla di membra, ma si potrebbe anche pensare e parlare degli "organi" del corpo e perfino delle "cellule" dell'organismo. E' noto che il corpo umano ha non solo una struttura esterna, in cui si distinguono le sue membra, ma anche una sua struttura interna in quanto organismo. La sua costituzione è enormemente ricca e preziosa. Proprio questa costituzione interna, più ancora che la sua struttura esterna, testimonia le reciproche dipendenze del sistema fisico dell'uomo.
E basti questo sul tema del "corpo".
Il secondo concetto centrale della liturgia odierna è la "parola".
L'evangelista Luca ricorda questo particolare aspetto all'inizio dell'attività pubblica di Cristo, quando egli ando nella sinagoga di Nazaret sua città. Là, in giorno di sabato, lesse dinanzi ai compaesani riuniti alcune parole dal libro del profeta Isaia, concernenti il futuro messia, e arrotolando il volume disse ai presenti: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4,21).
In questo modo Egli inizio a Nazaret il suo insegnamento, cioè l'annunzio della parola, affermando di essere quel messia preannunziato nel libro profetico.
4. Il corpo di Cristo, cioè la Chiesa, si costruisce fin dall'inizio in base alla sua parola. La parola è l'espressione del pensiero, cioè lo strumento dello Spirito (e prima di tutto dello spirito umano) per stringere i contatti tra gli uomini, per intendersi, per unirsi nella costruzione di una comunione spirituale.
La parola della predicazione di Cristo - e poi la parola della predicazione degli apostoli e della Chiesa - è l'espressione e lo strumento dello Spirito Santo nel suo parlare allo spirito umano, nell'unirsi con gli uomini in Cristo. Lo Spirito di Cristo unisce le membra, gli organi, le cellule, e costruisce così l'unità del corpo in base alla parola di Cristo stesso, annunciata nella Chiesa e dalla Chiesa.
La vostra parrocchia partecipa a questo processo.
Proprio per questo motivo è parrocchia, cioé parte organica di quella unità che costituisce la Chiesa romana, prima quella "locale" e poi quella "universale", partecipando a quel processo che si è iniziato a Nazaret e ininterrottamente perdura. E' un processo di accettazione della parola e di costruzione del corpo di Cristo nell'unità della vita cristiana.
E' per questo che la catechesi parrocchiale ha un significato tanto grande. Essa è nello stesso tempo familiare e ambientale, ma tutti i suoi nodi li tiene in mano la parrocchia, così come poi i nodi della catechesi in tutta Roma li tiene in mano la diocesi di Roma. Tale è la struttura esterna di questa unità, che costituisce la Chiesa.
In questa struttura, ciascuno di noi deve contribuire alla costruzione dell'unità, soprattutto per il fatto che attinge ad essa, assimilando la parola di Dio, cercando di capire sempre meglio l'insegnamento, portatoci da Cristo, e impegnandosi, in base ad essa, a formare la propria vita cristiana. Ed in seguito, man mano che diventa un cristiano maturo, il singolo battezzato non soltanto attinge a quest'unità della parola di Dio e della fede, con la quale vive la Chiesa, ma cerca pure di portare in essa qualcosa di se stesso e di trasmetterlo agli altri: sia in forma di catechesi familiare, insegnando ai propri figli le verità della fede, sia attuandola nella parrocchia, nei confronti degli altri.
Sappiamo che in questo campo vi sono tante vie e tanti modi.
In ogni caso, come scrivevo nell'esortazione apostolica "Catechesi tradendae", "la parrocchia resta il luogo privilegiato della catechesi. Essa deve ritrovare la propria vocazione, che è quella di essere una casa di famiglia, fraterna ed accogliente, dove i battezzati e i cresimati prendono coscienza di essere Popolo di Dio. Li il pane della buona dottrina ed il pane dell'eucaristia sono ad essi spezzati in abbondanza nel contesto di un medesimo atto di culto; di li essi sono rinviati quotidianamente alla loro missione apostolica, in tutti i cantieri della vita del mondo" (Ioannis Pauli PP. II CTR 67).
5. Meditando insieme con voi sopra questi problemi, così importanti per la costruzione dell'unità della Chiesa nella vostra comunità parrocchiale, non posso dimenticare due circostanze.
Innanzitutto, voi sapete che la settimana scorsa, dal 18 al 25 gennaio era dedicata, come avviene ogni anno, alla preghiera per l'unità dei cristiani. Si è svolta all'insegna dell'invocazione della preghiera del Signore: "Venga il tuo regno". La questione dell'unità dei cristiani corrisponde alle primissime intenzioni di Cristo Signore nei confron ti della sua Chiesa e si colloca sulla sua strada che conduce a quel regno, il regno di Dio stesso, per la cui venuta costantemente preghiamo.
In secondo luogo, consentitemi di tornare, ancora una volta, a ciò che ho detto, all'inizio, del cuore della Madre che unisce. Ritorno a questo tema per raccomandare voi tutti, nel giorno della mia visita fra di voi, a questa Madre, alla quale avete dedicato la vostra parrocchia come alla sua patrona. Questo cuore, che unisce i popoli interi e i continenti, unisca costantemente voi nelle vostre famiglie, negli ambienti di lavoro, di scuola, di riposo. Vi unisca, attraverso questa parrocchia, con la Chiesa nella quale vive Cristo, Figlio di Dio e Figlio di Maria, e che opera mediante il suo Spirito.
Data: 1980-01-27 Data estesa: Domenica 27 Gennaio 1980.
Titolo: Ai seminaristi Legionari di Cristo
Carissimi seminaristi Legionari di Cristo, Dopo esserci nutriti con la Parola di Dio e con il Pane della vita nell'Eucarestia che abbiamo condiviso pochi momenti fa, ho desiderato intensamente riservare a voi alcuni momenti di intimità, per stabilire un dialogo, anche se breve, da cuore a cuore.
Prima di tutto voglio manifestarvi la mia profonda stima e affetto, come giovani e come seminaristi. Vi assicuro che voi occupate un posto di preferenza nel mio cuore e nel mio pensiero, i quali si riempiono di fiducia quando vi vedo camminare con passo deciso verso la meta del sacerdozio di Cristo.
Questi begli anni di preparazione che state vivendo, anche se a volte possono sembrare lunghi, mai potranno essere sufficienti se guardate alla finalità e all'importanza dello stupendo compito da realizzare. Infatti, "riempirsi dei sentimenti del Cristo nello studio, nella preghiera, nella obbedienza, nella formazione del proprio carattere" (Ioannis Pauli PP. II Allocutio ad alumnos Seminariorum totius nationis Mexicanae habita, die 30 ian. AAS 71[1979] 233) è un compito esigente, progressivo che merita il più generoso sforzo.
L'obiettivo a cui esso va destinato richiede tutto l'entusiasmo delle forze giovanili. Si, perché vi preparate niente di meno che per diventare ministri del Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. (1Co 4,1). Preparatevi, per ciò, con la maggior cura, per copiare in voi l'immagine di Cristo e mostrarla dopo agli altri, con un cuore coraggioso e indiviso tramite l'offerta gioiosa e perseverante nella castità, in un amore senza frontiere che vi riempierà di gioia interiore e di feconda pace.
In questa scia, abbiate ben chiare le priorità che saranno imposte nel vostro futuro di sacerdoti: la preghiera e il ministero della Parola.
Effettivamente, "la preghiera vi aiuta a crescere a sperare e ad amare" (Ioannis Pauli PP. II Epistola ad universos Eclesiae Sacerdotes adveniente feria V in Cena Domini anno MCMLXXIX, die 8 apr. 1979: , VII, I [1979] 858). E nella parola di Dio "si trova l'inizio e la fine del ministero, l'orientamento di tutta l'attività pastorale, la fonte della perenne giovinezza, della perseveranza fedele, e quello che può dare significato e unità alle diverse attività di un sacerdote" (Ioannis Pauli PP.II Allocutio ad seminari alumnos in urbe "Philadelphia" habita, die 3 oct. 1979: , II, 2[1979] 587).
[Traduzione dallo spagnolo]
Data: 1980-01-27 Data estesa: Domenica 27 Gennaio 1980.
Titolo: Soprattutto il cristiano è contro la violenza
Cari soci della Fondazione "Luciano Re Cecconi", Vi ringrazio per questa vostra visita, con la quale avete desiderato di assicurarmi i vostri sentimenti, sia di cristiani, sia di associati a codesta benefica Fondazione. Mi compiaccio che essa, sorta recentemente in memoria del noto giovane calciatore, vuole contribuire a alla eliminazione di ogni forma - fisica ed ideologica - di violenza e lavorare per lo sviluppo della coscienza nell'affermazione dei principii di libertà, di fratellanza e di giustizia sociale", come è ben affermato nel vostro Statuto di fondazione.
Lodo questo programmatico impegno, il cui valore umano e cristiano si impone al rispetto di tutti quanti sono pensosi del vero bene degli uomini e della loro tranquilla convivenza civile. Certamente non posso ora addentrarmi nell'analisi particolareggiata di tutti gli elementi, che compongono il triste fenomeno della violenza in generale e di quella, in particolare, che si esercita nelle manifestazioni sportive; non voglio tuttavia omettere di rivolgervi una raccomandazione. Ed è questa: nel mettere in atto le finalità della vostra Associazione, lasciatevi guidare sempre, come orientamento di base, dagli insegnamenti del magistero della Chiesa. Procurate di conoscere le direttive del Concilio Vaticano II e le indicazioni delle Encicliche e delle allocuzioni pontificie, le quali aiutano a comprendere, a valutare e a prevenire tanti oscuri fenomeni che insanguinano anche i campi sportivi in questa nostra società che vive oggi sotto l'incubo della violenza.
Troppo spesso si dimentica che ogni attività umana, e quella sportiva in modo particolare, non può prescindere da un ordine morale: esso, ben lungi dal mortificare o impoverire l'attività sportiva, la fa, al contrario, grandeggiare e l'arricchisce di prestazioni d'incomparabile prestigio. Lo sport, infatti, ha come fine l'uomo, tutto l'uomo, nella sua dimensione corporale e in quella spirituale.
L'agonismo è importante, proprio perché rappresenta un momento di liberazione dal peso della giornata, dal lavoro stressante o noioso, dalle occupazioni e preoccupazioni della vita, e in pari tempo è un momento di ricreazione e di realizzazione di se stessi nel modo che meglio risponda alle capacità ed alle aspirazioni di ciascuno.
Queste finalità, essenziali a tutti gli sport, devono non meno informare quello professionistico, il quale, essendo svolto non tanto per il divertimento del giocatore, quanto per divertire gli spettatori, si trasforma in spettacolo ed è più esposto alle tentazioni della violenza. Purtroppo è proprio in questi a spettacoli" che il senso dello sport viene stravolto verso finalità estranee o addirittura contrarie alla sua stessa natura. Esso viene allora sfruttato per altri fini e, quel che è peggio, si profitta a volte di tali manifestazioni per dar sfogo alle ignobili passioni dell'odio, della rivalità e della vendetta, trasformando così luoghi e momenti di divertimento, di gioia e di serenità in luoghi e momenti di spavento, di terrore e di lutto.
Ricordiamo che la violenza è sempre un'offesa, un insulto all'uomo, sia di chi la compie che di chi la subisce. Ma essa è un controsenso, una mostruosa assurdità quando viene attuata in occasione delle manifestazioni sportive, negli stadi o altrove, perché lo sport ha di mira la gioia e non il terrore, il divertimento e non lo spavento, la solidarietà e non l'odio, la fratellanza e non la divisione.
La violenza è un'offesa all'uomo, ma è un'offesa soprattutto al cristiano, perché il cristiano riconosce sempre in tutti gli uomini dei fratelli e mai dei nemici. Per il cristiano, tutti i luoghi e tutti i tempi sono momenti propizi per esprimere i propri sentimenti di fratellanza e di solidarietà verso gli altri. Ma ciò vale in particolare per i momenti e per i luoghi in cui esercita l'attività sportiva, perché questa già in se stessa è intesa a promuovere sentimenti di solidarietà, di fratellanza, d'amore, di gioia, di pace.
Cari fratelli, questo incontro col Papa sia davvero per voi un'occasione provvidenziale per dare un orientamento decisamente cristiano alla vostra vita ed alla vostra opera. Valga esso a riporre nella loro giusta prospettiva quei valori che, soli, danno un significato, una dignità ed uno scopo al vostro esistere: l'amore di Dio al di sopra di tutto, e poi l'amore generoso ed operoso verso i fratelli, specialmente per i più provati. A questo proposito, mi compiaccio per il gesto di solidarietà da voi compiuto nei riguardi dei profughi cambogiani.
Prego il Signore perché questo momento di grazia sia fecondo di frutti duraturi per le vostre anime e per l'attività dell'Associazione alla quale appartenete.
Estendo volentieri il mio cordiale saluto e il mio apprezzamento per la loro presenza ai dirigenti ed ai giocatori delle due squadre sportive romane, la "Roma" e la "Lazio". A tutti di cuore imparto la mia Benedizione.
Data: 1980-01-28 Data estesa: Lunedi 28 Gennaio 1980.
Titolo: Nessuno si senta trascurato dal Papa
Cari fratelli e figli del Messico, Nella ricorrenza del primo anniversario della mia visita nel vostro Paese, voglio farvi giungere la mia parola di saluto, di ricordo, di ringraziamento e di incoraggiamento nella strada del bene.
Il bacio che al mio arrivo ho dato alla terra messicana voleva essere una prova di stima e d'affetto, che dava inizio a quell'intenso scambio di sentimenti che, in gioiosa sintonia di cuori, si sono manifestati durante la mia permanenza nella città del Messico, a Puebla, Oaxaca, Guadalajara e Monterrey, estendendosi da li a tutti i focolari messicani.
Mentre evoco quei momenti indimenticabili, desidero ribadire la mia gratitudine per la vostra magnifica accoglienza, che aveva come punto di riferimento quell'avvenimento ecclesiale evangelizzatore che ha trovato la sua migliore concretizzazione nella III conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano.
Ricordando qui quello che precisamente fu obiettivo centrale della mia visita, cioè offrire da parte mia tutta la contribuzione possibile alla causa dell'evangelizzazione, desidererei un'altra volta incoraggiarvi ad irrobustire la vostra coscienza cristiana, la vostra vita di fede, la vostra gioia nella pratica del messaggio di Cristo, la vostra decisione di lavorare per il bene spirituale e materiale di tutti.
Non mi è possibile, in questi momenti, dirvi tutto quello che vorrei per aiutarvi nel sentiero della fedeltà a Cristo.
Ai fratelli nell'Episcopato rinnovo la mia fiducia e la mia cordiale benevolenza, assicurandoli che li accompagno nelle loro sollecitudini e preoccupazioni costanti, così come nel loro generoso donarsi per la Chiesa e per il bene di ciascuno dei loro fedeli.
I sacerdoti, religiosi, religiose e quanti si preparano ad una consacrazione specifica a Dio ed ai fratelli, li incoraggio con intenso affetto nella loro coraggiosa scelta e li esorto a mantenersi fedeli alla loro vocazione, camminando sempre nell'amore a Cristo (cfr. Ep 5,2) con un costante sguardo di fede circa la loro identità e il valore della loro consegna ecclesiale.
Al laicato cattolico organizzato e a tutti coloro che nella loro attività personale, familiare o professionale si sforzano seriamente di rendere presente Cristo nella vostra società, giunga il mio invito a prendere coscienza della loro appartenenza ecclesiale e della loro chiamata all'apostolato derivata dal proprio battesimo (cfr. AA 3).
Esorto gli intellettuali, universitari, studenti e giovani in genere, a considerare la loro vita non soltanto in funzione di una solida formazione personale, ma come una vera vocazione per divenire promotori di elevazione umana e morale nella società, per renderla più degna, più giusta, più a misura dell'uomo completo. (Ioannis Pauli PP. II Allocutio ad alumnos doctoresque Studiorum Universitatum catholicarum Mexici nonnullarumque aliarum nationum americae Latinae habita, die 31ian. 1979: AAS 71[1979] 235s; cfr. etiam Nuntius scripto datus alumnis Mexici totiusque Americae Latinae, die 15 febr. 1979/AAS 71[1979] 252ss) Ai bambini, che tante volte si sono fatti presenza gioiosa nel mio cammino, offro la mia preghiera particolare, affinché siano educati come buoni cristiani, ad imitazione del modello più sublime: Gesù, il Dio fatto uomo (cfr. Eiusdem Catechesi Tradendae, CTR 35-38).
La mia parola s'indirizza ugualmente, con accenti di speciale intensità, ai membri delle comunità indigene, ai settori rurale ed operaio. Siete depositari di una grande dignità personale e di valori che meritano, cari figli, tutto il rispetto, la considerazione e l'appoggio. Siate consci di questo vostro importante ruolo nella società e nella Chiesa, cercando di sforzarvi per conquistare le mete umane e cristiane più elevate (cfr. Ioannis Pauli PP. II Allocutio ad "indios" quos dicunt in pago "Cuilpan" habita, die 29 ian. 1979: AAS 71(1979) 27ss; cfr. allocutio ad operaios in urbe "Monterrey" habita, die 31Ian. 1979: AAS 71[1979] 240ss).
Infine, al mondo del dolore, ai malati ed a coloro che soffrono, riservo il mio ricordo di predilezione, che si fa preghiera per tutti. Pur nella sofferenza mantenete la speranza ed il coraggio, ricordando che, unita alla croce di Cristo, la vostra solitudine interiore si trasforma in grazie di salvezza per voi e per tutta la Chiesa (Col 1,24ss; 2Co 12,10).
Amati fratelli e figli: nessuno si senta dimenticato dal Papa, che abbraccia tutti in questo percorso panoramico globale. Facciamo tutti quanti insieme, io in mezzo a voi, un pellegrinaggio di fede al focolare e santuario del Messico. Ai piedi della benedetta Madre Nostra, la Vergine di Guadalupe, voglio depositare con voi la preghiera che, con il suo aiuto, questa Chiesa di Dio, la cui vitalità ho voluto potenziare con la mia visita, possa sperimentare una crescita pulsante, una rinnovata fioritura spirituale, un incremento di vita cristiana, un consolidamento delle forze evangelizzatrici, un'avvicinamento costante del Messico fedele a Cristo, meta e obbiettivo della nostra fatica di ogni giorno.
Come fratello e amico chiedo al Padre celeste che vi colmi della sua grazia e pace, mentre benedico di cuore ciascuno dei messicani, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. così sia.
[Traduzione dallo spagnolo]
Data: 1980-01-28 Data estesa: Lunedi 28 Gennaio 1980.
Titolo: Proclamiamo più efficacemente la sacralità della vita umana
Cari fratelli in nostro Signore Gesù Cristo, E' con grande speranza e grande entusiasmo che mando i miei saluti a tutti voi riuniti a Dallas. Questa importante sessione di studio, sponsorizzata dal Pope John XXIII Medical-Moral Research and Education Center, e generosamente sostenuta dai Cavalieri di Colombo, è una splendida iniziativa al servizio della verità e della persona umana. La riunione di un così grande numero di Vescovi dagli Stati Uniti e dal Canada manifesta la consapevolezza delle vostre responsabilità pastorali come autentici maestri del popolo di Dio che sono chiamati a vivere le loro vite cristiane nel mondo moderno.
Il tema del vostro dibattito, Le Nuove Tecnologie della Nascita e della Morte, tocca complesse questioni di etica medica che riguardano la Chiesa e tutta la società. Ho avuto modo nell'Enciclica "Redemptor Hominis" di esprimere la seguente affermazione: "Lo sviluppo della tecnica e lo sviluppo della civiltà del nostro tempo, che è contrassegnato dal dominio della tecnica stessa, esigono un proporzionale sviluppo della vita morale e dell'etica. Intanto quest'ultimo sembra, purtroppo, rimanere sempre arretrato" (Ioannis Pauli PP. II RH 15).
Nel vostro impegno congiunto a Dallas, voi avete fedelmente ripetuto i sentimenti del mio cuore espressi lo scorso ottobre a Washington, D.C.: "Non esito a proclamare davanti a voi e al mondo che tutta la vita umana - dal momento del concepimento e attraverso tutte le successive fasi - è sacra, perché la vita umana è creata ad immagine e somiglianza di Dio". Il nostro compito è di proclamare sempre più efficacemente la sacralità di questa vita, ma per fare questo, dobbiamo capire le nuove opportunità e le nuove minacce poste alla persona dalle sempre più sofisticate tecnologie. In questo importante momento della storia, siete chiamati, come Vescovi, a fornire una guida aggiornata, esaminando le nuove questioni alla luce della Parola eterna di Dio, e con l'aiuto offerto dall'insegnamento della Chiesa. In questo contesto, le vostre riflessioni, aiutate da medici, teologi ed esperti di diritto che generosamente condividono le loro conoscenze e le loro esperienze a favore di questo dibattito, aiuteranno a contribuire a quel "proporzionale sviluppo della vita morale e dell'etica" che la situazione attuale onestamente richiede.
Cari fratelli: questo è un grande e vitale contributo della Chiesa di Gesù Cristo agli uomini e alle donne del nostro tempo.
Che Dio benedica il Pope John Center nel suo desiderio e nel suo impegno di essere al servizio del magistero della Chiesa e della causa dell'umanità. Possa lo Spirito Santo guidare le vostre menti ed i vostri cuori nei misteri della sua divina saggezza e possa infiammarvi del suo amore.
A tutti quelli che partecipano a questo incontro, e a tutti quelli che lo hanno reso possibile, impartisco la mia Benedizione Apostolica: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.
Amen. [Traduzione dall'inglese]
Data: 1980-01-29 Data estesa: Martedi 29 Gennaio 1980.
Titolo: Coscienza del significato del corpo e innocenza originaria
1. La realtà del dono e dell'atto del donare, delineata nei primi capitoli della Genesi come contenuto costitutivo del mistero. della creazione, conferma che l'irradiazione dell'Amore è parte integrante di questo stesso mistero. Soltanto l'Amore crea il bene, ed esso solo può, in definitiva, essere percepito in tutte le sue dimensioni ed i suoi profili nelle cose create e soprattutto nell'uomo. La sua presenza è quasi il risultato finale di quell'ermeneutica del dono, che qui stiamo conducendo. La felicità originaria, il "principio" beatificante dell'uomo che Dio ha creato "maschio e femmina" (Gn 1,27), il significato sponsale del corpo nella sua nudità originaria: tutto ciò esprime il radicamento nell'Amore.
Questo donare coerente, che risale fino alle più profonde radici della coscienza e della subcoscienza, agli strati ultimi dell'esistenza soggettiva di ambedue, uomo e donna, e che si riflette nella loro reciproca "esperienza del corpo", "testimonia il radicamento nell'Amore. I primi versetti della Bibbia ne parlano tanto da togliere ogni dubbio. Parlano non soltanto della creazione del mondo e dell'uomo nel mondo, ma anche della grazia, cioè del comunicarsi della santità, dell'irradiare dello Spirito, che produce uno speciale stato di "spiritualizzazione" in quell'uomo, che di fatto fu il primo. Nel linguaggio biblico, cioè nel linguaggio della Rivelazione, la qualifica di "primo" significa appunto "di Dio": "Adamo, figlio di Dio" (cfr. Lc 3,38).
2. La felicità è il radicarsi nell'Amore. La felicità originaria ci parla del "principio" dell'uomo, che è sorto dall'Amore e ha dato inizio all'amore. E ciò è avvenuto in modo irrevocabile, nonostante il successivo peccato e la morte. A suo tempo, Cristo sarà testimone di questo amore irreversibile del Creatore e Padre, che si era già espresso nel mistero della creazione e nella grazia dell'innocenza originaria. E perciò anche il comune "principio" dell'uomo e della donna, cioè la verità originaria del loro corpo nella mascolinità e femminilità, verso cui Genesi 2,25 rivolge la nostra attenzione, non conosce la vergogna. Questo "principio" si può anche definire come originaria e beatificante immunità dalla vergogna per effetto dell'amore.
3. Una tale immunità ci orienta verso il mistero dell'innocenza originaria dell'uomo. Essa è un mistero della sua esistenza, anteriore alla conoscenza del bene e del male e quasi "al di fuori" di questa. Il fatto che l'uomo esiste in questo modo, antecedentemente alla rottura della prima Alleanza col suo Creatore, appartiene alla pienezza del mistero della creazione. Se, come abbiamo già detto, la creazione è un dono fatto all'uomo, allora la sua pienezza e dimensione più profonda è determinata dalla grazia, cioè dalla partecipazione alla vita interiore di Dio stesso, alla sua santità. Questa è anche, nell'uomo, fondamento interiore e sorgente della sua innocenza originaria. E' con questo concetto - e più precisamente con quello di "giustizia originaria" - che la teologia definisce lo stato dell'uomo prima del peccato originale. Nella presente analisi del "principio", che ci spiana le vie indispensabili alla comprensione della teologia del corpo, dobbiamo soffermarci sul mistero dello stato originario dell'uomo.
Infatti, proprio quella coscienza del corpo - anzi, la coscienza del significato del corpo - che cerchiamo di mettere in luce attraverso l'analisi del "principio", rivela la peculiarità dell'innocenza originaria.
Ciò che forse maggiormente si manifesta in Genesi 2,25 in modo diretto, è appunto il mistero di tale innocenza, che tanto l'uomo quanto la donna delle origini portano, ciascuno in se stesso. Di tale caratteristica è testimone in certo senso "oculare" il loro corpo stesso. E' significativo che l'affermazione racchiusa in Genesi 2,25 - circa la nudità reciprocamente libera da vergogna - sia una enunciazione unica nel suo genere in tutta la Bibbia, così che non sarà mai più ripetuta. Al contrario, possiamo citare molti testi, in cui la nudità sarà legata alla vergogna o addirittura, in senso ancor più forte, all'"ignominia". In questo ampio contesto sono tanto più visibili le ragioni per scoprire in Genesi 2,25 una particolare traccia del mistero dell'innocenza originaria e un particolare fattore della sua irradiazione nel soggetto umano. Tale innocenza appartiene alla dimensione della grazia contenuta nel mistero della creazione, cioè a quel misterioso dono atto all'intimo dell'uomo - al "cuore" umano - che consente ad entrambi, uomo e donna, di esistere dal "principio" nella reciproca relazione del dono disinteressato di sé. In ciò è racchiusa la rivelazione e insieme la scoperta del significato "sponsale" del corpo nella sua mascolinità e femminilità. Si comprende perché parliamo, in questo caso, di rivelazione ed insieme di scoperta. Dal punto di vista della nostra analisi è essenziale che la scoperta del significato sponsale del corpo, che leggiamo nella testimonianza del Libro della Genesi, si attui attraverso l'innocenza originaria; anzi, è tale scoperta che la svela e la mette in evidenza.
4. L'innocenza originaria appartiene al mistero del "principio" umano, dal quale l'uomo "storico" si è poi separato commettendo il peccato originale. Il che non significa, pero, che non sia in grado di avvicinarsi a quel mistero mediante la sua conoscenza teologica. L'uomo "storico" cerca di comprendere il mistero dell'innocenza originaria quasi attraverso un contrasto, e cioè risalendo anche all'esperienza della propria colpa e della propria peccaminosità. Egli cerca di comprendere l'innocenza originaria come carattere essenziale per la teologia del corpo, partendo dall'esperienza della vergogna; infatti, lo stesso testo biblico così lo orienta. L'innocenza originaria è quindi ciò che "radicalmente", cioè alle sue stesse radici, esclude la vergogna del corpo nel rapporto uomo-donna, ne elimina la necessità nell'uomo, nel suo cuore, ossia nella sua coscienza. Sebbene l'innocenza originaria parli soprattutto del dono del Creatore, della grazia che ha reso possibile all'uomo di vivere il senso della donazione primaria del mondo ed in particolare il senso della donazione reciproca dell'uno all'altro attraverso la mascolinità e femminilità in questo mondo, tuttavia tale innocenza sembra anzitutto riferirsi allo stato interiore del "cuore" umano, della umana volontà.
Almeno indirettamente, in essa è inclusa la rivelazione e la scoperta dell'umana coscienza morale - la rivelazione e la scoperta di tutta la dimensione della coscienza - ovviamente, prima della conoscenza del bene e del male. In certo senso, va intesa come rettitudine originaria.
5. Nel prisma del nostro "a posteriori storico" cerchiamo quindi di ricostruire, in certo modo, la caratteristica dell'innocenza originaria intesa quale contenuto della reciproca esperienza del corpo come esperienza del suo significato sponsale (secondo la testimonianza di Genesi 2,23-25). Poiché la felicità e l'innocenza sono iscritte nel quadro della comunione delle persone, come se si trattasse di due fili convergenti dell'esistenza dell'uomo nello stesso mistero della creazione, la coscienza beatificante del significato del corpo - cioè del significato sponsale della mascolinità e della femminilità umane - è condizionata dall'originaria innocenza. Sembra che non vi sia alcun impedimento per intendere qui quella innocenza originaria come una particolare "purezza di cuore", che conserva un'interiore fedeltà al dono secondo il significato sponsale del corpo.
Di conseguenza, l'innocenza originaria, così concepita, si manifesta come una tranquilla testimonianza della coscienza che (in questo caso) precede qualsiasi esperienza del bene e del male; e tuttavia tale testimonianza serena della coscienza è qualcosa di tanto più beatificante. Si può dire, infatti, che la coscienza del significato sponsale del corpo, nella sua mascolinità e femminilità, diventa "umanamente" beatificante solo mediante tale testimonianza.
A questo argomento - cioè al legame che, nell'analisi del "principio" dell'uomo, si delinea tra la sua innocenza (purezza di cuore) e la sua felicità - dedicheremo la prossima meditazione.
Data: 1980-01-30 Data estesa: Mercoledi 30 Gennaio 1980.
GPII 1980 Insegnamenti - Alla comunità di Nostra Signora di Guadalupe - Roma