GPII 1980 Insegnamenti - Ai giovani, udienza generale - san Pietro (Roma)

Ai giovani, udienza generale - san Pietro (Roma)

Titolo: Dalla croce di Gesù l'esempio dell'obbedienza

Carissimi giovani! Cari ragazzi e fanciulle! Siete venuti numerosi e forse anche di lontano a Roma, per pregare sulla tomba di san Pietro, per vedere il suo successore e per sentire la sua parola. Vi saluto di vero cuore e vi ringrazio della vostra visita, della quale auspico che portiate alle vostre case un ricordo e un sentimento che siano efficaci nella vostra vita.

Siamo nel tempo liturgico della quaresima, cioè in quel periodo particolare dell'anno, più pensoso e più austero, che ci porta giorno dopo giorno alla Settimana Santa e specialmente al Venerdi Santo, il giorno che ricorda la morte di Gesù in croce per la nostra salvezza.

San Paolo, scrivendo ai cristiani della città di Filippi, affermava: "Gesù Cristo umilio se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Ph 2,8). Umilio se stesso; si è fatto obbediente: sono parole che oggi sembrano inattuali, specie se dette a dei giovani, quando c'è tutta una sistematica opposizione all'obbedienza, che viene presentata come una umiliazione della propria personalità, una sconfitta dell'intelligenza e della volontà, una abdicazione alla propria dignità umana; e si predica l'autonomia, la rivolta, la ribellione...

Invece proprio Gesù ci ha dato l'esempio dell'obbedienza fino alla morte di croce! E perciò io vi esorto all'obbedienza, parlandovi in nome di Gesù! Certamente nella società in cui dobbiamo vivere, vi è chi non sa più comandare nel modo giusto; e perciò l'obbedienza, quand'è necessario, deve essere rispettosamente critica.

Ma vi sono anche, e quanto numerosi!, coloro che sono un insegnamento vivente del bene: ottimi papà e mamme, che vi amano e desiderano solo guidarvi per la retta strada; maestri, professori e presidi che vi seguono con delicata premura; sacerdoti equilibrati e saggi, ansiosi solo della vostra vera felicità e della vostra salvezza; suore e catechiste, dedite unicamente alla vostra autentica formazione... Ebbene io vi dico, ascoltateli, obbediteli! Come ben sapete, tutti i santi sono passati attraverso la prova, talvolta addirittura eroica dell'obbedienza: come Maria santissima, come san Giuseppe, i quali non fecero altro che obbedire alla voce di Dio che li chiamava ad una missione ben sublime, ma anche sconcertante e misteriosa! Perché dovete obbedire? Prima di tutto perché l'obbedienza è necessaria nel quadro generale della Provvidenza: Dio non ci ha creati a caso, ma per un fine ben chiaro e lineare: la sua gloria eterna e la nostra felicità. I genitori e tutti coloro che hanno responsabilità su di noi, devono, in nome di Dio, aiutarci a raggiungere il fine voluto dal Creatore.

Inoltre, l'obbedienza esterna insegna anche ad obbedire alla legge interiore della coscienza, ossia alla volontà di Dio espressa nella legge morale.

Infine, dovete obbedire anche perché l'obbedienza rende serena e consolante la vita: quando siete obbedienti in casa, a scuola, sul lavoro, siete più lieti e portate gioia nell'ambiente.

E come dovete obbedire? Con amore e anche con santo coraggio, ben sapendo che quasi sempre l'obbedienza è difficile, costa sacrificio, esige impegno e talvolta importa perfino uno sforzo eroico. Bisogna guardare Gesù Crocifisso! Bisogna anche obbedire con fiducia, convinti che la grazia di Dio non manca mai e che poi l'anima viene colmata di immensa gioia interiore. Lo sforzo dell'obbedienza viene ripagato con una continua letizia pasquale.

Ecco, o carissimi, l'esortazione che desideravo darvi mentre viviamo il tempo della quaresima. Vi aiuti e vi accompagni sempre la benedizione apostolica, che di cuore imparto a voi, ai vostri genitori e ai vostri insegnanti.

Data: 1980-03-12Data estesa: Mercoledi 12Marzo 1980.


Nell'Aula "Paolo VI" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il mistero della donna si rivela nella maternità

1. Nella meditazione precedente, abbiamo sottoposto ad analisi la frase di Genesi 4, 1e, in particolare, il termine "conobbe", usato nel testo originale per definire l'unione coniugale. Abbiamo anche rilevato che questa "conoscenza" biblica stabilisce una specie di archetipo personale della corporeità e sessualità umana. Ciò sembra assolutamente fondamentale per comprendere l'uomo, che fin dal "principio" è alla ricerca del significato del proprio corpo. Questo significato sta alla base della stessa teologia del corpo. Il termine "conobbe" - "si uni" (Gn 4,1-2) sintetizza tutta la densità del testo biblico finora analizzato.

L'"uomo" che, secondo Genesi 4,1per la prima volta, "conosce" la donna, sua moglie, nell'atto dell'unione coniugale, è infatti quello stesso che, imponendo i nomi, cioè anche "conoscendo", si è "differenziato" da tutto il mondo degli esseri viventi o animalia, affermando se stesso come persona e soggetto. La "conoscenza", di cui parla Genesi 4,1, non lo allontana né può allontanarlo dal livello di quella primordiale e fondamentale autocoscienza. Quindi - qualsiasi cosa ne affermasse una mentalità unilateralmente "naturalistica" - in Genesi 4,1non può trattarsi di un'accettazione passiva della propria determinazione da parte del corpo e del sesso, proprio perché si tratta di "conoscenza"! E', invece, una ulteriore scoperta del significato del proprio corpo, scoperta comune e reciproca, così come comune e reciproca è dall'inizio l'esistenza dell'uomo, che "Dio creo maschio e femmina". La conoscenza, che stava alla base della solitudine originaria dell'uomo, sta ora alla base di quest'unità dell'uomo e della donna, la cui chiara prospettiva è stata racchiusa dal Creatore nel mistero stesso della creazione (Gn 1,27 Gn 2,23). In questa "conoscenza", l'uomo conferma il significato del nome "Eva", dato a sua moglie, "perché essa fu madre di tutti i viventi" (Gn 3,20).


2. Secondo Genesi 4,1colui che conosce è l'uomo e colei che è conosciuta è la donna-moglie, come se la specifica determinazione della donna, attraverso il proprio corpo e sesso, nascondesse ciò che costituisce la profondità stessa della sua femminilità. L'uomo, invece, è colui che - dopo il peccato - ha sentito per primo la vergogna della sua nudità, e per primo ha detto: "Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto" (Gn 3,10). Occorrerà ancora tornare separatamente allo stato d'animo di entrambi dopo la perdita dell'innocenza originaria. Già fin d'ora, pero, bisogna costatare che nella Genesi 4,1, il mistero della femminilità si manifesta e si rivela fino in fondo mediante la maternità, come dice il

"la quale concepi e partori". La donna sta davanti all'uomo come madre, soggetto della nuova vita umana che in essa è concepita e si sviluppa, e da essa nasce al mondo. così si rivela anche fino in fondo il mistero della mascolinità dell'uomo, cioè il significato generatore e "paterno" del suo corpo.


3. La teologia del corpo, contenuta nel Libro della Genesi, è concisa e parca di parole. Nello stesso tempo, vi trovano espressione contenuti fondamentali, in un certo senso primari e definitivi. Tutti si ritrovano a loro modo, in quella biblica "conoscenza". Differente, rispetto all'uomo, è la costituzione della donna; anzi, oggi sappiamo che è differente fino alle determinanti biofisiologiche più profonde. Essa si manifesta al di fuori soltanto in una certa misura, nella costruzione e nella forma del suo corpo. La maternità manifesta tale costituzione al di dentro, come particolare potenzialità dell'organismo femminile, che con peculiarità creatrice serve al concepimento e alla generazione dell'essere umano, col concorso dell'uomo. La "conoscenza" condiziona la generazione.

La generazione è una prospettiva, che uomo e donna inseriscono nella loro reciproca "conoscenza". Questa, perciò, oltrepassa i limiti di soggetto-oggetto, quali uomo e donna sembrano essere a vicenda, dato che la "conoscenza" indica da una parte colui che "conosce" e dall'altra colei che "è conosciuta" (o viceversa). In questa "conoscenza" si racchiude anche la consumazione del matrimonio, lo specifico consummatum; così si ottiene il raggiungimento della "oggettività" del corpo, nascosta nelle potenzialità somatiche dell'uomo e della donna, ed insieme il raggiungimento della oggettività dell'uomo che "è" questo corpo. Mediante il corpo, la persona umana è "marito" e "moglie"; in pari tempo, in questo particolare atto di "conoscenza", mediato dalla femminilità e mascolinità personali, sembra raggiungersi anche la scoperta della "pura" soggettività del dono: cioè, la mutua realizzazione di sé nel dono.


4. La procreazione fa si che "l'uomo e la donna (sua moglie)" si conoscano reciprocamente nel "terzo", originato da ambedue. Perciò, questa "conoscenza" diventa una scoperta, in certo senso una rivelazione del nuovo uomo, nel quale entrambi, uomo e donna, riconoscono ancora se stessi, la loro umanità, la loro viva immagine. In tutto ciò che viene determinato da entrambi attraverso il corpo ed il sesso, la "conoscenza" iscrive un contenuto vivo e reale. Pertanto, la "conoscenza" in senso biblico significa che la determinazione "biologica" dell'uomo, da parte del suo corpo e sesso, cessa di essere qualcosa di passivo, e raggiunge un livello e un contenuto specifici alle persone autocoscienti e autodeterminanti; quindi essa comporta una particolare coscienza del significato del corpo umano legata alla paternità e alla maternità.


5. Tutta la costituzione esteriore del corpo della donna, il sua particolare aspetto, le qualità che con la forza di una perenne attrattiva stanno all'inizio della "conoscenza", di cui parla Genesi 4,1-2("Adamo si uni a Eva sua moglie"), sono in stretta unione con la maternità. La Bibbia (e in seguito la liturgia), con la semplicità che le è propria, onora e loda lungo i secoli "il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte" (Lc 11,27). Queste parole costituiscono un elogio della maternità, della femminilità, del corpo femminile nella sua tipica espressione dell'amore creatore. E sono parole riferite nel Vangelo alla Madre di Cristo, Maria, seconda Eva. La prima donna, invece, nel momento in cui per la prima volta si rivelo la maturità materna del suo corpo, quando "concepi e partori", disse: "Ho acquistato un uomo dal Signore" (Gn 4,1).


6. Queste parole esprimono tutta la profondità teologica della funzione di generare-procreare. Il corpo della donna diventa luogo del concepimento del nuovo uomo. Nel suo grembo, l'uomo concepito assume il suo aspetto umano proprio, prima di essere messo al mondo. L'omogeneità somatica dell'uomo e della donna, che ha trovato la sua prima espressione nelle parole: "E' carne della mia carne e osso delle mie ossa" (Gn 2,23), è confermata a sua volta dalle parole della prima donna-madre: "Ho acquistato un uomo!". La prima donna partoriente ha piena consapevolezza del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana. Ha anche piena consapevolezza della partecipazione creativa che Dio ha nella generazione umana, opera sua e di suo marito, poiché dice: "Ho acquistato un uomo dal Signore".

Non può esservi alcuna confusione tra le sfere d'azione delle cause. I primi genitori trasmettono a tutti i genitori umani - anche dopo il peccato, insieme al frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male e quasi alla soglia di tutte le esperienze "storiche" - la verità fondamentale circa la nascita dell'uomo a immagine di Dio, secondo le leggi naturali. In questo nuovo uomo - nato dalla donna-genitrice per opera dell'uomo-genitore - si riproduce ogni volta la stessa "immagine di Dio", di quel Dio che ha costituito l'umanità del primo uomo: "Dio creo l'uomo a sua immagine; ...maschio e femmina li creo" (Gn 1,27).


7. Sebbene esistano profonde differenze tra lo stato d'innocenza originaria e lo stato di peccaminosità ereditaria dell'uomo, quella "immagine di Dio" costituisce una base di continuità e di unità. La "conoscenza", di cui parla Genesi 4,1, è l'atto che origina l'essere, ossia in unione col Creatore stabilisce un nuovo uomo nella sua esistenza. Il primo uomo, nella sua solitudine trascendentale, ha preso possesso del mondo visibile, creato per lui, conoscendo e imponendo i nomi agli esseri viventi (animalia). Lo stesso "uomo", come maschio e femmina, conoscendosi reciprocamente in questa specifica comunità-comunione di persone, nella quale l'uomo e la donna si uniscono così strettamente tra loro da diventare "una sola carne", costituisce l'umanità, cioè conferma e rinnova l'esistenza dell'uomo quale immagine di Dio. Ogni volta entrambi, uomo e donna, riprendono, per così dire, questa immagine dal mistero della creazione e la trasmettono "con l'aiuto di Dio-Jahvè".

Le parole del Libro della Genesi, che sono una testimonianza della prima nascita dell'uomo sulla terra, racchiudono contemporaneamente in sé tutto ciò che si può e si deve dire della dignità della generazione umana.

Data: 1980-03-12Data estesa: Mercoledi 12Marzo 1980.


Udienza ad un pellegrinaggio di Augsburg - Città del Vaticano (Roma)

Reverendissimo Signor Vescovo, Signore e Signori, Cari giovani amici! E' per me una gioia particolare potervi accogliere oggi in questa udienza qui in Vaticano. Porgo il mio saluto a voi, che insieme con il venerato vescovo della diocesi di Augusta (Augsburg), mons. Stimpfle, siete eletti rappresentanti della nobiltà bavarese come pure personalità della vita ecclesiale e pubblica. A tutti vada il mio cordiale benvenuto, in modo particolare ai giovani cantori che compogno il coro degli "Augsburger Domsingknaben" (i "Pueri cantores" del duomo di Augusta).

Benché diversa sia la vostra provenienza e diversi i compiti che svolgete nella vita, volentieri vi accolgo come un solo gruppo, come una comunità di fedeli, che la comune fede in Cristo e nella sua santa chiesa congiunge fra di loro come fratelli e sorelle. Voi rappresentate nello stesso tempo la vostra patria cattolica, in cui sono profondamente radicati l'amore per la chiesa e il legame col successore di Pietro. Proprio in questo tempo di progressiva secolarizzazione nello Stato e nella società, è necessario richiamarsi in modo più intenso alla preziosa eredità cristiana tramandata dai vostri predecessori e mantenerla viva mediante istituzioni e costumi ecclesiali e culturali adatti ai nostri tempi. Ognuno di voi è chiamato a dare il suo personale contributo nell'ambito della sua particolare competenza e responsabilità.

In questa circostanza saluto anche la rifondazione, avvenuta qualche anno fa, del qui presente coro dei piccoli cantori del duomo di Augusta: in tal modo si è fatta rivivere felicemente un'antica tradizione, risalente già a tre secoli fa, che teneva in grande onore la musica sacra. A nome di tutti presenti ringrazio questi giovani cantori per le loro esecuzioni musicali e auguro ad esse e a tutti voi un lieto e spiritualmente fruttuoso soggiorno romano. Che l'incontro con i molti luoghi santi e con le testimonianze di fede dei cristiani dei primi secoli possa rafforzare in voi la fede e rendervi lieti della vostra vocazione cristiana.

Con i miei migliori auguri personali per ciascuno di voi, invoco per voi e per i vostri cari un particolare aiuto e protezione nella patria celeste e vi impartisco di cuore la benedizione apostolica.

[Traduzione dal tedesco]

Data: 1980-03-14 Data estesa: Venerdi 14 Marzo 1980.


Agli allievi delle Scuole Centrali Antincendi - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Date espressione concreta all'amore cristiano

Carissimi allievi delle Scuole Centrali Antincendi! Sono contento di accogliervi oggi tutti insieme, proseguendo una tradizione già da tempo iniziata dai miei predecessori.

Vi saluto di cuore, mentre porgo un caloroso benvenuto a voi, al vostro Cappellano ed ai rappresentanti del vostro Comando. Voi state terminando un corso di formazione, nel quale avete certamente appreso molte cose necessarie all'opera che dovrete svolgere nelle vostre rispettive sedi.

La mia parola si aggiunge a questi preziosi insegnamenti, per incoraggiarvi nell'attività che vi attende e nel ricordarvene il senso nascosto, che è anche profondamente cristiano.

Il vostro è un impegno di generosità e di rischio, di abnegazione e di sacrificio. Esso trae il suo significato più vero dalla qualifica di servizio, che riveste nei confronti della società. Ecco perché si tratta di un lavoro che ha pure e deve mantenere viva una inconfutabile dimensione cristiana, anzi evangelica. A quante situazioni di bisogno dovrete andare incontro! E a quanti uomini in difficoltà presterete aiuto! Ebbene, che in tutto ciò il vostro comportamento assomigli a quello del Buon Samaritano, protagonista di una delle parabole più efficaci raccontate da Gesù secondo il Vangelo di Luca (Lc 10,29ss).

Proprio a questo io vorrei invitarvi: ad affrontare e ad esplicare la vostra attività come una espressione concreta dell'amore cristiano verso il prossimo e le sue necessità. Un dovere morale non può mai essere un mestiere, e tanto meno la carità cristiana, che invece è ragione di vita, e libero e potente impulso dinamico in favore degli altri.

Voi capite bene, perciò, che solo ponendovi in questa prospettiva potete conferire una particolare nobiltà ad un servizio tanto delicato e necessario alla comunità; in ogni caso, esso sarà tanto più proficuo quanto più sarà vivificato da una componente umana di premura, di benevolenza, e direi di compassione nel senso originario e appunto evangelico del termine, che significa "condividere le sofferenze degli altri".

Sulla base di queste brevi riflessioni, sono lieto di augurarvi ogni migliore successo. Che il Signore vi assista con la sua grazia, vi dia forza ed entusiasmo, e vi protegga sempre.

Da parte mia, in pegno di abbondanti favori celesti su di voi e sui vostri familiari e amici, sul Cappellano e sui Comandanti, vi concedo la mia paterna e cordiale Benedizione Apostolica.

Data: 1980-03-15 Data estesa: Sabato 15 Marzo 1980.


A un gruppo di cavatori di marmo di Carrara - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La fede in Cristo conforti il vostro duro lavoro

1. Siate i benvenuti, figli carissimi! Saluto fraternamente il vostro Vescovo monsignor Aldo Forzoni, che ha voluto guidare il pellegrinaggio, organizzato dalla vostra associazione, testimoniando anche in questo modo l'affetto che lo lega a tutti voi.

E saluto voi, cavatori, e le vostre famiglie, ringraziandovi cordialmente per la gioia che mi recate con questa vostra visita il cui significato è stato or ora illustrato dal vostro collega; vogliate portare il mio saluto ai vostri amici, che condividono la fatica, le difficoltà, i rischi di un lavoro logorante qual è il vostro.


2. La Provvidenza ha voluto che facessi anch'io, in un certo periodo della mia vita, l'esperienza dura del lavoro in cava. Ho quindi potuto rendermi conto personalmente di quali difficoltà esso comporti: non basta la forza, ci vogliono anche destrezza, padronanza di nervi, prontezza di riflessi, coraggio. Non basta saper manovrare i macchinari, bisogna aver confidenza con la montagna, conoscerne i segreti ed anche le insidie nascoste. Soprattutto ci vogliono solidi doti morali per reggere alla fatica di una giornata passata alle prese con martelli pneumatici, subbie e mazzuoli.

Ci sono, poi, gli imprevisti e gli incidenti, che possono trasformare in pochi attimi l'ambiente di lavoro nello scenario di una tragedia: anche di questo ho fatto l'esperienza e sono avvenimenti che restano segnati nell'anima per tutta la vita.

Io auspico che i miglioramenti apportati alla legislazione del lavoro, le forme previdenziali sempre più adeguate, la tempestività ed efficienza dei controlli, possano rendere sempre più sicura e meno logorante la prestazione della vostra opera. Esprimo, pero, al tempo stesso l'augurio che la vostra fatica sia sorretta ed illuminata dalla fede in Cristo, perché soltanto la sua parola può dare senso pieno alla vostra esistenza, offrire un conforto alle vostre sofferenze ed aprire una prospettiva di cielo alle vostre speranze. Sappiate vedere in Cristo un amico: anch'egli ha sperimentato la pesante fatica del lavoro manuale e può quindi capirvi appieno.


3. Ed amate la Madre sua! Voi avete voluto intitolare la vostra associazione "Opera Madonna dei cavatori" e so che nei diversi bacini marmoriferi, santificati dal vostro sudore ed a volte arrossati dal vostro sangue, voi avete elevato a lei delle pregevoli statue, che sono meta di pellegrinaggi in determinati periodi dell'anno.

Sono certo che la Vergine santa si china materna su ciascuno di voi. Non mancate di rivolgere a lei un pensiero quando al mattino vi avviate al lavoro o quando ne tornate alla sera. La Madonna saprà esservi accanto per alleviare la vostra fatica, veglierà premurosa su di voi e sulle vostre famiglie, vi custodirà lungo il cammino della vita e vi aiuterà a trasformare ogni vostra pena in mezzo di elevazione e di merito per l'eternità.

E qualche volta dite anche una preghiera per me, affinché dopo aver fatto un tempo il vostro lavoro, sappia adempiere ora i compiti non meno gravosi che il Signore ha voluto affidarmi.

A voi, ai vostri amici cavatori, a quanti sono impegnati nella lavorazione del marmo ed alle rispettive famiglie la mia affettuosa benedizione apostolica.

Vorrei aggiungere un saluto speciale e molto cordiale a tutti i rappresentanti delle vostre famiglie, alle madri di queste famiglie, ai figli di queste famiglie, e a tutti i vostri colleghi di lavoro, a tutti gli ambienti di lavoro. Io, avendo avuto una volta un'esperienza simile, so bene quale sia l'importanza della solidarietà e dell'amicizia fra coloro che lavorano insieme.

Devo dirvi che fra le esperienze più belle della mia vita rimane sempre quella della solidarietà e della amicizia che ho potuto godere quando anche io ero un operaio con altri operai. E' un'esperienza profondamente umana e molto confortante. Non mancano nel lavoro, nell'esperienza del lavoro, momenti difficili, momenti tristi. In questi momenti l'amicizia e la solidarietà fra i lavoratori vengono ad aiutarci, ci sono di conforto. E questa amicizia, questi segni di solidarietà, che ho vissuto proprio quando ero anche io un lavoratore, sono rimasti nella mia anima fino ad ora, come molto preziosi.

Voglio indirizzare un saluto speciale a tutte le vedove dei lavoratori morti sul lavoro, alle famiglie rimaste orfane. Voglio dedicare a loro una parola di conforto, di consolazione cristiana. Lottando per le giuste condizioni di lavoro, per la giusta condizione di vita dei lavoratori, bisogna sempre aver presente la dimensione piena della vita di ciascuno di noi, cioè la dimensione cristiana, la dimensione che ci dà la religione. Il Vangelo senza le risposte che Gesù Cristo ha dato, che ci dà sempre, alle domande fondamentali sulla vita umana che si pone ogni uomo, non importa se professore, se sacerdote, se scienziato, se lavoratore o operaio, questa vita perde il suo pieno senso. E io vi auguro che queste risposte alle domande fondamentali sulla nostra esistenza che ci dà Gesù Cristo rimangano anche per voi risposte soddisfacenti e diano a voi un orientamento profondo e sostanziale per la vostra vita personale, per la vostra vita familiare, per la vostra vita professionale. Questi sono gli auguri che, come vedete, vi indirizzo senza leggere perché nascono dal mio cuore. Per concludere devo dirvi anche che l'esperienza cristianamente più profonda della mia vita, l'esperienza pienamente cristiana della mia vita, l'ho fatta essendo lavoratore.

Ed è stato questo periodo, quest'esperienza di operaio, di lavoro fisico, che mi ha mostrato la strada della vocazione sacerdotale.

Data: 1980-03-15 Data estesa: Sabato 15 Marzo 1980.


Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Rispondiamo alla violenza con la preghiera, con l'amore

"Padre, ho peccato contro di te..." (Lc 15,18).

L'odierna quarta domenica di quaresima ci richiama tutta la realtà della conversione e, mediante la parabola del figlio prodigo, ci dimostra la sua profondità, ricchezza e semplicità.

Nel centro stesso di questa pagina evangelica si trovano proprio le parole: "Padre, ho peccato contro di te".

La Chiesa, nel periodo di quaresima, pondera queste parole con una particolare emozione, poiché questo è tempo in cui la Chiesa desidera più profondamente convertirsi a Cristo e senza queste parole non c'è conversione in tutta la sua verità interna. Senza queste parole, "Padre, ho peccato", l'uomo non può entrare veramente nel mistero della morte e della risurrezione di Cristo, per attingere da essa i frutti della redenzione e della grazia.

Queste sono parole-chiave. Esse evidenziano soprattutto la grande apertura interiore dell 'uomo verso Dio: "Padre, ho peccato contro di te". Se è vero che il peccato, in un certo senso, chiude l'uomo dinanzi a Dio, al contrario la confessione dei peccati apre alla coscienza dell'uomo tutta la grandezza e la maestà di Dio, e soprattutto la sua paternità. L'uomo rimane chiuso nei confronti di Dio fino a quando mancano sulle sue labbra le parole: "Padre, ho peccato"; e soprattutto fino a quando esse mancano nella sua coscienza, nel suo "cuore".

Convertirsi a Cristo, provare la potenza interiore della sua croce e della sua risurrezione, provare la piena verità della umana esistenza di lui, "in Cristo", è possibile soltanto con la forza di queste parole: "Padre, ho peccato".

E soltanto a prezzo di esse. Nel periodo di quaresima, la Chiesa prega e lavora in modo particolare, affinché esse maturino nella più ampia cerchia delle coscienze umane, affinché l'uomo dei nostri tempi le pronunci con tutta la semplicità e la fiducia indispensabili.

Queste sono parole liberatrici.


2. La Sacra Scrittura, con le espressioni: "mondo", intende la temporaneità che cerca di impadronirsi completamente dell'uomo, così da diventare la dimensione completa ed esclusiva della sua esistenza.

Ebbene, "il mondo" - soprattutto molte parole "del mondo" indirizzate all'uomo contemporaneo - cerca di impedire all'uomo di pronunciare le parole: "Padre, ho peccato contro di te", affinché le riconosca come inutili e dimenticate e si liberi da esse.

Quindi, in diversi modi, "il mondo" cerca di privare l'uomo di questo profondo aspetto della verità, con cui egli si rende consapevole del proprio peccato e lo chiama per nome - dinanzi a Dio stesso.

Il salmista parla ancora più chiaramente: "Tibi soli peccavi" - "Contro te solo ho peccato" (Ps 51,6).

Quel "tibi soli" non offusca tutte le altre dimensioni del male morale, come lo è il peccato in rapporto agli altri uomini, in rapporto alla comunità umana. Tuttavia, "il peccato" è un male morale in modo principale e definitivo in relazione a Dio stesso, al Padre nel Figlio. Quindi "il mondo" (contemporaneo) - e il "principe di questo mondo" - lavorano tantissimo per offuscare e annientare nell'uomo questo aspetto.

Invece, la Chiesa nella quaresima lavora, soprattutto, affinché ogni uomo ritrovi se stesso col proprio peccato dinanzi a Dio solo - e di conseguenza affinché accolga la potenza salvifica del perdono contenuta nella passione e nella resurrezione di Cristo.

Ricordo della strage di via Fani Cade oggi il secondo anniversario della strage di via Fani, ove cinque uomini furono assassinati e l'on. Aldo Moro rapito, per essere poi ucciso cinquanta giorni dopo. L'impressione di raccapriccio, suscitata negli animi in quella circostanza, è accresciuta dai tanti, troppi fatti di sangue che hanno successivamente funestato varie città d'Italia, ed, in particolare, la nostra amata Roma; soltanto negli ultimi giorni ben quattro sono state le vittime della violenza terroristica.

Cosa si può fare per frenare l'onda dilagante di questa follia omicida? Il cristiano ha una sua risposta: pregare ed amare. L'odio genera morte; solo dall'amore può venire la vita. Preghiamo, dunque, per tutti: per le vittime e per i loro familiari, per i responsabili della società civile e per i tutori dell'ordine, per i terroristi ed i loro fiancheggiatori; preghiamo in particolare per quanti sono presi dalla tentazione dello scoramento e dell'angoscia di fronte agli abissi della malizia umana. Il Signore confermi nei nostri cuori la certezza che la vittoria definitiva è riservata all'amore.

Appello ai rapitori di Annabel Schild


Ed ora, in nome di Dio e sorretto dalla fiducia che ho nelle riserve della bontà che si nascondono in ogni cuore umano, io mi rivolgo pubblicamente ai rapitori di Annabel Schild, la ragazza inglese di 15 anni, sordomuta, sequestrata durante le vacanze in Sardegna nell'agosto scorso.

Da 8 settimane, Annabel Schild è rimasta sola nelle mani dei rapitori, dopo che questi hanno liberato anche la mamma. E', questa, una notizia che ho appreso direttamente dalla famiglia, e che rivelo col suo consenso. Tutti comprendiamo che è un'ansia ormai insostenibile! Che i rapitori vogliano finalmente avere pietà di quella povera creatura e prendere in considerazione l'indicibile sofferenza dei genitori; dimostrando senso di umanità, non protraggano più a lungo questo strazio, questo tormento, questa angoscia. Lo chiedo dopo aver invocato la Madonna, nostra Madre comune. Io spero ardentemente che questo mio appello non cada inascoltato.

Alle comunità neocatecumenali Rivolgo un particolare saluto ai numerosi aderenti alle comunità neocatecumenali, che si propongono di aiutare i battezzati a capire, apprezzare e assecondare l'inestimabile fortuna del sacramento del battesimo mediante un itinerario di evangelizzazione, di catechesi e di partecipazione alla vita liturgica, graduale ed intensivo, che in qualche modo si richiama all'antico catecumenato.

Carissimi, vi esorto ad impegnarvi con sempre maggiore generosità nel vostro sforzo di concorrere all'edificazione del corpo mistico di Cristo ed all'azione di apostolato della Chiesa, obbedendo al comando del Signore: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Vi sorregga e vi guidi la costante fedeltà all'insegnamento del magistero e l'obbedienza ai pastori della Chiesa.

Vi auguro di cuore di vivere con dedizione ed entusiasmo i vostri propositi, alla luce dell'esortazione apostolica "Evangelii Nuntiandi", del mio venerato predecessore Paolo VI, e della "Catechesi Tradendae" da me emanata sulla base delle indicazioni del Sinodo dei Vescovi sulla catechesi.

Vi accompagni la mia benedizione che volentieri estendo ai vostri cari.

[Omissis. Seguono i saluti ad un gruppo di donne di Azione Cattolica; ai giovani della parrocchia di san Pietro di Fiuggi; agli irlandesi.]

Data: 1980-03-16 Data estesa: Domenica 16 Marzo 1980.


Ai giovani di "Comunione e Liberazione" - Aula Paolo VI - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Portate a tutti la gioia cristiana

Carissimi giovani! Questo nostro incontro è tutto pervaso dalla letizia. Letizia mia e vostra, perché possiamo vederci, parlarci; letizia che trova, nella odierna quarta domenica di quaresima, la sua espressione liturgica: "Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l'amate, riunitevi!". Con queste parole siamo accolti oggi all'inizio della santa Messa. Gerusalemme, cioè la Chiesa tutta, è invitata ad esprimere la sua prorompente gioia. Per quale motivo? Perché la Pasqua è ormai vicina. Cristo, Redentore dell'uomo, è presente nella sua Chiesa, nel mondo, nella storia, in mezzo a noi!

1. A voi, giovani di "Comunione e Liberazione", che siete venuti da tutte le regioni d'Italia anche a prezzo di notevoli sacrifici, desidero oggi affidare un impegno e una consegna: siate, ora e sempre, dei portatori e trasmettitori di gioia cristiana! E nel darvi questa consegna, non posso non ricordare quello che ha raccomandato a tutti i giovani il mio predecessore Paolo VI nella sua esortazione apostolica "Gaudete in Domino", del 9 maggio 1975: "Vi invitiamo cordialmente a rendervi attenti ai richiami interiori che vi pervengono. Vi stimoliamo ad elevare il vostro sguardo, il vostro cuore, le vostre fresche energie verso le altezze e ad affrontare lo sforzo delle ascensioni dello spirito" (Pauli VI "Gaudete in Domino", VI).

Portate, anzitutto, la gioia cristiana nel vostro cuore: gioia che scaturisce dalla fede serenamente accettata; intensamente approfondita mediante la personale meditazione e lo studio della parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa; dinamicamente vissuta nella unione con Dio in Cristo, nella preghiera e nella pratica costante dei sacramenti, specialmente dell'eucaristia e della riconciliazione; nell'assimilazione del messaggio evangelico, talvolta duro per la nostra debole natura umana, la quale non è sempre in sintonia con le esigenze, esaltanti si ma impegnative, del "discorso della montagna" e delle "beatitudini".

"Noli gaudere in saeculo - ci dice sant'Agostino - gaude in Christo, gaude in verbo eius, gaude in lege eius... In corde christiano et tranquillitas erit et pax; sed quamdiu vigilat fides nostra: si autem dormit fides nostra, periclitamur" (Non godere nella realtà terrena, godi in Cristo, godi nella sua parola, godi nella sua legge... Nel cuore cristiano ci sarà pace e tranquillità; ma fino a quando la nostra fede è vigile; se invece dorme la nostra fede, siamo in pericolo: S.Augustini "Enarr. in ps." 93,24ss: PL 37,1212ss).

E i pericoli che la fede dei cristiani, la vostra fede di giovani cristiani, possa avere fasi di torpore, sono sempre costantemente presenti, specialmente in questi periodi di profonde e vaste trasformazioni in campo culturale, sociale, politico, economico.

Ma voi, giovani carissimi, non avrete certamente né timore, né tanto meno vergogna di essere e di manifestarvi cristiani, sempre e dappertutto!

2. Portate la gioia cristiana nell'ambiente in cui vivete normalmente, cioè nelle vostre famiglie, nelle vostre associazioni, ma specialmente nel mondo della scuola! Con quanta speranza, con quanto rispetto, ma anche con quanta trepidazione i cittadini di uno stato ben ordinato guardano alla scuola, il luogo in cui i giovani, riuniti insieme, possano insieme cercare appassionatamente la verità, fare di tutte le varie conoscenze acquisite una sintesi unitaria, che dia loro la capacità di giudicare e di interpretare i vari e complessi fenomeni socio-culturali. Purtroppo - è un lamento che si sente ripetere assai spesso - la scuola contemporanea è "in crisi" e diventa, talvolta, disinformatrice e diseducativa; mentre, da parte loro, i moderni strumenti della comunicazione sociale, dalle loro "cattedre" diffondono le loro "lezioni" di edonismo, di indifferentismo, di materialismo e cercano di conquistare e di soggiogare in modo speciale i giovani.

La vostra presenza nel mondo della scuola, e in quello più vasto della cultura, sia animatrice di autentici interessi nell'ambito delle varie conoscenze, nel rispetto del pluralismo, ma nella ferma convinzione che la cultura deve mirare alla perfezione integrale della persona umana, al bene autentico della comunità e di tutta la società umana.

Vivete in strettissima unione con gli uomini del vostro tempo; sforzatevi di penetrare nel loro modo di pensare e di sentire; sappiate armonizzare la conoscenza della scienza, della cultura e delle più recenti scoperte con la morale e il pensiero cristiano (cfr. GS 62).

Voi, giovani di "Comunione e Liberazione", col vostro studio, con la vostra preparazione, con la vostra serietà, col vostro entusiasmo, col vostro esempio, impegnatevi a sostenere la fede di vostri condiscepoli. Sarà questa un'opera altamente meritoria presso Dio e presso la Chiesa.


GPII 1980 Insegnamenti - Ai giovani, udienza generale - san Pietro (Roma)