
GPII 1980 Insegnamenti - Recita del Regina Coeli - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Nell'opera dei missionari la vitalità della Chiesa in Africa
1. Desidero anzitutto che, in questa nostra comune preghiera in onore della Regina del cielo e madre del Risorto, noi ci uniamo ad ogni parrocchia, ad ogni comunità del Popolo di Dio, ad ogni stazione missionaria del continente africano, che ho avuto la gioia di visitare all'inizio di questo mese. Nel corso di quel pellegrinaggio ho incontrato numerose folle, riunite in alcuni centri. Soltanto qualche volta mi è stato possibile giungere alla sede di una normale missione.
Tuttavia, sono pienamente consapevole che proprio in quei posti, intorno a un sacerdote - a volte già aborigeno, spesso ancora missionario - con l'aiuto delle suore e dei catechisti del luogo si elabora l'ossatura stessa della fede e della vita sacramentale della Chiesa in Africa. Ivi i figli e le figlie del continente nero si uniscono intorno a un maestro ed apostolo, intorno al sacerdote di Cristo; e il Signore stesso è in mezzo a loro.
Oggi, prima domenica dopo il ritorno dal mio pellegrinaggio, desidero unirmi in modo particolare, nella gioia pasquale e nella preghiera del "Regina Coeli", a tutte quelle comunità, cellule vive della Chiesa, che si sviluppano in tutto il continente africano, al quale rinnovo con particolare intensità di sentimento il mio saluto ed i miei voti.
2. Contemporaneamente, con la stessa preghiera mi rivolgo in un'altra direzione.
Mi induce a ciò il ricordo di san Giovanni Nepomuceno, sacerdote e martire, figlio della nazione ceca, che è venerato dalla Chiesa proprio in questi giorni di maggio.
Perciò, nel ricordo di questo santo, raccomando alla preghiera di tutti voi che siete qui riuniti - e di tutti coloro che mi ascoltano nostri fratelli e nostre sorelle nella fede, che appartengono a questa nazione e vivono in quel paese. La mia provenienza fa si che essi siano particolarmente vicini al mio cuore; dagli inizi della storia sono stati il popolo affine e contiguo a quello polacco e la mia patria di origine ha ricevuto il cristianesimo proprio da loro, mille anni fa.
Preghiamo quindi che i credenti in Cristo si distinguano nella Cecoslovacchia moderna per la loro coerenza nel confessare Cristo e che possano godere della piena libertà religiosa in ogni campo della vita e dell'attività, ivi compresa anche la possibilità di vivere normalmente la vocazione sacerdotale e religiosa, che il Signore non lascia mancare a tanti nostri fratelli in quelle terre. così facendo, nello stesso tempo preghiamo altresi per il bene della società e dello Stato, che dipende anche dal rispetto dei diritti di tutti i cittadini.
Affido questa supplica alla Madonna, che in quella nazione è molto venerata, mentre rinnovo all'intera popolazione cecoslovacca, con speciale intensità di sentimenti, l'espressione del mio profondo e sincero affetto e gli auspici più fervidi per il progresso sociale e civile del paese.
3. L'odierna domenica è altresi la quattordicesima giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Attesa l'importanza che i "mass-media" rivestono nella vita della Chiesa per l'annuncio del Vangelo all'uomo contemporaneo, ho voluto dedicare a questa celebrazione uno speciale messaggio, che è stato pubblicato nei giorni scorsi, come sapete; il tema sottoposto quest'anno alla comune riflessione è: "Ruolo delle comunicazioni sociali e compiti della famiglia". Ciascuno vede quanto importante e quanto delicato sia l'argomento. L'augurio del Papa è che i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà si adoperino perché, da una parte, gli operatori delle comunicazioni sociali si sentano impegnati a diffondere ciò che contribuisce a rafforzare le basi dell'istituzione familiare ed a promuovere il sano processo formativo dei giovani e, dall'altra, le famiglie sappiano utilizzare con discernimento i vari mezzi della comunicazione in armonia con le esigenze, i doveri ed i diritti di ogni loro componente.
A tale fine non manchi da parte di tutti una particolare, fervorosa preghiera.
[Omissis. Seguono i saluti agli appartenenti alla classe 1920; agli sportivi; ai fedeli dell'Argentina; agli appartenenti al movimento belga "Vie Féminine".]
Data: 1980-05-18 Data estesa: Domenica 18 Maggio 1980.
Titolo: L'unità testimonia la forza dello Spirito
1. L'odierna visita del Vescovo di Roma alla parrocchia di Cristo Re ha un carattere particolare. Questa visita, così come tutte le altre fatte alle parrocchie della Chiesa romana, è dettata da una antichissima tradizione apostolica e, nello stesso tempo, serve a fondamentali compiti e a scopi pastorali. Non posso tuttavia passare sotto silenzio una circostanza particolare: oggi ricorre il 60° anniversario della posa della prima pietra di questo tempio.
In quel lontano 18 maggio 1920 era anche presente, per quel significativo avvenimento, il servo di Dio padre Leone Dehon, fondatore della congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore, i quali, in questi sessant'anni, hanno svolto con molto impegno e molto frutto il loro apostolato in questa parrocchia, la cui chiesa dalle linee moderne è dedicata al "Sacro Cuore di Cristo Re Pacifico".
Non posso, in questo mio incontro, non esprimere il mio compiacimento ed il mio saluto al parroco, padre Mario Barziza, ed ai sacerdoti religiosi suoi collaboratori, uniti insieme fraternamente nella stessa vocazione e nello stesso ideale di donazione per le anime di codesta comunità parrocchiale, pulsante di vita e di iniziative, con i suoi novemila fedeli e i tremila nuclei familiari.
Un cordiale saluto alle religiose, che svolgono il loro prezioso apostolato nell'ambito della parrocchia: le suore carmelitane della Carità; le suore del Preziosissimo Sangue di Monza; le suore canossiane di Santo Spirito in Sassia; le suore della Passione di nostro Signore.
Un affettuoso saluto ai padri ed alle madri, ai quali va la mia ammirazione e il mio incoraggiamento per la missione continua e delicata, che debbono svolgere nelle loro famiglie. Un saluto a tutti i laici impegnati nell'apostolato, cioè ai membri dell'Azione Cattolica, alle collaboratrici familiari, alla Pia Unione Portieri, al gruppo del volontariato vincenziano, a Rinascita Cristiana, al gruppo di preghiera di Padre Pio, al gruppo "Famiglie Nuove", alle "mamme catechiste".
Ai giovani, ai ragazzi, ed ai bambini della parrocchia un particolare ricordo ed un plauso per le varie iniziative spirituali, che essi sanno animare con il loro entusiasmo e la loro generosità.
A tutti, specialmente a coloro che soffrono nello spirito e nel corpo, il mio sincero saluto.
Vengo oggi nella vostra comunità per ringraziare - dopo sessant'anni della sua esistenza e della sua intensa attività - Dio, che è l'origine di ogni cosa; per ringraziarlo insieme con voi, cari fratelli e sorelle, che costituite questa parrocchia: questa comunità della Chiesa romana. Con voi, che siete la generazione prima, la seconda e già la terza dei parrocchiani di Cristo Re.
La nascita di una parrocchia, come la comunità organizzata in modo gerarchico del Popolo di Dio, sul modello delle comunità primitive che gli apostoli formavano e visitavano, nasconde sempre in sé il grande mistero della nascita per Dio di ciascuno di noi, che - nati, dai nostri genitori terrestri, alla vita umana - nasciamo, in pari tempo, nella Chiesa mediante la grazia, nasciamo nel sacramento del battesimo. alla vita divina come figli adottivi di Dio.
E il giorno d'oggi mi fa ricordare pure l'ora della mia nascita, avvenuta sessant'anni fa, in terra polacca, nello stesso giorno, il 18 maggio in cui si poneva la prima pietra di questa chiesa, in cui ora siamo riuniti per celebrare insieme la solennità dell'Ascensione di nostro Signore Gesù Cristo. In questo giorno ricordo con particolare gratitudine i miei genitori: mia madre e mio padre; ma ricordo anche la mia parrocchia (a Wadowice) come la Chiesa-madre la quale, poco dopo mi accolse bambino, nato da genitori terrestri, alla grazia del battesimo e alla comunità del Popolo di Dio.
Mi rallegro, cari fratelli e sorelle, perché, compiendo oggi il mio servizio di Vescovo, posso vivere in unione con voi, nello spirito della fede, della speranza e della carità, la profonda eloquenza e il mistero di questo giorno, nel quale la Chiesa ricorda, con l'ascensione, la glorificazione eterna di Gesù, seduto alla destra del Padre.
Gesù, morto per i nostri peccati, è risorto con un prodigio divino e singolare: la sua umanità è stata trasformata. Con la sua risurrezione egli ha trionfato pienamente sulla corruzione, sulla mortalità, su tutti quei mali che possono impedire l'autentica felicità dell'uomo. Con l'ascensione, la natura umana del Cristo è stata portata all'apice della glorificazione: "la nostra umile natura - dice san Leone Magno - è stata sublimata fino ad assidersi nel Cristo sullo stesso trono di Dio Padre, al di sopra di tutto l'esercito celeste, sopra tutti gli schieramenti angelici, oltre il limite d'altezza di qualsiasi potestà" (S.Leonis Magni "De Ascensione Domini", "Sermo" 74, II, 1: PL 54,397).
Questo grande mistero di fede suscita in noi tutti una straordinaria speranza: anche noi seguiremo Cristo nella sua definitiva glorificazione, ci ricongiungeremo a lui per tutta l'eternità: "Vere erano le ossa di Cristo, veri i nervi, vere le cicatrici... Tutto vero. Ma è anche vero che il suo corpo fisico ci ha preceduto in cielo. Ci ha preceduto il capo. Lo seguiranno le membra" (S.Augustini "De Ascensione", "Sermo 464, IV, 6: PL 38,1218). Questa speranza cristiana dà un significato a tutta la nostra vita terrena.
2. Nell'agire divino s'incontrano, in modo meraviglioso, la fine e il principio.
Ne siamo testimoni, fra l'altro, nelle letture della santa liturgia, legata un tempo alla domenica dopo l'Ascensione del Signore.
Alla fine dell'Apocalisse, l'ultimo libro del Nuovo Testamento, il libro che illustra la fine e il termine della temporaneità, ascoltiamo un tale preannuncio: "Ecco io verro presto e portero con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo. il principio e la fine" (Ap 22,12-13).
E come un'eco di questo preannuncio risuonano, nella dimensione apostolica, le voci piene di una fervente preghiera: "Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta ripeta: "Vieni!". Chi ha sete venga: chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita" (Ap 22,17).
Si sente di nuovo la voce del messaggero, la voce di Cristo: "Colui che attesta queste cose dice: Si, verro presto" (Ap 22,20). E quindi l'ultima invocazione dell'apostolo e, insieme, di tutta la Chiesa, della creazione: "Amen. Vieni, Signore Gesù (Marana tha)".
Così, dunque, il termine diventa l'inizio. L'inizio nuovo. L'inizio definitivo di ogni cosa in Dio.
Dio stesso non conosce né l'inizio né il termine. Egli è al di fuori dell'inizio e al di fuori del termine. E, nello stesso tempo, è l'inizio e la fine di tutto il creato. Essendo l'inizio più perfetto per l'uomo, creato a sua immagine e somiglianza. Egli, per questo uomo che in lui, in Dio, trova il suo termine, diventa, per opera di Gesù Cristo, il nuovo inizio definitivo.
Questa è la verità che tutti noi - comunità e persone - dobbiamo meditare in modo particolare, quando pensiamo al nostro inizio: al giorno della nascita, a quell'inizio della nascita, a quell'inizio al quale corrisponde il termine, la fine nel tempo. L'uomo e la Chiesa trovano questo termine in Dio ed egli diventa il nuovo inizio definitivo, per opera di Gesù Cristo.
3. Gesù Cristo è consapevole che si avvicina il termine della sua missione terrestre: che si avvicina il momento di lasciare il mondo. Ne parla chiaramente ai suoi più vicini, agli apostoli riuniti nel cenacolo: "E' bene per voi che io me ne vada..." (Jn 16,7). E contemporaneamente dice: "Non vi lascero orfani, ritornero da voi" (Jn 14,18) "e il vostro cuore si rallegrerà" (Jn 16,22).
Dice quindi: io me ne vado... e dice: vengo da voi.
Questo andar via che si avvicina - questo termine che deve arrivare: l'andar via attraverso la passione, la croce, e la morte - è l'inizio della nuova venuta. Essa si manifesterà il terzo giorno mediante la risurrezione di Cristo, nella potenza dello Spirito Santo, e durerà sempre in tutti coloro che, accettando il mistero della risurrezione di Cristo, sottomettono i loro cuori alla potenza di questo Spirito, la cui discesa si attua costantemente.
Questa verità è importante e fondamentale sia per ciascuno di noi - uomini, battezzati - come pure per ogni comunità del Popolo di Dio nella Chiesa.
E' importante anche per la vostra parrocchia e per il vostro Vescovo, che oggi, insieme con la vostra parrocchia, torna con la memoria e il cuore all'inizio, al giorno della sua nascita. E' la verità importante e fondamentale perché in essa si delinea il pieno profilo della vita, che noi abbiamo in Gesù Cristo. Noi viviamo nel profilo del suo andare e, insieme, della sua venuta. Viviamo nella potenza dello Spirito Santo, il quale fa si che la nostra vita umana abbia il suo nuovo inizio nella risurrezione di Cristo, e il suo termine in Dio stesso, che non conosce limiti.
E perciò Stefano, diacono di Gerusalemme, primo martire, il quale, lapidato dai suoi connazionali, agonizzava con parole di perdono, nell'ultima parola ha elevato questa penetrante preghiera: "Signore Gesù, accogli il mio spirito" (Ac 7,59).
Accogliendo questa preghiera del suo martire - ma anche di ogni uomo, di ciascuno di noi - Cristo compie continuamente il suo "marana tha". In questa prospettiva vive sempre la Chiesa. In questa prospettiva ognuno di noi vive e muore in questa terra.
4. E perciò l'ultima preghiera di Gesù Cristo al suo termine che si avvicinava qui sulla terra - passione, croce, morte - è la preghiera per la continua discesa dello Spirito Santo per la Pentecoste: Prego "perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola" (Jn 17,21).
La preghiera sacerdotale di Cristo, nel giorno che ha preceduto la sua dipartita dal mondo, è orientata pienamente verso la discesa dello Spirito Santo, la Pentecoste (è necessario che tutta la Chiesa intraprenda questa preghiera soprattutto nel periodo attuale): Cristo continuamente viene a noi in lui - ed è con noi per lui. E anche noi stessi uniti in lui e per lui con Cristo costituiamo l'unità: l'unità della fede, qui sulla terra, e l'unità della gloria, nella vita futura, che prende il suo inizio dalla risurrezione di Cristo.
La fede è l'inizio della gloria.
L'unità - unione dei discepoli - è testimonianza della forza dello Spirito, la testimonianza della missione di Cristo.
La Chiesa fiduciosa nella forza dello Spirito Santo, che riceve continuamente da Cristo, non cessa di pregare per l'unione di tutti i suoi confessori, non cessa di aspirare ad essa, non cessa anche di aver fiducia nell'unione di tutti gli uomini per opera della sua croce e risurrezione.
Non cessa pure la Chiesa di avere fiducia nella salvezza di ogni uomo, non cessa di avviarsi verso la futura gloria dell'uomo in Cristo, non cessa di operare e di soffrire per questa gloria: "Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; perché tu mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo faro conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Jn 17,24-26).
Cari fratelli e sorelle! La madre di Cristo risorto e la sposa dello Spirito Santo ottenga ad ognuno di noi - e a tutta la vostra comunità - che si realizzi in noi la preghiera sacerdotale di Cristo.
Si compia in noi sempre la forza dell'amore dello Spirito Santo, mediante la quale noi ci uniamo a Dio, e tra di noi reciprocamente diventiamo fratelli.
La nostra vita maturi sempre in questa aspirazione, desiderio e invocazione: "Vieni, Signore Gesù" (Marana tha).
Tutto in noi serva a questa cosa sola.
Data: 1980-05-18 Data estesa: Domenica 18 Maggio 1980.
Titolo: Speciale missione dei vescovi nell'incontro tra Vangelo e cultura
Cari fratelli in Nostro Signore Gesù Cristo, La vostra presenza qui oggi vicino alla tomba dell'Apostolo Pietro evoca molti pensieri nei nostri cuori.
1. E' un particolare momento di unità ecclesiale celebrare la nostra unità in Gesù Cristo e nella sua Chiesa. Venite come Pastori della Chiesa Giapponese, portando con voi le gioie e le speranze, le sfide ed i problemi dei vostri cattolici. Nello stesso tempo questo è un momento in cui la Chiesa di Roma saluta rispettosamente nelle vostre persone l'intero popolo giapponese di cui voi siete nobili ed illustri figli. Tutti voi ricordate con quale fedele attenzione, con quale grande amore Paolo VI ricevette visitatori e pellegrini giapponesi in tutti gli anni del suo pontificato. Individui e gruppi, Cristiani e non Cristiani, leader religiosi e rappresentanti di diversi modelli di vita venivano a trovarlo settimana dopo settimana, mese dopo mese. Per tutti loro aveva un gesto di cordiale saluto o una parola di stima e amicizia. Anch'io ho avuto l'onore di ricevere molte visite da vostri concittadini, e desidero affermare pubblicamente quanto la loro presenza sia apprezzata dal Vaticano.
2. Questa visita ad limina, venerabili Fratelli, è anche una celebrazione di fede: la fede di tutta la Chiesa del Giappone - la fede di cui voi, assieme al Successore di Pietro, siete guardiani e autentici maestri. Da parte mia oggi, voglio rendere omaggio a questa fede, che tramite lo sforzo dei missionari fu impiantata da Dio come suo dono nei cuori dei fedeli. Questo dono di fede fu generosamente accettato e vissuto. Divenne l'oggetto della testimonianza di Paul Miki e dei suoi compagni martiri, che andarono incontro alla morte proclamando i nomi di Gesù e Maria, e che con il loro martirio confermarono la fede come eterna eredità del Giappone. Per grazia di Dio e con l'aiuto della sua Santissima Madre, questa fede cattolica fu, inoltre, preservata da generazioni di giapponesi laici che mantennero con l'istinto della fede il loro indistruttibile affetto per il Seggio di Pietro.
E ancora oggi questa fede si esprime con le azioni, nutrita dalle preghiere e offerta liberamente a tutti quelli che desiderano abbracciare il Vangelo. Con la loro fede, manifestata dall'amore fraterno e dalla coerenza delle loro vite, i cristiani del Giappone sono chiamati a testimoniare Gesù Cristo nelle loro famiglie, fra i loro vicini e in tutti gli ambienti in cui vivono; sono chiamati a comunicare Gesù Cristo a chiunque desideri conoscerlo o abbracciare il suo messaggio di salvezza e vita.
3. Il nostro ministero episcopale di fede: un ministero che presuppone la fede e che è al servizio della fede - una fede da vivere e comunicare. Tutto quello che facciamo deve essere diretto a proclamare il mistero della fede e ad aiutare le persone che vivono profondamente la loro vocazione di fede.
4. Proprio per la dimensione centrale della fede, possiamo vedere il grande valore che la preghiera ha per la Chiesa: la fede si mantiene viva e si consolida con la preghiera. Con la preghiera, i cuori si aprono ai suggerimenti dello Spirito Santo e al messaggio e all'azione della Chiesa di Cristo. Per questo, sappiamo che la fedeltà alla preghiera è un elemento essenziale nella vita della Chiesa. Da questo punto di vista, il Giappone ha avuto il dono prezioso della vocazione contemplativa, con religiosi che continuano la lode di Cristo verso il Padre. E in questo elemento contemplativo della vita della Chiesa in Giappone non è forse un eccellente strumento di dialogo con i vostri fratelli non cristiani che nelle loro antiche tradizioni hanno dato un posto preminente alla contemplazione? Non è il desiderio di essere uniti a Dio nella purezza di cuore uno degli elementi in cui l'insegnamento del nostro Salvatore Gesù Cristo è naturalmente inculcato nella vita di molta vostra gente? 5. Fa molto onore al Giappone il modo in cui generazioni di cristiani, immersi nella loro cultura, sono stati in grado di contribuire con la loro attività allo sviluppo della società. La comunità relativamente piccola di cristiani del vostro paese ha ben servito nei campi dell'assistenza sociale, della scienza e dell'educazione. Tramite scuole ed università, il messaggio cristiano è venuto a contatto con le venerabili tradizioni del vostro popolo. Zelanti cristiani che hanno capito il bisogno di portare i valori del Vangelo nelle loro culture hanno cominciato dando un'onesta testimonianza con le loro vite. Nella loro comunità, quando i cristiani dimostrano la capacità di comprensione, quando condividono la vita ed il destino dei loro fratelli e dimostrano solidarietà con tutto ciò che è buono e nobile, e nello stesso tempo esprimono la loro fede in alti valori e la loro speranza in una vita futura in Dio - allora svolgono un ruolo di iniziale evangelizzazione nei confronti della cultura, un compito consono alla loro vocazione e i conseguenti obblighi (cfr. Pauli VI EN 21).
Quale nobile compito per i Vescovi della Chiesa sostenere tutti i membri della comunità nei loro sforzi comuni in favore del Vangelo, incoraggiandoli ad esprimere la speranza che è la loro (cfr. 1P 3,15). Secondo la Provvidenza di Dio la principale testimonianza di vita deve essere affiancata da un'esplicita proclamazione del nome, dell'insegnamento, della vita, delle promesse, del Regno e del mistero di Cristo (cfr. Pauli VI EN 22). L'incontro fra il Vangelo e al cultura può avvenire solo a condizione che la Chiesa fedelmente proclami e viva il Vangelo. Anche su questo punto i Vescovi sono chiamati ad esercitare una particolare responsabilità.
6. In questa occasione, cari Fratelli in Cristo, spero di incoraggiarvi a rimanere saldi nel vostro ministero di fede. La Chiesa universale è stata profondamente arricchita dal contributo della Chiesa in Giappone. Il pusillus grex ha fatto onore alla grazia di Cristo Salvatore, e continua a dar lode al Padre. Il futuro è nelle mani di Gesù. E' lui, Gesù, il Signore della storia; è lui che in ultima istanza decide il destino della Chiesa in ogni generazione. Durante la preparazione del Cero Pasquale il Sabato Santo proclamiamo: "A lui appartengono tutti i tempi; a lui gloria e potere in ogni tempo". La nostra risposta alla volontà del Signore Gesù per la sua Chiesa deve essere un'assoluta fiducia affiancata da un diligente lavoro, sapendo che ce ne chiederà conto.
7. Il nostro ministero di fede ha origine in Gesù Cristo, e conduce a lui e tramite suo al Padre. Nonostante tutti gli ostacoli e le difficoltà dobbiamo costantemente esortare il nostro popolo alla santità di vita che si trova solo in Cristo: Tu solus sanctus. In modo particolare, la famiglia cristiana del Giappone dovrebbe essere oggetto della nostra cura pastorale. In questa "Chiesa domestica" la catechesi dei bambini deve effettivamente cominciare, e l'evangelizzazione della società deve cominciare dalle radici. Il grande amore di Dio per il suo popolo e la fedele Alleanza di cristo con la sua Chiesa devono essere evidenti nella famiglia come comunità di amore e vita. Vi esorto, Fratelli, a compiere ogni sforzo per creare nelle famiglie quelle sane condizioni di vita cristiana che favoriscano le vocazioni. Mantenete costantemente davanti ai giovani la sfida dell'amore e della verità di cristo, incluso l'invito di prendere la croce e seguirlo.
8. La fraterna unità che nasce dalla fede in Gesù Cristo deve essere vissuta dall'intera Chiesa, ma in modo esemplare dovrebbe essere evidente nella vita del presbyterium di ogni diocesi. Il nostro ministero di fede esige la nostra stretta unione con i nostri sacerdoti, e viceversa, nel proclamare Gesù Cristo il Salvatore del mondo e nel vivere il suo messaggio di amore che redime. Tutte le forze del Vangelo si devono infatti unire per dare una credibile testimonianza alla nostra amicizia con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Concludendo, vi chiedo di riportare in Giappone, a tutti i vostri sacerdoti, religiosi, seminaristi e laici l'espressione del mio amore pastorale nel cuore di Gesù Cristo. Nelle parole di San Paolo: "Saluta tutti quelli che ci amano nella fede. La grazia sia con tutti voi" (Tt 3,15).
[Traduzione dall'inglese]
Data: 1980-05-20 Data estesa: Martedi 20 Maggio 1980.
Titolo: Introdurre nella vita concreta la dottrina del Concilio
1. Oggi desidero parlare dell'Africa, del mio pellegrinaggio di dieci giorni in quel continente. Lo faccio, prima di tutto, per rispondere a un bisogno del cuore, ed anche - almeno in provvisorio abbozzo - alle esigenze di un primo bilancio.
Sarebbe difficile, infatti, pensare a un pieno saldo del debito, che per questa visita ho contratto nei confronti di tanti uomini, come delle società e delle Chiese africane. Sarebbe tanto più difficile "raccontare" in un discorso, relativamente breve, questo avvenimento, o piuttosto tutta la serie degli avvenimenti verificatisi, così eloquenti e pieni di molteplici contenuti. E un tema che deve ritornare a più riprese e fruttificare ancora a lungo.
Sin dai primi giorni del mio servizio pastorale nella sede romana di san Pietro, ho sentito un profondo bisogno di avvicinarmi al continente nero. E perciò ho accettato con gioia, prima, l'invito da parte dell'episcopato dello Zaire, invito collegato con il primo centenario dell'evangelizzazione in quel grande paese. In seguito, è arrivato un altro simile invito dell'episcopato del Ghana, dove, egualmente, l'inizio della missione evangelizzatrice della Chiesa risale all'anno 1880.
Tuttavia, accanto a questi inviti, giustificati da un particolare anniversario, presto ne sono apparsi altri da diversi paesi dell'Africa.
Provenivano dai vari episcopati ed anche dai rappresentanti delle autorità civili.
Essi sono stati tanto numerosi, che non ci fu modo di accoglierli tutti durante questo primo viaggio. Benché l'itinerario di dieci giorni abbia abbracciato, oltre lo Zaire e il Ghana, anche il Congo-Brazzaville, il Kenya, l'Alto Volta e la Costa d'Avorio, questa è soltanto una parte del compito che ho da svolgere e che, con l'aiuto di Dio, desidero realizzare. Anzi, lo ritengo mio dovere pastorale.
2. Si può guardare in modi diversi ai suddetti avvenimenti, così come anche si può diversamente valutare tutto questo modo di esercitare il servizio pastorale del Vescovo di Roma nella Chiesa universale. Tuttavia, rimane il fatto che già Giovanni XXIII prevedeva tali possibilità, e Paolo VI le ha realizzate a vasto raggio. Ciò è certamente legato anche allo sviluppo dei moderni mezzi di comunicazione - ma soprattutto è legato alla nuova coscienza missionaria della Chiesa. Questa coscienza la dobbiamo al Concilio Vaticano II, il quale ha mostrato, fino alle radici più profonde, il significato teologico della verità, secondo cui la Chiesa si trova continuamente in stato di missione (in statu missionis). E non può essere diversamente, dato che permane costantemente in essa la missione, cioè il mandato apostolico di Cristo, Figlio di Dio, e la missione invisibile dello Spirito Santo, che viene dato dal Padre alla Chiesa e mediante la Chiesa agli uomini e ai popoli per opera di Cristo crocifisso e risorto.
Si può quindi dire che dopo il Vaticano II non è possibile compiere alcun servizio nella Chiesa, se non nel senso della coscienza missionaria così formata. Questa e diventata, in certo senso, una dimensione fondamentale della fede viva di ogni cristiano, un modo di vivere di ogni parrocchia, di ogni congregazione religiosa e delle varie comunità. E' diventata una caratteristica essenziale di ogni Chiesa "particolare", cioè di ogni diocesi. Quindi, è diventata anche un modo proprio e adeguato di compiere la missione pastorale del Vescovo di Roma. Sembra che dopo il Concilio Vaticano II egli non possa compiere il suo servizio diversamente, se non uscendo verso gli uomini, quindi verso i popoli e le nazioni, nello spirito delle parole così chiare di Cristo, che ordina agli apostoli di andare in tutto il mondo e di ammaestrare "tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,18).
3. La dottrina del Concilio Vaticano II ha costituito la preparazione più adeguata al pellegrinaggio del Papa in Africa, quasi un "manuale" indispensabile. E, contemporaneamente, si può dire che questo stesso viaggio o pellegrinaggio non è niente altro che la realizzazione, cioè l'introduzione nella vita concreta, della dottrina del Vaticano II. Forse ciò potrebbe sorprendere qualcuno - ma è proprio così. Infatti, la dottrina del Concilio è non soltanto una raccolta di concetti astratti e di formule sul tema della Chiesa - ma è un insegnamento profondo e globale sulla vita della Chiesa. Questa vita della Chiesa è una missione in cui, attraverso la storia di ogni uomo e, al tempo stesso attraverso la storia delle nazioni e delle generazioni, si sviluppa e realizza l'eterno mistero dell'amore di Dio rivelato in Cristo. Il continente africano è un terreno immenso, in cui questo processo dinamico si compie con una particolare espressività. L'anima dell'Africa merita che sia detto di essa ciò che, un tempo, disse Tertulliano, egli stesso africano, che cioè è "naturaliter christiana". In ogni caso, è un'anima profondamente religiosa negli strati, sempre ancora vasti, della sua religiosità tradizionale, sensibile alla dimensione sacrale di tutto l'essere, convinta dell'esistenza di Dio e della sua influenza sul creato, aperta a ciò che è oltre il terrestre e oltre la tomba.
E sebbene soltanto una parte degli abitanti del continente nero (di cui il tredici per cento sono cattolici) abbia accettato il Vangelo, tuttavia è grande la disponibilità alla sua accettazione; significativo è anche l'entusiasmo della fede e la vitalità della Chiesa. Si può dire che tutto ciò - sia la missione interna della Chiesa, sia l'ecumenismo, sia anche d'altronde l'influsso dell'islamismo e il raggio sempre ancora vasto e forse prevalente della religione tradizionale o animismo - si comprende nel modo giusto soltanto con l'aiuto dell'insegnamento che il Concilio ha racchiuso nella costituzione dogmatica sulla Chiesa "Lumen Gentium" e in particolare nel capitolo sul Popolo di Dio. Qui le singole componenti di questo popolo sono state definite in relazione all'eterna volontà salvifica di Dio, Creatore e Padre, e alla realtà della redenzione e mediazione di Cristo, le quali non escludono nessuno, come anche, infine, in relazione all'azione misteriosa dello Spirito Santo, il quale penetra i cuori umani e le coscienze.
4. Avendo davanti agli occhi questa immagine ricca e differenziata che il Concilio ha delineato, ci muoviamo fra gli uomini e i popoli dell'Africa non soltanto con viva coscienza della missione, ma anche con la particolare speranza della salvezza, la quale - se si compie anche al di fuori della Chiesa visibile - si realizza tuttavia mediante Cristo operante nella Chiesa. E forse con ciò si spiega anche quel rapporto insolito stabilito con un pellegrino, che non rappresentava alcuna potenza temporale, ma veniva esclusivamente nel nome di Cristo, per rendere testimonianza al suo infinito amore verso gli uomini, verso ogni uomo e verso tutti - anche verso coloro che ancora non lo conoscono e non hanno ancora accettato pienamente il suo Vangelo insieme al ministero sacramentale della Chiesa.
Contemporaneamente, questo incontro grande e così pure differenziato testimonia quanto enorme è sempre il compito missionario della Chiesa in questo continente tanto promettente. E benché nei singoli paesi la maggior parte degli episcopati sia già costituita da Vescovi neri, tuttavia non soltanto una grande parte del clero e del personale impegnato nell'evangelizzazione è formato ancora da missionari e da missionarie ma per di più le loro richieste continuano ad essere numerose, anzi sono forse più numerose che mai. I pastori più vigilanti - figli del continente nero - ne parlano spesso, aggiungendo che è venuta un'ora particolare dell'Africa nella storia dell'evangelizzazione e che veramente "la messe è molta" (Mt 9,37). Quanto dunque sono degni di ammirazione, per esempio, quei Vescovi bianchi, i quali, dopo aver ceduto il posto ai loro successori africani, continuano a lavorare come missionari nella normale pastorale quotidiana di quelle Chiese! Quanto il loro esempio dovrebbe attirare altri! 5. In questo quadro sintetico, devo ancora l'ultima parola alle giovani società africane, da poco indipendenti, ai nuovi stati sovrani di quel continente. La Chiesa vi attribuisce grande importanza - come lo testimonia, per esempio, la costituzione "Gaudium et Spes" - guidata da motivi di natura non politica, ma anzitutto etica. Dappertutto. quindi, ho cercato di manifestare la gioia proveniente dal fatto che, grazie alla sovranità delle società africane, si attuano i diritti naturali della nazione, la quale, vivendo e sviluppandosi autonomamente, realizza la sua dignità innata, la propria cultura, e può più pienamente servire le altre società, mediante i frutti della sua matura attività.
La Chiesa che nei diversi continenti cerca, da parte sua, di aiutare lo sviluppo delle nazioni e delle società, si rallegra di ciò che in questo campo ha già potuto fare nel continente africano e desidera anche in avvenire servire le giovani nazioni del continente nero con ogni dedizione e amore. Penso che il mio primo pellegrinaggio nei paesi africani ha dato a questa realtà la dovuta e indispensabile espressione. E, perciò, rinnovo ancora una volta la mia gratitudine a Dio stesso, il quale ha diretto i miei passi in quei paesi - ed anche a tutti gli uomini che, in diversi modi, mi hanno aiutato a svolgere questo compito.
Dio benedica l'Africa: tutti i suoi figli e le sue figlie! [Omissis. Seguono i saluti ai pellegrini francesi; ai visitatori giapponesi; ai pellegrini di lingua tedesca; ai cori olandesi; ai pellegrini spagnoli dell'associazione "Amas de casa"; agli ufficiali e ai marinai della nave scuola "Custodio de Mello"; ai numerosi gruppi di coetanei; ai giovani di due parrocchie romane; ai giovani; agli ammalati; agli sposi.]
Data: 1980-05-21Data estesa: Mercoledi 21Maggio 1980.
GPII 1980 Insegnamenti - Recita del Regina Coeli - Città del Vaticano (Roma)