
GPII 1980 Insegnamenti - Messaggio per la giornata missionaria mondiale - La Chiesa si incarna nella missione e plasma l'uomo nuovo
Venerati fratelli e carissimi figli della Chiesa! Il mio recente viaggio nel continente africano mi ha fatto rilevare una volta di più la necessità e l'urgenza dell'attività missionaria, che si qualifica essenzialmente come impegno di annunciare al mondo intero la salvezza dell'uomo in Cristo Gesù, che è morto e risorto per essere il Signore dei vivi e dei morti (cfr. Rm 14,9). Sulla base, pertanto, di questa diretta esperienza, desidero dedicare il consueto messaggio per l'annuale giornata missionaria ad una rinnovata riflessione sulla permanente esigenza di tale attività.
Qual è al presente - c'è da domandarsi - la situazione della Chiesa nel mondo? Tralasciando la realtà dell'occidente, dove più che altrove "sono in atto - come rilevai nella omelia tenuta, lo scorso anno, nella suddetta circostanza - varie forme di anti-evangelizzazione", e restringendo il campo al mondo missionario comunemente inteso, risulta evidente che, dopo duemila anni di cristianesimo. il Vangelo del Signore è ben lungi dall'essere conosciuto e diffuso, nella sua integrità, presso tutti gli uomini. Certo, tale situazione dipende da cause di varia natura, legate talora alle condizioni socio-politiche delle diverse nazioni: ma non si può omettere tra esse l'esiguità del numero di coloro che sono impegnati nell'opera evangelizzatrice. Resta vero, purtroppo, anche ai nostri giorni il giudizio che dava ai suoi tempi il "principe dei missionari", san Francesco Saverio: "Parecchi non diventano cristiani solo perché mancano quelli che li facciano cristiani" (S. Francesco Saverio, "Epist.", I, Roma 1944, p. 166).
La Chiesa "missione incarnata" dinamicamente aperta al mondo Davanti a questa obiettiva carenza, la Chiesa non può tacere né riposare tranquilla, ignorando i bisogni di tanti milioni di fratelli che attendono l'annuncio del messaggio di salvezza: Dio - ci ricorda san Paolo - vuole che tutti gli uomini arrivino alla conoscenza della verità e siano salvati" (1Tm 2,4). E la verità è Cristo redentore del mondo, il quale "è penetrato in modo unico e irrepetibile nel mistero dell'uomo" e deve divenire "l'unico orientamento dello spirito, l'unico indirizzo dell'intelletto, della volontà e del cuore", perché per tutti gli uomini egli ha versato il suo sangue sulla croce, perché "ognuno è stato compreso nel mistero della redenzione" (Ioannis Pauli PP. II RH 7-8 RH 13). Un atteggiamento rinunciatario da parte della Chiesa contrasterebbe, quindi, con la missione ad essa affidata, che è di rivelare Cristo al mondo e di indirizzare la coscienza di tutta l'umanità verso il suo mistero, "aiutando gli uomini ad aver familiarità con la profondità della redenzione" (Ioannis Pauli PP. II RH 10).
L'imperativo rivolto da Cristo risorto ai suoi discepoli:"Andate, predicate..." (cfr. Mc 16,15 Mt 28,19), fissando efficacemente l'immagine e la funzione della Chiesa peregrinante, esprime il dinamismo missionario che è intrinseco alla sua natura. Essa, mossa incessantemente dallo Spirito, è perennemente "inviata" alle genti per trasmetter loro la sorgente inesauribile di quell'acqua viva, che scaturisce dalla parola e dall'opera del Signore. Lo stesso termine "missione" - lo sottolineava già il mio venerato predecessore Paolo VI nel messaggio missionario del 1964 - "richiama al pensiero questa figura di movimento che caratterizza la vita della Chiesa: essa parte da Cristo, da lui è mandata, è spinta, è seguita; essa lo porta con sé, lo predica, lo comunica, lo trasmette; mediante essa Cristo arriva agli uomini, valica i confini delle nazioni, sorvola i secoli.
L'evangelizzazione, ossia l'attività missionaria corrisponde, dunque, alla vocazione specifica della Chiesa che, sempre nel rispetto della libertà, si fa incontro agli uomini del nostro tempo che ancora "in umbra mortis sedent" (Lc 1,79); si può dire anzi che la Chiesa sia la missione incarnata. Non per nulla il Concilio ha esplicitamente ribadito: "La Chiesa che vive nel tempo è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la sua propria origine" (AGD 2).
Depositaria della buona novella, la Chiesa, come non può non parlare, così deve necessariamente inviare ancora, oggi non meno che in altri tempi, apostoli e missionari, i quali sappiano parlare agli uomini della salvezza trascendente e liberatrice, avviandoli - in piena fedeltà allo Spirito - alla conoscenza della verità: i quali con i sacramenti, a cominciare dalla "porta" del battesimo, li incorporino a Cristo nella vivente comunione del suo corpo mistico; i quali, infine, facciano conoscer loro il senso autentico della loro dignità di creature, modellate ad immagine di Dio, e quindi li illuminino intorno al vero significato della loro esistenza nel mondo. E' così che la Chiesa opera efficacemente, perché sia attuato il piano salvifico di Dio.
Le missioni strumenti di evangelizzazione e centri di promozione umana Alla luce di queste considerazioni le missioni si rivelano tuttora necessarie e insostituibili al punto che, senza di esse, l'attuazione di questo piano e l'espansione del regno fino ai confini della terra non sarebbero neppure concepibili; senza di esse non potrebbe nascere e svilupparsi la civiltà nuova fondata - nel segno di Cristo - sulla giustizia, sulla pace e sull'amore perché è nella missione che si plasma l'uomo nuovo, consapevole della sua dignità e del suo trascendente destino di creatura redenta.
Nelle missioni, fucine di fermento evangelico, batte il cuore della Chiesa universale con tutta la sua sollecitudine rivolta al bene autentico e integrale dell'uomo. Ma esse sono, al tempo stesso, centri di promozione umana poiché se da una parte la Chiesa, in virtù del principio della carità che la anima, non può rimanere insensibile alle necessità materiali dei fratelli, dall'altra, evangelizzando e aiutando l'uomo a comprendere se stesso in Cristo, ne promuove in tal modo anche la coscienza civile e il progresso sociale. Esattissimo appare, al riguardo, ciò che afferma il documento conclusivo della conferenza di Puebla: "Il miglior servizio al fratello è l'evangelizzazione che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente"(Puebla 1145).
Anche laddove la predicazione della Parola è ostacolata, la semplice presenza del missionario, con la sua testimonianza di povertà, di carità, di santità costituisce già una forma efficace di evangelizzazione e crea spesso i presupposti per un dialogo costruttivo. Una volta ancora mi è caro, dunque, cogliere questa occasione per lodare ed esprimere viva gratitudine ai missionari che, con sacrifici immensi, talvolta, e tra difficoltà di ogni genere, spargono il seme della Parola, dal quale la Chiesa si sviluppa e mette radici nel mondo. E il frutto più consolante di questa loro opera eroica ed infaticabile è il fiorire meraviglioso di giovani e fervide comunità cristiane, dal cui "humus" scaturiscono vocazioni sacerdotali e religiose, che sono la speranza per la Chiesa di domani.
Si, i missionari sono operai indispensabili per la vigna del Signore, e le stesse Chiese locali, di recente fondazione, pur sviluppando un loro clero autoctono, sentono ancora il bisogno della loro presenza e delle loro energie, anche per avvantaggiarsi della ricchezza delle tradizioni plurisecolari e della maturità delle antiche Chiese che essi portano con sé. E' così che tra le une e le altre Chiese locali si verifica un fruttuoso scambio di idee, di iniziative e di opere, che è come un'osmosi feconda per la Chiesa universale.
La cooperazione e le pontificie opere missionarie Per tali motivi desidero esprimere il mio compiacimento per ogni forma di cooperazione missionaria, che le comunità ecclesiali sanno escogitare e stabilire con generoso spirito apostolico. So bene che in molte diocesi si promuove attivamente quella forma di collaborazione che è stata tanto raccomandata dal mio predecessore di venerata memoria Pio XII nell'enciclica "Fidei Donum". Il beneficio, infatti, di tale impegno ministeriale "ad tempus" è duplice: i sacerdoti che vi si dedicano, come offrono un evidente servizio alle Chiese missionarie, così, tornando nelle diocesi di origine, vi riportano il tesoro delle loro esperienze, contribuendo in tal modo a quell'opera di animazione, che tanto giova a suscitare tra i fedeli stessi la coscienza missionaria e la volontà di sostenere la causa dell'evangelizzazione.
Sempre in tema di cooperazione, non occorre ripetere che sarebbe un grave errore identificarla esclusivamente con l'aiuto economico, pur necessario per sovvenire alle grandi e talora indicibili miserie di tanti nostri fratelli.
All'aiuto finanziario deve unirsi, come irrinunciabile premessa, quello della preghiera: occorre pregare per le vocazioni, per i missionari, per i fratelli da evangelizzare; occorre pregare altresi perché le nazioni del mondo che godono di un alto grado di civiltà e di benessere aprano il loro cuore alle immense necessità delle nazioni meno privilegiate e, di comune accordo secondo l'orientamento di fondo della solidarietà universale, realizzino una intelligente programmazione e pianificazione degli aiuti che valgano a combattere quelle gravi discriminazioni, sperequazioni ed ingiustizie che costituiscono uno dei grandi scandali del nostro tempo.
Alla preghiera dovrà unirsi, quale elemento prezioso ed efficace per penetrare nel cuore di Dio, l'offerta spontanea delle proprie sofferenze, in unione a Cristo per il bene dei fratelli. Da ultimo, desidero ricordare l'importanza che, ai fini della cooperazione, hanno le pontificie opere missionarie. Nella prossima giornata tutti sono invitati a riflettere sul ruolo che esse svolgono, in seno all'intera comunità ecclesiale, quali strumenti idonei per l'animazione e sensibilizzazione missionaria del Popolo di Dio (cfr. AGD 38).
Ai missionari ed a tutti coloro che, in diverse forme e modi, spendono le loro energie per la diffusione del Vangelo, con profonda, vivissima gratitudine imparto la confortatrice benedizione apostolica.
Dal Vaticano, il 25 maggio, solennità di Pentecoste, dell'anno 1980, secondo del mio pontificato.
Ioannes Paulus PP. II
Data: 1980-05-27 Data estesa: Martedi 27 Maggio 1980.
Titolo: Un messaggio al popolo francese
Tre giorni prima di partire per Parigi, voglio in primo luogo esprimere la mia viva gratitudine a tutti coloro che mi hanno invitato: l'Unesco, l'episcopato francese, il presidente della repubblica e le autorità civili; e anche a coloro che mi hanno manifestato la loro attesa. Perché, al di fuori delle istanze ufficiali che ho nominato, un gran numero di persone, di ogni condizione, e in particolare molti giovani, hanno espresso i loro sentimenti, soprattutto il loro desiderio del nostro incontro, molto spesso per lettera. Che essi siano ringraziati! Tutto ciò ha potuto creare un clima favorevole che già sento e vorrei rispondere a questa attesa nel migliore dei modi.
Accade che questo viaggio in Francia si verifichi appena qualche settimana dopo la visita pastorale in Africa e a un mese da una simile visita in Brasile. Confido che la provvidenza e la luce dello Spirito Santo mi aiuteranno a compiere questo viaggio pastorale come un servizio che mi impone il mio ministero di successore di san Pietro, e anche secondo lo spirito di san Paolo che andava a rafforzare la fede delle Chiese, a ricevere la loro testimonianza e a metterle in comunione tra di loro. Io me ne scuso presso gli organizzatori che hanno dovuto lavorare in più.
Questo viaggio mi attira per molti aspetti. Costituisce per me un onore, ma prima di tutto un dovere, una responsabilità.
In primo luogo, la Francia è la figlia primogenita della Chiesa. Ed essa ha generato molti santi! Potrei aggiungere che sul suolo di Francia vi sono molti luoghi ai quali io mi reco spesso in pellegrinaggio con la preghiera e con il cuore. Tra questi, non c'è che Lisieux che ha potuto trovare posto nella presente visita. Ma c'è ancora Ars e molti altri luoghi ai quali sono legato nello spirito, e dai quali ho anche ricevuto degli inviti.
Come non ricordare anche, in questa prospettiva, l'opera culturale del vostro paese, il suo apporto alla cultura generale e nell'ambito propriamente cattolico? Quanti nomi illustri nella vostra secolare tradizione! Si, anche nel corso di questo secolo, quante figure i cui riflessi hanno superato le vostre frontiere, e di cui molti mi sono personalmente molto vicini. E' d'altra parte significativo che l'Unesco, destinata, come organizzazione internazionale, a promuovere la cultura in tutti i paesi, abbia stabilito la sua sede a Parigi.
Così, quando penso all'influsso che la cultura francese, nei campi della filosofia, della storia, della letteratura, e il pensiero dei teologi francesi hanno esercitato sempre su molti uomini e società, io non posso astenermi dal pensare al momento particolare che vive la Chiesa in questo grande paese.
Mi rendo ben conto che la Chiesa in Francia, il cattolicesimo francese si sono trovati, nel corso di questi ultimi anni, dopo il Concilio, in una situazione speciale. Non pretendo di descriverla qui, né di esprimere su di essa un giudizio. Ciascuno sa bene che può trattarsi di ciò che si chiama una "crisi di crescenza". Io spero che sia questa una chiave per interpretare questa situazione particolare che si riscontra in Francia dopo il Concilio.
In effetti, sono ben convinto che ci sono sempre in Francia, nella Chiesa, nella nazione e nella società, delle forze immense, delle risorse immense, che le permetteranno non solo di continuare a essere se stessa, ma anche di mettersi al servizio di altri.
Si, la Chiesa deve al popolo di Francia, che ha molto ricevuto e anche molto dato, qualcuna delle sue più belle pagine: dai grandi ordini religiosi, quali Citeaux e a Chartreux, alle cattedrali, o all'epopea missionaria iniziata nel secolo scorso. La generosità delle sue opere e del suo pensiero le hanno valso l'amicizia di numerosi popoli, e tra i più poveri! Possa la Francia continuare a trovarvi le sue ragioni d'essere! E' più di un anno che sono stato invitato a Lourdes per il congresso eucaristico, che segnerà il centenario di questi congressi, nel luglio del 198 1.
Tuttavia importanti circostanze convergenti, come ho già detto, mi hanno indotto ad anticipare questa visita e ad arrivare a Lourdes passando prima da Parigi.
Invitato, io invito a mia volta i francesi a questo grande incontro nella preghiera, nella riflessione comune, nella comunione degli spiriti.
[Traduzione dal francese]
Data: 1980-05-28 Data estesa: Mercoledi 28 Maggio 1980.
Titolo: La dimensione dell'attesa è parte della vocazione cristiana
Cari fratelli e sorelle della parrocchia di Long Tower.
1. Io so che per lungo tempo avete atteso con ansia la vostra visita a Roma. Avete ricordato costantemente la vostra meta; avete fatto progetti molto in anticipo; avete preparato la vostra stessa spiritualità per questo pellegrinaggio di fede.
Ed ora le vostre speranze e progetti sono divenuti realtà, e questa realtà porta gioia ai vostri cuori e anche al mio.
Inoltre, questo momento presente è momento saliente della vostra giornata, perché noi stiamo celebrando insieme il sacrificio eucaristico, che è - come ci ricorda il Concilio Vaticano II - "la sorgente e il culmine della vita cristiana" (LG 11).
2. Siete venuti con le vostre gioie e i vostri dolori, portando nei vostri cuori le vostre intenzioni e quelle di coloro che voi amate. Siete venuti ad invocare l'intercessione dei santi apostoli di Roma, Pietro e Paolo, che dai muri di questa cappella dirigono i vostri sguardi al Signore. Oltre tutto, voi siete venuti a cercare Gesù Cristo al centro della sua Chiesa, e a rinnovare la vostra fede in lui. E' come se aveste sentito e obbedito alle parole dell'autore ispirato che vi spingono ad andare verso Cristo: "Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno" (He 4,16).
3. E oggi l'intera vostra attesa è arrivata a compimento. Voi vi siete avvicinati a Cristo ed egli vi ha uniti nella sua adorazione eucaristica del Padre. Egli vi dà la sua grazia e la sua misericordia, il suo amore e la sua pace.
4. Il senso di attesa che ha preceduto la vostra visita durante questi mesi, perfino anni, da quando per la prima volta avete fatto i vostri progetti è il simbolo di un'altra attesa - un'attesa che fa parte del modo di vivere cristiano.
La preghiera nella messa si riferisce a questo quando afferma che: "Noi aspettiamo in gioiosa speranza la venuta del nostro salvatore Gesù Cristo".
La venuta del nostro salvatore Gesù Cristo nella gloria è il grande prossimo evento che dà una completa nuova dimensione alle nostre vite. Noi siamo cittadini di una città terrena dove fatica e dolore, dove lavoro e sforzo sono parte del tessuto della nostra esistenza. Dio vuole la nostra condizione temporale tanto quanto vuole il nostro futuro destino, ma è precisamente alla luce del futuro che ogni cosa nel presente si pone in questa prospettiva. In altre parole, la pienezza della realtà sarà rivelata solo quando Cristo tornerà a portarci a lui stesso - tutti noi che siamo stati redenti dal suo prezioso sangue, "il prezioso sangue dell'agnello senza difetti o macchia" (1P 1,19). La sua venuta per ciascuno di noi in un momento conosciuto solo al Padre, e la sua finale venuta nella gloria, dà una nuova dimensione al nostro modo di intendere la vita.
5. Fa parte della nostra responsabilità temporale lavorare per il progresso del regno di Dio sulla terra, promuovere la dignità di ogni essere umano, combattere la violenza, diffondere l'accordo e la compassione, e costruire l'edificio della pace sulle sicure fondamenta della giustizia e dell'amore. Come il Figlio dell'uomo noi siamo qui "non per essere serviti ma per servire". Nel fare questo scopriamo una grande gioia e felicità, e anche comprendiamo che: "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio non udi, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano" (1Co 2,9).
6. L'elemento di attesa è dunque parte della nostra vocazione cristiana. Esso corrisponde al piano di Dio. L'attesa del nostro salvatore Gesù Cristo, lungi dall'offrirci una scusa di inattività o di mancanza di sensibilità ai bisogni del mondo, ci incoraggia a "vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo" (Tt 2,12).
Carissimi: questa è la testimonianza che dobbiamo dare al mondo: mostrare attraverso le nostre azioni che realmente crediamo che "Cristo ritornerà". In questa attesa noi scopriamo l'immenso valore dei nostri sforzi per un modo di vivere cristiano. In questa attesa noi scopriamo una profonda gioia per le nostre vite.
E ritornando a casa, io desidero chiedervi di portare il mio messaggio a tutti i membri della vostra parrocchia, a tutto il popolo della diocesi di Derry.
Dite a tutti che il Papa vi chiede di vivere in gioiosa speranza, nella ferma convinzione della venuta del "nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo" (Tt 2,13). Dite a tutti loro che il Papa li ringrazia per la loro profonda fedeltà a Cristo e al suo vicario in terra. A voi qui presenti e a tutti i vostri cari a casa con tutto il cuore io imparto la mia benedizione apostolica.
[Traduzione dall'inglese]
Data: 1980-05-28 Data estesa: Mercoledi 28 Maggio 1980.
Titolo: Il corpo, non sottomesso allo spirito minaccia l'unità dell'uomo-persona
1. Stiamo leggendo di nuovo i primi capitoli del libro della Genesi, per comprendere come - col peccato originale - l'"uomo della concupiscenza" abbia preso il posto dell'"uomo della innocenza" originaria. Le parole della Genesi 3,10: "Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto", che abbiamo considerato due settimane fa, documentano la prima esperienza di vergogna dell'uomo nei confronti del suo Creatore: una vergogna che potrebbe essere anche chiamata "cosmica".
Tuttavia, questa "vergogna cosmica" - se è possibile scorgerne i tratti nella situazione totale dell'uomo dopo il peccato originale - nel testo biblico fa posto ad un'altra forma di vergogna. E' la vergogna prodottasi nell'umanità stessa, causata cioè dall'intimo disordine in ciò per cui l'uomo, nel mistero della creazione, era "l'immagine di Dio", tanto nel suo "io" personale che nella relazione interpersonale, attraverso la primordiale comunione delle persone, costituita insieme dall'uomo e dalla donna.
Quella vergogna, la cui causa si trova nell'umanità stessa, è immanente e relativa insieme: si manifesta nella dimensione dell'interiorità umana e al tempo stesso si riferisce all'"altro". Questa è la vergogna della donna "nei riguardi" dell'uomo, e anche dell'uomo "nei riguardi" della donna: vergogna reciproca, che li costringe a coprire la propria nudità, a nascondere i propri corpi, a distogliere dalla vista dell'uomo ciò che costituisce il segno visibile della femminilità, e dalla vista della donna ciò che costituisce il segno visibile della mascolinità. In tale direzione, si è orientata la vergogna di entrambi dopo il peccato originale, quando si accorsero di "essere nudi", come attesta Genesi 3, 7. Il testo jahvista sembra indicare esplicitamente il carattere "sessuale" di tale vergogna: "Intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture". Tuttavia, possiamo chiederci se l'aspetto "sessuale" abbia soltanto un carattere "relativo"; in altre parole: se si tratta di vergogna della propria sessualità solo in riferimento alla persona dell'altro sesso.
2. Sebbene alla luce di quell'unica frase determinante di Genesi 3,7 la risposta all'interrogativo sembri sostenere soprattutto il carattere relativo della vergogna originaria, nondimeno la riflessione sull'intero contesto immediato consente di scoprire il suo sfondo più immanente. Quella vergogna, che senza dubbio si manifesta nell'ordine "sessuale", rivela una specifica difficoltà di avvertire l'essenzialità umana del proprio corpo: difficoltà che l'uomo non aveva sperimentato nello stato di innocenza originaria. così, infatti, si possono intendere le parole: "Ho avuto paura, perché sono nudo", le quali pongono in evidenza le conseguenze del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male nell'intimo dell'uomo. Attraverso queste parole viene svelata una certa costitutiva frattura nell'interno della persona umana, quasi una rottura della originaria unità spirituale e somatica dell'uomo. Questi si rende conto per la prima volta che il suo corpo ha cessato di attingere alla forza dello spirito, che lo elevava al livello dell'immagine di Dio. La sua vergogna originaria porta in sé i segni di una specifica umiliazione mediata dal corpo. Si nasconde in essa il germe di quella contraddizione, che accompagnerà l'uomo "storico"in tutto il suo cammino terrestre, come scrive san Paolo: "Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente" (Rm 7,22-23).
3. così, dunque, quella vergogna è immanente. Essa contiene una tale acutezza conoscitiva da creare una inquietudine di fondo in tutta l'esistenza umana, non solo di fronte alla prospettiva della morte, ma anche di fronte a quella, da cui dipende il valore e la dignità stessi della persona nel suo significato etico. In tal senso la vergogna originaria del corpo ("sono nudo") è già paura ("ho avuto paura"), e preannunzia l'inquietudine della coscienza connessa con la concupiscenza. Il corpo che non è sottomesso allo spirito come nello stato della innocenza originaria, porta in sé un costante focolaio di resistenza allo spirito, e minaccia in qualche modo l'unità dell'uomo-persona, cioè della natura morale, che affonda solidamente le radici nella stessa costituzione della persona. La concupiscenza del corpo è una minaccia specifica alla struttura dell'autopossesso e dell'autodominio, attraverso cui si forma la persona umana. E costituisce per essa anche una specifica sfida. In ogni caso, l'uomo della concupiscenza non domina il proprio corpo nello stesso modo, con uguale semplicità e "naturalezza", come faceva l'uomo della innocenza originaria. La struttura dell'autopossesso, essenziale per la persona, viene in lui, in certo modo, scossa alle fondamenta stesse; egli di nuovo si identifica con essa in quanto è continuamente pronto a conquistarla.
4. Con tale squilibrio interiore è collegata la vergogna immanente. Ed essa ha un carattere "sessuale", perché appunto la sfera della sessualità umana sembra porre in particolare evidenza quello squilibrio, che scaturisce dalla concupiscenza e specialmente dalla "concupiscenza del corpo". Da questo punto di vista, quel primo impulso, di cui parla Genesi Gn 3,7 ("si accorsero di essere nudi, intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture") è molto eloquente; è come se l'"uomo della concupiscenza" (uomo e donna "nell'atto della conoscenza del bene e del male") provasse di aver semplicemente cessato, anche attraverso il proprio corpo e sesso, di stare al di sopra del mondo degli esseri viventi o "animalia". E' come se provasse una specifica frattura dell'integrità personale del proprio corpo, particolarmente in ciò che ne determina la sessualità e che è direttamente collegato con la chiamata a quell'unità, in cui l'uomo e la donna "saranno una sola carne" (Gn 2,24). Perciò, quel pudore immanente ed insieme sessuale è sempre, almeno indirettamente, relativo. E' il pudore della propria sessualità "nei riguardi" dell'altro essere umano. In tal modo il pudore viene manifestato nel racconto di Genesi 3, per cui siamo, in certo senso, testimoni della nascita della concupiscenza umana. E' quindi sufficientemente chiara anche la motivazione per risalire dalle parole di Cristo sull'uomo (maschio), il quale "guarda una donna per desiderarla" (Mt 5,27-28), a quel primo momento, in cui il pudore si spiega mediante la concupiscenza, e la concupiscenza mediante il pudore. così intendiamo meglio perché - e in quale senso - Cristo parla del desiderio come "adulterio" commesso nel cuore, perché si rivolge al "cuore" umano.
5. Il cuore umano serba in sé contemporanearnente il desiderio e il pudore. La nascita del pudore ci orienta verso quel momento, in cui l'uomo interiore, "il cuore", chiudendosi a ciò che "viene dal Padre", si apre a ciò che "viene dal mondo". La nascita del pudore nel cuore umano va di pari passo con l'inizio della concupiscenza: della triplice concupiscenza secondo la teologia giovannea (cfr. 1Jn 2,16), e in particolare della concupiscenza del corpo.
L'uomo ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Anzi, ha pudore non tanto del corpo, quanto proprio della concupiscenza: ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Ha pudore del corpo a motivo di quello stato del suo spirito, a cui la teologia e la psicologia danno la stessa denominazione sinonimica: desiderio ovvero concupiscenza, sebbene con significato non del tutto uguale. Il significato biblico e teologico del desiderio e della concupiscenza differisce da quello usato nella psicologia. Per quest'ultima, il desiderio proviene dalla mancanza o dalla necessità, che il valore desiderato deve appagare.
La concupiscenza biblica, come deduciamo da 1Jn 2,16, indica lo stato dello spirito umano allontanato dalla semplicità originaria e dalla pienezza dei valori, che l'uomo e il mondo posseggono "nelle dimensioni di Dio". Appunto tale semplicità e pienezza del valore del corpo umano nella prima esperienza della sua mascolinità-femminilità, di cui parla Genesi 2,23-25, ha subito successivamente, "nelle dimensioni del mondo", una trasformazione radicale. E allora, insieme con la concupiscenza del corpo, nacque il pudore.
6. Il pudore ha un duplice significato: indica la minaccia del valore e al tempo stesso preserva interiormente tale valore (cfr. Karol Wojtyla, "Amore e responsabilità", Torino 19782, pp. 161-178). Il fatto che il cuore umano, dal momento in cui vi nacque la concupiscenza del corpo, serbi in sé anche la vergogna, indica che si può e si deve far appello ad esso, quando si tratta di garantire quei valori, ai quali la concupiscenza toglie la loro originaria e piena dimensione. Se teniamo ciò in mente, siamo in grado di comprendere meglio perché Cristo, parlando della concupiscenza, fa appello al "cuore" umano.
[Omissis. Seguono i saluti al pellegrinaggio dei "Christian Brothers" e dei fratelli di san Gabriele; ai gruppi provenienti da Bayiern, Bamberg e Paderborn; ai fedeli della parrocchia romana di santa Maria in Trastevere; al gruppo di marittimi e portuali di Marghera; ai pellegrini di diverse diocesi italiane; ai giovani; agli ammalati; alle coppie di sposi.]
Data: 1980-05-28 Data estesa: Mercoledi 28 Maggio 1980.
Titolo: La conferenza episcopale deve assumere autonomamente le proprie responsabilità
Venerati e cari Vescovi d'Italia! 1. Sono assai lieto di trovarmi in mezzo a voi, fratello tra fratelli, nel corso di questa XVII assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana. E' vero che l'imminenza del mio pellegrinaggio a Parigi e a Lisieux, e gli impegni di questi giorni, mi permettono di fermarmi tra voi soltanto una volta, a differenza dello scorso anno. Ma supplisca l'intensità dell'affetto alla scarsezza del tempo! E intanto vi dico tutta la mia gioia e la consolazione che provo nell'incontrarmi con voi in questa circostanza privilegiata dell'annuale attività, collegialmente impostata e realizzata, della vostra conferenza; vi dico la spirituale partecipazione che ho preso alla preparazione e allo svolgimento di questa assemblea, e l'interesse con cui leggero, al mio ritorno dalla Francia, i risultati conclusivi di queste giornate di studio. Soprattutto sono a voi vicino nella preghiera: se, come ha stupendamente detto Clemente Alessandrino, "la Chiesa ha una sola respirazione attorno all'altare" (S.Clementis Alexandrini "Stromata", VII,6), noi ci ritroviamo continuamente uniti, a respirare insieme nella celebrazione eucaristica di ogni giorno: "quoniam unus panis, unum corpus, multi sumus, omnes qui de uno pane participamus" (1Co 10,17). E' un momento privilegiato, un'esperienza di comunione, quella di stasera, che ci permette di sperimentare più a fondo la realtà di donazione e di servizio del nostro episcopato in favore della Chiesa di Dio che è in Italia, e che lo Spirito Santo ha dato a voi e a me la sorte di reggere e di santificare.
2. "Siamo i Vescovi di questa Chiesa", vi dicevo il 18 maggio dello scorso anno, nell'omelia della concelebrazione nella cappella Sistina (cfr. "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", 2[1979] 1126). Si, fratelli, siamo i Vescovi della Chiesa in Italia, abbiamo ricevuto da Dio tale enorme, esaltante responsabilità: voi, che siete stati aggregati ai successori del collegio apostolico per essere le guide spirituali, i maestri, i "sacerdotes" di quel popolo italiano, al quale appartenete per destino di nascita, per forma di mentalità e di educazione, per cultura umana ed ecclesiale, e da cui siete stati tratti per l'adempimento della vostra missione; e, io che, pur provenendo da un'altra nazione, sono diventato, per inscrutabile disposizione divina, Vescovo di Roma, successore di Pietro nella sede romana, ricevendo così quel primato, precisamente in forza del quale ho il mandato di vicario di Cristo e di pastore della Chiesa universale, senza per questo dimenticare le particolarissime sollecitudini, i vincoli e gli impegni che richiede la cura della mia diocesi di Roma.
Vescovi della Chiesa in Italia, voi ed io. A noi pertanto è stata affidata direttamente da Dio la cura pastorale di un popolo, la cui storia civile e religiosa, a tutti nota, è stata sempre inscindibilmente intrecciata e legata a quella della santa Sede, in rapporti unici che la distinguono dalle vicende storiche di ogni altro paese; un popolo, soprattutto, la cui anima religiosa, la cui profonda matrice cattolica ha ispirato e marcato di sé, indubitabilmente, le manifestazioni della vita quotidiana, le forme della pietà, la convivenza familiare e civile, il sorgere delle istituzioni caritative, come le espressioni più alte dell'architettura religiosa, dell'arte figurativa e anche della letteratura.
Ho ancora davanti agli occhi, e li conservero scolpiti per sempre nel cuore, gli spettacoli di fede autentica, di raccolta pietà liturgica, di schietta cordialità umana, che, dagli inizi del mio pontificato, questo popolo italiano mi ha offerto, in quegli incontri, ricchissimi di fervore e di letizia, che ho avuto finora - ed è stata una grande grazia! - in varie città e santuari italiani: Assisi, Montecassino, Canale d'Agordo e Belluno, Treviso, Nettuno, Loreto e Ancona, Pomezia, Pompei e Napoli, Norcia, Torino, sono altrettante immagini di Chiesa, di popolo, di istituzioni, di persone singole, che tutte mi parlano della bontà e della fede del popolo italiano, e, meglio di ogni definizione verbale, testimoniano con straordinaria efficacia dell'"animus" religioso dei vostri fedeli; né posso trascurare il fatto che gran numero dei partecipanti alle udienze settimanali del mercoledi provengono dalle diocesi d'Italia - dalle vostre diocesi! - come pure altri affollati pellegrinaggi, che ricevo nel corso dell'anno, favoriti certamente dalla vicinanza geografica in confronto di altre nazioni, ma sempre tanto indicativi della convinzione di fede cattolica che pulsa nelle popolazioni delle varie regioni italiane. E che cosa dovrei dire degli incontri ormai abituali con le parrocchie della mia diocesi, qui a Roma? Il fatto di provenire da un altro paese, le cui tradizioni religiose sono tanto vive, sia pure in una situazione tanto diversa di storia, di cultura, di fisionomia psicologica, mi fa scoprire ogni giorno di più, e apprezzare con tanta maggiore emozione la ricchezza, antica e nuova, della vita cristiana in questo paese, scelto dalle vie ineffabili di Dio ad ospitare al suo centro la sede di Pietro, a custodire le reliquie degli apostoli, a diffondere nel mondo la parola liberatrice del Vangelo.
Tutto questo deve infondere, in voi e in me, sentimenti, rinnovantisi ogni giorno, di gratitudine a Dio per averci trovati degni, nonostante i nostri limiti, di essere costituiti pastori in mezzo a questo popolo; tutto questo deve ispirarci una grande fiducia, una profonda gioia, un crescente incoraggiamento nel proseguire senza esitazione la nostra missione, cercando sempre nuove aperture, nuove possibilità, nuovi modi di azione; ciò deve pertanto suscitare propositi di impegno non mai stanco né remissivo nel far fronte al nostro compito, che è un compito di rafforzamento della fede in un momento di trapasso e di crisi; e deve darci sempre maggiore chiarezza di vedute e organicità di piani pastorali per rispondere alla nostra vocazione, che è quella di "sostenere, in modo eminente e visibile, le parti dello stesso Cristo maestro, pastore e pontefice, e agire in persona di lui", come ha detto il Vaticano II (cfr. LG 21). Non abbiamo timore! Il Signore è con noi a darci coraggio, e, con san Paolo, possiamo dire: "Omnia possum in eo qui me confortat" (Ph 4,13). La innegabile, magnifica realtà ecclesiale nella quale e per la quale lavoriamo, infonde tanta speranza, specialmente per l'avvenire.
3. Nella visuale del nostro ministero, collocata concretamente nella sua situazione storica, vorrei proporre alla vostra attenzione, venerati miei fratelli nell'episcopato, alcuni punti che mi sembrano più significativi e importanti per lo svolgimento del vostro apostolato nelle necessità del momento presente, anzi nel quadro generale della vita della Chiesa italiana.
Automia e compiti pastorali Anzitutto il problema di una giusta e ben intesa autonomia della conferenza episcopale, per la definizione e l'esecuzione dei propri compiti pastorali. E' problema, questo, caratteristico dell'Italia, poiché può sembrare che i particolari legami, mediante i quali essa è stata ed è in relazione col pontificato e con la sede apostolica, abbiano messo o mettano talora in ombra la conferenza episcopale stessa. Per dissipare dunque l'equivoco, che forse può essere storicamente spiegato, ma che falserebbe nel fondo la realtà di detti rapporti, occorre che essa, consapevole della propria attività e della propria autonomia, sappia far pienamente rivivere la tradizione collegiale, vigente nella Chiesa fin dalla più remota antichità. Del resto, il Concilio Vaticano II ha sottolineato con nuovo vigore che le conferenze episcopali, viste nella collegialità vigente nella "cattolicità" della Chiesa indivisa... possono oggi portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché l'affetto collegiale giunga a concrete applicazioni" (LG 23).
Voi dunque siete i responsabili, e dovete esserlo in modo sempre più cosciente e incisivo, della Chiesa che è in Italia: indipendentemente dal fatto che il Papa sia o non sia di origine italiana - ma pur tenendo conto, evidentemente, che egli è Vescovo di Roma e primate d'Italia - la conferenza episcopale deve procedere in modo sempre più organico e sicuro all'assunzione delle proprie responsabilità, per la valorizzazione di tutte le forze presenti nella comunità ecclesiale in Italia, per tutta la nazione, nella quale la conferenza stessa deve esistere e lavorare, essere ed agire.
Il quadro che offre l'Italia è quello di un paese essenzialmente cattolico nel suo strato profondo, ma che, alla superficie, ha dovuto far fronte agli attacchi, i quali, dagli opposti fronti del laicismo e del materialismo - secondo le direttrici che ho analizzato nel mio discorso alla città di Torino - hanno inferto danni gravi alla vita spirituale della nazione: pensiamo alla desacralizzazione in atto, con riflessi paurosi sul piano della vita familiare e della moralità pubblica e privata, e con la diffusione di modelli di comportamento riprovevoli, che hanno inciso profondamente sulle forme della vita individuale e associata. Non è il caso di analizzare compiutamente, ora, il fenomeno (aborto, droga, pornografia, delinquenza giovanile, permissivismo in tutte le sue forme di persuasione, scoperta e occulta, ecc...). Ma esso pone alla vita pastorale orizzonti non mai prima esplorati, e interrogativi drammatici e indilazionabili.
In questo innegabile contrasto di posizioni radicalmente opposte - sanità di tradizioni cattoliche che devono far fronte alla secolarizzazione - la Conferenza Episcopale Italiana ha il dovere di assumere autonomamente tutte le proprie responsabilità, per favorire l'affermazione dei sani valori, che costituiscono l'onore genuino del popolo italiano, e far argine ai pericoli che cercano di corroderli all'interno, in una unità di azione e di programmi circa la pastorale d'insieme, che, opportunamente graduata e adattata alle esigenze delle singole Chiese locali, possa condurre avanti, con letizia e decisione, l'"opus ministerii" al quale siete stati chiamati. L'unità tra i Vescovi non è solo prima garanzia per il successo della propria attività, ma è anche fonte di coraggio, di ottimismo, di fiducia.
4. La coesione delle forze nell'ambito della legittima e fruttuosa autonomia deve garantire, all'interno della nazione in cui opera la conferenza episcopale, quel prestigio, quell'incidenza, quella credibilità che sono necessari per l'efficacia dell'azione pastorale in favore del popolo. E' questo il secondo aspetto, che mi sembra meritare una particolare attenzione in questa sede. Cioè, occorre tener sempre presente che i Vescovi sono una rappresentanza legittima e qualificata del popolo italiano, sono una forza sociale, che ha una responsabilità nella vita dell'intera nazione. La Chiesa non viene sradicata dalle condizioni in cui si trova, non è un'astrazione, non è un simbolo. La costituzione pastorale "Gaudium et Spes" ha sottolineato, fin dall'inizio, che "è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura, e sul loro reciproco rapporto. E' necessario infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche" (GS 4).
Ciò vuol dire che in un paese cattolico come l'Italia, ma immerso, talvolta, e minacciato da un'atmosfera ostile, per cui la Chiesa rischia di trovarsi in un complesso d'inferiorità e di subire anche, in certo modo, condizioni di ingiustizia e discriminazione, i Vescovi devono rendersi presenti, a tutti i livelli, nel contesto della vita italiana, essere effettivamente gli animatori attivi e coscienti delle forze che rappresentano, formarne il centro di coesione, il vessillo di identità, il punto di riferimento.
La Chiesa, nei suoi Vescovi, nei suoi sacerdoti, nel suo laicato più generoso, deve saper vedere quali possibilità concrete essa abbia per il bene della comunità, e, consapevole della propria forza, trovar sempre nuovi campi in cui lanciarsi per corrispondere al mandato di Cristo: "Vos estis sal terrae,... vos estis lux mundi" (Mt 5,13ss). Nella sua storia millenaria, la Chiesa non è mai stata a corto di idee per escogitare e porre in esecuzione opere richieste dai tempi, ricorrendo al proprio immenso potenziale di energie, votate a Dio e alle anime. Essa è sempre stata come una grande "donatrice di sangue", che ha continuamente provveduto al ricambio di energie e di iniziative, in un mondo che sempre ne ha aspettato urgentemente, e in tutti i campi, la presenza. E se oggi l'assunzione di determinati compiti da parte dello Stato è subentrata in campi che, in altra epoca, erano oggetto di premura quasi esclusiva della Chiesa, non mancano certamente neppure oggi - e l'esperienza lo dimostra bene - gli spazi di carità e di slancio generoso per giungere là dove altre forze non arrivano. Nella odierna società pluralistica ha maggior sfera d'azione chi sa prendere, con impegno e continuità, maggiori responsabilità per i fratelli. Tanto più questo deve valere per la Chiesa! Questa, peraltro, mentre agisce con iniziative proprie, non può esimersi, di fronte ai fedeli e a tutta la società, dall'esprimere, quand'è necessario, la propria valutazione su problemi di natura etica, che incidano sul senso della vita personale e comunitaria.
Occorre, dunque, andare avanti, senza timori, nel proporre alle nostre comunità i punti programmatici di una visione cristiana e cattolica della vita terrena, secondo il Vangelo, e di un'azione ad essa conseguente, provvedendo alle necessità più urgenti che ciò richiede a noi pastori.
Catechesi e testimonianza evangelica 5. E una delle prime responsabilità del momento presente è quella della catechesi.
Questo è stato sempre un fondamentale dovere della Chiesa, e lo è soprattutto oggi, poiché, per vari motivi, si notano gravi carenze nella formazione religiosa e morale del laicato, specie di quello impegnato a livello professionale e sociale.
Al tempo stesso vi è pero un risveglio, favorito e incrementato dalla Conferenza Episcopale Italiana, che in questi anni ha proceduto a un serio lavoro di studio e di programmazione catechetica, anche con l'edizione di nuovi testi adatti: e sono anche questi, su scala nazionale, i frutti dell'attenzione che l'episcopato della Chiesa universale ha posto al problema, specialmente nelle specifiche trattazioni dedicate al tema della catechesi nella terza e nella quarta assemblea generale del "Synodus Episcoporum".
Ma occorre procedere, con instancabile sollecitudine, all'attuazione di quella che, con l'ufficio di santificare e di pascere il Popolo di Dio, è la nostra missione specifica: l'insegnamento della sana dottrina. Quanto rimangono attuali le parole di Paolo: "Praedica verbum, insta opportune, importune, argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina. Erit enim tempus, cum sanam doctrinam non sustinebunt, sed ad sua desideria coacervabunt sibi magistros prurientes auribus... Tu vero vigila, in omnibus labora, opus fac evangelistae" (2Tm 4,2-3 2Tm 4,5). La nostra ordinazione episcopale ci fa obbligo particolare di annunziare, con tutto l'impegno della nostra vita, quel Vangelo che allora ci è stato posto sul capo: e questo deve ricordarci che siamo consacrati, fino all'ultimo respiro, alla sua proclamazione, affinché i nostri fedeli ne vivano e si lascino guidare dalla sua luce in tutti i loro comportamenti, generali e specifici, della vita personale, familiare, professionale, sociale.
Nella mia esortazione apostolica "Catechesi Tradendae", nel sottolineare il primato di tale opera evangelizzatrice, e nell'auspicare a tutti i responsabili "il coraggio, la speranza, l'entusiasmo" a ciò necessari, mi sono rivolto in modo particolare ai confratelli Vescovi, e mi sono permesso di ricordare loro che "l'impegno di promuovere una catechesi attiva ed efficace non ceda per nulla a qualsiasi altra preoccupazione! Questo impegno vi spingerà a trasmettere voi stessi ai vostri fedeli la dottrina della vita. Ma esso deve anche spingervi ad assumere nelle vostre diocesi, in corrispondenza con i programmi della conferenza episcopale a cui appartenete, l'alta direzione della catechesi, pur circondandovi di collaboratori competenti e degni di fiducia. Il vostro ruolo principale sarà quello di suscitare e di mantenere nelle vostre Chiese un'autentica passione per la catechesi, una passione che si incarni in un'organizzazione adeguata ed efficace, che metta in opera le persone, i mezzi, gli strumenti, come pure tutte le risorse economiche necessarie. Siate certi che, se la catechesi è fatta bene nelle Chiese locali, tutto il resto si farà più facilmente" (Ioannis Pauli PP. II CTR 62-63).
Che, anche in questo, l'episcopato italiano sia esemplarmente impegnato, continuando quelle tradizioni di insegnamento, di catechesi organica e capillare che sono state all'origine della fioritura spirituale delle vostre diocesi, e che debbono proseguire, ed essere anzi incrementate; la vita diocesana dev'essere infatti all'altezza dei problemi odierni, e della situazione di crisi e di dubbio, che pone i cattolici di fronte al dovere di approfondire sempre maggiormente la propria fede, e di darne ragione, con ardore di convinzione e forza di persuasione, davanti a un mondo che ha pur sempre una grande nostalgia delle cose di Dio! La famiglia cristiana 6. Una parola, ora, sul tema prioritario dell'assemblea generale, scelto in preparazione al prossimo Sinodo dei Vescovi: l'argomento tanto importante e urgente dei "compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo". Se ho richiamato alla vostra sensibilità la particolare responsabilità della catechesi, è proprio perché essa trova nella famiglia il primo banco di prova, la destinazione principale, e il terreno più propizio. Del resto, ho visto con piacere che, tra le parti in cui si articola il documento di lavoro di questa vostra riunione, vi è proprio "il compito primario dell'evangelizzazione", oltre a quelli dell'odierna situazione sociale e culturale in rapporto alla famiglia, e dei compiti di promozione umana e sociale, ad essa spettanti. Privilegiando, nell'ambito della famiglia, la tematica dell'evangelizzazione voi avete colto nel segno, e avete così dimostrato che la missione magisteriale della Chiesa deve rivolgersi in modo particolare alle famiglie, ed a tutti i loro componenti, affinché essi, a propria volta, siano in grado di corrispondere in piena consapevolezza e maturità di formazione a quella partecipazione all'ufficio profetico di Cristo, che il Concilio Vaticano II ha proposto come definizione specifica dei compiti del laicato cattolico, nella sua testimonianza cristiana (cfr. LG 35; AA 2).
Paolo VI ha messo in luce, con accenti indimenticabili, questa caratteristica propria della famiglia, che consiste nell'azione evangelizzatrice.
La famiglia, ha scritto il mio predecessore nell'esortazione apostolica "Evangelii Nuntiandi", "ha ben meritato nei diversi momenti della storia della Chiesa, la bella definizione di "Chiesa domestica", sancita dal Concilio Vaticano II. Ciò significa che, in ogni famiglia cristiana dovrebbero riscontrarsi i diversi aspetti della Chiesa intera. Inoltre la famiglia, come la Chiesa, dev'essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell'intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano, e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell'ambiente nel quale è inserita" (Pauli VI EN 71).
Continuando su questa chiara linea di pensiero, io stesso ho poi ribadito questa verità tanto grande e bella, nel già citato documento; e ho aggiunto che "la catechesi familiare... precede, accompagna ed arricchisce ogni altra forma di catechesi" (Ioannis Pauli PP. II CTR 68).
7. Si può ben dire dunque che la famiglia, intesa come "locus" privilegiato della catechesi, possa offrire alle vostre discussioni e ai vostri lavori come il centro focalizzatore perché la trattazione e la discussione generale abbiano la loro interiore e logica unità. Effettivamente, in una retta concezione delle funzioni della comunità familiare, intesa come "ambiente di fede" - ove i genitori esercitano, con l'aiuto della grazia sacramentale del matrimonio, e nella loro funzione di testimoni di Cristo, già assunta nel sacramento della confermazione, il loro più importante dovere - si assicurano la presenza e la continuità dei più grandi valori, sul piano umano e cristiano: l'educazione dei figli; la loro "provocazione" costante a uno stile coerente di vita, mediante l'esempio e la parola; la garanzia e la difesa di una sanità morale, che dall'ambito familiare diventa un bene comune e generale dell'intera società; la reattività contro i germi di disgregazione ideologica e morale, di cui l'odierno ambiente permissivo si fa portatore nefasto presso gli adolescenti e i giovani; la disponibilità ad accogliere la vita e a diventare apostoli dell'amore alla vita.
Da questi semplici accenni risalta in modo evidente la necessità di ridare alla famiglia, nel suo complesso, quell'attenzione primaria che le è dovuta nel quadro della cura pastorale. E' urgente una pastorale della famiglia! Forse, e per motivi plausibili, vi è stato talora un eccessivo frazionamento, si son create troppe divisioni settoriali nella pastorale d'insieme, focalizzando l'attenzione su età, su ceti sociali, su campi diversi, certamente meritevoli di cura, ma che han fatto perdere di vista - o almeno rallentare nel dovuto interessamento - la cura dovuta alla famiglia nella sua globalità. Ne è conseguita una dispersione di energie, e forse non si sono avuti i risultati adeguati allo sforzo impiegato; e il nucleo dell'unità familiare, che è da ritenere sacro in tutte le sue componenti, come ce l'attestano le pagine della Rivelazione dell'Antico e del Nuovo Testamento, ne ha sofferto con esiti che cominciano a farsi sentire. Si pensi, ad esempio, alla pastorale della coppia, nel quadro delle difficoltà che oggi essa risente sia per la forza d'urto delle ideologie anticristiane, dell'edonismo, della evasione, sia anche per i limiti che la società dei consumi e la congiuntura economica pongono, con gravissime conseguenze personali e sociali (individualismo, fuga dalle responsabilità, limitazione delle nascite, instabilità affettiva, difficoltà nell'assumere un legame istituzionale). Si pensi ancora, per fare un altro esempio, all'enorme potenziale umano - di saggezza, di esperienza, di conforto, di aiuto - che rappresentano gli anziani, oggi, purtroppo messi da parte dall'inesorabile legge della produttività, ma che la Chiesa non può e non deve dimenticare nella sua azione quotidiana.
Ogni diocesi non può far a meno di considerare a fondo tutti i problemi connessi con la vita familiare, tenendo sempre ben presente, come ha detto il Concilio Vaticano II, che "la famiglia, nella quale diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza più completa e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, costituisce veramente il fondamento della società" (GS 52). E questa realtà esige una cura pastorale di prim'ordine.
Sempre guardando alla funzione evangelizzatrice della famiglia, non posso dimenticare anche quell'azione di promozione vocazionale che deve essere alla base dei vostri sforzi pastorali: solo infatti dall'azione congiunta della Chiesa e della famiglia possono nascere quelle condizioni favorevoli, per cui sia accolta più facilmente, dai giovani, la voce di Cristo che chiama a dedicarsi a lui e alle anime.
Pensate ai giovani! 8. I giovani! Mi manca il tempo per dedicare il discorso ai vari piani, a cui si rivolge in questi giorni la vostra attenzione. Ma non posso far mancare almeno una parola proprio al problema della gioventù, che richiede da voi pastori le cure più assidue e generose. Pensate a loro! Non si possono certamente dimenticare le altre età, nell'insieme di una pastorale attenta e finalizzata. Ma sono i giovani che devono attirare prima di ogni altro l'attenzione, anche perché il maturare delle generazioni è sempre più rapido, e si rischia di arrivare perennemente in ritardo se non si orientano tutti gli sforzi sulla formazione globale degli strati giovanili che, incessantemente, si affacciano alla società umana ed ecclesiale, e vogliono prendervi il loro posto di presenza e di responsabilità.
Seguiteli con i vostri sacerdoti migliori, non lasciate che le forme associative, in cui amano organizzarsi, siano dei fuochi di paglia che subito si spengono, disperdendo energie preziose, né tanto meno che si sviluppino ai margini della Chiesa o, Dio non voglia, in contrapposizione con essa. Nel rispetto delle legittime forme pluralistiche di associazionismo, di spiritualità, di apostolato, sappiate incanalare rettamente le straordinarie energie della gioventù di oggi, che sa ancora guardare alla Chiesa come all'autentica forma di vita ove vi è la garanzia, incontrando Cristo, di spendersi generosamente per "qualcosa che vale".
Raccomando a ciascuno di voi la pastorale giovanile, come il punto più prezioso del proprio ministero.
9. Venerati e cari fratelli Vescovi d'Italia! Nel lasciare alla vostra riflessione i punti che mi sono permesso di esporvi semplicemente in questo familiare colloquio, mi è tanto gradito riattestarvi la mia stima profonda, e dirvi ancora tutto il mio incoraggiamento per la delicata e assillante opera, a cui siete stati inviati dallo Spirito Santo.
Io vi sono vicino nelle difficoltà, e soprattutto nel lavoro apostolico: siamo tutti insieme impegnati nella santificazione, nel magistero, nella guida del Popolo di Dio. Le nostre deboli forze umane non potrebbero nulla, senza l'aiuto, senza la presenza di Cristo. E' lui il nostro modello, il nostro stimolo, la nostra forza. Come lui si è speso fino alla morte per l'umanità, così noi, da lui scelti senza alcun nostro merito, come Pietro, come Paolo, come Andrea, come gli apostoli tutti, seguiamolo, con loro e come loro, sino all'estremo delle forze per compiere l'opera del Padre: "Me oportet operari opera eius, qui misit me, donec dies est" (Jn 9,4). Si, fratelli carissimi, lavoriamo finché abbiamo forza, finché è giorno! La Vergine santissima, Madre della Chiesa, Regina degli Apostoli, ci è accanto, come lo è stata nei giorni della Pentecoste, fortificando il coraggio e la gioia nel cuore di quegli uomini, che si accingevano ad evangelizzare il mondo, secondo l'ordine di Cristo. Essa non abbandonerà nessuno di noi. E con gli occhi fissi a quel cenacolo, da cui sono partiti gli apostoli, vi raccomando a uno a uno a lei, e, con tanto affetto, tutti vi benedico, insieme con le vostre carissime diocesi.
Data: 1980-05-29 Data estesa: Giovedi 29 Maggio 1980.
GPII 1980 Insegnamenti - Messaggio per la giornata missionaria mondiale - La Chiesa si incarna nella missione e plasma l'uomo nuovo