GPII 1980 Insegnamenti - Ai capitolari della Pia Società San Paolo


Ai partecipanti al congresso "Univ '80" - Aula Paolo VI - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La dimensione morale dello studio e della ricerca

Figli carissimi.

Siate i benvenuti a Roma in questi giorni della Settimana Santa, nei quali avete voluto celebrare ancora una volta il vostro congresso sulla situazione dell'università nel mondo. Vi saluto e vi ringrazio per la vostra visita e per il significato che assume nel cuore di ciascuno di voi.

Con questa vostra iniziativa, voi continuate a mettere a fuoco la realtà, i problemi e gli ideali del mondo universitario, nel quale si formano - o si possono deformare - tante coscienze dei giovani, che sono a me carissimi. So che, nel vostro impegno universitario, voi desiderate servire l'uomo, con uno sforzo operoso e costruttivo; perciò studiate e meditate per offrire idee e proposte che aprano sempre nuovi spazi di speranza nella difficile situazione attraversata dall'università in questo scorcio di secolo.

1. Questo vostro congresso romano è stato preceduto da un intero anno di lavoro: avete realizzato inchieste in più di quattrocento università dei cinque continenti ed avete effettuato numerosi ed approfonditi dibattiti e incontri a livello locale; siete così giunti a sempre meglio individuare luci ed ombre nel panorama mondiale della vita universitaria.

Dei problemi suscitati da questo settore, vorrei soffermarmi in particolare su uno: quello della frammentazione della cultura universitaria, e delle sue ripercussioni sulla formazione umana. Noi viviamo un'ora di accelerazione del progresso scientifico, in tutti i settori. L'espansione delle conoscenze si manifesta oggi nell'accumularsi di una quantità inimmaginabile di dati. Non sono soltanto le discipline scientifico-sperimentali ad essere coinvolte da questa frammentazione del sapere, ma anche quelle umanistiche, sia filosofiche che storiche, giuridiche, linguistiche, ecc... L'uomo non può né deve arrestare tali spinte del progresso scientifico, poiché egli si vede spronato da Dio stesso ad assoggettare il mondo (cfr. Gn 1,28) col proprio lavoro. Tuttavia è necessario che, in un simile compito, egli non dimentichi la necessità di integrare il proprio impegno di studio e di ricerca in un sapere di più globale dimensione; altrimenti, nel fare scienza e cultura, rischierà di perdere la nozione stessa del proprio essere, il senso pieno e completo della propria esistenza, e conseguentemente agirà in lacerante disaccordo con la propria peculiare identità.


2. Infatti, quando l'uomo perde di vista l'unità interiore del suo essere rischia di perdere se stesso, anche se contemporaneamente può aggrapparsi a molte parziali certezze relative al mondo o ad aspetti periferici della realtà umana. Per questi motivi, dobbiamo ribadire che ogni universitario, docente e studente, ha urgente bisogno di concedere, dentro di sé, spazio all'indagine su se stesso, sul proprio concreto statuto ontologico; ha bisogno di riflettere sul destino trascendente, inciso in sé come creatura di Dio. E qui, in questo sapere, che si trova il filo che intreccia in armoniosa unità tutto l'agire dell'uomo.

Vi invito, perciò, a scoprire, nell'integrale e grandiosa unità interiore dell'uomo, il criterio al quale debbono ispirarsi l'attività scientifica e lo studio, per poter procedere in armonia con la realtà profonda della persona, e quindi al servizio di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. L'impegno scientifico non è un'attività che riguarda la sola sfera intellettuale. Esso coinvolge l'uomo intero. Questi infatti si lancia con tutte le proprie forze nella ricerca della verità, proprio perché la verità gli appare come un bene. Esiste dunque una inscindibile corrispondenza fra la verità e il bene. Questo significa che tutto l'operare umano possiede una dimensione morale. In altre parole: qualunque cosa facciamo - anche lo studio - noi avvertiamo al fondo del nostro spirito un'esigenza di pienezza e di unità.

Per evitare che la scienza si presenti come fine a se stessa, come compito soltanto intellettuale, oggettivamente e soggettivamente estraneo all'ambito morale, il Concilio ha ricordato che "l'ordine morale investe nella totalità del suo essere l'uomo" (IM 6). In ultima analisi - e ciascuno di noi lo sa per esperienza - l'uomo o cerca se stesso, la propria affermazione, l'utilità personale, come finalità ultima dell'esistenza, oppure si rivolge a Dio, bene supremo e vero fine ultimo, l'unico in grado di unificare, subordinandoli e orientandoli a sé, i molteplici fini che di volta in volta costituiscono l'oggetto delle nostre aspirazioni e del nostro lavoro. Scienza e cultura, pertanto, acquistano un senso pieno e coerente e unitario, se sono ordinate al raggiungimento del fine ultimo dell'uomo, che è la gloria di Dio.

Cercare la verità e mettersi in cammino per attingere il bene supremo: ecco la chiave di un impegno intellettuale, che superi il rischio di consentire che la frammentazione del sapere scinda interiormente la persona, frantumandone la vita in una moltitudine di settori reciprocamente indipendenti e, nel loro insieme, indifferenti al dovere e al destino dell'uomo.


3. La connessione fra intelligenza e volontà appare esplicita soprattutto nell'atto di coscienza, cioè nell'atto in cui ciascuno valuta la ragione di bene o di male inerente ad un'azione concreta. Formare la propria coscienza appare, così, come un dovere indilazionabile. Formare la coscienza significa scoprire con chiarezza sempre maggiore la luce che avvia l'uomo a raggiungere nella propria condotta la vera pienezza della sua umanità. E solo obbedendo alla legge divina l'uomo realizza pienamente se stesso come uomo: "L'uomo - cito ancora il Concilio - ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato" (GS 16).

Se la storia dell'umanità, fin dai suoi primi passi, è segnata dal drammatico indebolimento prodotto dal peccato, essa pero è anche, e soprattutto, la storia dell'amore divino: questo viene incontro a noi e, attraverso il sacrificio di Cristo, Redentore dell'uomo, perdona le nostre trasgressioni, illumina la coscienza e reintegra la capacità della volontà di tendere al bene.

Cristo è via, verità e vita (cfr. Jn 14,6); Cristo guida ogni uomo, lo illumina, lo vivifica. Solo con la grazia di Cristo, con la sua luce e la sua forza, l'uomo può situarsi al livello soprannaturale che gli compete come figlio di Dio; inoltre, solo con questa grazia gli diviene possibile realizzare anche tutto il bene proporzionato alla sua stessa natura umana.


4. Carissimi, nel vostro impegno per la dignità dell'uomo, per la difesa dell'unità interiore di chi opera sui diversi fronti della scienza, la formazione delle coscienze occupa pertanto un luogo preminente. A questa formazione si oppone l'ignoranza religiosa e, specialmente, il peccato, che distende nella coscienza dell'uomo un'oscurità che gli impedisce di discernere la luce offertagli da Dio (cfr. S.Augustini "In Io. Ev.", Tr. I,19). Ebbene, proprio perché è palese la nostra debolezza, Cristo Redentore è venuto verso di noi come medico che risana.

Avvicinatelo con una fede viva e con la frequenza ai sacramenti, e sperimenterete in voi la forza e la luce del sangue, che per noi è stato versato sulla croce.

Ditegli con fiducia, come il cieco del Vangelo: Domine, ut videam! (Lc 18,41), "Signore, che io veda", e scoprirete il senso profondo di ciò che siete e di tutto ciò che fate.

Queste riflessioni ci portano ai piedi di una singolare cattedra che, specie in questi giorni della Settimana Santa, Cristo ci invita a frequentare per colmarci di una saggezza nuova: la cattedra della croce, le cui lezioni già lo scorso anno vi ho incoraggiato ad ascoltare. Sostiamo davanti al Figlio di Dio, che muore per liberarci dai nostri peccati e restituirci la vita. Dalla croce di Cristo una luce di straordinaria chiarezza passa nell'intelligenza degli uomini: ci viene donata la sapienza di Dio e ci si manifesta il senso più alto della nostra esistenza, poiché colui che pende da quest'albero è "la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo" (Jn 1,9). E la nostra volontà riceve dalla croce novità di gioia e di forza, che ci permette di camminare "vivendo secondo la verità nella carità" (Ep 4,15).

La croce è il libro vivo, da cui impariamo definitivamente chi siamo e come dobbiamo agire. Questo libro ci è sempre aperto dinanzi. Leggete, riflettete, assaporate questa nuova sapienza. Fatela vostra, e camminerete anche per i sentieri della scienza, della cultura, della vita universitaria, diffondendo luce in un servizio d'amore, degno dei figli di Dio.

E guardate anche a Maria santissima, ritta accanto alla croce di Gesù (Jn 19,25), dove ci viene data come madre: è lei la nostra speranza, la sede della vera sapienza.

E che il Signore vi accompagni ogni giorno, sostenga la vostra testimonianza e fecondi ampiamente le vostre fatiche.

Da parte mia, vi concedo di cuore l'apostolica benedizione, propiziatrice di copiosi favori celesti, e vi invito ad estenderla ai vostri amici e a quanti vi sono cari.

Data: 1980-04-01Data estesa: Martedi 1Aprile 1980.


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Gli interrogativi sul matrimonio nella visione integrale dell'uomo

Il nostro incontro odierno si svolge nel cuore della Settimana Santa, nell'immediata vigilia di quel "Triduo pasquale", nel quale culmina e s'illumina l'intero Anno liturgico. Stiamo per rivivere i giorni decisivi e solenni, nei quali si compi l'opera della redenzione umana: in essi Cristo, morendo, distrusse la nostra morte e, risorgendo, ci ridono la vita.

E' necessario che ciascuno si senta personalmente coinvolto nel mistero che la Liturgia, anche quest'anno, rinnova per noi. Vi esorto, pertanto, cordialmente a partecipare con fede alle funzioni sacre dei prossimi giorni e ad impegnarvi nella volontà di morire al peccato e di risorgere sempre più pienamente alla vita nuova, che Cristo ci ha portato.

Riprendiamo, ora, la trattazione del tema che ci occupa ormai da qualche tempo.

1. Il Vangelo secondo Matteo e quello secondo Marco ci riportano la risposta data da Cristo ai farisei, quando lo interrogarono circa l'indissolubilità del matrimonio, richiamandosi alla legge di Mosè, che ammetteva, in certi casi, la pratica del cosiddetto libello di ripudio. Ricordando loro i primi capitoli del Libro della Genesi, Cristo rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li creo maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? così che non sono più due, ma una carne sola. Quello, dunque, che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi".

Poi, rifacendosi alla loro domanda sulla legge di Mosè, Cristo aggiunse: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così" (Mt 19,3 Mc 12,2ss). Nella sua risposta, Cristo si richiamo due volte al "principio", e perciò anche noi, nel corso delle nostre analisi, abbiamo cercato di chiarire nel modo più profondo possibile il significato di questo "principio", che è la prima eredità di ogni essere umano nel mondo, uomo e donna, prima attestazione dell'identità umana secondo la parola rivelata, prima sorgente della certezza della sua vocazione come persona creata a immagine di Dio stesso.


2. La risposta di Cristo ha un significato storico, ma non soltanto storico. Gli uomini di tutti i tempi pongono il quesito sullo stesso tema. Lo fanno anche i nostri contemporanei, i quali pero nelle loro domande non si richiamano alla legge di Mosè, che ammetteva il libello di ripudio, ma ad altre circostanze e ad altre leggi. Questi loro quesiti sono carichi di problemi sconosciuti agli interlocutori contemporanei di Cristo. Sappiamo quali domande concernenti il matrimonio e la famiglia siano state rivolte all'ultimo Concilio, al Papa Paolo VI, e vengano continuamente formulate nel periodo post-conciliare, giorno per giorno, nelle più varie circostanze. Le rivolgono persone singole, coniugi, fidanzati, giovani, ma anche scrittori, pubblicisti, politici, economisti, demografi, insomma, la cultura e la civiltà contemporanea.

Penso che fra le risposte, che Cristo darebbe agli uomini dei nostri tempi e ai loro interrogativi, spesso tanto impazienti, fondamentale sarebbe ancora quella da lui data ai farisei. Rispondendo a quegli interrogativi, Cristo si richiamerebbe innanzitutto al "principio". Lo farebbe forse in modo tanto più deciso ed essenziale, in quanto la situazione interiore e insieme culturale dell'uomo d'oggi sembra allontanarsi da quel "principio" ed assumere forme e dimensioni, che divergono dall'immagine biblica del "principio" in punti evidentemente sempre più distanti.

Tuttavia, Cristo non sarebbe "sorpreso" da nessuna di queste situazioni, e suppongo che continuerebbe a far riferimento soprattutto al "principio".


3. E' per questo che la risposta di Cristo esigeva una analisi particolarmente approfondita. Infatti, in quella risposta sono state richiamate verità fondamentali ed elementari sull'essere umano, come uomo e donna. E la risposta, attraverso la quale intravvediamo la struttura stessa della identità umana nelle dimensioni del mistero della creazione e, ad un tempo, nella prospettiva del mistero della redenzione. Senza di ciò non c'è modo di costruire un'antropologia teologica e, nel suo contesto, una "teologia del corpo", da cui tragga origine anche la visione, pienamente cristiana, del matrimonio e della famiglia. Lo ha rilevato Paolo VI quando nella sua enciclica dedicata ai problemi del matrimonio e della procreazione, nel suo significato umanamente e cristianamente responsabile, si è richiamato alla "visione integrale dell'uomo" (HV 7). Si può dire che, nella risposta ai farisei, Cristo ha prospettato agli interlocutori anche questa "visione integrale dell'uomo", senza la quale non può essere data alcuna risposta adeguata agli interrogativi connessi con il matrimonio e la procreazione.

Proprio questa visione integrale dell'uomo deve essere costruita dal "principio".

Ciò è parimenti valido per la mentalità contemporanea, così come lo era, anche se in modo diverso, per gli interlocutori di Cristo. Siamo, infatti, figli di un'epoca, in cui per lo sviluppo di varie discipline, questa visione integrale dell'uomo può essere facilmente rigettata e sostituita da molteplici concezioni parziali, le quali, soffermandosi sull'uno o sull'altro aspetto del compositum humanum, non raggiungono l'integrum dell'uomo, o lo lasciano al di fuori del proprio campo visivo. Vi si inseriscono, poi, diverse tendenze culturali, che - in base a queste verità parziali - formulano le loro proposte e indicazioni pratiche sul comportamento umano e, ancor più spesso, su come comportarsi con l'"uomo".

L'uomo diviene allora più un oggetto di determinate tecniche che non il soggetto responsabile della propria azione. La risposta data da Cristo ai farisei vuole anche che l'uomo, maschio e femmina, sia tale soggetto, cioè un soggetto che decida delle proprie azioni alla luce dell'integrale verità su se stesso, in. quanto verità originaria, ossia fondamento delle esperienze autenticamente umane.

E' questa la verità che Cristo ci fa cercare dal "principio". così ci rivolgiamo ai primi capitoli del Libro della Genesi.


4. Lo studio di questi capitoli, forse più che di altri, ci rende coscienti del significato e della necessità della "teologia del corpo". Il "principio" ci dice relativamente poco sul corpo umano, nel senso naturalistico e contemporaneo della parola. Da questo punto di vista, nel presente studio, ci troviamo ad un livello del tutto prescientifico. Non sappiamo quasi nulla sulle strutture interiori e sulle regolarità che regnano nell'organismo umano. Tuttavia, al tempo stesso - forse proprio a motivo dell'antichità del testo - la verità importante per la visione integrale dell'uomo si rivela in modo più semplice e pieno. Questa verità riguarda il significato del corpo umano nella struttura del soggetto personale.

Successivamente, la riflessione su quei testi arcaici ci permette di estendere tale significato a tutta la sfera dell'intersoggettività umana, specie nel perenne rapporto uomo-donna. Grazie a ciò, acquistiamo nei confronti di questo rapporto un'ottica, che dobbiamo necessariamente porre alla base di tutta la scienza contemporanea circa la sessualità umana, in senso biofisiologico, Ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare a questa scienza o privarci dei suoi risultati. Al contrario: se questi devono servire a insegnarci qualcosa sull'educazione dell'uomo, nella sua mascolinità e femminilità, e circa la sfera del matrimonio e della procreazione, occorre - attraverso tutti i singoli elementi della scienza contemporanea - giungere sempre a ciò che è fondamentale ed essenzialmente personale, tanto in ogni individuo, uomo o donna, quanto nei loro rapporti reciproci.

Ed è proprio a questo punto che la riflessione sull'arcaico testo della Genesi si rivela insostituibile. Esso costituisce realmente il principio" della teologia del corpo. Il fatto che la teologia comprenda anche il corpo non deve meravigliare né sorprendere nessuno che sia cosciente del mistero e della realtà dell'Incarnazione. Per il fatto che il Verbo di Dio si è fatto carne, il corpo è entrato, direi, attraverso la porta principale nella teologia, cioè nella scienza che ha per oggetto la divinità. L'incarnazione - e la redenzione che ne scaturisce - è divenuta anche la sorgente definitiva della sacramentalità del matrimonio, di cui, al tempo opportuno, tratteremo più ampiamente.


5. Gli interrogativi posti dall'uomo contemporaneo sono anche quelli dei cristiani: di coloro che si preparano al Sacramento del Matrimonio o di coloro che vivono già nel matrimonio, che è il sacramento della Chiesa. Queste non soltanto sono le domande delle scienze, ma, ancor più, le domande della vita umana. Tanti uomini e tanti cristiani nel matrimonio cercano il compimento della loro vocazione. Tanti vogliono trovare in esso la via della salvezza e della santità.

Per loro è particolarmente importante la risposta data da Cristo ai farisei, zelatori dell'Antico Testamento. Coloro che cercano il compimento della propria vocazione umana e cristiana nel matrimonio, prima di tutto sono chiamati a fare di questa "teologia del corpo", di cui troviamo il "principio" nei primi capitoli del Libro della Genesi, il contenuto della loro vita e del loro comportamento. Infatti, quanto è indispensabile, sulla strada di questa vocazione, la coscienza approfondita del significato del corpo, nella sua mascolinità e femminilità! quanto è necessaria una precisa coscienza del significato sponsale del corpo, del suo significato generatore, dato che tutto ciò, che forma il contenuto della vita degli sposi, deve costantemente trovare la sua dimensione piena e personale nella convivenza, nel comportamento, nei sentimenti! E ciò, tanto più sullo sfondo di una civiltà, che rimane sotto la pressione di un modo di pensare e di valutare materialistico ed utilitario. La biofisiologia contemporanea può fornire molte informazioni precise sulla sessualità umana. Tuttavia, la conoscenza della dignità personale del corpo umano e del sesso va attinta ancora ad altre fonti. Una fonte particolare è la parola di Dio stesso, che contiene la rivelazione del corpo, quella risalente al "principio".

Quanto è significativo che Cristo, nella risposta a tutte queste domande, ordini all'uomo di ritornare, in certo modo, alla soglia della sua storia teologica! Gli ordina di mettersi al confine tra l'innocenza-felicità originaria e l'eredità della prima caduta. Non gli vuole forse dire, in questo modo, che la via sulla quale Egli conduce l'uomo, maschio-femmina, nel Sacramento del Matrimonio, cioè la via della "redenzione del corpo", deve consistere nel ricuperare questa dignità in cui si compie, simultaneamente, il vero significato del corpo umano, il suo significato personale e "di comunione"? 6. Per ora, terminiamo la prima parte delle nostre meditazioni dedicate a questo tema tanto importante. Per dare una risposta più esauriente alle nostre domande, talvolta ansiose, sul matrimonio - o ancor più esattamente: sul significato del corpo - non possiamo soffermarci soltanto su ciò che Cristo rispose ai farisei, facendo riferimento al "principio" (cfr. Mt 19,3ss; Mc 10,2ss). Dobbiamo anche prendere in considerazione tutte le altre sue enunciazioni, tra le quali ne emergono specialmente due, di carattere particolarmente sintetico: la prima, dal discorso sulla montagna, a proposito delle possibilità del cuore umano rispetto alla concupiscenza del corpo (cfr. Mt 5,8), e la seconda, quando Gesù si richiamo alla futura risurrezione (cfr. Mt 22,24-30, Mc 12,18-27; Lc 20,27-36).

Queste due enunciazioni intendiamo far oggetto delle nostre successive riflessioni.

Data: 1980-04-02Data estesa: Mercoledi 2Aprile 1980.


Al termine dell'udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Supplica a Dio per la pace nel Salvador

Anche oggi i nostri pensieri, pieni di viva sollecitudine, continuano a rivolgersi verso El Salvador.

La morte dell'Arcivescovo Romero, il quale è stato barbaramente ucciso da mano assassina, mentre celebrava il Santo Sacrificio, ha una particolare eloquenza. La Chiesa supplica, china in preghiera presso le spoglie del compianto Pastore, affinché Dio accetti il sacrificio della sua vita, che è stato unito, in modo così singolare, al Sacrificio di Cristo.

Tutti rispettino in questo avvenimento doloroso la particolare testimonianza del Vangelo, che Monsignor Romero si è impegnato a dare in tutta la sua vita di pastore, cercando Cristo specialmente in coloro ai quali Egli è più vicino. così anche l'Arcivescovo di San Salvador ha unito la sua vita con il servizio dei più poveri e dei più emarginati.

A seguito della notizia dei nuovi tragici avvenimenti, che hanno avuto luogo durante i funerali dell'Arcivescovo Romero (avvenimenti che hanno causato numerose vittime fra le persone che assistevano al rito) ci rivolgiamo un'altra volta a Dio con umile supplica, perché il sacrificio del pastore ottenga la giusta pace alla sua patria. Ritorni alla retta ragione chiunque crede di perseguire i propri fini mediante l'uccisione di esseri umani.

La morte di Monsignor Romero porti un segno di pace e di riconciliazione, una specie di catarsi spirituale che dissipi l'odio, la violenza, le tensioni fra i concittadini.

A tutta la Comunità di San Salvador invio, nel corso di questi santi giorni che ci avvicinano alla Pasqua, l'espressione della mia particolare partecipazione e della mia solidarietà in Cristo crocifisso e risorto.

Data: 1980-04-02Data estesa: Mercoledi 2Aprile 1980.


Udienza al Re del Marocco - Città del Vaticano (Roma)

Sire, E' con grande soddisfazione che ricevo la visita di Sua Maestà, la prima visita di un Sovrano del Regno del Marocco al Capo della Chiesa cattolica.

Tale avvenimento è di per se stesso carico di significato, e mi fa piacere sottolinearlo pubblicamente rivolgendo a Lei, davanti alle personalità qui presenti, i miei rispettosi e ferventi saluti.

Regnate su di un paese di cui nessuno ignora il passato prestigioso. Fra i popoli dell'Africa del Nord, il vostro è l'erede di tradizioni particolarmente antiche e venerabili, di una civiltà che si è sempre distinta nel campo della cultura, dell'arte e della scienza. E' giusto rendergli omaggio, ed apprezzare come si conviene un incontro con Colui che lo governa preparandolo al suo avvenire.

Tradizioni di fede anche. Il Marocco è un popolo di credenti. Sua Maestà vuole guidarlo nel rispetto di Dio, al quale noi dobbiamo sottometterci ed al quale noi cerchiamo di riferire ogni nostra azione. Questa responsabilità vi porta a proteggere le aspirazioni religiose dei vostri sudditi, e a manifestare la vostra benevolenza a quelli fra di essi, o ai vostri ospiti, che non appartengono all'Islam. Mi felicito personalmente per lo spirito di dialogo che vi conduce a stabilire delle relazioni con la Santa Sede in segno di stima per la Chiesa cattolica. Quest'ultima si sforza, nel vostro Regno, di proporre un contributo leale alla costruzione del progresso e della pace. Attraverso le sue istituzioni, per la testimonianza che può portare fra i mussulmani, essa amerebbe assumere sempre più la sua identità di comunità inserita nel contesto nazionale. E' il desiderio profondo degli Arcivescovi di Rabat e Tangeri, un desiderio che conosco bene e che non posso che incoraggiare.

Con lo stesso spirito di dialogo, Sua Maestà mi intrattiene oggi su di una questione molto delicata, alla quale sono sensibili molti popoli della terra.

Lei è qui come portavoce di molti paesi islamici che desiderano far conoscere i loro sentimenti sulla questione di Gerusalemme. L'ho ascoltata con molta attenzione sviluppare i loro punti di vista e le sue riflessioni su questo argomento di cui mi aveva già parlato a grandi linee alcuni mesi fa in una lettera personale.

Considero questo incontro molto utile. Penso che la Città Santa rappresenti un patrimonio veramente sacro per tutti i fedeli delle tre grandi religioni monoteistiche e per tutto il mondo, ed in primo luogo per le genti che vi abitano. Bisognerebbe trovare uno slancio nuovo, un approccio nuovo che permetta, invece di accentuare le divisioni, di tradurre in atti una fratellanza molto più fondamentale, e di raggiungere, con l'aiuto di Dio, una soluzione forse originale, ma prossima, definitiva, garantita e rispettosa dei diritti di tutti.

Potremo vedere questo desiderio finalmente realizzarsi! Per questo oso augurarmi che i credenti di tre religioni siano capaci di innalzare contemporaneamente le loro preghiere verso l'unico Dio, per l'avvenire di una terra così cara ai loro cuori.

Sulla persona di Sua Maestà e su di ognuno di coloro che l'accompagnano, sull'insieme del popolo Marocchino qui rappresentato, invoco la Benedizione dell'Onnipotente e l'assistenza che Egli dedica sempre verso i suoi Figli che l'invocano con pietà.

[Traduzione dal francese]

Data: 1980-04-02Data estesa: Mercoledi 2Aprile 1980.


Omelia alla messa crismale

Titolo: Siamo sacerdoti del sacerdozio di Cristo

1. Cari fratelli.

Veniamo oggi nella Basilica di san Pietro e ci troviamo attorno a questo altare nella totalità della nostra comunità sacerdotale: il presbyterium della Chiesa di Roma.

Veniamo, consapevoli dell'importanza del giorno, che ci unisce ai sacerdoti di tutto il mondo, dell'intero globo terrestre. In questo stesso giorno - nel Giovedi Santo - così come noi, si uniscono attorno ai loro Vescovi in tutto il mondo le comunità di sacerdoti, i presbiteri di tutte le Chiese, per annunciare - celebrando insieme l'eucaristia - ciò che anche noi, oggi, desideriamo annunciare. E lo annunciamo non solo con le parole, ma anche con tutto il nostro essere, perché per grazia di Dio siamo sacerdoti di Cristo con tutto il nostro essere. E lo annunciamo con la liturgia - quest'unica ed insolita liturgia del Giovedi Santo - che accoglie in sé il nostro essere umano e sacerdotale, per proclamare, mediante esso, gli inscrutabili misteri di Dio.


2. Il Giovedi Santo è prima di tutto il giorno di Gesù Cristo. E' il primo di quei tre suoi giorni santi: triduum sacrum.

Tutti questi giorni costituiscono, in un certo senso, un insieme indivisibile - sono, per così dire, il giorno della nostra redenzione, il giorno della Pasqua, cioè del passaggio.

Il giorno di Gesù Cristo, cioè dell'unto - di colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e con la grazia, ed ha mandato al mondo.

"Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore" (Is 61,1-2).

Ecco viene di nuovo Cristo - l'unto di Dio eterno - per promulgare ancora un "nuovo" anno di grazia. Infatti la grazia è soprattutto lui stesso nel mistero della sua Pasqua, cioè del passaggio.

Il suo giorno - primo di quei tre, che costituiscono l'unico giorno della Pasqua - si inizierà al tramonto del Giovedi Santo, quando egli si metterà a tavola con gli apostoli per la cena prescritta dal rito della antica alleanza.

Noi ci riuniamo già adesso, al mattino del Giovedi Santo, per essere dal mattino insieme a lui, Cristo - unto in questo insolito, unico giorno.


3. E' il giorno di Gesù Cristo, "il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra" (Ap 1,5).

Al tramonto di questo giorno egli comincerà a dare l'ultima testimonianza a colui che lo ha mandato, al Padre.

Comincerà a dare la testimonianza di un tale amore e di una sofferenza, quale nessun altro cuore umano è in grado di approfondire.

Comincerà a dare la testimonianza della santità eterna, che si è manifestata al mondo nel giorno della creazione.

Comincerà a dare la testimonianza dell'alleanza, che Dio Santissimo ha concluso con l'uomo dall'inizio, e che, anche quando essa è stata infranta nel cuore del primo uomo e poi innumerevoli altre volte dai peccati degli altri uomini, non è cessata, in attesa di questo giorno e di quest'ora di Cristo, "testimone fedele".

Comincerà, quindi, Cristo - il testimone fedele - a dare la testimonianza della santità di Dio in quell'alleanza coll'uomo, che dovrà essere istituita definitivamente a prezzo del sacrificio, che avrà inizio il Giovedi Santo - stasera - in modo incruento, e si compirà mediante il suo sangue e la sua morte sul Calvario.

Veniamo oggi a confessare la nostra fedeltà e il nostro amore, la nostra indegnità ed il nostro abbandono "a colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre..." (Ap 1,5-6).

Ecco, egli annienterà se stesso, diventando obbediente fino alla morte - per poter imprimere nelle anime degli uomini, e in un certo senso nel cuore di tutto il creato, la nuova somiglianza con Dio mediante il suo sacerdozio: per fare di noi tutti "un regno di sacerdoti" - e in questo modo rendere testimonianza alla dignità dell'uomo ed alla dignità di tutto il creato, secondo il disegno eterno di Dio.

"Ecco, viene". Ecco viene "il testimone fedele" - per riempire con il suo sacerdozio i cuori degli uomini e, nello stesso tempo, tutto il creato dall'inizio alla fine: "Io sono l'alfa e l'omega".


4. Il giorno d'oggi - il giorno di Gesù Cristo - Giovedi Santo - è il nostro giorno particolare. E' la festa dei sacerdoti.

In questo giorno veniamo con tutta la nostra comunità, per ringraziare Cristo per il sacerdozio, - che egli ha iscritto nel cuore dell'uomo, padrone del creato, - che egli ha iscritto in modo particolare nei nostri cuori.

Infatti ci ha invitati all'ultima cena - ed oggi ci invita di nuovo. Ci ha invitato nella persona di quei dodici, che furono insieme a lui quella sera.

Dinanzi a loro egli prese il pane, lo spezzo, lo distribui e disse: "Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi".

E poi prese il calice riempito col vino, lo diede ai suoi discepoli e disse: "Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti". E alla fine aggiunse: "Fate questo in memoria di me".

Siamo dunque i sacerdoti del suo sacerdozio. Siamo sacerdoti di questo sacrificio, che egli ha offerto nel suo corpo e nel suo sangue sulla croce e sotto le specie del pane e del vino nell'ultima cena.

Siamo anche i sacerdoti "per gli uomini", affinché tutti, mediante il sacrificio che compiamo in virtù della sua potenza, diventino "un regno di sacerdoti" - e offrano sacrifici spirituali in unione col suo sacrificio, della croce e del cenacolo.

Siamo infine sacerdoti in eterno.

Poiché il nostro posto è oggi accanto a lui: accanto a Cristo, e le nostre labbra ed i cuori vogliono rinnovare il voto della fedeltà a colui che è "il testimone fedele" del nostro sacerdozio dinanzi al Padre.

Data: 1980-04-03 Data estesa: Giovedi 3 Aprile 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - Ai capitolari della Pia Società San Paolo