GPII 1980 Insegnamenti - Lettera alla Chiesa ungherese - Città del Vaticano (Roma)

Lettera alla Chiesa ungherese - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La catechesi momento fondamentale nella missione della Chiesa

Al Cardinale Laszlo Lékai, Arcivescovo di Esztergom, agli Arcivescovi, ai Vescovi, al clero, ai religiosi e religiose ed a tutti i fedeli di Ungheria.


1. Nel dicembre 1978, a qualche settimana appena dalla mia elezione al supremo pontificato, volli inviarvi una lettera che vi recasse il mio saluto e la mia benedizione apostolica nonché i miei fervidi voti di bene a voi, cattolici, ed a tutto il nobile popolo ungherese. Nel documento ricordavo altresi i particolari legami storici ed affettivi che a voi mi uniscono, esaltavo la grande figura di santo Stefano, padre della patria ed apostolo di Cristo e della fede cattolica, ed auspicavo che la Chiesa cattolica, che ebbe una parte di tanto rilievo nella storia della vostra nazione, potesse anche nel futuro continuare ad illuminare il volto spirituale dell'Ungheria.


2. All'inizio di aprile dello scorso anno ricevetti il signor Cardinale Laszlo Lékai, attorniato da diversi presuli e da un gruppo di sacerdoti e di fedeli convenuti a Roma per celebrare il IV centenario di fondazione del Pontificio Collegio Ungarico - unito fin dai primi anni al Pontificio Collegio Germanico - nonché il 50° di erezione del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese: due istituzioni che hanno formato santi e dotti sacerdoti, assurti non di rado ad alte responsabilità nella Chiesa.

Rivolgendo la mia parola ai presenti, affermavo tra l'altro di aver appreso con viva soddisfazione che Vescovi e clero si dedicano, con speciale ed accresciuto impegno, alla formazione della gioventù. E sono ora lieto di constatare che, oltre al Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, anche il Pontificio Collegio Ungarico ha ripreso la sua attività con la presenza di due studenti seminaristi inviati a Roma per compiere la loro formazione ecclesiastica.


3. Desidero pure ricordare che, durante questo mio primo periodo di pontificato, ho avuto la possibilità di ricevere in udienza privata diversi vostri presuli ed anche gruppi di pellegrini ungheresi nelle udienze generali. Voglio esprimere anche qui la mia gioia per tali incontri ed il conforto che ho ricevuto in essi.


4. Sento ora il dovere di intrattenermi con voi su di un argomento di primaria importanza per la vita e lo sviluppo della Chiesa cattolica ovunque, e quindi anche in Ungheria, argomento che mi sta particolarmente a cuore: la catechesi dei fedeli e specialmente dei ragazzi e dei giovani.

La catechesi è stata sempre considerata dalla Chiesa come uno dei suoi doveri fondamentali, scaturito dall'ultimo comando del Signore risorto: di rendere discepoli tutte le genti, ed insegnar loro ad osservare tutto ciò che egli aveva prescritto. La Chiesa, nella sua vita quasi bimillenaria, ha costantemente consacrato a questo scopo le sue energie.

Limitandomi a ricordare i tempi a noi più vicini, debbo dire che i Papi hanno riservato alla catechesi un posto eminente nella loro sollecitudine pastorale. Paolo VI ha servito in modo esemplare la catechesi della Chiesa con la sua predicazione, la sua autorevole interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano Il da lui considerato come il grande catechismo dei tempi moderni, e con la sua stessa vita. Tra i diversi documenti da lui approvati o emanati, desidero ricordare l'esortazione apostolica "Evangelii Nuntiandi" dell'8 dicembre 1975; e fu Paolo VI a volere che la catechesi, specialmente quella che si rivolge ai fanciulli ed ai giovani, fosse il tema della IV assemblea generale del sinodo dei Vescovi, celebrata durante il mese di ottobre 1977, alla quale io stesso ebbi la sorte e la gioia di partecipare.

Questo sinodo ha lavorato in un'atmosfera eccezionale di speranza ed ha ravvisato con gratitudine, nel rinnovamento catechistico, un dono prezioso dello Spirito Santo alla Chiesa contemporanea, un dono al quale ovunque le comunità cristiane rispondono con generosità e dedizione.

E nel medesimo clima di fede e di speranza che il 16 ottobre 1979 ho indirizzato ai Vescovi, al clero ed ai fedeli di tutta la Chiesa la mia esortazione apostolica "Catechesi Tradendae".

Con questo documento ho ripreso, nella sostanza, le considerazioni che Papa Paolo VI aveva preparato, utilizzando la documentazione lasciata dal sinodo, e che l'indimenticabile Papa Giovanni Paolo I, catechista per eccellenza, stava per pubblicare quando venne richiamato inopinatamente alla casa del Padre.


5. Non è mia intenzione ripetere quanto ho scritto nella mia recente esortazione; qui richiamo qualche punto di particolare interesse per la Chiesa in Ungheria, mentre vi invito ed esorto a meditare tutto l'insegnamento contenuto in questo mio documento.

Nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui. Solo Cristo è il nostro maestro; ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo a Cristo d'insegnare per bocca sua.

L'azione catechetica è un compito assolutamente primordiale della missione della Chiesa. La Chiesa deve consacrare alla catechesi le sue migliori energie. Questo è un atteggiamento di fede e Dio non mancherà di rispondere.

La catechesi è un'opera di cui tutta la Chiesa deve sentirsi e voler essere responsabile. Ma i membri della Chiesa hanno responsabilità distinte, che derivano dalla missione di ciascuno ed anche dalle particolari circostanze. Ma su questo punto, ritornero nel seguito di questa mia lettera.

La catechesi, essendo prima di tutto una strada che deve rendere possibile un incontro vitale con la persona di Cristo mediante la fede, comprende in special modo l'insegnamento della dottrina di Cristo, al fine di iniziare gli ascoltatori - fanciulli, giovani ed adulti - alla vita cristiana ed al suo arricchimento. Se è vero che essere cristiani significa dire "si" a Gesù Cristo, occorre ricordare che questo "si" ha due livelli: esso consiste nell'abbandonarsi alla parola di Dio appoggiandosi ad essa; ma significa ancora, in una seconda istanza, sforzarsi di conoscere meglio il senso profondo di questa parola. La catechesi è necessaria sia per la maturazione della fede dei cristiani, come anche per la loro testimonianza nel mondo.

Tutti hanno bisogno di essere catechizzati. Un momento spesso decisivo è quello in cui il bambino riceve dai genitori e dall'ambiente familiare i primi elementi della catechesi, che forse non saranno altro che una semplice rivelazione del Padre celeste, buono e provvidente, verso il quale egli impara a volgere il proprio cuore. Brevissime preghiere, che il bambino imparerà a balbettare, saranno l'inizio di un dialogo amoroso con questo Dio nascosto. Non potrei mai insistere troppo presso i genitori cristiani su questo dovere della prima iniziazione; opera capitale, che richiede un grande amore e un profondo rispetto per il bambino, il quale ha diritto ad una presentazione semplice e vera della fede cristiana.

Seguirà, parallelamente all'apertura di una cerchia sociale più larga, il momento di una catechesi destinata ad introdurre il fanciullo, in modo organico, nella vita della Chiesa e comprendente anche una preparazione immediata alla celebrazione dei sacramenti: catechesi didattica, ma rivolta anche a dare una testimonianza nella fede; catechesi iniziale, ma non frammentaria, poiché dovrà rivelare - sia pure in maniera elementare - tutti i principali misteri della fede e la loro incidenza nella vita morale e religiosa del ragazzo; catechesi che dà un senso ai sacramenti, ma che allo stesso tempo riceve dai sacramenti vissuti una dimensione vitale, che le impedisca di rimanere soltanto dottrinale, e comunica al fanciullo la gioia di essere testimone di Cristo nel particolare ambiente in cui vive.

Viene poi il momento della adolescenza. Sarà necessaria una catechesi capace di condurre l'adolescente ad una revisione della propria vita, una catechesi che non ignori i suoi grandi problemi. La rivelazione di Gesù Cristo come amico, come guida e modello; la rivelazione del suo messaggio capace di dare risposta agli interrogativi fondamentali della vita.

Con la giovinezza giunge l'ora delle prime grandi decisioni. Bene e male, grazia e peccato, vita e morte spirituale si scontrano sempre più nel giovane come opzioni fondamentali che egli dovrà accogliere o rigettare con lucidità e con senso di responsabilità. La catechesi assume un'importanza considerevole poiché è il momento in cui il Vangelo potrà essere presentato, compreso e accolto come capace di dare un senso alla vita; la catechesi prepara così ai grandi impegni cristiani della vita di adulto.

Dalla prima infanzia alle soglie della maturità, la catechesi deve essere una scuola permanente della fede e seguire le grandi tappe della vita, come un faro che rischiara la strada al bambino, all'adolescente, al giovane.

Punto importante è il problema centrale della catechesi degli adulti.

E', questa, la principale forma della catechesi, in quanto si rivolge a persone le quali hanno la più grande responsabilità e la capacità di vivere il messaggio cristiano nella sua forma pienamente sviluppata. La comunità cristiana non potrebbe fare una catechesi permanente senza la diretta e sperimentata partecipazione degli adulti, siano essi i destinatari o i promotori dell'attività catechetica. Per essere efficace, la catechesi deve essere permanente, e sarebbe davvero vana se si arrestasse alle soglie della maturità poiché essa non si rivela meno necessaria agli adulti, anche se certamente sotto una diversa forma.

Comunità sotto la direzione della gerarchia. Nella mia esortazione apostolica "Catechesi Tradendae" ho indicato e suggerito alcune vie e mezzi della catechesi: mezzi di comunicazione sociale, pellegrinaggi, missioni tradizionali, circoli biblici, gruppi caritativi, gruppi di preghiera, gruppi di riflessione cristiana.

Ho pure ricordato le riunioni delle comunità ecclesiali di base, nella misura in cui esse corrispondono ai criteri esposti nell'esortazione apostolica "Evangelii Nuntiandi", e cioè: a) restino fermamente unite alle Chiese locali nelle quali sono inserite e alla Chiesa universale, evitando così il pericolo di isolarsi e di credersi poi la sola Chiesa autentica di Cristo; b) conservino una sincera comunione con i pastori che il Signore ha preposto alla Chiesa e con il magistero che lo Spirito di Cristo ha a loro affidato; c) crescano ogni giorno nel senso di responsabilità, di zelo e dedizione missionaria; d) non si credano mai l'unico destinatario o l'unico agente di evangelizzazione, cioè l'unico depositario del Vangelo, ma accettino che la Chiesa si incarni anche in forme che non sono le loro; e) cerchino il proprio alimento nella parola di Dio senza lasciarsi imprigionare da polarizzazione politica o da ideologie di moda; f) evitino la tentazione della contestazione sistematica e dello spirito ipercritico, sotto pretesto di autenticità e di spirito di collaborazione; g) si mostrino universali e non settarie.

Viviamo in un mondo difficile, nel quale l'angoscia derivante dal vedere le migliori realizzazioni dell'uomo sfuggirgli di mano e rivoltarsi contro di lui, crea un clima di incertezza. E' entro questo mondo che la catechesi deve aiutare i cristiani ad essere, per la loro gioia e per il servizio di tutti, "luce" e "sale". La catechesi deve insegnare ai giovani ed agli adulti delle nostre comunità ad essere lucidi e coerenti nella loro fede, ad affermare con serenità la loro identità cristiana e cattolica, ad aderire così fortemente all'assoluto di Dio, da poterlo testimoniare ovunque ed in ogni circostanza.

Il dono più prezioso che la Chiesa possa offrire al mondo contemporaneo, disorientato ed inquieto, è di formare in esso cristiani sicuri nell'essenziale e umilmente lieti nella loro fede. La catechesi questo insegnerà loro, ed il mondo ne trarrà vantaggio per primo. "L'uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e la sua morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in lui con tutto se stesso, deve "appropriarsi" ed assimilare tutta la realtà dell'incarnazione e della redenzione per ritrovare se stesso" (Ioannis Pauli PP. II RH 10).

Il compito della catechesi riguarda prima di tutto i Vescovi. Il Concilio Ecumenico Vaticano Il ha già ricordato questo grave dovere (CD 14) ed i padri della IV assemblea generale del sinodo lo hanno fortemente sottolineato. I Vescovi sono i primissimi responsabili della catechesi; voi, cari fratelli nell'episcopato, siete i catecheti per eccellenza. L'impegno di promuovere una catechesi attiva ed efficace non deve cedere in nulla a qualsiasi altra preoccupazione. Il vostro ruolo principale sarà quello di suscitare e di mantenere nelle vostre Chiese una autentica passione per la catechesi, una passione che si incarni in un'organizzazione adeguata ed efficace. Se la catechesi è ben fatta nelle Chiese locali, tutto il resto si farà più facilmente.

Quanto a voi, sacerdoti, ecco un campo nel quale siete i collaboratori immediati dei vostri Vescovi. Siete "educatori nella Fede" (PO 6). La Chiesa attende da Voi che non trascuriate nulla in ordine ad un'opera catechetica ben strutturata e ben ordinata. Tutti i credenti hanno il diritto alla catechesi, tutti i pastori hanno il dovere di provvedervi. Non permettete mai che, per mancanza di zelo, i fedeli restino privi di catechesi.

Molte famiglie religiose, maschili e femminili, sono sorte per l'educazione cristiana dei fanciulli e dei giovani, soprattutto dei più abbandonati. Nel corso della storia, i religiosi e le religiose si sono trovati molto impegnati nella attività catechetica della Chiesa, svolgendo in essa un lavoro particolarmente adatto ed efficace. E sono certo che i religiosi e le religiose anche ora continueranno a dedicarsi nel miglior modo possibile e con tutte le loro energie, al compito catechetico.

Mi piace ricordare che anche i fedeli laici, uomini e donne, si dedicavano in passato all'insegnamento della religione; tale impegno rendeva la loro fede sempre più profonda e li faceva partecipi della gioia e della gloria di diffondere sempre più il dolce regno di Cristo.

L'azione catechetica della famiglia ha un carattere particolare e, in certo senso, insostituibile. Questa educazione alla fede da parte dei genitori, educazione che deve iniziare fin dalla più tenera età dei figli, si esplica già quando i membri di una famiglia si aiutano vicendevolmente a crescere nella fede, grazie alla loro testimonianza cristiana. Essa si fa più incisiva quando, in coincidenza con gli avvenimenti familiari - come la ricezione dei sacramenti, la celebrazione di grandi feste liturgiche, la nascita di un bambino, una circostanza luttuosa - ci si preoccupa di esplicitare in seno alla famiglia dei credenti il contenuto religioso di tali avvenimenti. Occorre, pero, andare più lontano: i genitori cristiani si sforzeranno di seguire e di riprendere, nel contesto familiare, la formazione più metodica da loro ricevuta. La catechesi familiare, pertanto, precede, accompagna ed arricchisce ogni altra forma di catechesi. I genitori cristiani non si sforzeranno mai abbastanza per prepararsi ad un tale ministero di catechisti dei loro figli e per esercitarlo con uno zelo instancabile.

A fianco della famiglia, la scuola può offrire alla catechesi possibilità non trascurabili. Mi riferisco anzitutto, com'è ovvio, alle otto scuole cattoliche esistenti nella vostra patria. Ma io penso altresi alla scuola statale.

Esprimo il vivissimo auspicio che i genitori cattolici, usufruendo delle possibilità offerte dalle disposizioni legali, chiedano per i loro figli l'insegnamento religioso impartito nelle scuole statali, in modo che essi possano progredire nella loro formazione spirituale. Ho la ferma convinzione che il rispetto manifestato alla fede cattolica dei giovani - sino al punto di consentirne l'educazione, il consolidamento, la libera espressione e la pratica - farà certamente onore anche alle vostre autorità civili.

Al termine di questa mia lettera, vi esorto a rivolgere il vostro cuore verso colui che è il principio ispiratore di tutta l'opera catechetica, e di coloro che la compiono: lo Spirito Santo. La catechesi, che è crescita nella fede e maturazione della vita cristiana verso la pienezza, è opera che egli soltanto può suscitare ed alimentare nella Chiesa. Pertanto quando la Chiesa, ed ogni suo membro, adempie la missione di far catechesi, deve essere pienamente cosciente di agire come strumento vivente e docile dello Spirito Santo. E' pure da dire che il desiderio di comprendere meglio l'azione dello Spirito e di abbandonarsi maggiormente a lui, non può non suscitare un risveglio catechetico.

Invoco di gran cuore sulla Chiesa catechizzante in Ungheria lo Spirito del Padre e del Figlio, e lo supplico di rinnovare in essa il dinamismo catechetico.

Che la Vergine della Pentecoste - "catechismo vivente", "madre e modello dei catechisti" - vi ottenga tutto questo con la sua validissima intercessione.

Con la mia speciale apostolica benedizione.

Pasqua di risurrezione 1980.

Data: 1980-04-09 Data estesa: Mercoledi 9 Aprile 1980.


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Resta con noi perché si fa sera

1. "Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Ps 117,24).

Con queste parole la Chiesa esprime la sua gioia pasquale durante tutta l'ottava della Pasqua. In tutti i giorni, nel corso di questa ottava, perdura quell'unico giorno fatto dal Signore; giorno che è opera della potenza di Dio, manifestata nella risurrezione di Cristo. La risurrezione è l'inizio della nuova vita e della nuova epoca; è l'inizio del nuovo uomo e del nuovo mondo.

Una volta, Dio-creatore creo il mondo dal nulla, inseri in esso la vita e diede inizio al tempo. Creo anche l'uomo a sua immagine e somiglianza; maschio e femmina li creo, affinché soggiogassero il mondo visibile (cfr. Gn 1,27).

Questo mondo, per opera dell'uomo, ha subito la corruzione del peccato; è stato sottomesso alla morte; e il tempo è diventato il metro della vita, che misura ore, giorni, ed anni, dal concepimento dell'uomo fino alla sua morte.

La risurrezione innesta in questo mondo, sottomesso al peccato e alla morte, il giorno nuovo; il giorno fatto dal Signore. Questo giorno è il lievito della nuova vita, che deve crescere nell'uomo oltrepassando in lui il limite della morte, verso l'eternità in Dio stesso. Questo giorno è l'inizio del futuro definitivo (escatologico) dell'uomo e del mondo, che la Chiesa professa e al quale conduce l'uomo mediante la fede, "la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna".

ll fondamento di questa fede è Cristo, che "pati sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, mori, fu sepolto e il terzo giorno risuscito da morte".

E proprio questo terzo giorno - terzo giorno fra quelli del triduo sacro - è diventato quel "giorno fatto dal Signore": il giorno di cui la Chiesa canta nel corso di tutta l'ottava e che, giorno dopo giorno, in questa ottava essa descrive e medita con gratitudine.


2. Nell'odierno mercoledi pasquale, desidero rivolgermi a voi, cari partecipanti a questo incontro, che, visitando in questo periodo come pellegrini la Chiesa di Roma, avete meditato - alle soglie apostoliche, presso le tombe dei santi Pietro e Paolo e di tanti martiri - la passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

Come Vescovo di Roma vi ringrazio cordialmente per la vostra presenza, per la vostra partecipazione alla preghiera, alla liturgia della Domenica delle Palme, del Giovedi Santo, del Venerdi Santo, della vigilia pasquale, della Domenica di Risurrezione e dell'ottava.

Quanto preziosa è questa meditazione! Siamo progenie ed eredi di coloro che, per primi, hanno partecipato agli avvenimenti della Pasqua di Cristo. Come, per esempio, quei due discepoli, i quali - come leggiamo oggi nel Vangelo della santa messa - si sono incontrati, sulla strada di Emmaus, con Cristo e non lo hanno riconosciuto, mentre conversavano "di tutto quello che era accaduto" (Lc 24,14).

Noi abbiamo fatto la stessa esperienza. Nel corso di questo giorno abbiamo meditato tutto ciò che riguarda Gesù nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. E come, "con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne..., recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dire di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro ed hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto (Lc 24,19-24).

Noi abbiamo seguito allo stesso modo, nel corso di questi giorni, ogni particolare di quegli avvenimenti, che ci hanno trasmesso i testimoni oculari in tutta la sorprendente semplicità ed autenticità della narrazione evangelica.

Ed ora, quando dovremo tornare da qui alle nostre case, come quei pellegrini che tornavano da Gerusalemme ad Emmaus, desideriamo ancora una volta rimeditare su tutti i particolari, su tutti i testi della sacra liturgia, esaminando se i nostri cuori siano diventati più pronti a "credere alla parola dei profeti!". "Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,25-26).

La risurrezione è l'entrare di Cristo nella gloria. Essa anche a ciascuno di noi dice che siamo chiamati alla sua gloria (cfr. 1Th 2,12).


3. Come gioisce la Chiesa di Roma, antica sede di san Pietro, della vostra presenza così numerosa nel corso di questi giorni! La Settimana Santa e l'ottava della Pasqua uniscono qui, accanto a coloro che sempre appartengono a questa chiesa, i pellegrini di tante nazioni, paesi, lingue e continenti. La Chiesa di Roma gioisce della presenza di tutti, poiché vede in essi l'universalità e l'unità del corpo di Cristo, in cui tutti siamo reciprocamente membri e fratelli senza distinzione di nazionalità e di razza, di lingua o di cultura. La sede di san Pietro pulsa quasi con la pienezza della vita di tutto il corpo e di tutta la comunità del Popolo di Dio, cui costantemente offre il suo servizio.

Pertanto, poiché oggi mi è dato, cari fratelli e sorelle, di parlare ancora una volta a voi, permettete che io esprima soprattutto un fervido augurio a voi tutti ed a ciascuno singolarmente.

In questo augurio si racchiude anche un desiderio ardente e cordiale, che attinge il suo contenuto nell'avvenimento della liturgia d'oggi. Vi auguro che, mediante il vostro soggiorno a Roma, si ripeta perfettamente in ciascuno di voi ciò che è successo lungo il cammino per Emmaus. Ognuno inviti Cristo come quei discepoli, che camminavano insieme a lui per quella via, non sapendo con chi camminavamo: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino" (Lc 24,29).

Gesù resti, prenda il pane, pronunci le parole della benedizione, lo spezzi e lo distribuisca. E si aprano allora gli occhi di ciascuno, quando lo riconoscerà "nello spezzare il pane" (Lc 24,35) Di cuore auspico che torniate da qui alle vostre case con una nuova conoscenza di Gesù Cristo, Redentore dell'uomo. Vi auguro che portiate in voi questo "giorno fatto dal Signore"; che annunciate, ovunque giungerete, che "davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone" (Lc 24,34). Siate davvero nel mondo di oggi dei testimoni della risurrezione di Cristo con la vostra solida fede e col vostro generoso impegno nel vivere autenticamente il cristianesimo.

A tutti portate il mio saluto e il mio augurio: alle vostre famiglie, alle vostre parrocchie, alle vostre patrie, ai vostri Vescovi e sacerdoti. Il mistero pasquale agisca nei cuori e nella mente vostra. E sia benedetto Dio per questo giorno, che ha fatto per noi! Vi accompagni e vi sostenga la mia benedizione.

[Omissis. Seguono i saluti a gruppi di pellegrini olandesi, francesi, inglesi, ad un gruppo di seminaristi, di giovani, di ammalati e alle coppie di sposi novelli.]

Data: 1980-04-09 Data estesa: Mercoledi 9 Aprile 1980.


Al termine dell'udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Annuncio della visita in Francia

Desidero ora annunciarvi che, a Dio piacendo, dal pomeriggio di venerdi 30 maggio alla sera di lunedi 2giugno mi rechero in Francia per una breve visita pastorale, soffermandomi soprattutto a Parigi.

Corrispondero così all'invito rivoltomi dal presidente della Conferenza episcopale di quella nazione e dal Cardinale Arcivescovo di Parigi, come pure all'analogo invito espressomi dal signor presidente della repubblica francese ed a quello del direttore generale dell'Unesco, presso la cui sede andro lunedi 2giugno per rivolgere la mia parola.

Sarà un viaggio rapido, durante il quale avro nel cuore e nell'ansia del mio animo le aspirazioni di tutti gli abitanti della cara e nobile nazione francese, come pure le alte finalità perseguite dall'Unesco nel campo dell'educazione, della scienza e della cultura. Anche voi, carissimi fedeli presenti a quest'udienza, assistetemi con la vostra preghiera affinché questo viaggio che, come tutti gli altri, vuole essere esclusivamente apostolico, cioè religioso e pastorale, sia ricco degli auspicati frutti.

Data: 1980-04-09 Data estesa: Mercoledi 9 Aprile 1980.


Omelia alla messa per i i ministranti - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Ascoltate il Signore che vi chiama

Cari amici.

Sono felice di celebrare l'eucaristia, circondato da tutti voi, bambini, giovani, adulti. Abitualmente, nei diversi paesi dell'Europa che sono i vostri, compite questo ufficio attorno ai vostri preti, o ai vostri Vescovi che sono i successori degli apostoli. E questa sera: attorno al Vescovo di Roma, che è il successore di Pietro, il pastore dato da Cristo a tutti i suoi discepoli.

1. Voi siete venuti qui per partecipare alle gioie pasquali della Chiesa, che festeggia la risurrezione del Signore con i cristiani di ogni paese. Ma voi stessi, portate in voi questa gioia di Pasqua. Non solo credete in Gesù vivente, avete ricevuto in voi la sua grazia, ma anche siete in modo particolare disponibili a servire il Cristo nel compimento del vostro servizio liturgico, rivivete pressoché continuamente questa prossimità alla quale il Signore Gesù, soprattutto in questo periodo pasquale, invita e conduce i suoi discepoli, incontrandoli e rivelando ad essi la sua risurrezione.

Lo sapete, si tratta innanzitutto di donne, venute alla sua tomba il mattino di Pasqua e che Gesù saluta e rassicura, domandando loro di portare la novella agli apostoli. E' Maria Maddalena che cerca il suo corpo e che vorrebbe trattenere Gesù quando egli la chiama per nome. Sono i discepoli di Emmaus che camminano con lui, gli domandano di restare con loro e lo riconoscono alla frazione del pane. Sono gli apostoli, e in particolare Tommaso, ai quali Gesù risuscitato mostra le sue mani e i suoi piedi e affida il Vangelo per il mondo intero. E' Pietro ed è Giacomo. (Sono ancora gli apostoli che lo scorsero durante la loro pesca laboriosa e che Gesù accoglie al suo pasto al bordo del lago. Sono i cinquecento discepoli ai quali egli apparve, come dice san Paolo, il convertito).

Gesù li ha fatti entrare gli uni e gli altri nella fede plenaria, al punto che essi hanno potuto dire come Tommaso: "Mio Signore e mio Dio". Egli li ha preparati a vivere continuamente nella sua invisibile presenza, nella pace e nella gioia.

Egli ha donato loro il suo Spirito. Li ha resi suoi testimoni agli occhi degli altri. In breve, li ha introdotti nella sua vita intima e gloriosa.

Oggi, lo stesso Signore Gesù, asceso al cielo, è presente e agisce nei sacramenti della Chiesa, soprattutto nell'eucaristia. E voi, associati al servizio liturgico dell'altare, avete l'onore e la felicità di accostarvi intimamente a questo Cristo.


2. Certo, la liturgia non occupa tutta l'attività della Chiesa. C'è una larga parte di annuncio, di catechesi, di predicazione, per svegliare la fede, nutrirla, educarla. E voi stessi, voi ne beneficiate. C'è la preghiera personale in cui ciascuno deve parlare al Signore nel segreto, o con i suoi amici. Ci sono tutte le opere di apostolato e di carità: l'amore è il segno col quale si riconoscono i discepoli del Cristo. Ma la liturgia è il culmine al quale tende tutta l'azione della Chiesa, e l'origine da cui sorge la sua forza (cfr. SC 9-10).

E li che si annoda l'alleanza con Dio, che il popolo è santificato, rende gloria a Dio, rafforza i suoi legami con la Chiesa e fortifica la sua carità. Durante e dopo il grande Concilio Vaticano II, la Chiesa ha voluto restaurare la liturgia, affinché essa esprima con maggior chiarezza queste realtà sante e che il popolo cristiano possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria (cfr. SC 21). Bisogna che questa celebrazione, anche nella sua semplicità, sia sempre bella e degna, e che essa conduca i partecipanti ad entrare nell'azione santa di Gesù che ci fa comprendere la sua parola, si offre in sacrificio e ci unisce al suo corpo.

Io stesso, in occasione del Giovedi Santo, ho scritto, sul senso dell'eucaristia e il modo di celebrarla, una lettera a tutti i Vescovi e, attraverso loro, a tutti i sacerdoti.

Per quanto vi riguarda, miei cari giovani amici, voi eseguite a fianco del sacerdote, che agisce solo nel nome di Cristo, un servizio, che consiste nel farvi diventare ancora più evidentemente gli adulti del mistero eucaristico.

Ascoltate ciò che hanno detto i Vescovi nell'ultimo Concilio: "Durante la celebrazione liturgica ognuno deve, fosse liturgista o fedele, fare solo tutto ciò che concerne l'adempimento del suo compito, ciò che a lui tocca, in osservanza delle regole liturgiche, dalla natura del fatto. Anche i chierichetti - così venite qui denominati -, lettori, commentatori e coristi eseguono un vero servizio liturgico. Perciò devono assolvere il loro compito in sincera devozione ed in un ordine, quale si addice ad un tale servizio e come giustamente da essi pretende il Popolo di Dio" (SC 28-29). Nella mia lettera di poco tempo fa sul mistero e sulla adorazione della santissima eucaristia ho ancora aggiunto: "Le possibilità, che il rinnovamento postconciliare ha creato, devono sempre servire affinché diventiamo testimoni e partecipi di una vera celebrazione della parola di Dio. Aumenti inoltre il numero di quegli uomini che prendono parte attivamente a questa celebrazione" (SC 10).

Ciò vale prima di tutto anche per i "chierici", i "chierichetti" - "servants", "chierichetti", "enfants de choeur", "grands clercs", come vengono chiamati in altri paesi. Accompagnino il sacerdote all'altare, preghino al suo fianco, gli offrano ciò che ha bisogno per la santa offerta. O, detto brevemente, eseguano in un certo qual modo le funzioni di accoliti, anche senza aver appositamente ricevuto l'anzianità di consacrazione di questi.

Inoltre vi sono ancora altri servizi, che sono parimenti necessari per una degna celebrazione dell'eucaristia. Ringrazio i "lettori", la qualcosa riguarda prima di tutto i più adulti tra di voi; il servizio dei "cantori", in modo particolare nel ruolo di "schola cantorum", di coro per bambini, giovani e adulti della chiesa. Questi servizi sono compito dell'intera comunità e perciò dei laici, uomini e donne. Quando essi sono eseguiti degnamente, diviene più eloquente l'intera celebrazione ed essa avviene con più grande partecipazione interiore. Si potrebbe inoltre richiamare ancora l'attenzione a coloro che si rendono partecipi del gesto dell'offertorio: i doni sono per così dire un simbolo per tutto ciò che la comunità durante la celebrazione eucaristica porta a Dio come offerta e porge nello spirito; fra cui si trovano il pane e il vino, i quali divengono il corpo e il sangue del Signore.

Miei giovani, cari amici, tutti questi servizi devono tuttavia essere ben preparati. Dovete adoperarvi per comprendere la liturgia, più ancora, dovete, in molteplici modi, dichiararvi per Cristo e per la Chiesa. Fare ciò e impararlo è il compito educativo dei vostri gruppi, nei quali vi dedicate alla preghiera e all'apostolato. Coloro che sono incaricati a leggere o a cantare i testi della Sacra Scrittura, devono ben comprendere il senso della parola di Dio, perciò esaminare e imparare ad annunciare in modo dignitoso e chiaro, affinché sia ben percepito e compreso, e dato ai presenti con utilità spirituale. In questo contesto vorrei energicamente pregare che i sacerdoti e gli educatori dedichino a questa preparazione tutta la cura ed il tempo necessari.

E' mio grande desiderio che la liturgia soprattutto sia ristabilita nella sua totale dignità ed eseguita come vero atto santo, poiché essa ci pone in comunione con Cristo, con il triplice spirito! Vorrei che i fedeli partecipino attivamente, con piena fede e rispetto, con raccoglimento e devozione, ed anche con il dovuto zelo. Voi avete l'opportunità di contribuire a ciò in grande misura.

Ed io so anche che nei vostri paesi molti si adoperano a tal fine. Nondimeno in molti luoghi questo servizio appare essere troppo trascurato. Sotto il pretesto della semplicità si decade in monotone celebrazioni, o a dimenticarne il carattere sacro e festoso. Da parte mia in Polonia, prima di tutto nella diocesi di Cracovia, ho fatto indimenticabili esperienze, per cui i giovani hanno contribuito in misura determinante alla bellezza ed alla vivacità della celebrazione eucaristica.


3. Ritorniamo adesso al Vangelo di questo giorno. E' in qualche modo la trama di ciascuna delle nostre messe. Come i discepoli di Emmaus, noi ascoltiamo il Signore che ci parla del senso della sua morte, della sua risurrezione, di ciò che egli aspetta da noi. E il celebrante, come Gesù, ve lo spiega. Ma ciò non basta. Il Signore, nella persona del suo ministro, benedice e spezza il pane. E sotto l'apparenza del pane, i vostri occhi, educati dalla fede, sono sicuri di riconoscerlo. Questo riconoscimento, questa vicinanza di Gesù, e più ancora il fatto che voi stessi ricevete, dopo una degna preparazione, questo pane di vita che è il suo corpo, vi riempiono di una gioia indicibile, perché voi amate il Signore. Auspico che questa esperienza, che voi rinnovate frequentemente accanto al celebrante, lasci delle tracce durature nella vostra vita. Certamente, voi non siete dispensati dagli sforzi, perché c'è il rischio che voi vi "abituiate" a questi gesti che vedete così da vicino e così spesso, e che non riconosciate sufficientemente l'amore del vostro Salvatore che si avvicina e vi fa cenno.

Occorre che il vostro cuore vigili, occorre che la preghiera mantenga in voi il desiderio del suo incontro, ed occorre anche che dopo la messa voi condividiate con altri l'amore ricevuto.

Il vostro servizio, cari amici, vi associa dunque al sacro ministero del sacerdote che celebra l'eucaristia e gli altri sacramenti, nel nome stesso di Cristo. Ma avrete sempre, fra di voi, i sacerdoti che desiderate e di cui il Popolo di Dio non può fare a meno? Voi sapete quanto i vostri paesi hanno un grandissimo bisogno di vocazioni sacerdotali. Rivolgendomi ai ragazzi ed ai giovani che sono presenti io dico loro: "E tu, hai mai pensato che il Signore Gesù ti invitava forse ad una intimità più grande con lui; ad un servizio più elevato, ad una donazione radicale, precisamente come suo sacerdote, suo ministro? Quale grazia sarebbe per te, per la tua famiglia, per la tua parrocchia, per le comunità cristiane che attendono dei sacerdoti! Certo, questa grazia non è obbligante...

"Se tu vuoi", diceva Gesù. Ma tanti giovani - anche oggi - hanno ancora il gusto del rischio! Sono sicuro che molti di loro sono capaci di lasciare tutto per seguire Gesù e continuare la sua missione. In ogni caso, voi dovete porvi lealmente la domanda. Il modo con cui voi compite adesso il vostro servizio vi prepara a rispondere alla chiamata del Signore.

Mentre termino il mio discorso a voi rivolto, esprimo la mia speranza che tutta la comunità vi aiuti a rivalutare le vostre funzioni liturgiche, e a compierle tanto perfettamente quanto è possibile, così che tutti prendendo parte alla celebrazione possano avere la loro fede e carità rinnovate in Cristo.

Io desidero che comprendiate che il Papa vi ama e conta moltissimo su di voi. Vi benedico con tutto il cuore, e vi lascio con queste parole: "Servite il Signore con allegrezza!".

[Traduzione dal francese, tedesco e inglese]

Data: 1980-04-09 Data estesa: Mercoledi 9 Aprile 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - Lettera alla Chiesa ungherese - Città del Vaticano (Roma)