GPII 1980 Insegnamenti - Alle religiose - Torino


Ai giovani - Torino

Titolo: Il cristianesimo dà completezza e coronamento alla vostra personalità

Poteva mancare, carissimi giovani della città e della Chiesa di Torino, uno speciale appuntamento con voi in occasione di questa mia visita? Poteva mancare o no? Allora cos' ci troviamo su un punto fisso. E dobbiamo ringraziare gli organizzatori che hanno provveduto a un tale appuntamento e a un tale programma.

Trovandomi nella vostra terra, io ho avvertito, più che la convenienza, la necessità di rivolgervi la mia parola di esortazione e di incitamento anche per confortare la speranza di quanti, negli anni difficili che stiamo vivendo, si rivolgono a voi con rinnovata fiducia.

1. Torino è città che nel settore religioso-educativo ha tradizioni insigni e letteralmente esemplari. Essa ci presenta figure elette di uomini e di giovani che, pur essendo vissuti in età diversa dalla nostra, dimostrano una sorprendente attualità e possono offrire lezioni validissime al mondo moderno. Tra i tanti nomi, che potrei fare, ne scegliero solo due.

Il primo è quello di san Giovanni Bosco, che dei giovani fu un grande educatore, al punto che la sua opera in loro favore ha avuto una vasta irradiazione non soltanto qui e nella regione circostante, ma anche nell'Italia e nel mondo. Che cosa posso dire della mia Cracovia, della mia Polonia? Vi sono tanti salesiani! Io sono rimasto in una parrocchia salesiana per parecchi anni.

Allora non posso non parlare di san Giovanni Bosco.

Ecco allora che io vorrei chiedere: che cosa vuol dire essere un grande educatore? Vuol dire, prima di tutto, essere un uomo che sa "comprendere" i giovani. Ed infatti noi sappiamo che don Bosco aveva una particolare intuizione dell'anima giovanile: egli era sempre pronto ed attento nell'ascoltare e capire i giovani che a lui accorrevano numerosi nell'oratorio di Valdocco e nel santuario di Maria Ausiliatrice. Ma bisogna aggiungere subito che la ragione di questa peculiare profondità nel "comprendere" i giovani fu che con altrettanta profondità li "amava". Comprendere ed amare: ecco l'insuperata formula pedagogica di don Bosco, il quale - io penso - se oggi fosse in mezzo a voi, con la sua matura esperienza di educatore e col suo buon senso di autentico piemontese, saprebbe in voi ben individuare e distinguere efficacemente l'eco, non mai spenta, della parola che Cristo rivolge a chi vuol essere suo discepolo: "Vieni, seguimi" (Mt 19,21 Lc 18,22). Seguimi con fedeltà e costanza; seguimi fin da questo momento; seguimi lungo le varie, possibili vie della tua vita! Tutta l'azione di san Giovanni Bosco - a me sembra - si riassume e si definisce in questo suo riuscito e magistrale "avvio" dei giovani a Cristo.

Il secondo nome è quello di Pier Giorgio Frassati, che è figura più vicina alla nostra età (mori infatti nel 1925) e ci mostra al vivo che cosa veramente significhi, per un giovane laico, dare una risposta concreta al "vieni e seguimi". Basta dare uno sguardo sia pure rapido alla sua vita consumatasi nell'arco di appena ventiquattro anni, per capire quale fu la risposta che Pier Giorgio seppe dare a Gesù Cristo: fu quella di un giovane "moderno", aperto ai problemi della cultura, dello sport (un valente alpinista), alle questioni sociali, ai valori veri della vita, ed insieme di un uomo profondamente credente, nutrito del messaggio evangelico, solidissimo nel carattere coerente, appassionato nel servire i fratelli e consumato in un ardore di carità che lo portava ad avvicinare, secondo un ordine di precedenza assoluta, i poveri ed i malati.


2. Perché, parlando ora a voi, ho voluto prendere esempio da queste due figure? Perché esse servono a dimostrare, in un certo senso da due diversi lati, quel che è essenziale per la visione cristiana dell'uomo. L'uno e l'altro - don Bosco come vero educatore cristiano e Pier Giorgio come vero giovane cristiano - ci indicano che ciò che più conta in tale visione è la persona e la sua vocazione, così come è stata stabilita da Dio. Voi sapete bene che è frequente ormai da parte mia questo richiamo alla persona, perché si tratta veramente di un dato fondamentale, da cui non si potrà mai prescindere: e, dicendo persona, non intendo fare un discorso di un umanesimo autonomo e circoscritto alle realtà di questa terra. L'uomo - giova ricordare - in se stesso ha un immenso valore, ma non l'ha da se stesso perché l'ha ricevuto da Dio, dal quale è stato creato "a sua immagine e somiglianza" (Gn 1,26 Gn 1,27). E non c'è un definizione dell'uomo adeguata al di fuori di questa! Questo valore è come un "talento" e, secondo l'insegnamento della nota parabola (Mt 25,14-30), deve essere amministrato bene, cioè utilizzato in modo che fruttifichi in abbondanza. Eccola, o giovani, la visione cristiana dell'uomo, la quale, partendo da Dio creatore e padre fa scoprire la persona in quel che è ed in quel che deve essere.


3. Ho parlato di fruttificazione, e mi soccorre anche in questo il Vangelo, allorché propone - lettura che abbiamo incontrato di recente nella sacra liturgia - la similitudine del fico sterile, che è minacciato di sradicamento (Lc 13,6-9).

L'uomo deve fruttificare nel tempo, cioè durante la vita terrena, e non soltanto per sé, ma anche per gli altri, per la società di cui è parte integrante. Tuttavia questo suo operare nel tempo, proprio perché egli è "contenuto" nel tempo, non deve fargli né dimenticare né trascurare l'altra essenziale sua dimensione, di essere che è orientato verso l'eternità: l'uomo, dunque, deve fruttificare simultaneamente anche per l'eternità.

Da una parte, egli deve "riempire di sé" il tempo in maniera creativa, perché la dimensione ultraterrena non lo dispensa di certo dal dovere di operare responsabilmente ed originalmente, partecipando con efficacia ed in collaborazione con tutti gli altri uomini all'edificazione della società secondo le concrete esigenze del momento storico, in cui si trova a vivere. E', questo, il senso cristiano della "storicità" dell'uomo. D'altra parte, questo impegno di fede immerge il giovane in una contemporaneità, che porta in se stessa, in un certo senso, una visione contraria al cristianesimo. Questa anti-visione presenta queste caratteristiche, che ricordo in modo sia pure sommario. All'uomo d'oggi manca spesso il senso del trascendente, delle realtà soprannaturali, di qualche cosa che lo supera. L'uomo non può vivere senza qualche cosa che vada più in là, che lo superi. L'uomo vive se stesso se è consapevole di questo, se deve sempre superare se stesso, trascendere se stesso. Questa trascendenza è inscritta profondamente nella costituzione umana della persona. Ecco, nella anti-visione, come ho detto, contemporanea, il significato dell'esistenza dell'uomo viene perciò ad essere "determinato" nell'ambito di una concezione materialistica in ordine ai vari problemi, quali ad esempio quelli della giustizia, del lavoro ecc...: di qui scaturiscono quei contrasti multiformi tra le categorie sociali o tra le entità nazionali, in cui si manifestano i vari egoismi collettivi. E' necessario, invece, superare tale concezione chiusa e, in fondo, alienante, contrapponendo ad essa quel più vasto orizzonte che già la retta ragione ed ancor più la fede cristiana ci fanno intravvedere. Li, infatti, i problemi trovano una soluzione più piena; li la giustizia assume completezza ed attuazione in tutti i suoi aspetti; li i rapporti umani, esclusa ogni forma di egoismo, vengono a corrispondere alla dignità dell'uomo, come persona sulla quale risplende il volto di Dio.


4. Da tutto ciò emerge l'importanza di quella scelta, che voi giovani dovete fare! Fatela con Cristo, seguendolo animosamente ed aderendo al suo insegnamento, consapevoli dell'eterno amore che in lui ha trovato la sua espressione suprema e la sua definitiva testimonianza. Nel dirvi questo, io non posso certo ignorare gli ostacoli e i pericoli, purtroppo né lievi né infrequenti, che a voi si presentano nei diversi ambienti dell'odierno contesto sociale. Ma non dovete lasciarvi sviare; non dovete mai cedere alla tentazione, sottile e per ciò stesso più insidiosa, di pensare che una tale scelta possa contraddire alla formazione della vostra personalità. Io non esito ad affermare che questa opinione è del tutto falsa: ritenere che la vita umana, nel processo della sua crescita e della sua maturazione, possa essere "diminuita" dall'influsso della fede in Cristo, è un'idea da respingere. E' vero esattamente il contrario: come la civiltà sarebbe depauperata e monca senza la presenza della componente religiosa così la vita del singolo uomo e, segnatamente, del giovane sarebbe incompleta e carente senza una forte esperienza di fede, attinta da un contatto diretto con Cristo crocifisso e risorto. Il cristianesimo, la fede, credetemi, giovani, dà completezza e coronamento alla nostra personalità: esso, incentrato com'è nella figura di Cristo, vero Dio e vero uomo e, come tale, redentore dell'uomo, vi apre alla considerazione, alla comprensione, al gusto di tutto ciò che di grande, di bello e di nobile è nel mondo e nell'uomo. L'adesione a Cristo non comprime, ma dilata ed esalta le "spinte" che la sapienza di Dio creatore ha deposto nelle vostre anime.

L'adesione a Cristo non mortifica, ma irrobustisce il senso del dovere morale, dandovi il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi per "qualcosa che veramente vale", dandovi, ripeto, il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi così, e premunendo lo spirito contro le tendenze, oggi non di rado affioranti nell'animo giovanile, a "lasciarsi andare" o nella direzione di una irresponsabile e neghittosa abdicazione, o nella via della violenza cieca e omicida. Soprattutto - ricordatelo sempre - l'adesione a Cristo sarà fonte di una gioia autentica, di una gioia intima che il mondo non può dare e che - come egli stesso preannuncio ai suoi discepoli - nessuno potrà mai togliervi (cfr. Jn 16,22), anche essendo nel mondo.

Questa gioia, come frutto di una fede pasquale e - come ho detto stamane - frutto "di contatto" con Cristo, come dono ineffabile del suo Spirito, vuol essere il punto d'arrivo dell'odierno mio colloquio con voi. Voglio arrivare a questa parola "gioia". Voglio arrivare a questa parola, perché viviamo la settimana pasquale. Il cristianesimo è gioia, e chi lo professa e lo fa trasparire nella propria vita ha il dovere di testimoniarla, di comunicarla e di diffonderla intorno a sé. Ecco perché ho citato queste due figure. Don Bosco: sono andato ancora a trovare la sua tomba, e mi è sembrato sempre gioioso, sempre sorridente.

E Pier Giorgio: era un giovane di una gioia trascinante, una gioia che superava anche tante difficoltà della sua vita perché il periodo giovanile è sempre anche un periodo di prova delle forze.

Come giovani, voi vi preparate a costruire non solo il vostro avvenire, ma anche quello delle generazioni future: che cosa trasmetterete ad esse? Vi dovete porre questa domanda. Solo dei beni materiali, con l'aggiunta, magari, di una più ricca cultura, di una scienza più progredita, di una tecnologia più avanzata? Oppure, oltre a questo, anzi prima ancora di questo, non volete forse trasmettere quella superiore prospettiva, alla quale ho accennato, a quei beni di ordine spirituale, che si chiamano amore e libertà. Vero amore, vera libertà, vi dico, perché si possono facilmente sfruttare queste grandissime parole: amore e libertà. Si possono facilmente sfruttare. Nella nostra epoca noi siamo testimoni di uno sfruttamento terribile di queste parole: amore e libertà. Occorre ritrovare il vero senso delle due parole: amore e libertà. Vi dico: dovete tornare al Vangelo. Dovete tornare alla scuola di Cristo. Trasmetterete poi questi beni di ordine spirituale: senso della giustizia, in tutti i rapporti umani, promozione e tutela della pace. E vi dico di nuovo, sono parole sfruttate, molte, molte volte sfruttate. Si deve sempre tornare alla scuola di Cristo, per ritrovare il vero, pieno, profondo significato di queste parole. Il necessario supporto per questi valori non sta che nel possesso di una fede sicura e sincera, di una fede che abbracci Dio e l'uomo, l'uomo in Dio. Dove c'è Dio e dove c'è Gesù Cristo, suo Figlio, un tale fondamento è ben saldo; è profondo, è profondissimo. Non c'è una dimensione più adeguata, più profonda, da dare a questa parola "uomo", a questa parola "amore", a questa parola "libertà", a queste parole "pace" e "giustizia": altra non c'è, non c'è che Cristo. Allora, tornando sempre a questa scuola, ecco la ricerca di quei doni preziosi che voi giovani dovete trasmettere alle generazioni future, al mondo di domani; sarà con lui più facile e non potrà non riuscire.

Sul punto di congedarmi da voi, io desidero sollevarvi a questa visione di trascendenza e bellezza, onde la vostra vita cristiana acquisti solidità e cresca "di virtù in virtù" (Ps 83,8) e fiorisca - perché siete giovani, dovete fiorire - fiorisca in opere e, anche per la società terrena, siano premessa e promessa di un avvenire più umano e, perciò, più sereno. E' l'imperativo maggiore di questa nostra epoca che diventa triste, e che sarà ancora più triste, più tragica, se non vedrà quella prospettiva che solamente voi giovani potete dare ad essa, al nostro secolo, alla nostra generazione, alla nostra Italia, al nostro mondo! E ora, facciamo venire i Cardinali, i Vescovi. Diamo la benedizione a questi giovani. Ecco, diciamo una preghiera, il Padre nostro, e poi, daremo una benedizione a voi tutti qui presenti, i Vescovi insieme con il Vescovo di Roma, oggi pellegrino a Torino.

Sia lodato Gesù Cristo. Arrivederci!

Data: 1980-04-13 Data estesa: Domenica 13 Aprile 1980.


L'incontro con la città a piazza Vittorio - Torino

Titolo: Torino, la Chiesa sia con te! Sii la città fedele e sicura

1. Sia lodato Gesù Cristo! Con queste parole a me care, e anche a voi familiari, io saluto Torino, in quest'incontro con l'intera città e col mondo del lavoro, che porta al vertice la letizia e la ricchezza spirituali di tutti gli altri incontri, e conclude la mia odierna visita tra voi. Con queste parole io vi saluto tutti, e tutti porto nel cuore! Saluto le autorità della provincia, della città, e quelle militari: saluto il Cardinale Arcivescovo di Torino, i Vescovi del Piemonte, il clero tutto, qui presente, le religiose; saluto le rappresentanze del mondo del lavoro, parte cospicua e insostituibile dell'economia cittadina e italiana; saluto gli uomini della cultura e della politica, in questa città intellettualmente vivace, profonda e ricca d'idee; saluto gli uomini dei mass-media, dello spettacolo e dello sport; saluto tutti voi, fratelli e sorelle qui presenti, tessuto connettivo della quotidiana vita sociale della metropoli; saluto i giovani, mio gaudio e mia corona (Ph 4,1)! E' tutta Torino, nella sua ricchezza umana e nella sua configurazione geografica, che ho davanti agli occhi, in un quadro che certo non dimentichero più.

E' come se mi venisse incontro la storia della vostra amata città, dal primo nucleo romano di "Augusta Taurinorum", fino ai suoi successivi sviluppi, quando l'annuncio del cristianesimo si radico e si confuse con le vicende della "civitas" terrena, favorita nel suo affermarsi dalle condizioni ambientali e dall'innata nobiltà e operosità dei suoi figli. Rendo onore alla ricca e severa tradizione culturale e civile della città: con la irradiazione della sua università, fondata già nel 1404, e di rinomanza europea; con la fama delle sue istituzioni culturali, dei suoi musei, delle sue accademie; col prestigio delle sue industrie in tutti i campi, testimonianza della laboriosità e inventiva dei padri; con quell'indiscussa autorità che ben merito alla città il privilegio, sia pur temporaneo, di assurgere a capitale d'Italia. E' questa Torino che saluto; la Torino di ieri e di oggi, con la sua eredità passata e con le sue presenti risorse di intelligenza, di cultura, di attività in tutti i settori.


2. E' soprattutto l'anima di Torino, che mi viene incontro e che sento pulsare e fondersi all'unisono, qui, davanti alla Gran Madre. E' un'anima umanissima; cioè con dimensioni spirituali a misura d'uomo; è l'anima di una popolazione che si è formata nelle fatiche, nelle prove, spesso negli stenti nascosti di una vita semplice, familiare; un'anima intraprendente, ispirata da ampi e stimolanti interessi culturali e spirituali; un'anima creativa e pur pratica, attiva e pur calma, che ha trovato espressione nella straordinaria espansione industriale della città; un'anima aperta, sensibile ai valori del bello, del bene, del vero.

E, lasciatemi dire, mi viene incontro l'anima cristiana, cattolica di Torino, di cui sono testimonianza la diffusione del messaggio evangelico nella città e nelle valli circostanti, la straordinaria fioritura delle abbazie medioevali, la tradizione di una ordinata vita parrocchiale, che è stata come l'ossatura della pastoralità dell'arcidiocesi. Quest'anima cristiana di Torino si è manifestata nella fondamentale fedeltà alla Chiesa, e nella coerenza tra la vita e la fede: sovvengono i nomi di laici, che han saputo fare onore al nome cristiano nell'impegno professionale e politico, come Silvio Pellico, Cesare Balbo, la marchesa Giulia di Barolo. Quest'anima cristiana di Torino ha sentito la presenza della Chiesa nelle trasformazioni e nei travolgimenti della civiltà industriale del secolo scorso, è stata vicina a questa sua Chiesa, che ha dato al mondo figure come quelle di un Cottolengo, di un Cafasso, di un don Bosco, di una Maria Mazzarello. Con quest'anima cristiana, Torino ha guardato con simpatia e con ammirazione - anche da opposte sponde - alle opere incredibilmente vaste e umanamente inspiegabili, a cui quelle persone di Chiesa han dato vita, con l'aiuto di Dio, appoggiandole con generosità, e considerandole come proprie: essa ha dimostrato di avere una ricchezza interiore, invisibile, che denota una sorgente nascosta di fede e di carità, come la polla segreta che sgorga dai vostri monti e viene poi a formare il gran fiume Po, su cui si adagia, regale, la città.


3. Mi viene contemporaneamente incontro la Torino di oggi, emersa dalle trasformazioni della fine del secolo scorso fino a questi ultimi decenni. E' la realtà della grande città industriale, con lo straordinario potenziale umano e professionale degli uomini - menti e braccia - che le danno vita, ma anche con le ambiguità, le antinomie, le contraddizioni, che il lavoro ed il mondo operaio portano con sé, specialmente quando si sia offuscata la coscienza sociale, e i valori del Vangelo sembrino talora sopraffatti dalla figura amorfa della metropoli, che, anche nolente, diventa tentacolare e disumanizzata, fredda e insensibile ai problemi dell'uomo, del vicino, del "prossimo". E' la faccia, comune oggi a tante città del mondo, della scristianizzazione in atto, che aggrava le inevitabili tensioni nell'ambito del lavoro stesso, con tutte le sue asprezze e i suoi conflitti permanenti. La vita sociale, pur con le innegabili conquiste e i miglioramenti ottenuti, presenta squilibri disgregatori del tessuto tradizionale della città.

Se questi sono i problemi di tutte le metropoli industriali, Torino li ha vissuti e li vive in modo peculiare, anche per il fenomeno veramente impressionante della immigrazione, che ha creato alla comunità civile ed ecclesiale problemi gravi, che mi sono stati fatti conoscere, e che del resto ben immagino. La crisi economica in atto alimenta poi non infondate paure sulla stabilità del domani, e contribuisce a creare nella convivenza, nelle aziende, nelle famiglie un clima di sfiducia e di disimpegno. Si sono sviluppate quelle formule esasperate di lotta, che colpiscono alla cieca per aumentare il senso della sfiducia, della instabilità sociale e politica, della confusione ideologica, per sostituire non si sa che cosa, se non un principio di violenza che non può altro che richiamare sempre nuova violenza. Il fenomeno è anche qui particolarmente doloroso e preoccupante.

E' perciò un quadro molto complesso, quello che nel suo insieme mi si presenta oggi: si tratta, in fondo, di tre correnti caratteristiche di tutta l'esistenza sia della società odierna - che ha in Torino come una sua espressione emblematica - sia della Chiesa, che nella società vive e opera. Sono correnti coesistenti l'una insieme con l'altra, ma nello stesso tempo in tensione, in acuto contrasto tra loro.

Vedo anzitutto lo strato profondo e splendido del cristianesimo, la corrente spirituale e cristiana, che ha avuto anche il suo apogeo "contemporaneo" sempre vivo e presente, come ho già detto. Ma in questo complesso sono apparse le altre, ben note, correnti di una potente eloquenza ed efficacia negativa: da una parte vi è tutta l'eredità razionalistica, illuministica, scientista del cosiddetto "liberalismo" laicista delle nazioni dell'occidente, che ha portato con sé la negazione radicale del cristianesimo; dall'altra, vi è l'ideologia e la pratica del "marxismo" ateo, giunto, si può dire, alle estreme conseguenze dei suoi postulati materialistici nelle varie denominazioni odierne.


4. In questo "crogiuolo rovente" del mondo contemporaneo, Cristo vuole essere di nuovo presente, e con tutta l'eloquenza del suo mistero pasquale. La sua Pasqua, che abbiamo celebrato, è la sola che può elevare a perfezione l'uomo e la sua attività: come ha detto il Concilio Vaticano II, Cristo, con la sua risurrezione, "opera ormai nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, non solo suscitando il desiderio del mondo futuro, ma per ciò stesso anche ispirando, purificando e fortificando quei generosi propositi, con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra" (GS 38).

Il Papa è venuto in mezzo a voi per richiamare al mondo della città e del lavoro moderno questa presenza decisiva e insostituibile, forte e soave, che pone interrogativi stringenti al nostro quieto vivere, ma fuori della quale è vano cercare soluzioni efficaci e durature alle crisi che quel mondo travagliano. Il Papa in mezzo a voi è il latore del messaggio liberante di Cristo: e mentre si sente impari al tremendo compito, e vi viene perciò incontro con l'umiltà indifesa della sua missione unicamente spirituale, è contemporaneamente consapevole del valore della sua testimonianza, che vuole adattarsi alle vostre aspettative di questo momento. Questa testimonianza è come la spada della parola di Dio, che "penetra fino al punto di divisione dell'anima..., e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" (He 4,12); ma è pure come l'olio che il buon samaritano versa sulle piaghe dell'uomo ferito (cfr. Lc 10,34).

L'ambiguità di fondo di una società, che trovi solo nel lavoro la propria ragion d'essere senza aprirsi alle esigenze di ordine umano, spirituale e soprannaturale, staccandosi dal suo strato più profondo, deve far riflettere.

Forse, ciascuno di voi si chiede preoccupato: dove va Torino? Dove andrà Torino? Il Papa se lo domanda con voi. Verso una spirale senza sbocco di immanenza, di terrestrità, di sfiducia, di violenza? Oppure verso un domani sereno, costruttivo, operoso, fraterno, "a misura d'uomo", perché aperto a tutta la realtà umana, perché aperto alla Pasqua del Cristo? Voi ve lo augurate di tutto cuore, e io con voi. Io vi sono vicino, e capisco le vostre ansie, le vostre sollecitudini, e devo dirvi che sono venuto qui per testimoniare che capisco e che voglio essere solidale con voi. Venuto tra voi nel nome di Cristo, il Papa che vi parla, ormai sul punto di lasciare la città che gli si è offerta in tutta la sua realtà spirituale e umana, religiosa e civica, vi lascia le sue parole di riflessione e di augurio, affinché ciò che ha fatto Torino grande e ammirata nel mondo, possa continuare ad alimentare la vita e l'attività della vostra comunità torinese.


5. Il lavoro umano - che, qui a Torino, si manifesta nel modo più eloquente e più drammatico - è una realtà che esalta e celebra le capacità creative dell'uomo. E' il suo retaggio, fin dall'inizio. Il libro della Genesi presenta l'uomo come incaricato direttamente da Dio di far progredire la terra, e di dominare su tutte le creature inferiori (cfr. Gn 1,28). Come ho detto agli operai, miei connazionali della Polonia, "il lavoro è anche la dimensione fondamentale dell'esistenza dell'uomo sulla terra. Per l'uomo il lavoro non ha soltanto un significato tecnico, ma anche etico. Si può dire che l'uomo "assoggetta" a sé la terra quando egli stesso, col suo comportamento, ne diventi signore, non schiavo, ed anche signore e non schiavo del lavoro. Il lavoro deve aiutare l'uomo a diventare migliore, spiritualmente più responsabile, perché egli possa realizzare la sua vocazione sulla terra" ("", II [1979] 1465). Il lavoro deve aiutare l'uomo ad essere più uomo. Il lavoro, pur nelle sue componenti di fatica, di monotonia, di costrizione - nelle quali sono avvertibili le conseguenze del peccato originale - è stato dato all'uomo da Dio, prima del peccato, proprio come strumento di elevazione e di perfezionamento del cosmo, come completamento della personalità, come collaborazione all'opera creatrice di Dio.

La fatica, ad esso connessa, associa l'uomo al valore della croce redentrice del Cristo; e, nella visuale totalizzante del Vangelo, diventa strumento per la socialità tra fratelli, per la mutua collaborazione, per il reciproco perfezionamento, già nel piano della vita terrestre: in una parola, diventa espressione di carità nell'unico amore del Cristo, che deve sospingerci a cercare gli uni il bene degli altri, a portare gli uni il peso degli altri (cfr. 2Co 5,14 Ga 6,2). La realtà positiva del lavoro e del mondo operaio sta qui. E' grande. E' bella. Se io la esprimo con un linguaggio evangelico - è chiaro che vi parlo da apostolo di Cristo - sono pero convinto che sulla grandezza, sulla dignità del lavoro umano possiamo incontrarci in questo linguaggio con ogni uomo, che cerca veramente tutte le dimensioni dell'umana realtà e cerca con tutta l'umiltà la vera dignità dell'uomo; possiamo incontrarci con tutti.

Perciò il lavoro non sia mai a scapito dell'uomo! Da tante parti ormai si riconosce che il progresso tecnico non si è accompagnato con un adeguato rispetto dell'uomo. La tecnica, pur mirabile nelle sue continue conquiste, ha spesso impoverito l'uomo nella sua umanità, privandolo della sua dimensione interiore, spirituale, soffocando in lui il senso dei valori veri, superiori.

Occorre ridare il primato allo spirituale! La Chiesa invita a conservare la giusta gerarchia dei valori. Il celebre binomio benedettino "ora et labora" sia per voi, uomini e donne di Torino, miei fratelli e sorelle, fonte inscindibile di vera saggezza, di sicuro equilibrio, di umana perfezione: la preghiera dia ali al lavoro, purifichi le intenzioni, lo difenda dai pericoli dell'ottusità e della trasandatezza; e il lavoro faccia riscoprire, dopo la fatica, la forza tonificante dell'incontro con Dio, nel quale l'uomo ritrova tutta la sua vera, grande statura.

"Ora et labora". Si, anche tu, Torino, prega e lavora!

6. Che il lavoro non disgreghi la famiglia! Il pensiero non può non andare a quella Sacra Famiglia di Nazaret, nella quale il Verbo, Figlio di Dio e di Maria, si esercito nel lavoro umano, sotto la guida vigile e affettuosa di colui che fungeva da padre, san Giuseppe - patrono dei lavoratori! -, sotto gli occhi della Madre, Vergine Immacolata, anch'essa impegnata nelle umilissime incombenze che le arretrate condizioni del tempo lasciavano alle donne. Il Cristo bambino fu accarezzato da ruvide mani di fabbro! Ed è stato anch'egli operaio, in un mistero di abbassamento che riempie l'animo di stupore infinito. Se ci domandiamo che cosa ha fatto il Figlio di Dio sulla terra nella sua vita, durante la maggior parte della sua vita, nei trent'anni della sua vita, egli ha fatto il lavoro di un operai, di un falegname, di uno di noi.

Come non guardare a quella famiglia, nella quale la Chiesa e la sua liturgia vedono la protettrice di tutte le famiglie del mondo, specie delle più umili, delle più nascoste, di quelle che guadagnano nel sudore e nella fatica senza nome il pane quotidiano? Sia essa, o torinesi, a custodire intatti i grandi valori del vostro attaccamento, del vostro amore, della vostra stima alla famiglia. Questa è non solo la "prima e vitale cellula della società" (AA 11), ma soprattutto "santuario domestico della Chiesa (AA 11), addirittura "Chiesa domestica" (LG 11); così l'ha definita il Concilio; e così rimanga per voi, fucina di virtù, scuola di sapienza e di pazienza, primo santuario ove si impara ad amar Dio e a conoscere il Cristo, forte difesa contro l'edonismo e l'individualismo, calda e amorevole apertura agli altri. Non sia, al contrario, un deserto di anime, un casuale incontro di vie che divergono, un albergo o - Dio non voglia - un bivacco per prendere i pasti o il riposo, e poi lasciarsi ciascuno per la propria sorte.

No! Io affido ciascuna delle vostre famiglie a Gesù, a Maria, a Giuseppe, affinché, col loro sostegno, possiate custodire sempre quei valori che, nati e conservati appunto nelle vostre famiglie, hanno reso stabile, anzi invidiabile la civile fioritura della vostra città! E di nuovo ripeto: ho parlato della famiglia, ho parlato con un linguaggio cristiano, teologico; ma mi domando, domando ancora a tutti se i valori essenziali di cui si parla, di cui si tratta, di cui ci si preoccupa, non sono quelli che ci uniscono tutti. Chi può non domandare alla famiglia umana di essere una vera famiglia, una vera comunità, dove si sta amando l'uomo, dove si sta amando ciascuno per il solo titolo che è un uomo, che è quello unico, irripetibile, che è una persona? Siamo tutti uniti nella difesa di questi valori e nella ricerca della loro promozione. Siamo tutti uniti. Sono i fattori umani che ci uniscono tutti, e se io parlo di questi valori col mio linguaggio apostolico, sono convinto che tutti mi capiscono. Che tutti capiscono il vero significato, il profondo significato umano di questa preoccupazione, di questo desiderio, di questo augurio che voglio lasciare a tutti, a tutta Torino, ad ogni famiglia di Torino e a tutta la vostra comunità. Grazie, grazie a tutti per questo conforto che mi date, per questo incitamento a vivere ancora. Grazie!


7. Ancora: che il lavoro non degradi la gioventù, non la defraudi dei suoi tesori più autentici: dell'entusiasmo, del fervore, dell'impegno per un domani più giusto e più rispettoso dell'uomo. L'entrata dei giovani nella fabbrica, corrisponde talvolta a un processo, subdolamente facilitato dalla mentalità permissiva predominante, di perversione ideologica, quando non morale, di comportamento. Sono devastazioni le cui ferite non si rimargineranno più, nei singoli come nella società, se non a fatica o col contributo delle persone e delle istituzioni più volenterose.

Torino è stata all'avanguardia della formazione professionale della gioventù, che è andata di pari passo con quella religiosa e morale: il pensiero di tutti corre istintivamente a don Bosco e alle sue opere, alle quali voi cittadini continuate ad affidare i vostri figli. Ma non vorrei dimenticare san Leonardo Murialdo e i suoi artigianelli, né la presenza benemerita di tutte le altre iniziative religiose, che, con largo impiego di uomini e di mezzi, hanno assicurato alle vostre famiglie un forte e sicuro appoggio per l'insostituibile opera educativa dei vostri figli. Mi piace ricordare i ricreatori maschili e femminili delle parrocchie; le varie associazioni, e, in particolare, l'Azione Cattolica, che hanno compiuto qui un'opera lodevolissima, continuando una tradizione che ha espresso figure radiose di giovani.

Che Torino prosegua su questa via! Resta sempre ancora molto da fare! Nelle grandi città, torme di ragazzi, di giovani restano spesso senza assistenza per le condizioni di lavoro dei genitori, per le carenze di strutture sociali, e, forse, per una mancanza di adeguato interesse. Quanti di essi sapranno resistere alle facili tentazioni della droga, alle forti seduzioni dell'amoralità e immoralità sfacciatamente esibita, ai tentacoli terribili della violenza e del terrorismo? Giovani, giovani - parlo a voi -: non lasciatevi plagiare! Siate generosi e buoni! La società e la Chiesa, la patria, hanno bisogno di voi: "Quid hic statis tota die otiosi? Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?", vi ripetero con le parole del Vangelo (Mt 20,6). Opere sociali e di animazione giovanile, missionaria, culturale, sportiva, attendono anche il vostro contributo! La Chiesa attende! La società attende! Cristo attende! Non deludete questa nostra comune speranza! Non deludete la mia speranza!

8. Il lavoro non faccia poi dimenticare i poveri, i sofferenti. La carità del Cottolengo ha creato qui a Torino la cittadella della carità: e ancora vi lodo per l'appoggio che sapete dare a quella istituzione. Buon segno, questo! Indica che, pur nell'acuirsi dei contrasti sociali, nell'incrociarsi delle tensioni di vario genere, il gran cuore di Torino non dimentica chi soffre.

Ma la sofferenza è in mezzo a noi, accanto a noi, negli stessi edifici ove abitiamo, forse nascosta da un velo di riserbo che si vergogna a chiedere.

Occorre che la fatica quotidiana, non solo non ottunda l'occhio spirituale per scoprire le pene e le privazioni altrui, ma anzi lo acuisca, accresca la sensibilità, susciti la "simpatia", cioè il "soffrire-con-altro". So che a Torino furono e sono fiorenti le Conferenze di san Vincenzo de' Paoli, nelle quali, operai e studenti universitari, uomini e donne dei diversi ceti sociali, han dato vita a bellissime iniziative di carità, che fanno un bene immenso. Continui Torino, o torni a essere la città della carità! Continui e torni: continui nella sua composizione sociale odierna, nella sua composizione sociale piena, diversificata, continui ad essere la città della carità. Non possiamo trovare una parola più piena che meglio esprima la solidarietà umana, l'umanesimo, che la parola carità.


9. Infine, il Papa vi augura che il lavoro non narcotizzi le facoltà umane, non le abbrutisca nell'odio che distrugge senza nulla costruire. Occorre fare argine al terrorismo che non dorme, e che ha fatto di questa città uno dei suoi punti nevralgici. Forse le sperequazioni sociali e altre motivazioni hanno potuto dar esca a una mentalità critica, che tende a far piazza pulita di ogni cosa nell'attesa di un avvenire cosiddetto migliore. Ma quale avvenire, quale avvenire migliore può mai costruirsi sull'odio che ferocemente si accanisce contro i propri fratelli, quale domani può mai sorgere da un'ultima spiaggia di rovina e di morte? Io invito, ed anche prego, fermamente tutte le autorità responsabili, e con esse gli uomini di Chiesa, a fare ogni sforzo per eliminare tutto ciò che è fomite di ingiustizie, di disparità, di privilegi iniqui: la Chiesa non ci esime certo da aprir gli occhi sulle ingiustizie sociali e sui gravi problemi quotidiani dei nostri fratelli, anzi li denuncia con la forza degli antichi profeti, con la parola dirompente del Vangelo, ma poi cerca di adoperarsi a cambiare e a migliorare la vita umana, sforzandosi di migliorare l'uomo stesso.

Ma, come in Irlanda, io proclamo altrettanto fermamente, "con la convinzione della mia fede in Cristo e con la coscienza della mia missione, con la consapevolezza della mia umanità che la violenza è un male, che la violenza è inaccettabile come soluzione dei problemi, che la violenza è indegna dell'uomo... Io prego con voi affinché nessuno possa mai chiamare l'assassinio con altro nome che non sia assassinio" ("", II,2[1979] 428-429).

Siamo tutti coinvolti in quest'opera di persuasione, di chiarificazione, di miglioramento: essa esige certo una "conversione" delle mentalità; e la conversione deve passare all'azione concreta. Ma guai se non sappiamo pensare e dire chiaramente che non c'è miglioramento sociale fondato sull'odio, sulla distruzione. L'odio genera la morte. Siamo invece i portatori del bene, gli apostoli della carità, i difensori della vita! E in questo punto dobbiamo essere uniti fermamente tutti. Non ci può dividere nessun aspetto, nessuna ideologia, nessuna concezione personale della vita, del destino umano, perché il problema è chiaro in sé, il bene e il male sono cose ben chiare in sé e dobbiamo essere uniti profondamente nella più grande solidarietà per vincere il male con il bene.


10. Mi rivolgo a te, Torino, la cui anima, antica e nuova, gentile e operosa, umana e cristiana e cattolica, ho sentito oggi venirmi incontro, e vibrare all'unisono con me.

Continua nel tuo cammino secolare di progresso e di pace! La Chiesa è con te! Lo è stata sempre, con i suoi santi, Cafasso, don Bosco, don Murialdo, il Cottolengo, nei suoi preti semplici e buoni che hanno vissuto il Vangelo alla lettera, nelle sue suore protese al servizio dei fratelli, nei suoi laici migliori, nelle sue istituzioni secolari. Non guardarla con sospetto, questa santa Chiesa che ti ama perché ama Cristo suo Salvatore, crocifisso e risorto, primogenito tra i fratelli (cfr. Rm 8,29 Col 1,15); e amando Cristo non può non amare ciascuno di voi, non può non amare l'uomo, perché l'uomo rappresenta il Cristo. E' lui la sorgente inesauribile della sua carità, del suo zelo, del suo eroismo. La Chiesa è vicina a te, come è vicina a ogni uomo. Essa è "esperta in umanità", come ha detto il grande Paolo VI, mio predecessore. Essa offre la sua collaborazione in tutti i campi: per l'elevazione del mondo del lavoro, per le iniziative della cultura, per le necessità della vita sociale, per le opere della beneficenza: ovunque è un uomo che aspetta, là vuol essere la Chiesa al suo fianco perché essa scopre in lui l'orma profonda e immortale del Creatore, che lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, e lo ha redento in Cristo.

Risorgi, Torino, nella sua Pasqua che trasforma il mondo! Conserva la tua anima cristiana, la tua anima cattolica, la tua anima italiana, la tua anima umana! Sii la città fedele e sicura, che Dio custodisce, come ha detto il tuo grande Vescovo, san Massimo: "Tunc ergo civitas munita est quando eam magis Deus ipse custodit: una città è ben difesa quando soprattutto è Dio stesso che la protegge; ma Dio la protegge proprio quando, come sta scritto (cfr. Ps 126,1), i suoi abitanti sono tutti assennati, coerenti; umanamente, cristianamente coerenti.

Non può infatti accadere, che Dio non conservi una siffatta città, nella quale trova che i suoi precetti sono osservati" (S.Maximi Taurin. "Serm." 86,1). E questi precetti possono non essere osservati se vogliamo vivere una vita anche semplicemente umana? Dio ti conservi, Torino! E tu osserva sempre la sua legge! Dio ti ricompensi, Torino, per questa ospitalità che hai dato oggi a questo Papa Giovanni Paolo II che è venuto in te da pellegrino! E' questo il mio augurio, che affido alla gran Madre di Dio, alla intercessione dei vostri santi, alla vostra buona volontà! E tutti vi benedico, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!

Data: 1980-04-13 Data estesa: Domenica 13 Aprile 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - Alle religiose - Torino