GPII 1980 Insegnamenti - Messaggio per la XVII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni - Città del Vaticano (Roma)

Messaggio per la XVII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Preghiamo e ringraziamo il Signore per il dono delle vocazioni

Venerati fratelli nell'episcopato e carissimi figli e figlie di tutto il mondo! 1. L'indimenticabile mio predecessore Paolo VI, nell'istituire la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, volle che la sua celebrazione trovasse posto tra due grandi solennità liturgiche: la Pasqua di risurrezione e la Pentecoste. Fu, questa, una scelta particolarmente felice, perché tali gloriosi misteri della fede cristiana gettano una forte luce sulla vocazione sacerdotale e su ogni altra vocazione consacrata in modo speciale al servizio di Dio e della Chiesa.

Dice il Concilio Vaticano II: "Cristo..., risorgendo dai morti, immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di lui costitui il suo corpo, che è la Chiesa, quale universale sacramento della salvezza..." (LG 48).

Così avvenne agli inizi: una trasformazione misteriosa e profonda si verifico nei primi discepoli, che credettero in Cristo risorto e ricevettero il dono dello Spirito Santo. Erano gli stessi umili uomini che Gesù aveva scelto, uno per uno, tra la gente del suo popolo. Conosciamo i loro dubbi e le loro paure (cfr. Mt 28,17 Jn 20,19); ma essi credettero nel risorto e, al tempo stesso, ebbero piena coscienza della loro vocazione e della loro missione, in cui lo Spirito Santo li avrebbe confermati, secondo la promessa del Signore stesso: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (Ac 1,8).

Con la forza dello Spirito Santo essi furono gli apostoli, i sacerdoti, i testimoni del Cristo risorto. Essi modellarono la loro vita e le loro opere con gli occhi fissi all'immagine incancellabile di Gesù buon pastore degli uomini.

Essi annunciarono al mondo il suo messaggio ed agirono per la salvezza degli uomini con gli stessi suoi sacri poteri. Essi sapevano che la missione di Gesù sacerdote, maestro e pastore continuava attraverso le loro persone: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi" (Jn 20,21). Sapevano, infatti, di essere stati costituiti, in mezzo al mondo, come il segno e strumento visibile della presenza viva ed operante del Signore risorto, ed altresi di formare, per un dono ineffabile dello Spirito Santo, un corpo nuovo di uomini dotati di un carattere originale e inconfondibile; il carattere di sacerdoti, maestri, pastori del Nuovo Testamento.


2. Come era avvenuto agli inizi, così è avvenuto sempre. Sono passati i secoli ed i millenni, ma la santa Chiesa continua ad essere la Chiesa del Cristo risorto e della Pentecoste. I Vescovi, successori degli apostoli, ed i sacerdoti, cooperatori dei Vescovi, sono i Vescovi ed i sacerdoti del Cristo risorto e della Pentecoste. così avverrà anche nei tempi futuri, poiché il Signore risorto ha garantito alla sua Chiesa la sua assistenza perenne: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo" (Mt 28,20 cfr. LG 19 LG 28).

Accanto ai Vescovi ed ai sacerdoti diocesani, in fraterna e filiale comunione con essi, vi furono, vi sono e vi saranno altre persone chiamate dal Signore ad una vita di speciale consacrazione. Sono fioriti e stanno rifiorendo i diaconi, servitori del Popolo di Dio. Sono fiorite le moltitudini di missionari, inviati a fondare e a guidare le nuove comunità cristiane. Sono fiorite le innumerevoli forme di vita consacrata negli ordini e congregazioni religiose e negli istituti secolari, che "dimostrano a tutti gli uomini la preminente grandezza della virtù di Cristo regnante, e la infinita potenza dello Spirito Santo, mirabilmente operante nella Chiesa" (LG 44). Tutti questi uomini e donne continuano a trovare la sorgente pura della loro vocazione nella fede nel Risorto e nei doni inesauribili dello Spirito.


3. Carissimi fratelli nell'episcopato e voi tutti, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, persone consacrate, ho voluto richiamare questi pensieri per rivolgervi un caloroso invito: evangelizzate sempre di più e sempre meglio il Popolo di Dio, e particolarmente le famiglie ed i giovani, intorno a queste verità sante che riguardano il sacerdozio, le missioni, la vita consacrata. Il Popolo di Dio, quando prega per le vocazioni, deve sapere bene perché prega e per chi prega. I misteri della Risurrezione e della Pentecoste vi mettono in condizione di parlare, nel modo giusto e più convincente, delle vocazioni sacre. I fedeli, le famiglie, i giovani devono conoscere con sempre maggiore chiarezza che la Chiesa, i suoi sacerdoti, i missionari, le altre persone consacrate non hanno origine da cause o motivi o interessi umani, ma dal disegno misericordioso di Dio, che vuole la salvezza di tutti per la virtù del Cristo morto e risorto e per la forza dello Spirito Santo. Pertanto, la testimonianza personale della vostra vita, tutta dedicata al servizio degli uomini, confermerà le vostre parole e conferirà ad esse, con l'aiuto di Dio, una rinnovata efficacia di persuasione.


4. Carissimi giovani, in questa occasione vorrei rivolgere a voi un invito del tutto particolare: riflettete. Capite che vi sto parlando di cose molto grandi. Si tratta di consacrare tutta la vita al servizio di Dio e della Chiesa. Si tratta di consacrarla con fede sicura, con matura convinzione, con libera decisione, con generosità a tutta prova e senza pentimenti. Le parole di Gesù: "Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo" assicurano la continuità di quel "voi".

Le chiamate del Signore ci saranno sempre, e sempre ci saranno le risposte di persone disponibili. Anche voi dovete mettervi in posizione di ascolto. Dovete penetrare col vostro pensiero, illuminato dalla fede, nella dimensione ultraterrena del disegno divino di salvezza universale. So che troppe cose di questo mondo, troppi avvenimenti di oggi vi turbano. E' proprio per questo motivo che vi invito a riflettere! Aprite il vostro cuore all'incontro gioioso con Cristo risorto. Lasciate che la forza dello Spirito Santo operi in voi e vi ispiri le scelte giuste per la vostra vita. Chiedete consiglio. La Chiesa di Gesù deve continuare la sua missione nel mondo: essa ha bisogno di voi perché è tanto il lavoro da compiere. Nel parlarvi della vocazione e nell'invitarvi a seguire questa strada, io sono l'umile ed appassionato servitore di quell'amore, da cui era mosso Cristo quando chiamava i discepoli alla sua sequela.


5. Infine, carissimi figli e figlie di tutto il mondo, un invito a ciascuno di voi e alle vostre comunità: pregate. E' il punto fondamentale, su cui Gesù ha insistito: "Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe"! (Mt 9,38). Preghiamo tutti con la Vergine santissima, fidando nella sua intercessione. Preghiamo affinché i santi misteri del Risorto e dello Spirito paraclito illuminino molte persone generose, pronte a servire con maggiore disponibilità la Chiesa. Preghiamo per i pastori e per i loro collaboratori, affinché trovino le parole giuste nel proporre ai fedeli il messaggio della vita sacerdotale e consacrata. Preghiamo affinché in tutti gli ambienti della Chiesa i fedeli credano con rinnovato fervore nell'ideale evangelico del sacerdote completamente dedicato alla costruzione del regno di Dio e favoriscano con decisa generosità tali vocazioni. Preghiamo per i giovani, ai quali il Signore rivolge il suo invito a seguirlo più da vicino, affinché non siano distolti dalle cose di questo mondo, ma aprano il loro cuore alla voce amica che li chiama; affinché si sentano capaci di dedicare se stessi, per tutta la vita, "con cuore indiviso" a Cristo, alla Chiesa, alle anime; affinché credano che la Grazia dà loro la forza per una tale donazione e vedano la bellezza e la grandezza della vita sacerdotale, religiosa e missionaria. Preghiamo per le famiglie, affinché riescano a creare il clima cristiano adatto alle grandi scelte religiose dei loro figli. E al tempo stesso ringraziamo di cuore il Signore, perché in questi anni, in molte parti del mondo, tanti giovani, ed anche persone meno giovani stanno rispondendo, in numero crescente, alla divina chiamata. Preghiamo perché tutti i sacerdoti e i religiosi siano di esempio e di incitamento ai chiamati con la loro disponibilità ed umile prontezza - come dicevo nella lettera ai sacerdoti in occasione del Giovedi Santo 1979 - "ad accettare i doni dello Spirito Santo e ad elargire agli altri i frutti dell'amore e della pace, a donare a loro quella certezza della fede, dalla quale derivano la profonda comprensione del senso dell'esistenza umana e la capacità di introdurre l'ordine morale nella vita degli individui e degli ambienti umani" (Ioannis Pauli PP. II "Epistula ad universos Ecclesiae sacerdotes adveniente Feria V in Cena Domini anno MCMLXXIX", die 8 apr. 1979, n.4: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II [1979] 868).

Con l'augurio che i giovani sappiano accogliere con coerente impegno le esigenze di questa chiamata al sacerdozio ed alle altre forme di vita consacrata, li benedico di cuore, unitamente a quanti, nell'intera comunità ecclesiale, li assistono e li sostengono durante il tempo della necessaria preparazione.

Dal Vaticano, 2marzo dell'anno 1980, secondo di pontificato

Data: 1980-04-19 Data estesa: Sabato 19 Aprile 1980.


In occasione della prima Settimana Nazionale delle Vocazioni

Titolo: Messaggio alla Chiesa in Australia

Cari Cattolici Australiani, Cari fratelli e sorelle nel nostro Signore Gesù Cristo, Per la prima volta, la Chiesa Australiana ha organizzato un "Giornata Nazionale di Riflessione sulle Vocazioni".

Uniti nel Corpo di Cristo e fiduciosi nella sua grazia, vi state impegnando insieme per incrementare la vostra consapevolezza della vostra missione nella Chiesa. In questo modo vi sforzate di creare quel clima favorevole che permette a tutti di partecipare alla missione della Chiesa, di condividere la responsabilità del Vangelo e, in particolare, di prendere a cuore la sfida di fornire e sostenere le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa.

Concentrando l'attenzione di tutto il popolo di Dio sul significato della missione della Chiesa, dimostrate come sia importante per tutti essere imbevuti degli ideali del Vangelo; come sia necessario per ognuno lavorare con zelo per il Regno di Dio e contribuire all'evangelizzazione del mondo.

Quando questa sana condizione sarà stata stabilita nella Chiesa, quando tutti i fedeli capiranno la loro dignità in Cristo, e quando ognuno si impegnerà nella propria vocazione nella vita cristiana, allora la comunità ecclesiale, e le famiglie che la compongono, saranno effettivamente in grado di incoraggiare e sostenere i giovani nelle loro vocazioni al sacerdozio o alla vita religiosa.

In questo modo, i giovani stessi capiranno con più facilità che all'interno della comunità della Chiesa tutti i membri sono chiamati alla santità e alla condivisione della responsabilità del Vangelo. Ma capiranno anche che c'è una particolare sfida ed una speciale consacrazione che hanno origine in una chiamata personale ed individuale che viene dal Signore Gesù attraverso il potere dello Spirito.

Questa chiamata porta con sé il potere di essere ascoltati, perché è collegata all'efficacia della passione, morte e resurrezione di Cristo. Ma la risposta alla chiamata di Cristo è collegata anche alla libertà umana e al fervore dell'amore. Per questa ragione la Chiesa è invitata alla preghiera per le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa: per chiedere al "padrone della messe che mandi che mandi operai nella sua messe" (Mt 9,38).

E così, il mio appello di oggi è un appello alla preghiera, ad una sincera preghiera, affinché i bisogni della Chiesa siano soddisfatti, in modo che essa possa avere sacerdoti fedeli e religiosi consacrati secondo la volontà di Cristo ed il progetto del suo Padre Eterno.

A tutti i giovani australiani ripeto ora ciò che ho già detto altrove ai giovani: "Prestate ascolto alla chiamata del Signore quando lo sentite dire: "Seguimi!" Cammina lungo le miei vie! Rimani al mio fianco! Rimani nel mio amore!". Non abbiate paura. E' meraviglioso poter comunicare la pace di Cristo, promuovere la sua giustizia, diffondere la sua verità, proclamare e vivere il suo amore.

Se Cristo veramente vi chiama al sacerdozio o alla vita religiosa, non abbiate paura di dire "Si". Non abbiate paura di un unico e permanente impegno con Cristo. Non esitate ad aver fiducia nella sua forza, a credere che il suo amore vi sosterrà per sempre nel servizio ai vostri fratelli.

Ricordate che il potere del Mistero Pasquale di Cristo supplirà alle vostre debolezze e colmerà i vostri cuori di gioia. E la Madre di Cristo non vi abbandonerà mai.

Cari giovani: questo è un momento speciale per voi e per tutta la comunità Cristiana. E' un momento di impegno e responsabilità, un momento di generosità e gioia! Aprite i vostri cuori alla chiamata di Cristo e mia: Venite, seguitemi! Possa tutta la Chiesa Australiana essere colmata di un rinnovato senso della missione, e di nuovo vigore e nuova forza: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. [Traduzione dall'inglese]

Data: 1980-04-19 Data estesa: Sabato 19 Aprile 1980.


Recita del Regina Coeli - Basilica di san Pietro - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Cristo restituisce all'uomo la gioia di essere uomo

1. Mentre ci riuniamo oggi, di nuovo, sulla piazza san Pietro per proclamare la gioia pasquale con le parole del saluto "Regina Coeli", permettete che il mio ricordo si rivolga a quella città, in cui mi è stato dato di pronunciare questa antifona pasquale una settimana fa: a Torino.

E prego anche voi tutti qui riuniti di salutare, insieme con me, la Madre del risorto nei santuari mariani del capoluogo del Piemonte, i quali, con un'eco così profonda dei cuori, hanno risposto, una settimana fa, a queste parole: "Regina coeli, laetare...".

Era l'eco di tutti quei luoghi, che ho potuto visitare domenica scorsa, "in albis", alla conclusione dell'ottava pasquale, iniziando dal luogo dedicato alla Madonna santissima, che si chiama, così eloquentemente, "Consolata", luogo in cui l'afflizione e il dolore di tanti uomini s'incontrano con la gioia e la consolazione, e l'avvilimento e la paura, causati dagli avvenimenti dolorosi dei nostri tempi, cedono il passo dinanzi alla speranza, che scaturisce dal cuore della Madre del risorto.

Proprio da quel luogo, da quel santuario della speranza mi è stato dato di iniziare il mio incontro con la Chiesa e con la città. Esso ha avuto molte tappe consecutive, molti momenti carichi di profondo contenuto. Bisogna esprimere un certo rammarico perché essi sono stati così brevi. Spero tuttavia che ciò che non si è potuto contenere nel tempo, si sia contenuto nel cuore, e continui a vivere lasciando in esso tracce durature.

Poi, il Cottolengo: la casa della Divina Provvidenza e l'incessante testimonianza resa a Cristo nelle sue sorelle e nei suoi fratelli più bisognosi.

E ancora, la cattedrale di Torino: il luogo dove si trova, da secoli, la sacra Sindone, la reliquia più splendida della passione e della risurrezione. Là mi è stato dato di incontrarmi con l'episcopato del Piemonte e con i sacerdoti di Torino, con i quali ho concelebrato l'eucaristia sul sagrato del tempio.

E inoltre, le religiose, riunite nel santuario dell'Ausiliatrice, piene dell'amore e della dedizione alla causa di Cristo.

E quindi, i giovani sulla piazza davanti alla Basilica salesiana (e poi dentro, nell'oratorio): la gioventù così calorosa, instancabile, così sensibile a ogni parola del Vangelo.

E infine, tutta Torino: la città di due milioni di abitanti, nella sua struttura contemporanea. Come dimenticare l'incontro, che si è svolto lungo le vie della metropoli, su tutte le strade del percorso fino alla Gran Madre, con una folla gigantesca, la cui immagine porto nei miei occhi?! Tutto questo desidero oggi qui ricordare. Ringraziare di tutto le autorità della città, e i pastori della Chiesa torinese. Tutto desidero inserire nell'odierna preghiera di gioia pasquale, rivolta alla Genitrice di Dio: "Regina coeli, laetare!".


2. Perché proprio Torino? Dopo la visita, vedo ancora meglio i motivi che hanno spinto il Cardinale Arcivescovo a farmi questo invito e quale risonanza essi hanno trovato nel mio cuore! Ebbene, prima di tutto, il bisogno di un atto di particolare solidarietà con quella città e con quella Chiesa, verso le quali si rivolgono, non senza preoccupazione, gli occhi di tutta l'Italia.

Contemporaneamente: il bisogno di avvicinamento a quel particolare santuario che è Torino, la Torino della sacra Sindone, la Torino di tanti santi a cominciare dal Vescovo san Massimo, e soprattutto di quelli che hanno svolto il loro apostolato in quella città alla soglia dei nostri tempi, il Cafasso, don Bosco, il Cottolengo, il Murialdo.

Infine: il bisogno di comprendere, in particolare, il paradosso di Torino. Da una parte, una eredità così potente di santità dalla chiara dimensione sociale, e dall'altra una così grave minaccia dei fondamentali valori della convivenza e dell'ordine sociale. La tensione fra l'eredità della santità, l'industrializzazione e il terrorismo.

Se tutto ciò costituisce una particolare sfida per la Chiesa, se con tutto ciò si spiega l'invito del Papa a Torino, oggi, dopo la realizzazione di quell'invito, mi sia permesso di dire che il frutto di tale pellegrinaggio pasquale e della visita è una nuova esperienza della fede in Cristo, il quale costantemente restituisce all'uomo la gioia di essere uomo.

Si. Cristo dà all'uomo questa gioia. E questo è il dono più grande. E' il fondamento di tutto ciò che gli uomini desiderano e che possono realizzare attraverso qualsiasi loro programma o ideologia.

Si. Ciò è alle basi di ogni cosa. L'uomo deve essere riconciliato con la sua umanità. Non lo si può privare di ciò su qualsiasi strada. Non lo si può privare soprattutto dell'accettazione della propria umanità. Non lo si può privare della gioia semplice, fondamentale del fatto di essere uomo.

Cristo dà all'uomo questa pace. E gli dà questa gioia. Questa è proprio la gioia pasquale.

Insieme con voi, ed insieme con tutti coloro che hanno partecipato al mio pellegrinaggio, desidero ringraziare Cristo perché per le vie di Torino è passata questa gioia pasquale e questa pace che dà Cristo.

"Regina coeli, laetare!" Sul ferimento dell'ambasciatore di Turchia presso la santa Sede Desidero ora esprimere la mia pena più profonda per l'attacco terroristico, diretto all'ambasciatore di Turchia presso la santa Sede, signor Vecdi Türel, giovedi scorso, qui a Roma.

Ricordo con animo grato come quell'eccellente diplomatico sia stato al mio fianco, quando, nello scorso novembre, ho visitato la sua patria; e non posso non pensare con dolore che egli avrebbe potuto perdere ora la vita come avvenne al suo predecessore, in un vile atto proditorio, tanto insano quanto inutile, rivolto contro un funzionario fedele al proprio dovere, incaricato di rappresentare il suo nobile paese presso la santa Sede, protetto, nell'adempimento del suo quotidiano lavoro, dal diritto delle genti.

Ringrazio Iddio perché l'attentato non ha avuto conseguenze più gravi e rinnovo all'ambasciatore, e al suo collaboratore ferito, il mio augurio cordiale di una pronta ripresa; al tempo stesso, ripeto tutta la mia riprovazione per metodi inqualificabili del terrorismo, che provocano lo sdegno di tutte le coscienze rette.

Non così, non così si risolvono i problemi dell'umana convivenza, ma soltanto si aggravano di più, perché creano confusione ideologica, colpiscono persone innocenti, danno origine a spirali di violenza irrazionale, che distrugge senza costruire e, soprattutto, offendono e umiliano l'uomo: l'uomo creatura sublime di Dio, che non si può, non si deve oltraggiare.

Come in tutte le precedenti analoghe occasioni, io levo alta la mia voce contro queste paurose espressioni della barbarie moderna - da qualunque parte esse vengano - che fanno retrocedere l'umanità verso secoli bui di distruzione e di terrore e non possono, proprio perché ricorrono a tali estremi, essere posti a sostegno di nessuna causa; e prego il Signore che plachi gli animi inquieti e conceda finalmente quella tranquillità dell'ordine e nel rispetto dei diritti di ogni persona umana senza la quale il mondo non può avanzare verso gli auspicabili e necessari traguardi di solidarietà, di progresso, di pace, nelle relazioni nazionali e internazionali.

La "Giornata dell'Università Cattolica" Oggi si celebra in tutta Italia la "Giornata dell'Università Cattolica".

Voi conoscete le grandi finalità che tale istituzione persegue. Ne offre una sintesi significativa il tema proposto quest'anno alla riflessione della comunità cristiana: "Verità per l'uomo". Nel servizio all'uomo, non sono solo i bisogni materiali che contano. V'è una fame dello spirito, che può essere saziata soltanto col pane della verità. L'Università Cattolica è nata per recare il proprio contributo all'appagamento di questa fame. E' una causa nobilissima, come vedete.

L'affido alla vostra preghiera.

[Omissis. Seguono i saluti ai motociclisti e ad altri gruppi presenti.]

Data: 1980-04-20 Data estesa: Domenica 20 Aprile 1980.


Omelia alla parrocchia di santa Maria Regina Pacis - Ostia (Roma)

Titolo: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini"

1. "Pace a voi!". Con queste parole Cristo saluto, dopo la sua risurrezione, gli apostoli riuniti nel cenacolo, venendo a loro per la prima volta. "Pace a voi!".

Ciò successe quel giorno, il primo dopo il sabato, in cui le donne si erano recate, di buon mattino, al sepolcro e non avevano trovato in esso il corpo di Cristo - e in seguito, Pietro e Giovanni, da esse avvertiti, avevano fatto la stessa constatazione: la pietra ribaltata, la tomba vuota, le bende, in cui era avvolto il corpo del Signore, per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, in un luogo a parte. La sera di quello stesso giorno Gesù venne a loro, nel cenacolo, dove essi si trovavano per timore dei giudei - venne entrando per la porta chiusa, e li saluto con le parole "Pace a voi" (cfr. Jn 20).

Con le stesse parole desidero salutare la parrocchia dedicata alla Madre di Dio Regina della Pace che mi è dato di visitare oggi, terza domenica del periodo pasquale. E pronuncio queste parole del saluto di Cristo con gioia tanto grande, perché la vostra parrocchia porta il nome della Regina della Pace; le parole "pace a voi" sono perciò particolarmente vicine allo spirito che vivifica la vostra comunità. Sotto il patronato di Maria "Regina della Pace" questo saluto di Cristo risorto risuona con la forza particolare della fede, della speranza e della carità. La pace è infatti un particolare frutto di quella carità che vivifica la fede. E' la pace che il mondo non può dare, la pace che dà Cristo soltanto: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace" (Jn 14,27).


2. Il mio saluto, pertanto, si rivolge a tutti voi, cominciando dal signor Cardinale Carlo Confalonieri, del titolo della Chiesa suburbicaria di Ostia e decano del Sacro Collegio, che ha voluto essere presente a questa mia visita pastorale. Saluto poi il signor Cardinale Vicario Ugo Poletti, che con la sua presenza ha voluto testimoniare l'affetto che lo lega a questa punta avanzata della città di Roma. Saluto, poi, il Vescovo ausiliare, monsignor Clemente Riva, alla cui sollecitudine è affidata in particolare la zona della quale fa parte questa parrocchia: egli ha compiuto durante lo scorso mese la visita pastorale della vostra comunità, si è reso conto di persona dei problemi che vi si vivono ed ha maturato con voi un progetto concreto di impegno cristiano per il prossimo futuro. Ora è giunto il tempo di attuarlo. Saluto il parroco, don Giuseppe De Filippi, e gli altri sacerdoti, che attendono con dedizione umile e generosa alla cura pastorale di questa porzione del gregge del Signore.

Una particolare parola di saluto desidero rivolgere alle religiose delle quattro congregazioni, che operano nell'ambito della parrocchia: all'apprezzamento con cui l'intera comunità segue il loro servizio nelle varie attività educative ed assistenziali, voglio aggiungere anche il mio plauso, sottolineando in special modo la disponibilità ammirevole che esse dimostrano nel collaborare con le iniziative pastorali, programmate dalla parrocchia.

Non può mancare, infine, un saluto cordiale ai vari gruppi, nei quali si articola l'impegno del laicato cattolico: in parrocchia v'è un nutrito gruppo di catechisti che affiancano i sacerdoti e le suore nella preparazione dei ragazzi ai sacramenti dell'eucaristia e della cresima, due momenti fondamentali della vita cristiana; ve ne sono poi altri che, dalla preghiera e dalla riflessione comunitaria sulla parola di Dio, traggono incitamento per una adesione più generosa alle esigenze della loro personale vocazione vissuta in dimensione decisamente ecclesiale; vi sono, infine, quelli che si dedicano ad attività di promozione umana fra i ragazzi, i giovani, gli anziani. A tutti va la mia stima sincera ed il più caloroso incoraggiamento.

Una parrocchia ha sempre problemi delicati da risolvere; la vostra ne ha di particolarmente complessi. Non è possibile pensare di poterli affrontare efficacemente senza la collaborazione di tutti. Penso, soprattutto, ai problemi posti dalla crescita vertiginosa della popolazione; a quelli derivanti dalla diversa provenienza dei vari nuclei familiari, molti dei quali hanno alle spalle tradizioni, abitudini, mentalità notevolmente distanti; ai problemi connessi con le difficoltà di inserimento sociale dei giovani e con il conseguente sbandamento di non pochi fra loro... Non è facile costruire, in un simile contesto, una parrocchia che sia veramente Chiesa, nella quale cioè le singole persone giungano a fare un'esperienza di autentica comunione ed a provare la gioia che deriva dal condividere i medesimi beni spirituali nella prospettiva di una comune speranza.

E' necessario per questo l'impegno di tutte le varie componenti della comunità ed in particolare l'impegno delle famiglie, sul cui apporto all'azione parrocchiale giustamente si è molto insistito durante la visita pastorale. La parrocchia è un edificio per la cui costruzione ognuno deve portare la propria pietra, cioè la testimonianza cristiana data nelle parole e nella vita.


3. In questa luce prego adesso voi, abitanti di Roma, voi, cristiani di Roma, a volervi soffermare con attenzione particolare su di una frase, che ha pronunciato il primo Vescovo di Roma, l'apostolo Pietro. Egli ha pronunciato questa frase insieme con gli altri apostoli con i quali era stato condotto, come testimoniano gli Atti degli Apostoli, davanti al supremo consiglio dei giudei, davanti al sinedrio. Il sommo sacerdote accusa gli apostoli, opponendo loro una contestazione. Dice così: "Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare più nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell'uomo" (Ac 5,28). Molto significative sono specialmente le ultime parole. Noi infatti ricordiamo bene che dinanzi a Pilato, il quale, quasi per giustificarsi della sentenza pronunciata contro Gesù, aveva detto: "Non sono responsabile, di questo sangue", la folla ivi riunita, eccitata dal sinedrio, aveva gridato: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli" (Mt 27,24-25).

Adesso ascoltando simili parole dalla bocca del sommo sacerdote, Pietro e gli apostoli rispondono: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Ac 5,29). E il significato di questa risposta lo spiegano le parole che seguono.

Mentre, infatti, gli anziani di Israele chiedono agli apostoli il silenzio su Cristo, Dio invece non permette loro di tacere: "Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui" (Ac 5,30-33).

Nelle poche frasi pronunciate da Pietro troviamo una testimonianza intera e completa della risurrezione di Cristo: un'intera e completa teologia pasquale.

Questa verità, che nella nostra epoca ripeterà di nuovo con tutto l'ardore e la convinzione della fede il Concilio Vaticano II, la troviamo già, in tutta la sua profondità e pienezza, in quella risposta di Pietro data al sinedrio.


4. A questa verità si riferiscono le parole: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini".

La verità che confessiamo mediante la fede proviene da Dio. E' la parola del Dio vivente. Questa sua parola, indirizzata agli uomini, Dio l'ha pronunciata molte volte per mezzo degli uomini che egli ha mandato - soprattutto l'ha pronunciata mediante il suo Figlio che è diventato uomo. E quando s'erano spente le parole del Figlio, quando la sua testa si era piegata sulla croce nell'ultimo spasimo della morte, quando la sua bocca si era chiusa, allora Dio, per così dire, al di sopra di questa morte, ha pronunciato la parola ultima e decisiva per la nostra fede, la parola della risurrezione di Cristo. E questa parola del Dio vivente ci obbliga più di qualsiasi ordine o intenzione umana. Questa parola porta in sé l'eloquenza suprema della verità, porta in sé l'autorità di Dio stesso.

Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Egli è la fonte della verità indubbia e infallibile - mentre la verità che può attingere la conoscenza umana e l'intelligenza anche degli uomini più geniali porta con sé la possibilità di sbaglio e di errore. Infatti, la storia del pensiero testimonia che qualche volta hanno sbagliato le più grandi autorità nel campo della filosofia e della scienza - e coloro che ad essi succedevano mettevano in evidenza questi errori portando avanti in questo modo l'opera della conoscenza umana, per altro meravigliosa..., ma sempre umana.

Pietro e gli apostoli stanno dinanzi al sinedrio, hanno piena consapevolezza ed assoluta certezza che, in Cristo, ha parlato Dio stesso - che ha parlato definitivamente con la sua croce e con la sua risurrezione. Pietro e gli altri apostoli, pertanto, come quelli a cui direttamente è stata data questa verità - come coloro che, a suo tempo, hanno ricevuto lo Spirito Santo - devono rendere testimonianza ad essa.


5. Credere vuol dire accettare la verità che viene da Dio con tutta la convinzione dell'intelletto, appoggiandosi sulla grazia dello Spirito Santo "che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui" (Ac 5,32): accettare ciò che Dio ha rivelato, e che sempre giunge a noi mediante la Chiesa nella sua viva "trasmissione", cioè nella tradizione. L'organo di questa tradizione è l'insegnamento di Pietro e degli apostoli e dei loro successori.

Credere vuol dire accettare la loro testimonianza nella Chiesa, che custodisce questa testimonianza di generazione in generazione, e poi - in base a questa testimonianza - rendere testimonianza alla stessa verità, con la stessa certezza e convinzione interiore.

Nel corso dei secoli cambiano i sinedri che richiedono il silenzio, l'abbandono oppure la deformazione di questa verità. I sinedri del mondo contemporaneo sono del tutto diversi e sono numerosi. Tali sinedri sono i singoli uomini che rifiutano la verità divina; sono i sistemi del pensiero umano, della conoscenza umana; sono le diverse concezioni del mondo ed anche i diversi programmi del comportamento umano; sono anche le varie forme di pressione della cosiddetta opinione pubblica, della civiltà di massa, dei mezzi delle comunicazioni sociali di tinta materialistica, laica, agnostica, antireligiosa; sono infine anche alcuni contemporanei sistemi di governo, che - se non privano totalmente i cittadini della possibilità di confessare la fede - almeno la limitano in diversi modi, emarginano i credenti e fanno di loro quasi dei cittadini di categoria inferiore... e dinanzi a tutte queste forme moderne del sinedrio d'allora, la risposta della fede rimane sempre la stessa: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce... E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo..." (Ac 5,29-32).

"Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini...".


6. Pensiamo, cari fratelli e sorelle, a tutti quegli uomini nel mondo, nostri fratelli in Cristo, che danno tale risposta di fede... in condizioni a volte molto più difficili di quelle in cui noi ci troviamo. Pensiamo a coloro che pagano il più grande prezzo per tale risposta: a volte quello della vita stessa, a volte quello della privazione della libertà, o dell'emarginazione sociale, o dello scherno...

Il libro degli Atti dice che gli apostoli "se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù" (Ac 5,41).

Anche oggi non mancano simili testimoni. Con la stessa forza dello Spirito fruttificano in essi le parole di Pietro, pronunciate all'inizio della storia della Chiesa: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (Ac 5,29).

Preghiamo spesso per coloro la cui fede richiede il prezzo di questa grande e, a volte, estrema prova, affinché non manchi loro la forza dello Spirito.

E infine guardiamo a noi stessi: qual è la nostra fede? la fede degli uomini di questa Roma, di cui il primo Vescovo fu proprio Pietro? E' questa fede così univoca e chiara come quella confessata da Pietro dinanzi al sinedrio? O non è invece a volte piuttosto equivoca? mescolata con sospetti e con dubbi? mutilata? adattata ai nostri punti di vista umani? ai criteri della moda, della sensazione, dell'opinione umana? Possiamo veramente far nostre le parole di Pietro: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini"? E preghiamo per la nostra fede.

Per la fede della generazione giovane. E per la fede della generazione vecchia. Sono diverse le prove che essa attraversa nei singoli luoghi della terra... nei singoli uomini.

Non ci manchi mai quella vista, che anche a noi - come agli apostoli sul lago - permetta di scoprire la presenza di Cristo: "E' il Signore" (Jn 21,7), e di navigare verso di lui.

Dio non permetta che ci allontaniamo da lui.

Data: 1980-04-20 Data estesa: Domenica 20 Aprile 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - Messaggio per la XVII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni - Città del Vaticano (Roma)