
GPII 1980 Insegnamenti - Recita del Regina Coeli - Piazza san Pietro - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Un particolare pellegrinaggio al cuore degli uomini
1. Vi ringrazio, cari fratelli e sorelle, per la vostra presenza nell'ora della nostra comune preghiera domenicale in piazza san Pietro. "Regina coeli, laetare...". Durante tutto il periodo pasquale, la Chiesa non cessa di invitarci a partecipare alla gioia di Maria, madre del Signore risorto. La sua gioia concentra in sé tutto ciò, di cui gioisce la Chiesa: ogni bene della natura e della grazia, il bene che si manifesta nelle opere del pensiero umano e dell'arte, e soprattutto il bene che fruttifica nelle coscienze e nei cuori di tutti gli uomini.
In ogni aspetto di tale bene è presente il mistero pasquale, in ognuno di essi "la vita vince la morte", e la risurrezione di nostro Signore vi imprime la sua durevole traccia.
La Chiesa gioisce in mezzo alle sofferenze, che non mancano mai nella sua vita, e in mezzo alle fatiche e alle minacce, tra cui si sviluppa l'opera del Vangelo in tutta la terra. Lo testimoniano gli Atti degli Apostoli, che in questo periodo pasquale costituiscono una particolare fonte per le letture liturgiche del Popolo di Dio. Questa più antica registrazione degli avvenimenti della vita della Chiesa apostolica coglie il mistero pasquale, che si riflette nelle fatiche dei primi testimoni di Cristo sulle vie del mondo.
2. Nello Spirito della più genuina gioia pasquale della Chiesa, intraprendo, nei prossimi giorni, il mio nuovo viaggio pastorale in Africa. Anche questo viaggio è un particolare pellegrinaggio al cuore di quegli uomini e di quei popoli, che in notevole misura hanno già accettato il Vangelo, e in notevole misura sono sempre aperti ad accettarlo. E ciò costituisce quasi la prosecuzione degli Atti degli Apostoli, di cui si scrivono ancora ulteriori capitoli di generazione in generazione, di secolo in secolo.
Le Chiese dell'Africa - in particolare le Chiese nello Zaïre e nel Ghana - compiono il primo secolo della loro esistenza. Quante cose tale fatto dice a noi, che abbiamo già alle spalle poco meno di due millenni di battesimo e d'evangelizzazione! Quanto desideriamo condividere la gioia di coloro che, con gratitudine verso la santissima Trinità, pensano al loro primo centenario, guardando contemporaneamente con speranza al futuro.
Quanto desideriamo, condividendo la loro gioia pasquale, edificarci con questa stessa gioia, ritrovare in essa ciò che è eternamente giovane nella missione di Cristo e della Chiesa: ciò che è sempre uguale "ieri, oggi e domani" (cfr. He 13,8).
3. Perciò, mi reco là con gioia. Mi reco contemporaneamente con senso di servizio, al quale sono stato chiamato come Vescovo di Roma e successore di Pietro. Ritengo questo servizio particolarmente legato allo spirito dell'epoca in cui viviamo. In tempi, in cui gli uomini e le nazioni, i paesi e i continenti si avvicinano l'uno all'altro, è necessario che la Chiesa dimostri a se stessa e al mondo quella unità, che è dono del Signore risorto; che essa cerchi i segni di questa unità e, nello stesso tempo, le nuove vie e i mezzi per esprimerla.
Questa chiamata della Chiesa e del mondo è stata intuita così magnificamente dal Papa Paolo VI, il quale l'ha lasciata al suo successore come un compito che ulteriormente bisogna assumere ed approfondire. E il servizio, che viene compiuto in questo modo verso la Chiesa, è nello stesso tempo un servizio verso gli uomini e le nazioni.
Non predispone forse a grande gioia il fatto di poter visitare i popoli dell'Africa nera nei loro propri paesi, nei loro Stati sovrani, come i veri padroni della propria terra e i timonieri del proprio destino? Non è questo anche un riflesso di quella gioia pasquale della Chiesa? Come figlio di una nazione che, nella sua storia, ha provato, in modo particolare, quale sia il prezzo della propria libertà, mi affretto con gioia tanto più grande verso questi popoli del continente africano, che da poco godono la loro indipendenza e da essa vogliono trarre il proprio avvenire storico.
4. Raccomando questo mio servizio verso la Chiesa in Zaire, Congo, Kenya, Ghana, Alto Volta, Costa d'Avorio, alla preghiera della Chiesa intera. Lo raccomando particolarmente alla vostra preghiera, cari fratelli e sorelle, che così volentieri vi unite a me ogni domenica, in questo nobile luogo.
Sia con noi Cristo risorto, redentore dell'uomo, Dio della pace e Signore per sempre! 5. Ed ora, cari fratelli e sorelle, uniamoci con tutta la Chiesa, che nella domenica odierna prega in modo particolare per le vocazioni. Pregano le diocesi.
Pregano le congregazioni religiose. Pregano tutti coloro che amano Cristo e la sua Chiesa. La Chiesa, dappertutto e sempre, ha bisogno dei sacerdoti, scelti fra gli uomini e costituiti per il bene degli uomini (cfr. He 5,1).
Ha anche bisogno di suore e di frati, che vivono secondo i consigli evangelici in una totale dedizione a Cristo. E' lo stesso Signore Gesù che ci ha insegnato che dobbiamo pregare il Signore della messe affinché "mandi operai nella sua messe" (Mt 9,38). Questa messe è grande. E immensa. Grande deve essere anche la domanda, grande la preghiera della Chiesa intera per gli operai, indispensabili alla messe.
Preghiamo per le vocazioni, recitando il saluto pasquale "Regina coeli, laetare". Qual è la migliore testimonianza della maturità pasquale della Chiesa - in ogni dimensione: di parrocchia, di diocesi, di congregazione, di paese, di continente - qual è, ripeto, la migliore testimonianza di questa gioia pasquale, se non l'accrescersi delle vocazioni? Che Cristo risorto vinca in tanti giovani cuori; che la sua chiamata, "Seguimi!", riporti vittoria! Che l'umiltà e la fiducia di tutta la Chiesa, l'affidamento alla Genitrice di Dio portino i frutti tanto desiderati. "Regina coeli, laetare".
[Omissis. Seguono i saluti ai partecipanti alla staffetta podistica Bologna-Roma; ai giovani dell'oratorio Sacro Cuore di Castellanza; al gruppo di studentesse di Trapani; a due complessi canori; a due gruppi parrocchiali.
Data: 1980-04-27 Data estesa: Domenica 27 Aprile 1980.
Titolo: Il saluto ai medici cattolici italiani
Cari ed illustri Signori dell'Associazione Medici Cattolici Italiani! Sono lieto di incontrarmi nuovamente con voi in questo Cortile di San Damaso, dopo l'incontro, per così dire, ufficiale e solenne che io ebbi, all'inizio del Pontificato, con codesta Associazione, e di rinnovarvi il mio compiacimento e il mio plauso per la vostra benemerita attività umanitaria e, ancor più, per l'ispirazione cristiana, che la illumina e dirige.
Ai sentimenti di sincero apprezzamento, si aggiungono oggi quelli non meno sentiti, della riconoscenza per il dono che avete recato con voi: l'Unità Mobile di Rianimazione, che vedo qui esposta, quale segno tangibile di filiale affezione verso il Papa e di cristiana solidarietà, perché destinata a soccorrere, a proteggere e a salvare vite umane, con le sue attrezzature tecniche di avanguardia.
Vada il mio elogio a quanti hanno voluto promuovere questa bella iniziativa e vi hanno apportato il loro contributo, e in particolare allo zelante Assistente Ecclesiastico Centrale, Monsignor Fiorenzo Angelini, ai membri del Consiglio Centrale, ai Delegati Regionali ed ai Presidenti delle Sezioni diocesane. Un encomio speciale, per la loro generosa contribuzione, esprimo ai Medici e a numerosi Cappellani ospedalieri e Religiose infermiere della diocesi di Roma, che hanno voluto così riaffermare il loro particolare vincolo di comunione ecclesiale col loro Vescovo.
In questa felice occasione vi voglio lasciare anche un'esortazione: voi che lavorate nel servizio medico, abbiate sempre un alto concetto della vostra missione, che "per nobiltà, per utilità, per idealità si avvicina da presso alla vocazione stessa del sacerdote", come già ebbi a dirvi nel precedente incontro.
Vi conforti nel preciso compimento del vostro dovere la consapevolezza di dare un apporto indispensabile alla tutela ed alla difesa della vita umana, di quella vita che porta in sé l'impronta di Dio Creatore, che ha formato l'uomo a sua immagine e somiglianza. Questa coscienza diffonda sul vostro lavoro una luce religiosa e vi aiuti a vedere sempre nel malato il corpo sofferente del Cristo.
Accompagno con questi voti la vostra attività, e, mentre auguro che sentimenti sempre nobili e cristiani la sostengano, prego Colei che voi invocate come "Salus Infirmorum" di assistere e di remunerare quanti di voi, con buoni intenti e con buoni procedimenti, impiegano il loro ingegno e la loro opera per restituire salute e serenità a tanti fratelli nostri provati dal dolore e dalla infermità.
Vi sia di sostegno la Benedizione Apostolica, che con grande effusione imparto a voi, ai vostri cari ed a tutti i vostri colleghi ed amici.
Data: 1980-04-27 Data estesa: Domenica 27 Aprile 1980.
Titolo: La forza irreversibile della redenzione
1. "Acclamate al Signore, voi tutti della terra, / servite il Signore nella gioia, / presentatevi a lui con esultanza". (Ps 99,2).
Queste parole della liturgia odierna vengono con insistenza sulle mie labbra, mentre mi trovo tra le nobili mura di questo tempio, che è il centro della vostra parrocchia e le dà il nome. La Basilica di santa Maria in Trastevere è una chiesa che conosco bene; è la chiesa, in cui mi sono soffermato e in cui ho pregato più di una volta. Si tratta, infatti, di un tempio fortemente collegato con la storia della Chiesa in Polonia, con la mia patria. Qui, nell'anno 1579 furono deposte le spoglie mortali del grande cardinale Stanislaw Hozjusz, Vescovo di Warmia, che fu uno dei legati pontifici al Concilio Tridentino, dando un cospicuo personale contributo per il rafforzamento della fede e della Chiesa. Nel monumento funebre si leggono le sue celebri parole: "Catholicus non est qui a Romana Ecclesia in fidei doctrina discordat" (Non è cattolico chi nella dottrina della fede discorda dalla Chiesa di Roma). Fra le antiche pitture dell'atrio del portico della Basilica si ammira una Madonna col Bambino, e san Venceslao di Boemia. E' noto, anche, che da oltre un quarto di secolo la Basilica di santa Maria in Trastevere è la chiesa titolare del Cardinale Stefan Wyszynski, Arcivescovo di Gniezno e di Varsavia, il grande primate della Chiesa in Polonia nei nostri tempi.
Per questi motivi mi è stato dato di visitare, molte volte, questo nobile tempio, di pregare qui, di celebrare il santissimo sacrificio o di assistere ad esso, in particolare durante il Concilio Vaticano II e poi nel periodo postconciliare. Ho avuto anche modo di prender conoscenza dei dintorni della Basilica e quindi dell'ambiente della vostra parrocchia. Ho camminato spesso lungo queste vie, recandomi, per le diverse riunioni, nel vicino palazzo di san Calisto, specialmente quando partecipavo ai lavori del consiglio per i laici.
2. E perciò, tanto più cordialmente saluto oggi la vostra comunità: la parrocchia che ha l'onore di portare il nome di Nostra Signora di Trastevere e che qui, attorno al tempio, pulsa con la molteplice vita degli uomini, degli abitanti, degli stranieri, dei cittadini di questa città e dei suoi ospiti. E' nota la parte che Trastevere ha avuto nella vita della Roma antica e di quella medievale.
L'antichità di questa zona è testimoniata anche dagli edifici e dalle caratteristiche strette vie.
In questo quartiere, dopo il matrimonio abito a lungo, prima di istituire le oblate della congregazione benedettina di Monte Oliveto, santa Francesca Romana, nata nel 1384 e morta nel 1440. Essa trasformo la sua ricca dimora trasteverina in ospizio per i bisognosi e in ospedale per i malati; andava mendicando, di casa in casa, per i poveri attraverso le vie di Trastevere, ella che era imparentata con la nobile famiglia dei Ponziani. La parrocchia di santa Maria in Trastevere è fiera di poter annoverare questa grande santa nella sua comunità storica; è fiera di poter chiamare santa Francesca Romana "sua parrocchiana".
La visita pastorale era fissata il 9 marzo, giorno della memoria liturgica della santa. Purtroppo, come sapete, allora non ho potuto venire qui. Vi rinnovo le mie scuse! Ma eccomi finalmente con voi! Desidero porgere il mio affettuoso e fraterno saluto a tutti i "trasteverini", agli artigiani - lavoratori del rame, del cuoio, vetrai, falegnami, pittori -, agli artisti, ai professionisti, che compongono la varia e simpatica famiglia di Trastevere; a tutti i 6.000 parrocchiani ed alle loro 1.750 famiglie! Un fraterno saluto al parroco, lo zelante monsignor Teocle Bianchi, che da trent'anni dona indefessamente tutto se stesso per il bene delle vostre anime! al vice-parroco, don Carlo Monacchi, ai membri del capitolo della Basilica, ai sacerdoti che, animati da autentico spirito di servizio, danno il loro contributo per le varie iniziative pastorali.
Un saluto alle comunità religiose maschili, che vivono nell'ambito della parrocchia; i minori osservanti francescani, i padri barnabiti, i servi di Maria, i padri maroniti e i claretiani; come pure porgo il mio saluto alle numerose comunità religiose femminili: le suore dell'Immacolata Concezione di Ivrea, le terziarie francescane alcantarine, le suore di nostra Signora di Sion, le suore inglesi di Gesù bambino, le suore del ritiro del Sacro Cuore, le suore della Divina Provvidenza. Saluto altresi le numerose e tanto benemerite confraternite e arciconfraternite.
Un cordiale saluto ai padri ed alle madri di famiglia, che cercano di vivere cristianamente la loro vita di ogni giorno, carica di problemi e di preoccupazioni; agli anziani, agli ammalati, ai poveri della parrocchia, i quali hanno bisogno della nostra comprensione fraterna e della nostra operosa carità. Un saluto del tutto speciale va ai giovani, ai ragazzi e ai bambini, speranza della parrocchia. Ad essi desidero esprimere in questa occasione il mio incoraggiamento e l'auspicio che sappiano guardare al futuro, preparandosi ad esso con impegno e serenità, per essere esemplari cristiani ed integerrimi cittadini.
Parlando qui, in questi luoghi che accolsero, fin dagli inizi del cristianesimo, i primi apostoli e in seguito tanti visitatori e pellegrini, vorrei ricordare un aspetto, che tocca particolarmente il cuore del Vescovo di Roma, pontefice della Chiesa universale. Si tratta della funzione internazionale della Chiesa, svolta proprio qui a Roma, da tante persone, membri degli organismi della curia o incaricati al servizio delle molteplici organizzazioni cattoliche internazionali, che qui hanno la loro sede o il loro segretariato: sacerdoti, laici, religiosi e religiose. A queste persone, inserite nel cuore del servizio apostolico della Chiesa nella sua dimensione universale, il mio riconoscente saluto.
3. La liturgia della domenica odierna è piena della gioia pasquale, la cui sorgente è la risurrezione di Cristo. Noi tutti ci rallegriamo di essere "il suo popolo e gregge del suo pascolo". Ci rallegriamo e proclamiamo "le grandi opere di Dio" (Ac 2,11).
"Riconoscete che il Signore è Dio: / egli ci ha fatti e noi siamo suoi, / suo popolo e gregge del suo pascolo" (Ps 99,3).
Tutta la Chiesa si rallegra oggi perché Cristo risorto è il suo pastore: il buon pastore. A questa gioia partecipa ogni parte di questo grande gregge del risorto, ogni schiera del Popolo di Dio, su tutta la terra. Anche la vostra parrocchia romana in Trastevere, che ho la fortuna di visitare oggi come suo Vescovo, può ripetere queste parole del salmo, che risuona nella liturgia della quarta domenica di Pasqua: "Varcate le sue porte con inni di grazie, / i suoi atri con canti di lode,... / poiché buono è il Signore,... / la sua fedeltà per ogni generazione" (Ps 99 (100),4ss).
4. Noi siamo suoi.
La Chiesa, a più riprese, sviluppa davanti agli occhi della nostra anima la verità sul buon pastore. Anche oggi ascoltiamo le parole, che Cristo ha pronunciato su se stesso: "Io sono il buon pastore... conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me" ("Cantus Alleluiaticus").
Cristo crocifisso e risorto ha conosciuto, in modo particolare, ciascuno di noi e conosce ciascuno. Non è questa soltanto una conoscenza "esteriore", sia pure molto accurata, che permetta di descrivere e di identificare un determinato oggetto.
Cristo, buon pastore, conosce ciascuno di noi in modo diverso. Nel Vangelo di oggi dice a tale proposito queste parole insolite (il testo è breve, possiamo ripeterlo intero): "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, e più grande di tutti, nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola" (Jn 10,27-30).
Guardiamo verso il Calvario sul quale è stata innalzata la croce. Su quella croce è morto Cristo, ed è poi stato deposto nella tomba.
Guardiamo verso la croce, sulla quale si è compiuto il mistero del divino "legato" e della divina "eredità". Dio, che aveva creato l'uomo, ha restituito quell'uomo, dopo il suo peccato - ogni uomo e tutti gli uomini - in modo particolare a suo Figlio. Quando il Figlio sali sulla croce, quando su quella croce offri il suo sacrificio, ha accettato simultaneamente l'uomo affidatogli da Dio, Creatore e Padre. Egli ha accettato e abbracciato, col suo sacrificio e col suo amore, l'uomo: ciascun uomo e tutti gli uomini. Nell'unità della divinità, nell'unione col Padre suo, questo Figlio diventato egli stesso uomo - ed ecco, adesso, sulla croce, diventato "nostra Pasqua" (1Co 5,7) - ha restituito ciascuno e tutti noi al Padre come a colui che ci ha creati a sua immagine e somiglianza e che, a immagine e a somiglianza di questo proprio eterno Figlio, ci ha predestinati "a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo" (Ep 1,5).
E per quest'adozione mediante la grazia, per questa eredità della vita divina, per questa caparra della vita eterna, ha lottato fino alla fine, Cristo "nostra Pasqua", nel mistero della sua passione, del suo sacrificio e della sua morte. La risurrezione è diventata la conferma della sua vittoria: vittoria dell'amore del buon pastore che dice: "Esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano".
5. Noi siamo suoi.
La Chiesa vuole che noi guardiamo, durante tutto questo tempo pasquale, verso la croce e la risurrezione, e che misuriamo la nostra vita umana con il metro di quel mistero, che si è compiuto in quella croce e in quella risurrezione.
Cristo è il buon pastore perché conosce l'uomo: ognuno e tutti. Lo conosce con questa unica conoscenza pasquale. Ci conosce, perché ci ha redenti. Ci conosce, perché "ha pagato per noi": siamo riscattati a grande prezzo.
Ci conosce con la conoscenza e con la scienza più "interiore", con la stessa conoscenza con cui egli, Figlio, conosce e abbraccia il Padre e, nel Padre, abbraccia la verità infinita e l'amore. E, mediante la partecipazione a questa verità e a questo amore, egli fa di nuovo di noi, in se stesso, i figli del suo eterno Padre; ottiene, una volta per sempre, la salvezza dell'uomo: di ogni uomo e di tutti, di coloro che nessuno rapirà dalla sua mano... Chi, infatti, potrebbe rapirli? Chi può annientare l'opera di Dio stesso, che il Figlio ha compiuto in unione col Padre? chi può cambiare il fatto che siamo redenti? un fatto così potente e così fondamentale come la stessa creazione? Nonostante tutta l'instabilità del destino umano e la debolezza della volontà e del cuore umano, la Chiesa ci ordina oggi di guardare la potenza, la forza irreversibile della redenzione, che vive nel cuore e nelle mani e nei piedi del buon pastore.
Di colui che ci conosce...
Siamo diventati di nuovo la proprietà del Padre per opera di questo amore, che non indietreggio dinanzi all'ignominia della croce, per poter assicurare a tutti gli uomini: "Nessuno vi rapirà dalla mia mano" (cfr. Jn 10,28).
La Chiesa ci annuncia oggi la certezza pasquale della redenzione. La certezza della salvezza.
Ed ogni cristiano è chiamato alla partecipazione a questa certezza: sono veramente comprato a grande prezzo! Sono veramente abbracciato dall'amore, che è più forte della morte, e più forte del peccato. Conosco il mio redentore. Conosco il buon pastore del mio destino e del mio pellegrinaggio.
6. Con tale certezza della fede, certezza della redenzione rivelata nella risurrezione di Cristo, sono partiti gli apostoli, come lo testimoniano, fra l'altro, nella prima lettura odierna, tratta dagli "Atti degli Apostoli", Paolo e Barnaba sulla via del loro primo viaggio in Asia minore. Si rivolgono a coloro che professano l'antica alleanza, e quando non sono accettati, si dirigono ai pagani, si rivolgono a uomini nuovi e a popoli nuovi.
In mezzo a tali esperienze e a tali fatiche incomincia a fruttificare il Vangelo. Comincia a crescere il Popolo di Dio della nuova alleanza.
Attraverso quanti paesi, popoli e continenti sono passati questi viaggi apostolici fino al giorno d'oggi? Quanti uomini hanno risposto con gioia al messaggio pasquale? Quanti uomini hanno accettato la certezza pasquale della redenzione? A quanti uomini e popoli è giunto e giunge sempre il buon pastore? Al termine di questa grandiosa missione si delinea ciò che l'apostolo Giovanni vede nella sua Apocalisse: "Io, Giovanni... vidi una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani... E uno degli anziani... disse...: Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (Ap 7,9-14).
Così dunque anche noi qui riuniti insieme al Vescovo di Roma, successore di Pietro, in questa parrocchia romana in Trastevere, confessiamo la risurrezione di Cristo, rinnoviamo la certezza pasquale della redenzione, rinnoviamo la gioia pasquale, che scaturisce dal fatto che noi siamo "suo popolo e gregge del suo pascolo" (Ps 99[100],3).
Che abbiamo sempre il buon pastore! Perseveriamo presso di lui! Alla sua Madre, che è la Signora di Trastevere, cantiamo: "Regina coeli, laetare!".
Data: 1980-04-27 Data estesa: Domenica 27 Aprile 1980.
Titolo: Promuovete i valori della giustizia e della pace
Illustrissimi Signori e cari giovani, Il mio benvenuto festoso, a voi che appartenete ai Consigli Direttivo e Generale del Centro di Iniziativa Giovanile, e avete desiderato d'incontrare il Papa per ricevere una parola di sostegno e di orientamento per le vostre esemplari e dinamiche iniziative. Voi vi proponete di favorire tra i coetanei una partecipazione illuminata e responsabile alla soluzione dei problemi che investono la cultura, la politica, l'arte ed in generale la vita della società, per promuovere i fondamentali valori della giustizia e della pace.
A voi qui presenti ed a tutti i vostri amici e colleghi, ugualmente ansiosi di cooperare alla costruzione di un mondo sempre più animato da ideali di ispirazione cristiana, si dirige il mio affettuoso saluto, carico di speranza, la quale si proietta lontano, verso l'avvenire che voi sarete chiamati a costruire con impegno, e che auspico operoso e sereno.
Nel quadro dei vostri programmi ed a dimostrazione della vostra alacre presenza, voi avete voluto assegnare "L'Oscar dei Giovani" per l'anno 1979 ad una personalità ecclesiastica che, a ragione del suo ufficio, rappresenti in modo singolare e significativo la sollecitudine della Chiesa Cattolica nel campo umanitario e per la causa della pace nel mondo.
Il Vicario di Cristo vi ringrazia per l'apprezzamento e la considerazione che voi dimostrate per l'opera benefica della Chiesa in seno alla società attuale. La Chiesa, infatti, pur avendo la primordiale missione di indirizzare l'uomo verso i fini soprannaturali ed ultraterreni che costituiscono l'essenziale contenuto del suo messaggio, non dimentica mai la situazione concreta, terrestre della civile convivenza, e, mentre si adopera per animarla interiormente con i valori della carità e della collaborazione, ne assume, al tempo stesso e condivide i pesi, i disagi, le sofferenze.
L'interiore liberazione, l'osservanza della legge dell'amore che mette l'uomo a servizio dell'uomo, la giustizia che distribuisce con saggezza ed equanimità, il rispetto del comandamento del perdono che estingue la sete di vendetta e spegne l'odio, sono altrettanti obiettivi del Regno di Dio sulla terra, che il credente in Cristo è chiamato ad instaurare ed a radicare nel contesto della propria responsabilità individuale e sociale. In tal modo, evangelizzazione e promozione procedono di pari passo, e l'una sostiene l'altra, offrendo la prima le motivazioni ideali ed essendone l'altra la manifestazione convincente ed efficace.
Cari giovani, impegnatevi, allora, a conoscere sempre meglio, con intuito di amore, l'effettiva condizione interiore e sociale dell'uomo che vi circonda, per individuarne le autentiche aspirazioni, per prevedere le sue difficoltà, per sovvenirlo nelle sue necessità, per essere con lui fratelli servitori sinceri della sua dignità, e collaboratori del suo destino di libertà e della sua personale vocazione all'Assoluto. Camminate insieme nell'assolvimento di un compito tanto alto, che richiede comune sforzo, reciproco sostegno, aiuto scambievole, per vincere e superare le ricorrenti tentazioni dello scoraggiamento, della sfiducia e dell'egoistico isolamento.
Vi esorto, quindi, a guardare e a seguire Gesù Cristo, rivelatore dell'amore del Padre e costruttore del vero destino dell'uomo, che supera i limiti del tempo e le barriere della storia, e nella sua vittoria sul male e sulla morte troverete la garanzia più solida della vostra vittoria.
Con questi voti, imparto a voi ed a tutti i membri della vostra associazione la mia affettuosa Benedizione.
Data: 1980-04-29 Data estesa: Martedi 29 Aprile 1980.
Titolo: Ricchezza di umanità perfezionata dalla grazia
1. Una innumerevole schiera di "vergini sagge" come quelle lodate dalla parabola evangelica che abbiamo ascoltato, hanno saputo, nei secoli cristiani, attendere lo Sposo con le loro lampade, ben fornite d'olio, per partecipare con lui alla festa della grazia in terra, e della gloria in cielo. Tra di esse, oggi splende dinanzi al nostro sguardo la grande e cara santa Caterina da Siena, splendido fiore d'Italia, gemma fulgidissima dell'ordine domenicano, stella di impareggiabile bellezza nel firmamento della Chiesa, che qui onoriamo nel VI centenario della sua morte, avvenuta un mattino di domenica, circa l'ora terza, il 29 aprile 1380, mentre si celebrava la festa di san Pietro martire, da lei tanto amato.
Felice di potervi dare un primo segno della mia viva partecipazione alla celebrazione del centenario, saluto cordialmente voi tutti, cari fratelli e sorelle, che per commemorare degnamente la gloriosa data vi siete raccolti in questa Basilica vaticana, dove sembra aleggiare lo spirito ardente della grande senese. Saluto in modo particolare il maestro generale dei frati predicatori, padre Vincenzo de Couesnongle, e l'Arcivescovo di Siena, monsignor Mario Ismaele Castellano, principali promotori di questa celebrazione; saluto i membri del terz'ordine domenicano e dell'associazione ecumenica dei caterinati, i partecipanti al congresso internazionale di studi cateriniani, e voi tutti, cari pellegrini, che avete percorso tante strade d'Italia e d'Europa per unirvi in questo centro della cattolicità, in un giorno di festa così bello e significativo.
2. Noi guardiamo oggi a santa Caterina anzitutto per ammirare in lei ciò che immediatamente colpiva quanti l'avvicinavano: la straordinaria ricchezza di umanità, per nulla offuscata, ma anzi accresciuta e perfezionata dalla grazia, che ne faceva quasi un'immagine vivente di quel verace e sano "umanesimo" cristiano, la cui legge fondamentale è formulata dal confratello e maestro di Caterina, san Tommaso d'Aquino, col noto aforisma: "La grazia non sopprime, ma suppone e perfeziona la natura" (S.Thomae I 1,8, ad 2). L'uomo di dimensioni complete è quello che si attua nella grazia di Cristo.
Quando nel mio ministero insisto nel richiamare l'attenzione di tutti sulla dignità e i valori dell'uomo, che oggi bisogna difendere, rispettare e servire, è soprattutto di questa natura uscita dalle mani del Creatore e rinnovata nel sangue di Cristo redentore che io parlo: una natura in sé buona, e quindi risanabile nelle sue infermità e perfettibile nelle sue doti, chiamata a ricevere quel "di più" che la rende partecipe della natura divina e della "vita eterna".
Quando questo elemento soprannaturale s'innesta nell'uomo e vi può agire con tutta la sua forza, si ha il prodigio della "nuova creatura", che nella sua trascendente elevatezza non annulla, ma rende più ricco, più denso, più saldo tutto ciò che è schiettamente umano.
Così la nostra santa, nella sua natura di donna dotata largamente di fantasia, di intuito, di sensibilità, di vigore volitivo e operativo, di capacità e di forza comunicativa, di disponibilità alla donazione di sé ed al servizio, viene trasfigurata, ma non impoverita, nella luce di Cristo che la chiama ad essere sua sposa e ad identificarsi misticamente con lui nella profondità del "conoscimento interiore", come anche ad impegnarsi nell'azione caritativa, sociale e persino politica, in mezzo a grandi e piccoli, a ricchi e poveri, a dotti e ignoranti. E lei, quasi analfabeta, diventa capace di farsi ascoltare, e leggere, e prendere in considerazione da governatori di città e di regni, da principi e prelati della Chiesa, da monaci e teologi, da molti dei quali è venerata addirittura come "maestra" e "mamma".
E' una donna prodigiosa, che in quella seconda metà del Trecento mostra in sé di che cosa sia resa capace una creatura umana, e - insisto - una donna, figlia di umili tintori, quando sa ascoltare la voce dell'unico pastore e maestro, e nutrirsi alla mensa dello Sposo divino, al quale, da "vergine saggia", ha generosamente consacrato la sua vita.
Si tratta di un capolavoro della grazia rinnovatrice ed elevatrice della creatura fino alla perfezione della santità, che è anche realizzazione piena dei fondamentali valori dell'umanità.
3. Il segreto di Caterina nel rispondere così docilmente, fedelmente e fruttuosamente alla chiamata del suo Sposo divino, si può cogliere dalle stesse spiegazioni e applicazioni della parabola delle "vergini sagge", che essa fa più volte nelle lettere ai suoi discepoli. In particolare in quella inviata a una giovane nipote che vuol essere "sposa di Cristo", essa fissa una piccola sintesi di vita spirituale, che vale specialmente per chi si consacra a Dio nello stato religioso, ma è di orientamento e di guida per tutti.
"Se vuoi essere vera sposa di Cristo - scrive la santa - ti conviene avere la lampada, l'olio e il lume".
"Sai che s'intende con questo, figliola mia?".
Ed ecco il simbolismo della lampada: "Con la lampada si intende il cuore, che deve assomigliare ad una lampada. Tu vedi bene che la lampada è larga di sopra, e di sotto è stretta: e così è fatto il nostro cuore, per significare che dobbiamo averlo sempre largo di sopra, mediante i santi pensieri, le sante immaginazioni e la continua orazione; con la memoria sempre rivolta a ricordare i benefici di Dio e massimamente il beneficio del sangue dal quale siamo stati ricomperati...".
"Ti ho anche detto che la lampada è stretta di sotto: così è pure il nostro cuore, per significare che deve essere stretto verso queste cose terrene, non desiderandole né amandole disordinatamente, né appetendole in maggiore quantità di quanto Dio ce ne voglia dare, ma dobbiamo ringraziarlo sempre, ammirando come dolcemente egli ci provvede, sicché non ci manca mai nulla..." (Lettera 23).
Nella lampada ci vuole l'olio. "Non basterebbe la lampada se non ci fosse l'olio dentro. E per l'olio s'intende quella dolce virtù piccola della profonda umiltà... Quelle cinque vergini stolte, gloriandosi solamente e vanamente della integrità e verginità del corpo perdettero la verginità dell'anima, perché non portarono con sé l'olio dell'umiltà..." (Lettera 23).
"Occorre infine che la lampada sia accesa e vi arda la fiamma: altrimenti non basterebbe a farci vedere. Questa fiamma è il lume della santissima fede. Dico la fede viva, perché dicono i santi che la fede senza le opere è morta..." (Lettera 23; cfr. Lettere 79, 360).
Nella sua vita, Caterina ha effettivamente alimentato di grande umiltà la lampada del suo cuore, e ha mantenuto acceso il lume della fede, il fuoco della carità, lo zelo delle buone opere compiute per amore di Dio, anche nelle ore di tribolazione e di passione, quando la sua anima raggiunse la massima conformazione a Cristo crocifisso, finché un giorno il Signore celebro con lei le mistiche nozze nella piccola cella dove abitava, resa tutta splendente da quella divina presenza(cfr. "Vita", nn. 114-115).
Se gli uomini d'oggi, e specialmente i cristiani, riuscissero a riscoprire le meraviglie che si possono conoscere e godere nella "cella interiore", e anzi nel cuore di Cristo! Allora, si, l'uomo ritroverebbe se stesso, le ragioni della sua dignità, il fondamento di ogni suo valore, l'altezza della sua vocazione eterna! 4. Ma la spiritualità cristiana non si esaurisce in un cerchio intimistico, né spinge ad un isolamento individualistico ed egocentrico. L'elevazione della persona avviene nella sinfonia della comunità. E Caterina, che pur custodisce per sé la cella della sua casa e del suo cuore, vive fin dagli anni giovanili in comunione con tanti altri figli di Dio, nei quali sente vibrare il mistero della Chiesa: con i frati di san Domenico, ai quali si unisce in spirito anche quando la campana li chiama in coro, di notte, per il mattutino; con le mantellate di Siena, tra le quali è ammessa per l'esercizio delle opere di carità e la pratica comune della preghiera; con i suoi discepoli, che vanno crescendo per costituire intorno a lei un cenacolo di ferventi cristiani, che accolgono le sue esortazioni alla vita spirituale e gli incitamenti al rinnovamento e alla riforma che essa rivolge a tutti nel nome di Cristo; e si può dire con tutto il "corpo mistico della Chiesa" (cfr. "Dialogo", c. 166), col quale e per il quale Caterina prega, lavora, soffre, si offre, e infine muore.
La sua grande sensibilità per i problemi della Chiesa del suo tempo si trasforma così in una comunione col "Christus patiens" e con la "Ecclesia patiens". Questa comunione è all'origine della stessa attività esteriore, che a un certo momento la santa è spinta a svolgere prima con l'azione caritativa e con l'apostolato laicale nella sua città, e ben presto su di un piano più vasto, con l'impegno a raggio sociale, politico, ecclesiale.
In ogni caso Caterina attinge a quella fonte interiore il coraggio dell'azione e quella inesauribile speranza che la sostiene anche nelle ore più difficili, anche quando tutto sembra perduto, e le permette di influire sugli altri, anche ai più alti livelli ecclesiastici, con la forza della sua fede e il fascino della sua persona completamente offerta alla causa della Chiesa.
In una riunione di Cardinali alla presenza di Urbano VI, stando al racconto del beato Raimondo, Caterina "dimostro che la divina Provvidenza è sempre presente, massime quando la Chiesa soffre"; e lo fece con tale ardore, che il pontefice, alla fine, esclamo: "Di che deve temere il vicario di Gesù Cristo, se anche tutto il mondo gli si mettesse contro? Cristo è più potente del mondo, e non è possibile che abbandoni la sua Chiesa!" ("Vita", n. 334).
5. Era quello un momento eccezionalmente grave per la Chiesa e per la sede apostolica. Il demone della divisione era penetrato nel popolo cristiano.
Fervevano dappertutto discussioni e risse. A Roma stessa c'era chi tramava contro il Papa, non senza minacciarlo di morte. Il popolo tumultuava.
Caterina, che non cessava di rincuorare pastori e fedeli, sentiva pero che era giunta l'ora di una suprema offerta di sé, come vittima di espiazione e di riconciliazione insieme con Cristo. E perciò pregava il Signore: "Per l'onore del tuo nome e per la santa tua Chiesa, io berro volentieri il calice di passione e di morte, come sempre ho desiderato di bere; tu ne sei testimone, da quando, per grazia tua, ho cominciato ad amarti con tutta la mente e con tutto il cuore" ("Vita", n. 346).
Da quel momento comincio a deperire rapidamente. Ogni mattina di quella quaresima 1380, "si recava alla chiesa di san Pietro, principe degli apostoli, dove, ascoltata la messa, rimaneva lungamente a pregare; non ritornava a casa che all'ora di vespro", sfinita. Il giorno dopo. di buon mattino, "partendo dalla strada detta via del Papa (oggi di santa Chiara), dove stava di casa, fra la Minerva e Campo dei Fiori, se ne andava lesta lesta a san Pietro, facendo un cammino da stancare anche un sano" ("Vita", n. 348; cfr. Lettera 373).
Ma alla fine d'aprile non riusci più ad alzarsi.
Raccolse allora intorno al letto la sua famiglia spirituale. Nel lungo addio, dichiaro a quei suoi discepoli: "Rimetto la vita, la morte e tutto nelle mani del mio Sposo eterno... Se gli piacerà che io muoia, tenete per fermo, figlioli carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa, e questo lo credo per grazia eccezionale che mi ha concesso il Signore" ("Vita", n. 363).
Poco dopo mori. Non aveva che 33 anni: una bellissima giovinezza offerta al Signore dalla "vergine saggia" che era giunta al termine della sua attesa e del suo servizio.
Noi siamo qui raccolti, a seicento anni da quel mattino ("Vita", n.348), per commemorare quella morte e soprattutto per celebrare quella suprema offerta della vita per la Chiesa.
Miei cari fratelli e sorelle, è consolante che voi siate accorsi così numerosi a glorificare e ad invocare la santa in questa fausta ricorrenza.
E' giusto che l'umile vicario di Cristo, al pari di tanti suoi predecessori, vi ispiri, vi preceda e vi guidi nel tributare un omaggio di lode e di ringraziamento a colei che tanto amo la Chiesa, e tanto opero e soffri per la sua unità e per il suo rinnovamento. Ed io l'ho fatto con tutto il cuore.
Ora lasciate che vi consegni un ricordo finale, che vuol essere un messaggio, una esortazione, un invito alla speranza, uno stimolo all'azione: lo traggo dalle parole che Caterina rivolgeva al suo discepolo Stefano Maconi e a tutti i suoi compagni di azione e di passione per la Chiesa: "Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia..." (Lettera 368); anzi, io aggiungo: in tutta la Chiesa, in tutto il mondo. Di questo "fuoco" ha bisogno l'umanità anche oggi, ed anzi forse più oggi che ieri. La parola e l'esempio di Caterina suscitino in tante anime generose il desiderio di essere fiamme che ardono e che, come lei, si consumano per donare ai fratelli la luce della fede ed il calore della carità "che non viene meno" (1Co 13,8).
Data: 1980-04-29 Data estesa: Martedi 29 Aprile 1980.
GPII 1980 Insegnamenti - Recita del Regina Coeli - Piazza san Pietro - Città del Vaticano (Roma)