GPII 1980 Insegnamenti - Visita al lebbrosario di Adzopé

Visita al lebbrosario di Adzopé

Titolo: Nella vostra sventura Dio vi ama

Cari amici, 1. Vengo a rendervi visita e, in primo luogo, a salutarvi tutti con rispetto ed affetto.

E' il Vescovo di Roma che viene a voi, il Capo spirituale della comunità cattolica a Roma. Colui che allo stesso tempo ha l'incarico d'essere il Centro d'unità fra i cristiani di tutto il mondo, e d'essere il loro Pastore, come i pastori dei greggi che non dimenticano nessun agnello. In questo lebbrosario non sono tutti cattolici; rispetto il loro modo d'essere religiosi, il loro modo di rivolgersi a Dio secondo la loro coscienza. Nessuno è dispensato dal rivolgersi a Dio; e come dimenticarlo quando la miseria ci attanaglia? Credo comunque di avere una buona parola per tutti. Cristo Gesù, il Figlio di Dio, che servo e rappresento in mezzo a voi, si è soffermato con predilezione davanti alla sofferenza umana, la malattia, l'infermità, e soprattutto l'infermità che isola dagli altri, come la lebbra, e che crea così una doppia sofferenza. Certamente, egli è venuto per tutti, affinché tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, giusti e peccatori sappiano che il Regno di Dio era aperto per loro, che l'Amore di Dio era su di loro, che la vita di Dio era destinata a loro mediante la fede e la conversione.

Anche il Papa si rivolge a tutto il popolo e, se incontra soprattutto i capi spirituali e civili, è perché la loro responsabilità è più vasta, per il bene di un maggior numero. Ma io fallirei nella mia missione se non passassi un tempo apprezzabile con quelli che Gesù stimava in particolar modo, per la loro miseria, perché avevano bisogno di conforto, di sollievo, di guarire, di sperare. Ho dunque voluto che la mia ultima visita in Africa fosse per voi. Attraverso voi visito nello spirito ed abbraccio tutti gli altri lebbrosi e gli infermi di questo paese e di tutta l'Africa.


2. Grazie alla medicina, grazie allo zelo di ammirevoli pionieri, grazie all'impegno quotidiano di numerosi infermieri e di amici di ogni sorta che vi aiutano, fra i quali molti religiosi, grazie anche ai responsabili civili che hanno favorito quest'opera, si sono potute migliorare le vostre condizioni; non solo la vostra salute, ma anche il vostro ambiente, permettendovi spesso di vivere come in un villaggio, in una famiglia. Ora la lebbra non fa più paura come una volta, soprattutto se la si individua e la si cura subito. Mi unisco a voi nel ringraziare tutti questi amici dei lebbrosi che vi dedicano la loro vita. Forse senza saperlo o forse senza crederlo, fanno quello che Cristo a chiesto. Che Dio li sostenga e li ricompensi! 3. Ma sono anche sicuro che ricevono da voi molte consolazioni. Non solo perché li amate, ma perché essi ammirano la vostra pazienza, la vostra serenità, il vostro coraggio, la solidarietà che vi unisce, il senso della famiglia che conservate.

Perché voi non siete solo degli assistiti: vi prendete cura di voi stessi, fate di tutto per vivere, per camminare, per lavorare con i poveri mezzi, con gli arti handicappati che la lebbra vi lascia. Questa speranza è bella. Ne sono io stesso commosso. Questo desiderio di vivere piace a Dio, e io vi auguro di svilupparlo.

Si potrebbe dire che voi siate i vostri stessi medici.


4. Ma non vengo solo per darvi questo incoraggiamento umano. Vengo per confermare quello che sacerdoti, suore, laici cristiani vi hanno sicuramente già detto: nella vostra miseria, Dio vi ama. Questo male non corrisponde al suo disegno d'amore. E nemmeno voi ne avete colpa. Non consideratelo una fatalità. Vedetelo solo come una prova. Il Cristo che adoriamo ha subito lui stesso una prova, quella della Croce, una prova che l'ha sfigurato, e tutto questo senza che lui ne avesse colpa. Si è rimesso a Dio, suo Padre. Si è rivolto a Lui per chiedergli di risparmiarlo, ma ha accettato, ha sofferto. E la sua sofferenza è divenuta per innumerevoli uomini, per voi, per me, causa di salvezza, di perdono, di grazia, di vita. E' un grande mistero questa solidarietà nella miseria. E' il cuore della nostra religione. I cristiani capiscono il mio linguaggio. La vostra sofferenza, accolta, sopportata con pazienza, amore per gli altri, offerta a Dio, diventa fonte di grazia, per voi ai quali Dio riserva il suo paradiso, e per molti altri. Potete anche pregare per me, e per tutti quelli che mi affidano la loro miseria.

Che Dio vi aiuti! Che Dio vi doni la pace.


5. Mi rivolgo ora a quelli di voi che anno aperto la loro anima alla fede in Gesù Cristo Salvatore e che hanno ricevuto il battesimo e la cresima dopo una lunga preparazione. Che grazia! Essi sono visibilmente uniti alla famiglia dei cristiani, la Chiesa. Dopo aver rinunciato al demonio e alle sue seduzioni e proclamato la loro fede, hanno ricevuto anch'essi, come noi, con il perdono dei loro peccati, la vita di Cristo per prendere parte al suo sacrificio, alla sua resurrezione. L'amore di Dio si effonde nei loro cuori per opera dello spirito Santo. A loro volta, essi diventeranno testimoni dell'amore di Cristo per i loro fratelli sofferenti.

Che Dio vi benedica, cari fratelli! Che Dio benedica tutti gli abitanti di questo lebbrosario! Che Dio benedica tutti i vostri fratelli che soffrono per la lebbra e le loro famiglie, i loro amici e coloro che li assistono! [Traduzione dal francese]

Data: 1980-05-12Data estesa: Lunedi 12Maggio 1980.


La partenza dall'Africa, ad Abidjan

Titolo: Addio, Africa, porto con me tutto ciò che mi hai rivelato

1. Al termine della mia visita nella Repubblica della Costa d'Avorio, è con il cuore gonfio di riconoscenza che mi rivolgo un'ultima volta a Lei, Signor Presidente, e, attraverso Lei, a tutto il popolo ivoriano. Grazie, si, grazie per la vostra accoglienza veramente indimenticabile, per il calore degli incontri, per il clima fervente ed amichevole che ha segnato tutti i contatti. Grazie per aver compreso il carattere particolare che mi auguravo di dare a questo soggiorno, come conveniva alla mia missione spirituale di servizio universale. Grazie per la vostra gioia. La mia è ancora più grande. Sono riconoscente dell'onore che mi avete fatto. Riconosco i vostri sforzi per riservare al vostro invitato un'ospitalità degna della Costa d'Avorio e dell'Africa. Di tutto ciò conservero sempre un ricordo, ve lo prometto.

In particolare, ringrazio le autorità per l'onore che mi hanno fatto dando il mio nome ad una via della città di Abidjan e alla grande piazza di Yamoussoukro.

E' un gesto delicato che spero contribuirà a tener vivo non solo il ricordo della mia visita, ma soprattutto il mio affetto e la mia stima per tutto il popolo ivoriano.

Sono felice d'aver avuto l'occasione di benedire la prima pietra della cattedrale di Abidjan e della chiesa di Nostra Signora d'Africa.. Un legame personale è stato così stabilito fra il Papa e queste due chiese. Oso sperare che tutti quelli che ci pregheranno, non dimentichino di pregare anche per la Chiesa universale... e per me! Lo spostamento che ho effettuato ieri al di fuori della capitale per incontrare i giovani di questo paese, è stato per me un'esperienza di gioia ed un momento di speranza per l'avvenire di questo caro paese.


2. A monsignor Bernard Yago, ai miei fratelli vescovi e a tutti i cattolici del paese, nel momento in cui devo salutarli, posso confidare una crescente nostalgia? Quella d'aver visto delle comunità vive, piene d'entusiasmo e d'immaginazione, e di dover ora lasciarle... L'immaginazione è una virtù alla quale si pensa troppo poco. Ma voi sapete farne uso per trovare, nel vostro contesto, le vie adatte all'evangelizzazione. Date in questo modo un esempio che potrà essere seguito da altre Conferenze episcopale e da altre Chiese locali. Allo stesso tempo, questo crea un obbligo morale, nel nome della solidarietà dei membri del Corpo di Cristo, che deve spingere tutti, clero, religiosi e laici, a cercare di purificare la propria testimonianza per renderla sempre più conforme a ciò che il Signore si attende. Vi esprimo la mia speranza e la mia profonda soddisfazione.


3. Addio ora, Africa, continente già così amato e che desideravo, dalla mia elezione al Seggio di Pietro, scoprire e percorrere. Addio popoli che mi avete ricevuto, e tutti gli altri ai quali amerei un giorno, se la Provvidenza me lo permette, portare personalmente il mio affetto. Ho appreso molte cose durante questo periplo. Non potete sapere quanto sia stato istruttivo. A mia volta, vorrei lasciare agli africani un messaggio che sgorga dal cuore, meditato davanti a Dio, esigente perché viene da un amico per i suoi amici.

L'Africa mi è parsa un grande cantiere, da tutti i punti di vista, con le sue promesse e anche, forse, i suoi rischi. Ovunque si vada, si ammira un'impresa considerevole in favore dello sviluppo e dell'innalzamento del tenore di vita, in favore del progresso dell'uomo e della società. Il camino da percorrere è lungo. I metodi possono essere diversi e rivelarsi più o meno adatti, ma il desiderio di andare avanti è innegabile. Risultati sensibili sono stati già ottenuti. L'istruzione si diffonde, malattie una volta mortali sono sconfitte, tecniche nuove sono sperimentate, si comincia a sapere come lottare contro certi ostacoli naturali. Si sentono sempre più anche i valori propri delle ricchezze dell'anima africana, e ciò suscita fierezza. Parallelamente, l'ascesa alla sovranità nazionale ed il suo rispetto sembrano oggetto delle aspirazioni di tutti.

C'è un patrimonio naturale che bisogna assolutamente salvaguardare e promuovere armoniosamente. Non è facile amministrare un tale ribollimento, fare in modo che le vive forze servano all'autentico sviluppo. La tentazione è forte di demolire invece di costruire, di procurarsi a caro prezzo armi per popolazioni che hanno bisogno di pane, di voler appropriarsi del potere - coinvolgendo un'etnia contro un'altra in sanguinose lotte fraticide - mentre i poveri desiderano la pace, o ancora di soccombere all'ebbrezza del profitto a beneficio di una classe privilegiata.

Non cadete, cari fratelli e sorelle africani, in questo ingranaggio distruttivo che non ha niente a che fare con la vostra dignità di creature di Dio, né con quello di cui voi siete capaci. Non dovete imitare alcuni modelli stranieri basati sul disprezzo dell'uomo o sull'interesse. Non dovete rincorrere bisogni artificiali che vi darebbero una libertà illusoria o che vi condurrebbero all'individualismo, quando l'aspirazione comunitaria è così fortemente radicata presso di voi. Non dovete nemmeno lasciarvi ingannare dalle virtù di ideologie che vi fanno intravedere un benessere completo sempre rimandato al domani.

Siate voi stessi. Vi assicuro: voi potete, voi che siete così fieri delle vostre possibilità, dare al mondo la prova che siete capaci di risolvere da soli i vostri problemi, con l'assistenza umanitaria, economica e culturale che vi è ancora utile e che non è che giusta, ma vegliando ad orientare tutto questo nella giusta direzione.

Un etica personale e sociale è necessaria se volete riuscire. L'onestà, il senso del lavoro, del servizio, del bene comune, il senso profondo della vita in società, o semplicemente il senso della vita, sono parole od espressioni che vi sono già note. Vi auguro di cercare sempre la loro applicazione concreta e leale, come auguro ai miei figli cattolici di metterli essi stessi in pratica e di aiutare a scoprirne la portata.


4. Sono in Africa, in particolare, per commemorare il centenario dell'evangelizzazione di molti paesi. Sono anniversari carichi di speranza, la speranza di una nuova energia per intraprendere una nuova tappa. Questo vale per tutti i paese visitati. Voi siete la Chiesa in Africa. Quale onore, e quale responsabilità! Siete tutta la Chiesa e, allo stesso tempo, una parte della Chiesa universale, un po' come il Vangelo, che è il bene di ognuno, si rivolge a tutti.

Un po' come Cristo stesso che, incarnatosi nel seno di un popolo, vive la sua incarnazione nel seno di ogni popolo perché è venuto per tutti, appartiene a tutti, è il dono meraviglioso del Padre a tutta l'umanità. Credo veramente e professo che egli è venuto per gli africani, per elevare e salvare l'anima africana, in attesa anch'essa della salvezza, per mostrarle la sua bellezza, ma arricchirla anche all'interno, predicarle la vita eterna con Dio. E' venuto per gli africani come per tutti gli uomini, e non è estraneo ad alcun sentimento nazionale, a nessuna mentalità, invitando i suoi discepoli di qualunque continente a vivere fra di essi l'ammirevole scambio della fede e della carità.

Come lui vorrei dirvi in questo giorno con tutto l'amore che riempie il mio cuore: il Papa è il servitore di tutti gli uomini, il Papa si sente a casa in Africa! Addio Africa! Porto con me tutto quello che generosamente mi hai rivelato nel corso di questo viaggio. Che Dio ti benedica in ognuno dei tuoi figli, e che ti faccia gustare il dono della pace e della prosperità! [Traduzione dal francese]

Data: 1980-05-12Data estesa: Lunedi 12Maggio 1980.


Durante il volo di ritorno a Roma

Titolo: Collaborazione dei giornalisti alla diffusione della verità

Ci tengo ad esprimere un grande grazie ai giornalisti, e a tutti gli operatori di comunicazione di massa, della stampa, della radio e della televisione. In primo luogo a quelli che mi hanno accompagnato lungo tutto questo viaggio, con pazienza degna dell'Africa, sotto il sole, a costo di grandi fatiche.

Ciò fa parte del vostro mestiere, ma sono conscio dei vostri meriti. Ringrazio anche quelli che in loco, in Africa, hanno fatto il loro lavoro di reportage, di registrazione, di diffusione, tanto più che il programma era molto fitto, per loro come per me! Ringrazio infine gli operatori dei mass media che, negli altri paesi, hanno saputo riferire di questo viaggio, e di dargli presso i loro lettori o ascoltatori il rilievo che gli spettava.

So che molti altri avvenimenti importanti accadevano nel mondo, e non sono stati assenti dai miei pensieri e dalla mia preghiera. Ma anche l'Africa meritava, da molto tempo, questo posto d'onore. Essa è spesso a margine delle grandi discussioni della politica mondiale; tuttavia anch'essa ha dei grandi problemi umani da risolvere, e i suoi sforzi meritavano d'essere incoraggiati.

Anche la Chiesa ha una grande vitalità da mostrare.

Ma non insisto sul senso del mio viaggio. Spetta a voi individuarlo, dai discorsi e dai gesti, riferendo semplicemente la verità, ciò che avete visto e sentito. E' difficile a volte per dei non-africani evitare di proiettare su questo continente e sui suoi abitanti giudizi ed interpretazioni che sono lontani dalle realtà africane, dall'anima africana, dalle sue aspirazioni e dalle sue reazioni.

Ho spesso usato la parola "testimone" per i cristiani. Siate dei buoni testimoni. E grazie ancora per il vostro concorso.

Cari amici dei mezzi di comunicazione, Sono convinto che quando la storia di quest'ultimo quarto di millennio sarà scritta, il grande contributo dei media alla causa dell'umanità sarà registrata per le generazioni future. Io, come molti, saro per sempre in debito con voi per aver portato il mio messaggio a tutto il mondo, per avermi aiutato a raggiungere milioni di persone - miei fratelli e mie sorelle - come ambasciatore della pace, come messaggero di speranza, come semplice amico. Si, con tutto il cuore vi ringrazio per il vostro rispetto della verità, per l'obiettività dei vostri articoli, per la vostra attenzione per tutte le persone che attraverso di voi ascoltano la mia voce. Grazie a voi sono in grado di proclamare un messaggio religioso - che per me si basa sulla parola di un Dio che ha rivelato se stesso - un messaggio che offro liberamente e senza costrizioni a chiunque voglia ascoltarlo. Siete veicoli di verità, perché grazie a voi la verità raggiunge la gente e la gente abbraccia la verità.

Mi avete ancora sentito esprimere con insistenza la dignità del vostro compito e l'importanza del vostro ruolo al servizio della società - la comunità mondiale che vuole essere sostenuta da quella verità che costruisce la famiglia umana. Sebbene abbiate già sentito tutto questo, forse queste considerazioni potranno ancora essere utili quando rifletterete sulla responsabilità che avete nelle vostre mani.

Vi ringrazio sinceramente per l'interesse che mostrate verso la mia missione, per il vostro entusiasmo nel riferirne, e per tutta la vostra collaborazione. Allo stesso modo vi assicuro del mio interesse per la vostra missione, il mio entusiasmo per il suo successo e la mia collaborazione con voi e con i media di tutto il mondo. Siete speciali a causa della verità che servite. E la verità è speciale perché, come disse Gesù, è la verità che ci rende liberi (cfr. Jn 8,32).

Sono felice che la fine del mio viaggio africano significhi il vostro ritorno presso le vostre famiglie - all'unità e alla libertà che vivete nelle vostre case e all'amore che condividete con le vostre famiglie. Per favore, dite ai bambini che ho pensato a loro e portate il mio saluto a tutti. Per me, il nostro incontro non è ancora finito; me lo ricordero nella preghiera, chiedendo a Dio Onnipotente di essere per sempre con voi.

Grazie ancora.

[Traduzione dal francese e dall'inglese]

Data: 1980-05-12Data estesa: Lunedi 12Maggio 1980.


L'arrivo all'aeroporto di Fiumicino - Roma

Titolo: Laus Deo!

Laus Deo! Questa breve parola, che mi sale spontaneamente alle labbra dopo il mio viaggio nel Continente Africano, vuole interpretare il profondo sentimento di gratitudine e di onore al Signore, che io provo ora nel mio animo, ripensando ai molteplici incontri, ai commoventi spettacoli di fede, alle singolari esperienze pastorali, da me vissute quotidianamente nel pur breve periodo di dieci giorni.

Debbo davvero ringraziare di tutto cuore il Signore, il quale ancora una volta mi ha dato modo di conoscere da vicino elette porzioni dell'indivisa sua Chiesa, apportando ai carissimi fratelli ed ai figli, che abitano nelle Terre da me visitate, quel conforto che io debbo loro recare in forza del mandato ricevuto da Cristo (cfr. Lc 22,32). A mia volta - secondo quella mirabile legge di scambio, intrinseca alla comunione ecclesiale - ne ho io stesso ricavato motivi di conforto per il mio ministero.

Ho potuto gustare, infatti, un'intima gioia nel portare a quelle popolazioni la Parola del Signore, come han fatto 100 anni fa i Missionari; e questa gioia è stata accresciuta dall'aver potuto rilevare la maturità alla quale sono ormai giunte quelle Chiese, nonostante la loro fondazione relativamente recente. La loro testimonianza di fede ed il loro amore per l'intera Chiesa di Cristo, sparsa nel mondo, mi hanno dato un profondo conforto. Né posso tacere l'impressione profonda che ho tratto nel rilevare la vitalità di quel Continente, che conserva intatti non pochi valori morali fondamentali, quali quelli dell'ospitalità, della famiglia, del senso comunitario, della vita come dono inestimabile, a cui è riservata sempre un'accoglienza generosa e lieta.

Quando, nell'Udienza Generale del 26 marzo scorso, diedi la comunicazione ufficiale del viaggio, che ora felicemente si conclude, volli rilevare il suo carattere apostolico, e dissi che a muovere i miei passi era solo l'intenzione di corrispondere alla mia missione di Pastore. In coerenza con quell'annuncio, posso ora affermare che tale è stata veramente la mia visita: ho accostato tante anime; ho potuto rendermi conto delle condizioni di vita di tante popolazioni; ho potuto costatare con viva soddisfazione - in base ad un "test", direi abbastanza vasto e rappresentativo - il magnifico lavoro che si è fatto in passato e che si continua a fare tuttora per l'incremento del Regno di Dio.

L'Africa è intimamente nutrita dal Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, è consacrata alla gloria del suo Nome, è aperta al soffio del suo Spirito. Laus Deo! Il mio ringraziamento si rivolge, poi, a tutti coloro che, in ciascuno dei sei Paesi dove mi sono recato, hanno predisposto, con squisita delicatezza, la più adeguata ed accurata accoglienza. Voglio, pertanto, nominare tutte le Autorità civili e religiose di quei Paesi, ed in particolare i Confratelli Vescovi, dei quali ho ammirato sia l'attività individuale che il lavoro collegiale in seno alle Conferenze Episcopali, i Sacerdoti ed i Religiosi, i Missionari e le Missionarie, gli esponenti ed i membri dei Movimenti cattolici laicali, le famiglie cristiane, i fedeli tutti. Quel che essi hanno fatto per me, quel che con i loro gesti, con le loro parole e con le loro attenzioni mi hanno dimostrato, resterà incancellabile nella mia memoria come segno e stimolo di sincera riconoscenza.

L'Africa ha un grande futuro dinanzi a sé: il mio augurio a quell'immenso Continente è che esso sappia proseguire con crescenti affermazioni il cammino sulle vie della pace, dell'operosità, della solidarietà interna ed internazionale.

Debbo infine ringraziare ciascuno di voi, qui presenti. Signor Primo Ministro, io Le sono molto riconoscente per le deferenti parole che mi ha rivolto, al momento in cui ho rimesso piede sull'amato e sempre ospitale suolo d'Italia. Ed a voi, fratelli Cardinali e Vescovi, Eccellentissimi Ambasciatori dei Paesi accreditati presso la Santa Sede, Signor Sindaco di Roma, voglio dire che considero la vostra venuta fin qui come un'adesione cordiale all'iniziativa del mio viaggio, e alle sue finalità; so che per la sua riuscita avete anche pregato.

Perciò, ho più di una ragione per ringraziarvi pubblicamente e per invitarvi, altresi, ad indirizzare con me un tal sentimento a Colui, che di ogni bene è munifico datore e che solo può dare il necessario incremento alle umane intraprese (1Co 3,6-7).

Laus Deo!

Data: 1980-05-12Data estesa: Lunedi 12Maggio 1980.


Al patriarca siro-ortodosso di Antiochia - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Desiderio di maggiore sintonia con la voce dello Spirito

Vostra santità, cari fratelli in Cristo.

Con gioia nel Signore io vi saluto e vi do il benvenuto. E' un piacere ricevere il capo pastore e una scelta rappresentanza di una Chiesa che vede le sue radici nella comunità apostolica di Antiochia, dove i discepoli del risorto Signore Gesù per la prima volta hanno ricevuto il glorioso nome di cristiani (cfr. Ac 11,26).

Il nostro amore di quello stesso Signore risorto, la nostra devozione a quella fede apostolica e testimonianza cristiana ricevuta da quei padri è ciò che rende il nostro odierno incontro così ricco di significato. Insieme ripetiamo le parole ispirate di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Insieme confessiamo il mistero della parola di Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza che è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le creature (cfr. Col 1,15) in cui al Padre è piaciuto ristabilire tutte le cose (cfr. Ep 1,10). Questo è il Signore che noi proclamiamo; questo è il Signore che noi cerchiamo di servire, in fede e verità; questo è il Signore il cui Spirito ci urge di cercare con ogni più grande ardore la pienezza della comunione gli uni con gli altri.

Per il battesimo noi siamo una cosa sola nel Signore Gesù Cristo. Il sacerdozio e l'eucaristia che noi condividiamo a causa della successione apostolica ci vincola ancor più insieme. Il mondo in cui noi viviamo e per il quale Cristo diede se stesso come riscatto per molti ha bisogno di una testimonianza cristiana unita al fine di essere in grado di meglio ascoltare la sua parola e rispondere al suo messaggio di amore e riconciliazione.

Si, questo è un messaggio, o piuttosto un urgente appello di riconciliazione fra coloro che portano il suo nome. Per secoli siamo stati lontani gli uni dagli altri; malintesi e sospetti hanno spesso segnato i nostri rapporti.

Per grazia di Dio stiamo mostrando di vincere il passato.

Nove anni fa, vostra santità e il mio venerato predecessore Paolo VI si incontrarono in questo stesso luogo a dare una chiara testimonianza della mutua consacrazione a questo compito della riconciliazione cristiana. A quel tempo avete riconosciuto che, anche se lungo i secoli sono sorte delle difficoltà a causa delle diverse espressioni teologiche che sono state usate per esprimere la nostra fede nella parola di Dio fatta carne e diventata vero uomo, la fede che noi vogliamo proclamare è la stessa. Con parole che erano nello stesso tempo incoraggianti e profetiche avete detto insieme: "Il periodo di reciproca recriminazione e condanna ha lasciato il posto alla buona volontà di impegnarsi insieme in un sincero sforzo per alleggerire ed eventualmente rimuovere il fardello della storia che tuttora pesa in modo opprimente sui cristiani" (cfr. "Declaratio Communis", die 27 oct. 1971).

Queste parole non sono rimaste semplici espressioni di buone intenzioni.

Nella struttura degli incontri della "Pro Oriente" tra le rappresentanze della Chiesa cattolica e della Chiesa orientale ortodossa, i teologi di ambedue le nostre Chiese hanno ricercato e tentato di risolvere le questioni che ancora provocano differenze tra di noi e ostacolano la completa canonica ed eucaristica comunione. Alcuni degli illustri vescovi presenti oggi hanno avuto una parte attiva in queste conversazioni. Siamo grati a Dio e a tutti questi uomini devoti per il reale progresso che e stato compiuto.

Al livello dell'attenzione pastorale per gli emigrati cristiani c'e stata una fruttuosa cooperazione per un servizio disinteressato verso coloro che, alla ricerca di un miglioramento delle condizioni materiali della loro vita, sentono la profonda necessità di un supporto spirituale nei loro nuovi ambienti.

Desidererei anche esprimere il mio personale apprezzamento per la delegazione che vostra santità mando in occasione della mia elezione come Vescovo di Roma.

E mentre umilmente riconosciamo le benedizioni di Dio sui nostri sforzi, specialmente durante i nove anni passati, confidiamo che, se rimarremo aperti alle ispirazioni dello Spirito, Dio continuerà a favorirci con le sue benedizioni.

Vostra santità, ci incontriamo subito dopo il mio ritorno da un intenso viaggio in Africa, un viaggio ricco di molte preziose esperienze. Non è questo il momento di rilevare commenti approfonditi su queste esperienze. Una cosa è chiara, pero. Io sono più che mai convinto che il mondo in cui viviamo abbia fame e sete di Dio, un desiderio che può trovare il suo appagamento solo in Cristo. Come pastori di Chiese che partecipano alle tradizioni apostoliche, noi siamo chiamati in special modo a continuare la missione apostolica di portare Cristo e i suoi doni di salvezza e di amore alla nostra generazione. La nostra mancanza di unità oscura la voce dello Spirito che si sforza di parlare all'umanità attraverso le nostre voci. Ma il nostro incontro di oggi è un segno del nostro rinnovato desiderio di essere più concordi con quello che lo Spirito sta dicendo alle Chiese. Incoraggiati da ciò che il Signore ha già compiuto in noi e attraverso noi, guardiamo con speranza verso il futuro, non minimizzando le difficoltà ma ponendo la nostra solida fede in colui che disse: "Ecco faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,5).

[Traduzione dall'inglese]

Data: 1980-05-14 Data estesa: Mercoledi 14 Maggio 1980.


All'inizio dell'udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La gioia della comunione nell'unica Chiesa di Cristo

Non posso iniziare l'incontro odierno se non col manifestare la mia più profonda gratitudine a Dio, che ha guidato i miei passi sulle vie dell'Africa e mi ha permesso, nel corso di dieci giorni, di visitare sei diversi Paesi del Continente Africano, concedendomi di vivere, insieme a tanti nostri fratelli e sorelle nella fede, la gioia della comunione spirituale nell'unica Chiesa di Cristo, e contemporaneamente condividere con tante nuove società, che si aprono alla vita, la gioia della loro giovane indipendenza e sovranità.

Per tutto ciò esprimo la più profonda riconoscenza a Dio e a Cristo, Redentore dell'uomo e del mondo e, in pari tempo, Signore, Crocifisso e Risorto, della storia dell'umanità. Esprimo anche vivo ringraziamento a tutti coloro che nel continente africano mi hanno accolto come pastore e, ad un tempo, come padre e fratello. Erano vescovi, sacerdoti, suore e fratelli religiosi; erano laici: uomini e donne, giovani e bambini. Erano Capi di Stato e Autorità, e anche rappresentanti delle antiche tradizioni tribali. Erano sposi e famiglie. Erano cattolici e cristiani, come altresi musulmani e seguaci delle tradizionali religioni africane, nelle quali pure si trova un nucleo della rivelazione primitiva.

Grazie a questa visita ho potuto incontrare, anche se brevemente, quelle care popolazioni, gioire della loro giovinezza spirituale, rendere omaggio alle loro belle tradizioni culturali e nello stesso tempo ai molteplici successi conseguiti.

Sull'argomento del pellegrinaggio in terra africana desidero ritornare la prossima settimana e forse anche in altre occasioni. Questo di oggi è soltanto una prima espressione, dettata da un impellente bisogno del cuore e da un profondo senso di gratitudine.

Data: 1980-05-14 Data estesa: Mercoledi 14 Maggio 1980.


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Radicale cambiamento del significato della nudità originaria

1. Abbiamo già parlato della vergogna che sorse nel cuore del primo uomo, maschio e femmina, insieme al peccato. La prima frase del racconto biblico, al riguardo, suona così: "Allora si aprirono gli occhi di tutti e due, e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture" (Gn 3,7). Questo passo, che parla della vergogna reciproca dell'uomo e della donna quale sintomo della caduta (status naturae lapsae), va considerato nel suo contesto. La vergogna in quel momento tocca il grado più profondo e sembra sconvolgere le fondamenta stesse della loro esistenza. "Poi udirono il Signore Dio, che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo con la sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino" (Gn 3,8). La necessità di nascondersi indica che nel profondo della vergogna avvertita reciprocamente, come frutto immediato dell'albero della conoscenza del bene e del male, è maturato un senso di paura di fronte a Dio: paura precedentemente ignota. "Il Signore Dio chiamo l'uomo e gli disse: "Dove sei?"". Rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto"" (Gn 3,9-10). Una certa paura appartiene sempre all'essenza stessa della vergogna; nondimeno la vergogna originaria rivela in modo particolare il suo carattere: "Ho avuto paura, perché sono nudo". Ci rendiamo conto che qui è in gioco qualche cosa di più profondo della stessa vergogna corporale, legata ad una recente presa di coscienza della propria nudità. L'uomo cerca di coprire con la vergogna della propria nudità l'autentica origine della paura, indicandone piuttosto l'effetto, per non chiamare per nome la sua causa. Ed è allora che Dio Jahvè lo fa in sua vece: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?" (Gn 3,11).


2. Sconvolgente è la precisione di quel dialogo, sconvolgente è la precisione di tutto il racconto. Essa manifesta la superficie delle emozioni dell'uomo nel vivere gli avvenimenti, in modo da svelarne al tempo stesso la profondità. In tutto ciò la "nudità" non ha soltanto un significato letterale, non si riferisce soltanto al corpo, non è origine di una vergogna riferita solo al corpo. In realtà, attraverso "la nudità", si manifesta l'uomo privo della partecipazione al Dono, l'uomo alienato da quell'Amore che era stato la sorgente del dono originario, sorgente della pienezza del bene destinato alla creatura. Quest'uomo, secondo le formule dell'insegnamento teologico della Chiesa, fu privato dei doni soprannaturali e preternaturali, che facevano parte della sua "dotazione" prima del peccato; inoltre, subi un danno in ciò che appartiene alla natura stessa, all'umanità nella pienezza originaria "dell'immagine di Dio". La triplice concupiscenza non corrisponde alla pienezza di quell'immagine, ma appunto ai danni, alle deficienze, alle limitazioni che apparvero col peccato. La concupiscenza si spiega come carenza, la quale affonda pero le radici nella profondità originaria dello spirito umano. Se vogliamo studiare questo fenomeno alle sue origini, cioè alla soglia delle esperienze dell'uomo "storico", dobbiamo prendere in considerazione tutte le parole che Dio-Jahvè rivolse alla donna (Gn 3,16) e all'uomo (Gn 3,17-19), e inoltre dobbiamo esaminare lo stato della coscienza di entrambi; ed è il testo jahvista che espressamente ce lo facilita.

Già prima abbiamo richiamato l'attenzione sulla specificità letteraria del testo a tale riguardo.


3. Quale stato di coscienza può manifestarsi nelle parole: "Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto"? A quale verità interiore corrispondono esse? Quale significato del corpo testimoniano? Certamente questo nuovo stato differisce grandemente quello originario. Le parole di Genesi 3,10 attestano direttamente un radicale cambiamento del significato della nudità originaria. Nello stato dell'innocenza originaria, la nudità, come abbiamo osservato in precedenza, non esprimeva carenza, ma rappresentava la piena accettazione del corpo in tutta la sua verità umana e quindi personale. Il corpo, come espressione della persona, era il primo segno della presenza dell'uomo nel mondo visibile. In quel mondo, l'uomo era in grado, fin dall'inizio, di distinguere se stesso, quasi individuarsi - cioè confermarsi come persona - anche attraverso il proprio corpo. Esso, infatti, era stato, per così dire, contrassegnato come fattore visibile della trascendenza, in virtù della quale l'uomo, in quanto persona, supera il mondo visibile degli esseri viventi (animalia). In tale senso, il corpo umano era dal principio un testimone fedele e una verifica sensibile della "solitudine" originaria dell'uomo nel mondo, diventando al tempo stesso, mediante la sua mascolinità e femminilità, una limpida componente della reciproca donazione nella comunione delle persone. così, il corpo umano portava in sé, nel mistero della creazione, un indubbio segno dell'"immagine di Dio" e costituiva anche la specifica fonte della certezza di quell'immagine, presente in tutto l'essere umano. L'originaria accettazione del corpo era, in un certo senso, la base dell'accettazione di tutto il mondo visibile. E, a sua volta, era per l'uomo garanzia del suo dominio sul mondo, sulla terra, che avrebbe dovuto assoggettare (cfr. Gn 1,28).


4. Le parole "ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto" (Gn 3,10) testimoniano un radicale cambiamento di tale rapporto. L'uomo perde, in qualche modo, la certezza originaria dell'"immagine di Dio", espressa nel suo corpo. Perde anche in certo modo il senso del suo diritto a partecipare alla percezione del mondo, di cui godeva nel mistero della creazione. Questo diritto trovava il suo fondamento nell'intimo dell'uomo, nel fatto che egli stesso partecipava alla visione divina del mondo e della propria umanità; il che gli dava profonda pace e gioia nel vivere la verità e il valore del proprio corpo, in tutta la sua semplicità, trasmessagli dal Creatore: "Dio vide (che) era cosa molto buona" (Gn 1,31). Le parole di Genesi 3,10: "Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto" confermano il crollo dell'originaria accettazione del corpo come segno della persona nel mondo visibile. Insieme, sembra anche vacillare l'accettazione del mondo materiale in rapporto all'uomo. Le parole di Dio-Jahvè preannunciano quasi l'ostilità del mondo, la resistenza della natura nei riguardi dell'uomo e dei suoi compiti, preannunciano la fatica che il corpo umano avrebbe poi provato a contatto con la terra da lui soggiogata: "Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto" (Gn 3,17-19). Il termine di tale fatica, di tale lotta dell'uomo con la terra, è la morte: "Polvere tu sei e in polvere tornerai" (Gn 3,19).

In questo contesto, o piuttosto in questa prospettiva, le parole di Adamo in Genesi 3,10: "Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto", sembrano esprimere la consapevolezza di essere inerme, e il senso di insicurezza della sua struttura somatica di fronte ai processi della natura, operanti con un determinismo inevitabile. Forse, in questa sconvolgente enunciazione si trova implicita una certa "vergogna cosmica", in cui si esprime l'essere creato ad "immagine di Dio" e chiamato a soggiogare la terra e a dominarla (cfr. Gn 1,28), proprio mentre, all'inizio delle sue esperienze storiche e in maniera così esplicita, viene sottomesso alla terra, particolarmente nella "parte" della sua costituzione trascendente rappresentata appunto dal corpo.

Occorre qui interrompere le nostre riflessioni sul significato della vergogna originaria, nel Libro della Genesi. Le riprenderemo fra una settimana.

Data: 1980-05-14 Data estesa: Mercoledi 14 Maggio 1980.



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