GPII 1980 Insegnamenti - Omelia della messa per un gruppo di pellegrini - Castel Gandolfo (Roma)

Omelia della messa per un gruppo di pellegrini - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: Pregare vuol dire conoscere il Padre

Sia lodato Gesù Cristo! "Signore, insegnaci a pregare": queste parole rivolte direttamente a Cristo, e ricordateci oggi, nella lettura del Vangelo, non appartengono soltanto al passato. Queste sono le parole ripetute continuamente dagli uomini, questo è un problema sempre attuale: il problema della preghiera.

Cosa vuol dire pregare? Come pregare? E perciò la risposta che ha dato Cristo è sempre attuale. E come ha risposto Cristo? In un certo senso lui insegno ai chiedenti le parole che dovevano pronunciare quando pregavano, quando si rivolgevano al Padre. Queste parole si trovano nelle due versioni evangeliche: il testo del Vangelo di oggi si diversifica leggermente da quello al quale siamo abituati nella nostra preghiera quotidiana: infatti noi ricordiamo il "Padre nostro" secondo la versione di san Matteo.

Il Cristo insegno dunque le parole della preghiera: le parole più perfette, le parole più complete; in esse tutto è racchiuso.

Tuttavia la risposta di Cristo non si limita esclusivamente al testo, alle parole che dobbiamo pronunciare quando preghiamo. Si tratta di un problema molto più pressante, e, si potrebbe dire, anche molto più complesso.

Cosa vuol dire pregare? Pregare vuol dire sentire la propria insufficienza, sentire la propria insufficienza attraverso le svariate necessità che si presentano all'uomo, le necessità che costantemente fanno parte della sua vita. Come, per esempio, il bisogno del pane a cui si riferisce il Cristo dando come esempio quell'uomo che sveglia il suo amico a mezzanotte per chiedergli del pane. Simili necessità sono numerose. Il bisogno del pane è, in un certo senso, il simbolo di tutte le necessità materiali, delle necessità del corpo umano, delle necessità di questa esistenza che nasce dal fatto che l'uomo è il corpo. Ma la scala di queste necessità è più vasta.

Alle risposte di Cristo, nella liturgia odierna, appartiene anche questo meraviglioso avvenimento della Genesi di cui il personaggio principale è Abramo. E il principale problema è quello di Sodoma e Gomorra; oppure, in altre parole, quello del bene e del male, del peccato e della colpa, cioè: il problema della giustizia e della misericordia. Splendido è questo colloquio tra Abramo e Dio e dimostra che pregare vuol dire muoversi continuamente nell'orbita della giustizia e della misericordia, è un introdursi tra l'una e l'altra in Dio stesso.

Pregare dunque vuol dire essere coscienti, essere coscienti fino in fondo di tutte le necessità dell'uomo, di tutta la verità sull'uomo, e, in nome di questa verità il cui soggetto diretto sono io stesso, e non solo io, ma anche il mio prossimo, tutti gli uomini, l'umanità intera; e in nome di questa verità rivolgersi a Dio come al Padre.

Allora, secondo la risposta di Cristo alla domanda: "Insegnaci a pregare", tutto si riduce a questo singolo concetto: imparare a pregare vuol dire "imparare il Padre". Se noi impariamo, nel senso pieno della parola, nella sua piena dimensione la realtà "Padre", abbiamo imparato tutto. Imparare il Padre vuol dire trovare la risposta alla domanda su come pregare, perché pregare, vuol dire anche trovare la risposta ad una serie di domande legate, per esempio, al fatto che io prego e in alcuni casi non vengo esaudito.

Cristo dà risposte indirette a queste domande anche nel Vangelo d'oggi.

Le dà in tutto il Vangelo e in tutta l'esperienza cristiana. Imparare chi è il Padre vuol dire imparare ciò che è la fiducia assoluta. Imparare il Padre vuol dire acquistare la certezza che lui assolutamente non potrà rifiutare niente.

Tutto ciò è detto nel Vangelo di oggi. Lui non ti rifiuta neanche quando tutto, materialmente e psicologicamente, sembra indicare il rifiuto. Lui non ti rifiuta mai.

Dunque imparare a pregare vuol dire "imparare il Padre" in questo modo; imparare ad essere sicuri che il Padre non ti rifiuta mai niente, ma che invece dona lo Spirito Santo a coloro che lo chiedono.

I doni che noi chiediamo sono diversi, sono le nostre necessità.

Chiediamo secondo le nostre esigenze e non può essere diversamente. Il Cristo conferma questo nostro atteggiamento: si, è così: dovete chiedere secondo le vostre esigenze, così come le sentite. Come queste necessità vi scuotono, spesso dolorosamente, così dovete pregare. Quando invece si tratta della risposta ad ogni vostra domanda, essa è data sempre attraverso un dono sostanziale: il Padre ci dona lo Spirito Santo. E lo dona in considerazione del suo Figlio. Per questo ha dato il Figlio suo, ha dato il Figlio suo per i peccati del mondo, ha dato il Figlio suo andando incontro a tutte le necessità del mondo, a tutte le necessità dell'uomo, per poter sempre, in questo Figlio crocifisso e risuscitato, donare lo Spirito Santo. Questo è il suo dono.

Imparare a pregare vuol dire imparare il Padre e imparare una fiducia assoluta verso colui il quale ci offre sempre questo dono più grande, e offrendolo non ci inganna mai. E se talvolta, o anche spesso, non riceviamo direttamente quello che chiediamo, in questo dono così grande - quando ci viene offerto - sono racchiusi tutti gli altri doni; pure se non sempre di ciò ci rendiamo conto.

L'esempio che ieri mi ha scosso è quello di un uomo che incontrai in un ospedale. Era gravemente malato in conseguenza delle lesioni riportate durante l'insurrezione di Varsavia. In quell'ospedale mi parlo della sua straordinaria felicità.

Questo uomo è arrivato alla felicità per qualche altra strada perché visibilmente, giudicando il suo stato fisico dal punto di vista medico, non vi erano motivi per essere così felice, sentirsi così bene e di considerarsi ascoltato da Dio. Eppure è stato ascoltato in un'altra dimensione della sua umanità. Ha ricordato il dono nel quale ha trovato la sua felicità pur essendo tanto infelice.

L'odierna liturgia che celebriamo in questi giardini vaticani di Castel Gandolfo, offre un'occasione forse particolare per unirci nello spirito con tutti i presenti e con quanti sono qui presenti attraverso di voi.

Se è vero che attraverso il mondo passa la rivoluzione, quella che avete decantato all'inizio del nostro incontro, allora questa rivoluzione è la più necessaria per l'uomo. L'uomo deluso da tanti programmi, da tante ideologie legate alla dimensione del corpo, alla temporaneità, all'ordine della materia, si sottomette all'azione dello spirito e scopre in sé il desiderio di ciò che è spirituale. Credo che oggi davvero una tale rivoluzione passa per il mondo. Molte sono le comunità che pregano, pregano come forse mai prima, in modo diverso, più completo, più ricco, con una più vasta apertura a quel dono che ci dà il Padre; ed anche con una nuova umana espressione di questa apertura. Direi, con un nuovo programma culturale della preghiera nuova. Simili comunità sono numerose. Desidero unirmi con esse dovunque si trovino: sulla terra polacca, e in tutta la terra.

Questa grande rivoluzione della preghiera è il frutto del dono, ed è anche la testimonianza delle immense necessità dell'uomo moderno e delle minacce che incombono su di lui e sul mondo contemporaneo. Penso che la preghiera d'Abramo e il suo contenuto sia molto attuale nei tempi in cui viviamo. E' tanto necessaria una tale preghiera, per trattare con Dio per ogni uomo giusto; per riscattare il mondo dall'ingiustizia. E' indispensabile una preghiera che si intrometta quasi nel cuore di Dio tra ciò che in esso è la giustizia e ciò che in esso è la misericordia.

E' necessaria una tale preghiera; una grande supplica per gli uomini, e per le comunità, per i popoli, per tutta l'umanità. La preghiera di Abramo.

Così la risposta di Cristo alla domanda "insegnaci a pregare" è sempre attuale; dobbiamo decifrarla nel suo contenuto originario come è registrata nel Vangelo; e dobbiamo decifrarla anche secondo i segni del tempo in cui viviamo.

Il frutto di tale ascolto della risposta di Cristo, di una tale lettura, sarà proprio la preghiera, ogni preghiera che recitiamo, ogni preghiera che celebriamo, anche questa che recitiamo e celebriamo ora: la preghiera più grande di tutte le preghiere, nella quale Cristo stesso prega con noi e attraverso di noi; nella quale il suo Spirito prega con "gemiti inesprimibili" (Rm 8,26), con noi e attraverso di noi che stiamo celebrando l'eucaristia. Amen. Data: 1980-07-27 Data estesa: Domenica 27 Luglio 1980.


Angelus Domini - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: La preghiera fa strada al bene e serve a superare il male

1. Siamo riuniti anche oggi, come tutte le domeniche, per la comune preghiera dell'"Angelus". La lettura della liturgia d'oggi (XVII domenica del tempo ordinario) ci incoraggia alla riflessione sulla preghiera. "Signore, insegnaci a pregare..." (Lc 11,1), dice a Cristo nel Vangelo uno dei suoi discepoli. Ed egli risponde loro richiamandosi all'esempio di un uomo, si, di un uomo importuno, che, trovandosi nel bisogno, bussa alla porta del suo amico addirittura a mezzanotte.

Ma ottiene ciò che chiede. Gesù, quindi, ci incoraggia ad avere un simile atteggiamento nella preghiera: quello dell'ardente perseveranza. Dice: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto..." (Lc 11,9).

Un modello di simile preghiera perseverante, umile e, nello stesso tempo, fiduciosa si riscontra nell'Antico Testamento, in Abramo, il quale supplica Dio per la salvezza di Sodoma e di Gomorra, se almeno vi si trovassero dieci giusti.


2. così dunque dobbiamo incoraggiarci sempre maggiormente alla preghiera. Dobbiamo ricordare spesso l'esortazione di Cristo: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto". In particolare, dobbiamo ricordarla quando perdiamo la fiducia o la voglia di pregare.

Dobbiamo anche sempre nuovamente imparare a pregare. Spesse volte avviene che ci dispensiamo dal pregare con la scusa di non saperlo fare. Se davvero non sappiamo pregare, tanto più allora è necessario impararlo. Ciò è importante per tutti, e sembra essere particolarmente importante per i giovani, i quali spesso tralasciano la preghiera che hanno imparato da bambini perché essa sembra loro troppo infantile, ingenua, poco profonda. Invece un simile stato di coscienza costituisce uno stimolo indiretto ad approfondire la propria preghiera, a renderla più riflessiva, più matura, a cercare l'appoggio per essa nella parola di Dio stesso e nello Spirito Santo, il quale "intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili", come scrive san Paolo (Rm 8,26).


3. So che tante persone in Italia, in Polonia e in tutto il mondo pregano per il Papa e tanti si uniscono con lui nella preghiera, abbracciando nell'animo i problemi che costituiscono l'oggetto delle sue implorazioni a Dio. Nell'occasione odierna, desidero dire quanto io sono enormemente grato per questo ricordo e per questa unione nella preghiera. E' un grande aiuto e un enorme sostegno, per il quale non cesso di ringraziare quotidianamente Dio. Con questo atto di gratitudine abbraccio tutti i miei benefattori, conosciuti e sconosciuti, e, in particolare, quelli che completano la loro preghiera col sacrificio spirituale della sofferenza.

E mentre per questo ringrazio pubblicamente, nella circostanza odierna, non cesso di ripetere a me stesso e agli altri: "Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sara aperto". Si, cari fratelli e sorelle. Esiste un enorme bisogno di preghiera, della preghiera grande e incessante della Chiesa; esiste il bisogno della preghiera fervente, umile e perseverante. Essa è il primo fronte in cui il bene e il male, nel nostro mondo, si affrontano. Essa fa strada al bene e serve a superare il male. La preghiera ottiene la grazia divina e la misericordia per il mondo. Essa eleva gli uomini alla dignità, che ha dato loro il Figlio di Dio, quando, uniti con lui, ripetono: "Padre nostro".

Giustamente parliamo anche dell'apostolato della preghiera. Giustamente esiste un'associazione che porta tale nome. La preghiera è il primo apostolato, quello fondamentale e più universale per ciascuno e per tutti.

Appello ai rapitori dei tre giovani tedeschi sequestrati in Toscana Rinnovo di cuore a tutti, come ho già fatto la scorsa domenica, il mio vivo augurio di buone vacanze, in vista di un effettivo ritempramento fisico e spirituale.

Purtroppo, queste comuni prospettive di serenità sono oggi funestate dalla notizia del rapimento, recentemente avvenuto in Toscana, di due figlie e di un nipote del giornalista tedesco signor Kronzucher.

Perciò, rivolgo un pressante, angosciato appello ai sequestratori, affinché vogliano al più presto liberare e restituire ai loro cari genitori i tre ragazzi rapiti, così da offrire a tutti un gesto di umanità e di civiltà, se non di cristiano ravvedimento.

Auspici per il ritorno alla pace, alla serenità e alla fratellanza nei territori martoriati dalla violenza Questo momento di serenità e di gioia fraterna non ci deve far dimenticare le ansie e le sofferenze, che colpiscono nazioni e popoli che tanto ci sono cari. In modo particolare, le inquietanti notizie che ci giungono da diverse parti del mondo, molto provate - sia dal continente latino-americano, sia dal medio oriente e regioni vicine - esigono da noi di non diminuire la nostra sensibilità e vigilanza spirituale. E di intensificare la nostra preghiera dinanzi a Dio per gli uomini, per i settori, per le società che soffrono. La preghiera è il primo e fondamentale segno, che ci viene richiesto, della nostra solidarietà con loro. Non entrando, per ora, nei particolari delle vicende, le quali - come vivamente speriamo - potranno prendere una piega migliore, ci fermiamo a questo segno. Raccomandiamo a Dio tanto più intensamente tali situazioni, quanto più sentiamo in esse un altro avvertimento che sono minacciate la pace e la giustizia nel mondo.

Data: 1980-07-27 Data estesa: Domenica 27 Luglio 1980.


Alla nuova Curia Generale dei Lazzaristi - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: Testimoniate il Vangelo alla Chiesa e al mondo

Figli dilettissimi, Sono lieto di incontrarmi oggi con voi, che costituite la nuova Curia Generale della Congregazione della Missione o Lazzaristi, quale è stata, eletta dalla XXXVI Assemblea Generale del medesimo Istituto religioso.

Perciò, mi compiaccio di salutare in voi il nuovo Superiore Generale nella persona di P. Richard McCullen, odierno successore di San Vincenzo, e, con lui, il Vicario Generale P. Miguel Perez-Flores ed i tre Assistenti Generali.

Mentre esprimo la mia stima per voi e la mia soddisfazione per la vostra elezione a cariche tanto importanti, non posso non presentarvi i miei paterni auguri per un solerte e proficuo svolgimento delle missioni, a cui siete stati deputati. La vita religiosa oggi, come sempre, anzi più che non mai, è chiamata a rendere una luminosa testimonianza evangelica alla Chiesa ed al mondo, mediante una incondizionata e totale sequela di Cristo. Questa, poi, deve configurarsi ad essere vissuta in modo tale che gli uomini possano fruttuosamente costatare quanto dinamica e volta al bene di tutti sia un'autentica consacrazione al Signore.

Sappiate, quindi, unire armonicamente in voi la necessaria azione e la insostituibile contemplazione, e soprattutto possiate trasfondere efficacemente la loro sintesi in tutti i membri della vostra Congregazione.

So che i campi di apostolato a voi propri sono molteplici: le missioni, anzitutto, nella più vasta accezione del termine intesa dal vostro grande Vincenzo de Paul; poi la direzione e l'insegnamento nei Seminari; la direzione delle Figlie e delle Dame di Carità; ritiri spirituali al Clero ed al Laicato. Si tratta di attività molto significative, che toccano settori diversi e rilevanti della vita della Chiesa ed abbisognano di tutto l'impegno intelligente e zelante dei Lazzaristi, nel nome grande e urgente della Carità di Cristo. E voi, dai vostri nuovi posti di responsabilità, certo saprete imprimere a tutta la vostra illustre Famiglia religiosa quegli impulsi, che le sono richiesti dai tempi e dalle condizioni sia della Chiesa che del mondo in cui oggi viviamo.

Abbiate la certezza che io vi ricordero nella preghiera, affinché non manchi la ispiratrice e corroborante grazia divina alle vostre decisioni ed al vostro delicato ministero.

Di questi favori celesti, che auspico abbondanti, è pegno la mia Benedizione Apostolica, che di gran cuore imparto a voi ed estendo a tutti i vostri benemeriti Confratelli sparsi nel mondo, come assicurazione del mio affetto e del mio incoraggiamento.

Data: 1980-07-27 Data estesa: Domenica 27 Luglio 1980.


L'"Interrogatorio a Maria" di G. Testori davanti al Papa - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: Maria ci parla di se stessa

Si potrebbe dire semplicemente: grazie. Ma sento che non basta dire grazie perché è necessario spiegare perché grazie.

Grazie innanzitutto all'autore e agli artisti. Avevo già letto qualche mese fa questo testo, ma la sua trasposizione teatrale è un'altra cosa. La vera lettura del suo oratorio, signor Testori, l'ho fatta dunque questa sera. Perché dico grazie. E questo secondo ringraziamento entra già nel merito dell'opera. Mi son chiesto, mentre assistevo alla rappresentazione, se era la prima volta che seguivo una tale impostazione teatrale.

E' stata certamente la prima volta perché ogni vera opera artistica è prima, unica e irripetibile. Si può pero parlare della tradizione ed in questo caso la tradizione affonda le sue radici nei secoli. Si deve cioè riandare all'epoca in cui la nostra fede era profondamente vissuta.

"Interrogatorio" è un'espressione direi quasi centrale in questo contesto. "Interrogatorio a Maria". Noi siamo abituati a parlare con Maria, ad interrogarla continuamente. Ogni nostra preghiera è un interrogatorio. In questo interrogatorio rimane sempre il "tu" e l'"io" dove questo "io" è ciascuno di noi.

Nell'interrogatorio al quale abbiamo assistito questa sera invece, ci sembra di trovarci in una situazione inversa: Maria è diventata quell'"io" e tutti noi, qui rappresentati anche dagli artisti siamo quelli che abbiamo provocato, con il nostro interrogatorio, Maria a parlarci di se stessa. E credo che ciò sia molto originale e che si trovi in linea con lo stile delle opere medioevali. Nel mio paese la letteratura del medioevo ha segnato il passaggio da una letteratura di tipo latino e polacco insieme ad una letteratura di tipo esclusivamente nazionale.

L'opera del nostro autore credo possa collocarsi proprio su questa linea di fedeltà alla tradizione della letteratura teatrale pur essendo radicalmente moderna.

Ed anche se prendiamo la letteratura drammatica di tipo religioso non troviamo, anche in epoca più vicina alla nostra o anche contemporanea, questo tipo di impostazione.

Interrogatorio a Maria, questo interrogatorio è moderno nel suo contenuto, nel modo di proporre i problemi, di fare le domande a Maria, e anche nella sua semplicità. Anche se questa semplicità era tipica per l'arte medioevale, per il dramma paraliturgico medioevale, si trattava di un altro tipo di semplicità, direi più primitivo almeno per il nostro giudizio. Ma forse non siamo più capaci di giudicare gli atteggiamenti di tanti secoli fa. Invece la semplicità che si sentiva nelle domande e anche nelle risposte è una semplicità, direi, molto coraggiosa per entrambe le parti; dalla parte degli interlocutori e dalla parte della Vergine che rispondeva con grandissima semplicità, confessando che cosa vuol dire essere madre, essere madre del Verbo divino, essere madre di Cristo, spiegando anche che cosa significasse quella sua maternità nel senso possiamo dire umano, fisico, di due elementi, di due aspetti di quella maternità certamente umana, ma insieme divina; maternità del Verbo, del Verbo incarnato; maternità che introduceva la Vergine Maria nel mistero, nel seno della santissima Trinità; maternità che la situava nel centro della storia, storia della salvezza umana; maternità che ha condizionato sostanzialmente il mistero dell'incarnazione non solamente come fatto storico ma mistero dell'incarnazione come un processo, come un processo che dura, processo permanente, processo nel quale tutti siamo coinvolti con la nostra umanità, con la nostra vita umana, con il nostro destino, tutti, ciascuno ed anche tutto il cosmo, tutto il mondo visibile di cui facciamo parte e che porta in sé la grande minaccia della sua morte. Alla fine di questo interrogatorio, l'autore e gli artisti hanno toccato anche questa dimensione del credo e così in quella forma, molto originale, molto moderna, abbiamo sentito una catechesi, possiamo dire, catechesi fatta dalla catechista più competente in tutto l'universo, perché una catechista che poteva e può dare una testimonianza piu personale del mistero divino. Allora non so cosa ci ha attirato di più: o l'aspetto artistico, drammatico nella tradizione un po' dei misteri liturgici medioevali o la catechesi complessiva, perché era quasi tutto il credo spiegato nel colloquio, nell'interrogatorio a Maria. L'atteggiamento degli interlocutori era anche tipico dell'uomo moderno. Siamo noi, tutti noi, a fare le domande a Maria, così come hanno fatto i nostri artisti. Queste sono le mie impressioni e tutto quello che ho detto l'ho detto per dare una risposta alla domanda: perché grazie? Per tutto questo e per molti altri valori e contenuti, per molte altre esperienze vissute durante questo spettacolo così semplice, così ridotto nei suoi elementi visivi e così affascinante per il suo contenuto essenziale, religioso, profondamente teologico, profondamente umano, perenne e insieme, possiamo dire, totalmente nostro, dico e ripeto: grazie. E questo grazie lo dico non solamente in mio nome ma anche in nome di alcuni miei ospiti che in questi giorni stanno qui vicino. Si tratta di miei amici che tempo fa erano anche loro studenti ed ora sono professori, ingegneri, dottori, e altri sono già, almeno la maggioranza di loro, anche genitori. Sono venuti con i loro figli per farmi visita qui a Castel Gandolfo in questi giorni. Devo dire che ho passato con loro molti anni durante l'estate, e anche l'inverno, approfittando del tempo delle vacanze, per essere insieme, per far un po' di turismo insieme e per vivere insieme anche la comunità cristiana. Erano presenti, hanno cercato di ascoltare. Forse non sono riusciti a comprendere. Ma penso che se non hanno potuto capire le parole, hanno potuto capire certamente il clima di questo spettacolo, di quel mistero religioso, mistero in senso artistico, e teatrale. Ecco, anche a nome di questi miei amici dico grazie.

Data: 1980-07-29 Data estesa: Martedi 29 Luglio 1980.


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Nella volontà del dono reciproco la comunione delle persone

1. Le riflessioni che andiamo svolgendo nell'attuale ciclo sono inerenti alle parole, che Cristo pronunzio nel Discorso della montagna sul "desiderio" della donna da parte dell'uomo. Nel tentativo di procedere a un esame di fondo su ciò che caratterizza l'"uomo della concupiscenza", siamo nuovamente risaliti al Libro della Genesi. Quivi, la situazione venutasi a creare nel rapporto reciproco dell'uomo e della donna è delineata con grande finezza. Le singole frasi di Genesi 3 sono molto eloquenti. Le parole di Dio-Jahvè rivolte alla donna in Genesi 3,16: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà", sembrano rivelare, ad un'analisi approfondita, in che modo il rapporto di reciproco dono, che esisteva tra loro nello stato di innocenza originaria, si sia mutato, dopo il peccato originale, in un rapporto di reciproca appropriazione.

Se l'uomo si rapporta alla donna così da considerarla soltanto come oggetto di cui appropriarsi e non come dono, in pari tempo condanna se stesso a diventare anch'egli, per lei, soltanto oggetto di appropriazione, e non dono. Pare che le parole di Genesi 3,16 trattino di tale rapporto bilaterale, sebbene direttamente sia detto soltanto: "egli ti dominerà". Inoltre, nell'appropriazione unilaterale (che indirettamente è bilaterale) scompare la struttura della comunione tra le persone; entrambi gli esseri umani divengono quasi incapaci di attingere la misura interiore del cuore, volta verso la libertà del dono e il significato sponsale del corpo, che le è intrinseco. Le parole di Genesi 3,16 sembrano suggerire che ciò avviene piuttosto a spese della donna, e che in ogni caso essa lo sente più dell'uomo.


2. Almeno a questo particolare vale la pena di volgere ora l'attenzione. Le parole di Dio-Jahvè secondo Genesi 3,16: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà", e quelle di Cristo secondo Matteo 5,27-28: "Chiunque guarda una donna per desiderarla...", permettono di scorgere un certo parallelismo. Forse, qui non si tratta del fatto che soprattutto la donna diviene oggetto di "desiderio" da parte dell'uomo, ma piuttosto che - come già in precedenza abbiamo messo in rilievo - l'uomo "dal principio" avrebbe dovuto essere custode della reciprocità del dono e del suo autentico equilibrio. L'analisi di quel "principio" (Gn 2,23-25) mostra appunto la responsabilità dell'uomo nell'accogliere la femminilità quale dono e nel mutuarla in un vicendevole, bilaterale contraccambio.

Con ciò è in aperto contrasto il ritrarre dalla donna il proprio dono mediante la concupiscenza. Sebbene il mantenimento dell'equilibrio del dono sembri esser stato affidato ad entrambi, spetta soprattutto all'uomo una speciale responsabilità, come se da lui maggiormente dipendesse che l'equilibrio sia mantenuto oppure infranto o perfino - se già infranto - eventualmente ristabilito. Certamente, la diversità dei ruoli secondo questi enunciati, ai quali facciamo qui riferimento come a testi-chiave, era anche dettata dall'emarginazione sociale della donna nelle condizioni di allora (e la S. Scrittura dell'Antico e del Nuovo Testamento ne fornisce sufficienti prove); nondimeno, vi è racchiusa una verità, che ha il suo peso indipendentemente da specifici condizionamenti dovuti agli usi di quella determinata situazione storica.


3. La concupiscenza fa si che il corpo divenga quasi "terreno" di appropriazione dell'altra persona. Com'è facile intendere, ciò comporta la perdita del significato sponsale del corpo. Ed insieme a ciò acquista un altro significato anche la reciproca "appartenenza" delle persone, che unendosi così da essere a "una sola carne" (Gn 2,24) vengono in pari tempo chiamate ad appartenere l'una all'altra. La particolare dimensione dell'unione personale dell'uomo e della donna attraverso l'amore si esprime nelle parole "mio... mia". Questi pronomi, che da sempre appartengono al linguaggio dell'amore umano, ricorrono, spesso nelle strofe del Cantico dei Cantici e anche in altri testi biblici. Sono pronomi che nel loro significato "materiale" denotano un rapporto di possesso, ma nel nostro caso indicano l'analogia personale di tale rapporto. L'appartenenza reciproca dell'uomo e della donna, specialmente quando si appartengono come coniugi "nell'unità del corpo", si forma secondo questa analogia personale. L'analogia - come è noto - indica ad un tempo la somiglianza ed anche la carenza di identità (cioè una sostanziale dissomiglianza). Possiamo parlare dell'appartenenza reciproca delle persone soltanto se prendiamo in considerazione una tale analogia. Infatti, nel suo significato originario e specifico, l'appartenenza presuppone il rapporto del soggetto all'oggetto: rapporto di possesso e di proprietà. E' un rapporto non soltanto oggettivo, ma soprattutto "materiale": appartenenza di qualcosa, quindi di un oggetto a qualcuno.


4. I termini "mio... mia", nell'eterno linguaggio dell'amore umano, non hanno - certamente - tale significato. Essi indicano la reciprocità della donazione, esprimono l'equilibrio del dono - forse proprio questo in primo luogo - cioè quell'equilibrio del dono, in cui si instaura la reciproca communio personarum. E se questa viene instaurata mediante il dono reciproco della mascolinità e della femminilità, si conserva in essa anche il significato sponsale del corpo. Invero, le parole "mio... mia" nel linguaggio d'amore sembrano una radicale negazione di appartenenza nel senso in cui un oggetto-cosa materiale appartiene al soggetto-persona. L'analogia conserva la sua funzione finché non cade nel significato suesposto. La triplice concupiscenza, ed in particolare la concupiscenza della carne, toglie alla reciproca appartenenza dell'uomo e della donna la dimensione che è propria dell'analogia personale, in cui i termini "mio... mia" conservano il loro significato essenziale. Tale significato essenziale sta al di fuori della "legge di proprietà", al di fuori del significato dell'"oggetto di possesso"; la concupiscenza, invece, è orientata verso quest'ultimo significato. Dal possedere, l'ulteriore passo va verso il "godimento": l'oggetto che posseggo acquista per me un certo significato in quanto ne dispongo e me ne servo, lo uso. E' evidente che l'analogia personale dell'appartenenza si contrappone decisamente a tale significato. E questa opposizione è un segno che ciò che nel rapporto reciproco dell'uomo e della donna "viene dal Padre" conserva la sua persistenza e continuità nei confronti di ciò che viene "dal mondo". Tuttavia, la concupiscenza di per sé spinge l'uomo verso il possesso dell'altro come oggetto, lo spinge verso il "godimento", che porta con sé la negazione del significato sponsale del corpo. Nella sua essenza, il dono disinteressato viene escluso dal "godimento" egoistico. Non ne parlano forse già le parole di Dio-Jahvè rivolte alla donna in Genesi 3,16? 5. Secondo la prima lettera di Giovanni 2,16, la concupiscenza mostra soprattutto lo stato dello spirito umano. Anche la concupiscenza della carne attesta in primo luogo lo stato dello spirito umano. A questo problema converrà dedicare un'ulteriore analisi.

Applicando la teologia giovannea al terreno delle esperienze descritte in Genesi 3, come pure alle parole pronunziate da Cristo nel Discorso della montagna (Mt 5,27-28), ritroviamo, per così dire, una dimensione concreta di quella opposizione che - insieme al peccato - nacque nel cuore umano tra lo spirito e il corpo. Le sue conseguenze si fanno sentire nel rapporto reciproco delle persone, la cui unità nell'umanità è determinata fin dal principio dal fatto che sono uomo e donna. Da quando nell'uomo si è installata "un'altra legge, che muove guerra alla legge della mente" (Rm 7,23), esiste quasi un costante pericolo di tale modo di vedere, di valutare, di amare, così che "il desiderio del corpo" si manifesta più potente del "desiderio della mente". Ed è proprio questa verità circa l'uomo, questa componente antropologica che dobbiamo tener sempre presente, se vogliamo comprendere sino in fondo l'appello rivolto da Cristo al cuore umano nel Discorso della montagna.

Data: 1980-07-30 Data estesa: Mercoledi 30 Luglio 1980.


Messa per un gruppo di pellegrini - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: La vanità ed il valore

Nell'insieme delle letture dell'odierna liturgia è contenuto un profondo paradosso, il paradosso tra la "vanità e il valore". Le prime parole del libro di Qoèlet parlano della vanità di tutte le cose; in un certo senso della vanità degli sforzi, delle attività dell'uomo in questa vita, della vanità del creato in un certo qual modo; della vanità dell'uomo, pure lui una creatura al passare e alla morte.

In questo salmo che cantiamo nella liturgia di oggi subito dopo sentiamo l'elogio del creato. Del resto quell'elogio è una lontana, primogenita eco, contenuta in tutta la Genesi, dell'elogio della creazione: quando il Dio disse che tutto il suo operato fu un bene, anzi, vide che fu un bene dell'uomo, che creo all'immagine e somiglianza sua, disse che era molto buono. Vide che era molto buono. Perciò ci troviamo davanti a un certo interrogativo: perché la vanità, e perché il valore? Quale rapporto lega l'una con l'altro? La risposta, almeno quella principale, la si trova nel Vangelo letto oggi. Non si tratta di dare giudizio sul creato. Si tratta della via della saggezza. Non dimentichiamo che la Genesi è, prima di tutto, un libro (ho in mente i suoi primi capitoli). E' dunque un libro sul mondo, in un certo senso un libro-manuale teologico sulla cosmologia e sul creato. I1libro di Qoèlet, invece, è un libro sulla saggezza. Insegna come vivere. E questo che nel Vangelo di oggi dice Cristo è il prolungamento di quella saggezza dell'Antico Testamento. Cristo parla attraverso esempi e parabole: parla dell'uomo che ha racchiuso il senso della sua vita nei beni di questo mondo. Li ha avuti in tale quantità che ha dovuto costruire nuovi granai per poterli contenere tutti. Il programma della vita dunque è accumulare e usare. E in ciò deve essere racchiusa la felicità. A un tale uomo il Cristo risponde: "Stolto, questa stessa notte chiederanno l'anima tua".

Se hai interpretato così il senso del valore, allora si ritorcerà contro di te la legge della vanità. E questa è già una risposta. Non si tratta allora di giudizio sul mondo, ma di saggezza dell'uomo; del modo del suo agire. Nelle mie conversazioni con un indimenticabile amico, Jurek, chiamavamo tutto ciò gerarchia dei valori. E' necessario stabilire, nella propria vita, una gerarchia dei valori.

Il Cristo attraverso tutto ciò che ha detto e, soprattutto, attraverso ciò che Lui è stato, attraverso tutto il mistero pasquale, ha stabilito la gerarchia dei valori nella vita dell'uomo. Nella seconda lettura odierna S. Paolo si riallaccia proprio a questa gerarchia quando dice che dobbiamo cercare ciò che è in alto.

Dunque l'uomo non può chiudere l'orizzonte della sua vita con la temporaneità; non può ridurre il senso della sua vita nell'usufruire i beni che gli sono stati donati dalla natura, dal creato, che lo circondano e che si trovano anche dentro di lui. Non può racchiudere in questo modo il primato della sua esistenza, ma deve andare oltre se stesso. Essendo ad immagine e somiglianza di Dio deve vedere se stesso più in alto e deve cercare per sé un senso in questo che lo sovrasta.

Il Vangelo contiene la verità sull'uomo perché contiene tutto ciò che sovrasta l'uomo e che, nello stesso tempo, l'uomo può raggiungere in Cristo collaborando con l'azione di Dio che agisce dentro l'uomo. Questa è la strada della saggezza. E su questa strada della saggezza si risolve il paradosso tra la vanità e il valore; il paradosso che spesso vive l'uomo.

Molte volte l'uomo è propenso a guardare la sua vita dal punto di vista della vanità. Eppure Cristo desidera che noi la guardiamo dal punto di vista del valore, stando pero sempre attenti ad usare la giusta gerarchia dei valori, la giusta scala dei valori.

E quando la liturgia odierna, insieme con la parola: Alleluia, ci ricorda anche la beatitudine: "Benedetti i poveri di spirito perché di loro è il Regno dei Cieli", riassume in essa un tale programma della vita.

Cristo ha esortato l'uomo alla povertà, ad assumere un atteggiamento che non lo faccia chiudere nella temporaneità, che non gli faccia vedere in essa il fine ultimo della propria esistenza e non gli faccia fondare tutto sul consumo, sul godimento. Un tale uomo è in questo senso povero, perché è continuamente aperto. Aperto verso Dio e aperto verso questi valori che ci vengono portati dalla Sua azione, dalla Sua Grazia, dal Suo Creato, dalla Sua Redenzione e dal Suo Cristo.

Ecco il breve sunto dei pensieri contenuti nella liturgia di oggi; pensieri sempre importanti. Essi non perdono mai il loro significato; rimangono perpetuamente attuali.

In un certo senso, cercavamo sempre una risposta per la domanda: che cosa vuol dire essere un cristiano? Che cosa vuol dire essere cristiano nel mondo moderno: essere cristiano in ogni giorno, essendo, nello stesso tempo, un professore d'università, un ingegnere, un medico, un uomo contemporaneo e, prima ancora, uno studente o una studentessa.

Cosa vuol dire essere cristiano? E scoprendo questo valore e soprattutto questo contenuto della parola "cristiano" e il valore ad essa congenito, trovavamo anche la gioia. Non solamente una immediata consolazione, ma una continua affermazione. Una risposta per la domanda se vale la pena di vivere, qui trova la sua conferma. In tal caso, vale la pena di vivere. Con una tale comprensione della gerarchia dei valori, della scala dei valori, vale la pena di vivere. Se la vita ha questo senso, vale la pena di viverla. E vale la pena di sforzarsi e di patire, perché la vita umana non è da ciò libera, ed ognuno di noi, individualmente e nella nostra comunità, ha vissuto le grandi sofferenze.

In questa prospettiva vale la pena di sforzarsi e di patire, perché: "Benedetti i poveri di spirito, perché di loro è il Regno dei Cieli". così agli inizi si formava la Chiesa, così la comincio a formare Cristo stesso, e così essa si formava grazie al ministero degli apostoli e dei loro successori, e così si forma anche oggi. Costruite la Chiesa in questa dimensione della vita di cui siete partecipi. Amen. Data: 1980-08-03 Data estesa: Domenica 3 Agosto 1980.


GPII 1980 Insegnamenti - Omelia della messa per un gruppo di pellegrini - Castel Gandolfo (Roma)