GPII 1980 Insegnamenti - All'inizio dell'udienza generale - Città del Vaticano (Roma)


Nuovo ciclo di catechesi, udienza generale - Aula Paolo VI - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Significato della vergogna originale nei rapporti interpersonali uomo-donna

1. Parlando della nascita della concupiscenza nell'uomo, in base al libro della Genesi, abbiamo analizzato il significato originario della vergogna, che apparve col primo peccato. L'analisi della vergogna, alla luce del racconto biblico, ci consente di comprendere ancora più a fondo quale significato essa abbia per l'insieme dei rapporti interpersonali uomo-donna. Il capitolo terzo della Genesi dimostra senza alcun dubbio che quella vergogna apparve nel reciproco rapporto dell'uomo con la donna e che tale rapporto, per causa della vergogna stessa subi una radicale trasformazione. E poiché essa nacque nei loro cuori insieme con la concupiscenza del corpo, l'analisi della vergogna originaria ci permette contemporaneamente di esaminare in quale rapporto rimane tale concupiscenza rispetto alla comunione delle persone, che dal principio è stata concessa e assegnata come compito all'uomo e alla donna per il fatto di essere stati creati "ad immagine di Dio". Quindi, l'ulteriore tappa dello studio sulla concupiscenza, che "al principio" si era manifestata attraverso la vergogna dell'uomo e della donna, secondo Genesi 3, è l'analisi dell'insaziabilità dell'unione, cioè della comunione delle persone, che doveva essere espressa anche dai loro corpi, secondo la propria specifica mascolinità e femminilità.


2. Soprattutto, dunque, questa vergogna che, secondo la narrazione biblica, induce l'uomo e la donna a nascondere reciprocamente i propri corpi ed in specie la loro differenziazione sessuale, conferma che si è infranta quella capacità originaria di comunicare reciprocamente se stessi, di cui parla Genesi 2,25. Il radicale cambiamento del significato della nudità originaria ci lascia supporre trasformazioni negative di tutto il rapporto interpersonale uomo-donna. Quella reciproca comunione nell'umanità stessa mediante il corpo e mediante la sua mascolinità e femminilità, che aveva una così forte risonanza nel passo precedente della narrazione jahvista (cfr. Gn 2,23-25), viene in questo momento sconvolta: come se il corpo, nella sua mascolinità e femminilità, cessasse di costituire l'"insospettabile" substrato della comunione delle persone, come se la sua originaria funzione fosse "messa in dubbio" nella coscienza dell'uomo e della donna. Spariscono la semplicità e la "purezza" dell'esperienza originaria, che facilitava una singolare pienezza nel reciproco comunicare se stessi. Ovviamente, i progenitori non cessarono di comunicare a vicenda attraverso il corpo e i suoi movimenti, gesti, espressioni; ma spari la semplice e diretta comunione di sé connessa con l'esperienza originaria della reciproca nudità. Quasi all'improvviso, apparve nella loro coscienza una soglia invalicabile, che limitava l'originaria "donazione di sé" all'altro, in pieno affidamento a tutto ciò che costituiva la propria identità e, al tempo stesso, diversità, da un lato femminile, dall'altro maschile. La diversità, ovvero la differenza del sesso maschile e femminile, fu bruscamente sentita e compresa come elemento di reciproca contrapposizione di persone. Ciò viene attestato dalla concisa espressione di Genesi 3,7: "Si accorsero di essere nudi", e dal suo contesto immediato. Tutto ciò fa parte anche dell'analisi della prima vergogna. Il libro della Genesi non soltanto ne delinea l'origine nell'essere umano, ma consente anche di svelare i suoi gradi in entrambi, nell'uomo e nella donna.


3. Il chiudersi della capacità di una piena comunione reciproca, che si manifesta come pudore sessuale, ci consente di meglio intendere l'originario valore del significato unificante del corpo. Non si può infatti comprendere altrimenti quel rispettivo chiudersi, ovvero la vergogna, se non in rapporto al significato che il corpo, nella sua femminilità e mascolinità, aveva anteriormente per l'uomo nello stato di innocenza originaria. Quel significato unificante va inteso non soltanto riguardo all'unità, che l'uomo e la donna, come coniugi, dovevano costituire, diventando "una sola carne" (Gn 2,24) attraverso l'atto coniugale, ma anche in riferimento alla stessa "comunione delle persone", che era stata la dimensione propria dell'esistenza dell'uomo e della donna nel mistero della creazione. Il corpo nella sua mascolinità e femminilità costituiva il "substrato" peculiare di tale comunione personale. Il pudore sessuale, di cui tratta Genesi 3,7, attesta la perdita dell'originaria certezza che il corpo umano, attraverso la sua mascolinità e femminilità, sia proprio quel "substrato" della comunione delle persone, che "semplicemente" la esprima, che serva alla sua realizzazione (e così anche al completamento dell'"immagine di Dio" nel mondo visibile). Questo stato di coscienza di entrambi ha forti ripercussioni nell'ulteriore contesto di Genesi 3, di cui tra breve ci occuperemo. Se l'uomo, dopo il peccato originale, aveva perduto per così dire il senso dell'immagine di Dio in sé, ciò si è manifestato con la vergogna del corpo (cfr. praesertim Gn 3,10-11). Quella vergogna, invadendo la relazione uomo-donna nella sua totalità, si è manifestata con lo squilibrio dell'originario significato dell'unità corporea, cioè del corpo quale "substrato" peculiare della comunione delle persone. Come se il profilo personale della mascolinità e femminilità, che prima metteva in evidenza il significato del corpo per una piena comunione delle persone, cedesse il posto soltanto alla sensazione della "sessualità" rispetto all'altro essere umano. E come se la sessualità diventasse "ostacolo" nel rapporto personale dell'uomo con la donna.

Celandola reciprocamente, secondo Genesi 3,7, entrambi la esprimono quasi per istinto.




4. Questa è, ad un tempo, come la "seconda" scoperta del sesso, che nella narrazione biblica differisce radicalmente dalla prima. L'intero contesto del racconto comprova che questa nuova scoperta distingue l'uomo "storico" della concupiscenza (anzi, della triplice concupiscenza) dall'uomo dell'innocenza originaria. In quale rapporto si pone la concupiscenza, ed in particolare la concupiscenza della carne, rispetto alla comunione delle persone mediata dal corpo, dalla sua mascolinità e femminilità, cioè rispetto alla comunione assegnata, "dal principio", all'uomo dal Creatore? Ecco l'interrogativo che bisogna porsi, precisamente riguardo "al principio", circa l'esperienza della vergogna, a cui si riferisce il racconto biblico.

La vergogna, come già abbiamo osservato, si manifesta nella narrazione di Genesi 3 come sintomo del distacco dell'uomo dall'amore, di cui era partecipe nel mistero della creazione secondo l'espressione giovannea: quello che "viene dal Padre". "Quello che è nel mondo", cioè la concupiscenza, porta con sé una quasi costitutiva difficoltà di immedesimazione col proprio corpo; e non soltanto nell'ambito della propria soggettività, ma ancor più riguardo alla soggettività dell'altro essere umano: della donna per l'uomo, dell'uomo per la donna.


5. Di qui la necessità di nascondersi davanti all'"altro" col proprio corpo, con ciò che determina la propria femminilità/mascolinità. Questa necessità dimostra la fondamentale mancanza di affidamento, il che di per sé indica il crollo dell'originario rapporto "di comunione". Appunto il riguardo alla soggettività dell'altro, ed insieme alla propria soggettività, ha suscitato in questa nuova situazione, cioè nel contesto della concupiscenza, l'esigenza di nascondersi, di cui parla Genesi 3, 7.

E precisamente qui ci sembra di riscoprire un significato più profondo del pudore "sessuale" ed anche il pieno significato di quel fenomeno, a cui si richiama il testo biblico per rilevare il confine tra l'uomo della innocenza originaria e l'uomo "storico" della concupiscenza. Il testo integrale di Genesi 3 ci fornisce elementi per definire la dimensione più profonda della vergogna; ma ciò esige un'analisi a parte. La inizieremo nella prossima riflessione.

[Omissis. Seguono i saluti ad un gruppo di ex-combattenti delle legione sudafricana; ai lavoratori di un'emittente radiofonica di Barcellona; a gruppi familiari dalla Spagna; al gruppo dell'associazione "Centro Italiano Arte e Cultura"; ai giovani; agli ammalati; alle coppie di sposi novelli; segue l'annuncio della processione per la solennità del "Corpus Domini".]

Data: 1980-06-04 Data estesa: Mercoledi 4 Giugno 1980.


Messaggio all'LXXXVI Katholikentag tedesco, a Berlino - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'amore di Cristo è più forte

Venerati confratelli, cari fratelli e sorelle! Nell'amore di Cristo che è più forte di tutto, all'apertura dell'86° "Katholikentag" tedesco in Berlino, saluto prima di tutto te, mio amato fratello, Vescovo Joachim Meisner come nuovo pastore di questa apprezzata e tanto provata città. Con te il mio saluto va alle persone riunite nella sede della tua diocesi per questi giorni di riflessione e di preghiera e a tutti i fedeli della vostra patria, da me tanto stimata. E' per me una gioia particolare potervi esprimere per la prima volta dopo la mia elezione a supremo pastore della Chiesa, in maniera così diretta, il mio particolare affetto e i miei sinceri benedicenti auguri.

La grande tradizione dei "Katholikentag" in Germania mi è ben nota. Essi sono per me i segni più rimarchevoli di un forte e unito apostolato dei laici nel vostro paese. Da oltre cento anni molte iniziative per la vivificazione della Chiesa e per il rinnovamento della società sono partite dai "Katholikentag".

Questo modo di riunirsi come Popolo di Dio insieme ai pastori e di studiare i compiti che si pongono per il futuro dell'uomo e della società è completamente sulla linea di quell'immagine della Chiesa che ci ha posto dinanzi agli occhi il Concilio Vaticano II.

Il "Katholikentag" si tiene quest'anno a Berlino, in cui la diocesi festeggia il suo 50° anniversario di erezione. Questi cinque decenni si annoverano fra i più agitati nella storia della vostra patria e dell'Europa. E proprio la vostra diocesi, amati berlinesi, deve faticosamente portare pesi e ferite di dolorosi avvenimenti contemporanei. Eppure è nello stesso tempo vostra personale esperienza il motto del "Katholikentag": l'amore di Cristo è più forte! Quando penso a questo motto, mi si presenta viva davanti agli occhi, la figura di colui che ha fatto gli inviti per questo "Katholikentag", il vostro venerato già Arcivescovo, il Cardinale Alfred Bengsch, che il Signore ha chiamato a sé tanto presto. A fatica si può misurare quanto il Cardinale Bengsch ha operato per Cristo e per la Chiesa nella sua diocesi ed anche al di là della sua diocesi con la forza dell'amore di Cristo. Egli aveva una inflessibile fede nell'amore di Cristo e con questa fede poté coraggiosamente indicare il cammino, ma allo stesso modo confermare e indirizzare gli uomini nella comprensione e nel bene. Come e quanto l'amore di Cristo abbia determinato la sua vita, ve lo ha detto anche nel suo testamento. Sul tema di questo "Katholikentag" io vorrei scrivere profondamente nel cuore di voi tutti in particolare la seguente esortazione di questo suo documento spirituale: "Resistete al malvagio spirito dell'odio con lo spirito d'amore del Crocifisso, che anche nell'ora della sua morte prega il Padre di perdonare i suoi nemici".

Quando mi chiedete che cosa desidero augurarvi per i prossimi giorni di fraterna comunione, vorrei dirvi: Unite i vostri sforzi con l'impegno di tutti i battezzati di vivere e testimoniare sinceramente l'amore di Cristo per costruire insieme una civiltà dell'amore. Infatti non c'è nulla che il nostro mondo afflitto da conflitti e da ingiustizie, che ogni uomo consapevole o inconsapevole desidera così fortemente, come il messaggio liberatore e la testimonianza efficace dell'amore di Cristo. "L'uomo non può", come ho sottolineato nella mia prima enciclica, "vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è senza senso se non gli viene rivelato l'amore, se non incontra l'amore..., se non vi partecipa vivamente" (Ioannis Pauli PP. II RH 10). Perciò il Concilio richiama ai cristiani che la loro presenza nella comunità umana "deve essere animata da quella carità, con cui ci ha amato Dio, il quale vuole che anche noi reciprocamente ci amiamo con la stessa carità" (AGD 12). Possa il vostro "Katholikentag" diventare una pietra per la costruzione di una reale civiltà dell'amore.

Cari fratelli e sorelle, il vostro motto "l'amore di Cristo è più forte" sostiene e incoraggia anche me nel mio incarico per la Chiesa e per gli uomini.

Infatti la cattedra di san Pietro porta fin dai tempi antichi il titolo onorifico che per me è allo stesso tempo il dovere più caro: di presiedere nell'amore (cfr. S.Ignatii Antiocheni "Epistula ad Romanos": PG 5,685). Anche se la parola del Papa e dei Vescovi sembra qualche volta scomoda, credete che per noi pastori si tratta in tutto solamente della fedeltà all'amore di Cristo. L'amore di Cristo è più forte - questo porta la nostra attenzione prima di tutto sul Signore che con l'offerta della sua vita per i suoi amici ci ha dato l'esempio del più grande amore possibile (cfr. Jn 15,13). Aprirsi al suo amore, questa è la vera liberazione dell'uomo. In lui, soltanto in lui noi siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù alle potenze del peccato e della morte.

Gesù, che è divenuto nostro fratello, ci apre un libero cammino al Padre, spezza gli ostacoli che dividono gli uomini dagli uomini e ci lega ai fratelli e alle sorelle. Il suo sangue che ha versato per ciascun uomo di questo mondo, ci fa riconoscere la dignità di chiunque porti il nome di uomo, per quanto deturpato e oltraggiato possa apparire pure il suo volto. Possa essere offerto a molti, a tutti quelli che partecipano al "Katholikentag" di persona o attraverso i mezzi di comunicazione, questo dono: che riconoscano nell'amore di Cristo la loro singolare, impareggiabile dignità. Dite a Berlino e in tutte le vostre città, in tutte le vostre comunità e famiglie questo "si" all'uomo in nome dell'amore di Cristo, specialmente a quelli che da soli non possono difendere la loro dignità umana, il loro diritto alla vita e alla libertà. Penso prima di tutto ai malati e alle persone anziane, ai bambini, agli handicappati, ai disoccupati. Fatevi loro difensori, condividete la predilezione di Gesù per i poveri e per i deboli. Ma penso riguardo alla vostra città e al vostro paese non solo al bisogno materiale ed esteriore, ma anche alla terribile sofferenza morale di numerose persone: alle famiglie lacerate, ai tossicodipendenti, agli uomini che non scoprono più nessun senso nella loro vita. "Non abbiate alcun debito con nessuno se non quello di un amore vicendevole" esorta san Paolo (Rm 13,8). Diventate per tutti loro testimoni dell'amore di Cristo che li incoraggiano, dividono la loro pena, fasciano le loro ferite. Ma io sento anche il lamento di coloro che dovevano essere nati e non sono nati. Cercate di convincere le madri e i padri che essi diano spazio alla vita dei bambini non ancora nati. Mobilitate tutte le forze per l'intangibilità della vita di qualsiasi uomo per quanto debole e non appariscente essa possa essere.

Civiltà dell'amore significa non da ultimo l'impegno di tutte le forze del cuore e della ragione per l'edificazione di un mondo unito nella giustizia e nella pace. Nel nome dell'amore di Cristo che è più forte di ogni potere, di ogni egoismo, di ogni odio, unitevi con tutti gli uomini di buona volontà per vincere la minaccia della morte della pace nel mondo. Proprio nella storia del vostro popolo si sono manifestati dopo l'ultima guerra segni sorprendenti che la riconciliazione tra i vicini nemici è possibile.

Raddoppiate i vostri sforzi per la riconciliazione dei popoli, per la sconfitta della fame nei paesi in via di sviluppo, per l'affermazione dei diritti dell'uomo in tutto il mondo. Solo l'amore può spezzare il cerchio diabolico della violenza e della controviolenza e creare la vera pace.

"La Chiesa è stata inviata da Cristo", come sottolinea il Concilio "per rivelare e comunicare l'amore di Dio a tutti gli uomini e a tutti i popoli" (AGD 10). Affinché la testimonianza della Chiesa e di tutta la cristianità diventi sempre più efficace ed esprima sempre più pienamente la volontà del Signore, dobbiamo allo stesso tempo ininterrottamente preoccuparci di raggiungere la piena unità nell'amore e nella verità di Cristo prima di tutto con quei fratelli e sorelle, con quella Chiesa e quelle comunità cristiane, che professano insieme con noi dinanzi al mondo che "Dio ha amato tanto il mondo da inviare il suo unico Figlio affinché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna" (Jn 3,16).

Possiate voi, cari fratelli e sorelle, negli incontri e nei colloqui, nei lavori in comune e nella preghiera durante questo "Katholikentag" sperimentare fra di voi, con gioia questa profonda unità nell'amore di Cristo e testimoniarla in letizia. "Amatevi l'un l'altro con affetto fraterno" (Rm 12,10). Solo così questo "Katholikentag" di Berlino potrà realmente diventare una guida convincente della civiltà dell'amore e aiutare a sconfiggere, nell'amore di Cristo, tutte le resistenze in noi e intorno a noi. Questo vi imploro di cuore per i prossimi giorni di grazia e per questo vi benedico nell'amore di Cristo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Dal Vaticano, 21maggio 1980.

Data: 1980-06-04 Data estesa: Mercoledi 4 Giugno 1980.


Castel Gandolfo - Roma

Titolo: Processione del "Corpus Domini" nelle ville di Castel Gandolfo

Sia lodato Gesù Cristo! "La tua lode e gloria".

Miei cari fratelli, sorelle, connazionali e pellegrini, Molte sono le canzoni polacche nelle quali adoriamo l'Eucaristia, il Santissimo Sacramento ed il Sacro Cuore. Queste due idee sono concatenate. Fra tutte le canzoni che, soprattutto oggi, risuonano per le strade delle nostre città, a Cracovia e in altre, proprio questa loda Iddio, gli rende gloria, dichiara che questa lode riempie tutto l'universo. La lode di Dio. "La tua lode, gloria, nostro Signore eterno non cesserà per l'eternità. A te oggi rendiamo adorazione e leviamo verso di te, noi tuoi servi, il canto insieme con le milizie celesti". così cantiamo camminando con l'Ostensorio portato dal Cardinale, o dal Vescovo, oppure dal Sacerdote. Camminiamo ringraziando l'onnipotenza di Dio per il dono "grandioso" della sua "grandezza". Si tratta di una canzone antica. Basta leggere le parole che la compongono per capirlo. Pero, come tante antiche canzoni polacche, essa è piena di contenuto teologico. E, forse è proprio la più piena di quel contenuto che riempie la festa che oggi celebriamo: la festa del "Corpus Domini".

In questo giorno adoriamo Iddio per quel suo dono che pervade tutta la creazione. Adoriamo Iddio perché si è dato a tutto il creato, e soprattutto perché ha chiamato ad esistere tutto ciò che esiste. Ringraziamo ancora Iddio per il dono dell'esistenza, che è il primo che ci ha dato; lo ringraziamo per il mistero della creazione. Ringraziamo Dio per il dono della redenzione da lui compiuta per mezzo di suo Figlio; lo ringraziamo in particolare perché la sua redenzione si perpetua e si rinnova. Questo è l'Eucaristia; questo è il "Corpus Domini".

Cantando questa canzone, che in sé contiene un così eccellente senso teologico, usciamo oggi dal Wawel, dalla Cattedrale, sulle strade di Cracovia in una processione che già dallo scorso anno esce di nuovo su Rynek e torna nuovamente alla Cattedrale. così è anche nelle altre città: a Varsavia, a Gniezno, a Poznan, a Wroclaw e dovunque. Questo è il nostro "Corpus Domini" polacco. Il "Corpus Domini" è la festa della Chiesa universale; è la festa di tutte le Chiese nella Chiesa universale. Il "Corpus Domini", da noi in Polonia, contiene una ricchezza particolare. Qualcuno direbbe la ricchezza della tradizione. E' giusto.

Ma si tratta di una tradizione scritta con la ricchezza dei cuori polacchi. Essa comincia di là. I cuori polacchi sono riconoscenti a Dio da generazioni per tutti i suoi doni: per il dono della creazione, della redenzione, dell'Eucaristia.

Sono riconoscenti a Dio per l'Eucaristia, per il Corpo del Signore. In questo dono si esprime la redenzione e la creazione. E' proprio questa la tradizione interiore del cuore polacco. E' per ciò che i polacchi sono così attaccati alla festa del "Corpus Domini" celebrata proprio nel giorno, giovedi dopo la Santissima Trinità, nel quale la festa fu istituita tanti secoli fa dalla Chiesa e poi arricchita nella vita delle singole Chiese e delle singole Nazioni dalla tradizione dei cuori.

Desidero ringraziarvi per essere qui proprio in questo giorno e perché mi date la possibilità, almeno in parte, di vivere questa festa cracoviana del "Corpus Domini" polacco qui a Roma e addirittura fuori Roma, a Castel Gandolfo.

Sono lieto che siate presenti e che la vostra presenza ricordi la mia in Polonia giusto un anno fa, a Mogila, a Nowa Huta, a Kalwaria Zebrzydowska ed anche in altri luoghi. Questo incontro è per me una specie di nuova visita, densa di un significato profondo e personale perché vedendovi qui, incontrandomi con voi, celebrando con voi questo meraviglioso "Corpus Domini" a Castel Gandolfo, ma in polacco, il mio pensiero ed il mio cuore tornano indietro, all'anno scorso, a tanti, tanti anni della mia vita, riempiti dalla tradizione polacca del "Corpus Domini", sin dagli anni della mia gioventù, nella mia città natale, a Wadowice. E mi rendo conto, proprio oggi, proprio grazie alla vostra presenza, di come il mio cuore, prima di ragazzo, poi di giovane, poi di sacerdote e poi di vescovo, partecipava questa meravigliosa tradizione del "cuore polacco", il quale da secoli sente che a Dio appartiene la gratitudine per l'Eucaristia. E celebrando l'Eucaristia lo ringraziamo per il dono che è in noi e per noi. Per tutto. Per la creazione, per la redenzione, per la nostra esistenza e per la nostra partecipazione al mistero della salvezza, per il Cristo e per la Chiesa. E' proprio questa la gratitudine della gente che vive sistematicamente della vita eucaristica, ma anche di tutti coloro che lo sentono. Ciò vuole che nel corso dell'anno ci sia un giorno nel quale cantiamo questa gratitudine con cuore pieno, uscendo dal nostro intimo. Infatti questa gratitudine è un qualcosa di interiore, di profondo, e, in un certo senso, è giusto che resti innanzitutto nell'intimo. Si tratta di un giorno, uno dell'anno, nel quale desideriamo esternare questa gratitudine e portarla per le strade delle nostre città e fare di questa gratitudine culto pubblico, e tutti dovrebbero riconoscere questo culto pubblico.

Questo è proprio il "Corpus Domini"; tale è il suo significato per noi; e tale significato ha avuto, lo ha, lo dovrebbe avere per tutta la Chiesa.

Sono lieto che grazie alla vostra presenza posso rendermi conto nuovamente di tutto questo. Tramite la vostra presenza posso prepararmi ancora meglio al servizio del "Corpus Domini" a Roma, dinanzi alla Chiesa romana, dinanzi a tutta la Chiesa.

Iddio sia la vostra ricompensa!

Data: 1980-06-05 Data estesa: Giovedi 5 Giugno 1980.


Al Catholicos Patriarca dell'antica apostolica Chiesa di Georgia - Città del Vaticano (Roma

Titolo: Restaurare l'unità è impegno di tutti i cristiani

Vostra santità e beatitudine, cari fratelli nel Signore.

Oggi è davvero un giorno gioioso nella lunga storia delle nostre Chiese, poiché è la prima volta che un Catholicos Patriarca della antica chiesa apostolica di Georgia visita questa apostolica sede di Roma per scambiare il bacio di pace con il suo Vescovo. In anni recenti c'è stata una continua crescita nelle buone relazioni tra le nostre Chiese ciascuna delle quali ha condiviso i dolori e le gioie dell'altra, secondo le parole dell'apostolo: "Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri" (Rm 12,15-16). Il Vescovo Nikolosi di Sukhumi e di Abkhasia, che sono lieto di salutare qui di nuovo, rappresento vostra santità ai funerali del mio predecessore Giovanni Paolo I e anche alla messa che inauguro il mio stesso pontificato; fu pure una gioia per me il sapere che la vostra Chiesa mi esprimeva la sua solidarietà pregando il Signore perché mi desse la sua benedizione all'inizio del mio ministero. Tre anni fa Paolo VI invio propri rappresentanti ai funerali del vostro predecessore, il Catholicos Patriarca David V; e l'anno scorso il Cardinale Willebrands, presidente del segretariato per l'unità dei cristiani, guido una delegazione che vi portava i miei stessi fraterni saluti. Ci siamo allora salutati l'un l'altro, ma da lontano. Ora Dio ci ha consentito di incontrarci e di parlarci "a viva voce, perché la nostra gioia sia piena" (2Jn 12).

Ci incontriamo come fratelli. La Chiesa di Georgia conserva come proprio tesoro la predicazione di sant'Andrea; la Chiesa di Roma è stata fondata dalla predicazione di san Pietro. Andrea e Pietro erano fratelli di sangue, ma divennero fratelli anche nello spirito tramite la loro risposta alla chiamata di Gesù Cristo, vero Figlio di Dio e "primogenito fra molti fratelli" (Rm 8,29), che, assumendo su di sé la natura di tutti gli uomini, "non si vergogno di chiamarli fratelli" (He 2,11).

Come eredi di Andrea e di Pietro noi ci incontriamo oggi quali fratelli in Cristo.

E' stato con amore e preoccupazione fraterna che la Chiesa di Roma ha partecipato da vicino alle gioie e ai dolori della Chiesa di Georgia. Sia in tempo di pace che in tempo di persecuzione la vostra Chiesa ha dato una fedele ed esemplare testimonianza per quanto attiene alla fede cristiana e ai sacramenti cristiani, una testimonianza data da molti santi uomini e martiri dai giorni di san Nina in poi.

La preoccupazione di vostra santità per il rinnovamento della Chiesa, un rinnovamento fermamente radicato nella tradizione apostolica e nelle particolari tradizioni della Chiesa in Georgia, è causa di particolare gioia. Voi siete ben consapevoli che il rinnovamento della vita cristiana è ugualmente una preoccupazione della Chiesa di Roma. E' questa preoccupazione per il rinnovamento che ci ha reso così fortemente consapevoli della necessità e dell'obbligo di restaurare la piena comunione tra le nostre Chiese. Il lungo svolgersi della nostra storia ci ha condotto a tristi e talvolta amare divisioni che ci hanno portato a perdere di vista la nostra fraternità in Cristo; e la nostra preoccupazione per il rinnovamento è uno dei fattori che ci hanno condotto a vedere con maggior chiarezza il bisogno che c'è dell'unità fra tutti coloro che credono in Cristo. Il Concilio Vaticano II affermo: "Ogni rinnovamento della Chiesa essenzialmente consiste in una crescita della fedeltà alla sua propria chiamata. Senza dubbio questo spiega il dinamismo del movimento in direzione dell'unità" (UR 6). Lo stesso documento continua ricordando a tutti i fedeli che: "tanto più vicina sarà la loro unione con il Padre, con il Verbo e con lo Spirito, quanto più profondamente e facilmente essi saranno capaci di crescere nel mutuo amore fraterno" (UR 7).

Oggi il compito di restaurare la piena comunione tra i cristiani divisi è un impegno prioritario per tutti coloro che credono in Cristo. E' nostro dovere nei confronti di Cristo, la cui veste senza cuciture è lacerata dalle divisioni.

E' nostro dovere nei confronti dei nostri confratelli, poiché è soltanto parlando a una sola voce che possiamo effettivamente proclamare la nostra fede e la buona novella di salvezza e perciò obbedire al comando del Signore di portare il suo Vangelo a tutta l'umanità. Ed è nostro dovere reciproco, poiché noi siamo fratelli e dobbiamo esprimere la nostra fratellanza.

Per questa ragione la Chiesa cattolica ha pregato ardentemente in queste ultime settimane perché il Signore benedisse il primo incontro della commissione congiunta del dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e tutte le Chiese ortodosse. Quanto mai opportuno è stato che la commissione si riunisse per la prima volta nell'isola di Patmos, dove Giovanni ebbe il privilegio di ricevere la rivelazione che lo mise in grado di chiederci "di udire ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (Ap 2,7). Sono felice di sapere che due membri della vostra delegazione, il Vescovo Nikolosi e il Vescovo David, hanno preso parte a quella riunione come rappresentanti della Chiesa di Georgia, e penso con piacere alla possibilità di parlare con voi di questo argomento.

Preghiamo insieme che questo dialogo ci porti a quella piena unità di fede che noi entrambi ardentemente desideriamo. Ma il nostro progresso verso l'unità della fede deve essere segnato da una costante crescita della conoscenza e della comprensione l'uno dell'altro e da un amore sempre più profondo. Quando sono ritornato dalla visita da me compiuta al Patriarca ecumenico l'anno scorso, ebbi occasione di dire: "L'unione può essere solo il frutto della conoscenza della verità nell'amore. La verità e l'amore devono operare insieme; l'uno e l'altro ognuno per proprio conto non sono ancora abbastanza, poiché la verità senza l'amore non è ancora la piena verità, così come l'amore non esiste senza la verità" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio in Audientia Generali habita": die 5 dec. 1979.

Vostra santità, è anche molto opportuno che la vostra gradita visita a Roma abbia luogo immediatamente dopo questo inizio del nostro dialogo teologico, poiché ciò ci abilita a testimoniare che la necessità di tale dialogo sia radicata nel vincolo di amore fraterno che deve caratterizzare i rapporti fra le Chiese di cui siamo pastori. Nel momento in cui rinnovo a lei il mio cordiale saluto, mi piace ricordare le parole di san Pietro, il fratello di sant'Andrea: "Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili", (1P 3,8).

Possano le tre divine Persone, la cui unità è il più alto esempio e fonte del mistero dell'unità della Chiesa (cfr. UR 2) concederci questa grazia, e così benedire il nostro incontro di oggi cosicché esso contribuisca al raggiungimento della meta per la quale Cristo prego e che noi così ardentemente attendiamo.

[Traduzione dall'inglese.]

Data: 1980-06-06 Data estesa: Venerdi 6 Giugno 1980.


Ad un gruppo di Vescovi dell'Indonesia in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il Concilio è la guida delle attività ecclesiali

Venerabili e cari fratelli nel nostro Signore Gesù Cristo.

1. Vi sono molto grato per la vostra visita odierna - grato per i saluti che voi mi portate dalle vostre Chiese locali, grato per il vostro stesso paterno amore in Gesù Cristo, grato per la ecclesiale comunione che noi celebriamo insieme in cattolica unità. Questa comunione ecclesiale - questa cattolica unità - è stata il tema del mio indirizzo di saluto ai vostri fratelli Vescovi della Indonesia quando furono qui meno di due settimane or sono. Ed è ugualmente il fondamento di questa visita "ad limina" e di ogni visita "ad limina" a Roma.


2. Proprio a causa di questa comunione ecclesiale, io personalmente, come successore di Pietro, sperimento profondamente il bisogno di fare ogni sforzo per comprendere più che posso i problemi delle vostre Chiese locali e per assistervi nella soluzione di tali problemi in armonia con ciò che Cristo vuole per la sua Chiesa. I problemi che voi mi avete esposto riguardano il benessere del vostro popolo. Alcuni di essi sollevano questioni che toccano la fede cattolica e la vita cattolica in genere. Tutti implicano preoccupazioni di ordine pastorale che in modi diversi sono oggetto della vostra responsabilità e della mia, questioni che devono essere esaminate con l'assistenza dello Spirito Santo, alla luce del perenne valore della parola di Dio confermata dal magistero della Chiesa, e nel contesto della comunione ecclesiale.


3. Alcuni di questi problemi, e anche altre questioni, hanno bisogno di essere approfonditamente esaminate, il che a sua volta richiede tempo e un fiducioso scambio di vedute tra i Vescovi dell'Indonesia e la sede apostolica. In ogni discussione in tema di bisogni pastorali, deve essere data priorità alla parola di Dio come base di ogni soluzione veramente efficace. L'interpretazione autentica della parola di Dio e le sue implicazioni con la vita di ogni giorno è stata compito della Chiesa per secoli e secoli, e questa interpretazione e queste implicazioni formano parte del patrimonio della vita cattolica oggi.

In questa generazione, il Concilio Vaticano II - un Concilio ecumenico eminentemente pastorale - ha ripetutamente insegnato e stabilito norme che continuano a dirigere tutti i nostri sforzi pastorali e tutte le nostre attività ecclesiali.


4. Per parte mia, faro ogni cosa mi sia possibile per promuovere il bene del vostro popolo e della Chiesa universale. Con l'aiuto di Dio spero di adempiere al mio compito, che è quello di confermarvi nel vostro ministero di annunciatori delle "imperscrutabili ricchezze di Cristo" (Ep 3,8), di proclamare la salvezza in Gesù Cristo come grande dono dell'amore di Dio, di costruire la Chiesa giorno dopo giorno, anno dopo anno. In particolare, il mio compito in quanto successore di Pietro consiste nel sostenere la fede cattolica dei miei fratelli Vescovi, la quale fede essi professano e insegnano, e che è il fondamento di ogni sforzo pastorale e di tutta quanta la vita cristiana.


5. E' nella prospettiva della fede e della parola di Dio che Giovanni XXIII interpreto "i segni dei tempi". Prima che il Concilio Vaticano Il iniziasse a prendere in esame le molte questioni che aveva di fronte, Papa Giovanni volle insistere sulla natura pastorale di quell'avvenimento. Poiché egli sapeva che un Concilio pastorale - per essere genuinamente efficace, per riflettere veridicamente l'amore pastorale del buon pastore - doveva avere una solida base dottrinale. Per questa ragione, nella sua allocuzione in apertura del Concilio egli dichiaro: "La maggior preoccupazione del Concilio ecumenico è questa: che il sacro deposito della dottrina cristiana possa essere più effettivamente conservato ed insegnato" (Ioannis XXIII "Allocutio in solemni SS. Concilii inauguratione", die 11 oct. 1962). Questa sempre più efficace custodia ed insegnamento della parola di Dio dovrebbe tener conto del modo di presentare la dottrina, e anche dell'intera questione dell'incarnazione della parola di Dio nelle culture locali, ma dovrebbe anche implicare la trasmissione della dottrina nella sua purezza e completezza, dottrina che, attraverso i secoli, nella sua perenne validità è divenuta patrimonio comune di ognuno.


6. In questo spirito, il Concilio stesso più tardi avrebbe sottolineato il ruolo del Vescovo in quanto annunciatore della piena verità del Vangelo e proclamatore "dell'intero mistero di Cristo" ("Christus Domini", 12). Pertanto, nel momento in cui noi affrontiamo i molti problemi pastorali che si trova di fronte il nostro popolo cristiano - molti dei quali sono legati al battesimo con cui sono stati eletti, altri alle particolari circostanze delle loro vite - siamo sempre impegnati a rendere testimonianza della pienezza della fede cattolica. Lo Spirito Santo che ci assiste e ci aiuta a leggere i segni dei tempi è lo stesso Spirito Santo che discese sugli apostoli, lo stesso Spirito Santo che ha assistito il magistero attraverso le epoche e che ha provveduto ai bisogni della Chiesa in ogni secolo, e che ha prodotto frutti di giustizia e di santità in abbondanza nei cuori dei fedeli.

In questioni morali come in questioni dottrinali dobbiamo continuare a proclamare l'insegnamento della Chiesa "in ogni occasione opportuna e non opportuna" (2Tm 4,2). Pertanto noi sollecitiamo la nostra gente a tenere per fermo una sola misura dell'amore cristiano: amare gli altri come Cristo ci ha amati (cfr. Jn 13,34); ed assegnamo anche alla nostra gente il compito di rendere costante testimonianza della giustizia di Cristo e della sua verità.


7. Nel nostro ministero a servizio della vita noi siamo chiamati a testimoniare della pienezza della verità che portiamo con noi, così che tutti possano venire a conoscere che la Chiesa cattolica si fonda sulla assoluta inviolabilità della vita umana dal momento del concepimento. Pertanto noi proclamiamo con profonda convinzione che ogni distruzione della vita umana tramite l'aborto procurato, per qualunque ragione, non è in accordo con il comandamento di Dio, ed è completamente al di fuori della giurisdizione di ogni persona o gruppo, e che non può militare a favore del vero progresso umano.


8. Nella questione dell'insegnamento della Chiesa riguardo alla regolazione delle nascite, siamo chiamati a professare in unione con l'intera Chiesa l'esigente ma irrinunciabile insegnamento sancito dall'enciclica "Humanae Vitae", che il mio predecessore Paolo VI emano "in virtù del mandato a noi assegnato da Cristo" (Pauli VI "Humanae Vitae": AAS 60 [1968] 485). In particolare a questo riguardo dobbiamo essere consci del fatto che la saggezza di Dio supera i calcoli umani e che la sua grazia è potente nella vita delle persone. E' importante per noi renderci conto della diretta influenza di Cristo sulle membra del suo corpo in tutti gli ambiti in cui si pongono dei problemi morali. In occasione della visita "ad limina" di un altro gruppo di Vescovi ho fatto riferimento a questo principio, che ha molte applicazioni, dicendo: "Non dobbiamo mai pensare che l'impegno che si pone sia troppo pesante per la nostra gente: essa è stata redenta dal sangue prezioso di Cristo; la nostra gente costituisce il suo popolo. Attraverso lo Spirito Santo, Gesù Cristo rivendica a sé la responsabilità ultima per quanto attiene all'accettazione della sua parola e alla crescita della sua Chiesa. E' lui, Gesù Cristo, che continua a dare la grazia al suo popolo perché possa adempiere ai precetti che derivano dalla sua parola, nonostante tutte le difficoltà e nonostante tutte le debolezze. Ed è compito nostro continuare a proclamare il messaggio di salvezza nella sua interezza e purezza, con pazienza, compassione e con la convinzione che ciò che è impossibile all'uomo è possibile a Dio. Noi stessi siamo solo una parte di una generazione nella storia della salvezza, mentre "Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre" (He 13,8). Egli è anche capace di sostenerci quando noi riconosciamo la forza della sua grazia, il potere della sua parola e l'efficacia dei suoi meriti" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad sacros Praesules Papuae Novae Guineae atque Insularum Salominiarum, occasione oblata eorum ipsorum visitationis "ad limina"", die 23 oct. 1979: "", II,2, [1979] 835).


9. La grazia di Cristo non elimina il bisogno di una comprensione compassionevole e di un sempre maggiore sforzo pastorale da parte nostra ma richiama il fatto che, in ultima analisi, ogni cosa dipende da Cristo. E' la parola di Cristo che noi pronunciamo; è la sua Chiesa che noi costruiamo giorno dopo giorno, secondo il suo criterio. Gesù Cristo ha stabilito la sua Chiesa sul fondamento degli apostoli e dei profeti (cfr. Ep 2,20) e in special modo su Pietro (cfr. Mt 16,18). Ma essa rimane la sua Chiesa, la Chiesa di Cristo: "...e su questa pietra io costruiro la mia Chiesa". La nostra gente è nostra, soltanto perché essa è, soprattutto, sua.

Gesù Cristo è il buon pastore, l'autore della nostra fede, la speranza del mondo.

E' importante per noi riflettere sul mistero dell'essere Cristo capo della sua Chiesa. Attraverso il suo Spirito Santo, Gesù Cristo dà la grazia e la forza al suo popolo e invita tutti a seguirlo. Di volta in volta, cominciando da Pietro, Cristo chiama i suoi a seguirlo, come egli stesso spiega, dove essi non vorrebbero andare (cfr. Jn 21,18).


10. Venerabili fratelli: le mie recenti visite pastorali confermano qualcosa che abbiamo tutti sperimentato. La nostra gente si volge costantemente a noi attendendo e supplicando: che noi proclamiamo loro la parola di Cristo; parlaci di Cristo. La loro richiesta è un'eco della domanda ripresa da san Giovanni e rivolta dall'apostolo Filippo: "Vogliamo vedere Gesù" (Jn 12,21). Davvero il mondo ci sollecita a parlare di Cristo. E' lui che darà forma a nuovi cieli e nuova terra.

E' lui che con la sua parola di verità delinea e controlla i destini della nostra gente.

Con rinnovato amore e zelo pastorale, proclamiamo la sua parola di salvezza al mondo. Contando sull'aiuto di Maria, Madre del Verbo incarnato affidiamo insieme la nostra gente e il nostro ministero a lui che solo ha "le parole di vita eterna" (Jn 6,68).

Con questi sentimenti ricambio i saluti a tutti i membri delle vostre Chiese locali, e specialmente a tutte le famiglie cristiane. Offro il mio incoraggiamento e la mia gratitudine ai preti e ai religiosi e a tutti coloro che collaborano con voi nella causa del Vangelo. Ai malati e ai sofferenti vada la mia speciale benedizione, e ad ognuno l'espressione del mio amore nel nostro Salvatore Gesù Cristo.

Data: 1980-06-07 Data estesa: Sabato 7 Giugno 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - All'inizio dell'udienza generale - Città del Vaticano (Roma)