GPII 1980 Insegnamenti - Per il 450° anniversario della "Confessio Augustana" - Città del Vaticano (Roma)

Per il 450° anniversario della "Confessio Augustana" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Dal Vangelo nuova forza per una fede piena di speranza

Il mio pensiero oggi si rivolge a una data memorabile nella storia della cristianità occidentale. 450 anni fa, i predecessori dei nostri fratelli e delle nostre sorelle di confessione evangelica-luterana sottoposero all'imperatore (Carlo V) e alla dieta imperiale ad Augusta uno scritto con l'intento di testimoniare il loro credo in "una chiesa santa, cattolica ed apostolica". Questo scritto è entrato nella storia del cristianesimo con il nome di "confessio augustana". Come "testo confessionale" rappresenta oggi ancora un documento fondamentale per il credo e la vita di chiesa dei cristiani luterani e anche di più.

Uno sguardo retrospettivo agli eventi storici di 450 anni fa e - ancor più - ai loro successivi sviluppi, ci riempie di tristezza e di dolore. Dobbiamo riconoscere che, nonostante l'onesto desiderio e il serio impegno di tutti i partecipanti, non si riusci allora ad evitare la minacciosa tensione fra la Chiesa cattolica romana ed i rappresentanti della riforma evangelica. L'ultimo energico tentativo di riappacificazione alla dieta di Augusta naufrago. Poco dopo si giunse ad una netta divisione.

Tanto più grande è la nostra gratitudine, in quanto oggi vediamo con sempre maggiore chiarezza che allora, anche se la costruzione del ponte non è riuscita, la tempesta dei tempi ha risparmiato importanti piloni di questo ponte.

Il dialogo intenso e da lungo tempo iniziato con i luterani, che il Concilio Vaticano II ha sollecitato e al quale ha aperto la via, ci ha fatto scoprire quanto siano grandi e solidi i fondamenti comuni della nostra fede cristiana.

Guardando alla storia delle lacerazioni nella cristianità, oggi siamo più che mai consapevoli di quanto siano state tragiche e scandalose le conseguenze del fallimento e della colpa dell'uomo nel tempo, e quanto possano offuscare la volontà di Cristo e recar danno alla dignità nella fede nella buona novella. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che esiste un'intima relazione fra il continuo rinnovamento della Chiesa dalla forza del Vangelo e la salvaguardia della sua unità, come pure la restaurazione della sua unità.

Vorrei incitare tutti i fedeli, e soprattutto i teologi, e pregarli incessantemente affinché, fedeli a Cristo e al Vangelo, fedeli alla "Chiesa delle origini" fedeli ai padri della Chiesa e ai concili ecumenici, cerchiamo insieme ai fratelli e alle sorelle che dividono con noi i legami dell'eredità apostolica, e affinché scopriamo nuovamente il bene del credo comune. Il mondo del XX secolo che stiamo ora vivendo è caratterizzato dal marchio di una fame indicibile. Il mondo ha fame e sete della conoscenza di Cristo e della testimonianza di Cristo nella parola e nell'azione, di Cristo, che solo può placare questa fame e questa sete.

Io saluto di cuore tutti i cristiani che oggi, e nei prossimi giorni saranno riuniti ad Augusta, per confermare, di fronte ai timori e al pessimismo di un'umanità inquieta che Gesù Cristo è la salute del mondo, l'alfa e l'omega di tutto l'essere. Saluto anche tutti i cristiani che si riuniscono in molti altri luoghi della terra in occasione del 450° anniversario della "confessio augustana", affinché dal Vangelo, dalla creazione di Dio, dalla redenzione di Gesù Cristo e dalla chiamata al Popolo di Dio, si sviluppi una nuova forza per una fede piena di speranza, oggi e domani. La volontà di Cristo ed i segni dei tempi ci conducono ad una testimonianza comune nella pienezza crescente della verità e dell'amore.

Data: 1980-06-25 Data estesa: Mercoledi 25 Giugno 1980.


Ai dirigenti dello "SMOM" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Con la carità si rinnova la redenzione di Cristo

Illustri Signori! Sono lieto di accogliervi e di salutarvi tutti nella vostra qualità di Rappresentanti e Dirigenti del Sovrano Ordine Militare di Malta, venuti ad esprimere il vostro deferente omaggio al Papa ed alla Sede Apostolica, la quale ha da sempre avuto parole di stima e di incoraggiamento per la vostra instancabile e benemerita attività nel vasto campo assistenziale e sanitario.

Vi ringrazio per l'iniziativa di questo incontro, ed esprimo la mia riconoscenza al Gran Maestro Fra' Angelo de Mojana per le nobili ed appropriate parole, che, facendosi interprete dei sentimenti di tutti i presenti, ha voluto tanto gentilmente indirizzarmi.

Questo incontro mi è inoltre gradito perché mi offre l'occasione per rinnovare a voi, qui insieme riuniti, il mio apprezzamento per la molteplice, fattiva e cristiana sollecitudine che mostrate verso quanti si trovano nello stato di necessità a causa della malattia, della povertà, delle guerre e di ogni sorta di calamità naturali. Conosco bene le ingegnose iniziative che il vostro Ordine porta avanti da secoli, nei vari continenti, in coerente fedeltà alla propria vocazione umanitaria ed in lodevole collaborazione con le competenti autorità locali.

Siate certi che questo servizio disinteressato ed ispirato alle belle pagine del Vangelo, dove il Signore si identifica con i più umili e i più piccoli (cfr. Mt 10,42 Mt 25,40 Mc 9,41 Lc 9,48) non solo è di aiuto e di conforto ai vostri assistiti negli ospedali, negli ospizi per gli anziani, negli orfanotrofi, nelle carceri e nei quartieri più abbandonati, ma tali opere di carità tornano a vostro beneficio perché stimolano ad amare il prossimo, a dimenticare se stessi e le proprie esigenze, le quali spesso, se confrontate con quelle degli altri, vengono tanto facilmente ridimensionate. La carità infatti sviluppa ed acuisce l'intelligenza del dolore e delle necessità altrui, dando ali al senso della solidarietà. Ma quando poi si giunge realmente a scoprire Cristo nel fratello sofferente e bisognoso e a farsi suo Cireneo, allora la carità tocca il suo vertice e si illumina di luce soprannaturale, perché partecipa della stessa missione redentrice del Cristo.

Il vostro Ordine ha celebrato due giorni orsono la festività liturgica di San Giovanni Battista, da voi venerato come celeste Patrono. Ebbene, non è forse la stessa carità cristiana, a cui ho appena accennato, la maniera più eloquente di annunziare oggi le vie del Signore, del quale il vostro Patrono si fece coraggioso precursore? Abbiate sempre in voi lo spirito del Battista, portando dovunque passiate la sua coerente testimonianza di fede al Signore, che per mezzo vostro vuol raggiungere tante anime, che non lo conoscono ancora. Fate sempre brillare a la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5,16).

Con questi sentimenti nel cuore, vi rinnovo la mia benevolenza e auguro ogni felice successo a tutte le vostre intraprese, mentre affido alla protezione della Vergine Ss.ma, da voi invocata col titolo di "Consolatrice degli afflitti", e vi imparto la propiziatrice Benedizione Apostolica.

Data: 1980-06-26 Data estesa: Giovedi 26 Giugno 1980.


Messaggio per l'anno claveriano in Colombia

Titolo: Pietro Claver esempio luminoso per la difesa dei diritti umani

Venerabili fratelli e carissimi figli della Colombia, A conclusione dell'anno claveriano, che ha significato per voi un nuovo arricchimento nella fede, vi accingete a celebrare solennemente a Cartagena, presso la Casa-santuario che custodisce le reliquie del Santo, il quarto Centenario della nascita di San Pedro Claver.

Mi sarebbe piaciuto poter rispondere ai vostri desideri e trovarmi tra voi in questa occasione, per unirmi all'omaggio offerto a questa insigne figura ecclesiale, per la quale professate tanto affetto e devozione.

Le molteplici occupazioni del mio servizio alla Chiesa universale non mi hanno permesso la presenza fisica, ma non per questo è meno intensa la mia partecipazione affettuosa e cordiale in queste manifestazioni di fede, in cui sono spiritualmente unito a voi e visibilmente rappresentato dall'amato Cardinale Bernardin Gantin, mio inviato speciale.

Permettete che vi esprima prima di tutto la mia profonda ammirazione per questo esemplare religioso della Compagnia di Gesù, un insigne colombiano nato in Spagna, di cui il mio mio predecessore Leone XIII disse: "Dopo il Cristo, è l'uomo che più mi ha impressionato nella storia".

Nonostante i quattrocento anni che ci separano della sua nascita, il suo messaggio ed esempio conservano un'attualità universale che distingue il vero seguace di Cristo. Si è fatto "schiavo degli schiavi negri per sempre", per loro consacro le sue migliori energie, per la difesa dei loro diritti come persone e come figli di Dio consumo la sua esistenza, e in una prova eroica d'amore al fratello consegno la sua vita.

Ma San Pedro Claver non limito l'orizzonte della sua opera agli schiavi, lo estese con prodigiosa vitalità a tutti i gruppi etnici o religiosi che soffrivano l'emarginazione. Quanti prigionieri, stranieri, poveri ed oppressi, schiavi che lavoravano nelle costruzioni, nelle miniere e fattorie, ricevettero la sua visita, il suo conforto e la sua consolazione.

In un'ambiente duro e difficile in cui il diritto dell'essere umano era violentato senza scrupoli, San Pedro Claver alzo coraggiosamente la voce contro i dominatori dicendo loro che quegli esseri oppressi erano uguali nella loro dignità, nella loro anima e nella loro vocazione trascendente ai loro oppressori.

Con un profondo senso pedagogico, con il tatto di un sociologo integrale, trasmise all'emarginato la coscienza della sua dignità, gli fece apprezzare il valore della sua persona e del destino al quale Dio, Padre di tutti, lo chiamava. così spezzo le barriere della disperazione; così semino la speranza; così si adopero per trasformare una realtà ingiusta, senza predicare vie di violenza fisica o di odio; così venne creando un laccio d'unione tra due razze e due culture.

Nel nostro mondo di oggi, che proclama con insistenza il rispetto dei diritti umani e che ha bisogno della reale osservanza di essi nei diversi ambiti, l'esempio di San Pedro Claver offre un luminoso punto di riferimento, come eminente difensore di quei diritti e per i mezzi impiegati per difenderli.

A voi, cari fratelli di Cartagena e della Colombia intera, che avete la fortuna di poterlo considerare specialmente vostro, serva di conforto e guida, d'ispirazione nella vita personale, professionale e sociale.

Voglio inoltre segnalare un altro aspetto particolarmente significativo della sua vita; egli è l'uomo dell'offerta totale di sé in una vocazione sacerdotale per gli altri. Infatti, di fronte alle necessità pressanti che scopre intorno a sé, egli non si risparmia, ma si offre interamente a tutti per tentare di alleviarli e liberarli dalla loro oppressione e per dare loro la dimensione completa della loro esistenza.

Vedendo i risultati stupendi conseguiti, con frutti che solo un amore illimitato e saldamente fondato in Dio è capace di raggiungere, ci accorgiamo che siamo di fronte ad una vita feconda, degna di essere imitata.

Vi propongo dunque questo esempio di uomo e di religioso sacerdote, affinché serva di modello a coloro che non si accontentano di piccoli ideali e vogliono realizzarsi in una generosa consegna agli altri. Voglia il cielo che, come frutto particolare di questo centenario, l'esempio di San Pedro Claver fosse seguito da numerosi giovani, disposti a consacrarsi a Dio e ai fratelli con una vocazione di consegna totale.

Vi direi ancora altre tante cose, ma non mi è possibile farlo in questa occasione. Sappiate che vi accompagno nella preghiera, affinché siate sempre autentici cristiani, forti nella fede e nella carità, promotori di pace e di sviluppo nella società, artefici di mutua comprensione a imitazione del vostro santo. Vi raccomando alla sua intercessione, mentre di cuore impartisco ai cari Fratelli nell'Episcopato, ai sacerdoti e religiosi - specialmente a coloro che accudiscono la sua Casa-Santuario - alle religiose, ai seminaristi e al popolo fedele della Colombia una speciale benedizione apostolica.

[Traduzione dallo spagnolo]

Data: 1980-06-26 Data estesa: Giovedi 26 Giugno 1980.


Dichiarazione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede sull'eutanasia

Titolo: Declaratio de euthanasia

Introduzione


I diritti e i valori inerenti alla persona umana occupano un posto importante nella problematica contemporanea. Al riguardo, il Concilio Ecumenico Vaticano II ha solennemente riaffermato l'eccellente dignità della persona umana e in modo particolare il suo diritto alla vita. Ha perciò denunciato i crimini contro la vita "come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario" (GS 27).

La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, che di recente ha richiamato la dottrina cattolica circa l'aborto procurato, ritiene ora opportuno proporre l'insegnamento della Chiesa sul problema dell'eutanasia.

In effetti, per quanto restino sempre validi i principii affermati in questo campo dai recenti Pontefici, i progressi della medicina hanno messo in luce negli anni più recenti nuovi aspetti del problema dell'eutanasia, che richiedono ulteriori precisazioni sul piano etico.

Nella società odierna, nella quale non di rado sono posti in causa gli stessi valori fondamentali della vita umana, la modificazione della cultura influisce sul modo di considerare la sofferenza e la morte; la medicina ha accresciuto la sua capacità di guarire e di prolungare la vita in determinate condizioni, che talvolta sollevano alcuni problemi di carattere morale. Di conseguenza, gli uomini che vivono in un tale clima si interrogano con angoscia sul significato dell'estrema vecchiaia e della morte, chiedendosi conseguentemente se abbiano il diritto di procurare a se stessi o ai loro simili la "morte dolce", che abbrevierebbe il dolore e sarebbe, ai loro occhi, più conforme alla dignità umana.

Diverse Conferenze Episcopali hanno posto, in merito, dei quesiti a questa S. Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale, dopo aver chiesto il parere di competenti sui vari aspetti dell'eutanasia, intende con questa Dichiarazione rispondere alle richieste dei Vescovi per aiutarli ad orientare rettamente i fedeli e per offrire loro elementi di riflessione da far presenti alle Autorità civili a proposito di questo gravissimo problema.

La materia proposta in questo Documento riguarda, innanzi tutto, coloro che ripongono la loro fede e la loro speranza in Cristo, il quale, mediante la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione, ha dato un nuovo significato all'esistenza e soprattutto alla morte del cristiano, secondo le parole di San Paolo: "Sia che viviamo, viviamo per il Signore; sia che moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore" (Rm 14,8 cfr. Ph 1,20).

Quanto a coloro che professano altre religioni, molti ammetteranno con noi che la fede in un Dio creatore, provvido e padrone della vita - se la condividono - attribuisce una dignità eminente a ogni persona umana e ne garantisce il rispetto.

Si spera, ad ogni modo, che questa Dichiarazione incontri il consenso di tanti uomini di buona volontà, che, al di là delle differenze filosofiche o ideologiche, hanno tuttavia una viva coscienza dei diritti della persona umana.

Tali diritti, d'altronde, sono stati spesso proclamati nel corso degli ultimi anni da dichiarazioni di Congressi Internazionali; è poiché si tratta qui dei diritti fondamentali di ogni persona umana, è evidente che non si può ricorrere ad argomenti desunti dal pluralismo politico o dalla libertà religiosa, per negarne il valore universale.

I. Valore della vita umana

La vita umana è il fondamento di tutti i beni, la sorgente e la condizione necessaria di ogni attività umana e di ogni convivenza sociale. Se la maggior parte degli uomini ritiene che la vita abbia un carattere sacro e che nessuno ne possa disporre a piacimento, i credenti vedono in essa anche un dono dell'amore di Dio, che sono chiamati a conservare e a far fruttificare. Da quest'ultima considerazione derivano alcune conseguenze: 1. Nessuno può attentare alla vita di un uomo innocente senza opporsi all'amore di Dio per lui, senza violare un diritto fondamentale, inammissibile e inalienabile, senza commettere, perciò, un crimine di estrema gravità.


2. Ogni uomo ha il dovere di conformare la sua vita al disegno di Dio.

Essa gli è affidata come un bene che deve portare i suoi frutti già qui in terra, ma trova la sua piena perfezione soltanto nella vita eterna.


3. La morte volontaria ossia il suicidio è, pertanto, inaccettabile al pari dell'omicidio: un simile atto costituisce, infatti, da parte dell'uomo, il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno di amore. Il suicidio, inoltre, è spesso anche rifiuto dell'amore verso se stessi, negazione della naturale aspirazione alla vita, rinuncia di fronte ai doveri di giustizia e di carità verso il prossimo, verso le varie comunità e verso la società intera, benché talvolta intervengano- come si sa- dei fattori psicologici che possono attenuare o, addirittura, togliere la responsabilità.

Si dovrà, tuttavia, tenere ben distinto dal suicidio quel sacrificio con il quale per una causa superiore - quali la gloria di Dio, la salvezza delle anime, o il servizio dei fratelli - si offre o si pone in pericolo la propria vita (cfr. Jn 15,14).

II. L'eutanasia

Per trattare in maniera adeguata il problema dell'eutanasia, conviene, innanzi tutto, precisare il vocabolario.

Etimologicamente la parola eutanasia significava, nell'antichità, una morte dolce senza sofferenze atroci. Oggi non ci si riferisce più al significato originario del termine, ma piuttosto all'intervento della medicina diretto ad attenuare i dolori della malattia e dell'agonia, talvolta anche con il rischio di sopprimere prematuramente la vita. Inoltre, il termine viene usato, in senso più stretto, con il significato di "procurare la morte per pietà", allo scopo di eliminare radicalmente le ultime sofferenze o di evitare a bambini anormali, ai malati mentali o agli incurabili il prolungarsi di una vita infelice, forse per molti anni, che potrebbe imporre degli oneri troppo pesanti alle famiglie o alla società.

E' quindi necessario dire chiaramente in quale senso venga preso il termine in questo Documento.

Per eutanasia s'intende un'azione o un'omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore.

L'eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati.

Ora, è necessario ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l'umanità.

Potrebbe anche verificarsi che il dolore prolungato e insopportabile, ragioni di ordine affettivo o diversi altri motivi inducano qualcuno a ritenere di poter legittimamente chiedere la morte o procurarla ad altri. Benché in casi del genere la responsabilità personale possa esser diminuita o perfino non sussistere, tuttavia l'errore di giudizio della coscienza - forse pure in buona fede - non modifica la natura dell'atto omicida, che in sé rimane sempre inammissibile. Le suppliche dei malati molto gravi, che talvolta invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera volontà di eutanasia; esse infatti sono quasi sempre richieste angosciate di aiuto e di affetto. Oltre le cure mediche, ciò di cui l'ammalato ha bisogno, è l'amore, il calore umano e soprannaturale, col quale possono e debbono circondarlo tutti coloro che gli sono vicini, genitori e figli, medici e infermieri.

III. Il cristiano di fronte alla sofferenza e all'uso degli analgesici

La morte non avviene sempre in condizioni drammatiche, al termine di sofferenze insopportabili. Né si deve sempre pensare unicamente ai casi estremi.

Numerose testimonianze concordi lasciano pensare che la natura stessa ha provveduto a rendere più leggeri al momento della morte quei distacchi, che sarebbero terribilmente dolorosi per un uomo in piena salute. Perciò una malattia prolungata, una vecchiaia avanzata, una situazione di solitudine e di abbandono, possono stabilire delle condizioni psicologiche tali da facilitare l'accettazione della morte.

Tuttavia, si deve riconoscere che la morte, preceduta o accompagnata spesso da sofferenze atroci e prolungate, rimane un avvenimento, che naturalmente angoscia il cuore dell'uomo.

Il dolore fisico è certamente un elemento inevitabile della condizione umana; sul piano biologico, costituisce un avvertimento la cui utilità è incontestabile; ma poiché tocca la vita psicologica dell'uomo, spesso supera la sua utilità biologica e pertanto può assumere una dimensione tale da suscitare il desiderio di eliminarlo a qualunque costo.

Secondo la dottrina cristiana, pero, il dolore, soprattutto quello degli ultimi momenti di vita, assume un significato particolare nel piano salvifico di Dio; è infatti una partecipazione alla Passione di Cristo ed è unione al sacrificio redentore, che Egli ha offerto in ossequio alla volontà del Padre. Non deve dunque meravigliare se alcuni cristiani desiderano moderare l'uso degli analgesici, per accettare volontariamente almeno una parte delle loro sofferenze e associarsi così in maniera cosciente alle sofferenze di Cristo crocifisso (cfr. Mt 27,34). Non sarebbe, tuttavia, prudente imporre come norma generale un determinato comportamento eroico. Al contrario, la prudenza umana e cristiana suggerisce per la maggior parte degli ammalati l'uso dei medicinali che siano atti a lenire o a sopprimere il dolore, anche se ne possano derivare come effetti secondari torpore o minore lucidità. Quanto a coloro che non sono in grado di esprimersi, si potrà ragionevolmente presumere che desiderino prendere tali calmanti e somministrarli loro secondo i consigli del medico.

Ma l'uso intensivo di analgesici non è esente da difficoltà, poiché il fenomeno dell'assuefazione di solito obbliga ad aumentare le dosi per mantenerne l'efficacia. Conviene ricordare una dichiarazione di Pio XII, la quale conserva ancora tutta la sua validità. Ad un gruppo di medici che gli avevano posto la seguente domanda: "La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici... è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente (anche all'avvicinarsi della morte e se si prevede che l'uso dei narcotici abbrevierà la vita)?", il Papa rispose: "Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l'adempimento di altri doveri religiosi e morali: Si". In questo caso, infatti, è chiaro che la morte non è voluta o ricercata in alcun modo, benché se ne corra il rischio per una ragionevole causa: si intende semplicemente lenire il dolore in maniera efficace, usando allo scopo quegli analgesici di cui la medicina dispone.

Gli analgesici che producono negli ammalati la perdita della coscienza, meritano invece una particolare considerazione. E' molto importante, infatti, che gli uomini non solo possano soddisfare ai loro doveri morali e alle loro obbligazioni familiari, ma anche e soprattutto che possano prepararsi con piena coscienza all'incontro con il Cristo. Perciò Pio XII ammonisce che "non è lecito privare il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo".

IV. L'uso proporzionato dei mezzi terapeutici

E' molto importante oggi proteggere, nel momento della morte, la dignità della persona umana e la concezione cristiana della vita contro un tecnicismo che rischia di divenire abusivo. Di fatto, alcuni parlano di "diritto alla morte", espressione che non designa il diritto di procurarsi o farsi procurare la morte come si vuole, ma il diritto di morire in tutta serenità, con dignità umana e cristiana. Da questo punto di vista, l'uso dei mezzi terapeutici talvolta può sollevare dei problemi.

In molti casi la complessità delle situazioni può essere tale da far sorgere dei dubbi sul modo di applicare i principii della morale. Prendere delle decisioni spetterà in ultima analisi alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici, alla luce degli obblighi morali e dei diversi aspetti del caso.

Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili.

Si dovrà pero, in tutte le circostanze, ricorrere ad ogni rimedio possibile? Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all'uso dei mezzi "straordinari". Oggi pero tale risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l'imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi "proporzionati" e "sproporzionati". In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà e di rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell'ammalato e delle sue forze fisiche e morali.

Per facilitare l'applicazione di questi principii generali si possono aggiungere le seguenti precisazioni: - In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell'ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio.

Accettandoli, l'ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell'umanità.

- E' anche lecito interrompere l'applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell'ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l'investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre.

- E' sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l'obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività.

- Nell'imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo.

Conclusione

Le norme contenute nella presente Dichiarazione sono ispirate dal profondo desiderio di servire l'uomo secondo il disegno del Creatore. Se da una parte la vita è un dono di Dio, dall'altra la morte è ineluttabile; è necessario, quindi, che noi, senza prevenire in alcun modo l'ora della morte, sappiamo accettarla con piena coscienza della nostra responsabilità e con tutta dignità. E' vero, infatti, che la morte pone fine alla nostra esistenza terrena, ma allo stesso tempo apre la via alla vita immortale. Perciò tutti gli uomini devono prepararsi a questo evento alla luce dei valori umani, e i cristiani ancor più alla luce della loro fede.

Coloro che si dedicano alla cura della salute pubblica non tralascino niente per mettere al servizio degli ammalati e dei moribondi tutta la loro competenza; ma si ricordino anche di prestare loro il conforto ancor più necessario di una bontà immensa e di una carità ardente. Un tale servizio prestato agli uomini è anche un servizio prestato al Signore stesso, il quale ha detto: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40).

Roma, dalla sede della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, il 5 maggio 1980.

Franjo Cardinale Seper - Prefetto Fr. Jérome Hamer, O.P. Arcivescovo tit. di Lorium. - Segretario

Data: 1980-05-05 Data estesa: Lunedi 5 Maggio 1980.


L'omelia alla messa in suffragio del Cardinal Pignedoli - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Fruttuosa testimonianza di libertà interiore

Venerati confratelli del sacro collegio, e voi tutti, carissimi figli che mi ascoltate! Ho voluto questa raccolta concelebrazione all'interno della Basilica di san Pietro per ricordare e suffragare, a dieci giorni dall'immatura ed inaspettata scomparsa, l'anima dell'amabile nostro fratello, il Cardinale Sergio Pignedoli.

Egli si è ritirato da noi silenziosamente, quasi in punta di piedi, conformemente al suo stile delicato e discreto, lasciando in noi tutti un'onda di commosso e sincero rimpianto.

1. Perché il Signore ce l'ha sottratto così all'improvviso? E perché ne è rimasta questa impressione di doloroso stupore? Non tentero di rispondere alla prima di queste due domande perché essa porterebbe a tentar di leggere - e sarebbe un tentativo infruttuoso - negli arcani, ma sempre misericordiosi e provvidi disegni del Signore, nel quale fermamente crediamo come datore ed arbitro della vita umana per ciascuno dei giorni, molti o pochi, che ci è dato di vivere su questa terra.

"Sei tu, o Signore - ripetero con l'autore del libro della Sapienza - che hai potere sulla vita e sulla morte, conduci giù alle porte degli inferi e fai risalire" (Sg 16,13 cfr. 1S 2,6).


2. Alla seconda domanda, invece, che è di tipo storico o antropologico, è possibile ed anche facile trovar risposta, evocando sia pure rapidamente la persona e, direi, i lineamenti di colui che ci ha lasciato. Sta di fatto che, ogni volta che muore un uomo che ha ben operato nel corso della sua esistenza, è naturale e diffuso il sentimento di un vivo cordoglio.

Tutto ciò si è verificato immediatamente all'inizio della scorsa settimana, quando è giunta da Reggio Emilia la notizia che era morto il Cardinale Pignedoli. Tutto ciò continua, a modo di una precisa sensazione comune a tutti noi, anche stasera, perché dinanzi alla nostra mente o, meglio, dentro il nostro cuore, appare l'immagine dell'amato fratello. Potremmo davvero dimenticare la carica umana, cioè la ricca sensibilità, la straordinaria capacità di rapporti e la particolare attenzione ch'egli rivelo sempre nei confronti degli altri uomini, nella molteplicità dei contatti e degli incontri, da lui avuti, e nella stessa varietà degli incarichi, a lui affidati? Più che menzionare l'assunzione di crescenti responsabilità - dagli anni giovanili del suo sacerdozio, trascorsi con gli studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, fino agli anni della maturità passati come segretario della sacra congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, ed al più recente periodo in cui fu presidente del segretariato per i non cristiani - è giusto ed opportuno dare rilievo a questa insigne sua qualità, che fu in lui naturale ed insieme acquisita, cioè non solo fu una dote della sua personalità, ma anche un frutto maturo delle sue virtù sacerdotali. Da essa scaturivano altre sue caratteristiche, che mi limito a nominare: anzitutto, la cura, anzi il culto dell'amicizia, il cui raggio in lui fu assai vasto: l'interesse costante per i giovani, che egli in gran numero conobbe e segui ed aiuto in vario modo. Assidue furono verso di loro le sue sollecitudini, come frequenti ed apprezzati i suoi consigli.


3. Ma è tempo ormai di portare il discorso dall'evocazione affettuosa del fratello scomparso all'atmosfera più elevata, nella quale ci vuole e ci porta la parola di Dio, testé proclamata. Ecco, fratelli e figli carissimi, è risuonato al nostro orecchio l'alto monito evangelico dell'"estote parati" (Lc 12,40): il Signore ci ha parlato di vigilanza, di prontezza e di preparazione - "con la cintura ai fianchi e con le lucerne accese" - in attesa della sua venuta.

E' questa, una lezione di permanente validità, perché si riconnette alla pochezza del nostro vivere su questa terra, ci ricorda la "relatività" del temporaneo soggiorno quaggiù ed insieme la sua determinante importanza in ordine all'altro e definitivo soggiorno nel cielo. E' per questo che la mesta circostanza che qui ci ha raccolto, come del resto ogni evento di morte, si rivela alla luce della fede una realtà salutare, quale occasione di meditazione e fonte di grazia.

Anche noi dobbiamo essere sempre preparati psicologicamente, spiritualmente, nel possesso di quella libertà interiore, che, tenendoci svincolati dai lacci del mondo e mantenendoci nella tensione del desiderio, facilita ed affretta nella speranza il nostro incontro con Cristo Signore lassù, nella patria.

A me sembra che il Cardinale Pignedoli, anche per il modo con cui si è da noi allontanato, ci offra un tale spettacolo di serenità e di distacco. Certo, io desidero, anzi debbo ringraziarlo per il multiforme e sempre diligente servizio ch'egli, per lunghi anni, ha prestato alla santa Sede ed alla Chiesa; ma una ragione particolare di riconoscenza voglio ora manifestare, anche a nome vostro, per la fruttuosa lezione che ci ha lasciato morendo.

Concludero allora col libro della Sapienza: "Il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo". Davvero, per la sua vita di servo buono e fedele, per la sua morte di servo pronto e vigilante, egli ha già trovato riposo in Dio, cioè il conforto, il premio e la pace. così sia!

Data: 1980-06-26 Data estesa: Giovedi 26 Giugno 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - Per il 450° anniversario della "Confessio Augustana" - Città del Vaticano (Roma)