GPII 1980 Insegnamenti - 2. Il Celam, servizio all'unità.

2. Il Celam, servizio all'unità.

La Chiesa è un mistero di unità nello Spirito. E' l'anelito che emerge dalla preghiera di Gesù: "Che tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Jn 17,21). Perciò anche san Paolo esorta a "conservare" l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti..." (Ep 4,3-6).

Orbene, questa unità non consiste in qualcosa ricevuto passivamente o staticamente, ma deve essere costruito dinamicamente, per consolidarlo in questa ricca e misteriosa realtà ecclesiale, che è indispensabile premessa della sua fecondità pastorale. E' questo l'atteggiamento che caratterizza la primitiva comunità ecclesiale: "Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore" (Ac 2,46-47). "La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola" (Ac 4,32). E così "il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati" (Ac 2,48).

Perciò, quanto più gravi sono i problemi, tanto più profonda deve essere l'unità con il capo visibile della Chiesa e dei pastori tra loro. La sua unità è un segno prezioso per la comunità. Soltanto così si conseguiranno efficacemente i frutti dell'evangelizzazione. Questo è il motivo per cui con vera gioia osservai, nell'approvare le conclusioni di Puebla: "La Chiesa dell'America latina è stata rinvigorita nella sua unità, nella sua propria identità" (Ioannis Pauli PP. II "Epistula", die 23 martii 1979: "", II [1979] 700).


3. L'unità "nello Spirito", una unità di fede.

Essa trova infatti la sua origine nel mistero della Chiesa, costruita sulla volontà del Padre, mediante l'opera salvifica del Figlio, nello Spirito. E' una unione che poi discende ai membri della comunità ecclesiale, associati tra loro in maniera sublime dai vincoli di fede, sostenuti dalla speranza e vivificati dalla carità. A noi è affidata la grave responsabilità di tutelare efficacemente questa unità nella vera fede.

Il primo servizio del successore di Pietro è quello di proclamare la fede della Chiesa: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Il Papa, come successore di Pietro, deve confermare in essa i suoi fratelli (cfr. Lc 22,31). Da parte vostra, anche voi, pastori della Chiesa, dovete confermare nella fede le vostre comunità. Questa deve essere la vostra permanente preoccupazione, ben consapevoli che si tratta di una esigenza fondamentale della vostra missione, lasciandovi guidare dai criteri del Vangelo e senza altre motivazioni ad esso estranee. così potrete orientare con chiarezza i fedeli ed evitare pericolosi confusionismi.

Che la vostra unità continui a nutrirsi della carità che emana dall'eucarestia, radice e cardine della comunità cristiana (cfr. PO 6), segno e causa di unità. E' poi evidente che questa unione che deve esistere tra voi, i Vescovi della Chiesa, deve pure riflettersi nei diversi settori ecclesiali: presbiteri, religiosi, laici.


4. L'unità dei presbiteri con i Vescovi scaturisce dalla medesima fraternità sacramentale. Giustamente avete affermato nella conferenza di Puebla: "Il ministero gerarchico, segno sacramentale di Cristo pastore e capo della Chiesa, è il principale responsabile dell'edificazione della Chiesa nella comunione e del dinamismo della sua azione evangelizzatrice" ("Puebla", 659). E aggiungevate: "Il Vescovo è segno e costruttore dell'unità. Esercita evangelicamente la sua autorità a servizio dell'unità..., infonde fiducia nei suoi collaboratori, specie nei presbiteri per i quali dev'essere padre, fratello e amico ("Puebla", 688).

Con questo spirito si deve continuare a stimolare e a fortificare l'unità nel lavoro pastorale, nei diversi centri di comunione e partecipazione nella parrocchia, nella comunità educativa, nelle comunità minori.


5. L'unione con la gerarchia di coloro che hanno abbracciato la vita consacrata ha una grande importanza. Tanti aspetti positivi segnalati a Puebla, come "il desiderio di interiorizzazione e approfondimento del modo di vivere la fede" ("Puebla", 726) e l'insistenza affinché "la preghiera riesca a divenire atteggiamento di vita", ("Puebla", 727); lo sforzo di solidarietà, di condivisione con il povero, devono essere visti nella prospettiva di una piena comunione.

In questo modo la vita consacrata è "mezzo privilegiato per una evangelizzazione efficace" (Pauli VI EN 69). Perciò nel mio discorso inaugurale della III Conferenza generale segnalavo che ai Vescovi "non deve mancare la collaborazione, in pari tempo responsabile e attiva, ma anche docile e fidente dei religiosi" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae", II,2, die ian. 1979: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II [1979] 201).

Appartiene ai Vescovi l'orientamento dottrinale e il coordinamento dell'azione pastorale. Perciò tutti coloro che svolgono apostolato devono assecondare, generosamente e responsabilmente, le direttrici indicate dalla gerarchia. tanto in campo dottrinale quanto nelle attività ecclesiali. Questo si applica alla competenza dei vescovi nella loro Chiesa particolare e, secondo i principi di una sana ecclesiologia, alle conferenze episcopali o, nella dovuta misura, al servizio prestato dal Celam. D'altra parte è evidente che una attenta cura per il bene spirituale dei religiosi e delle religiose deve brillare nella pastorale diocesana o supradiocesana.


6. La comunione ecclesiale con i pastori non può nemmeno mancare in un campo tanto importante com'è il mondo dei laici. La Chiesa ha bisogno del formidabile contributo del laico, il cui raggio d'azione è molto ampio.

La conferenza di Puebla ha insistito sul fatto che il laico "ha la responsabilità di ordinare le realtà temporali per porle al servizio dell'instaurazione del regno di Dio" ("Puebla", 789) e che "i laici non possono esimersi da un serio impegno per la promozione della giustizia e del bene comune" ("Puebla", 793). Con speciale accento sull'attività politica (cfr. "Puebla", 791), il laico deve promuovere la difesa della dignità dell'uomo e dei suoi diritti inalienabili ("Puebla", 792).

In questa missione propria dei laici, si deve lasciare ad essi il posto che loro compete, soprattutto nella militanza e leadership dei partiti politici, o nell'esercizio di cariche pubbliche (cfr. "Puebla", 791). E' un criterio solido, che si ispira alla conferenza di Medellin (cfr. "Sacerdotes", 19) e al Sinodo dei Vescovi del 1971, quello che avete indicato: "I pastori..., dovendosi occupare dell'unità, si spoglieranno d'ogni ideologia politico-partitica... Avranno in tal modo la libertà per evangelizzare il politico sull'esempio di Cristo, partendo da un Vangelo scevro da partitismi e ideologizzazioni" ("Puebla", 526). Sono direttive, queste, di dense conseguenze pastorali.


7. La ricerca dell'unità ecclesiale ci conduce al cuore dell'ecumenismo: "E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Jn 10,16). Bisogna collocare in questa prospettiva il dialogo ecumenico, che in America latina riveste caratteristiche speciali. La preghiera, la fiducia, la fedeltà devono essere il clima dell'ecumenismo autentico. Il dialogo tra fratelli di confessioni diverse non cancella la nostra propria identità, ma la suppone. So bene che voi vi sforzate per creare un'atmosfera di maggiore avvicinamento e rispetto, ostacolata da alcuni che ricorrono a metodi di proselitismo non sempre corretti.


8. L'unità della Chiesa, al servizio dell'unità dei popoli.

La Chiesa si iscrive nella realtà dei popoli: nella loro cultura, nella loro storia, nel ritmo del loro sviluppo. Vive, profondamente solidale, i dolori dei suoi figli, condividendo le loro difficoltà e assumendo le loro legittime aspirazioni. In tali situazioni annuncia il messaggio di salvezza che non conosce frontiere né discriminazioni.

La Chiesa è cosciente di essere portatrice della parola efficace di Dio, parola che creo l'universo e che è capace di ricreare nel cuore dell'uomo e nella società, ai suoi diversi livelli, atteggiamenti e condizioni in cui si possa operare la civiltà dell'amore. Con questa finalità, il documento di Puebla fu presentato ufficialmente all'Onu e all'organizzazione degli Stati americani.

In virtù dell'annuncio del Vangelo, quando l'uomo è schiacciato nella sua eminente dignità, quando si mantiene o prolunga la sua prostrazione, la Chiesa denuncia. Fa parte del suo servizio profetico. Denuncia tutto ciò che si oppone al piano di Dio e impedisce la realizzazione dell'uomo. Denuncia in difesa dell'uomo ferito nei suoi diritti, affinché si risanino le sue ferite e si suscitino atteggiamenti di vera conversione.

Servendo la causa della giustizia, la Chiesa non intende provocare o approfondire divisioni, inasprire conflitti o potenziarli. Bensi, con la forza del Vangelo la Chiesa aiuta a vedere e a rispettare in ogni uomo un fratello, invita al dialogo le persone, i gruppi e i popoli, perché si salvaguardi la giustizia e si preservi l'unità. In certe circostanze giunge a fare anche da mediatrice. E' anche questo un servizio profetico.

Perciò, quando nell'esercizio della propria missione sente il dovere della denuncia, la Chiesa si conforma alle esigenze del Vangelo e dell'essere umano, senza servire interessi di sistemi economici o politici né ideologie del conflitto. Essa, al di sopra di gruppi o classi sociali, denuncia l'incitamento a qualsiasi forma di violenza, il terrorismo, la repressione, le lotte di classe, le guerre, con tutti i loro orrori.

Davanti al doloroso flagello della guerra e della corsa agli armamenti, che producono crescente sottosviluppo, alzi la Chiesa in America latina e in ciascuno dei popoli generati al Vangelo, il grido del venerato Papa Paolo VI: "Non più la guerra!". Di questo grido io stesso mi sono fatto eco davanti all'assemblea delle Nazioni Unite. Che non si aggiungano alle penose situazioni nuovi conflitti, che aggravano la condizione di prostrazione, soprattutto dei più poveri.

La Chiesa, come dimostra la storia con eloquenti esempi, è stata in America latina il più vigoroso fattore di unità e di incontro tra i popoli.

Continuate dunque, diletti pastori, a dare tutto il vostro contributo alla causa della giustizia, di una ben intesa integrazione latino-americana, come un servizio all'unità pieno di speranza. E in questo compito di far talora sentire la vostra voce critica, soprattutto in un servizio collegiale del bene comune, continuino sempre a dirigere i vostri gesti la rigorosa oggettività e il giusto momento, affinché nell'ossequio dovuto alle legittime istanze, la voce della Chiesa interpelli le coscienze, tuteli le persone e la loro libertà, reclami i dovuti interventi.

Il Celam e Puebla sull'orma di Medellin 1. In questa occasione nella quale guardiamo ai passati 25 anni del Celam, per proiettarli verso il futuro, vanno ricordate due conferenze ugualmente importanti e significative: Medellin e Puebla.

Ringraziamo Dio per quanto esse hanno dato alla Chiesa. La prima "ha voluto essere un impulso di rinnovamento pastorale, un nuovo "spirito" di fronte al futuro, in piena fedeltà ecclesiale nell'interpretazione dei segni dei tempi in America latina", (Ioannis Pauli PP. II "Homilia in Basilica B.M.V. a Guadalupe habita", die 27 ian. 1979: "", II [1979] 162-163). Perciò io stesso vi dicevo che doveva "prendere come punto di partenza le conclusioni di Medellin, con tutto quanto hanno di positivo, ma senza ignorare che a volte hanno avuto errate interpretazioni e che esigono sereno discernimento, opportuna critica e chiare prese di posizione" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae", die 28 ian. 1979: "", II [1979] 189).

La seconda raccolse e assunse l'eredità della precedente, nel nuovo contesto ecclesiale. E' questo presente che ci occupa come pastori. Ma nel voler orientare il momento presente, siamo ben consapevoli che in esso rivive, fornendogli radici e ispirazione, il passato. In questo senso permettetemi che mi riferisca ancora in modo speciale ad alcuni aspetti riguardanti la conferenza di Puebla.

Lo considero tanto più importante in quanto so bene che nel Celam, nelle sue riunioni regionali e in non poche conferenze episcopali, i grandi orientamenti della III conferenza generale sono stati assunti nei loro propri piani pastorali.

La medesima cosa si osserva nelle relazioni quinquennali di molte diocesi.

Mi ha rallegrato molto la rapida diffusione e penetrazione nelle comunità dell'America latina, e fuori di essa, del documento di Puebla. Speravo che così avvenisse. Infatti la conferenza di Puebla, come ho detto in altre occasioni, in un certo modo è una risposta che oltrepassa le frontiere di questo amato continente.

Al documento di Puebla, che conobbi nei dettagli e approvai con gioia dopo la precisazione di alcuni concetti, sono ricorso frequentemente negli incontri avuti durante le vostre visite "ad limina". Ho voluto in questa maniera sottolineare i suoi densi orientamenti dottrinali e pastorali.


2. Insistetti, all'inizio della conferenza, sulla vostra nobile missione di maestri della verità.

Ci sarà nell'approccio pastorale con le nostre comunità, una forma di presenza che il popolo ami di più di questa di maestri? Potrebbe una autentica azione pastorale, o un genuino rinnovamento ecclesiale, fondarsi su fondamenti differenti da quelli della verità su Gesù Cristo, sulla Chiesa e sull'uomo, quali noi li professiamo? La coerenza davanti a queste verità pone il sigillo pastorale alle direttive e opzioni che la conferenza ha formulato. A queste verità avete prestato grande attenzione, come si vede nei vari capitoli del documento.


3. Avete affrontato, infatti, seri problemi di cristologia ed ecclesiologia, che erano stati sollecitati dagli stessi episcopati e che causano preoccupazioni anche tra voi.

La fedeltà alla fede della Chiesa riguardo alla persona e alla missione di Gesù Cristo ha una importanza capitale, con enormi ripercussioni pastorali.

Continuate dunque ad esigere un impegno di coerenza nell'annuncio del "Redemptor Hominis". Che questa fedeltà risplenda nella predicazione, nelle sue diverse forme, nella catechesi, in tutta la vita del Popolo di Dio.


4. La Chiesa è per il credente oggetto di fede e di amore. Uno dei segni del reale impegno nei confronti della Chiesa è il rispettare sinceramente il suo magistero, fondamento della comunione. Non si può accettare la contrapposizione che a volte si fa tra una Chiesa "ufficiale", "istituzionale", e la Chiesa-comunione. Non sono, non possono essere realtà separate. Il vero credente sa che la Chiesa è Popolo di Dio in ragione della convocazione in Cristo e che tutta la vita della Chiesa è determinata dall'appartenenza al Signore. E' un "popolo" eletto, scelto da Dio.


5. Attenzione particolare merita il lavoro dei teologi. Questo ministero è un nobile servizio, che la stragrande maggioranza compie con fedeltà. Il suo lavoro implica un fermo atteggiamento di fede. Insieme con la libertà di investigazione, la comunicazione orale o scritta delle sue investigazioni e riflessioni deve farsi con ogni senso di responsabilità, in accordo con i diritti e i doveri che competono al magistero, posto da Dio per guidare nella fede tutto il popolo fedele.


6. La conferenza di Puebla ha voluto essere anche una grande opzione per l'uomo.

Non si può contrapporre servizio di Dio e servizio degli uomini, diritto di Dio e diritto degli uomini. Servendo il Signore, impegnando la nostra vita nel dire che "crediamo in un solo Dio", che "Gesù è il Signore" (1Co 12,3 Rm 10,9 Jn 20,28), facciamo un taglio netto con tutto quello che pretenda erigersi in assoluto, e distruggiamo gli idoli del denaro, del potere, del sesso, di quelli che si nascondono nelle ideologie, "religioni laiche" con ambizione totalitaria.

Il riconoscimento della signoria di Dio porta la scoperta della realtà dell'uomo. Riconoscendo il diritto di Dio, saremo capaci di riconoscere il diritto degli uomini. "Dell'uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione..., di ciascun uomo, perché ognuno è stato compreso nel mistero della redenzione, e con ognuno Cristo si è unito per sempre..." (Ioannis Pauli PP. II RH 13).


7. Data la realtà di tanto vasti settori colpiti dalla miseria e davanti alla frattura esistente tra ricchi e poveri - che segnalai all'inizio delle storiche giornate di Puebla - avete giustamente invitato alla opzione preferenziale per i poveri, non esclusiva né escludente (cfr. "Puebla", 114 5. 1165). I poveri sono, infatti, i prediletti di Dio (cfr. "Puebla", 1143). Nel volto dei poveri si riflette Cristo, il servo di Jahvé. "La loro evangelizzazione è per eccellenza segno e prova della missione di Gesù" (cfr. "Puebla", 1142). Giustamente avete indicato che "il miglior servizio al fratello è l'"evangelizzazione che lo dispone a realizzarsi come figlio di Dio, lo libera dalle ingiustizie e lo promuove integralmente" ("Puebla", 1145). E', quindi, un'opzione che esprime l'amore di predilezione della Chiesa, entro la sua universale missione evangelizzatrice e senza che alcun settore rimanga escluso dalle sue attenzioni.

Tra gli elementi di una pastorale che porta il contrassegno della predilezione per i poveri emergono: l'interesse per una predicazione solida e accessibile; per una catechesi che abbracci tutto il messaggio cristiano; per una liturgia che rispetti il senso del sacro ed eviti i rischi di strumentalizzazione politica; per una pastorale familiare che difenda il povero da campagne ingiuste che offendono la sua dignità, per l'educazione, facendo si che raggiunga i settori meno favoriti; per la religiosità popolare, nella quale si esprime la stessa anima dei popoli.

Un aspetto dell'evangelizzazione dei poveri consiste nel rinvigorire un'attiva preoccupazione sociale. La Chiesa ha sempre avuto questa sensibilità e oggi tale coscienza rinvigorisce: "La nostra condotta sociale è parte integrante della nostra sequela di Cristo" ("Puebla", 476). A questo proposito in ossequio alle direttive che vi diedi all'inizio della conferenza di Puebla, avete sottolineato, amati fratelli, la validità e necessità della dottrina sociale della Chiesa, il cui "oggetto primario... è la dignità personale dell'uomo, immagine di Dio, e la tutela di tutti i suoi diritti inalienabili" ("Puebla", 475).

Un aspetto concreto dell'evangelizzazione e che deve rivolgersi soprattutto a coloro che godono di mezzi economici - affinché collaborino con quelli più bisognosi - è la retta concezione della proprietà privata, sulla quale "grava un'ipoteca sociale" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae", III,4, die 28 ian. 1979: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II [1979] 204). Tanto a livello internazionale come all'interno di ciascun paese, quelli che possiedono i beni devono essere molto attenti ai bisogni dei loro fratelli. E' un problema di giustizia e di umanità.

Anche di visione del futuro, se si vuole preservare la pace delle nazioni.

Per questo esprimo la mia compiacenza per il messaggio inviato da Puebla ai popoli dell'America latina e ho insieme fiducia che il "servizio operativo dei diritti umani" del Celam si farà eco della voce della Chiesa dove lo reclamino situazioni di ingiustizia o di violazioni dei legittimi diritti uomo.


8. Tema importante nella conferenza di Puebla è stato quello della liberazione. Vi avevo esortato a considerare la specifica e originale presenza della Chiesa nella liberazione (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae", III,1, die 28 ian. 1979: "", II [1979] 202). Vi segnalavo come la Chiesa "non ha bisogno di ricorrere a sistemi ed ideologie per amare, difendere e collaborare alla liberazione dell'uomo" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae", III,2, die 28 ian. 1979: "", II [1979] 203). Nella varietà delle esposizioni e delle correnti della liberazione è indispensabile distinguere tra quello che implica "una retta concezione cristiana della liberazione" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae", III,6, die 28 ian. 1979: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II [1979] 206), "nel suo significato integrale, profondo, come lo ha annunciato e realizzato Gesù" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad III Coetum Generalem Episcoporum Americae Latinae", III,6, die 28 ian. 1979: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II [1979] 206), applicando lealmente i criteri che la Chiesa offre, e altre forme di liberazione lontane e perfino contrastanti con l'impegno cristiano.

Dedicaste opportune considerazioni ai segni per discernere quella che è una vera liberazione cristiana, con tutto il suo valore, urgenza e ricchezza, e quello che prende le strade delle ideologie. I contenuti e gli atteggiamenti (cfr. "Puebla", 489), i mezzi che utilizzano, aiutano in tale discernimento. La liberazione cristiana usa "mezzi evangelici, con la loro particolare efficacia, e non ricorre a nessuna forma di violenza né alla dialettica della lotta di classe..." ("Puebla", 486), o alla prassi o analisi marxista, per "il rischio d'ideologizzazione cui si espone la riflessione teologica, quando si realizza a partire da una prassi che ricorre all'analisi marxista. Le sue conseguenze sono la totale politicizzazione dell'esistenza cristiana, la dissoluzione del linguaggio della fede in quello delle scienze sociali e l'eliminazione della dimensione trascendente della salvezza cristiana" ("Puebla", 545).


9. Uno dei contributi pastorali più originali della Chiesa latino-americana, come fu presentato nel Sinodo dei Vescovi del 1974 e riassunto nella esortazione apostolica "Evangelii Nuntiandi", è stato quello delle comunità ecclesiali di base.

Possano queste comunità continuare a mostrare la loro vitalità e a dare i loro frutti (cfr. "Puebla", 97. 156), evitando insieme i rischi che possono incontrare e ai quali alludeva la conferenza di Puebla: "E' deplorevole che, in alcuni luoghi, interessi chiaramente politici pretendano di manipolarle e distaccarle dall'autentica comunione coi loro Vescovi" ("Puebla", 98). Davanti al fatto della radicalizzazione ideologica, che in alcuni casi si registra (cfr. "Puebla", 630), e per l'armonioso sviluppo di queste comunità, vi invito ad assumere l'impegno sottoscritto: "Come pastori vogliamo decisamente promuovere, orientare, accompagnare le comunità ecclesiali di base, secondo lo spirito di Medellin e i criteri dell'"Evangelii Nuntiandi" ("Puebla", 648).


10. La conferenza di Puebla ha voluto dare impulso a "un'opzione più decisa per la pastorale d'insieme" ("Puebla", 650), necessaria per l'efficacia dell'evangelizzazione e per la promozione dell'unità delle Chiese particolari (cfr. "Puebla", 703). In essa, quindi, si articolino i diversi aspetti della pastorale, con dinamica unità di criteri teologici e pastorali. Molto può fare a tal proposito il Celam.


11. In questa prospettiva di una adeguata pastorale d'insieme, permettetemi che insista con voi sulle priorità pastorali che indicai a Puebla e che avete accolto con così marcato interesse. Conservano tutta la loro vitalità e urgenza. Mi riferisco alla pastorale familiare, giovanile e vocazionale.

Far si che la famiglia, in America latina, stretta dal sacramento del matrimonio, sia vera Chiesa domestica, è un compito urgente. La civiltà dell'amore deve costruirsi sulla base insostituibile del focolare. Attendiamo dal prossimo Sinodo un forte stimolo per questa priorità.

La gioventù, lo constato spesso nei miei contatti ministeriali e nei miei viaggi apostolici, è disposta a rispondere. Non si è esaurita la sua generosa capacità di impegnarsi in nobili ideali, benché esigano sacrificio. Essa è la speranza del mondo, della Chiesa, dell'America latina. Sappiamo quindi trasmetterle, senza decurtazioni o falsi pudori, i grandi valori del Vangelo, dell'esempio di Cristo. Sono cause che il giovane percepisce come degne di essere vissute, come modi di rispondere a Dio e all'uomo fratello.

La pastorale vocazionale deve meritare una particolarissima attenzione, come ho ripetutamente detto ai Vescovi latino-americani durante la loro visita "ad limina". Le vocazioni al sacerdozio devono essere il segno della maturità delle comunità; e devono anche manifestarsi come conseguenza della fioritura dei ministeri affidati ai laici e di una opportuna pastorale scolare e familiare, che prepari ad ascoltare la voce di Dio.

Si ponga perciò ogni diligenza nella solida formazione spirituale, accademica e pastorale nei seminari. Solo a questa condizione potremo aver fondata garanzia per il futuro. Abbiamo bisogno di sacerdoti pienamente dedicati al ministero, entusiasti del loro impegno totale con il Signore nel celibato, convinti della grandezza del ministero di cui sono portatori.

E voglia Dio che possiate un giorno incrementare l'invio di missionari che siano d'aiuto nelle zone sprovviste, nelle vostre proprie nazioni e in altri continenti.

Conclusione Voglio ora terminare queste riflessioni facendo una pressante chiamata alla speranza. Certamente non è poco il cammino che manca da percorrere nella costruzione del regno di Dio in questo continente. Molti sono gli ostacoli che si interpongono.

Ma non v'è motivo di disperare. Come ci ha promesso, Cristo sarà con noi fino alla fine dei tempi, con la sua grazia, il suo aiuto, il suo potere infinito.

La Chiesa per la quale lottiamo e soffriamo, è la sua Chiesa, nella quale lo Spirito Santo continua a vivere e a spargere le meraviglie del suo amore. Nella fedeltà alle sue ispirazioni andiamo avanti con rinnovato entusiasmo nell'opera di evangelizzazione di tutti i popoli.

Estendo questo invito alla speranza, nella cordiale gratitudine per tanti sforzi consacrati alla Chiesa a tutti i Vescovi dell'America latina, a quanti lavorano nel Celam, ai sacerdoti, ai membri dei vari istituti di vita consacrata e del laicato, che in forme tanto diverse manifestano in modo meraviglioso, spesso nascosto, la magnifica varietà dell'amore al Signore e all'uomo.

Associo in questo sentimento di meritata gratitudine tutti quegli organismi di Europa e Nordamerica, che tanto validamente collaborano, con personale apostolico e con mezzi economici, nella vita di numerose Chiese particolari. Il Signore li ricompensi abbondantemente per questa loro sollecitudine pastorale.

Che la Vergine santissima, Nostra Signora di Guadalupe, ai cui piedi avete depositato con immensa fiducia il documento di Puebla, vi accompagni nel cammino, vi alleggerisca maternamente la fatica, vi sostenga nella speranza, vi guidi a Cristo, al Salvatore, al premio imperituro.

Con la benedizione e l'affetto del successore di Pietro, con dilatato amore alla Chiesa, portate a Cristo tutte le genti. così sia.

Data: 1980-07-02Data estesa: Mercoledi 2Luglio 1980.


Visita al Corcovado - Rio de Janeiro

Titolo: Benedizione sulla città in nome del Redentore dell'uomo

Sia lodato Gesù Cristo! 1. CRISTO! Da quale altro posto, nel Brasile e fuori di esso, fare echeggiare questo nome - l'unico che ci può salvare (cfr. Ac 4,12) - e che ha particolare diritto di cittadinanza nella storia dell'uomo e dell'umanità (cfr. RH 10), meglio di questo immenso sperone fatto altare, tra meraviglie naturali, create da Lui, il Verbo di Dio (cfr. Jn 1,3), proprio nel cuore di Rio de Janeiro? Qui la statua, che esattamente cinquanta anni fa un popolo ha voluto innalzare sulla cima del piedistallo naturale, si fa allo stesso tempo simbolo, appello e invito.

REDENTORE! Le braccia aperte abbracciano la città ai suoi piedi! Fatta di luce e di colore e, allo stesso tempo, di ombre e di oscurità, la città è vita e gioia ma è anche un tessuto di afflizioni e sofferenze, di violenza e egoismo, di odio, di male e di peccato. Radiosa alla luce del sole, figura luminosa sospesa nell'aria di notte, il Redentore, in predicazione muta ma eloquente, qui continua a proclamare che "Dio è luce" (cfr. Jn 1,7), "è amore" (1Jn 4,8). Un amore più grande del peccato, della debolezza e della "caducità di ciò che fu creato" (cfr. Rm 8,20), più forte della morte (cfr. RH 9).


2. Si, dall'alto di questi monti non c'è chi non possa contemplare la sua immagine, in atteggiamento di accogliere e abbracciare, e immaginarlo come è, sempre disposto ad incontrarsi con l'uomo, desideroso anche che l'uomo gli venga incontro. Ora, questa è l'unica finalità che la Chiesa - e con essa il Papa in questo momento - ha davanti agli occhi e nel cuore: che ogni uomo possa incontrarsi con Cristo perché Cristo possa percorrere con ogni uomo le strade della vita (cfr. RH 13).

Simbolo di amore, appello alla riconciliazione e invito alla fraternità, qui Cristo Redentore proclama continuamente la forza della verità sull'uomo e sul mondo, della verità contenuta nel mistero dell'Incarnazione e Redenzione (cfr. ivi, RH 13). In questo momento, illuminati dallo sguardo di Cristo, gli occhi del Papa si rivolgono a ogni abitante di questa metropoli e la voce del Papa, semplice eco e risonanza della voce di Cristo, vorrebbe parlare, da cuore a cuore, con tutti e con ciascuno: vorrebbe, come una breve visita, arrivare a ogni focolare e anche vicino a coloro che non ce l'hanno; ai luoghi di incontro e ai luoghi di lavoro, dove c'è gioia ma anche dove c'è dolore, specialmente dove si soffre e si è in pena - ospedali, penitenziari, zone dei senza-tetto, dei senza-pane, dei senza-amore...


3. Con questa breve visita, il Papa con Cristo bramerebbe poter confortare, infondere speranza, animare tutti, senza lasciar fuori nessuno: bambini, giovani, padri e madri di famiglia, anziani, ammalati, detenuti, scoraggiati e angustiati.

Per tutti vorrebbe essere portatore di fiducia, di amore e di pace. E' questo il senso e l'intenzione della benedizione sulla città e su tutti i suoi abitanti, che daro subito dopo, in nome di Cristo Redentore, Redentore dell'uomo nel suo più pieno significato.

Prima, pero, per confermare un'amicizia, meglio, per affermare una fraternità - perché Dio ha cura paterna di tutti e vuole che tutti gli uomini facciano una sola famiglia umana - vi inviterei a recitare insieme la preghiera che Cristo Redentore ci ha insegnato.

Rivolgo questo invito a tutti, dovunque si trovino; nelle strade, in casa, sulle automobili, nei luoghi di lavoro o di incontro, negli ospedali, nelle carceri... Tutta la città invito a pregare con me: Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male. Amen. E che questo momento di incontro e di incanto duri nei nostri cuori e nella nostra memoria e si trasformi per tutti in fonte di pace e di grazia: ricchi e poveri, forti e deboli, e, in modo speciale, per i "più piccoli", che soffrono nel corpo o nello spirito.

Con il valido aiuto della Madre della nostra fiducia, Nostra Signora Aparecida.

[Traduzione dal portoghese]

Data: 1980-07-02Data estesa: Mercoledi 2Luglio 1980.


L'omelia durante l'ordinazione di nuovi sacerdoti - Rio de Janeiro (Brasile)

Titolo: Chiamati da Dio ad agire a suo nome

Venerabili fratelli e carissimi figli.

1. E' solenne quest'ora. Il Signore è qui presente in mezzo a noi. Per darci certezza di questo basterebbe la sua promessa: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). E' in suo nome che ci troviamo riuniti per l'ordinazione sacerdotale di questi giovani che si trovano qui davanti a questo altare. Su di essi, scelti dalla meravigliosa terra del Brasile con affetto di predilezione, Gesù farà scendere, di qui a poco, lo Spirito del Padre e suo. E lo Spirito Santo, marcandoli col suo sigillo per mezzo dell'imposizione delle mani del Vescovo, arricchendoli di grazie e di poteri speciali, realizzerà in loro una misteriosa e reale configurazione a Cristo, capo e pastore della Chiesa, e farà di loro i suoi ministri per sempre.

E bene, a questo punto del rito, fermarci e meditare. Il Vangelo che abbiamo ascoltato e la cerimonia liturgica che ha preceduto la sua lettura sono argomenti capaci di fissare la nostra mente in una contemplazione senza fine. E' naturale che, in questo momento di intensa gioia, io mi rivolgo in modo speciale a voi, carissimi ordinandi, che siete il motivo di questa celebrazione. E lo faccio con le parole dell'apostolo Paolo: "La nostra bocca vi ha parlato francamente..., e il nostro cuore si è tutto aperto per voi" (2Co 6,11). Il mio ardente desiderio è di aiutarvi a comprendere la grandezza e il significato del passo che state per fare. Questa ora solenne avrà senza dubbio un riflesso su tutte le altre ore che verranno in seguito nel corso della vostra esistenza.

Dovrete ritornare molte volte al ricordo di questa ora per prendere impulso per continuare, con rinnovato ardore e generosità, il servizio che oggi siete stati chiamati a esercitare nella Chiesa.


GPII 1980 Insegnamenti - 2. Il Celam, servizio all'unità.