GPII 1980 Insegnamenti - Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)

Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'opera di unità e santità dello Spirito Santo

1. Oggi in questo nostro incontro all'"Angelus", desidero insieme con voi, cari romani e cari pellegrini, esprimere prima di tutto la gratitudine allo Spirito Santo, dato da Cristo agli apostoli e alla Chiesa per compiere in essa l'opera di unità e di santità.

Opera di tale unità si è dimostrato il Sinodo dei Vescovi, che ieri ha terminato i suoi dibattiti, dedicati ai compiti della famiglia cristiana. I Vescovi partecipanti al Sinodo, convenuti da tutti i continenti e dai loro diversi paesi, hanno affrontato con grande senso di realismo la situazione della famiglia nel mondo contemporaneo, situazione differenziata e talvolta non facile. Si sono soffermati, con dovuta attenzione e con senso di responsabilità pastorale, su quei punti dell'insegnamento della Chiesa, che sembrano suscitare le più grandi difficoltà. Meditando su problemi così importanti, parlando con la libertà dovuta al loro ministero e ascoltando pure volentieri la voce dei componenti laici, che hanno partecipato al Sinodo in veste di uditori, essi hanno elaborato una serie di proposizioni finali, in cui non è possibile non scorgere quel "dono di unità nello Spirito Santo", per il quale la Chiesa non cessa di pregare.

Oggi, terminati i lavori del Sinodo, desidero dinanzi a voi, ed insieme a voi qui riuniti, esprimere la gratitudine allo Spirito Santo, per questa opera di unità che egli ha compiuto ai nostri occhi.


2. Desidero anche esprimere la gratitudine per l'opera di santità, di cui noi siamo stati partecipi oggi, ultima domenica di ottobre, mediante la beatificazione di don Luigi Orione, di suor Maria Anna Sala e di Bartolo Longo: il primo, fondatore dei figli della piccola opera della divina provvidenza e delle piccole suore missionarie della carità; la seconda, delle religiose marcelline di Milano; e il terzo, ideatore del famoso santuario di Pompei, dedicato alla Madonna del rosario. Un sacerdote, una religiosa ed un laico! Tutta la Chiesa oggi esulta di gioia e di riconoscenza verso l'Altissimo e verso i tre nuovi beati, che invoca con filiale preghiera. Che cosa hanno compiuto di eroico durante la loro vita? Hanno amato! Sempre, con coraggio, con costanza! Hanno amato Dio come Padre, con ardente fervore e con totale fiducia; hanno amato la Chiesa con umiltà e obbedienza, cercando di perfezionarla con la propria santificazione; hanno amato l'Italia loro diletta patria, con impegno operoso e continuo, aiutando i poveri, consolando gli afflitti, accogliendo gli abbandonati, educando i fanciulli e i giovani, responsabilizzando tutti con la loro testimonianza.

Invochiamo con affetto i nuovi beati! Ascoltiamoli! Imitiamoli! Essi continuano ad amarci e ad aiutarci dal cielo.


3. Infine, come ogni volta, anche oggi la nostra preghiera dell'"Angelus" ci ricorda la risposta che l'angelo Gabriele ha dato alla Vergine di Nazaret: "Lo Spirito Santo scenderà su di te... Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio" (Lc 1,35).

Ringraziando per l'opera di unità e di santità che, grazie allo Spirito Santo, vengono partecipate alla Chiesa dei nostri tempi, non cessiamo di ringraziare per quest'opera suprema e fondamentale dalla quale derivano tutte le altre, come da una sorgente inesauribile.

Ringraziamo per il Verbo che, per opera dello Spirito Santo, si fece carne nel seno di Maria, venne ad abitare in mezzo a noi e continua ad abitarvi, guidando la Chiesa nella verità e nell'amore verso il compimento definitivo del mistero della comunione dei santi.

Data: 1980-10-26 Data estesa: Domenica 26 Ottobre 1980.


Al pellegrinaggio dei ferrovieri italiani - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Vivete la fede nella famiglia e nel lavoro

Fratelli e sorelle carissimi! 1. Desidero dirvi la mia profonda gioia e la mia sincera soddisfazione per questo odierno incontro, che fa seguito a quello dell'8 novembre dello scorso anno, in occasione della XXI "Giornata del Ferroviere", ed a quello del 7 settembre scorso, in occasione della mia visita alla Stazione ferroviaria di Velletri, costruita - come è noto - nel 1862sotto il pontificato di Pio IX.

So quanto avete desiderato ed atteso questa Udienza. Parecchi di voi, provenienti da tutte le Regioni d'Italia, hanno fatto notevoli sacrifici per poter essere oggi qui presenti. Pertanto, alla mia gioia debbo aggiungere i sentimenti della mia gratitudine per voi tutti, convenuti in questo luogo come ad una serena, cordiale ed affettuosa festa di famiglia.

Rivolgo il mio saluto a tutti voi ed a tutti i 220.000 Ferrovieri d'Italia, che operano sia nella sede centrale di Roma sia negli altri 15 Compartimenti. Il mio saluto va ai Capistazione, ai Macchinisti, ai Conduttori, ai Capitreno; ai Dirigenti del Movimento, ai Manovratori, ai Manovali, agli Addetti agli impianti elettrici, di trazione, di segnalamento, di sicurezza e di telecomunicazione; ai Tecnici, ai Sorveglianti, ai Casellanti, a tutti gli Addetti alle officine ed agli impianti di riparazione, di manutenzione, di pulizia del materiale; né posso dimenticare gli Ufficiali ed i Marinai-ferrovieri dei Servizi di Traghetto.

A tutti voi, a tutta la grande Famiglia dei Ferrovieri d'Italia, va il mio pensiero affettuoso.


2. Con la vostra presenza voi volete, in certo modo, restituire la visita, da me fatta ai vostri Colleghi del Compartimento Ferroviario di Roma, riprendere un dialogo, non mai interrotto, ed esprimere, con molta schiettezza, la vostra adesione alla Cattedra di Pietro.

Il primo ricordo ed impegno che io intendo raccomandarvi ed affidarvi è quello della testimonianza della fede cristiana. Si, fratelli e sorelle carissimi! Questa vostra presenza è il segno concreto e chiaro che voi siete venuti a Roma in pellegrinaggio di fede, per proclamare apertamente, dinanzi all'opinione pubblica, la vostra fede, quel tesoro incommensurabile ricevuto nel santo Battesimo e coltivato dalle cure dei vostri genitori, dei vostri sacerdoti e dei vostri educatori. Voi volete ripetere, con piena consapevolezza e con legittima fierezza, sulla tomba di san Pietro le parole semplici e sublimi, che la Chiesa vi consegno nel momento del Battesimo, cioè il Simbolo Apostolico: "Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra... Credo in Gesù Cristo, suo Figlio unigenito, incarnato, morto per noi, risorto... Credo nello Spirito Santo, che ha parlato per mezzo dei Profeti... Credo la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica...". Il simbolo della fede cattolica, che ogni domenica recitate nella santa Messa, deve essere sempre meditato, approfondito, perché penetri nel tessuto della vostra interiorità, animi il vostro comportamento, le vostre azioni, orienti i vostri rapporti con Dio, con voi stessi, con gli altri, di modo che la vostra vita quotidiana - in famiglia e nel posto di lavoro - sia in coerente sintonia con la fede che professate: una fede, la quale ci insegna che la vostra vita non si esaurisce nelle realtà di questo mondo, ma ha come termine finale Dio stesso; una fede, la quale ci dice che noi camminiamo, anzi corriamo per raggiungere il Cristo e quindi non dobbiamo diventare schiavi delle cose della terra. "Noi tutti siamo una specie di corridori, - ci avverte san Basilio il Grande - ciascuno va rapidamente verso la meta. Proprio per questo noi viviamo. Durante questa vita tu sei un viandante. Devi oltrepassare tutto, lasciar tutto alle tue spalle. Scorgi lungo la strada un germoglio, una pianta, una sorgente o qualche altra cosa che vale la pena vedere: ne godi per un attimo e poi prosegui. Ti imbatti in rocce, valli, precipizi, scogli, tronchi, fiere, rettili, spine: devi tribolare per un poco, ma poi li superi e vai avanti".

Una fede cristiana limpida e senza rispetto umano darà serenità alla vostra vita e sarà di incisivo esempio a quanti vi conoscono: "così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli", ci ha detto Gesù nel "Discorso della Montagna" (Mt 5,16).


3. Alla fede in Dio, in Cristo, nella Chiesa, voi saprete certamente unire un profondo senso della famiglia, concepita ed impostata alla luce della Parola di Dio, cioè come una "Chiesa in miniatura", una "Chiesa domestica", nella quale l'amore è santificato dalla grazia di Dio e dalla preghiera e reso più profondo dalla vicendevole dedizione, per la quale i piccoli e grandi sacrifici della vita di ogni giorno vengono affrontati con piena fiducia nella Provvidenza di Dio.

Vedo con molto piacere che parecchi di voi siete venuti qui insieme con i vostri familiari, volendo sottolineare con questo gesto la vostra risposta gioiosa e franca alle preoccupazioni e trepidazioni della Chiesa, che, mediante l'Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, in tutto questo mese di ottobre ha meditato sui compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo.

Amate la vostra famiglia! Proteggete la vostra famiglia! Siate fieri della vostra famiglia! Che essa sia sempre il focolare caldo ed accogliente, in cui possiate conservare e tramandare i grandi valori spirituali, gelosamente custoditi per le future generazioni! 4. Un ultimo impegno vorrei lasciarvi come ricordo di questa indimenticabile giornata: l'attaccamento al vostro lavoro.

Sappiamo quanto sia duro, sfibrante, non di rado pericoloso, il lavoro dei Ferrovieri. Ma sappiamo anche quanto esso sia meritorio, prezioso e indispensabile per il buon andamento delle strutture della società.

Desidero approfittare di questa odierna circostanza per dirvi, pubblicamente, il mio plauso - al quale si unisce certamente anche quello del popolo italiano - per quello che fate, giorno e notte, a prezzo di tanti sacrifici. Adempite a questo vostro dovere con la consapevolezza di dare un contributo serio e determinante per l'ordinato sviluppo sociale ed economico del vostro Paese. Voi, che siete ferrovieri "cristiani", partecipate ai a gruppi di evangelizzazione", ai "gruppi di comunità", che si sono costituiti nelle varie sedi dipartimentali ed in molte Stazioni ferroviarie d'Italia. Nella preghiera, nella riflessione sulla Parola di Dio e sull'insegnamento della Chiesa, nell'impegno comune verso i fratelli, sarete gli apostoli, capaci di coinvolgere i vostri colleghi di lavoro in un cammino di fede e in una autentica ed integrale promozione umana.

Auguro a voi, alle vostre famiglie, ai vostri Cappellani ed a tutte le persone che vi sono care la pace e la gioia, che provengono dal Signore, e di cuore vi imparto l'Apostolica Benedizione, segno della mia costante benevolenza e del mio profondo affetto.

Data: 1980-10-26 Data estesa: Domenica 26 Ottobre 1980.


Ai religiosi e religiose di don Orione - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Mantenete lo spirito del vostro fondatore

Accogliete il mio saluto più affettuoso, voi, religiosi e religiose di Don Orione, Superiori, Sacerdoti, Suore e fratelli, che oggi giustamente esultate e sentite più vicina e più confidente la dolce e austera figura del vostro Padre Fondatore. Don Orione, che con la sua lungimirante intelligenza comprese perfettamente le caratteristiche e le necessità di questo nostro secolo, ora, in modo speciale, dopo la sua beatificazione, vuole illuminarvi, incoraggiarvi, confortarvi, per essere sempre suoi degni Figli, intrepidi testimoni della fede cristiana, ardenti consolatori dell'umanità nelle sue ricorrenti miserie, apostoli fedeli e concreti della carità di Cristo. I tempi sono difficili e talvolta l'animo è turbato e depresso. Ebbene, proprio per questo nostro tempo e per questi momenti, Don Orione, nella felicità ormai raggiunta, vi dice: "Su, animo, cari figliuoli! E siate fin lieti di soffrire: voi soffrite con Gesù Crocifisso e con la Chiesa; non potete fare nulla di più caro al Signore e alla Santissima Vergine, siate felici di soffrire e di dare la vita nell'amore di Gesù Cristo" (Lettera del 21agosto 1939).

Auspico di cuore che la gioia che oggi provate per l'esaltazione del vostro Fondatore rimanga nei vostri animi, a perenne consolazione e come irradiazione del vostro amore a Dio e alle anime, sulle sue orme.

In questo nostro incontro, in cui ci pare quasi di vedere qui con noi lo stesso Don Orione, con il suo sorriso buono e confidente, con il suo volto sereno e volitivo, desidero lasciarvi un'unica esortazione, che sgorga dall'ansietà pastorale di chi presiede tutta la Chiesa: mantenete il suo spirito! Mantenetelo integro e infuocato in voi stessi, nella vostra Congregazione, in tutti i luoghi dove siete chiamati a lavorare! Ciò che San Paolo raccomandava ai Tessalonicesi: "Non spegnete lo Spirito!" (1Th 5,19), lo ripeto pure a voi, lo dico pure a voi.

Mantenete vivo e fervoroso il suo spirito, nonostante avversità e tentazioni, ricordando ciò che diceva lui stesso: "Non vi è altra scuola per noi, un altro maestro né altra cattedra che la Croce. Vivere la povertà di Cristo, il silenzio e la mortificazione di Cristo, l'umiltà e l'obbedienza di Cristo nella illibatezza e santità della vita: pazienti e mansueti, perseveranti nella orazione, tutti uniti di mente e di cuore in Cristo: in una parola, vivere Cristo" (Lettera del 22 ottobre 1937). Sono parole meravigliose, una perfetta sintesi di dottrina e di pratica; ma sono anche parole impressionanti ed esigenti, che danno una caratteristica decisiva e definita alla vita del cristiano.

Lo spirito del Beato Don Orione inondi i vostri animi, li scuota, li faccia fremere di santi propositi, li lanci verso gli ideali sublimi che Lui stesso visse con eroica costanza. Vi aiuti, vi conforti sempre, vi assista Maria Santissima, che fu sempre la stella luminosa nel cammino di Don Orione, la Madre confidente, l'ideale vissuto e predicato con immenso affetto. "Fede e coraggio, o miei figliuoli - vi dico con lui -: Ave Maria e avanti! Dacci, o Maria, un animo grande, un cuore grande e magnanimo, che arrivi a tutti i dolori e a tutte le lacrime... La nostra celeste Madre ci aspetta, ci vuole tutti in Paradiso!" (dal Santuario di Itati, 27 giugno 1937). E vi accompagni sempre l'Apostolica Benedizione, pegno della mia costante benevolenza.

Data: 1980-10-27 Data estesa: Lunedi 27 Ottobre 1980.


Ai partecipanti ai due congressi di medicina e chirurgia - Aula Paolo VI - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La persona, non la scienza, è misura e criterio di ogni misura umana

1. Con viva soddisfazione porgo il mio benvenuto a voi, illustri rappresentanti della società italiana di medicina interna e della società italiana di chirurgia generale, che, in occasione della celebrazione dei rispettivi congressi nazionali, avete voluto con pensiero gentile rendermi visita. Considero, infatti, la vostra presenza particolarmente significativa non solo per la qualificata attività medico-scientifica, alla quale ciascuno di voi attende, ma anche per l'implicita e pur chiara testimonianza, che essa esprime in favore dei valori morali ed umani.

Che cosa vi ha indotto, infatti, a sollecitare questa udienza, se non la coscienza vigile ed attenta alle ragioni più alte del vivere e dell'agire, ragioni che sapete far parte della quotidiana sollecitudine del successore di Pietro? A voi tutti, dunque, con l'attestazione della mia riconoscenza, il saluto più deferente e cordiale, con speciale grato pensiero ai presidenti delle vostre due società, il professore Alessandro Beretta Anguissola, e il professore Giuseppe Zannini. Desidero poi salutare i collaboratori, i discepoli ed i familiari che vi hanno qui accompagnati, unitamente allo zelante e benemerito Vescovo monsignor Fiorenzo Angelini.


2. Voi siete convenuti a Roma, illustri signori, per discutere alcuni aspetti particolarmente attuali delle discipline di vostra competenza. L'arte medica ha realizzato in questi anni significative conquiste, che ne hanno accresciuto in misura notevole le possibilità di intervento terapeutico. Ciò ha favorito una lenta modificazione del concetto stesso di medicina, estendendone il ruolo dalla primitiva funzione contro la malattia a quello di promozione globale della salute dell'essere umano. Conseguenza di tale nuova impostazione è stata la progressiva evoluzione del rapporto tra medico e malato verso forme organizzate sempre più complesse, volte a tutelare la salute del cittadino dalla nascita alla vecchiaia.

Tutela dell'infanzia e della vecchiaia, medicina scolastica, medicina di fabbrica, prevenzione delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro, igiene mentale, tutela degli handicappati e dei tossico-dipendenti, dei malati mentali, profilassi delle malattie da inquinamento, controllo del territorio ecc..., costituiscono altrettanti capitoli dell'attuale modo di concepire il "servizio all'uomo", a cui è chiamata la vostra arte.

Non v'è motivo per non rallegrarsene, giacché può ben dirsi che, sotto questo aspetto, il diritto dell'uomo sulla sua vita non ha mai avuto riconoscimento più ampio. E' uno dei tratti qualificanti della singolare accelerazione della storia, che caratterizza la nostra epoca. Per questo suo straordinario sviluppo, la medicina svolge un ruolo di prim'ordine nel configurare il volto della società odierna.

Un esame sereno ed attento della situazione attuale nel suo insieme deve, tuttavia, indurre a riconoscere che non sono affatto scomparse forme insidiose di violazione del diritto a vivere in modo degno, proprio di ogni essere umano. Per certi versi si potrebbe, anzi, dire che sono emersi aspetti negativi, come ho scritto nell'enciclica "Redemptor Hominis": "Se il nostro tempo... si rivela a noi come tempo di grande progresso, esso appare altresi come tempo di multiforme minaccia per l'uomo... E' per questo che bisogna seguire attentamente tutte le fasi del progresso odierno: bisogna, per così dire, fare la radiografia delle sue singole tappe... Infatti esiste già un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce enormemente il dominio da parte dell'uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili essenziali e in vari modi la sua umanità sia sottomessa a quel mondo ed egli stesso divenga oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente percettibile, manipolazione" (Ioannis Pauli PP.II RH 16).


3. La verità è che lo sviluppo tecnologico, caratteristico del nostro tempo, soffre di un'ambivalenza di fondo: mentre, da una parte, consente all'uomo di prendere in mano il proprio destino, lo espone, dall'altra, alla tentazione di andare oltre i limiti di un ragionevole dominio sulla natura, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza e l'integrità della persona umana.

Si consideri, per restare nell'ambito della biologia e della medicina, l'implicita pericolosità che al diritto dell'uomo alla vita deriva dalle stesse scoperte nel campo della inseminazione artificiale, del controllo delle nascite e della fertilità, della ibernazione e della "morte ritardata", dell'ingegneria genetica, dei farmaci della psiche, dei trapianti d'organo, ecc... Certo, la conoscenza scientifica ha proprie leggi, alle quali attenersi. Essa tuttavia deve pure riconoscere, soprattutto in medicina, un limite invalicabile nel rispetto della persona e nella tutela del suo diritto a vivere in modo degno di un essere umano.

Se un nuovo metodo di indagine, ad esempio, lede o rischia di ledere questo diritto, non è da considerare lecito solo perché accresce le nostre conoscenze. La scienza, infatti, non è il valore più alto, al quale tutti gli altri debbano essere subordinati. Più in alto, nella graduatoria dei valori, sta appunto il diritto personale dell'individuo alla vita fisica e spirituale, alla sua integrità psichica e funzionale. La persona, infatti, è misura e criterio di bontà o di colpa in ogni manifestazione umana. Il progresso scientifico, pertanto, non può pretendere di situarsi in una sorta di terreno neutro. La norma etica, fondata nel rispetto della dignità della persona, deve illuminare e disciplinare tanto la fase della ricerca quanto quella dell'applicazione dei risultati, in essa raggiunti.


4. Da qualche tempo si levano nel vostro campo voci allarmate, che denunciano le conseguenze dannose derivanti da una medicina preoccupata più di se stessa che dell'uomo, a cui dovrebbe servire. Penso, ad esempio, al campo farmacologico. E' indubbio che alla base dei prodigiosi successi della moderna terapia stiano la ricchezza e l'efficacia dei farmaci di cui disponiamo. E' un fatto, tuttavia, che fra i capitoli della patologia d'oggi se n'è aggiunto uno nuovo, quello iatrogenico. Sempre più frequenti sono le manifestazioni morbose imputabili all'impiego indiscriminato di farmaci: malattie della pelle, del sistema nervoso, dell'apparato digerente, soprattutto malattie del sangue. Non è questione soltanto di un uso incongruo dei farmaci, e neppure di un loro abuso. Spesso si tratta di vera e propria intolleranza dell'organismo.

Il pericolo non è da trascurare, perché anche la più accurata e coscienziosa ricerca farmacologica non esclude totalmente un rischio potenziale: l'esempio tragico della talidomide fa testo. Perfino nell'intento di giovare, il medico può dunque involontariamente ledere il diritto dell'individuo sulla propria vita. La ricerca farmacologica e l'applicazione terapeutica devono quindi essere sommamente attente alle norme etiche, preposte alla tutela di tale diritto.


5. Il discorso ci ha portato a toccare un argomento oggi molto discusso, quello della sperimentazione. Anche qui il riconoscimento della dignità della persona, e della norma etica che ne deriva, come valore superiore a cui deve ispirarsi la ricerca scientifica, ha precise conseguenze a livello deontologico. La sperimentazione farmacologico-clinica non può essere iniziata senza che tutte le cautele siano state prese per garantire l'innocuità dell'intervento. La fase pre-clinica della ricerca deve, pertanto, fornire la più ampia documentazione farmaco-tossicologica.

E' ovvio, d'altra parte, che il paziente debba essere informato della sperimentazione, del suo scopo e degli eventuali suoi rischi, in modo che egli possa dare o rifiutare il proprio consenso in piena consapevolezza e libertà. Il medico, infatti, ha sul paziente solo quel potere e quei diritti, che il paziente stesso gli conferisce.

Il consenso da parte del malato non è, poi, senza limite alcuno.

Migliorare le proprie condizioni di salute rimane, salvo casi particolari, la finalità essenziale della collaborazione da parte del malato. La sperimentazione, infatti, si giustifica "in primis" con l'interesse del singolo, non con quello della collettività. Ciò non esclude tuttavia che, fatta salva la propria integrità sostanziale, il paziente possa legittimamente assumersi una quota parte di rischio, per contribuire con la sua iniziativa al progresso della medicina e, in tal modo, al bene della comunità. La scienza medica si pone, infatti, nella comunità come forza di affrancamento dell'uomo dalle infermità, che lo inceppano, e dalle fragilità psico-somatiche, che lo umiliano. Donare qualcosa di se stessi, entro i limiti tracciati dalla norma morale, può costituire una testimonianza di carità altamente meritevole ed un'occasione di crescita spirituale così significativa, da poter compensare il rischio di un'eventuale minorazione fisica non sostanziale.


6. Le considerazioni svolte in tema di ricerca farmacologica e di terapia medica possono estendersi ad altri campi della medicina. Più spesso di quanto non si creda, nell'ambito stesso dell'assistenza al malato, si può ledere il suo personale diritto alla integrità psico-fisica, esercitando di fatto la violenza: nella indagine diagnostica mediante procedure complesse e non di rado traumatizzanti, nel trattamento chirurgico, che si spinge ormai ad attuare i più arditi interventi di demolizione e di ricostruzione, nel caso dei trapianti d'organo, nella ricerca medica applicata, nella stessa organizzazione ospedaliera.

Non è possibile affrontare ora compiutamente una simile tematica, il cui esame ci porterebbe lontano, imponendoci di interrogarci sul tipo di medicina verso il quale ci si vuole orientare: se quello di una medicina a misura d'uomo o se, invece, di una medicina all'insegna della pura tecnologia e dell'efficientismo organizzativo.

E' necessario impegnarsi in una "ri-personalizzazione" della medicina, che, portando nuovamente ad una considerazione più unitaria del malato, favorisca l'instaurarsi con lui di un rapporto più umanizzato, tale cioè da non lacerare il legame tra la sfera psico-affettiva ed il suo corpo sofferente. Il rapporto malato-medico deve tornare a basarsi su di un dialogo fatto di ascolto, di rispetto, di interesse; deve tornare ad essere un autentico incontro tra due uomini liberi o, com'è stato detto, tra una "fiducia" e una "coscienza".

Ciò consentirà al malato di sentirsi capito per quello che egli veramente è: un individuo che ha delle difficoltà nell'uso del proprio corpo o nell'esplicazione delle proprie facoltà; ma che conserva intatta l'intima essenza della sua umanità, i cui diritti alla verità e al bene, tanto sul piano umano che su quello religioso, attende di veder rispettati.


7. Illustri signori, nel proporvi queste riflessioni, mi è spontaneo andare col pensiero alle parole di Cristo: "Ero malato" (Mt 25,36). Quale stimolo all'auspicata "personalizzazione" della medicina può venire dalla carità cristiana, che fa scoprire nei lineamenti di ogni infermo il volto adorabile del grande, misterioso paziente, che continua a soffrire in coloro sui quali si curva, sapiente e provvida, la vostra professione! A lui va in questo momento la mia preghiera, per invocare su di voi, sui vostri cari e su tutti i vostri malati l'abbondanza dei celesti favori, in pegno dei quali di cuore vi imparto la propiziatrice benedizione apostolica.

Data: 1980-10-27 Data estesa: Lunedi 27 Ottobre 1980.


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La forza originaria della creazione diventi per l'uomo forza di redenzione

1. Già da lungo tempo, ormai, le nostre riflessioni del mercoledi s'incentrano sul seguente enunciato di Gesù Cristo nel Discorso della montagna: "Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei (nei suoi confronti) nel suo cuore" (Mt 5,27-28). Ultimamente abbiamo chiarito che le suddette parole non possono essere intese né interpretate in chiave manichea. Esse non contengono, in alcun modo, la condanna del corpo e della sessualità. Racchiudono soltanto un richiamo a vincere la triplice concupiscenza, ed in particolare la concupiscenza della carne: ciò che appunto scaturisce dall'affermazione della dignità personale del corpo e della sessualità, e unicamente convalida tale affermazione.

Precisare tale formulazione, ossia determinare il significato proprio delle parole del Discorso della montagna, in cui Cristo fa richiamo al cuore umano (cfr. Mt 5,27-28), è importante non soltanto a motivo di "abitudini inveterate", sorte dal manicheismo, nel modo di pensare e di valutare le cose, ma anche a motivo di alcune posizioni contemporanee che interpretano il senso dell'uomo e della morale. Ricceur ha qualificato Freud, Marx e Nietzsche come "maestri del sospetto" ("maitres du soupcon"), avendo in mente l'insieme dei sistemi che ciascuno di essi rappresenta, e forse soprattutto la base nascosta e l'orientamento di ciascuno di essi nell'intendere ed interpretare l'humanum stesso.

Sembra necessario accennare, almeno brevemente, a questa base e a questo orientamento. Occorre farlo per scoprire da una parte una significativa convergenza, e dall'altra anche una divergenza fondamentale con l'ermeneutica, che ha la sua sorgente nella Bibbia, a cui tentiamo di dare espressione nelle nostre analisi. In che cosa consiste la convergenza? Consiste nel fatto che i pensatori sopra menzionati, i quali hanno esercitato ed esercitano grande influsso sul modo di pensare e di valutare degli uomini del nostro tempo, sembrano in sostanza anche giudicare ed accusare il "cuore" dell'uomo. Ancor più, sembrano giudicarlo ed accusarlo a motivo di ciò che nel linguaggio biblico, soprattutto giovanneo, viene chiamato concupiscenza, la triplice concupiscenza.


2. Si potrebbe far qui una certa distribuzione delle parti. Nell'ermeneutica nietzschiana il giudizio e l'accusa del cuore umano corrispondono, in certo modo, a ciò che nel linguaggio biblico è chiamato "superbia della vita"; nell'ermeneutica marxista, a ciò che è stato chiamato "concupiscenza degli occhi"; nell'ermeneutica freudiana, invece, a ciò che viene chiamato "concupiscenza della carne". La convergenza di queste concezioni con l'ermeneutica dell'uomo fondata sulla Bibbia consiste nel fatto che, scoprendo nel cuore umano la triplice concupiscenza, avremmo potuto anche noi limitarci a porre quel cuore in stato di continuo sospetto. Tuttavia, la Bibbia non ci permette di fermarci qui. Le parole di Cristo secondo Matteo 5,27-28, sono tali che, pur manifestando tutta la realtà del desiderio e della concupiscenza, non consentono che si faccia di tale concupiscenza il criterio assoluto dell'antropologia e dell'etica, ossia il nucleo stesso dell'ermeneutica dell'uomo. Nella Bibbia, la triplice concupiscenza non costituisce il criterio fondamentale e magari unico ed assoluto dell'antropologia e dell'etica, sebbene sia indubbiamente un coefficiente importante per comprendere l'uomo, le sue azioni e il loro valore morale. Anche l'analisi finora da noi fatta lo mostra.


3. Pur volendo arrivare ad una completa interpretazione delle parole di Cristo sull'uomo che "guarda con concupiscenza" (cfr. Mt 5,27-28), noi non possiamo accontentarci di qualunque concezione della "concupiscenza", anche nel caso che si raggiungesse la pienezza della verità "psicologica" a noi accessibile; dobbiamo, invece, attingere alla Prima Lettera di Giovanni 2,15-16 ed alla "teologia della concupiscenza" che vi è racchiusa. L'uomo che "guarda per desiderare"; è infatti l'uomo della triplice concupiscenza, è l'uomo della concupiscenza della carne.

Perciò egli "può" guardare in tal modo e perfino deve esser conscio che, abbandonando questo atto interiore in balia delle forze della natura, non può evitare l'influsso della concupiscenza della carne. In Matteo 5,27-28 Cristo tratta anche di questo e vi richiama l'attenzione. Le sue parole si riferiscono non soltanto all'atto concreto di "concupiscenza", ma, indirettamente, anche all'"uomo di concupiscenza".


4. Perché queste parole del Discorso della montagna, malgrado la convergenza di ciò che dicono riguardo al cuore umano (cfr. Mt 5,19-20) con ciò che è stato espresso nell'ermeneutica dei "maestri del sospetto", non possono essere considerate come base nella suddetta ermeneutica o di una analoga? E perché costituiscono, esse, una espressione, una configurazione di un ethos totalmente diverso? - diverso non soltanto da quello manicheo, ma anche da quello freudiano? Penso che l'insieme delle analisi e riflessioni, finora fatte, dia risposta a questo interrogativo. Riassumendo, si può dire brevemente che le parole di Cristo secondo Matteo 5,27-28 non consentono di arrestarci all'accusa del cuore umano e metterlo in stato di continuo sospetto, ma debbono essere intese ed interpretate soprattutto come un richiamo rivolto al cuore. Ciò deriva dalla natura stessa dell'ethos della redenzione. Sul fondamento di questo mistero, che San Paolo (Rm 8,23) definisce "redenzione del corpo", sul fondamento della realtà denominata "redenzione" e, di conseguenza, sul fondamento dell'ethos della redenzione del corpo, non possiamo fermarci soltanto all'accusa del cuore umano in base al desiderio e alla concupiscenza della carne. L'uomo non può fermarsi a porre il "cuore" in stato di continuo ed irreversibile sospetto a causa delle manifestazioni della concupiscenza della carne e della libido, che, fra l'altro, uno psicanalista rileva mediante le analisi dell'inconscio. La redenzione è una verità, una realtà, nel cui nome l'uomo deve sentirsi chiamato, e "chiamato con efficacia". Deve rendersi conto di tale chiamata anche mediante le parole di Cristo secondo Matteo 5,27-28, riflette nel pieno contesto della rivelazione del corpo. L'uomo deve sentirsi chiamato a riscoprire, anzi, a realizzare il significato sponsale del corpo e ad esprimere in tal modo la libertà interiore del dono, cioè di quello stato e di quella forza spirituali, che derivano dal dominio della concupiscenza della carne.


5. L'uomo è chiamato a questo dalla parola del Vangelo, quindi dall'"esterno", ma contemporaneamente è chiamato dall'"interno". Le parole di Cristo, il quale nel Discorso della Montagna si richiama al "cuore", inducono, in certo senso, l'ascoltatore a tale chiamata interiore. Se egli consentirà a che esse agiscano in lui, potrà udire al tempo stesso nel suo intimo quasi l'eco di quel "principio", di quel buon "principio" al quale Cristo fece riferimento un'altra volta, per ricordare ai propri ascoltatori chi sia l'uomo, chi sia la donna e chi siano reciprocamente l'uno per l'altro nell'opera della creazione. Le parole di Cristo pronunziate nel Discorso della Montagna non sono un richiamo lanciato nel vuoto.

Non sono rivolte all'uomo del tutto impegnato nella concupiscenza della carne, incapace di cercare un'altra forma di rapporti reciproci nell'ambito della perenne attrattiva, che accompagna la storia dell'uomo e della donna appunto "dal principio". Le parole di Cristo testimoniano che la forza originaria (quindi anche la grazia)- del mistero della creazione diventa per ognuno di loro forza (cioè grazia) del mistero della redenzione. Ciò riguarda la stessa "natura", lo stesso substrato dell'umanità della persona, i più profondi impulsi del "cuore". Non sente forse l'uomo, insieme alla concupiscenza, un profondo bisogno di conservare la dignità dei rapporti reciproci, che trovano la loro espressione nel corpo, grazie alla sua mascolinità e femminilità? Non sente forse il bisogno di impregnarli di tutto ciò che è nobile e bello? Non sente forse il bisogno di conferire loro il supremo valore che è l'amore? 6. A rileggerlo, questo appello racchiuso nelle parole di Cristo nel Discorso della Montagna non può essere un atto staccato dal contesto dell'esistenza concreta. Esso significa sempre - sebbene soltanto nella dimensione dell'atto a cui si riferisce - la riscoperta del significato di tutta l'esistenza, del significato della vita, in cui è compreso anche quel significato del corpo, che qui chiamiamo a sponsale". Il significato del corpo è, in certo senso, l'antitesi della libido freudiana. Il significato della vita è l'antitesi dell'ermeneutica "del sospetto". Tale ermeneutica è molto differente, è radicalmente differente da quella che riscopriamo nelle parole di Cristo nel Discorso della Montagna. Queste parole svelano non solamente un altro ethos, ma pure un'altra visione delle possibilità dell'uomo. E' importante che egli, proprio nel suo "cuore", non si senta soltanto irrevocabilmente accusato e dato in preda alla concupiscenza della carne, ma che nello stesso cuore si senta chiamato con energia. Chiamato appunto a quel supremo valore che è l'amore. Chiamato come persona nella verità della sua umanità, dunque anche nella verità della sua mascolinità e femminilità, nella verità del suo corpo. Chiamato in quella verità che è patrimonio "del principio", patrimonio del suo cuore, più profondo della peccaminosità ereditata, più profondo della triplice concupiscenza. Le parole di Cristo, inquadrate nell'intera realtà della creazione e della redenzione, riattualizzano quella eredità più profonda e le donano una reale forza nella vita dell'uomo.

Data: 1980-10-29 Data estesa: Mercoledi 29 Ottobre 1980.



GPII 1980 Insegnamenti - Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)