GPII 1980 Insegnamenti - Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)


2. Teniamo fisso lo sguardo su Gesù, "autore e perfezionatore della fede", come dice di lui l'autore della lettera agli Ebrei nella liturgia d'oggi (He 12,2).

Essere cristiano vuol dire proprio tenere fisso lo sguardo su Cristo come sulla guida nella fede. Egli ha iniziato a condurci su questa strada della fede, quando è divenuto uomo, e ci conduce su di essa mediante la sapienza e la semplicità, sempre vive, della parola del suo Vangelo, intrecciato col mistero pasquale della sua morte e risurrezione. Questa mirabile guida permane per sempre, vivificando i cuori umani nella potenza dello Spirito Santo, e facendo di essi una comunità dell'unico Popolo di Dio, che, in tutta la terra, da oriente fino a occidente, non cessa di aspirare al compimento dei misteri e delle promesse della fede. Ecco, il Cristo delle nostre anime! il Cristo della Chiesa! il Cristo della storia dell'umanità! 3. Ed ecco Maria-Vergine, Maria-Madre di Cristo, di cui l'evangelista dice che "serbava nel suo cuore tutte queste cose"... (Lc 2,51) e anche tutte le vicende di cui furono composti gli anni della vita del suo Figlio, in particolare quelli trascorsi nel nascondimento a Nazaret. Lei, testimone particolare del Verbo incarnato! Lei, che come ogni madre, è memoria viva e vivificante del suo Figlio! Lei permane nella Chiesa ed è presente in essa in modo materno, come l'ha espresso l'ultimo Concilio, e continua a serbare, incessantemente, nel suo cuore tutto ciò che vive la Chiesa, corpo mistico del suo Figlio, e che, in essa, vive tutta la famiglia umana e, nello stesso tempo, ogni uomo, redento da Cristo.


4. Perciò quando ci riuniamo per recitare l'"Angelus", richiamiamo dinanzi a lei tutte queste cose, le facciamo riemergere, per così dire, dalla memoria del suo cuore materno. Tutti i problemi degli uomini, dell'umanità, dei popoli, particolarmente quelli più dolorosi. E al tempo stesso non cessiamo di pregarla affinché Cristo, che ci guida nella fede e la perfeziona, si ritrovi costantemente, mediante tutti questi problemi, su tutte le strade sulle quali l'uomo, la famiglia umana si avvia verso il compimento dei suoi destini, che hanno avuto inizio nell'amore del Padre.

Data: 1980-08-17 Data estesa: Domenica 17 Agosto 1980.


In occasione del cinquantesimo di sacerdozio - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Lettera al Cardinale Flahiff

Al Venerabile Fratello Nostro George Bernard di S.R.C. Cardinale Flahiff Arcivescovo di Winnipeg.

Poiché tra poco si compiranno dieci lustri da quando hai ricevuto il ministero e la dignità sacerdotale, ci sembra opportuno congratularci con te per un giorno così bello, celebrando insieme con te, per mezzo di questa Lettera, un tale singolare ricordo.

E poiché questa solennità ti offrirà un gradito tempo per ripercorrere i momenti principali della vita passata, tra le immagini che si presenteranno al tuo animo, certamente caro e dolcissimo ti tornerà quell'avvenimento delle tua ordinazione sacerdotale, quando, circondato da una festosa corona di parenti e amici, per mirabile e inscrutabile disegno della volontà divina, mediante l'imposizione delle mani da parte del vescovo, fosti consacrato sacerdote in eterno, affinché, fatto anche cooperatore dell'Ordine episcopale, fossi partecipe dell'autorità, con la quale il nostro Redentore edifica, santifica e governa e, contrassegnato da un carattere speciale, fossi configurato in modo particolare a Cristo Sacerdote. Posto dunque in mezzo al gregge del Signore hai esercitato il servizio sacro, sia annunziando agli uomini il Vangelo, sia amministrando i sacramenti della vita, specialmente offrendo il Sacrificio Eucaristico, sia svolgendo il ministero della riconciliazione e del conforto per i fedeli penitenti e per gli infermi. Nell'anno 1961, poi, dopo aver ricoperti alcuni incarichi nella tua Congregazione di San Basilio ed essere stato anche superiore generale, fosti eletto pastore della Chiesa di Winnipeg. Da allora, come successore degli apostoli, unito al Romano Pontefice, successore di Pietro e capo del Collegio Apostolico, e in comunione gerarchica con tutti i vescovi, hai partecipato alla sollecitudine della Chiesa universale e nella comunità cattolica affidata alle tue cure hai svolto il tuo ufficio pastorale come maestro e padre, con carità e zelo grande. Inoltre, nell'anno del Signore 1969, Paolo VI, nostro predecessore di recente memoria, come segno speciale della sua benevolenza, ti proclamo Cardinale, con il titolo di Santa Maria della Salute nel rione "Primavalle" dell'Urbe, e ti fece membro dell'esimio Presbiterio di Roma.

Vedi, dunque, venerabile fratello nostro, quanti motivi ti inducono in codesta tua solenne celebrazione a lodare il Datore di tutti i beni e a esaltare la sua infinita bontà, nonché a rallegrarti, perché, come dice il nostro predecessore San Leone Magno, "devotamente e veramente confessiamo che, l'opera del nostro ministero, in tutto ciò che facciamo rettamente, è Cristo che la compie, e noi ci gloriamo non di noi, che senza di lui nulla possiamo, ma in lui, che è la nostra possibilità".

Concludendo questa nostra lettera, chiediamo a Cristo, pastore dei pastori, che, per l'intercessione della Beata Maria Vergine, ti conceda salute, prosperità e pace. Di ciò ti sia pegno la Benedizione Apostolica, che impartiamo a te, venerabile fratello nostro, e a tutto il clero e al popolo di codesta Chiesa, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Dai Palazzi Vaticani, il 21luglio, anno 1980, secondo del nostro Pontificato.

[Traduzione dal latino]

Data: 1980-08-18 Data estesa: Lunedi 18 Agosto 1980.


Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'adulterio secondo la legge e nel linguaggio dei profeti

1. Quando Cristo, nel discorso della montagna, dice: "Avete inteso che fu detto: Non commetterete adulterio" (Mt 5,27), Egli fa riferimento a ciò che ognuno dei suoi ascoltatori sapeva perfettamente ed a cui si sentiva obbligato in virtù del comandamento di Dio-Jahvè. Tuttavia, la storia dell'Antico Testamento fa vedere che sia la vita del popolo - unito a Dio-Jahvè da una particolare alleanza - sia la vita dei singoli uomini, si discosta spesso da questo comandamento. Lo mostra anche un sommario sguardo gettato sulla legislazione, di cui vi è una ricca documentazione nei Libri dell'Antico Testamento.

Le prescrizioni della legge antico-testamentaria erano molto severe.

Esse erano anche molto particolareggiate, e penetravano nei più minuziosi dettagli concreti della vita (cfr. Dt 21,10-13 Nb 30,7-16 Nb 24,1-4 Nb 22,13-21 Lv 20,10-21ecc.). Si può presumere che quanto più la legalizzazione della poligamia effettiva si faceva evidente in questa legge, tanto più cresceva l'esigenza di sostenere le sue dimensioni giuridiche e di premunire i suoi limiti legali. Di qui il grande numero di prescrizioni, ed anche la severità delle pene previste dal legislatore per l'infrazione di tali norme. Sulla base delle analisi, che abbiamo precedentemente svolto circa il riferimento che Cristo fa al "principio", nel suo discorso sulla dissolubilità del matrimonio e sull'"atto di ripudio", è evidente che Egli vede con chiarezza la fondamentale contraddizione che il diritto matrimoniale dell'Antico Testamento nascondeva in sé, accogliendo l'effettiva poligamia, cioè l'istituzione delle concubine accanto alle mogli legali, oppure il diritto della convivenza con la schiava. Si può dire che tale diritto, mentre combatteva il peccato, al tempo stesso conteneva in sé, e anzi proteggeva le "strutture sociali del peccato", ne costituiva la legalizzazione. In queste circostanze s'imponeva la necessità che il senso etico essenziale del comandamento "non commettere adulterio" subisse anche una rivalutazione fondamentale. Nel discorso della montagna Cristo svela nuovamente quel senso, oltrepassandone cioè le ristrettezze tradizionali e legali.


2. Vale forse la pena di aggiungere che nell'interpretazione antico-testamentaria, quanto la proibizione dell'adulterio è contrassegnata - si potrebbe dire - dal compromesso con la concupiscenza del corpo, tanto è chiaramente determinata la posizione nei confronti delle deviazioni sessuali. Il che è confermato dalle relative prescrizioni, le quali prevedono la pena capitale per l'omosessualità e per la bestialità. In quanto al comportamento di Onan, figlio di Giuda (da cui ha preso origine la moderna denominazione di "onanismo"), la Sacra Scrittura dice che "... non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui" (Gn 38,10).

Il diritto matrimoniale dell'Antico Testamento, nella sua più ampia globalità, pone in primo piano la finalità procreativa del matrimonio, e in alcuni casi cerca di dimostrare un trattamento giuridico paritario della donna e dell'uomo - per esempio, riguardo alla pena per l'adulterio è esplicitamente detto: "Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l'adultero e l'adultera dovranno essere messi a morte" (Lv 20,10) - ma nel complesso pregiudica la donna trattandola con maggiore severità.


3. Occorrerebbe forse porre in rilievo il linguaggio di questa legislazione, il quale, come sempre in tal caso, è un linguaggio oggettivizzante della sessuologia di quel tempo. E anche un linguaggio importante per l'insieme delle riflessioni sulla teologia del corpo. Vi incontriamo la specifica conferma del carattere di pudore che circonda ciò che, nell'uomo, appartiene al sesso. Anzi, ciò che è sessuale, viene in certo senso considerato come "impuro", specialmente quando si tratta delle manifestazioni fisiologiche della sessualità umana. Lo "scoprire la nudità" (cfr. Lv 20,11 Lv 20,17-21) è stigmatizzato come l'equivalente di un illecito atto sessuale compiuto; già la stessa espressione sembra qui abbastanza eloquente.

Non vi è dubbio che il legislatore ha cercato di servirsi della terminologia corrispondente alla coscienza e ai costumi della società contemporanea. così dunque il linguaggio della legislazione antico-testamentaria ci deve confermare nella convinzione che non soltanto sono note al legislatore e alla società la fisiologia del sesso e le manifestazioni somatiche della vita sessuale, ma anche che queste sono valutate in modo determinato. E' difficile sottrarsi all'impressione che tale valutazione avesse carattere negativo. Ciò non annulla certamente le verità che conosciamo dal Libro della Genesi, né si può incolpare l'Antico Testamento - e, fra l'altro, anche i Libri legislativi - d'esser come precursori di un manicheismo. Il giudizio ivi espresso riguardo al corpo e al sesso non è tanto "negativo" e nemmeno tanto severo, ma piuttosto contrassegnato da un oggettivismo motivato dall'intento di mettere ordine in questa sfera della vita umana. Non si tratta direttamente dell'ordine del "cuore", ma dell'ordine dell'intera vita sociale, alla cui base stanno, da sempre, il matrimonio e la famiglia.


4. Se si prende in considerazione la problematica "sessuale" nel suo insieme, conviene forse ancora volgere brevemente l'attenzione su di un altro aspetto, e cioè sul legame esistente fra la moralità, la legge e la medicina, messo in evidenza nei rispettivi Libri dell'Antico Testamento. Questi contengono non poche prescrizioni pratiche riguardanti l'ambito dell'igiene, oppure quello della medicina, contrassegnato più dall'esperienza che dalla scienza, secondo il livello allora raggiunto (cfr. Lv 12,1-6 Lv 15,1-28 Dt 21,12-13). E, del resto, il legame esperienza-scienza è, notoriamente, ancora attuale. In questa vasta sfera di problemi, la medicina accompagna sempre da vicino l'etica; e l'etica, come anche la teologia, ne cerca la collaborazione.


5. Quando Cristo nel discorso della montagna pronunzia le parole: "Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio", e immediatamente aggiunge: "Ma io vi dico...", è chiaro che Egli vuole ricostruire nella coscienza dei suoi ascoltatori il significato etico proprio di questo comandamento, distaccandosi dall'interpretazione dei "dottori", esperti ufficiali della legge. Ma, oltre all'interpretazione proveniente dalla tradizione, l'Antico Testamento ci offre ancora un'altra tradizione per comprendere il comandamento "non commettere adulterio". Ed è la tradizione dei Profeti. Questi, facendo riferimento all'"adulterio", volevano ricordare "ad Israele e a Giuda" che il loro peccato più grande era l'abbandono dell'unico e vero Dio in favore del culto a vari idoli, che il popolo eletto, a contatto con gli altri popoli, aveva fatto propri facilmente e in modo sconsiderato. così dunque è caratteristica propria del linguaggio dei Profeti piuttosto l'analogia con l'adulterio anziché l'adulterio stesso; e tuttavia tale analogia serve a comprendere anche il comandamento "non commettere adulterio" e la relativa interpretazione, la cui carenza è avvertita nei documenti legislativi. Negli oracoli dei Profeti, e particolarmente di Isaia, Osea ed Ezechiele, il Dio dell'Alleanza-Jahvè viene rappresentato spesso come Sposo, e l'amore con cui egli si è congiunto ad Israele può e deve immedesimarsi con l'amore sponsale dei coniugi. Ed ecco che Israele, a causa della sua idolatria e dell'abbandono del Dio-Sposo, commette davanti a lui un tradimento che si può paragonare a quello della donna nei riguardi del marito: commette, appunto, "adulterio".


6. I Profeti con parole eloquenti e, sovente, mediante immagini e similitudini straordinariamente plastiche, presentano sia l'amore di Jahvè-Sposo, sia il tradimento di Israele-Sposa che si abbandona all'adulterio. E' un tema, questo, che dovrà essere ancora ripreso nelle nostre riflessioni, quando cioè sottoporremo ad analisi il problema del "Sacramento"; nondimeno già ora occorre sfiorarlo, in quanto è necessario per intendere le parole di Cristo, secondo Matteo 5,27-28, e capire quel rinnovamento dell'ethos, che queste parole implicano: "Ma io vi dico...". Se, da una parte, Isaia (cfr. Is 54 Is 62,1-5) nei suoi testi si presenta nell'atto di porre in risalto soprattutto l'amore di Jahvè-Sposo, che, in ogni circostanza, va incontro alla Sposa, oltrepassando tutte le sue infedeltà, dall'altra parte Osea e Ezechiele abbondano di paragoni, che chiariscono soprattutto la bruttezza e il male morale dell'adulterio commesso dalla Sposa-Israele.

Nella successiva meditazione cercheremo di penetrare ancor più profondamente nei testi dei Profeti, per chiarire ulteriormente il contenuto che, nella coscienza degli ascoltatori del discorso della montagna, corrispondeva al comandamento: "non commettere adulterio".

Data: 1980-08-20 Data estesa: Mercoledi 20 Agosto 1980.


Durante l'udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La preghiera per la Chiesa e la patria polacca

Adesso, cari connazionali, dinanzi alle notizie che giungono dalla Polonia, voglio rileggere qui di fronte a voi, o piuttosto recitare due preghiere quali la Chiesa polacca usa recitare: la prima nella solennità di Maria SS.ma Regina della Polonia il 3 maggio, la seconda nella solennità della Madonna di Czestochowa, il 26 agosto. Dapprima quella del 3 maggio: "Dio che hai dato alla nazione polacca, nella Santissima Vergine Maria, un mirabile aiuto e scudo, concedi benigno che, per intercessione della nostra Madre e Regina, la religione incessantemente goda della libertà e la patria della sicurezza".

E adesso la seconda, quella del 26 agosto: "Aiuta, o Signore, il popolo che Tu rafforzi con il Tuo Corpo e Sangue, e per l'intercessione della Tua Santissima Genitrice liberalo da ogni male e ogni pericolo, e circonda con la Tua protezione tutte le sue buone opere".

Che queste preghiere dicano da se stesse quanto noi qui presenti a Roma siamo uniti con i nostri connazionali in Patria, con la Chiesa in Polonia, e quanto tutte le sue vicende ci sono vicine e care, e quanto per tutte queste cose supplichiamo Iddio.

Data: 1980-08-20 Data estesa: Mercoledi 20 Agosto 1980.


Al Cardinale Wyszynski - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: Lettera

Veneratissimo e amatissimo signor Cardinale primate! Scrivo queste brevi parole per assicurarle la mia particolare vicinanza nel corso degli ultimi difficili giorni: con la preghiera e con il cuore partecipo a questa esperienza, che la mia patria e i miei connazionali attraversano ancora una volta.

Le notizie a questo proposito non cessano di occupare le prime pagine della stampa e dei programmi della televisione e della radio.

Di cuore prego affinché l'episcopato polacco, con a capo il suo primate, rivolgendo lo sguardo a colei che è stata data a difesa della nostra nazione, possa anche ora aiutare questo popolo nel difficile sforzo che compie per il pane quotidiano, per la giustizia sociale e per la salvaguardia degli inviolabili diritti alla propria vita e allo sviluppo.

La prego di accogliere queste poche parole, dettate da un intimo bisogno. Sono insieme con voi, ai piedi di Nostra Signora di Jasna Gora, con la mia sollecitudine, con la preghiera e con la benedizione.

Con sentimenti di profonda venerazione.

Data: 1980-08-20 Data estesa: Mercoledi 20 Agosto 1980.


L'omelia durante la messa - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: La sequela di Cristo attraverso la "porta stretta"!

Carissimi fratelli e figli.

E' una gioia per me incontrarmi con voi in questa Chiesa del quartiere san Paolo, legato alla memoria del mio indimenticabile ed amato predecessore Paolo VI, che ho avuto modo di richiamare alla venerazione ed all'affetto di tutti, nel secondo anniversario della sua morte.

Gioia cristiana la nostra, che vuole esprimersi nella comune preghiera e nell'offerta del sacrificio eucaristico in questo tempio, eretto per la precisa volontà di quel grande pontefice, anche come concreto incoraggiamento a tutto il piano diocesano, teso a dotare di nuovi centri di preghiera e di animazione cristiana le molte zone di recente sviluppo. Egli aveva disposto di celebrarvi la santa messa nella festività dell'Assunta del 1978, nel desiderio di incontrarsi, davanti all'altare del Signore e nella intensa comunione dell'assemblea liturgica, con gli abitanti di questo quartiere, da lui incoraggiato.

La morte, avvenuta alcuni giorni prima, gli impedi, purtroppo il compimento di tale proposito pastorale.

Cari fratelli e figli, eccomi qui con l'animo e l'aspirazione di soddisfare quella promessa. Sono lieto di rivolgere, anzitutto, il mio cordiale saluto al Cardinale segretario di Stato, che ha voluto essere qui con noi, oggi.

Mi rivolgo, poi, al vostro Vescovo, monsignor Gaetano Bonicelli ed ai sacerdoti salesiani, che animano con zelo e con la loro tradizionale vivacità la vita ecclesiale della parrocchia, esprimendo, altresi, riconoscenza per il bene compiuto in questa ridente cittadina, a vantaggio dei suoi abitanti e dei numerosi turisti.

La nostra gioia cristiana vuol nutrirsi della parola di Dio, che, accolta nella fede, è fonte per il nostro spirito di interiori certezze, di cui abbiamo soprattutto bisogno nei momenti di difficoltà e di smarrimento.

1. Consideriamo, primariamente, la preghiera iniziale di questa santa messa. Essa, mentre si ricollega alle aspirazioni profonde espresse in quella della scorsa domenica, ci apre la porta all'accoglienza, senza vani timori, della parola del Vangelo, che, essendo divina, è fonte di infallibile certezza, anche se, ad una prima lettura, può apparire sconvolgente.

Mentre, nella scorsa domenica, abbiamo chiesto al Signore "la dolcezza del suo amore" per poterlo amare "in ogni cosa e sopra ogni cosa", al fine di ottenere "i beni promessi che superano ogni desiderio", oggi, con lo stesso spirito di umile supplica, chiediamo a Dio "di amare ciò che comanda e di desiderare ciò che promette", affinché i nostri cuori "siano fissi là dove è la vera gioia". Nelle due preghiere vi è l'identico orientamento fondamentale del cristiano verso i beni che oltrepassano ogni previsione ed esperienza, che nessun occhio può vedere e nessuna mente immaginare; vi è la stessa attesa del dono di Dio che solo può trasformare il cuore dei suoi fedeli, rendendolo sensibile alle sue promesse e disposto ad affrontare, per amore, la lotta richiesta contro lo spirito del mondo, ed oltrepassare, così, la "porta stretta".

Chiedendo a Dio, oggi, in particolare, di farci "amare ciò che egli comanda", domandiamo di penetrare il segreto della libertà cristiana, la quale induce a una scelta irrinunciabile e fedele del bene, anche se sia accompagnata, come spesso avviene, dalla fatica, dalla lotta e dalla sofferenza.

Il cristiano, infatti, non obbedisce ad una costrizione esterna, ma affrontando la "porta stretta", segue l'attrattiva posta nel suo cuore dallo Spirito Santo. Ecco perché quanti si sono impegnati ad obbedire al Signore con la più profonda e leale generosità, mettono in tale obbedienza una spontaneità ed un amore che i profani non sanno spiegarsi.

Preparati così dall'orazione ad accogliere nel cuore "ciò che Dio comanda", siamo pronti a non ribellarci, a non scoraggiarci, a non rifiutare, ma anzi ad intendere ed amare la parola evangelica che Gesù oggi ci rivolge.


2. Nel Vangelo Gesù ricorda che tutti siamo chiamati alla salvezza ed a vivere con Dio, perché di fronte alla salvezza non vi sono persone privilegiate. Tutti devono passare per la porta stretta della rinuncia e del dono di sé. La lettura profetica espone con vive immagini il disegno che Dio ha di raccogliere nell'unità tutti gli uomini, per farli partecipi della sua gloria. Quella tratta dal Nuovo Testamento esorta a sopportare le prove come purificazione proveniente dalle mani di Dio, "perché il Signore corregge colui che ama" (He 12,6 Pr 3,12). Ma i motivi di tali letture si possono dire concentrati tutti nel brano evangelico.

L'interpellanza circa il problema fondamentale dell'esistenza: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?" (Lc 13,23), non ci può lasciare indifferenti. A tale domanda Gesù non risponde direttamente, ma esorta alla serietà dei propositi e delle scelte: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non vi riusciranno" (Lc 13,24). Il grave problema acquista sulle labbra di Gesù un'angolazione personale, morale, ascetica.

Egli afferma con vigore che il raggiungimento della salvezza richiede sacrificio e lotta. Per entrare per quella porta stretta, bisogna, afferma letteralmente il testo greco, "agonizzare", cioè lottare vivacemente con ogni forza, senza sosta, e con fermezza di orientamento. Il testo parallelo di Matteo sembra ancor oggi più categorico: "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via, che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta, invece, è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanti pochi sono quelli che la trovano" (Mt 7,13-14).

La porta stretta è anzitutto l'accettazione umile, nella fede pura e nella fiducia serena, della parola di Dio, delle sue prospettive sulle nostre persone, sul mondo e sulla storia; è l'osservanza della legge morale, come manifestazione della volontà di Dio, in vista di un bene superiore che realizza la nostra vera felicità; è l'accettazione della sofferenza come mezzo di espiazione e di redenzione per sé e per gli altri, e quale espressione suprema di amore; la porta stretta è, in una parola, l'accoglienza della mentalità evangelica, che trova nel discorso della montagna la più pura enucleazione.

Bisogna, insomma, percorrere la via tracciata da Gesù e passare per quella porta che è egli stesso: "Io sono la porta; se uno entra attraverso di me sarà salvo" (Jn 10,9). Per salvarsi bisogna prendere come lui la nostra croce, rinnegare noi stessi nelle nostre aspirazioni contrarie all'ideale evangelico e seguirlo nel suo cammino: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua" (Lc 9,23).

Cari figli e fratelli, è l'amore che salva, l'amore che è già sulla terra beatitudine interiore di chi, nei modi più svariati, nella mansuetudine, nella pazienza, nella giustizia, nella sofferenza e nel pianto, si dimentica di sé e si dona. Il cammino può sembrare erto e difficile, la porta può apparire troppo stretta? Come ho già detto all'inizio, una tale prospettiva supera le forze umane, ma la perseverante preghiera, la fiduciosa implorazione, l'intimo desiderio di compiere la volontà di Dio, ci otterranno di amare ciò che egli comanda.

E' questo che chiedo per tutti voi. E sui vostri propositi, sulle vostre persone, sulle vostre famiglie scenda la mia affettuosa benedizione apostolica.

Data: 1980-08-24 Data estesa: Domenica 24 Agosto 1980.


Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Lo spirito del buon samaritano nell'opera di Giovanni Paolo I

1. "Io sono la via, la verità, e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Jn 14,6).

Queste parole dell'odierna liturgia domenicale ci aiutano a rivolgerci, nella nostra memoria, verso il Papa Giovanni Paolo I, che proprio in questi giorni - due anni fa - fu chiamato mediante i voti del collegio cardinalizio, alla cattedra di Pietro. Questo, come sapete, accadde il 26 agosto 197 8.

Ricordando questa data, desideriamo ancora una volta meditare gli inscrutabili decreti della provvidenza divina. Ecco. infatti, che, dopo appena trentatré giorni di lavoro pastorale sulla sede romana, gli fu dato di "venire al Padre" per la via che è Cristo stesso: via, verità e vita. Quindi, per mezzo di Cristo, è venuto al Padre quell'insolito servo dei servi di Dio, al quale Cristo, in quest'ultima tappa della vita - tappa di pochi giorni - affido la sua Chiesa, il suo ovile in terra, perché si manifestasse sia pure in un così breve periodo, quella bontà e quella sollecitudine pastorale, di cui fu ricolmo il suo cuore. Un cuore di buon samaritano.


2. Quando, nel corso del Concilio, egli, Albino Luciani, essendo ancora Vescovo di Vittorio Veneto, predicava ai sacerdoti gli esercizi spirituali, era solito basarli completamente sulla parabola evangelica del misericordioso samaritano. E certamente in questo spirito - nello spirito del buon samaritano egli saliva anche sulla sede romana di san Pietro - desiderava di servire tutta la Chiesa. Questo fu il suo spirito. Lo poterono intuire, senza sbagliare, tutti coloro che hanno incontrato, prima, il Cardinale Albino Luciani e, poi, il Papa Giovanni Paolo I. E benché il suo servizio pontificale sia durato tanto poco, tuttavia mediante lui, lo spirito del buon samaritano si è manifestato di nuovo, ed è rimasto nella Chiesa.

Nella ricorrenza ormai prossima del secondo anniversario della sua elezione ne rendiamo grazie a Dio.


3. Non posso anche non ricordare, nella circostanza odierna, la visita, che un anno fa - la domenica 26 agosto - mi fu dato di compiere nel luogo natio di Giovanni Paolo I, a Canale d'Agordo, visitando inoltre Belluno, la diocesi dalla quale egli proveniva, ed anche, sulla via del ritorno, la città di Treviso.

Sulla Marmolada ho benedetto, in quella occasione, la statua della Madonna - regina delle Dolomiti - affinché, sul suo esempio, le nostre anime si elevino in alto quando i nostri occhi si rivolgono verso le catene dei monti e verso le vette.

La via del buon samaritano ci ordina di chinarci sull'uomo sofferente. E ciò facendo il nostro cuore si eleva verso Dio - infatti l'amore, che si dimostra all'uomo, trova sempre la sua fonte definitiva in Dio, che è amore (cfr. 1Jn 4,16) [Omissis. Seguono i saluti ai membri del movimento dei "Cursillos de Cristiandad" delle diocesi di Albano e Frascati; ai giovani della parrocchia del Cuore Immacolato di Maria; ad un gruppo di vietnamiti; ai giovani provenienti dalle Filippine].

Data: 1980-08-24 Data estesa: Domenica 24 Agosto 1980.


Alle missionarie della scuola - Castel Gandolfo (Roma)

Titolo: Insegnare significa esercitare la carità della verità

Carissime figlie, missionarie della scuola, Abbiamo celebrato assieme il Santo Sacrificio della Messa. Abbiamo ricevuto in noi il Verbo di Vita, Gesù Cristo, nostro Salvatore, fratello ed amico. E ora, voi desiderate anche sentire la parola del Papa, per essere incoraggiate e confermate nella fede e nel fervore.

Prima di tutto vi voglio esortare a mantenere in voi sempre una grande e profonda gioia spirituale. Infatti, la vostra caratteristica essenziale è l'insegnamento nelle scuole; il contenuto primo dell'insegnamento, che deve unificare tutte le varie materie di studio, è la verità salvifica; il movente della vostra attività è il "mandato" avuto dalla Chiesa in forma giuridica e pubblica. Sempre e per tutti deve essere fonte di immensa letizia e di consolazione incontrarsi con la fanciullezza e la gioventù per insegnare la verità, per portare il senso di Dio, per far conoscere la "storia della Salvezza" in cui siamo inseriti, per svelare alle menti che si aprono alla vita i sublimi ideali cristiani e gli eterni destini a cui l'Altissimo ci ha chiamati. Ma voi lo fate come a mandate" dalla Chiesa, partecipando così alla stessa missione del Verbo, che si incarno prima di tutto per rivelare la Verità.

In nome della Chiesa, la vostra prima ed essenziale radice parte dalla missione del Cristo Redentore, che vi manda ad insegnare, ad esercitare la "carità della verità", tanto che nelle vostre Costituzioni giustamente si legge: "Dobbiamo sentire l'insegnamento come un ministero sacerdotale, nel quale consumiamo la nostra offerta a Dio e comunichiamo alle anime la parola di verità, per mandato della Chiesa e di Dio" (art. 186). Perciò siate sempre liete di questa vostra missione: la prima carità è quella della Verità! "Testimoni della verità e dell'amore" (Paolo VI), andate avanti serene e coraggiose: ogni volta che entrate nelle vostre aule, portate la vostra gioia convinta e riconoscente! Ancora: portate sempre in voi un senso di sofferta responsabilità.

Ricordate l'esclamazione di Gesù: "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49). Questa è la seconda radice evangelica della vostra consacrazione: voi dovete sentire, in certo qual modo, il tormento della salvezza dell'umanità! Voi dovete essere totalmente illuminate circa la verità cristiana e cattolica, non cedendo mai a nessun falso "giovanilismo" e a nessuna irenica concessione, ben convinte che i giovani a voi affidati e i loro genitori hanno fiducia in voi e pongono le loro speranze nella vostra sicura testimonianza. Ricordate anche San Paolo: "Non è per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo!" (1Co 9,16).

Infine, desidero esortarvi ad avere sempre una totale fiducia nell'azione della grazia divina. Anche questa può dirsi una radice evangelica della vostra donazione. Infatti Gesù insiste di rimanere in Lui, di restare nel suo amore, di essere tralci innestati nella Vite, per portare frutti abbondanti; Gesù avverte chiaramente: "Senza di me non potete far nulla" (Jn 15,5) ed invita a pregare sempre, senza mai stancarci (Lc 18,1). Nelle varie crisi odierne delle idee e dei costumi si può talvolta essere delusi e sconfitti; sentire come l'ora del Getsemani, l'ora della Croce. Ma deve anche essere l'ora della suprema fiducia nella "grazia", che agisce in modo invisibile, imprevedibile, misterioso, proprio anche mediante il travaglio della nostra umana impotenza. Ricordiamo San Paolo: "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8,31-32). Siate perciò sempre e soprattutto anime che pregano, che adorano, che amano. Santa Caterina in una delle sue preghiere diceva: "Nella tua natura, Deità Eterna, conoscero la natura mia". E si domandava: "Qual è la natura mia? E' fuoco!".

Carissime figlie! La radice della vostra consacrazione è certo profondamente evangelica: si tratta di vivere ogni giorno questo particolare "radicalismo", sulle tracce e con l'esempio di Santa Caterina da Siena. Siate come lei e con lei devote di Maria Santissima "Madre della Sapienza"; camminate con Maria per le vie affidatevi dalla vostra missione; ripetete spesso la stupenda "Orazione" a Maria proferita dalla Santa nella Festa dell'Annunciazione del 1379, che così termina: "A te ricorro, o Maria, e a Te offro la petizione mia per la dolce Sposa di Cristo, dolcissimo tuo figliolo, e per il Vicario suo in terra...".

E accompagni sempre voi e tutte le vostre consorelle la mia Benedizione Apostolica.

Data: 1980-08-25 Data estesa: Lunedi 25 Agosto 1980.


GPII 1980 Insegnamenti - Angelus Domini - Città del Vaticano (Roma)