
GPII 1980 Insegnamenti - Ai Vescovi di rito greco melkita cattolico in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Soddisfazione per l'attività del patriarcato e del Sinodo
Beatitudine e venerabili fratelli.
Siete venuti insieme, da diverse diocesi del patriarcato greco melkita cattolico, a rendere visita al Papa in conformità ad un costume ecclesiale rispettabile e salutare.
Dal momento che siete tutti presso la tomba del principe degli apostoli, che ricevette il potere inalienabile di condurre e di confermare tutti i suoi fratelli nella fede e nella carità, io sono particolarmente felice di darvi il benvenuto.
Questa accoglienza fraterna è quella del Vescovo di Roma, del successore di Pietro, "che è il principe perpetuo e visibile e il fondamento dell'unità che lega tra di loro sia i Vescovi, sia la moltitudine dei fedeli" (LG 23). Accogliendovi, mi piace riprendere le parole dell'apostolo Paolo, il compagno di Pietro nelle sofferenze sopportate per Cristo: "Dio vi ha chiamati con il nostro Vangelo, per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo.
Perciò fratelli state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso" (2Th 2,14-15).
Il mio saluto in primo luogo - e in maniera del tutto speciale - si indirizza alla persona di sua beatitudine il patriarca Maximos V, che celebrerà prossimamente nella sede apostolica di Damasco il 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Già, tutti insieme, noi eleviamo verso Cristo, sovrano dei sacerdoti e redentore degli uomini, le nostre preghiere e i nostri voti ferventi.
La Chiesa melkita cattolica, che voi qui rappresentate, ha accolto nel corso dei secoli dei fedeli di lingua e di origine greca, ma anche siriana, egiziana, e finalmente fedeli di origine araba pervenuti alla fede cattolica dal quinto secolo e facenti parte del patriarcato di Antiochia, d'Alessandria e di Gerusalemme. Malgrado alcune vicissitudini storiche e politiche ormai ben lontane, e le conseguenze recenti di guerre fratricide che turbano ancora la pace in medio oriente, il patriarcato melkita è fiorente. E precisamente per me una felice occasione esprimere a vostra beatitudine e a tutti i Vescovi del patriarcato, i miei sentimenti di soddisfazione e i miei incoraggiamenti a proseguire questo buon lavoro pastorale in conformità all'esempio del Signore Gesù stesso e ai frequenti insegnamenti dei padri della Chiesa d'oriente quale san Basilio il Grande (cfr. S.Basilii "Moralia", LXXX, 12-21, PG 31,864b-868b).
Molti fedeli greci melkiti cattolici, come quelli di altri riti orientali, sono stati - e anche recentemente - obbligati ad abbandonare le loro case e la terra dei loro padri. Una parte di loro ha attraversato l'oceano, mentre un'altra parte di essi e riuscita a trovare in Europa una ospitalità più vicina.
Per i fedeli della diaspora, la santa Sede ha eretto una eparchia negli Stati Uniti e in Brasile, ha appena eretto un esarcato apostolico in Canada, e ha d'altra parte stabilito visite apostoliche in Europa occidentale, in Argentina, in Venezuela, in Colombia, in Messico, in Australia, in conformità alle norme fissate dal Concilio Vaticano II, allo scopo di rafforzare la predicazione della parola di Dio e l'assistenza spirituale a tutte le comunità di fedeli emigrati.
E' d'altra parte un motivo di conforto per la sede di Roma sapere il lavoro che, alla luce degli insegnamenti del Concilio, viene progressivamente compiuto nei Sinodi, presieduti dal patriarca e ai quali prendono parte anche i superiori maggiori degli ordini maschili, in ciò che concerne per esempio l'aggiornamento dei testi liturgici, della pastorale, della catechesi, con una sollecitudine particolare per l'aumento delle vocazioni sacerdotali e religiose.
L'impegno della gerarchia per una formazione spirituale e intellettuale corrisponde ai bisogni del nostro tempo. Sappiamo d'altra parte l'attività che voi perseguite nel quadro del dialogo ecumenico con i fratelli separati, coscienti che la vera e stabile comunione si edifica nella verità e nella carità, in collaborazione con la sede apostolica.
Il vostro incontro d'oggi esprime il legame della collegialità con il successore di Pietro: possa esso ricordare a tutti l'unità d'azione pastorale che è necessaria in ogni paese in cui voi siete chiamati a condurre il Popolo di Dio, come dice il Concilio sul tema dei Vescovi sparsi attraverso il mondo, "mantenendo tra di loro e con il successore di Pietro il legame della comunione" (LG 25).
Come ho già fatto recentemente per la visita dei Vescovi di rito caldeo, io incoraggio gli incontri sotto la forma di assemblee episcopali sul piano nazionale, per garantire l'unità d'azione tra le diverse Chiese, per assicurare l'armonia e l'intesa fraterna fra i differenti riti, senza tuttavia portare pregiudizio ai diritti del patriarca né a quelli del suo Sinodo, secondo il diritto in vigore.
Io non voglio terminare senza rinnovare l'espressione del mio vivo affetto prima di tutto a vostra beatitudine, a tutti voi, venerabili fratelli nell'episcopato, a tutti voi preti, ai religiosi e alle religiose, che hanno il compito di realizzare un rinnovamento nella loro vita spirituale e nella loro consacrazione a Dio e alla Chiesa, e che lo fanno con merito nel campo della pastorale, dell'assistenza e della carità; il mio pensiero affettuoso va infine ai fedeli di tutta la Chiesa greca melkita cattolica.
Affidando voi tutti alla protezione vigilante e materna di Maria, la Madre santissima di Dio e sempre Vergine, vi do di tutto cuore la benedizione apostolica.
[Traduzione dal francese]
Data: 1980-10-13 Data estesa: Lunedi 13 Ottobre 1980.
Titolo: I principi della comunione gerarchica fondamento del diritto della Chiesa
1. Diletti figli e venerati maestri e voi tutti che vi occupate di diritto ecclesiastico! Voi, che da poco avete svolto in Svizzera il IV convegno internazionale di diritto canonico e per il vostro amore e ossequio verso il successore di Pietro avete prolungato il viaggio fino a Roma per ricevere di persona le mie parole d'insegnamento, vi saluto dal profondo del cuore.
2. I convegni internazionali di diritto ecclesiastico dopo il Concilio Vaticano II sono stati tanti documenti e dimostrazioni della vostra perseverante operosità.
Inoltre tali convegni arrecano una grande utilità alla Chiesa: me ne congratulo con voi! Vi siete radunati a Roma nel 1968 e di nuovo nel 1970 (cfr. AAS 60 [1968] 337-342; AAS 62[1970] 106-111), a Milano nel 1973 (cfr. "Communicationes", 5 [1973] 123-131), a Pamplona nel 1976 e di nuovo a Roma nel 1977 (cfr. AAS 69 [1977] 208-212). Il mio insignissimo predecessore Paolo VI, spesso desidero contemplare con voi il mistero della Chiesa e anche il posto e il compito specifico del diritto in essa. Più volte insisteva sull'importanza del rinnovamento del diritto canonico; e spiegava con che animo bisognava perseguire tale rinnovamento. Inoltre auspicava una maggiore collaborazione fra le discipline sacre (cfr. "Communicationes", 5 [1973] 123-131) e in conformità col Concilio Vaticano II affermava la necessità di una vera teologia del diritto ecclesiastico (cfr. "Communicationes", 5 [1973] 130-131). Voglio anch'io favorire questo lavoro comune; voglio nuovamente confermare tale importante insegnamento; ugualmente voglio per voi, accanto a voi e insieme con voi proseguire nel medesimo cammino.
3. Esponendovi problemi ecclesiali, fra i quali si poneva il diritto della Chiesa, Paolo VI distingueva il diritto di comunione, opera in certo modo dello Spirito, e il diritto di carità (cfr. AAS. 65 [1973] 98; "Communicationes", 5 [1973] 126-127; AAS 69 [1977] 209). Avete seguito questi insegnamenti per decidere il tema del vostro convegno a Friburgo. Tanto spesso esalto l'importanza dei principali diritti umani (cfr. AAS 69 [1977] 147-148; AAS 60 [1968] 338-339) e pose nella giusta luce i principali diritti del cristiano, perché un giorno si potesse comporre un nuovo codice di diritto ecclesiastico postconciliare (cfr. AAS 69 [1977] 149).
4. Non è necessario che vi dica che il vostro convegno ha destato vivamente il mio interesse e la mia attenzione. Che cosa infatti può maggiormente interessare della possibilità di meglio definire i fondamentali diritti dei cristiani perché possano essere meglio osservati? Che cosa inoltre è più necessario che rispettare e difendere i diritti primari dell'uomo soprattutto in questi tempi? In questo campo la Chiesa ha un importantissimo compito da svolgere.
Infatti nel suo mistero di comunione la Chiesa è in grado di comprendere l'uomo e di definire i principali diritti che manifestano la sua natura e difendono la sua dignità. Anche così il tema del vostro convegno di Friburgo risponde alle maggiori preoccupazioni della Chiesa e nello stesso tempo ai più grandi desideri degli uomini del nostro tempo (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 6 oct. 1979: "Doc. Cath." 76 [1979] 931).
5. In verità c'è un'opera della quale la Chiesa per la sua stessa natura deve sempre meglio preoccuparsi: la comunione. Questa comunione la Chiesa realizza quando riconosce in libertà la dignità della persona umana, postulata dalla sua origine divina e dalla sua vocazione eterna.
Se il mondo desidera la sua liberazione, tale liberazione si trova in Cristo! Cristo vive nella Chiesa. Perciò la vera liberazione dell'uomo si compie attraverso l'esperienza della comunione ecclesiale (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 31mart. 1979: "Doc. Cath". 76 [1979] 414; cfr. Ioannis Pauli PP.
II "Homilia in aëronavium port "Le Bourget" prope Lutetiam Parisiorum ad Christifideles ibidem congregatos habita", die 1iun. 1980: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", III,1[1980] 1585ss).
Inoltre questa comunione ecclesiale è "l'intima e sempre rinnovata comunione con la stessa origine della vita che è la santissima Trinità: comunione cioè di vita e di amore e di imitazione di Cristo nella sua sequela. Lo stesso Redentore dell'uomo ci inserisce intimamente in Dio" (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 31mart. 1979: "Doc. Cath" 76 [1979] 414). E "Dio è la misura dell'uomo! Dunque l'uomo deve ritornare a questa fonte e a questa unica misura che è il Dio incarnato, Gesù Cristo. Deve costantemente riportarsi a lui, se vuole essere uomo e se desidera che il mondo sia umano" (Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 31maii 1980: "Doc. Cath" 77 [1980] 570).
Poiché la dignità dell'uomo è da scorgersi in Cristo, in questo medesimo "Cristo tutto intero" che è la Chiesa, è doveroso conoscere la natura del diritto ecclesiastico, le sue necessarie articolazioni e i principali diritti dei suoi membri (cfr. AAS 65 [1973] 102-103).
6. Giustamente l'ordine ecclesiastico è stato riconosciuto nel diritto esterno come ordine giuridico. Ma nello stesso tempo quell'ordine tende ad istituire la pace nella comunione: perché così avvenga, la pace sarà carità (cfr. AAS 69 [1977] 148).
Infatti nessuno può deviare da questo: il diritto non si oppone alla carità. Al contrario, la carità esige il diritto affinché renda manifeste e ponga al sicuro su questa terra le sue istanze. A loro volta quelle istanze saranno comprese molto meglio se saranno secondo il pensiero di Dio e necessità fondamentali del suo amore, nonché strutture viventi della sua Chiesa. Questa è, per così dire, come un prolungamento dell'incarnazione del Verbo (cfr. LG 8a) che si fece uomo per salvare gli uomini e ricondurli al Padre come figli adottivi, liberati perché partecipassero della libertà e della gloria dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-21). In Gesù Cristo e attraverso di lui essi costituiscono il corpo mistico e la comunione santa, cioè la Chiesa (cfr. Col 1,15-20).
7. In questa comunione, che è anche gerarchica, dobbiamo vedere l'uomo battezzato.
Ciascun cristiano qui ha il suo posto e il suo ordine e il suo dovere. Inoltre questa comunione è opera dello Spirito, che mantiene la sua stabilità attraverso il sacerdozio degli stessi Vescovi che tramite l'apostolica successione ammaestrano, reggono e santificano il Popolo di Dio e lo conservano in unità di fede e in carità. La loro comunione sacerdotale è essa stessa ministeriale; è al servizio della comunione ecclesiale e difende la sua coesione intorno a Pietro, che come punto centrale presiede alla carità della sua unità.
8. Questi principi costituiscono il fondamento del diritto ecclesiastico; e anche generano un'autentica teologia del diritto. Inoltre illuminano e rafforzano la dignità dell'uomo e i suoi diritti primari. La Chiesa ha sempre difeso questi diritti; ché anzi ha stabilito pene canoniche contro chi attenti alla vita stessa e agisca contro la dignità dell'uomo, o offenda la sua reputazione o lo privi della libertà (cfr. CIS 2350 § 1; CIS 2352-2355). Allo stesso modo la Chiesa ha sempre affermato il dovere, da parte dei privati come da parte delle pubbliche autorità, di osservare e promuovere i diritti della persona umana. La Chiesa ha favorito l'ordine tra le nazioni; ha affermato il diritto alla libertà di tutte le nazioni; ha invocato la fedeltà verso i patti convenuti; ha fatto opera di persuasione perché si costituisse un'autorità internazionale che garantisse la comunità umana e la pace nel mondo, con l'osservanza di quegli stessi diritti (cfr. Pii XII "Nuntius radiophonicus Natalicius", 1944: AAS 37 [1945] 17-21; cfr. Pii XII "Summi Pontificatus": AAS 31[1939] 437; Pii XII "Allocutio ad Congressum Iuristarum Catholicorum": AAS 45 [1953] 800; Pii XII "Allocutio ad Congressum constituendae unionis Europaeae": AAS 49 [1957] 629).
9. Il compito della Chiesa è salvare l'uomo. Perciò deve preoccuparsi di conoscere sempre meglio i fondamentali diritti dell'uomo e di favorire la loro osservanza e la loro esecuzione; parliamo dei diritti della famiglia, delle aggregazioni sociali, delle comunità religiose (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 6 oct. 1979: "Doc. Cath." 76 [1979] 931). Bisogna poi che questi diritti siano riconosciuti dalla società civile e siano difesi dagli stessi Stati. Inoltre tutti i cristiani devono compiere tali diritti vivendo sotto la luce di Cristo.
Nel presente momento storico tutti i cristiani sono tenuti al grave e urgente dovere di operare affinché nei costumi e nelle leggi dello Stato quegli stessi diritti siano affermati e osservati.
Di qui poi nasce il vostro compito specifico, voi che siete sia cristiani laici che studiosi di diritto, che convogliate i vostri particolari settori di sapienza e di erudizione tecnica e di amore verso l'uomo, a far in modo che le regole giudiziarie della città terrena si aprano completamente ed esprimano la legge della Sapienza divina iscritta nel cuore dell'uomo, e che le leggi che violano i diritti fondamentali, e che perciò sono da rifiutare per motivi morali, siano mutate in norme che rispettino interamente quegli stessi diritti: (diritto) alla vita dal concepimento al suo termine naturale, alla dignità, alla integrità fisica, alla libertà (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Allocutio habita in urbe "L'Aquila"", die 30 aug. 1980: "Insegnamenti di Giovanni Paolo PP. II" III,2[1980] 499ss). E ancora più opportunamente si dà il caso che voi abbiate approfondito tutti questi argomenti tenendo presente l'apertura ecumenica.
10. Per ciò che riguarda i diritti dei cristiani la loro definizione comporta un lavoro assai arduo. Quel lavoro, incominciato già non senza gravi difficoltà dal Concilio Vaticano II, deve assolutamente continuare. Il diritto rinnovato della Chiesa provvedrà certo da parte sua a che quei diritti siano conservati ed espletati nell'azione di vita; ciò è tanto più necessario in quanto quegli stessi diritti dei cristiani postulano come fondamento i primari diritti dell'uomo.
Del resto tali primari diritti degli uomini non solo sono stati solennemente proclamati nella dichiarazione delle Nazioni Unite, ma sono stati ulteriormente definiti in altre successive convenzioni (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Nuntius ad Unitarum Nationum Coetum", die 2dec. 1978: "Doc. Cath." 76 [1979] 1), tra le quali è da ricordare la dichiarazione dei diritti del bambino o anche del non nato. Bisogna in verità comprendere più perfettamente tutti questi diritti, investigarli e ponderarli più profondamente. Purtroppo, tuttavia, nulla è più lontano dal fatto che essi siano ovunque osservati (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Nuntius ad Unitarum Nationum Coetum", die 2 dec. 1978: "Doc. Cath." 76 [1979] 1-3; Ioannis Pauli PP. II "Allocutio ad Episcopos, in aperitione III Coetus Generalis Episcoporum Americae Latinae in urbe Puebla habita", III,5, die 28 ian. 1979: "", II [1979] 206; Ioannis Pauli PP. II RH 17; Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 14 dec. 1979: "L'Osservatore Romano", die 14 dec. 1979). Né il diritto ecclesiastico può trascurare questi diritti; anzi il diritto ecclesiastico contribuirà a che gli stessi diritti siano applicati e così li promuoverà e li nobiliterà.
11. Se in altri tempi alcuni predicarono la separazione assoluta tra la Chiesa e lo Stato - istituzioni che hanno certamente una propria autorità e propri poteri -, ciò non può provocare la divisione tra la comunione ecclesiale e la comunità umana.
Giustamente è già stato detto che tutti i problemi che in questo tempo si pongono agli uomini non possono essere risolti con la sola riflessione o con la sola azione di istituzioni puramente umane. Sempre di più si sente che il futuro destino dell'uomo ormai eccede l'ordine politico, donde il pericolo che la materia o la tecnica lo opprimano, e che tutte queste cose infine necessariamente sono in relazione con il mondo spirituale. Questo stesso giudizio riprende ciò che abbiamo detto poco tempo fa a Parigi: "L'uomo è misura delle cose e dei fatti nel mondo creato; ma Dio è misura dell'uomo stesso" (cfr. cfr. Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 31maii 1980: "Doc Cath." 77 [1980] 570) 12. Ecco dunque le ragioni per cui, come ho dichiarato a Washington l'anno scorso, il mio ufficio mi spinge a testimoniare la vera grandezza dell'uomo nell'intera somma della sua vita ed esistenza. Tale eccellenza dell'uomo e sgorgata dall'amore di Dio che ci crea a sua immagine e somiglianza e ci dono la vita eterna (cfr. Ioannis Pauli PP. II "Allocutio", die 6 oct. 1979: "Doc. Cath." 76 [1979] 931).
Figli diletti: le vostre fatiche e i vostri sforzi, ed ora anche il vostro convegno di Friburgo vi hanno strettamente congiunti a questa mia missione.
Perciò vi prego di proseguire lietamente e fermamente questa vostra opera, alleata e coadiutrice! Il diritto ecclesiastico può e deve penetrare e smuovere il diritto umano. Indagando i fondamentali diritti dei cristiani, certamente voi fate in modo che siano meglio conosciuti e più pienamente osservati i primari diritti degli uomini, secondo il pensiero di Dio voi accrescete sempre di più la comprensione e la tutela della vera dignità della persona umana! Questi sono per voi i miei migliori auguri e voti.
Sostenga il Signore stesso le opere vostre, e la benedizione apostolica, che fiduciosamente mi avete chiesto, vi soccorra sempre e vi confermi.
[Traduzione dal latino]
Data: 1980-10-13 Data estesa: Lunedi 13 Ottobre 1980.
Titolo: Abbiate una gioiosa visione dei compiti che vi attendono
Carissimi seminaristi del seminario romano maggiore! Vi esprimo il mio paterno compiacimento per l'occasione che qui ci riunisce: voi concludete i vostri esercizi spirituali attorno all'altare del Signore con una celebrazione liturgica insieme col Papa, vostro Vescovo. Vi ringrazio per la gioia che mi procurate; e vi penso ben disposti a far penetrare nel vostro animo incondizionatamente tutte quelle illuminazioni ed esortazioni, che in questi giorni vi sono venute dallo Spirito Santo mediante la parola del predicatore; auspico perciò che sappiate tradurre in pratica gli opportuni propositi per un ulteriore avanzamento nella via della perfezione spirituale, a cui il Signore vi chiama non solo come cristiani, ma anche e soprattutto come candidati al sacerdozio.
Se per me è sempre motivo di gioia e di consolazione incontrarmi con tutti i giovani, (e in tutti i miei viaggi non tralascio di farlo!) lo è ancor più incontrarmi con voi giovani seminaristi della mia diocesi di Roma, che sento di amare davvero come le pupille dei miei occhi, perché vedo in voi i futuri collaboratori del successore di Pietro nella sede romana. E questa gioia, che vedo brillare anche nei vostri occhi e che condivido con voi in questo momento liturgico sembra trovare un significativo riscontro nella parola di Dio, che è stata ora proclamata. Infatti, nella prima lettura san Paolo ci esorta ad essere "lieti nella speranza" (Rm 12,12) ed a rallegrarci "con quelli che sono nella gioia" (Rm 12,14). Il salmo responsoriale ci indica la radice di questi sentimenti: "Nella tua volontà è la mia gioia" (Ps 118,16). Il Vangelo, infine, col racconto della parabola dei talenti, mentre ci sprona all'impiego generoso di tutte le nostre energie, ci addita in pari tempo la meta finale, che è il conseguimento e la consumazione della gioia perfetta: "Servo buono e fedele,... prendi parte alla gioia del tuo padrone" (cfr. Mt 25,21-23).
Tutto questo indica uno stile di vita, dice soprattutto con quale spirito il candidato al sacerdozio debba intraprendere il suo esigente itinerario spirituale. Tale spirito deve manifestarsi nei vari impegni della vita quotidiana, in una gioiosa donazione di sé, fatta di ottimismo, di entusiasmo e di slancio per meglio comprendere oggi il lieto annunzio che siete chiamati a vivere nell'intimità della vostra anima e del vostro seminario, e per meglio far sentire domani al popolo cristiano "la gioia di essere salvato" (Ps 50,14).
Soltanto tale ricchezza interiore vi darà la forza per rispondere fedelmente alla chiamata tanto esigente, quale è quella sacerdotale, che non vi promette nulla di quanto il mondo ritiene attraente, anzi, al contrario, vi chiede generosità, rinnegamento di sé, sacrificio e, talvolta, anche eroismo. In questa visione, lo stesso celibato, che agli occhi del mondo profano può sembrare negativo, diventa letificante espressione di amore unico, incomparabile ed inestinguibile a Cristo ed alle anime, alle quali esso assicura totale disponibilità nel ministero pastorale.
Se sarete animati da tale spirito saprete diffidare da certe forme di comportamento vuoto e sterile, tendente più a disgregare ed a distruggere, che non ad edificare e a portare a compimento; troverete la capacità di sapervi sottoporre sia alla necessaria disciplina e all'obbedienza dovuta ai vostri superiori, sia alla mortificazione volontariamente da voi scelta; saprete essere, in una parola, risoluti ed avveduti nella condotta morale, dando al vostro timbro spirituale tale energia di fedeltà, che non vi farà indietreggiare davanti alle difficoltà, che inevitabilmente si presenteranno sul vostro cammino.
Figli carissimi, il tempo della vostra preparazione al sacerdozio vi consentirà di compiere tutto questo, se avrete questa gioiosa e, perciò, disinteressata visione dei compiti che vi attendono: sappiatene approfittare soprattutto nella preghiera e nella meditazione della Sacra Scrittura, per avere sempre quel rifornimento spirituale che è necessario per svolgere domani la missione che la Chiesa intende affidarvi. "Approfittate di questi anni di seminario - come già dissi ai seminaristi di Guadalajara - per riempirvi degli stessi sentimenti di Cristo... Vedrete così voi stessi come, a misura che la vostra vocazione va maturando a questa scuola, la vostra vita andrà assumendo gioiosamente un marchio specifico, un'indicazione ben precisa: l'orientamento agli altri... In questo modo, ciò che umanamente potrebbe sembrare una rovina, si trasforma in un luminoso progetto di vita, già esaminato ed approvato da Gesù: non vivere per essere servito, ma per servire (cfr. Mt 20,28)" ("Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II [1979] 303-304).
Ed ora, mentre presentiamo al Padre l'offerta che diventerà il corpo ed il sangue del suo divin Figlio, preghiamolo insieme perché ci ottenga tutte queste grazie, per l'intercessione della Vergine santissima, madre della fiducia e celeste patrona del vostro seminario. Amen. Data: 1980-10-14 Data estesa: Martedi 14 Ottobre 1980.
Titolo: Valori evangelici e doveri del cuore umano
1. Durante i nostri numerosi incontri del mercoledi abbiamo fatto una particolareggiata analisi delle parole del discorso della montagna, in cui Cristo fa riferimento al "cuore" umano. Come ormai sappiamo, le sue parole sono impegnative. Cristo dice: "Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,27-28).
Tale richiamo al cuore mette in luce la dimensione dell'interiorità umana, la dimensione dell'uomo interiore, propria dell'etica, e ancor più della teologia del corpo. Il desiderio, che sorge nell'ambito della concupiscenza della carne, è al tempo stesso una realtà interiore e teologica, la quale, in certo modo, viene sperimentata da ogni uomo "storico". Ed è appunto quest'uomo - anche se non conosce le parole di Cristo - a porsi di continuo la domanda circa il proprio "cuore". Le parole di Cristo rendono tale domanda particolarmente esplicita: il cuore è accusato oppure è chiamato al bene? E questa domanda intendiamo ora prendere in considerazione, verso la fine delle nostre riflessioni ed analisi, collegate con la frase così concisa ed insieme categorica del Vangelo, così carica di contenuto teologico, antropologico ed etico.
Di pari passo va una seconda domanda, più "pratica": come "può" e "deve" agire l'uomo, che accoglie le parole di Cristo nel discorso della montagna, l'uomo che accetta l'"ethos" del Vangelo, e, in particolare, lo accetta in questo campo? 2. Quest'uomo trova nelle considerazioni finora fatte la risposta, almeno indiretta, alle due domande: come "può" agire, cioè su che cosa può contare nel suo "intimo, alla sorgente dei suoi atti "interiori" o "esteriori"? E inoltre: come "dovrebbe" agire, cioè in che modo i valori conosciuti secondo la "scala" rivelata nel discorso della montagna costituiscono un dovere della sua volontà e del suo "cuore", dei suoi desideri e delle sue scelte? In che modo lo "obbligano" nell'azione, nel comportamento, se, accolte mediante la conoscenza, lo "impegnano" già nel pensare e, in certa qual maniera, nel "sentire"? Queste domande sono significative per la "praxis" umana, ed indicano un legame organico della "praxis" stessa con l'"ethos". La morale viva è sempre "ethos" della prassi umana.
3. Alle suddette domande si può rispondere in vario modo. Infatti, sia nel passato, sia oggi vengono date risposte diverse. Ciò è confermato da un'ampia letteratura. Oltre alle risposte che troviamo in essa, occorre prendere in considerazione l'infinito numero di risposte, che l'uomo concreto dà a queste domande da se stesso, quelle che, nella vita di ciascuno, dà ripetutamente la sua coscienza, la sua consapevolezza e sensibilità morale. Proprio in questo ambito si attua continuamente una compenetrazione dell'"ethos" e della "praxis". Qui vivono la propria vita (non esclusivamente "teorica") i singoli principi, cioè le norme della morale con le loro motivazioni, elaborate e divulgate da moralisti, ma anche quelle che elaborano - sicuramente non senza un legame col lavoro dei moralisti e degli scienziati - i singoli uomini, come autori e soggetti diretti della morale reale, come co-autori della sua storia, dai quali dipende anche il livello della morale stessa, il suo progresso o la sua decadenza. In tutto ciò si riconferma dappertutto e sempre, quell'"uomo storico" al quale una volta Cristo ha parlato, annunziando la buona novella evangelica con il discorso della montagna, ove tra l'altro ha detto la frase che leggiamo in Matteo 5,27-28: "Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore".
4. L'enunciato di Matteo si presenta stupendamente conciso riguardo a tutto ciò che su questo tema è stato scritto nella letteratura mondiale. E forse appunto in questo consiste la sua forza nella storia dell'"ethos". Occorre nello stesso tempo rendersi conto del fatto che la storia dell'"ethos" scorre in un alveo multiforme, in cui le singole correnti si avvicinano o allontanano vicendevolmente. L'uomo "storico" valuta sempre, a modo suo, il proprio "cuore", così come giudica anche il proprio "corpo": e così trapassa dal polo del pessimismo al polo dell'ottimismo, dalla severità puritana al permissivismo contemporaneo. E' necessario rendersene conto, affinché l'"ethos" del discorso della montagna possa sempre avere una debita trasparenza nei confronti delle azioni e dei comportamenti dell'uomo. A tale fine occorre fare ancora alcune analisi.
5. Le nostre riflessioni sul significato delle parole di Cristo secondo Matteo 5,27-28 non sarebbero complete, se non ci soffermassimo - almeno brevemente - su ciò che si può chiamare la risonanza di queste parole nella storia del pensiero umano e della valutazione dell'"ethos". La risonanza è sempre una trasformazione della voce e delle parole che la voce esprime. Sappiamo dall'esperienza che tale trasformazione è talvolta piena di misterioso fascino. Nel caso in questione, è accaduto piuttosto qualcosa di contrario. Infatti, alle parole di Cristo è stata piuttosto tolta la loro semplicità e profondità ed è stato conferito un significato lontano da quello in esse espresso, un significato in fin dei conti persino contrastante con esse. Abbiamo qui in mente tutto ciò che è apparso al margine del cristianesimo sotto il nome di manicheismo (Il manicheismo contiene e porta a maturazione gli elementi caratteristici di ogni "gnosi", e cioè il dualismo di due principi coeterni e radicalmente opposti e il concetto di una salvezza che si realizza solo attraverso la conoscenza ("gnosi") o la autocomprensione di se stessi. In tutto il mito manicheo c'è un solo eroe e una sola situazione che sempre si ripete: l'anima decaduta è sempre imprigionata nella materia ed è liberata dalla conoscenza. L'attuale situazione storica è negativa per l'uomo, perché è una mescolanza provvisoria e anormale di spirito e materia, di bene e di male, che suppone uno stato antecedente, originale, in cui le due sostanze erano separate e indipendenti. Vi sono perciò tre "tempi": l'"initium", ossia la separazione primordiale; il "medium", e cioè l'attuale mescolanza; e il "finis" che consiste nel ritorno alla divisione originale, nella salvezza, implicante una totale rottura tra spirito e materia. La materia è, in fondo, concupiscenza, malvagio appetito del piacere, istinto di morte, paragonabile, se non identico, al desiderio sessuale, alla "libido". Essa è una forza che tenta di assalire la Luce; è movimento disordinato, desiderio bestiale, brutale, semicosciente. Adamo ed Eva sono stati generati da due demoni; la nostra specie nacque da una serie di atti ripugnanti di cannibalismo e di sessualità e conserva i segni di questa origine diabolica, che sono il corpo, il quale è la forma animale degli "Arconti dell'inferno", e la "libido", che spinge l'uomo ad accoppiarsi e a riprodursi, e cioè a mantenere l'anima luminosa sempre in prigionia. Se vuole essere salvato, l'uomo deve cercare di liberare il suo "io vivente" (noûs) dalla carne e dal corpo. Poiché la materia ha nella concupiscenza la sua suprema espressione, il peccato capitale sta nell'unione sessuale (fornicazione), che è la brutalità e la bestialità e che fa figli degli uomini gli strumenti e i complici del male per la procreazione. Gli eletti costituiscono il gruppo dei perfetti, la cui virtù ha una caratteristica ascetica, realizzando l'astinenza comandata dai tre "sigilli": il "sigillo della bocca" proibisce ogni bestemmia e comanda l'astensione dalla carne, dal sangue, dal vino, da ogni bevanda alcoolica, ed anche il digiuno; il "sigillo delle mani" comanda il rispetto della vita (della "luce") racchiusa nei corpi, nei semi, negli alberi e proibisce di raccogliere i frutti, di strappare le piante, di togliere la vita agli uomini e agli animali; il "sigillo del grembo" prescrive una totale continenza (cfr. H.Ch.Puech "Le Manichéisme: son fondateur-sa doctrine"; H.Ch.Puech "Le Manichéisme", in "Histoire des Religions" [Encyclopédie de la Pleiade], II; J.Ries "Manichéisme", in "Catholicisme hier, aujourd'hui, demain", 34 Lille 1977) e che ha anche cercato di entrare nel terreno del cristianesimo per quanto riguarda appunto la teologia e l'"ethos" del corpo. E' noto che, nella forma originaria, il manicheismo, sorto nell'oriente al di fuori dell'ambiente biblico è scaturito dal dualismo mazdeista, individuava la sorgente del male nella materia, nel corpo e proclamava quindi la condanna di tutto ciò che nell'uomo è corporeo. E poiché nell'uomo la corporeità si manifesta soprattutto attraverso il sesso, allora la condanna veniva estesa al matrimonio e alla convivenza coniugale, oltre che alle altre sfere dell'essere e dell'agire, in cui si esprime la corporeità.
6. Ad un orecchio non adusato, l'evidente severità di quel sistema poteva sembrare in sintonia con le severe parole di Matteo Mt 5,29-30, in cui Cristo parla del "cavare l'occhio" o del "tagliare la mano", se queste membra fossero la causa dello scandalo. Attraverso l'interpretazione puramente "materiale" di queste locuzioni, era anche possibile ottenere un'ottica manichea dell'enunciato di Cristo, in cui si parla dell'uomo che ha "commesso adulterio nel cuore... guardando la donna per desiderarla". Anche in questo caso, l'interpretazione manichea tende alla condanna del corpo, come reale sorgente del male, dato che in esso, secondo il manicheismo, si cela e insieme si manifesta il principio "ontologico" del male. Si cercava dunque di scorgere e talvolta si percepiva tale condanna nel Vangelo, trovandola ove è invece stata espressa esclusivamente una esigenza particolare indirizzata allo spirito umano.
Si noti che la condanna poteva - e può sempre essere - una scappatoia per sottrarsi alle esigenze poste nel Vangelo da colui che "sapeva quello che c'è in ogni uomo" (Jn 2,25). Non ne mancano prove nella storia. Abbiamo già avuto in parte l'occasione (e certamente l'avremo ancora) per dimostrare in quale misura tale esigenza possa sorgere unicamente da una affermazione - e non da una negazione o da una condanna - se deve portare ad un'affermazione ancor più matura ed approfondita oggettivamente e soggettivamente. E a una tale affermazione della femminilità e mascolinità dell'essere umano, come dimensione personale dell'"essere corpo", debbono condurre le parole di Cristo secondo Matteo Mt 5,27-28.
Tale è il giusto significato etico di queste parole. Esse imprimono, sulle pagine del Vangelo, una peculiare dimensione dell'"ethos" al fine di imprimerla successivamente nella vita umana.
Cercheremo di riprendere questo tema nelle nostre ulteriori riflessioni.
[Omissis. Seguono i saluti all'equipaggio dello "yacht" reale "Britannia"; ad un pellegrinaggio interdiocesano del Kenia; a gruppi di lingua tedesca; agli aderenti ai movimenti neo-catecumenali di paesi dell'America Latina; ai membri della marina militare del Venezuela; ai partecipanti al I convegno nazionale dei medici italiani dei trasporti; ai giovani; ai malati; agli sposi novelli.]
Data: 1980-10-15 Data estesa: Mercoledi 15 Ottobre 1980.
GPII 1980 Insegnamenti - Ai Vescovi di rito greco melkita cattolico in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)