
GPII 1981 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: La contrapposizione tra carne e spirito e la "giustificazione" nella fede
Carissimi fratelli nell'Episcopato, nel sacerdozio, Fratelli e sorelle di vita religiosa, Carissimi fratelli e sorelle, Dopo la pausa dovuta alle recenti festività ricominciamo oggi i nostri incontri del Mercoledì portando ancora nel cuore la serena letizia del mistero della nascita del Cristo, che la liturgia della Chiesa in questo periodo ci ha fatto celebrare ed attualizzare nella nostra vita. Gesù di Nazaret, il Bimbo che vagisce nella mangiatoia di Betlemme, è il Verbo eterno di Dio che si è incarnato per amore dell'uomo (Jn 1,14). Questa è la grande verità alla quale il cristiano aderisce con profonda fede. Con la fede di Maria Santissima che, nella gloria della sua intatta verginità, concepi e genero il Figlio di Dio fatto uomo. Con la fede di San Giuseppe che lo custodi e lo protesse con immensa dedizione d'amore.
Con la fede dei pastori che accorsero subito alla grotta della natività. Con la fede dei Magi che lo intravvidero nel segno della stella e, dopo lunghe ricerche, poterono contemplarlo e adorarlo nelle braccia della Vergine Madre.
Che il nuovo anno sia vissuto da tutti sotto il segno di questa grande gioia interiore, frutto della certezza che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
E' l'augurio che rivolgo a tutti voi che siete presenti a questa prima udienza generale del 1981 ed a tutti i vostri cari.
1. Che cosa significa l'affermazione: "La carne ... ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne"? Questa domanda sembra importante, anzi fondamentale nel contesto delle nostre riflessioni sulla purezza di cuore, di cui parla il Vangelo. Tuttavia, l'Autore della lettera ai Galati apre davanti a noi, a questo riguardo, orizzonti ancor più vasti. In questa contrapposizione della "carne" allo Spirito (Spirito di Dio), e della vita "secondo la carne" alla vita "secondo lo Spirito" è contenuta la teologia paolina circa la giustificazione, cioè l'espressione della fede nel realismo antropologico ed etico della redenzione compiuta da Cristo, che Paolo, nel contesto a noi già noto, chiama anche "redenzione del corpo". Secondo la Lettera ai Romani 8, 23, la "redenzione del corpo" ha anche una dimensione "cosmica" (riferita a tutta la creazione), ma al centro di essa vi è l'uomo: l'uomo costituito nell'unità personale dello spirito e del corpo. E appunto in questo uomo, nel suo "cuore", e conseguentemente in tutto il suo comportamento, fruttifica la redenzione di Cristo, grazie a quelle forze dello Spirito che attuano la "giustificazione", cioè fanno si che la giustizia "abbondi" nell'uomo come è inculcato nel discorso della montagna: Matteo 5, 20, cioè "abbondi" nella misura che Dio stesso ha voluto e che Egli attende.
2. E' significativo che Paolo, parlando delle "opere della carne", menziona non soltanto "fornicazione, impurità, libertinaggio ... ubriachezza, orge" - quindi, tutto ciò che, secondo un modo di comprendere oggettivo, riveste il carattere dei "peccati carnali" e del godimento sensuale collegato con la carne - ma nomina anche altri peccati, ai quali non saremmo portati ad attribuire un carattere anche "carnale" e "sensuale": "idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie ...". Secondo le nostre categorie antropologiche (ed etiche) noi saremmo propensi piuttosto a chiamare tutte le "opere" qui elencate "peccati dello spirito" umano, anziché peccati della "carne".
Non senza motivo avremmo potuto intravvedere in esse piuttosto gli effetti della "concupiscenza degli occhi" o della "superbia della vita" che non gli effetti della "concupiscenza della carne". Tuttavia, Paolo le qualifica tutte come "opere della carne". Ciò s'intende esclusivamente sullo sfondo di quel significato più ampio (in certo senso metonimico), che nelle lettere paoline assume il termine "carne", contrapposto non soltanto e non tanto allo "spirito" umano quanto allo Spirito Santo che opera nell'anima (nello spirito) dell'uomo.
3. Esiste, dunque, una significativa analogia tra ciò che Paolo definisce come "opere della carne" e le parole con cui Cristo spiega ai suoi discepoli ciò che prima aveva detto ai farisei circa la "purezza" e l'"impurità" rituale. Secondo le parole di Cristo, la vera "purezza" (come anche l'"impurità") in senso morale sta nel "cuore" e proviene "dal cuore" umano. Come "opere impure" nello stesso senso, sono definiti non soltanto gli "adulterii" e le "prostituzioni", quindi i "peccati della carne" in senso stretto, ma anche i "propositi malvagi... i furti, le false testimonianze, le bestemmie". Cristo, come abbiamo già potuto costatare, si serve qui del significato tanto generale quanto specifico dell'"impurità" (e quindi indirettamente anche della "purezza"). San Paolo si esprime in maniera analoga: le opere "della carne" sono intese nel testo paolino in senso tanto generale quanto specifico. Tutti i peccati sono espressione della "vita secondo la carne", che è in contrasto con la "vita secondo lo Spirito". Quello che, conformemente alla nostra convenzione linguistica (del resto parzialmente giustificata), viene considerato come "peccato della carne", nell'elenco paolino è una delle tante manifestazioni (o specie) di ciò che egli denomina "opere della carne", e, in questo senso, uno dei sintomi, cioè delle attualizzazioni della vita "secondo la carne" e non "secondo lo Spirito".
4. Le parole di Paolo scritte ai Romani: "così dunque, fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete", c'introducono nuovamente nella ricca e differenziata sfera dei significati, che i termini "corpo" e "spirito" hanno per lui. Tuttavia, il significato definitivo di quell'enunciato è parenetico, esortativo, quindi valido per l'ethos evangelico. Paolo, quando parla della necessità di far morire le opere del corpo con l'aiuto dello Spirito, esprime appunto ciò di cui Cristo ha parlato nel Discorso della Montagna, facendo richiamo al cuore umano ed esortandolo al dominio dei desideri, anche di quelli che si esprimono nello "sguardo" dell'uomo rivolto verso la donna al fine di appagare la concupiscenza della carne. Tale superamento, ossia, come scrive Paolo, il "far morire le opere del corpo con l'aiuto dello Spirito", è condizione indispensabile della "vita secondo lo Spirito", cioè della "vita" che è antitesi della "morte" di cui si parla nello stesso contesto. La vita "secondo la carne" fruttifica infatti la "morte", cioè comporta come effetto la "morte" dello Spirito.
Dunque, il termine "morte" non significa soltanto morte corporale, ma anche il peccato, che la teologia morale chiamerà mortale. Nelle Lettere ai Romani e ai Galati l'Apostolo allarga continuamente l'orizzonte del "peccato-morte", sia verso il "principio" della storia dell'uomo, sia verso il suo termine. E perciò, dopo aver elencato le multiformi "opere della carne", afferma che "chi le compie non erediterà il regno di Dio". Altrove scriverà con simile fermezza: "Sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - che è roba da idolatri - avrà parte al regno di Cristo e di Dio". Anche in questo caso, le opere che escludono dall'aver "parte al regno di Cristo e di Dio" - cioè le "opere della carne" - vengono elencate come esempio e con valore generale, sebbene al primo posto stiano qui i peccati contro la "purezza" nel senso specifico.
5. Per completare il quadro della contrapposizione tra il "corpo" e il "frutto dello Spirito" bisogna osservare che in tutto ciò che è manifestazione della vita e del comportamento secondo lo Spirito, Paolo vede ad un tempo la manifestazione di quella libertà, per la quale Cristo "ci ha liberati". così egli scrive appunto: "Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso". Come già in precedenza abbiamo rilevato, la contrapposizione "corpo-Spirito", vita "secondo la carne", vita "secondo lo Spirito", permea profondamente tutta la dottrina paolina sulla giustificazione. L'Apostolo delle Genti, con eccezionale forza di convinzione, proclama che la giustificazione dell'uomo si compie in Cristo e per Cristo. L'uomo consegue la giustificazione nella "fede che opera per mezzo della carità", e non solo mediante l'osservanza delle singole prescrizioni della Legge anticotestamentaria (in particolare, della circoncisione). La giustificazione viene quindi "dallo Spirito" (di Dio) e non "dalla carne". Egli esorta, perciò, i destinatari della sua lettera a liberarsi dalla erronea concezione "carnale" della giustificazione, per seguire quella vera, cioè, quella "spirituale", in questo senso li esorta a ritenersi liberi dalla Legge, e ancor più ad esser liberi della libertà, per la quale Cristo "ci ha liberati".
Così, dunque, seguendo il pensiero dell'Apostolo, ci conviene considerare e soprattutto realizzare la purezza evangelica, cioè la purezza di cuore, secondo la misura di quella libertà per la quale Cristo "ci ha liberati".
Data: 1981-01-07
Mercoledì 7 Gennaio 1981
Titolo: Il Battesimo a nove bambini
1. "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (Mt 3,17).
Le parole del Vangelo, ora udite, stanno per avverarsi anche su questi cari bambini, a cui mi accingo ad amministrare il Battesimo. Gesù è il Primogenito di molti fratelli (cfr. Rm 8,29) quello che è avvenuto in Lui si ripete misteriosamente in ciascuno di noi, che ripercorriamo le sue orme, e portiamo il suo Nome, il nome di cristiani.
Quando Cristo scende al Giordano si ode la voce del Padre, che lo designa come suo prediletto, dando compimento alla profezia del Servo di Jahvè, che Isaia ci ha fatto sentire nella prima lettura; e scende lo Spirito Santo in forma di colomba, a dare inizio visibile e solenne alla missione messianica del Figlio di Dio. Come per Lui, così è avvenuto per noi; così sta per avvenire su questi piccoli, che stanno qui davanti a noi, progenie novella del Popolo di Dio, destinato a crescere continuamente nel mondo grazie alle famiglie cristiane. Anche per loro, il Padre sta per fare udire la sua voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". Egli si compiace di questi piccoli, perché vedrà impressa nel loro spirito l'orma immortale della sua Paternità, la somiglianza intima e vera col Figlio suo: figli nel Figlio. E, allo stesso tempo, discenderà lo Spirito Santo, invisibile ma presente come allora, per colmare queste piccole anime della ricchezza dei suoi doni, per renderle suoi abitacoli, suoi templi, suoi ostensori, che dovranno irradiare la sua presenza e la sua testimonianza per tutto il corso della loro vita, che noi non conosciamo ancora come sarà, ma che Lui già vede in tutta la sua pienezza.
Stiamo per porre i fondamenti di nuove vite cristiane: amate dal Padre, redente dal Cristo, segnate dal sigillo dello Spirito, oggetto di predilezione eterna, che si proietta fin d'ora nel futuro, e nella eternità intera, in un amore senza fine, che già le abbraccia fin d'ora: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto".
Su questi figli prediletti, che tra poco saranno i nuovi germi della Chiesa, candidi dell'innocenza totale della grazia simboleggiata dalla veste che imporro loro, forti dell'unzione dell'olio dei catecumeni come veri atleti, santi della santità stessa di Dio, io invoco con voi la continua assistenza del Signore, e faccio voti che rimangano sempre fedeli, per tutta la loro vita, a questa nostra comune, stupenda vocazione cristiana.
Per questo li affido a voi, genitori cristiani, che col vostro reciproco amore di donazione avete dato loro la vita, fatti collaboratori della creazione di Dio: li avete portati qui figli della natura, li riporterete nelle vostre case figli della grazia. Da voi dipende gran parte della loro piena riuscita, secondo i piani di Dio: a voi li affido nel nome di Dio Trinità! E li affido anche a voi padrini e madrine, allo stesso scopo di garantirne la completa crescita cristiana.
Su tutti scenda la benedizione del Signore, di cui è pegno e auspicio la mia apostolica benedizione.
Data: 1981-01-11
Domenica 11 Gennaio 1981
Titolo: Il Battesimo del Signore nel piano della Rivelazione
1. "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc 1,11).
Il tempo del Natale del Signore è insieme il tempo della Rivelazione del Figlio di Dio nell'uomo Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria nella notte di Betlemme.
Questa rivelazione, o epifania, si compie agli occhi dei pastori che vengono la notte stessa al luogo dove è nato il Bambino e trovano presso di lui la Madre con Giuseppe, il carpentiere di Nazaret. E si compie poi agli occhi dei Magi di Oriente; i quali furono condotti da paesi lontani a Betlemme dalla luce della stella ed ancor più dall'ispirazione interiore della fede.
La Chiesa medita con amore e con trasporto sui particolari che accompagnano quella Nascita-Rivelazione, sui primi giorni del Figlio di Dio sulla terra. Essa ritornerà ancora agli altri avvenimenti trasmessi nel Vangelo dell'infanzia. Essi sono, tuttavia, poco numerosi, così che quasi subito dopo la Natività incomincia il periodo della vita nascosta di Gesù a Nazaret.
Su tale sfondo acquista un particolare significato quel momento, che la liturgia della Chiesa include nell'insieme dell'Epifania. E' il momento del Battesimo di Gesù al Giordano, al quale la Chiesa d'Occidente, e particolarmente quella d'Oriente, dedicano una festa speciale, che ricorre proprio nell'odierna domenica.
Dopo aver terminato la vita nascosta, Gesù viene da Nazaret al Giordano e li è indicato da Giovanni Battista come l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cfr. Jn 1,29). Oltre alla testimonianza di Giovanni aleggiano le parole dall'alto, che confermano la figliolanza divina di Gesù: "Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Mc 1,11).
2. Oggi, insieme con tutta la diocesi di Roma, preghiamo affinché Gesù si riveli in modo particolare ai cuori di tanti giovani, come Colui che devono seguire sulla via della vocazione sacerdotale.
E' un giorno questo di intensa preghiera per i seminaristi sia del Seminario Maggiore, che si trova a San Giovanni in Laterano, sia per quelli del Seminario Minore, che sorge sul Viale Vaticano, a pochi passi da qui. Preghiamo il Signore anche per tutti i giovani romani, perché siano sensibili alla chiamata del Maestro divino: è ai giovani che Egli si rivolge, chiamandoli ad essere sacerdoti secondo il suo cuore, e nominandoli "i suoi amici" (Jn 15,9).
Il mio grato pensiero va oggi a tutti gli animatori vocazionali, che si prodigano per la promozione di una causa così santa e meritoria, come pure a tutto il popolo cristiano che certamente non mancherà di portare un generoso contributo spirituale e materiale. L'offerta materiale, anche se non e il fattore principale al rifiorire delle vocazioni, tuttavia ha il suo peso nella vita quotidiana del Seminario ed è chiaro indice di sensibilità e di comunione ecclesiale. E' consolante costatare che in questo ultimo anno c'è stato in Roma un aumento, sia pur lieve, di seminaristi, ma Roma può e deve fare di più, sia perché è la diocesi, a cui si guarda da tutte le parti del mondo, sia soprattutto perché le necessità dell'accresciuta popolazione esigono un numero maggiore di "operai" per la messe.
La Vergine santissima, Regina degli Apostoli, ispiratrice delle vocazioni, ci ottenga dal suo Figlio di essere esauditi in queste nostre particolari intenzioni.
Data: 1981-01-11
Domenica 11 Gennaio 1981
Titolo: La preghiera del Papa per la liberazione del Magistrato D'Urso
Desidero ora esprimere l'accorata partecipazione con cui seguo, fin dal suo inizio, la dolorosa vicenda del magistrato Giovanni D'Urso, proditoriamente sottratto, ormai da un mese, all'affetto dei suoi cari. Sono spiritualmente vicino a lui nella solitudine della sua penosa segregazione; e vicino sono anche alla consorte ed alle figlie, di cui ben comprendo lo stato d'animo nel corso di questi lunghissimi giorni di angosciosa trepidazione e attesa.
Come non rinnovare ancora una volta l'esecrazione per simili atti di violenza, che non s'arrestano di fronte ai valori supremi, nei quali consiste il patrimonio più sacro di ogni civile convivenza? E come non chiedersi, con sgomento, in forza di quale tenebrosa suggestione sia possibile convincersi di operare per il futuro dell'uomo, calpestandone i diritti più elementari? Io elevo insieme con voi la mia preghiera al Signore, perché il magistrato Giovanni D'Urso possa essere al più presto restituito all'affetto dei suoi cari, che l'attendono con tanta ansia. Supplico il Signore perché tocchi gli animi d coloro che hanno nelle loro mani la persona e la vita del magistrato perché riflettano sulla gravità del loro atteggiamento e vogliano ascoltare quel sentimento di umanità che non può essere spento nei loro cuori.
Raccomando alle vostre preghiere questo caso tanto triste e preoccupante; raccomando la pace in Italia, la pace interna, l'equilibrio sociale; raccomando ogni cittadino di questo diletto Paese.
Data: 1981-01-11
Domenica 11 Gennaio 1981
Titolo: Condurre l'uomo a Cristo sulle vie tracciate dalla Chiesa
Questa celebrazione del Battesimo del Signore Gesù ci introduce intimamente nel mistero della persona e della missione di Cristo. Essa ci introduce ugualmente in una migliore comprensione del nostro essere di cristiani, di battezzati, e più ancora della nostra vocazione di sacerdoti o di futuri sacerdoti.
1. Al termine di questa settimana dell'Epifania, è proprio alla manifestazione di Cristo, alla sua "epifania", che noi assistiamo, al tempo del suo Battesimo da parte di Giovanni Battista. Sulle rive del Giordano, Gesù si è mescolato ai peccatori, a tutti coloro che attendevano la presenza del Messia nella penitenza.
Il Verbo fatto carne, pur essendo di condizione divina, non si è inorgoglito per il fatto di essere uguale a Dio, ma ha preso la condizione di schiavo, facendosi simile agli uomini e rendendosi obbediente (cfr. Ph 2,4-8), vivendo nella carne per riscattare coloro che erano sotto il potere della carne.
E "i cieli si aprirono", dice misteriosamente san Matteo. E' così manifesto, per tutti coloro ai quali questo avvenimento spirituale è allora rivelato e per coloro ai quali il racconto evangelico è destinato, che non vi è alcuna barriera tra Dio e Gesù, ma un contatto immediato, una unione totale, un "faccia a faccia", e noi crediamo che è così in virtù stessa dell'Incarnazione, poiché è il Verbo di Dio, che si è fatto carne.
Il profeta Isaia aveva sospirato per la venuta di Dio, per la sua piena rivelazione, in questi termini commoventi: "Ah! se tu lacerassi i cieli e discendessi... per far conoscere il tuo nome" (Is 63,19-64,1). Ora noi conosciamo il vero nome di Dio, grazie al Figlio. Il Padre si rivela come tale designando suo "Figlio ben amato", nel quale egli ha "messo tutto il suo amore". Egli rivela il Figlio. Egli lo presenta ormai al mondo, a cominciare dai suoi discepoli. "E' la testimonianza di Dio, la testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio", dirà san Giovanni (1Jn 5,9). Noi penetriamo con Gesù nel vero mistero di Dio, quello della Trinità santa.
Perché lo Spirito Santo è manifestato anch'esso. Esso è posto su Gesù, come una colomba, questo uccello familiare, simbolo dell'amore e della pace, che è qui l'immagine di Dono perfetto che viene dalle profondità di Dio. Esso esprime il legame ineffabile che unisce Gesù a suo Padre, e significa anche che Gesù comincia pubblicamente la sua missione di salvezza in mezzo agli uomini con la potenza dell'Alto. Siamo allora invitati ad applicare a Gesù la profezia di Isaia in cui Dio disse: "Ecco il mio Servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi sono compiaciuto. Ho posto il mio Spirito su di lui..., ti ho preso per mano, ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo, e luce delle nazioni" (Is 42,1-6).
Si, adoriamo il Figlio benamato in questa "epifania" che i Padri e soprattutto l'Oriente celebrano nel momento stesso della manifestazione ai Magi a Betlemme: ci è manifestato, con il cielo aperto, in seno della Trinità; e ci è manifestato come investito della sua missione per noi.
2. Il Figlio unico di Dio viene a fare di noi dei figli. Il mistero del suo Battesimo ci introduce nel mistero del nostro Battesimo. "Della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia" (Jn 1,16). Noi siamo stati battezzati, non solamente nell'acqua, per rispondere ad un bisogno di purificazione, ma nello Spirito che viene dall'Alto e che da la vita di Dio. Siamo stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, per entrare in comunione con loro. I cieli si sono aperti, in qualche modo, per ciascuno di noi, col ministero della Chiesa, affinché noi entrassimo "nella casa di Dio", affinché conoscessimo l'adozione divina. Ne portiamo l'impronta per sempre, malgrado la nostra debolezza e la nostra indegnità. Rendiamo grazie, oggi, per questo dono del nostro Battesimo: facendoci partecipare alla vita di Dio, ci fa partecipare al culto spirituale di Cristo, alla sua missione profetica, al suo servizio regale, che costituiscono il sacerdozio comune a tutti i battezzati. "Riconosci, cristiano, la tua dignità!". Il primo giugno scorso, interpellavo così tutto il popolo francese: "Francia, figlia prediletta della Chiesa, sei fedele alle promesse del tuo Battesimo?". Questa domanda, la pongo oggi a ciascuno di voi che appartenete al popolo di Francia, anche se soggiornate attualmente nella diocesi di Roma.
3. E rendiamo grazie infine per questa chiamata di Cristo a condividere il suo sacerdozio ministeriale, che ci associa così strettamente alla sua stessa missione di "Servo" inaugurata con il suo Battesimo.
Ho la grande gioia precisamente, oggi, di celebrare l'Eucarestia in un Seminario, di indirizzarmi a dei preti, e soprattutto a coloro che si preparano al sacerdozio, e ai loro amici di Roma. Non dimentico che rappresentate una parte dei seminaristi di Francia - praticamente un decimo, mi han detto -provenienti da un gran numero di diocesi di Francia.
Cari amici, comprendete bene la grazia che il Signore vi ha già accordato? Ha fatto risuonare in voi la sua chiamata a lasciare tutto per seguirlo, attendendo di conferirvi, con l'imposizione delle mani, il suo Spirito che farà di voi suoi diaconi e suoi preti. Come dirvi la grande speranza che la Chiesa pone in voi, in particolare per l'avvenire della Chiesa in Francia? Il caro Cardinale Marty, felicemente presente tra voi, potrebbe darne testimonianza meglio di chiunque altro. E il Papa condivide questa speranza dei Vescovi di Francia, esprimendovi con essi la sua fiducia e il suo affetto.
Ai vostri compagni di Seminario, d'Issy-les Moulineaux, ha già avuto l'occasione di esprimere il mio pensiero, nel giugno scorso, dopo aver affidato ai preti, a Nôtre-Dame, gli incoraggiamenti e gli orientamenti che destinavo loro.
Avete sicuramente riletto questi testi, e i vostri direttori vi sapranno orientare verso l'essenziale. Mi contentero dunque di qualche punto.
4. Fate qui l'apprendistato di servitori di Cristo, che necessita di una lunga maturazione spirituale, intellettuale e pastorale. E' un po' l'esperienza degli apostoli che il Signore si e associato dopo il suo Battesimo.
Bisogna innanzitutto entrare ogni giorno di più nello spirito di Cristo, radicandovi in lui. Questo per dire a qual punto dovete familiarizzarvi con la sua Parola, con la Scrittura, meditarla; frequentare il Signore nell'intimità della preghiera - niente rimpiazzerà l'orazione personale senza la quale la nostra vita sacerdotale si inaridisce -; imparare a pregare insieme e ad avere degli scambi spirituali in tutta semplicità; celebrare il Signore in una liturgia degna e viva, come lo permettono il Concilio e la riforma ben compresa di Paolo VI; associarvi al Sacrificio di Cristo che sarà il culmine e il centro della vostra vita sacerdotale quotidiana. Dovete anche approfittare dell'esperienza degli autori spirituali, iniziarvi alle scuole di spiritualità, per nutrire il vostro pensiero cristiano, orientare e fortificare il vostro agire cristiano, e per acquistare l'arte di guidare voi stessi gli animi, come ricordavo nella mia lettera ai sacerdoti del Giovedì Santo del 1979.
5. Siete qui anche per ricevere una solida formazione dottrinale, nelle differenti branche del sapere teologico, biblico, canonico, filosofico. Non insisto, perché penso che voi ne siete ben convinti e credo di sapere che ve ne preoccupate. Avete d'altra parte l'occasione di disporre, in questa città di Roma, di Università e di Facoltà di rilievo, che esigono un alto livello di studi e di ricerche: vi permettono di introdurvi in modo equilibrato a tutto il pensiero del Magistero della Chiesa, di scoprirne il senso profondo, di fissarvici con fedeltà. Talvolta non vedete sempre il legame diretto tra questi studi e il ministero che vi sarà demandato, penso per esempio alle basi della filosofia che nondimeno ha la sua importanza. Ma siate pazienti. Arricchirete la vostra riflessione di elementi solidi e di metodi assolutamente indispensabili per evitare a voi stessi di essere trasportati da ogni vento di dottrina, per essere in grado di predicare, di insegnare, di guidare sicuramente la riflessione dei laici cristiani nel dedalo delle correnti di idee e di costumi attuali. Questi studi romani devono anche darvi il gusto e la possibilità di proseguire il vostro lavoro intellettuale lungo tutta la vostra vita. Sarete certamente chiamati a differenti ministeri, che non potete prevedere e che non vi appartiene di scegliere, ma che esigeranno da voi una formazione solida e qualificata. Personalmente, come Arcivescovo di Cracovia e professore a Lublino, ho sempre insistito su questi studi approfonditi. Richiedono certo qualche sacrificio. Ma preparano sicuramente l'avvenire. Il problema è che voi siate attenti ad unificare la vostra vita intellettuale e la vostra vita spirituale.
6. Infine, tutto ciò che fate, è per prepararvi alla vita apostolica dei preti.
Questo dice lo slancio che vi deve animare per portare il Vangelo ai vostri contemporanei, per aiutarli ad accoglierlo in una adesione di fede che si rivela a volte difficile, per introdurli alla preghiera come alla recezione fruttuosa dei sacramenti, per educarli alle esigenze concrete della fede nei loro diversi impegni. Questo impegno di evangelizzazione è stato e rimane ad onore di un grande numero i preti francesi: spero che voi sarete fra questi. Non per fare la vostra opera. Ma per condurre a Gesù Cristo. E lungo le vie che vuole la Chiesa. Perché essere prete, sarà questo, partecipando al sacerdozio unico di Cristo, partecipare al sacerdozio del vostro Vescovo, e sotto la sua responsabilità; significherà integrarvi nel presbiterio della vostra diocesi, con ardore, fiducia e umiltà, per esercitarvi una parte di ministero, quella che vi si affiderà e per la quale voi dovete essere molto disponibili; significherà lavorare in modo solidale con i vostri confratelli, senza abdicare ad alcuna delle esigenze della Chiesa integrate nella vostra formazione. Per il momento, l'impegno nei vostri studi e il fatto di non essere ancora preti non vi permette di prendere il carico di un apostolato, benché un certo numero di voi portano già l'aiuto che e loro possibile alle diocesi di Roma. Ma nonostante ciò, tutti voi dovete essere preoccupati di legami veri e fiduciosi con il vostro Vescovo, rimanere molto umilmente aperti ai bisogni spirituali ai quali domani dovrete rispondere, agli impegni apostolici dei vostri confratelli francesi, e soprattutto dei Vescovi che hanno la responsabilità della evangelizzazione. L'apprendistato di una via ecclesiale deve farsi ancora grazie alla qualità della vostra vita comunitaria, in questo Seminario di Santa Chiara, della vostra vita fraterna, della vostra attitudine ad accettarvi differenti e a vivere in gruppo, volti verso il medesimo obiettivo: la missione della Chiesa.
Vi ricordate come Isaia tratteggiava poco fa la figura del Servo: "Non griderà... non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta, proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno". Possiate essere domani questi pastori intrepidi, insieme fermi e misericordiosi. E anche suscitare altri candidati al sacerdozio. Ah, cari giovani, la vostra preghiera, il vostro esempio, il vostro dinamismo al servizio della Chiesa, la vostra gioia di servire Cristo possano tanto per ottenere da Dio le vocazioni di cui la Chiesa in generale, di cui la Chiesa in Francia ha un bisogno vitale! Infine, è necessario aggiungere che qui, a Roma, voi avete la possibilità di poter congiungere a questo senso pastorale, all'amore della vostra Chiesa locale, l'apertura ad altre Chiese locali di cui avvicinate qui i membri, e la preoccupazione della loro necessaria unità nella Chiesa universale, in comunione con il Papa? Sono sicuro che voi custodirete con forza questo attaccamento a Roma, al successore di Pietro, e che aiuterete sempre le vostre comunità cristiane a viverlo, affinché la loro crescita si operi nella fedeltà della fede e nell'armonia di tutto il Corpo di Cristo.
7. Cari amici, questa formazione sarà il frutto di sforzi perseveranti che io desidero incoraggiare. Li eseguirete con l'aiuto dei vostri direttori e professori di questa casa, dei vostri consiglieri spirituali. Desidero ringraziarli vivamente del loro lavoro e rendere omaggio alla Congregazione dei Padri per l'animazione di questo Seminario pontificio dalla sua fondazione.
Sulla via del sacerdozio, l'anima del vostro progresso sarà in ultima analisi lo Spirito Santo, colui che stava sopra Gesù in occasione del suo Battesimo e all'inizio della sua missione. Preghiamo questo Spirito Santo per voi.
Voi lo farete anche per me. E questo, sempre in unione con la Santissima Vergine, così disponibile precisamente allo Spirito Santo, Maria Immacolata, alla quale è consacrata la vostra casa, e a cui voi guardate col giusto titolo di "Tutela domus". Ella vi conduce sicuramente a Gesù, al Salvatore, affinché voi diventiate, come preti, i servitori del suo amore. Amen. Data: 1981-01-11
Domenica 11 Gennaio 1981
Titolo: Solidarietà verso tutti le grandi iniziative che tendono a risolvere i problemi dell'umanità
Eccellenze, Signore, Signori,
1. Il degnissimo Decano degli Ambasciatori ha appena espresso i sentimenti che riempiono i vostri cuori, tutti voi membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in questo incontro sempre così solenne e significativo dell'inizio del nuovo anno. Lo ringrazio di gran cuore delle sue nobili espressioni e, con lui, vi ringrazio tutti della vostra presenza per questo scambio di auguri. Saluto con voi le vostre consorti, che vi hanno accompagnato per questo amabile passo, che io apprezzo molto. Voglio salutare anche da lontano tutte le vostre famiglie. Saluto i vostri collaboratori, che formano l'equipe efficace e organizzata di ognuna delle vostre Ambasciate. E saluto soprattutto le popolazioni dei vostri paesi, che voi rappresentate così degnamente nella vostra delicata funzione. Si, essi sono qui, spiritualmente vicini a noi - e mi piace sentirli così -, tutti i popoli del mondo, anche coloro che, malauguratamente, non hanno rappresentanti ufficiali presso l'umile successore di Pietro. Li sento tutti vicini, e rivivo nel pensiero gli incontri che ho avuto la gioia di avere con alcuni tra loro nel corso dei miei viaggi, specialmente nell'anno che è appena terminato. Tutti i popoli dovrebbero trovarsi qui, perché questa è la casa di tutti. La vocazione universale della Chiesa riguarda in effetti ogni popolo. E' dunque a tutti che io indirizzo il mio saluto per un nuovo anno sereno e attivo, ricco di benedizioni del Dio che tutto può.
GPII 1981 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)