
GPII 1981 Insegnamenti - Ai giovani, nella Basilica di san Pietro - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: La funzione positiva della purezza di cuore
1. Prima di concludere il ciclo di considerazioni concernenti le parole pronunziate da Gesù Cristo nel Discorso della Montagna, occorre ricordare queste parole ancora una volta e riprendere sommariamente il filo delle idee, del quale esse costituirono la base. Ecco il tenore delle parole di Gesù: "Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" Sono parole sintetiche, che esigono una approfondita riflessione, analogamente alle parole, in cui Cristo si richiamo al "principio". Ai Farisei, i quali - rifacendosi alla legge di Mosè che ammetteva il cosiddetto atto di ripudio - gli avevano chiesto: "E' lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?", egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li creo maschio e femmina?... Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola... Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi". Anche queste parole hanno richiesto una riflessione approfondita, per trarne tutta la ricchezza in esse racchiusa. Una riflessione di questo genere ci ha consentito di delineare l'autentica teologia del corpo.
2. Seguendo il richiamo fatto da Cristo al "principio", abbiamo dedicato una serie di riflessioni ai relativi testi del Libro della Genesi, che trattano appunto di quel "principio". Dalle analisi fatte è emersa non soltanto una immagine della situazione dell'uomo - maschio e femmina - nello stato di innocenza originaria, ma anche la base teologica della verità dell'uomo e sulla sua particolare vocazione che scaturisce dall'eterno mistero della persona: immagine di Dio, incarnata nel fatto visibile e corporeo della mascolinità o femminilità della persona umana.
Questa verità sta alla base della risposta data da Cristo in rapporto al carattere del matrimonio, e in particolare alla sua indissolubilità. E' verità sull'uomo, verità che affonda le radici nello stato di innocenza originaria, verità che bisogna quindi intendere nel contesto di quella situazione anteriore al peccato, così come abbiamo cercato di fare nel ciclo precedente delle nostre riflessioni.
3. Contemporaneamente, tuttavia, occorre considerare, intendere ed interpretare la medesima verità fondamentale sull'uomo il suo esser maschio e femmina, nel prisma di un'altra situazione: cioè, di quella che si è formata mediante la rottura della prima alleanza col Creatore, ossia mediante il peccato originale. Conviene vedere tale verità sull'uomo - maschio e femmina - nel contesto della sua peccaminosità ereditaria. Ed è proprio qui che c'incontriamo con l'enunciato di Cristo nel Discorso della Montagna. E' ovvio che nella Sacra Scrittura dell'Antica e della Nuova Alleanza vi sono molte narrazioni, frasi e parole che confermano la stessa verità, cioè che l'uomo "storico" porta in sé l'eredità del peccato originale; nondimeno, le parole di Cristo, pronunziate nel Discorso della Montagna, sembrano avere - con tutta la loro concisa enunciazione - un'eloquenza particolarmente densa. Lo dimostrano le analisi fatte in precedenza che hanno svelato gradualmente ciò che si racchiude in quelle parole. Per chiarire le affermazioni concernenti la concupiscenza, occorre cogliere il significato biblico della concupiscenza stessa - della triplice concupiscenza - e principalmente di quella della carne. Allora, poco a poco, si giunge a capire perché Gesù definisce quella concupiscenza (precisamente: il "guardare per desiderare") come "adulterio commesso nel cuore".
Compiendo le relative analisi abbiamo cercato, al tempo stesso, di comprendere quale significato avevano le parole di Cristo per i suoi immediati ascoltatori, educati nella tradizione dell'Antico Testamento, cioè nella tradizione dei testi legislativi, come pure profetici e "sapienziali"; e inoltre, quale significato possono avere le parole di Cristo per l'uomo di ogni altra epoca, e in particolare per l'uomo contemporaneo, considerando i suoi vari condizionamenti culturali.
Siamo persuasi, infatti, che queste parole, nel loro contenuto essenziale, si riferiscono all'uomo di ogni luogo e di ogni tempo. In ciò consiste anche il loro valore sintetico: a ciascuno annunziano la verità che è per lui valida e sostanziale.
4. Qual è questa verità? Indubbiamente, è una verità di carattere etico e quindi, in definitiva, una verità di carattere normativo, così come normativa è la verità contenuta nel comandamento: "Non commettere adulterio". L'interpretazione di questo comandamento, fatto da Cristo, indica il male che bisogna evitare e vincere - appunto il male della concupiscenza della carne - e in pari tempo addita il bene al quale il superamento dei desideri apre la strada. Questo bene è la "purezza di cuore", di cui parla Cristo nello stesso contesto del Discorso della Montagna. Dal punto di vista biblico, la "purezza del cuore" significa la libertà da ogni genere di peccato o di colpa e non soltanto dai peccati che riguardano la "concupiscenza della carne". Tuttavia, qui ci occupiamo in modo particolare di uno degli aspetti di quella "purezza", il quale costituisce il contrario dell'adulterio "commesso nel cuore". Se quella "purezza di cuore", di cui trattiamo, va intesa secondo il pensiero di san Paolo come "vita secondo lo Spirito", allora il contesto paolino ci offre una completa immagine del contenuto racchiuso nelle parole pronunziate da Cristo nel Discorso della Montagna. Esse contengono una verità di natura etica, mettono in guardia contro il male ed indicano il bene morale della condotta umana, anzi, indirizzano gli ascoltatori ad evitare il male della concupiscenza e ad acquisire la purezza di cuore. Queste parole hanno quindi un significato normativo ed insieme indicatore. Indirizzando verso il bene della "purezza di cuore" esse indicano, al tempo stesso, i valori a cui il cuore umano può e deve aspirare.
5. Di qui la domanda: quale verità, valida per ogni uomo, e contenuta nelle parole di Cristo? Dobbiamo rispondere che vi è racchiusa non soltanto una verità etica, ma anche la verità essenziale sull'uomo, la verità antropologica. Perciò, appunto, risaliamo a queste parole nel formulare qui la teologia del corpo, in stretto rapporto e, per così dire, nella prospettiva delle parole precedenti, in cui Cristo si era riferito al "principio". Si può affermare che, con la loro espressiva eloquenza evangelica, alla coscienza dell'uomo della concupiscenza viene in un certo senso richiamato l'uomo della innocenza originaria. Ma le parole di Cristo sono realistiche. Non cercano di far tornare il cuore umano allo stato di innocenza originaria, che l'uomo ha ormai lasciato dietro di sé nel momento in cui ha commesso il peccato originale; invece, esse gli indicano la strada verso una purezza di cuore, che gli è possibile ed accessibile anche nello stato della peccaminosità ereditaria. E' questa, purezza dell'"uomo della concupiscenza", che tuttavia è ispirato dalla parola del Vangelo ed aperto alla "vita secondo lo Spirito" (in conformità alle parole di san Paolo), cioè la purezza dell'uomo della concupiscenza che è avvolto interamente dalla "redenzione del corpo" compiuta da Cristo. Proprio per questo nelle parole del Discorso della Montagna troviamo il richiamo al "cuore", cioè all'uomo interiore. L'uomo interiore deve aprirsi alla vita secondo lo Spirito, affinché la purezza di cuore evangelica venga da lui partecipata: affinché egli ritrovi e realizzi il valore del corpo, liberato mediante la redenzione dai vincoli della concupiscenza.
Il significato normativo delle parole di Cristo è profondamente radicato nel loro significato antropologico, nella dimensione della interiorità umana.
6. Secondo la dottrina evangelica, sviluppata in modo così stupendo nelle Lettere paoline, la purezza non è soltanto l'astenersi dalla impudicizia, ossia la temperanza, ma essa, al tempo stesso, apre anche la strada ad una scoperta sempre più perfetta della dignità del corpo umano; il che è organicamente connesso con la libertà del dono della persona nell'autenticità integrale della sua soggettività personale, maschile o femminile. In tal modo la purezza, nel senso della temperanza, matura nel cuore dell'uomo che la coltiva e tende a scoprire e ad affermare il senso sponsale del corpo nella sua verità integrale. Proprio questa verità deve essere conosciuta interiormente; essa deve, in certo senso, essere "sentita col cuore", affinché i rapporti reciproci dell'uomo e della donna - e perfino il semplice sguardo - riacquistino quel contenuto autenticamente sponsale dei loro significati. Ed è proprio questo contenuto che nel Vangelo viene indicato dalla "purezza di cuore".
7. Se nell'esperienza interiore dell'uomo (cioè dell'uomo della concupiscenza) la "temperanza" si delinea, per così dire, come funzione negativa, l'analisi delle parole di Cristo pronunziate nel Discorso della Montagna e collegate con i testi di san Paolo ci consente di spostare tale significato verso la funzione positiva della purezza di cuore. Nella purezza matura l'uomo gode dei frutti della vittoria riportata sulla concupiscenza, vittoria di cui scrive san Paolo, esortando a "mantenere il proprio corpo con santità e rispetto". Anzi, proprio in una purezza così matura si manifesta in parte l'efficacia del dono dello Spirito Santo, di cui il corpo umano "è tempio". Questo dono è soprattutto quello della pietà (donum pietatis), che restituisce all'esperienza del corpo - specialmente quando si tratta della sfera dei reciproci rapporti dell'uomo e della donna - tutta la sua semplicità, la sua limpidezza e anche la sua gioia interiore. Questo è, come si vede, un clima spirituale, assai diverso dalla "passione e libidine", di cui scrive Paolo (e che d'altronde conosciamo dalle precedenti analisi; basti ricordare il Siracide 6). Una cosa è, infatti, l'appagamento delle passioni, altra la gioia che l'uomo trova nel possedere più pienamente se stesso, potendo in questo modo diventare anche più pienamente un vero dono per un'altra persona.
Le parole pronunziate da Cristo nel Discorso della Montagna dirigono il cuore umano appunto verso una tale gioia. Ad esse occorre affidare se stessi, i propri pensieri e le proprie azioni, per trovare la gioia e per donarla agli altri.
Data: 1981-04-01
Mercoledì 1 Aprile 1981
Titolo: L'incontro della scienza e della fede come epifania della verità
Signori Cardinali, cari Fratelli nell'Episcopato, cari amici,
1. E' una gioia per me incontrare questa mattina, per la prima volta, i partecipanti all'Assemblea plenaria del Segretariato per i non credenti, con il suo nuovo Pro-Presidente e i suoi nuovi membri. Si tratta in effetti di sviluppare l'impulso già dato da Papa Paolo VI con il caro Cardinale Franz König ed il rimpianto Padre Vincenzo Miano.
Il tema che adesso studiate, "Scienza e non credenza", è di un'importanza capitale, e la Santa Sede è desiderosa già da lungo tempo di promuoverne l'approfondimento. Esso si situa bene nella finalità del vostro Segretariato che ha ricevuto come compito sia lo studio dell'ateismo che il dialogo con i non credenti. E' ben chiaro per tutti voi, lo so, che non si tratta di uno studio da perseguire in modo accademico, ma d'un lavoro di riflessione pastorale, che non esclude nè rigore di metodo nè ricerca approfondita.
Certamente, voi non potete dialogare, come gli altri due Segretariati, con delle istituzioni internazionali adeguate; il vostro compito implica piuttosto i rapporti con le Conferenze Episcopali secondo le diverse situazioni socio-culturali.
2. Con riferimento a questo ultimo aspetto, il vostro tema di ricerca è molto ricco, se si considera che la scienza è un fatto di cultura, che comporta conseguenze importanti sulla mentalità, sia che si tratti di scienze della natura che di scienze umane.
Cercare di comprendere la totalità del reale è un'ambizione legittima che onora l'uomo e che il credente condivide. Non c'è dunque opposizione a questo livello, ma piuttosto a quello delle mentalità, quando esse sono dominate da una concezione scientista, secondo la quale il dominio della verità si identificherebbe con ciò che può essere conosciuto e verificato sperimentalmente.
Una tale mentalità positivistica segna nel profondo la cultura moderna derivata dalla filosofia detta "dei lumi". E' dunque una tale filosofia che si oppone in maniera ideologica alla fede, ma non la scienza in se stessa. Al contrario, la ricerca appassionata dei "come" chiede una risposta ai "perché".
Accade la stessa cosa, in un certo senso, per le scienze umane, che conoscono un crescente sforzo ed il cui dominio è allora più difficilmente definibile. Esse non soccombono ad una pretesa scientifica ben più di quanto non diano prova della loro reale scientificità, quando i loro promotori tendono a presentare come modello ideale di questo tipo di conoscenza una concezione che riduce l'uomo - che è il soggetto ad un oggetto di studio, di ricerca e di sperimentazione, con l'esclusione della realtà propriamente spirituale?
3. Lo sviluppo delle scienze, attraverso l'aumento di razionalità che comporta, si richiama in ultima analisi ad una visione della totalità che essa non può fornire: il senso del senso. Perché se è vero che la scienza è la forma privilegiata di conoscenza, non ne consegue per questo che il sapere scientifico sia la sola forma legittima del sapere. In questa prospettiva radicalmente riduttiva, la fede non apparirebbe altro che come una ingenua rappresentazione della realtà, collegata ad una mentalità mitologica. Al contrario, in una prospettiva totalizzante, ciò che importa e ben distinguere gli ordini specifici, e, lungi dall'opporsi ai contenuti, proporre la loro integrazione entro una epifania della verità.
E' certo che la presa in considerazione della totalità del reale è cosa delicata e difficile. Talvolta vi è una riduzione di un ordine all'altro; talvolta al contrario si pensa di poter sprezzare ogni articolazione. Bisogna riconoscere qui una doppia tentazione per i credenti: il razionalismo e il fideismo.
4. Per il resto, più che di un confronto astratto tra non credenza scientifica e fede cristiana, si tratta di un dialogo costruttivo tra gli uomini, dove la dinamica della razionalità non si oppone per nulla alla trascendenza della fede nella sua specificità, ma, in un certo senso, la richiama. E' nell'esperienza della vita che appare necessario superare il vuoto interiore causato dal cedimento dei sensi, quando la totalizzazione delle attività dell'uomo si situa entro un universo chiuso e non è più assunta entro una prospettiva che la supera, entro un sovrarazionale che, lungi dall'essere un non-razionale o un infra-razionale, è il fondamento ed il fine della razionalità.
5. Bisogna segnalare anche un rischio inerente al metodo della ricerca scientifica stessa. Essa ha un suo oggetto e sue proprie esigenze. Ma, nella misura in cui essa impregna tutto il pensiero, tutto il modo di vedere l'esistenza, essa può trascinare nell'ambito della fede la perdita della certezza propria di quest'ultima, nella quale il sapere è anche amore. così, questo spirito di ricerca perpetuo può portare a rimettere in causa i doni essenziali della fede e, senza negarli, a sospendere il giudizio e l'affermazione, sin tanto che non ha chiarito a se stessa tutte le ragioni del credere e tutti gli aspetti del mistero cristiano, come se ci si aspettasse altre scoperte riguardanti il credo stesso.
Certamente bisogna, come diceva l'apostolo Pietro, essere sempre capaci di rendere conto della speranza che è in noi (cfr. 1P 3,15). E si tratta di un reale lavoro scientifico da perseguire assiduamente in teologia, in esegesi, in morale; ma poggiandosi su un dato rivelato all'interno di una adesione globale già data a Gesù Cristo e alla sua Chiesa, che non mette provvisoriamente tra parentesi le affermazioni certe del Magistero. C'è per voi, certamente, una evidenza; ma gli spiriti imbevuti di ricerca scientifica possono trovarvi un disagio o un ostacolo, senza comprendere lo specifico e la trascendenza della fede, e rischiano di rimanere sulla soglia di quest'ultima.
6. E' importante illuminare questa difficoltà come quelle più radicali che ho segnalato prima, ed aiutare le nostre generazioni a superarle.
Come ho detto l'11 ottobre scorso, a proposito del tema che voi studiate, "una catechesi insufficientemente informata della problematica delle scienze esatte come delle scienze umane, nella loro diversità, può creare ostacoli in una intelligenza, invece di aprire il cammino dell'affermazione di Dio". E' il caso di quando si verifica un vero sfasamento tra l'immagine attuale del mondo costruito dalle scienze - anche soprattutto a causa della divulgazione delle scienze al grande pubblico - e le espressioni tradizionali della fede, ripetute talvolta senza preoccuparsi della mentalità corrente.
7. Per concludere, come dimenticare che gli studiosi stessi riconoscono che l'oggettività e la razionalità, per quanto importanti esse siano, non appagano il bisogno che ha l'uomo di capire il suo destino? Ma ciò non è sufficiente a condurre al riconoscimento di un Dio personale e trascendente. E certi si volgono verso una sorta di panteismo a colorazione mistica. Ripudiano lo scientismo, quella scienza smarrita al di là delle sue frontiere, respingono altrettanto le Chiese istituite, in ragione di una rivendicazione di autonomia umana e di critiche di ordine socio-politico, congiunte con il relativismo che generano la scoperta di diverse religioni e la moltiplicazione delle sette.
L'incontro della scienza e della fede pone problemi che il credente può risolvere ragionevolmente. Ma il mistero della fede non può vivere che in maniera esistenziale. E l'incontro multiforme dell'ateismo, della non credenza, dell'indifferenza richiedono l'esistenza di credenti con convinzioni ben radicate e che vivano una esperienza cristiana, che cioè possiedano una solida formazione, che non sia separata dalla preghiera e dalla testimonianza evangelica. La fede è un dono di Dio, una grazia, ed ancora una volta, essa suppone l'amore.
8. Le università cattoliche, i filosofi e i teologi, i pensatori e gli scrittori, da parte loro, hanno un ruolo considerevole da ricoprire: presentare una antropologia vera e credibile, attraverso le diverse culture, terreno fondamentale di incontro. Come ho detto all'Unesco il 2 giugno scorso: "L'uomo vive una vita veramente umana grazie alla cultura" (Giovanni Paolo II "Insegnamenti di Giovanni Paolo II" III, 1 (1980) 1639). Si tratta di mostrare come l'uomo - e al giorno d'oggi l'uomo determinato dalle scienze e dallo spirito scientifico - divenga pienamente uomo aprendosi alla pienezza del Verbo Incarnato: "Ecco l'uomo".
Bisogna affermare l'importanza per la Chiesa di una pastorale della intelligenza. E il Segretariato per i non credenti vi deve giocare un ruolo importante d'incitamento, d'approfondimento, di suggestioni, di proposizione, in seno alla Curia romana ed al servizio delle Chiese locali impegnate nella sfida dell'ateismo e nel dramma della non credenza, in collegamento certamente con le competenze universitarie. Ciò potrà anche aiutare numerosi credenti a testimoniare i valori che costituiscono la loro ragione di vivere, a trovare le parole per condividerle, e a non temere di affermarsi come testimoni di Cristo nel nome stesso della ricerca ostinata della Verità che, attraverso secoli di ricerca scientifica, costituisce la grandezza dell'umanità.
Queste riflessioni non esauriscono evidentemente questo vasto argomento.
Ci ritorneremo. Desidero che troviate oggi un incoraggiamento a perseverare nel vostro lavoro. Continuate a tracciare un cammino verso il Vangelo, a gettare ponti. Che lo Spirito Santo vi illumini e vi fortifichi! Con la mia affettuosa benedizione apostolica.
Data: 1981-04-02
Giovedì 2 Aprile 1981
Titolo: Testimonianza del credente nel servizio della vita pubblica
Illustri signori,
1. Sono lietissimo di porgere il mio cordiale benvenuto a voi, responsabili dei Partiti e Movimenti d'ispirazione cristiana di Europa e di altri Continenti, che siete convenuti a Roma per commemorare la figura di un grande statista, quale fu Alcide De Gasperi, nel centenario della sua nascita. E' una commemorazione la vostra, tanto opportuna ed importante, perché riguarda un cattolico di grande statura spirituale e di insigne prestigio politico che ha lasciato una nobile testimonianza nella storia d'Italia e d'Europa dell'ultimo dopoguerra, in virtù di un'illuminata coscienza cristiana.
Non è mio proposito illustrare la formazione e l'ambiente culturale, come pure l'impegno politico di Alcide De Gasperi, la cui personalità è oggetto, del resto, di un'indagine sempre più intensa di studio e di interpretazione da parte di esperti, e di persone a lui legate da vincoli familiari o ideali.
Vorrei qui rendere omaggio soprattutto alla fisionomia spirituale dell'uomo e dello statista che in virtù della sua fede coerente ha assolto una missione che è additata ad esempio. In lui la fede fu centro ispiratore, forza coesiva, criterio di valori, ragione di scelta, come egli stesso si esprimeva ancora ventenne con l'entusiasmo della giovinezza: "Il cattolicesimo è qualcosa di più integrale, non estraneo a niente di bene, avverso a qualunque male, una regola fissa che deve seguire l'uomo dalla culla alla bara, l'anima e il midollo di tutte le cose". E' sorprendente che un giovanissimo avesse già una visione così chiara e vibrante del messaggio cristiano.
La sua fu una fede scaturita in famiglia e maturata in un ambiente, quello ecclesiastico del Trentino del secolo scorso, saturo di convinzioni e di dinamismo cristiano; nutrita di cultura, non senza slanci di finezza ascetica e mistica; testimoniata in pubblico e in privato senza esitazioni, guadagnando stima e rispetto anche di molti non credenti.
2. Giovane uomo politico, fu mosso nella sua azione dall'ideale sociale cristiano, studiato nelle intuizioni dei primi pionieri europei e nell'enciclica di Leone XIII "Rerum Novarum", che novanta anni fa espresse in modo organico il primo alto insegnamento del Magistero sulla questione sociale.
Dopo la prima guerra mondiale fu a fianco di Don Luigi Sturzo in Italia, combattendo per le libertà essenziali della persona, delle coscienze, della famiglia, della scuola, degli enti e corpi intermedi, delle associazioni e dei sindacati e, al prevalere del regime autoritario, soffri persecuzione e carcere.
Accolto da Pio XI a lavorare nella Biblioteca Vaticana, ebbe modo di intrecciare amicizie con illustri personalità della cultura ed approfondire, nel silenzio umile di quegli anni, gli studi di sociologia cristiana, affinandone le possibilità di applicazione. Alla fine della seconda guerra mondiale, divenuto Capo del Governo della risorta democrazia, guido l'Italia nella fase faticosa della ricostruzione e della rinascita.
L'esperienza originaria in una regione con pluralismo etnico e culturale, e la meditazione storica sulle tragedie arrecate da due tremende guerre mondiali, ambedue scatenate da esasperato nazionalismo, accesero in De Gasperi una passione viva per l'ideale dell'unificazione europea, a fianco di insigni statisti, come Robert Schuman e Konrad Adenauer. Con loro, egli intese tale traguardo ideale come riconciliazione di popoli che si erano tanto combattuti, e soprattutto come collaborazione che, salvaguardando le identità storiche e culturali dei singoli Paesi, conferisse all'Europa stessa il senso di una missione spirituale e storica, aperta all'amicizia con tutti gli altri popoli.
3. E' nella complessità di questa vastissima azione che rifulge maggiormente la sua fede cristiana, la quale ispiro costantemente l'impegno politico, lo sostenne e lo giustifico, come egli stesso confidava: "Se non sentissi di adempiere ad un dovere cristiano e di meritarmi l'aiuto di Dio, non starei a questo posto un giorno di più".
Nel corso della sua vita il rapporto con Dio fu continuo e profondo.
Rinchiuso in carcere, volle la Bibbia come primo libro e la citava nei suoi scritti, traendone forza e coraggio. Suscita commozione ciò che scrisse dopo la condanna a quattro anni di prigione: "Dio ha un disegno imperscrutabile di fronte al quale mi inchino adorando... mi sforzo di uguagliare la mia volontà a quella di Dio".
La sua vita interiore lo teneva in contatto col Signore, come ne fanno prova le lettere alla figlia religiosa e i vari pensieri che vergava talvolta frettolosamente. In uno di essi si legge: "Perdonami, Signore, ma porto con me nelle mie occupazioni la Tua preghiera; penetra tutta la mia attività, prega tu nel mio lavoro e in tutta la donazione di me stesso".
Anche la sua fiducia e il suo ottimismo, in mezzo al turbinio delle umane vicende, sono radicati nella fede, come appare da queste affermazioni: "Non abbiamo il diritto di disperare dell'uomo, né come individuo, né come collettività, non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio lavora non solo nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli". così pure, il suo profondo senso della giustizia sociale promana dalla stessa fonte: "Che valore avrebbe il senso sostanziale della civiltà che è l'applicazione nella realtà sociale del principio evangelico, se non riuscissimo a rendere giustizia al povero, se noi cattolici non applicassimo lo spirito del Vangelo?".
4. De Gasperi intese l'autorità come un servizio per il bene comune e l'accetto come croce e sofferenza, e non come traguardo e strumento di personale interesse.
Avvertiva fino allo spasimo la limitatezza dei piani e delle risorse per giungere in aiuto a tutti i cittadini, per realizzare un'autentica giustizia sociale, per salvaguardare la democrazia e la libertà, senza decadere nell'arbitrio e nel relativismo morale. Uomo di pace e di concordia, provo lacerante il tormento della responsabilità nella gigantesca e misteriosa lotta tra il bene e il male, e sentiva perciò il bisogno della preghiera, come nutrimento spirituale essenziale, indispensabile, ed affermava che per sperare efficacemente è necessario "marciare verso la luce e mettere la propria mano in quella di Dio".
Giustamente perciò Robert Schuman disse di lui: "La vita religiosa, la democrazia, l'Italia, l'Europa erano per Lui dei postulati di una fede profonda e indefettibile. Egli aveva l'anima di un apostolo; De Gasperi è stato per tutta la vita, un esempio della fedeltà che sopravvive alle prove più dure. Restiamo fedeli alla sua memoria e al suo grande esempio".
5. Illustri signori, il riverente omaggio verso un uomo politico ed uno statista, come Alcide De Gasperi, ci mette di fronte al problema, talvolta tormentoso, della testimonianza del credente nel servizio della vita pubblica.
Uno Stato, ed in particolare uno Stato democratico, che si fonda sul libero consenso dei cittadini, potrà svolgere la sua essenziale funzione in ordine all'attuazione del bene comune, solo se a sostegno delle sue istituzioni e leggi, vi sarà nei cittadini, ed in coloro che legittimamente li rappresentano, una forte tensione morale ed il deciso intendimento di difendere e di promuovere i più alti valori etici. In altre parole, una politica si misura certo sul programma sociale che sa esprimere e sull'efficacia e tempestività con cui sa tradurlo in atto; per una sua valutazione globale, tuttavia, resta decisivo conoscere quale pensiero sull'uomo la ispira, quale posto vi si assegna al rispetto dei suoi diritti e della sua dignità, alla sua responsabilità ed alle sue esigenze spirituali.
Per attingere un alto livello di efficienza, la vostra azione dovrà scaturire da una provata capacità di offrire soluzioni aderenti alle urgenze dei tempi in continua e talvolta tumultuosa evoluzione; ma essa, al tempo stesso, non potrà non ispirarsi ad un'adesione senza reticenze ai valori essenziali del messaggio cristiano, quali la trascendente dignità della persona e quindi la difesa della vita fin dal suo primo apparire, la realizzazione della giustizia sociale, e la conseguente difesa dei più umili.
Non sfugge ad alcuno la difficoltà in cui viene a trovarsi il cristiano, impegnato nell'attività politica, nell'affrontare il compito - per usare le parole del Concilio - di "inscrivere la legge divina nella vita della città terrena" (GS 43). Tuttavia, anche in considerazione del fatto che: "il cristianesimo - come affermava De Gasperi - ha lasciato ormai nella storia tali impronte ch'esso agisce come elemento ambientale e vitale anche per chi non lo professa", l'uomo di fede non sarà mai rinunciatario di fronte al suo impegno di tradurre in atto le proprie motivazioni ideali, ciò in cui crede, i valori che difende. E' necessario allora fare appello costante ad una forte ed illuminata spiritualità; ad una capacità creativa di proposte attuali ed incisive, alimentata da visioni scevre da egoismi e personali interessi; ad una forza di persuasione ed attrazione, tanto più efficace quanto più è testimoniata da integrità e spirito di servizio.
In questa prospettiva, la figura di Alcide De Gasperi si profila chiaramente come un'interpellanza ed un monito. Rimane vero, infatti, particolarmente nel campo della vita pubblica, che nessuna idea potrà apparire convincente se non è avvalorata dalla coerenza di vita di colui che la professa.
Incoraggiandovi a lavorare senza sosta secondo tali ideali, imploro su di voi e sui vostri cari, ed in modo particolare sulla diletta consorte e sulla famiglia di Alcide De Gasperi, i doni della divina assistenza, ed accompagno questo ardente voto con la mia benedizione apostolica.
Data: 1981-04-02
Giovedì 2 Aprile 1981
Titolo: Impegno delle comunicazioni sociali per una società più giusta, libera e unita
Signor Presidente, signore e signori,
1. Desidero innanzitutto porgervi il più cordiale benvenuto in questa sede, a voi che avete incominciato proprio in questi giorni, nel cuore stesso della Città del Vaticano, i lavori della trentaquattresima sessione ordinaria della Commissione dei Programmi radio dell'Unione Europea di Radiodiffusione. Voi siete gli apprezzati ospiti di un minuscolo Stato, la Città del Vaticano, minima espressione territoriale di una sovranità il cui scopo principale è d'assicurare la piena autonomia nell'esercizio di un'autorità spirituale, la Santa Sede, centro e cuore d'una pacifica comunità di credenti che non conoscono frontiere ma che sono tutti riuniti da un'unica fede. La Sede Apostolica si pone al di là di ogni diversità ideologica, ma nello stesso tempo la nutre, da sempre, un profondo rispetto per la grande varietà di culture entro le quali s'incarna il messaggio evangelico presso i diversi popoli, ed è aperta a tutte le forme di collaborazione fruttuosa con i cristiani di altre confessioni, con i credenti di altre grandi religioni e con tutti gli uomini di buona volontà.
Non posso non rilevare senza soddisfazione una certa corrispondenza, su un differente piano è vero, con i compiti dell'Unione che rappresentate qui così degnamente. Questa, in effetti, è una organizzazione internazionale non governativa, aperta a tutti gli organismi di radiodiffusione a servizio pubblico dell'Europa intiera e del bacino del Mediterraneo, comprendente numerosi membri associati d'altre zone geografiche e avente legami stretti con le Unioni regionali create in seguito in altre parti del mondo. La vostra associazione si propone di assicurare ai suoi membri, rispettando in tutto la loro autonomia, la rete più vasta possibile di servizi nel campo della tecnologia più avanzata, delle informazioni di tutti i generi e degli scambi di programmi. Voi favorite così lo sviluppo degli organismi nazionali di radiodiffusione che trovano, in questo ambito di collaborazione internazionale, un aiuto efficace per il loro arduo compito: quello di rispondere alle esigenze ed alle sfide sempre nuove imposte alla radiodiffusione dai rapidi sviluppi che si realizzano continuamente nella nostra epoca.
GPII 1981 Insegnamenti - Ai giovani, nella Basilica di san Pietro - Città del Vaticano (Roma)