
GPII 1981 Insegnamenti - Durante la Messa nella cappella Matilde - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Il Papa conferisce la cresima a un gruppo di giovani handicappati
Sono oggi particolarmente lieto di amministrare a voi, cari ragazzi di Cologno Monzese, il sacramento della Cresima. Sono contento perché, con questo sacramento, voi ricevete come ben sapete, un dono meraviglioso: lo Spirito Santo, la terza Persona della Santissima Trinità. Egli discenderà in voi e dimorerà in voi come nel tempio più bello e più prezioso.
Con il Battesimo voi siete già divenuti cristiani, figli di Dio, fratelli di Gesù e membri di quella comunità dei discepoli di Gesù che è la Chiesa. Ma questo dono dev'essere ora arricchito e portato a compimento. E tale nuova grazia è appunto il sacramento della Cresima. Oggi lo Spirito Santo porta a perfezione quello che ha iniziato in voi il giorno del Battesimo. Con il sacramento della Cresima voi sarete perciò ancor più perfettamente uniti a Gesù e diventerete membri adulti e responsabili nella Chiesa. Se finora eravate come bambini che solo ricevevano, ora sarete ragazzi e adulti che devono anche imparare a fare, a crescere e compiere qualcosa di bello e di grande per il Signore e per i fratelli.
Ma voi direte: cosa possiamo fare noi che siamo deboli? Ascoltate quello che ci ha detto san Paolo: "Lo Spirito Santo stesso viene in aiuto alla nostra debolezza... intercede per noi con gemiti inesprimibili" (cfr. Rm 8,26-28). Lo Spirito Santo vi comunica forza ed energia.
Tra i sette doni che vi porta ce n'è uno che si chiama fortezza. Vi ricordate quello che avvenne il giorno della Pentecoste? Lo Spirito Santo investi con la sua forza, come un vento impetuoso il Cenacolo, dove stavano riuniti gli apostoli. E quegli uomini ricevettero una fortezza straordinaria e senza più alcuna paura cominciarono a predicare e a testimoniare che Gesù era il Salvatore del mondo. E san Paolo, che aveva anche lui sperimentato la forza dello Spirito Santo, diceva: "Mi vantero ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo" (2Co 12,9). Noi pregheremo dunque perché lo Spirito Santo vi conceda la forza della fede per credere sempre nel Signore che ci salva: la forza della speranza per confidare sempre pienamente nel suo aiuto e nella sua bontà per noi; la forza dell'amore per amare sempre più e con tutto il cuore il Signore e, in Lui e per Lui, i fratelli; la forza della pazienza per saper accettare la nostra condizione con coraggio e offrendo le nostre sofferenze per il bene delle anime; la forza del buon esempio, per saper testimoniare agli altri la bontà e la speranza.
Oltre a questo dono della fortezza, lo Spirito Santo vi porterà il dono della sapienza, che è come una luce interiore dell'anima che vi farà vedere e gustare la bellezza del Signore, la sua verità ed il suo amore. Avete ascoltato quello che ha detto Gesù nel Vangelo di oggi: "Ti benedico, o Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli" (cfr. Mt 12,25).
Voi siete piccoli, ma lo Spirito Santo vi potrà insegnare tante cose importanti. Egli vi farà comprendere chi è Dio, vi farà capire e amare il Vangelo, allontanerà da voi le ombre della menzogna e le tenebre dell'errore e del peccato, vi darà occhi puri per vedere tutto quello che vi è di bello e di buono nel mondo spirituale; occhi lucenti per vedere dappertutto la presenza e la provvidenza di Dio Padre accanto a noi, occhi illuminati dalla gioia per insegnare anche agli altri il cammino della verità e dell'amore fraterno.
Quando lo Spirito Santo discese sugli apostoli il giorno della Pentecoste, nel Cenacolo vi era anche Maria, la Madre di Gesù e la nostra Madre spirituale. Maria è presente anche oggi spiritualmente accanto a ciascuno di voi come una madre. Che Maria ci aiuti ad aprire il nostro cuore e la nostra mente per ricevere e custodire sempre questo dono meraviglioso dello Spirito Santo.
Data: 1981-04-11
Sabato 11 Aprile 1981
Titolo: Il riflesso della sapienza divina nella formazione integrale dell'uomo
Carissimi fratelli e sorelle!
1. Mentre vivamente ringrazio Don Angelo Comini per le nobili e devote parole indirizzatemi a nome di voi tutti, vi esprimo la mia grande gioia nel potermi oggi incontrare con voi, studenti dei tre Collegi Universitari di Pavia. A voi ed al Rettore Magnifico di quella celebre Università, che vi accompagna, rivolgo il mio cordialissimo saluto.
Voi mi fate conoscere in modo diretto che cosa sono l'Almo Collegio Borromeo, il Collegio Ghisleri, il Collegio Femminile santa Caterina da Siena, che formano un cospicuo vanto della Città di Pavia, perché fanno parte costitutiva della sua plurisecolare tradizione culturale. Quei Collegi hanno certo un altro titolo di nobiltà derivante sia dai fondatori, che sono stati san Carlo e tre grandi Papi, sia dai nomi illustri di uomini eccelsi nelle Lettere e nelle Scienze, che ne sono stati ospiti. Ma quei Collegi ricevono oggi la loro vita ed il loro prestigio da voi, che, insieme ai vostri responsabili, li costituite direi fisicamente. Perciò, non voglio soltanto lodare il passato, tanto più che il Collegio santa Caterina da Siena è tuttora molto giovane, non avendo ancora raggiunto il decennio di esistenza. Voglio invece darvi atto della vostra serietà negli studi ed incoraggiarvi a proseguire con impegno ed entusiasmo nella vostra scelta di vita.
2. Scorrendo l'Annuario 1980 dell'Almo Collegio Borromeo, mi ha colpito una citazione del noto artista e letterato del Cinquecento Giorgio Vasari, il quale, a proposito dell'architetto del medesimo Collegio, scriveva che "ha dato principio a Pavia... a un palazzo per la Sapienza" (ib. p. 10). Mi pare questa una definizione bellissima. E gli studenti del "Borromeo" non se l'avranno a male, se mi permetto di applicarla anche agli altri due Collegi, di cui il Ghisleri e posteriore a quello di appena sei anni, e comunque sono entrambi, al pari del primo, degni di ogni stima ed elogio.
"Un palazzo per la Sapienza": tale è il Collegio, in cui voi rispettivamente trascorrete i vostri giovani anni di frequenza universitaria. E queste parole significano, mi pare, due cose complementari.
Innanzitutto, voi attendete in essi alla vostra preparazione professionale, mediante un assiduo esercizio dell'intelletto, che è nello stesso tempo la vostra disciplina ed il vostro gaudio. E certo siete consapevoli che, ciò facendo, non si tratta soltanto di accumulare erudizione, secondo un puro accostamento quantitativo di dati. L'uomo non è un computer, strumento perfezionato fin che si vuole, ma sempre macchina, cioè privo di anima e di capacità dialogica. Egli piuttosto deve tendere alla "sapienza" cioè ad una formazione umana integrale, che si fondi ed in parte si identifichi con una compiuta sintesi di nozioni intellettuali e di prospettive morali di apprendimento e di visione del mondo, di intelligenza e di vita. La società contemporanea ha certo bisogno di professionisti, ma ancor più di esempi viventi di una felice composizione tra scienza e maturità personale: di uomini, cioè, che sappiano andare incontro al prossimo non solo sulla base di un freddo mestiere ben appreso e ben svolto, ma soprattutto ponendosi in una dimensione veramente umana, di mutua partecipazione, anzi di fraternità.
Vi invito, pertanto, a indirizzare i vostri studi verso un insieme armonioso, che sia insieme il costitutivo e il suggello più vero della vostra personalità. Solo in quest'orizzonte, anche la vostra quotidiana dedizione allo studio acquisterà un colore ed un gusto nuovi, e direi anche una facilità insospettata, perché non lo vedrete più come fine a se stesso, ma come un cammino ed una componente di un progetto più vasto, che è la riuscita globale di voi stessi come immagine di Dio.
3. E qui s'iscrive il secondo aspetto della citata definizione. Il Vasari scrive il termine "Sapienza" con l'iniziale maiuscola. Il vostro Collegio è certamente un palazzo per la sapienza. Ma non ci può essere una sapienza completa, saporosa e davvero feconda, se essa non è in qualche modo il riflesso della Sapienza divina.
L'antico profeta d'Israele vede in essa il primo frutto, anzi la prima qualifica dello Spirito del Signore (cfr. Is 11,2), e l'Autore del libro biblico intitolato appunto alla Sapienza, quasi in un'estatica e amorosa contemplazione che ne moltiplica gli attributi, la loda come "emanazione della potenza di Dio", "effluvio genuino della gloria dell'Onnipotente", "riflesso della luce perenne", "specchio senza macchia dell'attività di Dio", "immagine della sua bontà" (Sg 7,25-26).
Ma ciò che per Israele era un semplice aspetto della divinità, per noi cristiani è ormai umana incarnazione in Gesù di Nazaret; crocifisso e risorto, diventato per noi, come si esprime l'apostolo Paolo "potenza di Dio e sapienza di Dio" (1Co 1,24 1Co 30).
Carissimi giovani, è a Cristo che vi esorto: a farlo Signore, cioè punto di riferimento e misura della vostra vita. La lettera ai Colossesi giunge a dire che in Lui "sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3). E certamente, collocandosi nella sua ottica, si vedono le cose, gli uomini e la storia stessa in un altro modo: in maggior profondità e con maggior autenticità. Solo allora, infatti, si realizza appieno il detto biblico: "La sapienza dell'uomo ne rischiara il volto" (Qo 8,1), perché ciò è possibile accettando l'invito del salmista: "Guardate a lui e sarete raggianti" (Ps 34,6).
4. Fratelli e figli dilettissimi, vivete con gioia ed insieme con serietà questi vostri anni. Da voi, come da tutti i giovani, il mondo e la Chiesa di domani si aspettano molto. In particolare da voi, che spendete nello studio e nella ricerca intellettuale le vostre migliori energie, si ha il diritto di aspettarsi una maggior presa di coscienza di ciò che è e di ciò che merita l'uomo: di aspettarsi una più convinta responsabilità.
Amate il vostro Collegio e la vostra Università, poiché sono il grembo in cui vi formate, da cui partirete per i vostri molteplici servizi alla società, e di cui porterete sempre con voi il segno. Ed io vi faccio gli auguri più sentiti per una vera maturità accademica, che si accompagni inscindibilmente con quella umana e cristiana. Sia sempre con voi la mia benedizione apostolica, che sono lieto di impartire a voi tutti, ai vostri amici ed a quanti vi sono cari, come pegno di abbondanti grazie celesti, oltre che del mio affetto.
Data: 1981-04-11
Sabato 11 Aprile 1981
Titolo: Strumento d'unione dell'assemblea liturgica
Egregio Signor Presidente, stimati ed onorati signori, Con particolare gioia ricevo nella odierna cerimonia l'organo mobile che il Signor Cancelliere federale di Germania Helmut Schmidt aveva annunciato in occasione della sua visita in Vaticano il 9 luglio 1979, come dono del Governo federale di Germania alla Santa Sede. Con questa consacrazione liturgica lo assegno ufficialmente al suo compito, che - come si dice nell'atto di donazione - consisterà soprattutto nell'accompagnare con il suo suono le funzioni religiose in Piazza san Pietro.
L'incontro odierno è per me occasione propizia per rinnovare ancora una volta il mio sincero ringraziamento, che ho già avuto modo di dimostrare, al Signor Cancelliere federale ed al Governo della Repubblica federale di Germania e per pregare cortesemente Lei, Signor Presidente, di portarlo personalmente al suo ritorno nella capitale tedesca insieme ad una parola di riconoscimento e di stima.
Ringrazio inoltre tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione di questa gradita iniziativa e hanno preso parte alla preparazione di questa imponente cerimonia di inaugurazione. In loro rappresentanza mi limito a nominare il Presidente della Consociatio Internationalis Musicae Sacrae, il Signor Prelato Prof. Dr. Johannes Overath, al quale si deve inoltre il progetto organizzativo e la sua realizzazione, così come l'artigiano costruttore di organi, il Signor Dr. Werner Walcker Mayer, dal cui laboratorio ricco di tradizione è già stato prodotto un gran numero di organi altamente qualificati. A loro ed a tutti i presenti, soprattutto al Signor Presidente in rappresentanza del Signor Cancelliere federale, vanno il mio cordiale benvenuto e l'espressione del mio particolare ringraziamento.
Nei suoi elementi costitutivi l'organo tubolare appartiene non solo ai più antichi strumenti musicali dell'uomo, ma fra di essi ha acquisito nel corso della storia un particolare posto d'onore. Già nei primi secoli della cristianità esso venne introdotto in Europa attraverso Bisanzio e la corte francone e divenne ben presto lo strumento musicale tradizionale e preferito nella Chiesa latina.
Proprio in terra tedesca la musica d'organo - anche grazie al crescente perfezionamento della tecnica organistica - ha prodotto capolavori di arte e di contenuto religioso altissimi. E' sufficiente menzionare a questo proposito solo il nome di Johann Sebastian Bach. Ed ancora oggi il suono dell'organo gode nel vostro paese di una speciale popolarità, nella cui abilità si distinguono, come tutti sanno, anche alte personalità della vita pubblica.
Solo in epoca più recente la Chiesa ha invitato solennemente con l'autorità del Concilio Vaticano II a tenere "in grande onore" nella Chiesa latina l'organo tubolare come strumento musicale tradizionale; perché, come si dice letteralmente nella Costituzione liturgica, "il suo suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti" (SC 120). E' ben più di un caso fortuito che sia proprio un organo opera dell'artigianato tedesco che d'ora in poi - nello spirito del Concilio - abbellirà le funzioni religiose festive in Piazza san Pietro a più grande lode di Dio e ad edificazione degli uomini. Possa quest'organo elevare con il suo meraviglioso suono i cuori dei fedeli a Dio rendendoli capaci, grazie alla partecipazione all'Eucaristia, di servire Dio con le loro vite nella gioia del cuore. La musica stessa diventa linguaggio, in cui la parola tace (cfr. Sant'Agostino, "Enarrationes in Psalmos", 32). Essa esprime l'ineffabile, l'indicibile. Proprio la musica d'organo, priva com'è di parole, può chiarire ed interpretare in modo straordinario i misteri liturgici e favorire "la preghiera in spirito e verità" (Jn 4,23). Il suo linguaggio comprensibile a tutti gli uomini oltre ogni frontiera diventi messaggero d'amore e di pace! Con lieta riconoscenza per la cerimonia e l'incontro odierno, imploro su tutti i presenti così come su coloro che hanno partecipato in modo particolare alla realizzazione di questo dono, la grazia della pace cristiana e imparto di cuore la benedizione apostolica.
Data: 1981-04-11
Sabato 11 Aprile 1981
Titolo: L'ingresso a Gerusalemme è la profezia che si avvera
1. Perché Gesù ha voluto entrare in Gerusalemme su un asinello? Perché la Domenica delle Palme sta all'inizio della Settimana Santa, che è la Settimana della Passione del Signore? La risposta che dà a questa domanda il Vangelo di san Matteo è semplice: "Perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta" (Mt 21,4). In realtà, il profeta Zaccaria si esprime con queste parole: "Esulta grandemente figlia di Sion, giubila figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina" (Za 9,9).
Viene proprio così: mite ed umile, non tanto come sovrano o regnante, quanto piuttosto come l'Unto, che l'Eterno ha iscritto nei cuori e nelle aspettative del popolo di Israele.
E non al sovrano, non al re si riferiscono prima di tutto queste parole, che la folla pronuncia riguardo a Lui: "Osanna al figlio di Davide! / Benedetto colui che viene nel nome del Signore! / Osanna nel più alto dei cieli!" (Mt 21,9).
Una volta, quando dopo la miracolosa moltiplicazione dei pani, i testimoni dell'avvenimento vollero prenderLo per farlo re (cfr. Jn 6,15), Gesù si nascose a loro.
Ma ora permette loro di gridare: "Osanna al figlio di Davide" e Davide fu infatti re. Non vi sono tuttavia, in questo grido, associazioni di idee con un potere temporale, con un regno terreno.
Piuttosto, si vede che quella folla è già matura all'accoglienza dell'Unto, cioè del Messia, di Colui "che viene nel nome del Signore".
2. L'ingresso a Gerusalemme è una testimonianza dell'eredità profetica nel cuore di quel popolo che acclama Cristo. E' nello stesso tempo una verifica e una conferma che il Vangelo, da Lui annunciato per tutto questo tempo a partire dal battesimo al Giordano, porta i suoi frutti. Infatti, il Messia doveva rivelarsi appunto come un tale re: mite, che cavalca un asino, un puledro figlio d'asina; un re che dirà di se stesso: "Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce" (Jn 18,37).
Questo re, che entra a Gerusalemme su un asino, è proprio un tale re. E gli uomini che lo seguono, sembrano vicino a un tale Regno: al Regno che non è di questo mondo. Infatti gridano: "Osanna nel più alto dei cieli". Sembra che siano proprio coloro che hanno ascoltato la sua voce e che "sono dalla verità".
Oggi, nella Domenica delle Palme, siamo venuti anche noi per rivivere, in modo liturgico, quell'avvenimento profetico. Ripetiamo le stesse parole che allora - all'entrata in Gerusalemme - ha pronunciato la folla. Teniamo nelle mani le palme. Saremmo disposti a stendere i nostri mantelli sulla strada, per la quale viene alla nostra comunità Gesù di Nazaret - così come allora è entrato in Gerusalemme.
Gesù di Nazaret accetta questa nostra liturgia, così come ha accettato spontaneamente il comportamento della folla gerosolimitana, perché vuole che si manifesti in questo modo la verità messianica sul Regno, che non indica dominazione sui popoli, ma rivela la regalità dell'uomo: quella dignità vera, che fin dall'inizio gli ha dato Dio Creatore e Padre, e che gli restituisce Cristo Figlio di Dio nella potenza dello Spirito di Verità.
3. Tuttavia, il giorno odierno è soltanto un'introduzione. Costituisce appena il preludio degli avvenimenti, che la Chiesa desidera vivere in modo particolare ed eccezionale nel corso di questa Settimana Santa.
E questo preludio è esteriormente dissimile da ciò che porteranno con sé i giorni successivi della settimana, specialmente gli ultimi.
La liturgia ci parla anche di ciò, anzi parla soprattutto di questo. E' la Liturgia di Passione: è la Domenica della Passione del Signore.
E perciò il Salmo responsoriale, al posto delle voci di benedizione, piene di entusiasmo, e delle grida di "Osanna", ci fa ascoltare già oggi le voci di scherno, che inizieranno nella notte di Giovedì Santo e raggiungeranno il culmine sul Calvario: "Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: Si e affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se e suo amico" (Ps 21,8-9).
Nelle ultime parole lo scherno va più in profondità. Assume la forma più dolorosa, e insieme più provocante.
E in seguito quel penetrante Salmo 21 descrive (dalla prospettiva dei secoli) gli avvenimenti della Passione del Signore, così come li si guardasse da vicino: "Hanno forato le mie mani e i miei piedi, / posso contare tutte le mie ossa. / Essi... si dividono le mie vesti, / sul mio vestito gettano la sorte" (Ps 21,17-19).
E il grande "evangelista dell'Antico Testamento", il profeta Isaia, completa il resto: "Ho presentato il dorso ai flagellatori, / la guancia a coloro che mi strappavano la barba; / non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi" (Is 50,6).
E come se dal Golgota rispondesse allo scherno più doloroso, aggiunge: "Il Signore Dio mi assiste, / per questo non resto confuso, / per questo rendo la mia faccia dura come pietra, / sapendo di non restare deluso" (Is 50,7).
4. così, da quella prova di ubbidienza fino alla morte, Cristo esce vittorioso nello spirito, mediante la sua assoluta dedizione al Padre, mediante il suo radicale affidamento alla volontà del Padre, che è la volontà di vita e di salvezza.
E perciò la descrizione completa degli avvenimenti di questa Settimana, alla quale ci introduce l'odierna Domenica, si riassume nelle parole di san Paolo: Cristo Gesù "umilio se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome"; e aggiunge: "Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre" (Ph 2,8-11).
Perciò anche noi oggi portiamo nella processione le palme e cantiamo: "Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore..." (Mt 21,9).
Cristo ha permesso che alla soglia degli avvenimenti della sua Passione, proprio oggi, Domenica delle Palme, si delineasse davanti agli occhi del Popolo dell'elezione Divina quel Regno della definitiva aspettativa dei cuori umani e delle coscienze.
L'ha fatto nel preciso momento in cui tutto era già pronto perché Egli stesso, mediante la propria umiliazione e l'obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, aprisse il Regno di Dio mediante la sua esaltazione ad opera del Padre; quel Regno, al quale sono chiamati tutti coloro che confessano il suo Nome.
Data: 1981-04-12
Domenica 12 Aprile 1981
Titolo: Il Cristo sofferente e trafitto sia el centro della nostra coscienza
1. Noi tutti, durante la celebrazione della liturgia di questa Domenica delle Palme, abbiamo sentito le voci che ci giungono attraverso i secoli e le generazioni: "Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna al Figlio di Davide" (Mc 11,9-10). Abbiamo sentito queste voci e le abbiamo ripetute, confessando la nostra fede nel Messia, l'Unto di Dio.
Ma ecco che, da quella stessa parte del mondo, dalla stessa città, ci giungono insieme, nella prospettiva della Settimana Santa, altre voci e altre grida, che solo pochi giorni dopo furono pronunciate e che portano in se la condanna a morte: "Crocifiggilo, crocifiggilo!" (Jn 19,6).
Oggi, dunque, mentre nella preghiera dell'Angelus professiamo, come sempre, che il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr. Jn 1,14), guardiamo col più grande amore verso lo stesso Verbo, che sta davanti a noi come "uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia" (Is 53,3).
2. Si! Certamente! Vorremmo voltare la faccia e non guardare. Siamo intimiditi dal suo aspetto; siamo profondamente sconvolti quando appare davanti a noi "disprezzato e reietto dagli uomini: uomo dei dolori" (Is 53,3). "Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?" (Is 53,1).
E tuttavia: "...Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori" (Is 53,10) già in quella stessa sera e in quella stessa notte del Getsemani, quando aveva appena mangiato, insieme con i discepoli, la Pasqua.
E poi: "...molti si stupirono di lui - tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto" (Is 52,14) - quando lo sottomisero ai tormenti della flagellazione e, in seguito, sul suo capo infissero la corona di spine.
"Tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo" (Is 52,14), quando, dopo quel terribile tormento, il governatore romano lo addito davanti all'assemblea e disse: "Ecco l'Uomo" (Jn 19,5).
Proprio allora si sentirono le grida: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". Ed è stato consegnato perché fosse crocifisso (cfr. Jn 19,16).
Dice il Profeta: "...Egli si è caricato delle nostre sofferenze, / si è addossato i nostri dolori / e noi lo giudicavamo castigato, / percosso da Dio e umiliato" (Is 53,4).
"... Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori" (Is 53,10).
Il peso della Croce lo schiaccio molte volte in mezzo alle vie della Città Santa, perché "il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti... era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non apri la sua bocca". E poi sulla collina del Golgota fu inchiodato alla croce. "Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità... Maltrattato si lascio umiliare e non apri la sua bocca" (Is 53,5-7).
E così la sentenza emessa si è compiuta sulla croce obbrobriosa: "Fu eliminato dalla terra dei viventi... Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo... Per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte..." (Is 53,8).
3. Cari fratelli e sorelle! I nostri pensieri e i nostri cuori, le nostre coscienze e le nostre preghiere siano rivolti in queste Settimana Santa, in modo particolare, al Cristo - sofferente, spogliato, crocifisso - al Cristo: nostro Redentore! "Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Is 53,5).
"Perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi" (Is 53,12). Egli riceva, nei giorni della sua passione, particolare amore, venerazione, pensiero, ringraziamento da parte di tutta la Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà e di cuore generoso.
(Al termine della Recita dell'Angelus il Santo Padre ha ricordato nuovamente il Libano:) Vi invito ancora una volta ad unirvi a me in una fervida preghiera per il Libano. Durante la settimana scorsa si sono avuti nuovi scontri e bombardamenti sui centri abitati di Beirut e Zakle, con altri morti, feriti e distruzioni ingenti.
Purtroppo, anche le regioni meridionali del Paese sono state oggetto di violenti attacchi e atti di guerra, che non hanno risparmiato le popolazioni civili.
Negli ultimi due giorni, a Beirut e Zakle, si è registrato un "cessate il fuoco", ancora molto precario e spesso interrotto dal riaccendersi di scoppi di violenza. Preghiamo il Signore e la Vergine santissima per il Libano martoriato: che l'esile tregua si consolidi e si estenda in tutto il territorio; che non manchi al Libano l'aiuto della Comunità internazionale e si possano creare in tal modo condizioni propizie per il dialogo e l'intesa fra i Libanesi, così che essi siano in grado di risolvere da soli i loro problemi.
(Omissis. Seguono saluti ai distinti gruppi)
Data: 1981-04-12
Domenica 12 Aprile 1981
Titolo: L'ordinazione episcopale del Vescovo di Kielce
La Chiesa è consapevole che Colui il quale fa il suo ingresso a Gerusalemme tra le grida di Osanna della popolazione vi giunge per compiere la volontà del Padre. Questa domenica è il primo giorno della settimana della Passione e perciò anche questa liturgia e piena del contenuto della Passione.
Accogli nel profondo del tuo cuore la liturgia della domenica della tua Consacrazione episcopale. Oggi imporro su di te le mie mani insieme con il Cardinale Rubin e con i miei fratelli nell'Episcopato per introdurti nel Collegio episcopale della Chiesa. Lo faccio con gioia, lo faccio con spirito di gratitudine per questa Chiesa dalla quale provieni e verso quella alla quale sei destinato.
Infatti, ogni sacerdote venuto dal popolo, al popolo torna secondo le parole di san Paolo. Tu vieni dal laborioso popolo della nostra Slesia polacca e sei sacerdote della Chiesa di Katowice. Nel tuo curriculum personale e sacerdotale è inscritto un grande capitolo circa la tua permanenza in Francia e le esperienze ad essa connesse. Ultimamente, svolgevi in Francia un lavoro pastorale per gli emigrati polacchi. Tuttavia in precedenza per tanti anni eri stato Rettore del Seminario della diocesi di Katowice a Cracovia. Di quegli anni abbiamo ricordi comuni. Ora sei destinato alla Chiesa di Kielce per essere un Vescovo e Pastore, dopo la morte del Vescovo Jan Jaroszwicz, di v. m.
E qui di nuovo vorrei mettere in rilievo il grande motivo di gratitudine che accompagna questo mio ministero nell'Ordinazione vescovile del nuovo Vescovo di Kielce, successore del defunto Vescovo Jan. Tanti anni siamo stati vicini; tanti anni ci ha unito la comunità della stessa metropolia cracoviense. Quanti incontri, quanti colloqui, quante preoccupazioni ed iniziative pastorali! E se si va ancora indietro nel passato, ecco interi secoli di appartenenza della odierna diocesi di Kielce alla antica diocesi di Cracovia. Andando alla Chiesa che ti affida lo Spirito Santo porterai li il Vangelo, questo Vangelo che tra poco metteremo sulle tue spalle, affinché tu senta il suo peso, così come ne conosci la sua dolcezza, affinché questo Vangelo diventi per te un peso dolce per ciascun giorno, una fonte di sapienza ed ispirazione di servizio. Annuncialo al popolo, che ti sta aspettando. Annuncialo alle famiglie religiose. Annuncialo ai tuoi fratelli nel sacerdozio. Raccontalo a tutti, perché è la Parola di salvezza eterna. Vai a questa Chiesa, della quale lo Spirito Santo ti stabilisce Vescovo e Pastore, per esercitare in essa il ministero sacerdotale secondo il rito di Melchisedec, realizzare il sacrificio di Cristo ed adoperarti per il suo compimento in ciascuna parrocchia, in ciascuna chiesa, in ciascun raduno del popolo di Dio, ovunque, dove il sacrificio di Cristo raduna il popolo e apre i cuori. E crea lo spazio per l'azione dello Spirito Santo nelle anime della gente.
Sii sacerdote della tua Chiesa, compi il santissimo sacrificio, esalta i tuoi fratelli nel sacerdozio a compierlo. Prega insieme a loro ed insieme a tutto il Popolo di Dio della Chiesa di Kielce per nuove vocazioni sacerdotali, affinché a questo popolo in terra polacca e a tutta la Chiesa non manchi mai il servizio sacerdotale quotidiano dei servi dell'altare. Porta con te il Vangelo della Passione di Cristo che diventa tua forza, tua saggezza, come era forza e saggezza di san Paolo. Forte di questo rinforza tutti, sostieni tutti e mantieni la tua Chiesa così come l'hanno fatta i tuoi predecessori, come il defunto Vescovo Jan, all'altezza della Croce di Cristo, che è segno di salvezza e di vittoria. Vai per costruire nella comunità della Chiesa di Kielce il Regno di Cristo, Regno di Dio in terra, Regno del Messia. In nome di questo Regno Cristo volle fare il suo ingresso in Gerusalemme. Ed al suo ingresso fra il popolo che lo circondava, fra le parole di esultanza, aveva tutti i tratti dell'arrivo del Messia. Questo Regno che non è di questo mondo, e che pure in questo mondo Egli ha inculcato con la sua Passione e con la Croce, con la sua morte e con la sua Risurrezione, deve nascere in continuazione e maturare nei popoli e nella gente di diverse generazioni e di diverse nazioni. Questo Regno in terra polacca, nella Chiesa di Kielce ha già la sua storia ultramillenaria. Entra nella grande tradizione di questa Chiesa e porta avanti l'opera dei tuoi predecessori; come Vescovo e Pastore preso dal popolo e per il popolo destinato. Che Cristo, che oggi ha fatto il suo ingresso in Gerusalemme, per compiervi la volontà del Padre ti aiuti a adempiere la volontà del Padre. Che Cristo, che oggi è entrato a Gerusalemme per compiervi il mistero pasquale della sua morte e Risurrezione ti permetta di irradiare con questo mistero tutta la tua vita di Vescovo e la vita della Chiesa, della quale devi essere da oggi servo a somiglianza di colui che venne per servire e a somiglianza di sua Madre, che nel momento di suprema esaltazione si era chiamata "serva del Signore". Che sulla tua strada sia Maria, Madre di Cristo, affinché il Regno di Cristo cresca e si rinforzi nel popolo di Dio della Chiesa, alla quale sei chiamato.
Data: 1981-04-12
Domenica 12 Aprile 1981
GPII 1981 Insegnamenti - Durante la Messa nella cappella Matilde - Città del Vaticano (Roma)