GPII 1989 Insegnamenti - Lettera dei sacerdoti in occasione del giovedi santo - Città del Vaticano (Roma)

Lettera dei sacerdoti in occasione del giovedi santo - Città del Vaticano (Roma)

Testo:

Amati fratelli nel sacerdozio di Cristo!


1. Anche quest'anno desidero mettere in rilievo la grandezza di questo giorno, che ci riunisce tutti intorno a Cristo. Durante il triduo sacro la Chiesa approfondisce la consapevolezza del mistero pasquale. A noi in modo particolare si indirizza il giorno del giovedi santo. E' la memoria dell'ultima Cena che si ravviva e si ripresenta in questo giorno, e noi ritroviamo in esso ciò di cui viviamo, ciò che siamo per grazia di Dio. Noi ritorniamo all'inizio stesso del sacrificio della nuova ed eterna alleanza ed insieme all'inizio del nostro sacerdozio, che è tutto e pieno in Cristo. Colui che durante la Cena pasquale disse le parole: "Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi"; "questo è il calice del mio sangue... versato per voi e per tutti, in remissione dei peccati" (cfr. Mt 26,26-28), in virtù di queste parole sacramentali si è rivelato come Redentore del mondo ed insieme come Sacerdote della nuova ed eterna alleanza.

La lettera agli Ebrei esprime questa verità nel modo più completo, scrivendo di Cristo come "sommo sacerdote dei beni futuri", il quale "entro una volta per sempre nel santuario...con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna"; mediante il sangue versato sulla Croce egli "offri se stesso senza macchia a Dio" in virtù di uno "Spirito eterno" (cfr. He 9,11-14).

Per questo l'unico sacerdozio di Cristo è eterno e definitivo, così come definitivo ed eterno è anche il sacrificio da lui offerto. Sempre, ogni giorno e, in particolare, durante il triduo sacro questa verità vive nella consapevolezza della Chiesa: "Abbiamo un grande sommo sacerdote" (cfr. He 4,14).

E allo stesso tempo ciò che si compi durante l'ultima Cena, ha reso questo sacerdozio di Cristo sacramento della Chiesa. Esso è divenuto sino alla fine dei tempi il segno della sua identità e la fonte di quella vita nello Spirito Santo, che la Chiesa riceve incessantemente da Cristo. Questa vita viene partecipata da tutti coloro che in Cristo costituiscono la Chiesa. E tutti partecipano del sacerdozio di Cristo, e tale partecipazione significa che già mediante il Battesimo "da acqua e da Spirito Santo" (cfr. Jn 3,5) sono consacrati per offrire i sacrifici spirituali in unione con l'unico sacrificio della Redenzione, offerto da Cristo stesso. Tutti - come popolo messianico della nuova alleanza - diventano in Cristo "sacerdozio regale" (cfr. 1P 2,9).


2. Ricordare questa verità sembra particolarmente attuale in occasione della pubblicazione dell'esortazione apostolica "Christifideles Laici", recentemente avvenuta. In essa è contenuto il frutto dei lavori del Sinodo dei Vescovi, radunato in sessione ordinaria nel 1987 ed il cui tema fu la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo.

Occorre che tutti noi prendiamo conoscenza di questo importante documento. Occorre anche che alla sua luce meditiamo circa la nostra propria vocazione. Una tale riflessione appare molto attuale specialmente nel giorno che ricorda la nascita dell'Eucaristia, nonché del servizio sacramentale dei sacerdoti che è connesso all'Eucaristia.

Nella costituzione "Lumen Gentium" il Concilio Vaticano II ha ricordato in che cosa consiste la differenza tra il sacerdozio comune di tutti i battezzati ed il sacerdozio che si riceve nel sacramento dell'Ordine. Il Concilio chiama quest'ultimo "sacerdozio ministeriale", il che significa insieme "ufficio" e "servizio". Esso è anche "gerarchico" nel senso di sacro servizio. "Gerarchia", infatti, significa sacro governo, il quale nella Chiesa è servizio.

Ricordiamo il noto testo conciliare: "Il sacerdozio comune dei fedeli ed il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale con la potestà sacra, di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nella persona di Cristo ("in persona Christi") e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale e sacerdozio, concorrono alla oblazione dell'Eucaristia, e lo esercitano col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e l'operosa carità" (LG 10; cfr. CL 22).


3. Durante il triduo sacro si presenta agli occhi della nostra fede l'unico sacerdozio della nuova ed eterna alleanza, che è in Cristo stesso. A lui, infatti, si possono applicare le parole sul sommo sacerdote che, "scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini" (He 5,1). Come uomo Cristo è sacerdote, è il "sommo sacerdote dei beni futuri"; al tempo stesso, pero, questo uomo-sacerdote è il Figlio consostanziale al Padre. Per questo anche il suo sacerdozio - il sacerdozio del suo sacrificio redentore - è unico ed irripetibile.

E' il compimento trascendente di tutto il contenuto del sacerdozio.

Ora proprio questo unico sacerdozio di Cristo, per mezzo del sacramento del Battesimo, è partecipato da tutti nella Chiesa. Se le parole "sacerdote scelto fra gli uomini" si riferiscono anche a ciascuno di noi, partecipi del sacerdozio ministeriale, esse tuttavia indicano prima di tutto l'appartenenza al popolo messianico, al sacerdozio regale, nonché il nostro radicamento nel sacerdozio comune dei fedeli, che sta alla base della chiamata di ciascuno di noi al ministero sacerdotale.

I "fedeli laici" sono coloro tra i quali ciascuno di noi "viene scelto", coloro tra i quali è nato il nostro sacerdozio. Prima di tutto, sono i nostri genitori, poi i fratelli e le sorelle e tante persone dei vari ambienti, dai quali ognuno di noi proviene: ambienti umani e cristiani, a volte anche scristianizzati.

La vocazione sacerdotale, infatti, non sempre nasce in un'atmosfera ad essa favorevole; a volte la grazia della vocazione passa attraverso un contrasto con l'ambiente, persino attraverso la resistenza fatta da familiari.

Ed oltre a tutti coloro che conosciamo e che possiamo finalmente identificare lungo la via della nostra vocazione, ci sono altri ancora, che rimangono sconosciuti. Non siamo mai in grado di stabilire a chi noi dobbiamo questa grazia, alla preghiera ed ai sacrifici di quali persone la dobbiamo, nel mistero della divina economia.

In ogni caso le parole "sacerdote scelto fra gli uomini" possiedono un'ampia estensione. Se oggi meditiamo la nascita del sacerdozio di Cristo, prima di tutto, nell'intimo di ognuno di noi (prima ancora di averlo ricevuto mediante la imposizione delle mani del Vescovo), dobbiamo vivere questo giorno come debitori. Si, fratelli, noi siamo debitori! Come debitori dell'inscrutabile grazia di Dio, noi nasciamo al sacerdozio, nasciamo dal cuore del Redentore stesso - al centro del suo sacrificio della Croce. Ed insieme noi nasciamo dal seno della Chiesa, popolo sacerdotale. Questo popolo, infatti, è come la terra spirituale delle vocazioni, la terra coltivata dallo Spirito Santo, che è il Paraclito della Chiesa per tutti i tempi.

Il Popolo di Dio gioisce della vocazione sacerdotale dei suoi figli. In questa vocazione esso trova la conferma della propria vitalità nello Spirito Santo, la conferma del sacerdozio regale, mediante il quale Cristo, "sommo sacerdote dei beni futuri", è presente nelle generazioni degli uomini e nelle comunità cristiane. Anche egli è "scelto fra gli uomini". E il "Figlio dell'uomo", il Figlio di Maria.


4. Là dove mancano le vocazioni, la Chiesa deve farsi premurosa. E si fa premurosa, molto premurosa. Questa sollecitudine è partecipata anche dai laici nella Chiesa. In proposito, al Sinodo del 1987 abbiamo sentito parole toccanti non soltanto da parte dei Vescovi e sacerdoti, ma anche dagli stessi laici presenti.

Tale sollecitudine testimonia nel modo migliore chi è il sacerdote per i laici: testimonia la sua identità, e si tratta di una testimonianza della comunità, di una testimonianza sociale. Il sacerdozio, infatti, è un sacramento "sociale": il sacerdote, "scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio" (He 5,1).

Il giorno prima della sua Passione e morte in Croce, Gesù nel Cenacolo lavo i piedi agli apostoli e ciò fece per sottolineare che "non era venuto per essere servito, ma per servire" (cfr. Mc 10,45). Tutto ciò che Cristo faceva e insegnava era a servizio della nostra redenzione. L'ultima e più completa espressione di questo servizio messianico doveva diventare la Croce sul Calvario.

In essa ha trovato conferma "sino alla fine" che il Figlio di Dio si è fatto uomo "per noi uomini e per la nostra salvezza" ("Credo" Missae). E questo servizio salvifico, che ha un raggio di azione universale, è "iscritto" per sempre nel sacerdozio di Cristo. L'Eucaristia - il sacramento del sacrificio redentore di Cristo - contiene in sé questa "iscrizione". Cristo, che è venuto per servire, è presente sacramentalmente nell'Eucaristia appunto per servire. Questo servizio nello stesso tempo è la pienezza della mediazione salvifica: Cristo è entrato in un santuario eterno, "nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore" (He 9,24). Davvero, egli fu "costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio".

Ognuno di noi, che grazie all'ordinazione sacramentale, partecipa del sacerdozio di Cristo, deve costantemente rileggere questa "iscrizione" del servizio redentore di Cristo. Infatti, anche noi - ciascuno di noi - siamo costituiti "per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio". Il Concilio afferma giustamente che "i laici... hanno diritto di ricevere abbondantemente dai sacri Pastori i beni spirituali della Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti" (LG 37).

Questo servizio si trova al centro stesso della nostra missione.

Certamente anche i nostri fratelli e le nostre sorelle - i fedeli laici - desiderano trovare in noi dei "ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio" (1Co 4,1). In questa dimensione va cercata la piena autenticità della nostra vocazione, del nostro posto nella Chiesa. Durante il Sinodo dei Vescovi, sul tema dell'apostolato dei laici, fu spesso ricordato che i laici hanno a cuore una tale autenticità della vocazione e della vita sacerdotale. Questa, anzi, è la prima condizione per la vitalità del laicato e per l'apostolato proprio dei laici. In nessun modo si tratta di "laicizzazione" del clero, come non si tratta neppure di "clericalizzazione" dei laici. La Chiesa si sviluppa organicamente secondo il principio della molteplicità e diversità dei "doni", cioè dei carismi (cfr. CL 21-23). Ciascuno, infatti, "ha il proprio dono" (1Co 7,7) "per l'utilità comune" (1Co 12,7). "Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori della grazia di Dio" (1P 4,10).

Queste indicazioni degli apostoli sono pienamente attuali anche nella nostra epoca.

Parimenti a tutti - sia agli ordinati che ai laici - si riferisce la raccomandazione di "comportarsi in maniera degna della vocazione" (cfr. Ep 4,1), di cui ciascuno è stato fatto partecipe.


5. Bisogna dunque che oggi, in un giorno così santo e pieno di profondi contenuti spirituali per noi, meditiamo ancora una volta, ed a fondo, il carattere particolare della nostra vocazione e del nostro servizio sacerdotale. I presbiteri - insegna il Concilio - "per il loro stesso ministero sono tenuti ...a non conformarsi a questo secolo: al tempo stesso, tuttavia, sono tenuti a vivere in questo secolo in mezzo agli uomini" (PO 3). Nella vocazione sacerdotale di un pastore ci deve essere uno spazio speciale per queste persone, per i laici e per la loro "laicità", la quale è anch'essa un grande bene della Chiesa. Un tale spazio interiore è degno della vocazione del sacerdote come pastore.

Il Concilio ha dimostrato con acuta chiarezza che la "laicità" radicata nei sacramenti del Battesimo e della Confermazione, la laicità come dimensione della comune partecipazione al sacerdozio di Cristo costituisce l'essenziale vocazione di tutti i fedeli laici. E i sacerdoti "non potrebbero essere ministri di Cristo, se non fossero testimoni e dispensatori di una vita diversa da quella terrena", ma al tempo stesso "non potrebbero nemmeno servire gli uomini, se si estraniassero dalla loro vita e dal loro ambiente" (PO 3).

Ciò indica proprio quello spazio interiore per la "laicità", che è profondamente iscritta nella vocazione sacerdotale di ogni pastore: lo spazio per tutto ciò in cui questa "laicità" si esprime. In tutto ciò il sacerdote deve cercare di riconoscere la "vera dignità cristiana" (LG 18) di ciascuno dei suoi fratelli e sorelle laici; anzi, si deve adoperare per farla presente ad essi stessi, per educarli a questa dignità mediante il suo servizio sacerdotale.

Riconoscendo la dignità dei laici e "il loro ruolo specifico nell'ambito della missione della Chiesa", "i presbiteri sono fratelli tra i fratelli, come membra dell'unico e medesimo corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti" (PO 9).


6. Sviluppando in sé un tale atteggiamento verso tutti i fedeli laici, verso i laici e la loro "laicità", segnati anch'essi dal dono della vocazione ricevuta da Cristo, il sacerdote può attuare questo compito sociale, che è legato alla sua vocazione di pastore. Egli, cioè, può "radunare" le comunità cristiane, alle quali viene inviato. Il Concilio in più punti mette in rilievo questo compito. Ecco, i sacerdoti, "esercitando... l'ufficio di Cristo..., radunano la famiglia di Dio, quale fraternità animata da un solo intento, e per mezzo di Cristo nello Spirito la conducono a Dio Padre" (LG 28).

Questo "radunare" è servizio. Ognuno di noi deve essere consapevole di radunare la comunità non intorno a sé, ma intorno a Cristo, e non per sé, ma per Cristo, affinché egli stesso possa agire in questa comunità, ed insieme in ognuno, con la potenza del suo Spirito paraclito, e a misura del "dono" ricevuto da ciascuno in questo Spirito "per l'utilità comune".

Pertanto, questo "radunare" è servizio, e tanto più è servizio, in quanto il sacerdote "presiede" alla comunità. A questo proposito il Concilio sottolinea che "occorre che i presbiteri presiedano in modo tale che, non cercando le cose proprie, ma quelle di Gesù Cristo, uniscano la loro opera a quella dei fedeli laici" (PO 9).

Questo "radunare" va inteso non come qualcosa di occasionale, ma come una continua e coerente "edificazione" della comunità. Proprio qui è indispensabile la collaborazione, di cui si parla nel testo conciliare. Qui anche devono essi "scoprire con senso di fede i multiformi carismi, sia umili che più elevati, concessi ai laici; devono ammetterli con gioia e favorirli con diligenza", leggiamo nel decreto conciliare (PO 9).

"Parimenti, devono assegnare con fiducia ai laici degli incarichi per il servizio della Chiesa, lasciando loro libertà e margine di azione" (PO 9).

Rifacendosi alle parole di san Paolo, il Concilio ricorda ai presbiteri che essi "si trovano in mezzo ai laici per condurre tutti all'unità della carità, "amandosi gli uni gli altri con carità fraterna, prevenendosi gli uni gli altri nella deferenza (Rm 12,10)" (PO 9).


7. Al presente, dopo al pubblicazione dell'esortazione post-sinodale "Christifideles Laici", molti ambienti nella Chiesa stanno studiando il suo contenuto, in cui ha trovato espressione la sollecitudine collegiale dei Vescovi, riuniti nel Sinodo. Il Sinodo, del resto, è stato un'eco del Concilio, nel tentativo di indicare - alla luce di molteplici esperienze - la direzione in cui dovrebbe procedere l'attuazione del Magistero conciliare circa il laicato. E' noto che esso si è dimostrato particolarmente ricco e stimolante, il che certamente corrisponde anche alle necessità della Chiesa nel mondo contemporaneo.

Noi avvertiamo queste necessità in tutta la loro importanza e complessità. perciò, la conoscenza del documento post-sinodale ci permetterà di far fronte ad esse e, in molti casi, di aiutarci, altresi, nel nostro servizio sacerdotale. "I sacri Pastori, infatti - leggiamo nella costituzione "Lumen Gentium" - sanno esattamente quanto contribuiscono i laici al bene di tutta la Chiesa. Essi sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta quanta la missione salvifica della Chiesa verso il mondo" (LG 30).

Sostenendo la dignità e la responsabilità dei laici, "si servano volentieri del loro prudente consiglio" (LG 37). Tutti i Pastori - Vescovi e sacerdoti - "mostrano al mondo il volto della Chiesa, in base al quale gli uomini giudicano della forza e della verità del messaggio cristiano" (GS 43). In tal maniera "è rafforzato nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all'opera dei Pastori" (LG 37).

Anche ciò - tra l'altro - sarà oggetto di studio nell'assemblea del Sinodo dei Vescovi sul tema della formazione sacerdotale, annunciato per l'anno 1990. Una tale sequenza di temi già di per sé permette di comprendere che, nella Chiesa, esiste un profondo collegamento tra la vocazione dei laici e quella dei sacerdoti.


8. Nel ricordare tutto ciò nella lettera per il giovedi santo di quest'anno, ho desiderato toccare un argomento collegato in modo essenziale al sacramento del'Ordine. Oggi ci raccogliamo intorno ai nostri Vescovi, come presbiterio delle singole Chiese locali e particolari, in tanti luoghi della terra. Concelebriamo l'Eucaristia, rinnoviamo le promesse sacerdotali connesse alla nostra vocazione ed al nostro servizio nella Chiesa di Cristo. E' la grande giornata sacerdotale di tutte le Chiese del mondo nell'unica Chiesa universale! Ci offriamo reciprocamente il bacio della pace e con questo segno cerchiamo di raggiungere tutti i fratelli nel sacerdozio, persino coloro che sono i più distanti nello spazio del mondo visibile.

Offriamo proprio questo mondo insieme con Cristo al Padre nello Spirito Santo: questo mondo di oggi, "ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà, in mezzo alle quali essa vive" (GS 2). Agendo "in persona Christi", come "amministratori dei misteri di Dio" (1Co 4,1), siamo consapevoli della dimensione universale del sacrificio eucaristico.

I fedeli laici - nostri fratelli e sorelle - in forza della loro propria vocazione sono uniti a questo "mondo" in modo diverso dal nostro. Il mondo è dato loro in compito da Dio in Cristo redentore. Il loro apostolato deve condurre direttamente alla trasformazione del mondo nello spirito del Vangelo (cfr. CL 36). Essi vengono per trovare nell'Eucaristia, di cui noi siamo ministri per grazia di Cristo, la luce e la forza per attuare questo compito.

Rinnoviamo presso tutti gli altari della Chiesa nel mondo di oggi il servizio redentore di Cristo, pensando a loro! Rinnoviamolo come servitori "bravi e fedeli", "che il padrone al suo ritorno troverà vigilanti" (cfr. Lc 19,17 Lc 12,37).

A tutti i cari fratelli nel sacerdozio di Cristo invio il mio cordiale saluto e la benedizione apostolica.

Dal Vaticano, 12 marzo, domenica quinta di Quaresima, dell'anno 1989, undicesimo di pontificato.

1989-03-12

Data estesa: Domenica 12 Marzo 1989




La visite pastorali del Vescovo di Roma

Titolo: Parrocchia di san Saturnino a via Salaria

Testo:

[Alla popolazione del quartiere] Carissimi fratelli e sorelle della parrocchia di san Saturnino, sono venuto a Roma per la prima volta quasi quarantatre anni fa, da giovane prete appena ordinato, studente. E venendo a Roma ho cercato soprattutto quello di cui ha parlato adesso il vostro parroco. Ho cercato queste orme, queste vestigia dei santi e dei martiri, di questi seguaci di Cristo che hanno testimoniato la fede con il sangue, con il martirio, donando la loro vita. Non mi sentivo ancora a Roma quando camminavo per le strade e le piazze, sino al momento in cui non sono entrato nelle catacombe, nelle Basiliche, come quella visitata una settimana fa, santa Maria degli Angeli, le antiche Terme di Diocleziano, luogo di martirio. Oggi si aggiunge san Saturnino. Tutto questo mi fa ricordare le prime esperienze vissute a Roma quarantatre anni fa. Non avrei mai pensato di ritornare qui come Vescovo di questa sacra città. Vi faccio questa confessione per la circostanza in cui ci incontriamo. Ci troviamo in una parrocchia dedicata ad un santo martire. La sua figura è stata descritta così bene dal vostro parroco. Ci troviamo sulle orme degli inizi di questi primi secoli, di queste prime generazioni delle quali siamo eredi noi tutti, non solamente voi romani ma tanti cristiani nel mondo, nella mia patria d'origine e in tanti Paesi, popoli, nazioni.

Siamo eredi di questi apostoli, Pietro e Paolo, di questi martiri come san Saturnino e tanti altri. Con cuore devoto sono venuto per la prima volta a Roma e con lo stesso cuore devoto ritorno adesso quasi ogni giorno, ogni settimana sulle orme dei santi martiri, di questi che hanno testimoniato la fede con la morte, con il sangue, con la donazione di tutta la loro vita.

Passiamo adesso al giorno corrente, a questa domenica in cui ci incontriamo. Devo dirvi che tre giorni fa ho invitato il vostro parroco e i suoi collaboratori. Abbiamo parlato della visita di oggi. Era molto preoccupato per una sola cosa: che in questa giornata ci fosse bel tempo. Non era soltanto preoccupato ma pregava anche. E vediamo che oggi il tempo è veramente buono: è riuscito ad avere questo tempo bello. Anche io sono contento e mi congratulo con voi per questa bella domenica in cui ci incontriamo per celebrare insieme la nostra comunione, soprattutto con Gesù Cristo, Signore nostro, redentore, crocifisso e risorto. Stiamo per entrare nel periodo pasquale, nella Settimana Santa e nel Triduo Santo. Sono giorni che ci portano dentro questo mistero grandissimo della storia dell'uomo e del mondo. E un mistero che abbraccia tutto, che si è realizzato per tutta l'umanità di ogni secolo, di ogni tempo, di ogni generazione, e che nello stesso tempo trascende ciò che è umano, perché è un mistero divino, è la autorivelazione di Dio che è giunto sino a farsi uomo, uomo crocifisso, così come tanti suoi seguaci a Roma e in altri Paesi, continenti, nazioni del mondo.

Non mancano i martiri in ogni epoca, anche nella nostra. Questa parola "martire" vuol dire "testimone". Sono loro i testimoni per eccellenza, perché hanno testimoniato con la morte dando la vita come Gesù. Ma tutti noi siamo chiamati ad essere testimoni. Gesù ha detto agli apostoli: "Sarete miei testimoni": lo ha detto ai Dodici e in essi vedeva non solo i loro successori nell'episcopato, ma tutti i cristiani, tutti quelli che portano il nome di Gesù Cristo, i testimoni.

Carissimi, io vi auguro di trovare questa realtà del martirio, della testimonianza, nelle dimensioni della vita quotidiana, della vita moderna. Questa è la grande vocazione dei cristiani di oggi, questa è la missione della Chiesa così pienamente formulata e presentata dal Concilio Vaticano II. Vi auguro tutto questo e nello stesso tempo vi faccio gli auguri di una buona Pasqua. E sempre buona la Pasqua se porta con sé per ciascuno di noi una partecipazione più profonda, più matura al mistero di Cristo. Vi auguro questo e vi offro una benedizione approfittando anche della presenza del Cardinale Vicario e del vostro Vescovo Ausiliare. Saluto anche i vostri carissimi sofferenti, ammalati, e tutti quelli che appartengono alla vostra comunità, in queste case vicine e lontane, tutta la parrocchia di san Saturnino.

[Ai bambini] Che cosa si può dire dei bambini, dei ragazzi, delle ragazze? Che sono simpatici. Si vede subito che sono simpatici. Ma quando cominciano a parlare, si deve ascoltare attentamente perché essi dicono sempre una verità. Io ho seguito con attenzione e ho imparato alcune cose da quello che ho sentito dalle vostre colleghe e dai vostri colleghi. La prima è questa: un "rimprovero" per gli apostoli che si comportavano male perché non vedevano che i bambini sono simpatici e volevano allontanarli da Gesù. Ma Gesù diceva loro: i bambini sono simpatici, devono stare vicini a me. così tutti gli apostoli e i loro successori, durante questi due millenni, hanno imparato questa verità; anche io, anche il Cardinale, anche i Vescovi. Hanno imparato questa verità: stare vicini ai bambini, ai ragazzi, alle ragazze, perché essi portano in loro un grande mistero. Gesù diceva: è di essi il Regno dei cieli. Portano in loro un'anticipazione di quella che è la mèta della nostra vita sulla terra.

Ho ascoltato anche il discorso della ragazza che si prepara alla Cresima. Ho detto che il Papa, il suo Vescovo, continua l'opera di Gesù. E questo è vero. Ma io volevo aggiungere che noi tutti continuiamo questa opera di Gesù sulla terra, il suo messaggio, il suo Vangelo. E se voi adesso vi preparate alla Cresima, a ricevere lo Spirito Santo, vi preparate alla stessa cosa a cui Gesù ha preparato gli apostoli. Lo Spirito Santo scende per fare con ciascuno di noi battezzato la stessa cosa che ha fatto una volta con gli apostoli, con i Dodici, con i primi cristiani, con san Saturnino. Deve farci coraggiosi confessori, coraggiosi testimoni della fede.

La colomba è il simbolo della pace, e oggi si vede soprattutto questo.

Ma la colomba è anche simbolo dello Spirito Santo, specialmente durante il Battesimo di Gesù. così si possono unire le due cose, e vedere che la pace viene dallo Spirito Santo: è lo Spirito che porta la pace. Noi uomini aspiriamo alla pace, facciamo programmi, parliamo. Anche il Papa parla della pace dappertutto, a Roma, in tutti i Paesi, i continenti, cerca di lottare per la pace. Ma quello che porta la pace, il vero messaggero della pace, è lo Spirito Santo. Tutti abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo nel Battesimo e in lui abbiamo ricevuto la sorgente, il dono della pace, quella pace che solamente Cristo può dare. Lo diceva Gesù il giorno prima della sua morte e della sua passione: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace". Queste parole vengono ripetute ogni volta durante la celebrazione eucaristica, prima della Comunione, e poi tutti partecipanti nell'Eucaristia si danno il segno della pace.

Vi ho offerto alcune riflessioni che possono servire anche alla vostra catechesi, alla vostra formazione e preparazione ai sacramenti, alla vita cristiana matura. Voglio salutare tutti i presenti, non soltanto i ragazzi, i bambini, i giovani, ma anche i loro genitori, i loro insegnanti, i maestri, tutta la parrocchia che si è radunata qui intorno a voi, intorno alla bella chiesa di san Saturnino martire.

[Alle suore] Io sono convinto che ciascuno di voi vorrebbe parlare, vorrebbe dire tante cose.

Anche Gesù lo sapeva e nel momento più incredibile, possiamo dire, non si è rivelato prima agli apostoli ma alle donne. Ha affidato a loro questo messaggio, questa rivelazione questa realtà totalmente soprannaturale. Esse erano capaci di accettare, di credere, di portare tale realtà agli apostoli. Si deve sempre meditare questo. Io l'ho fatto e l'ho messo in rilievo nella Lettera apostolica "Mulieris Dignitatem" sulla dignità e la vocazione della donna. Vi ringrazio per questo vostro carisma. Ogni congregazione ha un carisma diverso. I carismi sono molti e diversi, perché vengono dallo Spirito Santo che è ricchissimo. Vi ringrazio di aver seguito, di aver sviluppato e di aver posto questi carismi a servizio della Chiesa e del Popolo di Dio, di questa parrocchia, della città di Roma, attraverso la vostra consacrazione, che è una forza straordinaria.

Consacrazione vuol dire collocare il proprio amore, il proprio cuore, tutte le proprie forze e il proprio essere in Gesù.

[Al Consiglio pastorale] Noi viviamo oggi in un'epoca di forte secolarizzazione. Questa realtà si può toccare con l'esperienza, con i mezzi di comunicazione sociale, con tanti altri fenomeni ed elementi della vita, della civiltà moderna. Secolarizzazione vuol dire: esiste questo secolo, esiste questa vita, questa realtà terrestre, ma Dio, chissà... Meglio vivere come se non esistesse. E' un antropocentrismo, una tentazione; e questo dobbiamo dirlo chiaramente per fare un'analisi breve ma perspicace della nostra epoca.

Nella stessa epoca, tuttavia, viviamo anche un risveglio della Chiesa, una consapevolezza della sua missione, un impegno apostolico, uno slancio che ci ha dato il Concilio Vaticano II. Questo slancio porta soprattutto verso la Chiesa-comunità non soltanto dei credenti, ma anche di tutti quelli che sono lontani ma sono battezzati Comunità che finalmente abbraccia tutta l'umanità, perché dal Concilio Vaticano II è venuta la riaffermazione del principio che tutti siamo stati creati dallo stesso Creatore, ma in più tutti siamo stati redenti dallo stesso Gesù Cristo, redentore del mondo. Allora la Chiesa è comunità dei credenti, dei fedeli, dei parrocchiani, dei diocesani di Roma, ma anche, come diceva Paolo VI nella sua prima enciclica "Ecclesiam Suam", di tutte le fasce di persone che sono lontane ma sono abbracciate nel piano divino, nel piano creatore di Dio, nel piano di salvezza, nella redenzione. Sono le due dimensioni della Chiesa. E la Chiesa si risveglia sapendo che deve essere profondamente inserita, radicata nei misteri divini della Creazione, della Redenzione, dello Spirito Santo, della Pasqua e della Pentecoste, ma nello stesso tempo deve essere missionaria, comunità in missione.

Vi dico ciò perché questi sono i fondamenti su cui si basa anche la vostra presenza e la vostra collaborazione alla parrocchia e fra voi, con il vostro parroco, con i sacerdoti e i suoi collaboratori. Vorrei ringraziarvi per questa accoglienza e per la partecipazione sentita, vissuta, accompagnata da un canto bellissimo. Vorrei ringraziare anche i cantori, il coro, e vi auguro di portare avanti questi vostri propositi, i progetti del Consiglio pastorale: soprattutto come fare, come essere Chiesa di Cristo oggi, alla fine del secondo millennio e all'inizio del terzo dopo la sua nascita, dopo l'Incarnazione; come essere Chiesa e come non cadere in questo vuoto che è il secolarismo. Il mondo non è capace di rispondere ai bisogni e alle aspirazioni dello spirito umano. Il secolarismo è una proposta sbagliata. Dobbiamo camminare con coraggio e io vi auguro questo coraggio dando la buona Pasqua a tutti. Vi auguro questo coraggio che hanno avuto gli apostoli, soprattutto quelli da cui noi tutti prendiamo origine, con la Risurrezione di Cristo. Erano tutti soffocati, battuti, depressi; la Risurrezione ha portato loro la fede in Cristo. Tutto si è verificato. Diceva san Paolo: "Se Cristo non è risorto, la nostra fede è vana". Ma è risorto. E così importante la Pasqua.

[Alle giovani coppie] Forse si parla poco della verità di Gesù Cristo sposo. Noi lo conosciamo come redentore, salvatore, evangelizzatore, fondatore, padre e capo visibile e invisibile della Chiesa. Di Cristo sposo si parla poco. Ma è una verità: simbolica, ma molto realistica, e in un certo senso sintesi di tutto quello che Cristo era e che Cristo è nel piano divino della salvezza. La salvezza si realizza attraverso l'amore di Dio. Nel vecchio testamento i profeti ci hanno lasciato l'immagine di Dio "innamorato". Questo Dio dell'antico testamento, di cui si conosce molto di più l'aspetto di Dio "severo", i profeti ce lo presentano come Dio "innamorato" del suo Popolo eletto, del suo Popolo infedele. Sono le cose commoventi che si leggono nei profeti Isaia, Geremia, Osea. E la verità di Cristo - Dio che si è fatto uomo - conferma quella verità veterotestamentaria del Dio "innamorato": appunto per questo si è fatto uomo, perché si è innamorato dell'uomo. così cominciamo a capire questa categoria, questo simbolo dello "Sposo". Il nuovo testamento lo ha sviluppato di più. Nella lettera agli Efesini san Paolo parla di Cristo sposo della Chiesa. E il modello di tutti gli sposi, come la Chiesa è modello di tutte le spose. Siamo dentro la vocazione al matrimonio delle coppie, delle famiglie, perché si tratta di un amore: essere sposo ed essere sposa vuol dire essere innamorati reciprocamente fino a dare se stesso, a dedicare la propria vita ad un'altra persona. Ma questa offerta della vita, questo dono dell'amore, dono sponsale, porta con sé un altro mistero, che ritorna al mistero della Creazione, porta con sé il mistero della vita, della procreazione della vita: Creazione-procreazione. Tutto ciò lo viviamo come una realtà umana, ma essa è profondamente permeata della luce divina. Possiamo dire che dalle prime parole della Genesi fino alle ultime dell'Apocalisse questa realtà ci accompagna.

Non è bene che i coniugi, gli sposi, anche ricevendo il sacramento del Matrimonio in chiesa, sappiano poco di queste cose. Devono sapere molto. Io vorrei esprimere la mia gioia, la mia gratitudine per il fatto che la vostra parrocchia, il vostro pastore, cercano di introdurre le giovani coppie, i giovani fidanzati in questo mistero sponsale, tanto vicino a Cristo, tanto segnato, sigillato dal suo mistero, dalla sua vita, dalla sua morte e risurrezione. Con queste parole volevo nello stesso tempo incoraggiarvi a continuare su questa strada, prima di preparazione al matrimonio, e poi di continuazione, di approfondimento. E necessaria questa luce divina sull'amore umano, sull'amore che deve dare vita, nuova vita umana, anzi nuova vita divina, perché questa vita umana diventa attraverso il Battesimo una vita soprannaturale, quella di un figlio di Dio adottivo. Vi auguro, in questo cammino di preparazione e di continuazione, di dare un significato profondo alla vostra vocazione. Si dice vocazione quando uno diventa sacerdote, religioso, monaco, monaca; ma quando uno diventa sposo, diventa marito o moglie, è un'altra vocazione del piano divino. Vi auguro una buona realizzazione di quella vocazione che è propria a voi, carissimi fidanzati e carissimi coniugi. Che il Signore benedica le vostre famiglie, i vostri figli, questi piccoli che ho abbracciato. Vi auguro una buona Pasqua: Pasqua vuol dire anche l'inizio della vita, di una nuova vita.

[L'omelia durante la celebrazione della santa Messa]


GPII 1989 Insegnamenti - Lettera dei sacerdoti in occasione del giovedi santo - Città del Vaticano (Roma)