GPII 1989 Insegnamenti - Catechesi all'udienza generale - Ai fedeli riuniti, Città del Vaticano (Roma)

Catechesi all'udienza generale - Ai fedeli riuniti, Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il "senso pasquale" della vita

Testo:

Carissimi.


1. "Gesù Cristo è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm 4,25); "Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono, non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto ed è risuscitato per loro" (2Co 5,15).

Queste affermazioni dell'apostolo Paolo sempre ci danno conforto e consolazione nel pellegrinaggio della nostra esistenza: ma soprattutto nella "Settimana Santa", in preparazione alla solennità della Pasqua ci fanno riflettere sul "senso pasquale" della vita cristiana.

"Pasqua" - come è noto - significa "passaggio", parola che viene interpretata in diversi modi: essa ricorda, prima di tutto, lo storico e avventuroso "passaggio" del popolo ebraico, sotto la guida di Mosè, dalla schiavitù degli Egiziani alla libertà di nazione eletta da Dio in funzione dell'avvento del Messia; indica poi il sacrificio dell'agnello immolato dagli Ebrei prima della partenza e, poi, in perenne annuale memoria di tale "passaggio", definisce anche Gesù stesso, il Messia, il vero agnello la cui immolazione ha liberato l'umanità dall'oppressione del peccato e ha determinato il "passaggio" dall'antico al nuovo testamento; ed infine "Pasqua" significa il passaggio di Gesù dalla morte alla nuova vita: "Pasqua" infatti, nella comune accezione del termine, indica appunto la Risurrezione gloriosa di Cristo, il terzo giorno dopo la sua morte in Croce, come aveva predetto.


2. Ecco allora che, per il cristiano, avere il "senso pasquale" della vita significa prima di tutto possedere la profonda e incrollabile convinzione che Cristo è davvero il Figlio di Dio, il Verbo incarnato, la verità assoluta, la luce del mondo.

Le suggestive cerimonie della veglia pasquale del sabato santo, con i simboli del fuoco, della luce, dell'acqua battesimale, del solenne canto dell'"Exultet", vogliono appunto indicare che Cristo è la luce del mondo: dal fuoco benedetto nell'atrio del tempio si accende il cero pasquale, simbolo di Cristo risorto; sul cero vengono incise le lettere "alfa" e "omega" e la data dell'anno corrente, per indicare che il principio e la fine del tempo sono iscritti nell'eternità di Dio; con il canto del diacono "Lumen Christi", alla fiamma del cero si accendono le candele dei fedeli e man mano le luci nel tempio, mentre si procede verso l'altare: scena suggestiva, con la quale si sottolinea che solo Cristo, il redentore, porta la luce della divina Rivelazione, dissipa le tenebre e scioglie l'enigma della storia.

Di fronte a Cristo risorto il cristiano sente perciò il coraggio, il fervore, l'entusiasmo per annunziare a tutto il mondo la verità: "Convertitevi e credete al Vangelo!".


3. Avere il "senso pasquale" della vita significa anche comprendere a fondo la realtà e il valore della Redenzione, operata dalla Passione e dalla morte in Croce di Gesù, che appunto la settimana santa con i suoi riti eloquenti vuol ricordare, proponendo i tragici avvenimenti susseguitisi dall'agonia del Getsemani fino al grido di Gesù morente, inchiodato alla Croce. La morte di Gesù in Croce è il supremo atto di adorazione al Padre, è l'unico e vero sacrificio offerto a Dio a nome dell'umanità, come massima espressione di preghiera, che ingloba in se stessa ogni altro tipo di adorazione e di preghiera.

La morte in Croce, penosa e straziante, fu anche "Sacrificio di espiazione", che ci fa comprendere sia la gravità del peccato, ribellione a Dio e rifiuto del suo amore, sia la meravigliosa opera redentrice di Cristo, che, espiando per l'umanità, ci ha ridato la "grazia" e cioè la partecipazione alla stessa vita trinitaria di Dio e l'eredità della sua eterna felicità. La Passione e la morte in Croce di Gesù danno il senso vero e definitivo della vicenda umana, nella quale si realizza già la Redenzione in prospettiva di eternità. Come Cristo è risorto, anche noi risorgeremo gloriosi, se avremo accettato il suo messaggio e la sua missione. Il venerdi santo noi pieghiamo il ginocchio di fronte al Crocifisso e ripetiamo con san Paolo: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Ga 2,20).


4. Infine il "senso pasquale" della vita emerge anche splendidamente nella Messa vespertina del giovedi santo "in Cena Domini", che ricorda la istituzione del sacrificio-sacramento dell'Eucaristia. Gesù stesso, nella sua sapienza infinita e amorevole, ha voluto che l'unico e irrepetibile sacrificio del Calvario, atto supremo di adorazione e di espiazione, rimanesse per sempre presente nella storia, per mezzo dei sacerdoti e dei Vescovi, da lui espressamente a questo deputati.

Il giovedi santo perciò ci ricorda che la vita del cristiano deve essere "eucaristica": il cristiano illuminato e coerente non può fare a meno della santa Messa e della santa Comunione, perché ha capito che non può fare a meno della "Pasqua" del Signore! E da questo "senso pasquale" della vita sgorga anche necessariamente il sentimento e l'impegno della carità verso i fratelli, della comprensione, della pazienza, del perdono, della sensibilità verso chi soffre, ricordando l'esempio del divin Maestro, che, prima dell'istituzione della Eucaristia, lavo umilmente i piedi agli apostoli.


5. Carissimi.

La settimana santa, che stiamo celebrando, vi aiuti a riflettere sul fondamentale messaggio della Pasqua. Partecipate anche voi, possibilmente, nelle vostre parrocchie al triduo sacro, perché non passi invano la grazia che reca la liturgia; accostatevi ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, affinché la vostra pasqua sia davvero un grande evento spirituale, che si prolunghi poi per tutti i giorni dell'anno, e si apra sulla vita eterna.

Questa è la mia cordiale esortazione, che vi lascio insieme con il mio augurio e la mia benedizione.

1989-03-22

Data estesa: Mercoledi 22 Marzo 1989




Ai fratelli nel sacerdozio e nell'Episcopato durante la Messa crismale del giovedi santo - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: "Siamo i servi di Cristo, i ministri dei misteri divini

Testo:


1. "Lo Spirito del Signore Dio è su di me" (Is 61,1).

Alla soglia del "Triduum Sacrum", ritorniamo a queste parole, scritte dal profeta Isaia: "Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione" (Is 61,1).

Ritorniamo a Nazaret, alla sinagoga, dove queste parole furono lette da Gesù - che i concittadini ritenevano "il figlio del carpentiere" (Mt 13,55).

Ritorniamo là dove Gesù annuncio il compimento di queste parole.

Alla soglia del "Triduum Sacrum" della Pasqua ritorniamo - attraverso queste parole - al mistero che è eternamente in Dio: al mistero trinitario.

Dal seno di questo mistero è venuto al mondo il Figlio, mandato dal Padre. Ed è stato unto con lo Spirito, soffio dell'eterno amore: l'amore del Padre e del Figlio.

Mediante l'odierna liturgia mattutina il "Triduum Sacrum" rivela il suo inizio in questo amore. In questo amore, nello Spirito Santo, cerchiamo la fonte della dedizione del Figlio: del suo sacrificarsi per il mondo. "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Jn 3,16).


2. Dallo Spirito è l'unzione: / l'unzione del Figlio, che viene nel mondo.

"Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo" (Lc 1,35): per opera dello Spirito Santo, nell'Incarnazione, la Vergine di Nazaret diventa madre del Figlio eterno.

"Lo Spirito del Signore Dio è su di me".

In lui - in Cristo - è la pienezza dello Spirito Santo. La pienezza dell'unzione trinitaria. Ed insieme la pienezza del dono, in cui si elargisce Dio.

Si elargisce: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo; ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Jn 3,17).

In questa pienezza dello Spirito egli stesso, Cristo, va incontro alla sua "ora".

Entra nel "Triduum Sacrum" del suo mistero pasquale. Al termine del primo giorno dopo il sabato verrà agli apostoli nel Cenacolo per far loro vedere i segni della sua Passione e soffiare su di essi lo Spirito Santo: "Ricevete lo Spirito Santo" (Jn 20,22).


3. Ecco, il Cristo "unto". Ecco colui "che ci ama / e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue" (Ap 1,5).

Ecco colui che è il passaggio del Dio vivente - cioè la Pasqua. Ed insieme colui che deve venire: "Ecco viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto" (Ap 1,7).

Cristo-Pasqua del nostro passare e del nostro futuro in Dio.

Lo Spirito, che è su di lui - ha compiuto in lui e per lui la nostra Redenzione.

Questo Spirito - dopo la sua dipartita - è rimasto nella Chiesa come l'unzione messianica. Come fonte della nuova vita.

Oggi celebriamo la liturgia di questo mistero. La liturgia dell'unzione messianica. E, mediante questa, - di tutte le unzioni che nella Chiesa esprimono il donarsi dello Spirito Santo, il rinnovamento sacramentale della vita, la grazia santificante.

"Ave Sanctum Oleum... ave Sanctum Chrisma".


4. "Ho trovato Davide, mio servo, / con il mio santo olio l'ho consacrato" (Ps 89[88],21).

Cari fratelli nel sacerdozio e nell'Episcopato! Celebriamo insieme l'Eucaristia mattutina del giovedi santo.

Desideriamo rinnovare il dono, che ognuno di noi ha ricevuto.

Questo dono ha il suo inizio nel Cenacolo. Ed è l'eredità dell'ultima Cena. L'eredità del giovedi santo.

Ciò costituisce la nostra parte nel mistero dell'unzione messianica.

Celebrando insieme l'Eucaristia, siamo testimoni della Pasqua di Cristo: di quel passare, attraverso la morte di Croce, alla nuova vita nella Risurrezione.

Partecipiamo in modo particolare alla potenza dello Spirito: siamo i servi di Cristo, i ministri dei misteri divini.

Vogliamo che il mondo pensi a noi in questo modo. E che il mondo ci veda così. Con noi conviva così. E così venga in cerca del nostro servizio.

Tanto lo desideriamo. Tanto ne sentiamo l'insufficienza: "Caritas Christi urget nos" (2Co 5,14).

perciò rinnoviamo, oggi, le nostre promesse sacerdotali. A colui che "ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen" (Ap 1,6).

1989-03-23

Data estesa: Giovedi 23 Marzo 1989




Giovedi santo: omelia della Messa "in Cena Domini" - Ai fedeli riuniti nella Basilica di san Giovanni in Laterano, Roma

Titolo: Amare sino alla fine è passare al di là del confine della morte

Testo:


1. "In quella notte io passero per il Paese d'Egitto" (Ex 12,12).

Coloro che si erano riuniti a Gerusalemme, nel Cenacolo, insieme con Gesù - i suoi apostoli - erano i testimoni di quel passare, di quella pasqua.

Jahvè è passato per il paese d'Egitto, quale Dio di Israele, per liberare nel segno del sangue i figli e le figlie del popolo eletto.

Quello era il sangue dell'agnello della pasqua, che salvava dalla morte.

Con questo sangue venivano segnate le porte delle case, perché queste porte si aprissero verso le vie dell'esodo: verso la liberazione dalla schiavitù d'Egitto.

Coloro che si erano riuniti a Gerusalemme, nel Cenacolo, erano i discendenti nel corpo e nello spirito di quella generazione che aveva sperimentato la potenza di Jahvè.

Colui che è (cfr. Ex 3,14) aveva rivelato se stesso a Mosè e gli aveva ordinato di far uscire il popolo dal paese d'Egitto. Colui che è - è il Dio fedele. Ha compiuto la sua promessa nella notte di pasqua.

La memoria di quella notte è rimasta sacra in tutte le generazioni di Israele. Gesù e gli apostoli si riunirono nel Cenacolo per celebrare insieme quella memoria.


2. Ecco, è la pasqua - cioè il passaggio del Signore.

Nella memoria di quella pasqua entra una nuova realtà. Il nuovo passaggio del Dio dell'alleanza prende inizio proprio da quella cena. Emerge da essa come dall'autentico preannuncio dell'alleanza, che è nuova ed eterna.

Ecco, il Cristo - conformemente con la memoria e con la tradizione di Israele - prende il pane e rende grazie, lo spezza e dice: "Questo è il mio corpo, che è per voi" - così ha scritto san Paolo apostolo nella prima lettera ai Corinzi (11,24). Poi Cristo prende il calice, e dice: "Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue" (1Co 11,25).

Cristo aggiunge: "Fate questo... in memoria di me" (1Co 11,25).

"Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga" (1Co 11,26).

Questo dice Cristo nella vigilia: prima che si compia su di lui quel che ora dice. Prima che passi il Dio dell'alleanza - prima che passi attraverso la storia d'Israele, prima che passi per la storia dell'umanità: passerà nella morte del suo Figlio - passerà nella verità del suo sacrificio: del corpo che sarà dato, del sangue che sarà versato sulla Croce del Golgota.

Passerà Dio.

Questo passare è la Pasqua della nuova ed eterna alleanza. Non ce ne sarà più un'altra. Rimarrà il ricordo eterno di queste parole: "Questo è il mio corpo", sul pane di Pasqua; "Questo è il mio sangue", sul calice del vino; rimarrà - il ricordo eterno di queste parole - e la loro potenza sacramentale: "fate questo".


3. La realtà: il sacramento.

Redenzione - alleanza - ed Eucaristia.

"Annunziamo la morte del Signore finché egli venga".

Redenzione - alleanza - Eucaristia. Preannunzio.

Dio è fedele.

Colui che è è stato fedele quando ha rivelato il suo nome ed ha ordinato a Mosè, nella potenza di questo nome di liberare Israele dalla schiavitù d'Egitto.

Segno dell'antica alleanza.

Egli è fedele nel segno della nuova alleanza: nell'Eucaristia.


4. Prima della Cena, Cristo lava i piedi agli apostoli: Dice: "Ho lavato i vostri piedi... Vi ho dato l'esempio, perché - come ho fatto io, facciate anche voi" (Jn 13,14-15).

Con queste parole ha riconfermato il suo comandamento: il comandamento nuovo: "che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati" (Jn 13,34).

Come hai amato, Maestro? - "Sino alla fine" (Jn 13,1).

("Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amo sino alla fine").

Si.

La tua vita su questa terra si avvicina al suo termine. Si avvicina alla fine.

Tuttavia "amare sino alla fine" - significa passare al di là del confine della morte. Significa: raggiungere ciò che è eterno. L'amore infatti non ha fine.

Del resto non hai forse preannunciato ai tuoi discepoli che nella casa del Padre, quando si troveranno intorno alla tavola, tu di nuovo li servirai? così come li hai serviti - nel Cenacolo, durante la Cena di Pasqua.


5. O Eucaristia! Corpo e Sangue del nostro Redentore.

O indicibile servizio! O indicibile servizio del nostro Signore.

Gloria a te, Re dei secoli.

1989-03-23

Data estesa: Giovedi 23 Marzo 1989




Il discorso al termine della "Via Crucis" dal Colosseo al colle Palatino - Ai fedeli riuniti, Roma

Titolo: Dopo la morte di Cristo si stese un grande silenzio

Testo:


1. "Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze..."? (cfr. Lc 24,26).

Sulla collina del Calvario sono rimaste tre croci. Quella al centro - è la Croce di Cristo.

"Gesù il Nazareno, il re dei Giudei" (Jn 19,19), è spirato su questa Croce. Gli è stato trafitto il costato con la lancia - e ne è uscito sangue e acqua (cfr. Jn 19,34). Veramente egli è spirato.

Non era forse necessario che egli soffrisse tutto ciò? Questa domanda verrà proposta tra qualche giorno.

Verrà posta da un pellegrino sconosciuto, sulla via di Emmaus nel colloquio con i due discepoli del Crocifisso.

Questa sera nessuno ancora si pone tale domanda.

Il cuore dei discepoli è invaso da timore e abbattimento.

"I capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso" (Lc 24,20).

Ecco, "Tutto ciò... riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo" (Lc 24,19).

"Noi speravamo" (Lc 24,21).

Nel cuore dei discepoli, abbattimento e delusione.

Quella sera, dopo la morte sul Golgota, nessuno avrebbe osato porre una tale domanda: non era forse necessario che Cristo soffrisse tutto ciò? Anche se forse domandavano: "perché"? Non sapevano a chi porre una tale domanda. Forse a colui che da loro se ne era andato, oppure, a colui che egli chiamava Padre - al quale diceva "Abbà", come nessuno avrebbe osato dire.


2. Dopo la morte di Cristo si stese un grande silenzio.

Nelle case di Gerusalemme consumavano la pasqua e ricordavano l'esodo dal paese d'Egitto ed il sangue dell'agnello, col quale i loro avi avevano segnato le porte delle loro case.

Quel sangue li aveva salvati dalla morte. Ed era rimasto come segno della elezione e della liberazione d'Israele dalla casa della schiavitù.

Ricordavano dunque quella notte, quando Dio era passato per il paese d'Egitto.

La pasqua - il passaggio del Signore.

Quel Dio, re d'Israele, Dio dei patriarchi e dei profeti.

Dio dei padri nostri. Dio dell'alleanza.

Il Signore dell'intero creato.

così intensamente era con loro. Era il loro Dio.

"O Signore, nostro Dio, / quanto è grande il tuo nome su tutta la terra" (Ps 8,2).

Non osavano pronunciare il suo nome.

Quel Dio tanto vicino... i profeti lo chiamavano "lo sposo del suo popolo".

E tuttavia egli diceva: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8).

Quali sono i pensieri di Dio? Quali sono le sue vie? Colui che era passato per il paese d'Egitto, punendo e liberando - non è passato oggi per il Golgota? Eppure Cristo aveva detto - formidabili parole sulla bocca di un uomo: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Jn 10,30). Io sono nel Padre e il Padre è in me (cfr. Jn 17,21). Io faccio sempre la sua volontà (cfr. Jn 6,38 Jn 8,29).

Non ha forse cessato di essere "una cosa sola" col Padre, quando sulla Croce disse: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34), ed anche quando grido: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato"? (Mt 27,46) - fino all'ultima parola: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46).

"Detto questo spiro" (Lc 23,46).


3. Pasqua di Gerusalemme.

Memoria del sangue dell'agnello sulle porte, segno dell'alleanza di Dio con Israele.

Al Giordano, al primo incontro.

Giovanni vedendo Gesù aveva detto: "Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo" (Jn 1,29).

Dov'è ora Gesù di Nazaret? E' stato calato dalla Croce, e deposto nel sepolcro ai piedi del Golgota.

Un masso è stato rotolato contro l'entrata del sepolcro.

Hanno sigillato il sepolcro.

Dov'è ora Gesù di Nazaret? Perché non è sceso dalla Croce? Perché non ha dimostrato la sua potenza, quella potenza che ha dimostrato molte volte, per esempio nel far risorgere Lazzaro? Il salmista ha scritto: "Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, / né lascerai che il tuo santo veda la corruzione" (Ps 16[15],10).

Dov'è adesso...

Egli ha permesso alla morte di abbracciarlo.

Colui che diceva: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Jn 10,30).

Colui che diceva: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Jn 14,9).

Colui che diceva: "Io sono la risurrezione e la vita" (Jn 11,25).

Dov'è adesso?


4. Anni dopo l'autore della lettera agli Ebrei scriverà: "Cristo... sommo sacerdote dei beni futuri attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo..., entro una volta per sempre nel santuario... con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna... Il sangue di Cristo il quale con uno Spirito eterno offri se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente" (He 9,11-14).

"Mediatore di una nuova Alleanza" (He 9,15).

"Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria"? (Lc 24,26).

1989-03-24

Data estesa: Venerdi 24 Marzo 1989




Alle comunità di sant'Egidio - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il primato della carità sia il cuore del vostro servizio

E' per me motivo di particolare gioia avere questo incontro con voi, amatissimi fratelli e sorelle appartenenti alle comunità di sant'Egidio, che avete voluto riunirvi a Roma per celebrare i misteri centrali della nostra fede: la Passione, la morte e la Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.

Provenite da numerosi paesi, da diversi continenti in cui sono nate le vostre comunità, e vedete in Roma, centro della cattolicità, il segno di comunione nell'unità che Cristo desidera per la sua Chiesa. Siate dunque i benvenuti in questa casa di tutti noi che ci sentiamo legati dai vincoli dell'amore, della fede, della preghiera.

Avete voluto riunirvi in questa occasione per celebrare la Pasqua: la grande gioia di sentirci salvati da Cristo e vincitori con lui sul peccato e sulla morte.

La vita nuova che il Signore ci comunica deve essere per noi forza e impulso affinché ciascuno si impegni con animo rinnovato per l'irradiamento del Regno di Dio. "Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti" (1Co 12,4-6).

Le vostre giornate di amicizia, preghiera e riflessione nella città eterna devono simboleggiare anche l'impegno ad essere apostoli della nuova evangelizzazione nelle vostre famiglie, con i vostri compagni, nel lavoro, nello studio, nella vita sociale. So che la formazione cristiana che vi sforzate di approfondire nelle vostre comunità vi stimola a una partecipazione più attiva alla vita liturgica e caritativa della Chiesa e, in special modo, a un amore preferenziale per i più poveri e abbandonati.

Come ricordavo in un nostro incontro dell'anno scorso, in occasione del vostro ventesimo anniversario: "Il primato della carità... è il cuore del vostro impegno. E' anche una eredità della Chiesa di Roma, che voi rinverdite" ("Allocutio ad Communitates Sancti Aegidii occasione Vigesimi anni expleti a fundatione", die 6 febr. 1988: , XI, 1 [1988] 364).

Siate, pertanto, testimoni di fraternità, di servizio per i poveri, di spirito di preghiera. Questa deve essere la regola di vita, che farà "risplendere la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5,16).

Cercate Cristo fra i più bisognosi, coloro che non hanno voce, coloro che soffrono nell'anima e nel corpo, ricordando sempre l'esortazione del Concilio Vaticano II, ossia che ogni cristiano è "chiamato alla perfezione della santità" (LG 11), e che "la vocazione cristiana è, per sua natura stessa, vocazione all'apostolato" (AA 1).

Prima di lasciarvi vi do un particolare incarico: portate il saluto e la benedizione del Papa a tutti gli altri fratelli delle vostre comunità in Argentina, Messico, El Salvador, Guatemala, Mozambico, Costa d'Avorio, Camerun, Hong Kong, Germania, Spagna, Belgio, Olanda e nelle diverse città d'Italia.

A tutti imparto con grande affetto la mia benedizione apostolica.

1989-03-25

Data estesa: Sabato 25 Marzo 1989




A gruppi di pellegrini polacchi - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il cristiano non deve mai arrendersi alla morte

Testo:

Vorrei farvi gli auguri di Pasqua. Ogni anno questi auguri assumono un significato nuovo: sempre lo stesso e, in un certo senso, sempre nuovo significato radicato profondamente nel istero pasquale, nel mistero del nostro Signore Gesù Cristo.

Mistero che tutta la Chiesa vive attualmente nella liturgia della settimana santa, del triduo sacro, e che vivrà domani, nella domenica della Risurrezione, e poi durante l'ottava. Tutto è centrato su una semplice parola, quella che le donne hanno sentito per prime. Le donne, che si sono recate al sepolcro per ungere Cristo deposto nella tomba, hanno trovato il sepolcro vuoto, la pietra ribaltata, e hanno sentito: "Perché cercate fra i morti Colui che è vivo? Non è qui, è risorto" (Lc 23,5).

Parole dall'impenetrabile contenuto: così chiare, confermate in seguito da tutti gli incontri del Risorto con gli apostoli, con i discepoli, con le donne, con Maddalena, ma nello stesso tempo così cariche di quell'impenetrabile mistero che tocca la sfera più essenziale della nostra esistenza, cioè il rapporto tra la vita e la morte. Questo mistero ribalta in un certo senso, l'ordine delle cose.

Nell'ordine al quale siamo abituati la vita termina con la morte. Ne troviamo conferma osservando la natura, osservando la storia dell'uomo, la storia delle società, delle culture: è come se la morte dominasse tutto ciò che esiste nel mondo visibile, nel creato. Qui questo ordine viene ribaltato - la morte non succede alla vita, ma è la vita che risorge dalla morte. Alla luce di tutta la verità evangelica ciò significa che Dio non può morire, Dio è vita. Gesù Cristo, Dio-uomo, ha rivelato questa verità in mezzo al mondo che è soggetto alla morte, in mezzo al nostro mondo umano, alla nostra umana esistenza, in mezzo alla storia.

Ciò ha un significato immenso per ogni uomo. Direi anche per un non credente. Per un credente, conferma il senso della sua esistenza in questo mondo.

Per un non credente, che non può ammettere questa verità, essa è in ogni caso una provocazione, una domanda, una sfida. E' il mistero pieno di significato non solo per gli individui, per le singole persone, ma anche per le società intere. Noi Polacchi, e credo non solo noi nel corso della storia del mondo, nel corso della storia dell'umanità, abbiamo sicuramente vissuto molto profondamente il mistero pasquale nel momento in cui sembrava che la nostra Nazione fosse sepolta. Allora questo mistero, la verità di Cristo che la morte deve far posto alla vita, ha ispirato di continuo anche l'esistenza terrena. Non arrendersi alla morte. Non arrendersi al male. Aspirare alla vita. E' vero che il periodo di quella morte storica, della spartizione dello Stato polacco, appartiene al secolo passato, tuttavia la questione rimane sempre valida e attuale: non arrendersi alla morte, non arrendersi al male, aspirare alla vita, a quella pienezza della vita, a cui tende sia la Nazione, sia ogni singola persona.

E' in questo spirito che faccio gli auguri a tutti i presenti e a tutta la nostra Nazione. Vi benedica Dio onnipotente, il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo.

1989-03-25

Data estesa: Sabato 25 Marzo 1989




L'omelia durante la veglia pasquale - Ai fedeli riuniti, Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Sull'orizzonte di noi tutti si svela la verità su di lui, il vivente

Testo:


1. "In quella notte io passero per il paese d'Egitto" (Ex 12,12).

Quella fu la notte dell'esodo. In quella notte il Signore - il Dio d'Israele - passo per il paese d'Egitto e fece uscire il suo popolo dalla casa della schiavitù.

Quando erano già per via, il Signore passo di nuovo e condusse il suo popolo attraverso il mare Rosso, e l'esercito del faraone, che inseguiva Israele, trovo la morte nello stesso mare.

La potenza salvifica del Dio dell'alleanza si è legata con la forza naturale dell'acqua. A questa realtà dell'acqua fa riferimento la liturgia della veglia pasquale, che stiamo celebrando.

La realtà dell'acqua come vortice, in cui perdono la vita gli uomini - come simbolo della morte. La realtà dell'acqua come luogo della salvezza del Popolo di Dio.

La realtà dell'acqua come forza benefica, che toglie la sete.

"Come la cerva anela ai corsi d'acqua, / così l'anima mia anela a te, o Dio. / L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente" (Ps 42[41],2-3).


2. A noi tutti, riuniti presso il sepolcro, in cui Gesù è stato deposto dopo la crocifissione, parla oggi san Paolo apostolo.

Parla del Battesimo che ci immerge nella morte di Cristo.

Quando parla dell'immersione l'Apostolo ha in mente l'acqua - quell'acqua di cui Cristo parla a Nicodemo - l'acqua che rigenera: "Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio" (Jn 3,5).

L'acqua - realtà rigenerante. La morte di Cristo viene assimilata a questa realtà: "Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui (Cristo) nella morte, perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova" (Rm 6,4).

La liturgia della veglia pasquale proclama le lodi di quest'acqua, nella quale, insieme con la morte di Cristo, è scesa la potenza dello Spirito Santo. Le parole della liturgia fanno discendere questa potenza: "Descendat in hanc plenitudinem fontis virtus Spiritus Sancti".


3. L'acqua del mare Rosso inghiotti i soldati del faraone, che inseguivano Israele. I figli e le figlie di Israele, sotto la guida di Mosè, si salvarono. Le acque della morte non li inghiottirono.

così pure la morte sulla Croce non ha inghiottito Cristo! Anche noi - se "siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui" (Rm 6,8). Cristo infatti, se è morto, è anche risorto: "Egli mori al peccato una volta per tutte; ora invece, per il fatto che egli vive, vive per Dio" (Rm 6,10).

In Cristo il peccato ha cessato di essere l'abisso mortale per l'uomo, l'acqua che inghiotte: la sua morte è diventata la morte al peccato - in effetti ha fatto discendere la potenza dello Spirito Santo, che dà la vita.

Questa potenza viene partecipata a ciascuno di noi nel sacramento del Battesimo.

Pensando a questa potenza che dà la vita vi accostate oggi al santo Battesimo, voi cari fratelli e sorelle, che saluto cordialmente in questa Basilica di san Pietro, come vi salutano pure quanti sono in essa riuniti. Vi salutiamo con emozione e con affetto, voi che venite dalle nazioni dei vari continenti: dal Giappone, dalla Corea, dagli Stati Uniti d'America, dalla Francia, dalle Filippine, dall'Iran, dall'Egitto e dall'Italia.


4. Ecco, "se siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione" (Rm 6,5).

In modo mirabile vanno di pari passo, nel corso di questa veglia pasquale, l'attesa della Risurrezione di Cristo, che si manifesterà questa notte, e il vostro Battesimo.

Aspettiamo la Risurrezione di Cristo. Aspettiamo il momento in cui la pietra sarà ribaltata dal sepolcro - ed egli stesso, Cristo crocifisso, diventerà la "testata d'angolo" (Mc 12,10) della verità salvifica e della vita eterna in Dio.

Questo momento ormai si avvicina. Ormai vanno verso il sepolcro di Gesù le tre donne, che per prime vedranno la pietra ribaltata. E udranno dire: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" (Lc 24,5).


5. Noi tutti condividiamo con voi, cari catecumeni, la grandezza e la gioia di questo momento.

Tutti cantiamo quel Salmo sulla cerva che anela verso le fonti, la cui acqua soddisfa la sete dell'anima, che ha sete di Dio, del Dio vivente.

"Quando verro e vedro il volto di Dio?" (Sal42[41],3).


6. Mediante la realtà dell'acqua il volto di Dio ha cominciato a brillare sull'orizzonte dei pellegrini, quando ormai salvi, uscirono sulla riva del mare Rosso, andando verso la terra promessa, sotto la guida di Mosè.

Sull'orizzonte di noi tutti, che mediante la fede pellegriniamo con Cristo, mediante la sua morte salvifica, all'alba del giorno della Risurrezione si svela la verità su di lui, il Vivente.

Il Dio ineffabile e invisibile svela dinanzi a noi, nella Risurrezione di Cristo, il mistero della sua vita.

Veramente: "Celebrate il Signore, perché è buono; / perché eterna è la sua misericordia" (Ps 118[117],1).

1989-03-25

Data estesa: Sabato 25 Marzo 1989





GPII 1989 Insegnamenti - Catechesi all'udienza generale - Ai fedeli riuniti, Città del Vaticano (Roma)