
GPII 1989 Insegnamenti - A un gruppo di studenti fiamminghi - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Inserite la vita nuova di Pasqua nel progetto della vostra vita
Testo:
E' per me una vera gioia ricevere e salutare voi, giovani, che siete venuti a Roma con il pellegrinaggio pasquale, che ogni anno viene organizzato dal collegio sant'Uberto di Neerpelt, i cui studenti saluto in particolare.
La vostra presenza qui, una settimana dopo la festa di Pasqua, è come l'epilogo della grande sinfonia della vita che abbiamo celebrato a Pasqua e il cui preludio è stata la quarta Giornata Mondiale della Gioventù, che ho celebrato insieme con numerosi giovani una settimana prima della festa di Pasqua, la domenica delle palme, a piazza san Pietro.
Quanto è ancora più ricca di simbolismo la celebrazione della Pasqua, festa della vita nuova, se è iniziata e conclusa insieme con giovani, insieme con coloro che rappresentano l'avvenire, la nuova vita. Il vostro cuore, il vostro spirito, sta aperto all'avvenire, alla vita nuova, verso la quale sono rivolte le vostre aspettative, i vostri sogni, i vostri ideali. così era anche per i giovani di Gerusalemme, per i "pueri hebraeorum", per i figli degli Ebrei, che la domenica delle palme hanno acclamato Gesù al suo ingresso nella città santa: "Benedetto colui che viene, il Re, nel nome del Signore" (Lc 19,38). Essi aspettavano un messia, un re, che avrebbe liberato la loro nazione dall'oppressione e dalla povertà e recato un avvenire pieno di prosperità e felicità, pieno di vita.
Ma alla domenica delle palme è seguito il venerdi santo, giorno della morte di Gesù sulla Croce, su cui Pilato aveva fatto scrivere: "Questi è Gesù, il re dei Giudei" (Mt 27,37). Ciò sembrava il crollo completo di tutte le aspettative per l'avvenire, la fine della stessa vita. Pero, al venerdi santo è seguita la Pasqua, il giorno della Risurrezione del Signore; alla morte della vita terrena è seguita la vita nuova, immortale, eterna. Gli angeli hanno detto alle donne, che erano venute al sepolcro: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato" (Lc 24,5-6).
Voglio volentieri esortarvi, carissimi giovani, ad inserire questa vita nuova di Pasqua nel progetto della vostra vita, nelle vostre aspettative per l'avvenire. La vita di ogni uomo, anche quella di ciascuno e ciascuna di voi, passerà una volta attraverso il Golgota, il venerdi santo, la morte. Tuttavia ciò non sarà la fine, anzi sarà l'inizio della vita propria, se voi ne avrete inserito la prospettiva nella vostra vita terrena. E questo potete e dovete realizzare facendo della vostra vita terrena una vita di amore, una vita a servizio del prossimo, impegnandovi sempre per un'autentica civiltà dell'amore. In questo senso auguro a tutti una felice Pasqua e imparto di cuore la benedizione apostolica.
1989-03-31
Data estesa: Venerdi 31 Marzo 1989
Titolo: Testimoniate la forza della Risurrezione nell'impegno per la difesa del creato
Testo:
Cari confratelli, cari fratelli e sorelle.
E' una grande gioia potervi incontrare in questa sala così piccola ma proprio per questo familiare. Rinnovo il mio caloroso benvenuto a voi e ai vostri accompagnatori e al Vescovo Kettmann.
Considerate un grande dono il poter vedere la Chiesa mondiale nel centro della cristianità cattolica proprio durante la festività principale dell'anno liturgico, dopo aver trascorso la settimana santa e la liturgia pasquale nelle vostre parrocchie. Come si sa, la festa della Pasqua dura, per la liturgia della Chiesa, per tutto il periodo della settimana di Pasqua.
Come ho detto durante l'ultima udienza generale, la Risurrezione di Gesù Cristo è la verità fondamentale della nostra fede. E' il suggello della divinità di Cristo e della verità del suo Vangelo. E' la vittoria della vita sulla morte, della speranza sulla disperazione, la promessa e il pegno della nostra stessa Risurrezione.
La Risurrezione di Gesù Cristo è il si definitivo di Dio a suo Figlio, il "Figlio-uomo", il si definitivo di Dio al creato intero. Nella trasfigurizione del corpo di Cristo risorto inizia la trasfigurazione di tutte le creature, la "nuova creazione", in cui tutto il creato deve essere trasformato.
Si alla vita, si alla speranza e al futuro, si agli uomini, si agli esseri viventi e a tutta la natura - ecco i valori che voi giovani dovete considerare in modo particolare. Nella nuova coscienza generale delle nostre concrete condizioni di vita, noi, come cristiani, abbiamo un motivo in più e più serio per unirci con tutti gli uomini di buona volontà per la tutela e la difesa della natura e dell'ambiente e di tutti i valori naturali. Ciò non deve essere un dono in sé, ma un dono affidatoci dalle mani del Creatore. Tutta la natura che ci circonda è creazione come noi, creazione insieme con noi, e nel destino comune tende a trovare in Dio stesso il compimento e la finalità ultima, come "cieli nuovi e terra nuova". Questa dottrina della nostra fede è per noi uno stimolo ancora più forte per un rapporto responsabile e nello stesso tempo rispettoso con la creazione: nella natura inanimata, nelle piante e gli animali e soprattutto nei nostri simili riconosciamo l'immagine di Dio.
Il santo Niels Stensen, grande scienziato e teologo, legato in modo particolare alla vostra diocesi, invita anche noi del XX secolo a lasciare che gli occhi dello spirito si aprano sulle meraviglie di Dio nella natura, a riconoscere la nostra dignità di uomini nella creazione divina e a lasciarsi colmare della luce della sua grazia.
Il richiamo alla Risurrezione dà alla nostra vita una autentica profondità e prospettiva che non ci porta solo alla conservazione dell'ambiente esterno, ma ci esorta ad una grande responsabilità di pulizia, cura e perfezionamento soprattutto del nostro mondo interiore, del nostro cuore e del nostro spirito. Fatevi, con l'aiuto dello spirito pasquale, sostenitori e difensori della custodia dei valori morali nella famiglia, nello Stato, nella società e nella nostra vita. Chi seriamente si pone a difesa degli animali, dovrà a maggior ragione lottare per la protezione della vita umana in tutte le sue fasi.
Chi si adopera per l'ecologia e la difesa dell'ambiente, si rivolga con fermezza contro l'abbandono della decenza e dei buoni costumi nella vita sociale.
Siate, cari giovani amici, in questo senso uomini pasquali tutti i giorni; uomini che sono a conoscenza della nuova creazione nella Risurrezione di Cristo e che vivono in solidarietà con tutti gli uomini e le creature viventi il richiamo del creato per una partecipazione eterna alla sua Risurrezione e gloria.
Siate testimoni del Signore risorto e della forza trasformatrice della sua lieta Novella e seguaci nella fede, speranza e carità. Imploro quindi per voi ricche grazie pasquali e vi imparto la mia particolare benedizione apostolica. Sia lodato Gesù Cristo!
1989-03-31
Data estesa: Venerdi 31 Marzo 1989
Titolo: Il criterio morale della solidarietà garanzia dei diritti del lavoratore
Testo:
Carissimi lavoratori e imprenditori calzaturieri vigevanesi! Sono lieto di accogliervi in questa speciale udienza, promossa dal consorzio intitolato ai santi Crispino e Crispiniano, in occasione del vostro pellegrinaggio a Roma.
1. Saluto il Vescovo di Vigevano che vi accompagna, monsignor Giovanni Locatelli, e saluto il presidente dell'associazione dei calzaturieri, con il consiglio, l'assistente spirituale e tutti voi soci.
Il mio pensiero va poi ai numerosi premiati per la "fedeltà al lavoro" ed ai rappresentanti dell'associazione nazionale dei calzaturifici italiani, ai titolari delle diverse industrie. A tutti il mio grazie ed il cordiale benvenuto, insieme con l'augurio di prosperità, di serena fraternità, di protezione del Signore.
2. La storia delle industrie vigevanesi è antica e singolare, e segna quasi una "vocazione", per così dire, della vostra terra nell'arte della confezione della calzatura. Si nota chiaramente prima il diffondersi, fin da tempi lontani, del mestiere, a livello privato ed artigianale; poi, già dal secolo scorso, l'approdare dell'attività verso forme di collaborazione consorziale e corporativa, fino a giungere, con l'invenzione dei primi macchinari alla efficienza delle attuali strutture industriali. Proprio su tale sistema, moderno e sempre aperto a nuove invenzioni tecniche, si sostiene lo sviluppo dell'arte che vi è propria, e che ha portato il vostro nome dovunque in Italia, in Europa, nel mondo.
E' ovvio che io vi manifesti il mio sentimento di plauso e di compiacimento per iniziative tanto coraggiose, che fanno onore a Vigevano ed a tutta la Lomellina. Non posso tuttavia dimenticare i problemi che toccano la vostra industria, particolarmente quelle crisi del lavoro che inducono alcune aziende a chiudere e che sembrano far vacillare certe strutture operative. E' ovvio che ogni lavoratore pensi al suo impiego, dal quale deriva la serenità della vita e lo sviluppo della famiglia: infatti, dalla sicurezza del lavoro e del profitto scaturisce non solo il benessere, ma la tranquillità della vita comune, la speranza di una convivenza pacifica per tutti, nella solidale partecipazione al bene ed al profitto.
E' chiaro che i vostri problemi sono connessi con le leggi dell'interdipendenza nelle attività produttive industriali o artigianali.
Auspico che sia possibile superare ogni forma di chiusura e di blocco nei rapporti commerciali tra gli Stati, e che si cerchino le forme sempre più perfette della collaborazione, seguendo il criterio morale della virtù della solidarietà.
3. La nostra epoca e la nostra cultura esigono soprattutto che non siano ignorati i criteri morali relativi ai rapporti tra la persona ed il progresso tecnico.
Nelle vostre professioni voi notate che la tecnica facilita il lavoro, lo moltiplica, lo accelera, lo perfeziona. Proprio dalla tecnica nasce anche una migliore e più ampia possibilità di accesso di tutti ai beni necessari, utili, di consumo. Tuttavia, affinché questo possa avvenire, occorre che lo sviluppo tecnico non dimentichi mai il posto dovuto all'uomo. Occorrerà sempre vigilare perché le moderne tecnologie non vanifichino il principio del diritto universale al lavoro; così pure bisognerà far si che dalla tecnica non si sviluppino monopoli o concorrenze conflittuali o distruttive.
Ancora una volta, la risposta etica appropriata per tale problema è la solidarietà: essa deve essere sempre presente, come virtù umana e cristiana irrinunciabile, a tutte le intraprese, affinché l'uomo, ogni uomo ed ogni lavoratore siano garantiti nei loro diritti e doveri fondamentali.
4. Con questi pensieri, carissimi, io affido la vostra attività alla protezione dei santi patroni Crispino e Crispiniano. La tradizione ci presenta questi fratelli e martiri come costruttori di calzature per i poveri, e come annunciatori del Vangelo di Cristo nell'esercizio della loro stessa professione. A tale esempio ispirate i vostri comuni rapporti. Lo spirito di fraternità e di amicizia, il fervore e la carità nel servizio, l'impegno di sviluppare tra di voi la fede e la carità, così che all'interno di ogni vostra azienda i rapporti siano positivi, moralmente ineccepibili: ecco il modello di vita che i santi vi suggeriscono.
Vi imparto, quindi, di cuore la benedizione apostolica, che volentieri estendo alle vostre famiglie, alle aziende, alle persone care.
1989-04-01
Data estesa: Sabato 1 Aprile 1989
Titolo: Pace, indipendenza e libertà per i popoli del Medio Oriente
Testo:
Signor ambasciatore.
Sono lieto di accogliere l'eccellenza vostra, all'inaugurazione della sua missione di rappresentante, accreditato presso la Santa Sede, delle autorità e di tutto il popolo siriano, un popolo di cui amo ricordare, - come lei stesso ha sottolineato - la storia millenaria e le ricche tradizioni culturali e spirituali.
La prego di essere così cortese da trasmettere a sua eccellenza il Presidente Hafez Al-Assad, che l'ha incaricata della missione diplomatica, la mia gratitudine per il messaggio inviato. In risposta ai suoi deferenti ossequi, formulo anch'io i migliori auspici per la sua persona e per la nazione siriana che egli deve guidare e servire in un contesto regionale particolarmente preoccupante nel momento attuale.
Il suo nobile Paese, situato al crocevia di tre continenti, è stato per molto tempo punto di convergenza della civiltà babilonese, egizia e greca. La storia con i suoi sconvolgimenti non l'ha risparmiato, fino all'indipendenza raggiunta nel 1946, che ha aperto alla Repubblica araba di Siria un periodo più stabile nella sicurezza della sovranità.
Sulle orme dei suoi degni predecessori, signor ambasciatore, lei ha espresso il desiderio di veder consolidate le relazioni amichevoli esistenti tra la Siria e la Sede Apostolica. Queste parole, da me apprezzate, rafforzano la mia speranza di successo del dialogo che la Santa Sede cerca di favorire tra tutti coloro che possono contribuire alla pace in Medio Oriente. Mi rallegro della sua intenzione di compiere la sua missione con un tale spirito. Da parte mia, posso assicurarla della pronta accoglienza dei miei collaboratori ogni qualvolta lei lo riterrà necessario e sempre con interesse e benevolenza.
Le relazioni diplomatiche della Santa Sede con paesi così diversi tra loro per cultura e per ruolo nella scena internazionale rivestono un carattere particolare, come lei ben sa. La loro motivazione principale è la promozione degli ideali fondamentali che tutelano e valorizzano la persona umana assicurando il rispetto della sua dignità, cercando in tutti i modi di promuovere una civiltà di tolleranza, di aiuto vicendevole, e di amore fraterno. Maestra di verità, la storia mostra che gli scontri violenti non portano le soluzioni sperate ai problemi dei gruppi umani. Sono tentativi in realtà illusori che portano alla rovina e pesano gravemente sulle generazioni future.
Le prove subite dal può Paese devono aiutare a comprendere le sofferenze delle popolazioni del Medio Oriente, da lungo tempo in mezzo a conflitti drammatici e micidiali. E' dunque impossibile dare a questa regione del mondo, in cui la diversità dei popoli e delle religioni è incancellabile come le sue radici storiche, quella fisionomia originale di convivenza che fu per tanto tempo esemplare? Un simile auspicio non va considerato solo come una considerazione dello spirito. All'interno dell'unica famiglia umana, le nazioni hanno il diritto di preservare, in tutta libertà e indipendenza, la loro fisionomia, fonte di ricchezza per tutti, con la diversità delle lingue, dei costumi, delle culture, delle tradizioni spirituali. Noi speriamo che prevarrà lo spirito di mutuo rispetto e aiuto reciproco; ne va, in ultima analisi, del bene di tutta l'umanità.
Nel corso della sua missione, signor ambasciatore. i diversi contatti le daranno modo di conoscere, sempre meglio, l'aspirazione dei diversi popoli della terra a un'etica comune basata sulla promozione e la difesa dei diritti dell'uomo.
Il carattere aperto e disinteressato delle relazioni qui esistenti permettono di percepire la profondità di tale aspirazione: si tratta al fondo, semplicemente, di consentire all'uomo di svilupparsi in tutta la pienezza della sua condizione di uomo. Si tratta di rispettare una saggezza, in cui si incontrano le religioni monoteiste, nel riconoscere di essere radicati nella volontà di Dio creatore, presente nella storia dell'uomo. La dignità della persona umana, i valori morali della giustizia, della libertà, della verità, della solidarietà e della pace, particolarmente preziosi agli occhi dei credenti ma difesi anche da tutti gli uomini di buona volontà, sono troppo spesso contraddetti nelle vicende storiche del nostro mondo. Certo, la Santa Sede condivide con i paesi che hanno voluto stabilire rapporti diplomatici con lei il disegno di far fronte coraggiosamente alle sfide del nostro tempo e portarvi una soluzione esplorando tutte le possibilità di dare alle nazioni, grandi o piccole, i frutti di una convivenza fondata su questi valori essenziali.
Sul finire di questo incontro, desidero, eccellenza, esprimere ancora il voto ardente di veder progredire la pace nel Medio Oriente, una pace che permetta ai popoli, che le proprie eredità dovrebbero avvicinare, di ritrovare la propria indipendenza, la propria tranquillità e la propria prosperità.
Signor ambasciatore, auspico che la sua missione sia fruttuosa, nello spirito che lei stesso ha manifestato. Spero che avrà la soddisfazione di svolgere un compito utile e positivo e che i suoi contatti con la Sede Apostolica, e con l'insieme del corpo diplomatico, saranno per lei un'esperienza di arricchimento culturale, morale e spirituale. Invoco sulla sua persona e sulla sua Nazione la grazia abbondante del Signore onnipotente e misericordioso.
1989-04-01
Data estesa: Sabato 1 Aprile 1989
Testo:
Carissime sorelle.
Sono lieto di incontrarvi al termine della recita del santo rosario, dedicato alla Regina del Mondo - "Regina Mundi" - la beata Vergine Maria, alla quale appunto è intitolato il vostro istituto superiore di scienze religiose.
Saluto tutte voi, e colgo l'occasione per manifestarvi il mio compiacimento per il vostro impegno di studio e di formazione, che vi consente di arricchire in modo speciale la vostra personalità di donne consacrate, onde servire meglio il Signore e dare un contributo più qualificato ed efficace alla promozione umana ed allo sviluppo spirituale dei vostri rispettivi paesi di provenienza.
L'accesso della donna, ed in particolare della religiosa, alla cultura teologica è un fatto di grande importanza; un fatto ricco di promesse, dal quale - se ben attuato - ci si possono attendere risultati vantaggiosi per la conoscenza e la pratica della Parola di Dio, per la ricerca della perfezione evangelica e della santità.
Vi esorto a continuare in questo vostro impegno formativo con vivo senso di responsabilità, alla luce di Maria ed in una speciale comunione con la Chiesa, della quale Maria è mirabile segno ed immagine.
Lo Spirito di Gesù animi i vostri buoni propositi.
Vi benedico di cuore, insieme con i vostri familiari.
1989-04-01
Data estesa: Sabato 1 Aprile 1989
Titolo: "Cari giovani militari: siate Chiesa nel vostro ambiente per contribuire alla pace e alla serenità del mondo intero"
Testo:
1. "Mio Signore e mio Dio" (Jn 20,28).
Abbiamo ascoltato queste ardenti ed impegnative parole che l'apostolo Tommaso rivolge a Cristo, allorché, otto giorni dopo la domenica di Risurrezione, appare a lui e agli altri discepoli riuniti nel Cenacolo. E' la proclamazione di quella fede che, sbocciata dal cuore e dalla mente di uno che aveva visto con i propri occhi e toccato con le proprie mani le piaghe gloriose del Risorto, diventerà il nucleo primordiale, il dinamismo di aggregazione, l'anima e la forza della comunità nascente.
Tommaso è beato perché ha creduto, dopo aver toccato; perché davanti alla prova dei fatti ha testimoniato la verità storica; ma il Signore, guardando al futuro, proclama ancora più "beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Jn 20,29); quelli cioè che appoggeranno la loro fede sulla sua Parola, sul suo Vangelo, non basandosi sulla prova dei sensi.
In questa apparizione, come pure nelle altre, Gesù tocca il culmine della sua autorivelazione perché si presenta in modo inequivocabile come vero Dio e vero uomo, Signore della vita e della morte.
2. Come è stato proclamato nella seconda lettura dal libro dell'Apocalisse, Gesù può dire di sé: "Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi" (Ap 1,17-18). In lui la morte e la vita si sono affrontate come in un grandioso duello ed ha vinto la vita; lui che è la vita stessa. Il mistero pasquale è appunto un mistero di morte e di vita; un passaggio dall'una all'altra. In Cristo anche noi siamo chiamati a compiere questo passaggio, che richiede costante impegno di sforzo o di lotta: passaggio dalla morte spirituale per il peccato alla grazia divina, che ci fa vivere nella luce, come risorti a vita nuova; passaggio dal dubbio e dalle incertezze alla solidità e alla fermezza della fede e della verità rivelata, che fa di noi testimoni affidabili e coraggiosi, pietre solidamente poggiate su Cristo, che è la "testata d'angolo" secondo l'espressione del Salmo responsoriale, cioè la chiave di volta della Chiesa; passaggio dalla incredulità alla fede, che si esige da tutti coloro che vogliono essere cristiani. Quella fede che riflette in certo senso la vita di ogni uomo, come dell'umanità intera confrontata sempre col mistero del bene e del male, col desiderio dell'assoluto e le difficoltà del provvisorio. Quella fede che non nega le realtà umane, ma le accetta e le ordina, alla luce del più grande avvenimento della storia qual è la Pasqua.
Si, la Pasqua, come la liturgia ha ripetuto per tutta questa settimana, è il centro della vita dell'umanità: "Questo è il giorno, che ha fatto il Signore!". Nel celebrarlo in questa ottava, noi ricordiamo la "sollemnitas summa" - la più grande solennità di tutte le altre, - perché in essa Cristo ci ha riconciliati col Padre, ci ha donato la stessa vita di Dio, e ci ha costituiti comunità di fratelli, che si amano, che pensano agli altri, che lavorano insieme per il Regno di Dio. In Cristo risorto l'umanità disgregata diventa comunità: come quella di Gerusalemme, che gli Atti degli Apostoli ci hanno descritto nella prima lettura di questa Messa (Ac 5,12-16), come il Cenacolo dei primi cristiani, riuniti intorno a Pietro e agli apostoli. Quindi anche della vostra, carissimi, che ho la gioia di visitare in questa ottava di Pasqua. Saluto di cuore voi, che vivete qui; saluto i vostri ufficiali e responsabili, e monsignor Gaetano Bonicelli, ordinario militare, che, insieme con i cappellani militari, segue la vostra maturazione spirituale e la vostra crescita nell'autenticità della fede.
Saluto in particolare l'onorevole Mauro Bubbico, sottosegretario del ministero della difesa, e le altre personalità civili, che qui rappresentano le alte cariche dello Stato italiano.
3. Cari amici militari! Voi siete qui con i vostri familiari, che condividono i rischi della professione, scelta o almeno accettata, che si qualifica nel compito di difendere la giustizia e la libertà della vostra Patria e, di conseguenza nell'impegno di contribuire alla serenità e alla pace del mondo intero. Anche voi come cristiani volete confrontarvi col messaggio della Pasqua. Non c'è nulla di più esaltante, ma anche di più serio. Sono venuto in mezzo a voi per aiutarvi nella crescita di questa fede, nella consapevolezza dei gravi interrogativi che spesso oggi si pongono coloro che vogliono essere fedeli al Vangelo nella vita militare. Non si tratta solo delle difficoltà che tutti provano ad essere cristiani coerenti, in un mondo che spesso confonde libertà e libertinismo, dignità personale e egoismo; ma di una scelta radicale che dà senso e significato a tutta la vita.
La fede si esprime nella pace interiore; per questo il Signore ripete ai suoi discepoli: "Pace a voi!" (Jn 20,19 Jn 20,21).
La pace va costruita giorno per giorno, nelle coscienze e nei rapporti interpersonali: la pace va anche difesa perché nella visione cristiana, la vita trova la sua giustificazione ultima nel precetto evangelico dell'amore. E' per amore del prossimo, dei propri cari, dei più deboli e indifesi, come delle tradizioni e dei valori spirituali di un popolo, che bisogna accettare di sacrificarsi, di lottare, di dare anche la propria vita, se fosse necessario.
Per superare i rischi di possibili travolgimenti a favore di egoismi nazionali o di gruppi, come la storia ampiamente insegna, il Concilio Vaticano II ha auspicato e propugnato un'autorità mondiale, fondata sul consenso dei popoli e dotata di mezzi efficaci per fare rispettare la giustizia e la verità. E' ovvia in questa prospettiva ideale eppur realistica, l'esigenza di una conseguente trasformazione delle forze armate nazionali in un supporto a quella solidarietà internazionale, che la Chiesa auspica. Le desiderate trasformazioni nell'ordine della progressiva riduzione degli armamenti e di conseguenza degli eserciti, non si favoriscono negando equilibri interni e internazionali. Se vogliamo essere efficaci non dimentichiamo mai che il peccato personale e sociale è presente e continuerà a pesare nella vita, ma che la forza della Risurrezione consente al cristiano di sperare e operare attivamente in direzione della pace, che sarà totale e definitiva solo nel Regno di Dio.
4. Non esistono formule meccaniche per migliorare la vita. La fede è una luce accesa dentro per vedere le cose come le vede e le vuole Dio. Ma proprio per questo ha bisogno di essere coltivata come il seme della parabola evangelica. Ne deriva il dovere primario di ogni uomo di buona volontà, e in particolare di chi si onora del nome cristiano, di essere attento ad ogni movimento dello Spirito e ad ogni possibilità di rinnovamento. Il primato dell'attenzione e dell'azione pastorale, a tutti i livelli, resta sempre l'uomo. Sono lieto di sapere che la vostra Chiesa è impegnata in questi anni in un piano pastorale centrato sul riconoscimento e sulla valorizzazione dei laici. E' un grande obiettivo, che sulla scia del Concilio, ha rilanciato l'ultimo Sinodo dei Vescovi e che ho proposto nella recente esortazione "Christifideles Laici". La Chiesa ha bisogno di persone che partecipano pienamente alla sua missione di evangelizzare la pace. Il mondo ha bisogno di cristiani convinti, leali, fieri della propria fede e capaci di impegnarsi nelle loro famiglie e negli ambienti di vita a mostrare con le opere che Cristo non è morto invano per noi, e che la forza della sua Risurrezione purifica e trasforma la nostra vita. Anche il vostro ambiente attende da tutti un impegno speciale.
A voi, cari giovani in servizio di leva, tocca valorizzare l'obbedienza, ma anche occupare gli innumerevoli spazi dove la comprensione, l'esempio, la testimonianza diventano una reale e preziosa collaborazione a vantaggio di tutti i vostri commilitoni in uno scambio reciproco di solidarietà e di amicizia. Vorrei chiamare a raccolta innanzitutto i giovani che hanno esperienza di vita ecclesiale nelle parrocchie e nei vari movimenti, o gruppi e associazioni perché non trascurino questo settore, ove centinaia di migliaia di coetanei passano ogni anno un momento delicato e prezioso della loro esistenza. Pregate insieme e non vergognatevi di essere e di dirvi cristiani. Riflettete insieme sulle grandi responsabilità che vi incombono in questo scorcio del secondo millennio cristiano.
5. Fate comunità col vostro Vescovo, con i vostri cappellani militari, con quanti recano una loro esperienza e sono pronti a confrontarla ed arricchirla con voi.
Siate lieti e disponibili: siate Chiesa nel vostro mondo. Fate si che gli altri possano vedere in voi il Cristo risorto, che l'apostolo Tommaso ebbe la fortuna di toccare con le sue mani. Siate con la vostra vita e con la vostra condotta esemplare segni credibili del Risorto. Per credere occorrono dei segni: siate voi questi segni viventi.
Signore mio e Dio mio! Il grido di umiltà e di adorazione dell'apostolo san Tommaso diventi anche per voi un richiamo vivo e un ricordo stimolante in questo incontro pasquale. Con il Signore possiamo camminare sicuri, perché anche se la valle ci sembra oscura, lui è la nostra luce, la nostra guida e la nostra gioia.
1989-04-02
Data estesa: Domenica 2 Aprile 1989
Titolo: Una solida formazione spirituale rende compatibili la vocazione cristiana ed il servizio militare
Oggi viviamo in un'epoca di dialogo, e tra i protagonisti del dialogo, che vogliono dialogare in ogni situazione, io direi che i giornalisti si trovano in una posizione privilegiata. Conosco il loro ambiente, perché li incontro durante i miei viaggi e devo anche presentarmi davanti a loro e ricevere le loro domande, molte volte anche abbastanza complicate. Vedo che questo sistema del dialogo, delle domande, è entrato anche nelle parrocchie di Roma. Quando mi reco a visitarle, specialmente i giovani mi pongono delle domande. Si vede che questo sistema del dialogo e delle domande fatte al Papa è entrato anche nella parrocchia militare, nell'ordinariato militare, almeno qui alla Cecchignola. Penso che questo sia un bene, una cosa utile. Noi siamo creati dal nostro Padre; egli ci ha resi capaci di dialogare, di scambiare le idee, di porre delle domande e di rispondervi, di riflettere, perché certamente una domanda è sempre frutto della riflessione e poi provoca e spinge ad una riflessione ulteriore. Lo sviluppo della conoscenza umana, all'inizio, è andato avanti attraverso le domande e le risposte.
Anche questo sistema e questa epoca della Chiesa del dialogo potrà portarci avanti nella conoscenza di Dio, di Gesù Cristo e di noi stessi, perché, come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, Cristo non ci ha rivelato solamente Iddio, ma rivelandocelo come Padre, con il suo amore per il mondo, ha rivelato a noi uomini la persona umana, ci ha dato una visione piena e adeguata della persona umana.
Voglio ringraziare questi quattro giovani per le domande che mi hanno rivolto e vorrei rispondere, forse non punto per punto, ma con una breve sintesi di quello che mi è venuto in mente ascoltando le loro domande. Vorrei ricordare soprattutto che fra i militari e Gesù Cristo stesso - come anche, prima di lui, il suo precursore Giovanni Battista - ci sono stati incontri molto significativi.
Pensiamo alle parole che ogni volta ripetiamo avvicinandoci alla santa Comunione - "Io non sono degno..." -. Esse sono parole di un militare, di un centurione romano che così ha espresso la sua fede, la sua ammirazione per Gesù Cristo, la sua profonda umiltà e la sua preghiera per la guarigione del suo servo (cfr. Mt 8,8 Lc 7,8). Ma non solamente questo. Se prendiamo gli Atti degli Apostoli, è significativo che il primo convertito sotto l'influsso dello Spirito Santo - convertito non ebreo, ma pagano - sia stato nuovamente un militare, un centurione romano che si chiamava Cornelio (cfr. Ac 10,1-48). E Pietro stesso è stato spinto dallo Spirito Santo ad andare nella casa di questo centurione romano, a Cesarea, per battezzarlo. Poi, durante le persecuzioni dei tempi romani, nei secoli, troviamo tante figure eroiche di militari, di soldati, di ufficiali. Basta pensare alla figura di san Floriano: io sono molto legato, per la mia storia personale, a questo santo, forse poco conosciuto qui in Italia. Ma anche considerando l'Italia, Roma, non sono certo mancati anche qui gli eroici confessori e martiri della fede che erano militari: hanno scoperto la fede ed hanno saputo vivere da militari la loro nuova situazione interiore, congiungendo e sintetizzando i due aspetti. Certamente non c'è una difficoltà di fondo, una impossibilità di comporre la vocazione cristiana e la vocazione al servizio militare.
Se si considera la sua natura nel senso positivo, il servizio militare in se stesso è una cosa molto degna, molto bella, molto gentile. Il nucleo stesso della vocazione militare non è altro che la difesa del bene, della verità e soprattutto di quelli che sono aggrediti ingiustamente. E qui troviamo il principio che spiega in quale situazione la guerra può essere giustificata: se è una difesa della patria aggredita, una difesa di quelli che sono perseguitati, innocenti; una difesa anche con il rischio della propria vita.
Questa difesa può portare con sé anche la morte o il danno dell'aggressore, ma egli è colpevole in questo caso. Naturalmente si cerca sempre di diminuire il danno anche dell'aggressore, ma quello che si espone di più al rischio del danno e della morte è soprattutto quello che difende. Basta pensare ai tanti caduti per la patria. Ho già avuto l'opportunità di visitare i campi di guerra sulle montagne, dove sono caduti gli alpini durante la prima guerra mondiale. Ma, se torno ancora più indietro, nella storia della mia Patria d'origine ci sono stati sempre tanti eroici militari - anche partigiani durante l'ultima guerra - che a costo della propria vita, non hanno ceduto all'ingiusta aggressione della loro Patria. Qui si vede come le due cose possono andare insieme ed essere ben coordinate: non sono divergenti, ma convergenti, coerenti.
Naturalmente, si deve sottolineare che occorre anche una formazione spirituale per creare, per trovare e per sviluppare questa coerenza fra le due vocazioni, quella militare e quella cristiana. Io ho avuto la possibilità di parlare molto con i vostri Vescovi militari, ordinari militari; prima con monsignor Schierano, predecessore di monsignor Bonicelli; ed anche con monsignor Bonicelli e con molti altri ordinari militari di altre nazioni, quando sono venuti in visita "ad limina"; tutti dicono che è molto positivo dal punto di vista spirituale. Tutti vedono nel servizio militare una prova per il giovane. Costa anche molto, specialmente nel senso affettivo: per un giovane non è una cosa molto facile cambiare stile di vita da laico, da civile, e diventare un militare di leva. Soprattutto non è facile inserirsi all'interno di questa disciplina, perché la caratteristica della vita militare è la disciplina. Ma proprio quello che costa e non è tanto piacevole, nello stesso tempo è anche molto utile, costruttivo.
Ciascuno di voi deve essere disciplinato.
Forse quello che manca a molti giovani di oggi - specialmente nei paesi del benessere, nei paesi di larga libertà, per non dire liberalismo, libertinismo - è una disciplina, un'autodisciplina. Si tratta di due cose diverse: la disciplina può essere solamente esterna, imposta anche da un ordine, da una eventuale pena, ma può esservi insieme disciplina e autodisciplina. Il periodo del servizio militare è per i giovani un periodo in cui essi possono veramente maturare nella autodisciplina. E non solamente in quella del corpo, in quella esterna: si vede certamente anche nel modo di essere di un militare che il suo corpo è disciplinato. Ma questa disciplina corporale deve andare di pari passo con quella interna, spirituale, che tocca la coscienza umana, tocca la volontà, tocca anche il cuore. Un uomo disciplinato, autodisciplinato, è un uomo maturo.
Sono queste le cose più importanti che volevo dirvi come risposta alle vostre domande. Forse non sono state puntuali in tutti i dettagli, ma sono state centrate sui problemi più importanti. Penso, e sono convinto, che il servizio militare può non solamente essere utile alla società ma anche utile a voi. Facendo il servizio militare voi potete essere utili a voi stessi e conseguire risultati di ordine morale, spirituale, se questo servizio viene ben utilizzato, se si approfitta bene di questo periodo. Naturalmente, su questo punto occorrerebbe una collaborazione molto profonda tra i superiori professionali militari, voi stessi e anche gli assistenti spirituali, i cappellani militari. così si può creare una tale sintonia tra tutti questi elementi e arrivare al frutto maturo di una personalità giovane responsabile, che è tanto importante per tutta la vita, in diverse circostanze. Molti di voi dopo il periodo del servizio militare tornano alla loro vita civile, laica. Se c'è questa maturità, questa autodisciplina, essa serve anche nella vita professionale, nella vita familiare. La vita familiare è imperniata sull'affetto, ma anch'essa deve essere in un certo senso disciplinata, soprattutto deve essere responsabile: l'amore non va senza responsabilità.
1989-04-02
Data estesa: Domenica 2 Aprile 1989
GPII 1989 Insegnamenti - A un gruppo di studenti fiamminghi - Città del Vaticano (Roma)