
GPII 1989 Insegnamenti - Appello a tutti musulmani in favore del Libano - Castel Gandolfo (Roma)
Testo:
1. Il dramma che il popolo del Libano vive mi spinge a rivolgermi a voi. Faccio ciò con fiducia e non a nome di un particolare gruppo o famiglia di pensiero, ma nel nome stesso di Dio che noi adoriamo e che ci sforziamo di servire.
2. I miei ripetuti appelli ai figli della Chiesa cattolica, ai responsabili delle nazioni come agli uomini di buona volontà vi sono noti. Tutti avevano lo scopo di contribuire a salvare, dopo più di quattordici anni di lotte omicide, il Libano, un paese che i suoi abitanti vogliono libero, indipendente e fedele al suo ricco patrimonio culturale e spirituale.
3. Il mondo intero ha sotto gli occhi una terra devastata, dove la vita umana sembra non valere più. Le vittime sono libanesi, musulmani e cristiani, ed è in terra libanese che - giorno dopo giorno - si accumulano rovine. Come potremmo noi credenti, figli di Dio misericordioso, nostro creatore, nostra guida, ma anche nostro giudice, restare indifferenti dinanzi a tutto un popolo che muore sotto i nostri occhi?
4. Il 15 maggio scorso, nel messaggio ai capi di diversi Stati ed ai responsabili di organizzazioni internazionali, ebbi l'occasione di dire: nell'ambito della vita internazionale si applica il principio della morale individuale, secondo il quale il più forte ha il dovere di venire in aiuto al più debole. E' questo un imperativo al quale i credenti, in particolare, non possono sottrarsi. Lo dicevo, il 19 agosto 1985, rivolgendomi ai giovani musulmani che mi accolsero nello stadio di Casablanca: Dio "domanda a ogni uomo di rispettare ogni essere umano e di amarlo come un unico, un compagno, un fratello. Egli invita a soccorrerlo quando è ferito, quando è abbandonato, quando ha fame e sete, in breve quando egli non sa più dove trovare la propria via sulle strade della vita" ("Allocutio Albae domi, on Marochio, ad iuvenes muslimos habita", 2, die 19 aug. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2 [1985] 499).
5. Ecco perché ho voluto oggi rivolgermi a voi, fedeli dell'Islam, figli di una religione, dove la giustizia e la pace sono eloquentemente insegnate. Fate udire la vostra voce e, più ancora, ponete in atto ogni sforzo in unione con tutti coloro, che rivendicano per il Libano il diritto di vivere, di vivere nella libertà, nella pace e nella dignità! Si tratta di un dovere di solidarietà umana che la vostra coscienza di uomini e la vostra appartenenza alla grande famiglia dei credenti impongono a ciascuno di voi.
6. Voi comprendete facilmente come io viva già, nel pensiero, il momento, in cui mi sarà data la gioia di recarmi in Libano e di trovarmi in mezzo a tutti i suoi figli. Infatti, desidero andare a venerare questa terra fecondata dal sangue di tante vittime innocenti e ripetere a tutti i Libanesi che ho fiducia in loro, nella loro capacità di vivere uniti e di ricostruire un Paese ancora più bello del Libano di ieri.
7. Ma per tale scopo è ormai un imperativo che tutti gli amici del Libano, i suoi vicini e tutti coloro che vi hanno dei fratelli nella fede si uniscano, affinché le armi più non giungano e tacciano; affinché alla logica dei combattimenti si sostituisca il dinamismo del dialogo e del negoziato; affinché sia dato a tutti i Libanesi, liberi da ogni occupante, di elaborare insieme un progetto di vita nazionale, fondato sul diritto e sul riconoscimento delle legittime particolarità dei gruppi, che compongono la società libanese.
8. Senza di ciò, l'attuale situazione di stallo continuerà e non potrà che contribuire a paralizzare il dialogo, ad approfondire le divisioni ed a provocare il crollo sociale ed economico del Libano. In una tale situazione, tutti sono vinti, nessuna soluzione è possibile, nessuna acquisizione può essere rivendicata.
9. Cari fedeli dell'Islam, la vostra preghiera e la vostra azione non possono mancare al movimento di solidarietà che reclama la salvezza del Libano. Sappiate che potete sempre contare sulla collaborazione dei cristiani. In molti paesi il dialogo islamico-cristiano ha permesso una migliore conoscenza reciproca e, talvolta, realizzazioni comuni. Ciò è stato, per numerosi anni, in Libano.
10. Consentitemi, infine, di raccogliere qui una consegna dell'apostolo Paolo: "Coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone" (Tt 4,8). Che Dio ci trovi fianco a fianco, musulmani e cristiani, al capezzale dei nostri fratelli libanesi, feriti nel cuore e nella carne! Che egli benedica gli sforzi di tutti coloro che, in mezzo a tanta violenza e disperazione, avranno saputo essere adoratori in spirito e verità! Dal Vaticano, 7 settembre 1989.
1989-09-07
Data estesa: Giovedi 7 Settembre 1989
Titolo: Profughi e rifugiati: il nostro prossimo più prossimo
Testo:
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo.
1. Come ogni anno, l'avvicinarsi della Quaresima mi offre l'occasione di rivolgermi a voi per invitarvi a profittare di questo momento favorevole, di questo "giorno della salvezza" (cfr. 2Co 6,2) perché da tutti sia vissuto intensamente nella sua doppia valenza di conversione a Dio e di amore ai fratelli.
La Quaresima, infatti, ci chiama a cambiare totalmente la mente e il cuore per ascoltare la voce del Signore che invita a ritornare a lui in novità di vita, e a renderci sempre più sensibili alle sofferenze di chi ci sta accanto.
Quest'anno vorrei porre, con forza particolare, davanti alla comune riflessione il problema dei profughi e dei rifugiati. Infatti, il loro flusso enorme e crescente costituisce una dolorosa realtà nel mondo in cui viviamo, che non riguarda più soltanto alcune regioni, ma si è esteso ormai a tutti i continenti.
Uomini senza patria, i rifugiati cercano accoglienza in altri Paesi del mondo, nostra casa comune; ma solo a pochi di essi è concesso di rientrare nei Paesi di origine a causa di mutate circostanze interne; per gli altri continua una situazione dolorosissima di esodo, di insicurezza e di ansiosa ricerca di una conveniente sistemazione. Tra di essi vi sono bambini, donne, vedove, famiglie spesso smembrate, giovani frustrati nelle loro aspirazioni, adulti sradicati dalla loro professione, privati di ogni loro bene materiale, della casa, della patria.
La carità, la giustizia e la solidarietà dl tutti
2. Di fronte alla vastità e alla gravità del problema tutti i figli della Chiesa devono sentirsi interpellati, come seguaci di Gesù, che volle anche subire la condizione di rifugiato, e in qualità di portatori del suo Vangelo. Inoltre, Cristo stesso, in quella sconvolgente pagina evangelica che, nel rito latino, leggiamo il lunedi della I settimana di Quaresima, si è voluto riconoscere e identificare in ciascun rifugiato: "Ero straniero, e mi avete ospitato... Ero straniero, e non mi avete ospitato " (Mt 25,35 Mt 25,43).
Queste parole di Cristo ci devono indurre ad un attento esame di coscienza circa il nostro atteggiamento verso gli esuli e i rifugiati. Li troviamo infatti, anche ogni giorno, nel territorio di tante parrocchie; sono diventati davvero il nostro prossimo più prossimo. Per questo hanno bisogno della carità, della giustizia e della solidarieta di tutti i cristiani.
Garantire i diritti sanciti nel 1951 e confermati nel 1967
3. A voi, pertanto, singoli membri e comunità della Chiesa cattolica rivolgo la mia pressante esortazione per questa Quaresima, affinché cerchiate tutte le possibilità esistenti di soccorrere i fratelli rifugiati, mettendo in atto adeguate opere di accoglienza per favorire il loro pieno inserimento nella società civile, e dimostrando apertura di mente e calore di cuore.
La sollecitudine per i rifugiati deve spingersi a riaffermare e a sottolineare i diritti umani, universalmente riconosciuti, e a chiedere che anche per essi siano effettivamente realizzati. Come ricordavo il 3 giugno 1986, in occasione della consegna del Premio Internazionale della Pace Giovanni XXIII al "Catholic Office for Emergency and Refugees" (COERR), l'enciclica "Pacem in Terris" di quel grande Pontefice aveva sottolineato già l'urgenza che i diritti dei rifugiati devono essere ad essi riconosciuti in quanto persone; e affermavo che "è nostro dovere garantire sempre gli inalienabili diritti, che sono inerenti ad ogni essere umano e non sono condizionati da fattori naturali o da situazioni socio-politiche" ("", IX,1 [1986] 1751). Si tratterà quindi di garantire ai rifugiati il diritto di formarsi una famiglia o di riunirsi ad essa; di avere un'occupazione sicura, dignitosa, equamente remunerata; di vivere in abitazioni degne di esseri umani; di usufruire di un'adeguata istruzione scolastica per l'infanzia e la gioventù, nonché dell'assistenza medico-sanitaria; in una parola, tutti quei diritti che sono stati solennemente sanciti fin dal 1951 dalla Convenzione delle Nazioni Unite sullo Statuto dei rifugiati, e confermati dal Protocollo del 1967 sullo stesso Statuto.
Animare e sostenere autentiche correnti dl carità
4. So bene come di fronte a un così grande problema si sia fatto intenso il lavoro di organismi internazionali, di organizzazioni cattoliche e di movimenti di diverso orientamento, nella ricerca di adeguati programmi sociali, ai quali numerose persone danno il loro sostegno e la loro collaborazione. Ringrazio tutti, e tutti incoraggio a sempre maggiore sensibilità, dato che, come si può facilmente riscontrare, ciò che si fa, anche se molto, non è ancora sufficiente. Infatti cresce il numero dei rifugiati, e le possibilità di accoglienza e di assistenza si rivelano spesso inadeguate.
Il nostro impegno prioritario dev'essere quello di partecipare, animare e sostenere con la nostra testimonianza d'amore, autentiche correnti di carità, che riescano a permeare in tutti i Paesi l'opera di formazione soprattutto dell'infanzia e della gioventù al rispetto reciproco, alla tolleranza, allo spirito di servizio, a tutti i livelli, sia quello personale che delle pubbliche autorità.
Ciò faciliterà molto il superamento di tanti problemi.
E necessario anche il contributo della volontà e dell'intelligenza dei rifugiati
5. E mi rivolgo anche a voi, fratelli e sorelle esiliati e rifugiati, che vivete uniti nella fede in Dio, nella mutua carità e nella speranza incrollabile. Tutto il mondo conosce le vostre vicissitudini. E la Chiesa vi e vicina con l'aiuto, che i suoi membri si sforzano di profondere, pur nella consapevolezza che esso è insufficiente. Per lenire le vostre sofferenze è necessario anche il contributo della vostra buona volontà e delle vostre intelligenze, voi siete ricchi della vostra civiltà, della vostra cultura, delle vostre tradizioni, dei vostri valori umani e spirituali, e di qui potete trarre la capacità e la forza di cominciare una nuova vita. Esercitate anche voi, nei limiti del possibile, l'assistenza e l'aiuto reciproci negli stessi luoghi, in cui siete temporaneamente ospitati.
Noi cattolici vi accompagneremo e vi sosterremo nel vostro cammino, riconoscendo in ciascuno di voi il volto del Cristo esule e profugo, ricordando quanto egli disse: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40).
Concreta solidarietà affettuoso sostegno
6. All'inizio di questa Quaresima invoco la ricchezza di grazia e di luce che si irradia dal mistero della Passione e Risurrezione redentrice di Cristo, affinché i singoli individui e le comunità ecclesiali e religiose dell'intera Chiesa trovino l'ispirazione e l'energia necessaria a opere di concreta solidarietà in favore dei fratelli e sorelle esuli e rifugiati; e affinché questi, confortati dall'affettuoso sostegno e interessamento degli altri, ritrovino gioia e speranza per proseguire il loro faticoso cammino.
La mia benedizione attiri copiosi i doni del Signore su quanti si renderanno sensibili a questo mio pressante appello.
Dal Vaticano, il giorno 8 settembre 1989, festa della Natività della santissima Vergine Maria.
1989-09-08
Data estesa: Venerdi 8 Settembre 1989
Titolo: Messa con Vescovi degli Stati Uniti
Testo:
Cari fratelli in Cristo.
Questa mattina, raccolti attorno all'altare, ci prepariamo a celebrare la festa della Natività della beata Vergine Maria. Commemorando la nascita di Maria la Chiesa ci spinge a meditare sulla sua vicinanza a noi nella nostra condizione umana. Ella pure è nata come figlia della razza umana. Ella è nostra sorella nella famiglia umana. Nello stesso tempo noi riconosciamo gioiosamente che è molto al di sopra di noi. Siamo felici di chiamarla nostra dilettissima Madre nell'ordine spirituale. La sua grandezza particolare è esito dell'unico e straordinario mistero dell'intervento di Dio "nella pienezza dei tempi", quando non ha più parlato per mezzo di profeti, ma per mezzo del Figlio (cfr. He 1,1-2).
Maria si è offerta come umile ancella del Signore, e così l'eterno Verbo si è fatto carne nel suo grembo e le immense ricchezze dell'amore redentivo si sono riversate nella storia umana. Tutta la vita della Chiesa di ogni età e di ogni luogo è inseparabilmente legata a questa giovane ebrea che ha risposto all'annuncio dell'angelo con totale obbedienza alla volontà di Dio: "Avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38).
Nel disegno eterno di Dio, Maria è stata chiamata a far nascere il Salvatore il cui sacrificio sulla Croce ha riscattato il mondo dalla schiavitù del peccato e della morte. Compiendo la sua vocazione ella è rimasta intimamente unita all'opera redentrice del Figlio. Come madre della Chiesa, "Mater Ecclesiae", Maria invita tutti quelli che sono rinati in Cristo ad una più profonda contemplazione del mistero della Chiesa. Ella ci ispira a riconoscere l'alta vocazione che ciascuno di noi ha ricevuto in Cristo e ci guida nel nostro cammino verso la speranza custodita per noi nei cieli.
Mentre ci rallegriamo per la sua nascita, invochiamo l'amore e la sollecitudine materna di Maria sul nostro ministero di Vescovi, un ministero che siete stati chiamati ad esercitare negli Stati Uniti d'America. Come nostra signora dell'Immacolata Concezione, Maria è patrona del vostro Paese. Possa continuare a guidare tutti i sacerdoti, i religiosi e i laici della vostra nazione verso il suo divino Figlio. E attraverso le sue preghiere, possa ciascuno di noi trovare la forza necessaria per vivere pienamente la nostra vocazione di ministri dell'unica, santa, cattolica e apostolica Chiesa di Cristo.
1989-09-08
Data estesa: Venerdi 8 Settembre 1989
Titolo: I cattolici e i pentecostali onorano la presenza dello Spirito e dei suoi doni
Cari amici.
Sono felice di incontrarvi, membri della commissione che vi avvicinate al termine della terza fase di un dialogo fruttuoso tra pentecostali e cattolici.
Nel darvi il benvenuto oggi, esprimo la speranza che le vostre discussioni abbiano contribuito non solo alla crescita della mutua comprensione della nostra vita e delle nostre esperienze spirituali di cristiani, ma anche all'interiore conversione e cambiamento del cuore che sono così fondamentali per il movimento ecumenico (cfr. UR 7-8).
Avete messo a fuoco diversi aspetti del tema della koinonia, della Chiesa come comunione. Lo studio di questo tema, che è stato approfondito ulteriormente al Sinodo straordinario dei Vescovi del 1985, è di grande importanza per la Chiesa cattolica. "Comunione" è realmente un'espressione dell'autocomprensione da parte della Chiesa cattolica di se stessa e della propria vita.
Tutti i cristiani sono convinti che è loro responsabilità esaminare con amore per la verità di Cristo le differenze che ci dividono e cercare il modo in cui, nonostante queste divisioni, noi possiamo dare una comune testimonianza al mondo. Cristo stesso ha pregato per l'unità dei suoi discepoli. Egli ha fatto al Padre questa preghiera per amore del Vangelo: "perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Jn 17,21). E' perciò parte essenziale dell'impegno ecumenico crescere nella conoscenza della verità, abbattere le barriere dell'incomprensione e del pregiudizio, e crescere nell'amore gli uni per gli altri, così da poter annunciare più fedelmente Cristo a un mondo che ne ha tanto bisogno.
I cattolici e i pentecostali onorano la presenza dello Spirito Santo e i suoi doni spirituali. San Paolo ci esorta ad aspirare ai carismi più grandi (cfr. 1Co 12,31), e ricercare la carità più di ogni altra cosa (1Co 14,1). Attraverso il dialogo cerchiamo quella carità che si compiace della verità e che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr. 1Co 13,6-7).
Vi assicuro le mie ferventi preghiere perché cresca la carità tra tutti coloro che lavorano per l'ecumenismo. Il vostro dialogo possa contribuire a una nuova comprensione tra i cattolici e i pentecostali, per amore del Vangelo di nostro Signore e salvatore Gesù Cristo.
Data estesa: Venerdi 8 Settembre 1989
Titolo: L'Università Cattolica deve operare in sintonia con coloro che sono insigniti del "munus pastorale"
Testo:
1. Sono ben lieto di incontrarmi con voi, delegati delle Università Cattoliche, eletti dal terzo congresso internazionale dello scorso aprile, e vi ringrazio sentitamente per il diligente e premuroso impegno con cui, in questi giorni, vi siete dedicati alla preparazione di un progetto di documento sullo spirito, la struttura ed i fondamenti istituzionali delle Università Cattoliche. L'argomento sta particolarmente a cuore a tutti coloro che operano negli istituti universitari cattolici ed è urgente approfondirlo per il bene della Chiesa e della sua missione nella società contemporanea.
Desidero anzitutto sottolineare che il lungo cammino, percorso assieme negli scorsi anni dagli organismi ecclesiali competenti per le Università Cattoliche, ha già portato frutti incoraggianti. Sia a livello di Chiese particolari che di Chiesa universale si e sviluppata una maggiore corresponsabilità circa il ruolo delle Università Cattoliche. Il lavoro intrapreso deve essere proseguito ed ulteriormente perfezionato col generoso contributo di tutti: del laicato come delle famiglie religiose, delle Conferenze Episcopali come delle organizzazioni tra le Università di cui la Federazione Internazionale Università Cattoliche è espressione autorevole.
La via del dialogo e della solidale comunione tra queste istanze ecclesiali e la Santa Sede è l'unica adatta per conseguire i frutti auspicati.
2. Nell'indirizzo rivolto al congresso sopra indicato rilevai come l'aggettivo "cattolico", mentre da un lato qualifica l'Università, dall'altro l'aiuta a realizzarsi secondo la sua vera natura ed a superare i pericoli di distorsioni indebite. In quell'occasione accennai anche all'esigenza di una riflessione accurata sul senso ecclesiale dell'Università Cattolica, alla luce delle due costituzioni del Concilio Vaticano II, "Lumen Gentium" e "Gaudium et Spes" e della dichiarazione "Gravissimum Educationis". E' un aspetto su cui mette conto ritornare.
3. Una accurata riflessione sul senso ecclesiale dell'università dovrà svilupparsi sulla base dei principi ecclesiologici dei citati documenti. Si tratta, come è noto, di un'ecclesiologia di comunione, che presenta la Chiesa come Popolo di Dio gerarchicamente strutturato. Esso, in virtù della sua partecipazione al mistero salvifico di Cristo, è costituito sulla terra in comunità di fede, di speranza e di carità, attraverso la quale Cristo diffonde su tutti la verità e la grazia.
Mediante il ministero dei sacri Pastori, ai quali è affidata la missione di discernere e di ordinare i carismi dei vari membri al bene di tutto il corpo, la Chiesa si pone come "segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano". In tal modo continua l'opera di Cristo nel mondo.
In questo contesto teologico deve collocarsi la missione e la responsabilità delle Università Cattoliche. Esse partecipano, ovviamente, in modo proprio e peculiare della missione della Chiesa stessa, poiché in seno ad essa vivono ed operano. Infatti nell'ambito dell'Università Cattolica compiono la loro missione apostolica, intimamente derivata dalla fede, persone rivestite di sacra potestà per il servizio dei fratelli, come pure, quali membri a pieno titolo del Popolo di Dio, laici dotati di specifici carismi o investiti di particolari responsabilità.
Ciò tuttavia non basta per definire la specifica funzione ecclesiale di un'Università Cattolica. Essa, in quanto espressione - in un certo senso - di Chiesa, partecipa della missione di questa a livello non soltanto di singole persone, ma anche di comunità. Ben a ragione, dunque, voi parlate anche di impegno istituzionale delle Università Cattoliche.
4. Da ciò deriva che, se il singolo cristiano, chiamato a condividere con l'intera Chiesa un compito apostolico, deve operare in sintonia con coloro che sono insigniti del "munus pastorale", a maggior ragione ciò vale per gli organismi di apostolato ecclesiale operanti a livello istituzionale. Al riguardo vale anche quanto lo stesso Concilio ha detto nel decreto "Apostolicam Actuositatem" (cfr. AA 24) circa il rapporto tra apostolato dei laici e gerarchia.
Per questo le note essenziali di un'Università Cattolica, che il documento elaborato dal secondo congresso dei delegati, nel novembre del 1972, ha descritto, richiamano a ragione l'esigenza di un'intima comunione con i pastori della Chiesa.
5. Alla luce del Concilio Vaticano II, i Pastori della Chiesa non possono essere considerati quali agenti esterni all'Università Cattolica, ma partecipi della sua vita. Ho preso atto volentieri di quanto è stato detto a tale proposito in una raccomandazione del terzo congresso dell'aprile scorso. E' opportuno che da tale raccomandazione si traggano le conseguenze pratiche, anche se, come è ovvio, in modo differenziato secondo il tipo di università, le varie facoltà, le peculiari condizioni dei luoghi.
6. In questa prospettiva si mettono in evidenza anche due responsabilità inseparabili: quella della Chiesa verso l'Università Cattolica e quella dell'Università Cattolica verso la Chiesa.
Da una parte occorrerà sensibilizzare maggiormente il Popolo di Dio circa l'indispensabile funzione delle Università Cattoliche nel mondo della cultura e particolarmente in alcuni contesti sociali. Oggi si nota sempre più chiaramente un risveglio della sensibilità ecclesiale nei confronti del ruolo delle Università Cattoliche, con la conseguente disponibilità al sostegno morale e materiale da parte della comunità dei fedeli, i quali, mediante iniziative appropriate ed a vari livelli, intendono far si che ogni università possa perseguire adeguatamente i propri obiettivi.
Dall'altra parte, pero, non si può negare che tale risveglio ecclesiale debba trovare un suo momento importante in seno alle stesse Università Cattoliche, giacché esse sono per loro natura un luogo privilegiato di promozione del dialogo tra fede e cultura, tra fede e scienza. Nell'università, inoltre, si formano i futuri uomini del sapere, i quali, assumendo compiti impegnativi nella società e testimoniando con coerenza la loro fede di fronte al mondo, contribuiranno ad alimentare ulteriormente la partecipazione comunitaria ai problemi dell'università.
Qui si fonda il dovere di ogni Università Cattolica di prestare ascolto alle legittime attese del Popolo di Dio, che all'università si rivolge per essere rinvigorito nell'intelligenza della fede e sorretto adeguatamente nella missione della testimonianza e dell'annuncio del Vangelo.
Tale dovere appare sempre più urgente, particolarmente se si tiene presente che oggi le domande circa i valori supremi sono diventate più insistenti, mentre la mentalità pragmatistica ed edonistica della vita porta a contrasti sociali e morali che possono gravemente compromettere tanto la dignità e la libertà delle persone, quanto il bene della società.
7. Ho appreso con soddisfazione che la congregazione per l'educazione cattolica ha curato un'inchiesta sui centri cattolici presenti nel mondo. Tale inchiesta ha portato alla redazione di un "Directory of Catholic Universities and other Catholic Institutions of Higher Education", che registra ben novecentotrentasei istituzioni. Sotto questo aspetto si intravvedono nuovi compiti di servizio anche per la Santa Sede e l'esigenza di rapporti adeguati ed aggiornati con gli organismi rappresentativi delle Università Cattoliche.
Nei miei viaggi pastorali, come è noto, ho sempre desiderato incontrarmi con le Università Cattoliche di ogni nazione per trattare gli aspetti e le problematiche peculiari di ciascuna università. Nel presente incontro, così qualificato per i partecipanti e per gli argomenti affrontati, ho ritenuto opportuno attirare l'attenzione di tutti voi su alcuni punti fondamentali, augurandomi che siano occasione di fecondi sviluppi e di conforto per la missione che vi riguarda.
Nell'invocare sulle vostre persone l'abbondanza dei divini favori, auspice la beata Vergine Maria, dede della sapienza, a voi tutti imparto di cuore l'apostolica benedizione.
1989-09-09
Data estesa: Sabato 9 Settembre 1989
Titolo: La migrazioni veicolo di fede e di fraternità per un mondo sempre più interdipendente e solidale
Testo:
Carissimi fratelli e sorelle!
1. L'annuale Giornata Mondiale del Migrante mi offre l'opportunità di rivolgermi ancora una volta a voi, per invitarvi a riflettere su uno dei tanti aspetti del fenomeno delle migrazioni. Alla luce della fede, oltre che della ragione, esso non è solo un evento troppo spesso negativo per il carico di sofferenza e di umiliazione che comporta, ma è anche un'importante realtà umana che può e deve inserirsi nella storia della salvezza. Mentre, infatti, ricorda alla Chiesa la sua condizione di popolo pellegrinante sulla terra alla ricerca della città futura (cfr. LG 9), la migrazione può anche esserle di aiuto nell'adempimento del mandato, ricevuto dal Signore, di annunciare il Vangelo a tutte le creature (cfr. Mt 28,18-20). Questa corrispondenza fra vicenda migratoria e vocazione della Chiesa può suggerire, pertanto, di considerare il contributo specifico che i migranti, proprio per la loro posizione, sono chiamati a dare alla diffusione del Regno di Dio nel mondo.
2. Tutti i credenti, di qualsiasi età e condizione sociale e culturale, debbono condividere l'impegno per l'avvento del Regno di Dio: "Andate anche voi a lavorare nella mia vigna" (Mt 20,4). E la loro risposta si esprime nella duplice forma della preghiera e dell'azione. Chi veramente crede e si sente coinvolto nell'opera di trasformazione del mondo secondo il piano di Dio non solo prega con le parole di Gesù "Venga il tuo Regno", ma, a conferma della sincerità di questa preghiera, non può non opporsi alle forze che impediscono la diffusione del Regno e non promuovere positivamente quei valori che di esso sono propri.
In quest'opera molti migranti hanno svolto fin dalle origini un ruolo prezioso. Furono proprio dei migranti i primi missionari che affiancarono e coadiuvarono il lavoro degli apostoli nelle regioni della Giudea e della Samaria.
Le migrazioni, come veicolo della fede, hanno rappresentato una costante nella storia della Chiesa e della evangelizzazione di interi paesi. Spesso all'origine di comunità cristiane, oggi fiorenti, troviamo piccole colonie di migranti, che sotto la guida di un sacerdote si radunavano in modeste chiese, per ascoltare la Parola di Dio e chiedere a lui il coraggio di affrontare le prove ed i sacrifici della loro dura condizione.
3. Certamente il contributo che ancor oggi i migranti possono dare all'espansione del Regno di Dio varia a seconda dei luoghi, dei tempi e delle condizioni della società in cui essi si inseriscono.
Oggi molti migranti cattolici lavorano in paesi nei quali il seme evangelico è stato gettato da lungo tempo; è ovvio che qui l'annuncio della fede e la testimonianza cristiana debbano essere inquadrati nella programmazione pastorale della Chiesa locale. A tal fine, chi di essi si occupa dovrà curare, innanzitutto, la catechesi degli adulti, che favorisca la formazione cristiana e la crescita nella fede dei singoli migranti; l'attiva celebrazione dei sacramenti della vita cristiana, a cominciare dal Battesimo; la formazione alla preghiera della comunità in emigrazione; un coerente impegno nella testimonianza della carità. Sono, queste, le vie obbligate perché i migranti diventino operatori di comunione nella diversità e collaborino efficacemente, per parte loro, all'opera della salvezza.
Ci sono poi paesi, in cui la comunità cattolica è costituita quasi esclusivamente da migranti. Sappiano essi che non sono soli, giacché fanno parte della Chiesa universale, mediante la quale sono uniti ai cattolici di ogni terra e nazione. Esorto perciò le Chiese dei paesi di provenienza ad offrire prove concrete di questa unità ecclesiale, inviando sacerdoti ben preparati, disposti a farsi "migranti con i migranti" per la loro conveniente assistenza.
Quanto ai paesi, in cui la maggioranza appartiene ad altre Chiese e confessioni cristiane, mentre riconosco con gioia che la presenza dei migranti cattolici ha contribuito a favorire una più serena comprensione reciproca e, di conseguenza, il movimento ecumenico, esprimo l'augurio che il cammino possa opportunamente continuare fino a raggiungere il traguardo della piena comunione.
4. A causa delle migrazioni popoli estranei al messaggio cristiano hanno conosciuto, apprezzato e spesso abbracciato la fede, grazie alla mediazione dei loro stessi migranti, che, dopo aver ricevuto il Vangelo dalle popolazioni presso le quali erano stati accolti, se ne sono fatti portatori al loro ritorno nel paese di origine.
Tale fenomeno va assumendo oggi dimensioni sempre più vaste. Occorre, perciò, fare in modo che gli emigrati appartenenti a religioni non cristiane trovino sempre nei cristiani una chiara testimonianza dell'amore di Dio in Cristo.
L'accoglienza, ad essi riservata, deve essere così cordiale e disinteressata da indurre questi ospiti a riflettere sulla religione cristiana e sulle motivazioni di tale esemplare carità, aiutando così la Chiesa nel suo dovere di far conoscere agli uomini tutta la ricchezza del "mistero nascosto da secoli nella mente di Dio" (Ep 3,9 cfr. Ep 3,4-12), nel quale possono trovare in pienezza quella verità trascendente che essi cercano a tentoni (cfr. Ac 17,27).
5. Lo sviluppo tecnico-economico, le mutate relazioni dei cittadini e delle nazioni, i rapporti sempre più ampi e frequenti di interdipendenza, la ricerca di nuove prospettive economiche, il moto diretto a favorire una maggiore unione della famiglia umana e l'incremento raggiunto oggi dai mezzi di comunicazione hanno aperto orizzonti più vasti e introdotto forme nuove rispetto alla situazione di un tempo. Inoltre, la collaborazione stabilitasi in campo scientifico, anche presso i popoli in via di sviluppo, e la fondazione di numerosi istituti di cultura offrono a molti giovani studenti l'opportunità di frequentare le università straniere.
Promovendo così la reciproca conoscenza e la collaborazione internazionale, l'odierna mobilità umana spinge verso l'unità e consolida quel rapporto di fraternità tra i popoli, per cui ciascuno dà e riceve simultaneamente dall'altro. Entro questo quadro di più intensi e frequenti rapporti, gli uomini vedono schiudersi prospettive nuove proprio in ordine a quel settore verso il quale sembra oggi dirigersi il loro impegno: la costituzione di una società capace di applicare il principio dell'interdipendenza e della solidarietà nella soluzione dei gravi problemi internazionali.
Questa prospettiva nuova, rassicurante anche per i migranti, risponde allo spirito del Vangelo, che è messaggio senza frontiere, come senza frontiere sono i valori morali che debbono qualificare ogni società.
6. I vantaggi ed i risultati positivi, ora ricordati, non possono pero far dimenticare gli aspetti di sofferenza di precarietà e di insicurezza che connotano tuttora - e forse in modo più drammatico che non in passato - le migrazioni provocate da vari motivi, non esclusi quelli economici. Non poche frontiere tendono a chiudersi; le società di arrivo sono rigidamente strutturate e come stratificate, lasciando poco spazio di inserimento ai nuovi migranti e riservando loro i lavori più umili, più faticosi e meno retribuiti. In queste condizioni essi, anche quando abbiano risolto il problema economico, rimangono sempre poveri dal punto di vista dell'accoglienza, dei diritti, della sicurezza, della possibilità di avanzamento sociale e professionale per sè e per i propri figli: questa situazione ha riflessi immediati nella ricerca del posto di lavoro, dell'alloggio, dell'accesso alle scuole superiori.
Si tratta certamente di una condizione che, nel suo senso di giustizia e di doverosa solidarietà, il credente rifiuta e combatte. Ciò egli fa con spirito cristiano, senza percorrere le vie della violenza e dell'odio. Egli ricorda, fra l'altro, che, come non esiste persona inutile, in quanto immagine di Dio e partecipe della vita di Cristo, così non esiste neppure una sofferenza inutile, da quando il Figlio di Dio ha fatto di essa uno strumento di Redenzione e di vita. Si può combattere l'ingiustizia soffrendo per la giustizia. La costruzione della civiltà dell'amore, a cui anche il migrante deve collaborare, si fonda sulla ricerca attiva, costante, paziente del bene, nonostante il male: "E' meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che facendo il male" (1P 3,17). I migranti possono, così, essere testimoni della Croce del Signore, che ha assunto ogni dolore umano e gli conferisce un valore di offerta e di riscatto.
7. Dalla condizione dei migranti emerge un altro importante aspetto della loro testimonianza per il Regno di Dio: la fiducia nei beni superiori, come necessaria prospettiva aperta sulla vicenda umana, quale che sia la condizione dei singoli. I luoghi in cui i migranti vanno a cercare lavoro, sono generalmente in paesi di più diffuso benessere. Ma, in questi, ai mezzi di vita non sempre fanno riscontro le ragioni di vita. Con la testimonianza della loro fede i migranti potranno richiamare l'attenzione di tutti sulla dimensione trascendente della vicenda umana, orientando le attese verso quei beni, nei quali soltanto l'esistenza trova piena giustificazione.
Ad un cristiano attento e sensibile, soprattutto quando si muove in un mondo vario e ricco, qual è quello delle migrazioni, si offrono tante vie e strumenti per diffondere questo messaggio, squisitamente evangelico. Il suo sforzo sarà tanto più efficace, quanto più sarà attuato in comunione con quel sacramento dell'incontro con Dio, che è la Chiesa di Gesù Cristo (cfr. LG 1): e l'azione evangelizzatrice, da lui svolta, sarà tanto più fruttuosa, quanto più vitale sarà il suo rapporto con la Chiesa.
8. Cari migranti, siate sempre consapevoli di essere amati da Dio, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità (cfr. 1Tm 2,4); consapevoli dell'opera redentrice attuata da Cristo col suo sacrificio, sostenuto per tutti gli uomini senza distinzione di razza o di religione; consapevoli della fraternità universale, per la quale tutti sono chiamati a cooperare per la soluzione dei grandi e difficili problemi della famiglia umana.
Maria, che ha accolto per prima la Parola di Dio ed è immagine della Chiesa e madre della nostra fede, vi porti alla conoscenza piena di Dio. Ella è il modello, sul quale dobbiamo tutti misurare l'autenticità della nostra vita cristiana. "Alla base di ciò che la Chiesa è fin dall'inizio, di ciò che deve continuamente diventare, di generazione in generazione, si trova Maria" (RMA 27).
Invocando la sua protezione su tutti i migranti e le loro famiglie, a tutti imparto di cuore la benedizione apostolica.
Dal Vaticano, il 10 settembre dell'anno 1989, undicesimo di pontificato.
1989-09-10
Data estesa: Domenica 10 Settembre 1989
GPII 1989 Insegnamenti - Appello a tutti musulmani in favore del Libano - Castel Gandolfo (Roma)