GPII 1989 Insegnamenti - Ad alunni ed ex alunni del seminario regionale "Benedetto XV" di Bologna - Città del Vaticano (Roma)

Ad alunni ed ex alunni del seminario regionale "Benedetto XV" di Bologna - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Ciascuno sia per gli altri giovani una esemplare proposta di vocazione

Testo:

Signori Cardinali, venerati fratelli nell'Episcopato, carissimi alunni ed ex alunni.


1. La vostra gradita visita rafforza ed arricchisce il particolare legame di comunione, che si è venuto instaurando con i precedenti incontri che la Provvidenza mi ha dato di realizzare col clero emiliano-romagnolo nel 1982, nel 1986 e nell'anno scorso. Ma quello di oggi acquista un significato tutto proprio per la ricorrenza del settantesimo anniversario dell'inaugurazione del vostro seminario.

La vostra venuta alla Sede di Pietro riprende le fila di una lunga tradizione di amore e di fedeltà al Papa, della quale il vostro istituto ha dato prova fin dal suo sorgere, e che era nella mente di colui che lo progetto e lo volle, l'allora Arcivescovo di Bologna, Cardinale Giacomo Della Chiesa, il futuro Papa Benedetto XV, al quale giustamente fu intitolato il seminario.

A testimoniare questa continuità di fedeltà vedo presenti, qui, non soltanto i giovani che si preparano all'ordinazione sacerdotale, ma anche molti fratelli che, da tempo più o meno lungo, stanno fruttuosamente operando come ministri di Dio nella vigna del Signore. Alcuni di essi sono stati investiti di speciali incarichi, perché rispondano con maggiore generosità ai talenti ricevuti.

Il ministero di altri è invece, forse, meno vistoso, ma ben conosciuto da Dio, che non mancherà di elargire il premio meritato.


2. Il vostro seminario, nel corso di questi anni, è andato soggetto ad una certa evoluzione istituzionale, che lo ha portato ultimamente a collegarsi con la facoltà teologica dei padri domenicani di Bologna per la creazione di un organismo comune - il cosiddetto STAB, "Studio Teologico Accademico Bolognese" - che si esprime in due indirizzi di fondo per il conseguimento dei gradi accademici: quello prevalentemente orientato ai temi della pastorale e dell'evangelizzazione con sede nel seminario regionale, e quello destinato ad approfondire la conoscenza del pensiero di san Tommaso d'Aquino, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II e in relazione ai problemi del nostro tempo.

Questa nuova struttura giuridico-organizzativa rappresenta certamente una bella testimonianza di fraterna collaborazione tra clero secolare e clero regolare per il bene della Chiesa locale, con particolare riferimento a questo campo così delicato della vita ecclesiale, qual è appunto la formazione dei giovani al sacerdozio. E del resto, ci si poteva ben attendere una simile collaborazione in una città come Bologna, la quale da tanti secoli svolge un eminente servizio culturale a favore della Chiesa e della società; e si sa quanta larga parte, nel corso di questo tempo, abbiano avuto e tuttora hanno le varie componenti ecclesiali, sia quelle di carattere diocesano, che quelle di vita consacrata.


3. Questo incontro è opportuno per riflettere un momento sulla soprannaturale bellezza di questo "ministero della riconciliazione" - come lo chiama san Paolo (2Co 5,18) che è il sacerdozio; ministero che alcuni di voi hanno già ricevuto, mentre altri si preparano a riceverlo.

"Abbiamo questo tesoro - dice pero l'Apostolo (2Co 5,7) - in vasi di creta". Il sacerdote infatti se da una parte resta come affascinato dalla sublime bellezza del dono ricevuto e dai meravigliosi poteri che esso comporta, dall'altra resta confuso e come smarrito nel considerare le proprie capacità inadeguate a tali compiti salvifici. Tale contrasto, pur apparendo a prima vista sconcertante, conduce tuttavia il sacerdote ad un alto grado di virtù per un fruttuoso e fedele adempimento dei propri doveri sacerdotali. Infatti questa duplice consapevolezza porta il ministro di Dio ad essere ad un tempo zelante, deciso, entusiasta di fronte alla grandezza e all'importanza del mandato ricevuto, ma nel contempo lo porta pure ad essere discreto, umile, diffidente di sé a motivo dei suoi limiti.


4. Fratelli carissimi! Ringraziate il Signore per la stupenda vocazione che vi ha dato. Chi ha già ricevuto il sacerdozio sia veramente modello e guida per i giovani che vi si stanno preparando. E questi ultimi, a loro volta, siano aperti ad accogliere la guida di coloro che li stanno formando, approfondendo di giorno in giorno la propria vocazione senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà, ma facendo leva sulla potenza del Signore che, avendo iniziato l'opera, la condurrà a termine.

Ma soprattutto pregate il Signore, invocate "il padrone della messe perché mandi operai alla sua messe" (Mt 9,38). E' un imperativo, questo, che deve interpellare la vostra fede e la vostra coscienza di battezzati, oltre che di aspiranti al sacerdozio. All'aumento vertiginoso delle urgenze di evangelizzazione e di animazione cristiana, in tanti ambienti, nessuno può restare insensibile.

Ciascuno sia per gli altri giovani una esemplare proposta di vocazione. Chi ha avuto la chiamata di Gesù deve avvertire la necessità di comunicare la sua scoperta ad altri. E quello che fece l'apostolo Andrea, portando a Gesù il fratello Simon Pietro (cfr. Jn 1,41). Non vi stancate di chiedere numerose vocazioni per la vostra arcidiocesi e per il mondo intero: Cristo ha impegnato la sua parola e non vi negherà quanto egli stesso ha comandato di chiedere.

La Vergine di san Luca, così cara al cuore di voi bolognesi; Maria, regina degli apostoli, vi guidi tutti alla piena e perfetta imitazione di Cristo sacerdote, per essere effettivamente santi e santificatori.

Mentre vi esprimo di cuore gli auguri di buon Natale, a tutti imparto la mia benedizione, che estendo volentieri ai vostri familiari.

1989-12-14

Data estesa: Giovedi 14 Dicembre 1989




Ai partecipanti all'incontro promosso dalla pontificia accademia delle scienze sulla "determinazione del momento della morte" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La ricerca scientifica e la riflessione morale devono procedere insieme in spirito di cooperazione

Testo:

Signore, signori.


1. E' sempre un grande piacere per me incontrare uomini e donne di scienza e di cultura che si riuniscono sotto gli auspici della pontificia accademia delle scienze per scambiare le loro idee e la loro esperienza su argomenti che presentano il più alto interesse per il progresso delle conoscenze e lo sviluppo dei popoli. Sono lieto di accorgliervi oggi, al termine della vostra riunione dedicata all'esame dei gravi problemi posti dalla definizione del momento della morte, tema che l'accademia ha deciso di adottare nel quadro di un progetto di ricerca iniziato nel 1985, nel corso di una settimana di studio. Un altro motivo di soddisfazione è la collaborazione con la congregazione per la dottrina della fede per l'organizzazione di questa riunione, a dimostrazione dell'importanza che la Santa Sede annette al tema trattato.

Per essere il più possibile fruttuosa, l'azione della Chiesa nel mondo e sul mondo trae grande profitto da una conoscenza sempre in progresso e costantemente approfondita dell'uomo, delle situazioni in cui è posto, dei quesiti che si pone. Il ruolo specifico della Chiesa non è certamente quello di far progredire un sapere di natura strettamente scientifica; non può tuttavia ignorare o trascurare i problemi strettamente legati alla sua missione di portare il messaggio evangelico nel pensiero e nella cultura del nostro tempo (cfr. GS 1-3).

Ciò vale in particolare quando si tratta di precisare le norme che devono regolare l'azione umana. Questa azione riguarda la realtà concreta e temporale. Per questo bisogna che i valori che dovrebbero ispirare la condotta dell'uomo tengano conto di questa realtà, delle sue possibilità e dei suoi limiti.

Per adempiere al suo ruolo di guida delle coscienze e non deludere coloro che attendono da essa una luce, la Chiesa ha bisogno di essere informata su questa realtà che presenta un campo immenso per nuove scoperte e nuove realizzazioni scientifiche e tecniche, pur comportando anche audacie talvolta sconcertanti che sono spesso causa di smarrimento per le coscienze.


2. Questo si verifica particolarmente quando la realtà in questione è la vita umana stessa, nel suo inizio e nel suo compimento temporale. Questa vita, nella sua unità spirituale e somatica, s'impone al nostro rispetto (cfr. GS 14 GS 27). Non possono attentarvi nè gli individui, nè la società, qualunque sia il vantaggio che ne potrebbe risultare.

Il valore della vita risiede in ciò che nell'uomo è spirito, ma il suo corpo riceve dal principio spirituale - che abita in lui e lo fa essere ciò che è (Conc. Vindobon., Const. "Fidei Catholicae": DS 902) - una dignità eminente e quasi un riflesso dell'assoluto. Questo corpo è quello di una persona, di un essere aperto ai valori superiori, di un essere capace di realizzarsi nella conoscenza e nell'amore di Dio (cfr. GS 12 GS 15).

Poiché pensiamo che ciascun individuo sia una unità vivente e che il corpo umano non sia semplicemente uno strumento o un possesso, ma che è partecipe del valore dell'individuo in quanto essere umano, ne risulta che il corpo umano non può in alcun modo essere trattato come una cosa di cui disporre a proprio piacimento (cfr. GS 14).


3. Non è lecito fare del corpo umano un semplice oggetto, strumento di esperimenti, senza altre norme che non siano gli imperativi della ricerca scientifica e delle possibilità tecniche. Per quanto interessanti ed anche utili possano apparire certi tipi di esperimenti resi possibili dallo stato attuale della tecnica, chiunque abbia realmente il senso dei valori e della dignità dell'uomo ammette spontaneamente che bisogna abbandonare questa pista apparentemente promettente, quando passi attraverso la degradazione dell'uomo o l'interruzione volontaria della sua esistenza terrena. Il bene al quale sembrerebbe condurre sarebbe, in definitiva, un bene illusorio (cfr. GS 27 GS 51). Ciò impone di conseguenza agli scienziati ed ai ricercatori una specie di rinuncia. può sembrare quasi irragionevole ammettere che un esperimento, in se stesso possibile e pieno di promesse, sia impedito da imperativi morali, soprattutto quando si è praticamente sicuri che altri, i quali si sentono meno vincolati da imperativi etici, metteranno in opera questa ricerca. Ma non è forse questo il caso di qualsiasi prescrizione morale? E coloro che vi sono fedeli, non vengono forse considerati spesso ingenui, e trattati come tali? La difficoltà è ancora maggiore in questo caso, perché un divieto in nome del rispetto della vita sembra entrare in conflitto con altri valori importanti: non soltanto quelli della conoscenza scientifica, ma anche altri che riguardano il bene reale dell'umanità come il miglioramento delle condizioni di vita, della salute, il sollievo o la guarigione della malattia e delle sofferenze.

Sono questi i problemi che esaminate. In che maniera conciliare il rispetto della vita, che vieta ogni azione suscettibile di causare o affrettare la morte, con il bene che può derivare all'umanità dal prelievo di organi da trapiantare in un malato che ne ha bisogno, tenendo conto del fatto che il successo dell'intervento dipende dalla rapidità con la quale gli organi sono prelevati sul donatore dopo la sua morte?


4. In quale momento avviene quella che chiamiamo la morte? Ecco il punto cruciale del problema. In sostanza, cosa è la morte? Come sapete, e come hanno dimostrato le vostre discussioni, non è facile arrivare ad una definizione della morte che sia compresa e ammessa da tutti. La morte può significare decomposizione, dissoluzione, una rottura (cfr. "Salvifici Doloris", 15; GS 18). Sopravviene quando il principio spirituale che presiede all'unità dell'individuo non può più esercitare le sue funzioni sull'organismo e nell'organismo, i cui elementi, lasciati a se stessi, si dissociano.

Certo, questa distruzione non colpisce l'essere umano intero. La fede cristiana - e non solo essa - afferma la persistenza, oltre la morte, del principio spirituale dell'uomo. Ma per coloro che non hanno la fede, questa condizione "al di là" non ha una configurazione o una forma chiara, e tutti sentono una angoscia di fronte ad una rottura che contraddice così brutalmente il nostro voler vivere, il nostro voler essere. L'uomo, a differenza dell'animale, sa che deve morire perché la sua è una condizione di carne, e comprende anche che non dovrebbe morire perché porta in sè un'apertura, un'aspirazione all'eterno.

Perché esiste la morte? Qual è il suo senso? La fede cristiana afferma l'esistenza di un legame misterioso tra la morte e il disordine morale, il peccato. Ma nello stesso tempo la fede pervade la morte di un senso positivo, perché ha come prospettiva la risurrezione. Ci mostra il Verbo di Dio che assume la nostra condizione mortale e che offre la sua vita in sacrificio per noi peccatori, sulla Croce. La morte non è una semplice conseguenza fisica, nè soltanto un castigo. Diventa il dono di sè per amore. Nel Cristo risuscitato, la morte appare definitivamente vinta: "La morte non ha più potere su di lui" (Rm 6,9). Il cristiano, anche lui, spera fiduciosamente di ritrovare la sua integrità personale trasfigurata e definitivamente posseduta in Cristo (cfr. 1Co 15,22).

Tale è la morte, vista nell'ottica della fede: non tanto la fine della vita quanto l'ingresso in una vita nuova senza fine. Se risponderemo linearmente all'amore che Dio ci offre, avremo una nuova nascita, nella gioia e nella luce, un nuovo "dies natalis".

Questa speranza non impedisce tuttavia che la morte sia una rottura dolorosa, almeno secondo la nostra esperienza al livello ordinario della nostra coscienza. Il momento di questa rottura non è direttamente percettibile, ed il problema è quello di identificarne i segni. Quanti quesiti si pongono qui, e di quanta complessità! Le vostre comunicazioni e le vostre discussioni li hanno messi in evidenza e hanno fornito elementi preziosi di soluzione.


5. Il problema del momento della morte ha gravi incidenze sul piano pratico, e questo aspetto presenta anche per la Chiesa un grande interesse. Sembra infatti che sorga un tragico dilemma. Da una parte, vi è urgente necessità di trovare organi sostitutivi per malati i quali, in loro mancanza, morirebbero o per lo meno non guarirebbero. In altre parole, è concepibile che per sfuggire ad una morte certa ed imminente, un malato abbia bisogno di ricevere un organo che potrebbe essergli fornito da un altro malato, forse il suo vicino in ospedale. In questa situazione appare dunque il pericolo di porre fine ad una vita umana, di rompere definitivamente l'unità psicosomatica di una persona. Più esattamente, esiste una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva, mentre il rispetto dovuto alla vita umana vieta assolutamente di sacrificarla, direttamente e positivamente, anche se fosse a beneficio di un altro essere umano che si ritiene motivatamente di dover privilegiare.

Non è sempre facile neanche l'applicazione dei principi più fondati, perché il contrasto fra esigenze opposte oscura la nostra visione imperfetta e di conseguenza la percezione dei valori assoluti, che non dipendono nè dalla nostra visione nè dalla nostra sensibilità.


6. In queste condizioni, bisogna adempiere ad un doppio dovere. Gli scienziati, gli analisti, e gli eruditi devono portare avanti le loro ricerche ed i loro studi per determinare nel modo più esatto possibile il momento preciso ed il segno irrecusabile della morte. Una volta acquisita questa determinazione, il conflitto apparente tra il dovere di rispettare la vita di una persona e il dovere di curare o addirittura di salvare la vita di un altro scompare. Si sarebbe in grado di conoscere il momento in cui ciò che era certamente vietato fino allora - il prelievo di un organo per trapiantarlo - diventerebbe perfettamente lecito, con le migliori prospettive di successo.

I moralisti, i filosofi ed i teologi devono trovare soluzioni appropriate ai problemi nuovi o agli aspetti nuovi dei problemi di sempre, alla luce dei dati nuovi. Dovranno esaminare situazioni che erano prima inconcepibili, e dunque non erano mai state valutate. In altre parole, dovranno esercitare quella che la tradizione morale chiama virtù di prudenza, che presuppone la rettitudine morale e la fedeltà al bene. Questa virtù permette di valutare la rispettiva importanza di tutti i fattori e di tutti i valori in gioco. Ci protegge dalle soluzioni facili o da quelle che, per risolvere un caso difficile, introducono surretiziamente principi erronei. L'apporto di dati nuovi può così favorire e affinare la riflessione morale, in modo che, d'altra parte, le esigenze morali che danno talvolta agli scienziati l'impressione di limitare la loro libertà possono essere per loro, come in realtà, spesso sono, un invito a proseguire in ricerche fruttuose.

La ricerca scientifica e la riflessione morale devono andare di pari passo, in uno spirito di cooperazione. Non dobbiamo mai perdere di vista la dignità suprema dell'uomo, del quale la ricerca e la riflessione sono chiamate a servire il benessere, ed in cui il credente riconosce niente di meno che l'immagine di Dio stesso (cfr. Gn 1,28-29 GS 12).

Signore, signori, che lo Spirito di verità vi assista nei vostri lavori difficili ma necessari, che rivestono un grande valore. Vi ringrazio della vostra collaborazione con la pontificia accademia delle scienze, che desidera promuovere un dialogo interdisciplinare e larghi scambi d'informazioni in settori dell'impegno umano che comportano molte decisioni di ordine morale e responsabilità d'importanza ultima per il benessere della famiglia umana. Che Dio vi colmi delle sue benedizioni!

1989-12-14

Data estesa: Giovedi 14 Dicembre 1989




Ai partecipanti all'incontro organizzato da "Nova Spes" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Lo sfruttamento irrazionale dell'ambiente è una minaccia per l'intero genere umano

Testo:

Eminenza, signore e signori.


1. Sono lieto di ricevervi, illustri partecipanti all'ultimo simposio organizzato dalla fondazione internazionale "Nova Spes". Un saluto particolare al Cardinale Koenig, presidente e fondatore di "Nova Spes". A voi tutti, che rappresentate le scienze sociali e naturali, la filosofia e la teologia, esprimo la mia gratitudine per l'importante lavoro interdisciplinare intrapreso su un tema che sta sempre più a cuore a tutti quanti desiderano il bene del genere umano.

Le vostre discussioni in questi ultimi giorni hanno approfondito i molti aspetti del tema del simposio: "L'uomo, l'ambiente e lo sviluppo: per un approccio globale". Per considerare il problema dell'ambiente, è indispensabile una prospettiva etica e globale, poiché non è solo la scena in cui si svolge il grande dramma della storia umana, ma in un certo senso è anche un attore di questo dramma. C'è un'attiva interazione tra l'uomo e l'ambiente, all'interno del quale egli cresce nella conoscenza di sè, del proprio posto nella creazione di Dio, e giunge ad apprezzare il valore, il potenziale e i limiti di ogni vita e fatica umana.


2. Proprio in una simile prospettiva globale ed etica ho affrontato la questione ecologica nel mio nessaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1990, dal

Titolo: "Pace con Dio creatore, Pace con tutto il Creato". Questo messaggio sottolinea il carattere fondamentalmente morale della crisi ecologica e la sua stretta correlazione con la ricerca di una autentica e duratura pace nel mondo. Nel richiamare l'attenzione sui principi etici che sono essenziali per risolvere in modo adeguato e duraturo questa crisi, ho rimarcato in particolare il valore del rispetto della vita e dell'integrità dell'ordine creato ("Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D. 1990", 7, die 8 dec. 1989: vide "supra", p.

1463).

Dal momento che la crisi ecologica è fondamentalmente un problema morale, è necessario che tutti i popoli affrontino in modo solidale questo problema comune. Uno sfruttamento incontrollato dell'ambiente naturale non solo minaccia la sopravvivenza della razza umana; mette in pericolo anche l'ordine naturale in cui il genere umano è destinato a ricevere ed usare il dono divino della vita con dignità e libertà. Oggi, uomini e donne responsabili sono sempre più consapevoli di dover prestare "attenzione a ciò che la terra e l'atmosfera ci rivelano: nell'universo esiste un ordine che deve essere rispettato; la persona umana, dotata della possibilità di libera scelta, ha una grave responsabilità per la conservazione di questo ordine, anche in vista del benessere delle generazioni future" ("Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D. 1990", 15, die 8 dec. 1989: vide "supra", p. 1472).

Una preoccupazione per l'ambiente, guidata da principi etici oggettivi e caratterizzata da una vera solidarietà umana, si radica ultimamente nella natura stessa dell'uomo come essere libero e razionale costantemente in rapporto con ciò che lo circonda. Come è abbondantemente dimostrato dalla crisi ecologica, lo sviluppo individuale e sociale dell'uomo non può essere considerato separatamente dall'ambiente naturale. Dentro questa ampia prospettiva l'uomo ha una grave responsabilità di amministrare con saggezza l'ambiente. Questa responsabilità poi aumenta nella misura in cui egli diventa sempre più capace di modificare sostanzialmente il suo ambiente naturale.


3. Una esauriente descrizione del rapporto tra ambiente e sviluppo deve prendere in considerazione la persona in tutte le sue dimensioni insieme con il rispetto dovuto alla natura, pur consapevoli della centralità dell'uomo all'interno dell'ambiente. Un autentico sviluppo dell'uomo non può ignorare la solidarietà che lega l'uomo e l'ambiente, nè può escludere una preoccupazione universale per le necessità di tutti i popoli della terra. Qualsiasi tentativo di esaminare il rapporto tra ambiente e sviluppo che ignori queste profonde realtà condurrà inevitabilmente a ulteriori e forse più destabilizzanti squilibri.

Considerare il problema ecologico in una prospettiva globale che tiene conto della persona in tutte le sue dimensioni e delle esigenze di uno sviluppo autenticamente umano può giustamente essere considerato una delle grandi sfide del nostro tempo. Se le generazioni di oggi affronteranno con saggezza questa sfida, possiamo confidare che questo contribuirà non poco a risolvere altre pressanti questioni internazionali. Ciò che si richiede, finalmente, da noi tutti è una maggior consapevolezza dell'unità della famiglia umana, nella quale l'uomo è saldamente radicato nella sua cultura particolare, e tuttavia è capace di superare i limiti imposti dalla geografia, l'ideologia, la razza e la religione. E in relazione alle nazioni del mondo, la necessità della solidarietà di fronte alle minacce al nostro comune ambiente presenta "opportune occasioni per consolidare relazioni tra gli Stati" ("Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D.

1990", 10, die 8 dec. 1989: vide "supra", p. 1469).


4. Le decisioni prese oggi sull'ambiente devono anche tener conto della responsabilità morale che abbiamo verso le future generazioni. Per questo motivo, ho parlato della necessità di una nuova "educazione alla responsabilità ecologica" ("Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D. 1990", 13, die 8 dec. 1989: vide "supra", p. 1471). Questo imperativo morale ha le sue radici nella nostra comune umanità e nelle esigenze etiche universali che ne derivano. "Anche gli uomini e le donne che non hanno particolari convinzioni religiose, per il senso delle proprie responsabilità nei confronti del bene comune, riconoscono il loro dovere di contribuire al risanamento dell'ambiente" ("Nuntius ob diem ad pacem fovendam dicatum pro a. D. 1990", 15, die 8 dec. 1989: vide "supra", p. 1472).

I cristiani, per parte loro, troveranno ispirazione per questo compito nella loro fede in Dio creatore del mondo e in Gesù Cristo che ha riconciliato con sè tutte le cose "quelle che stanno sulla terra e quelle nei cieli" (cfr. Col 1,20).

La nostra generazione è stata benedetta dall'eredità, per il lavoro delle precedenti generazioni, di una grande quantità di beni materiali e spirituali che sono alla base della nostra società e del suo progresso.

La solidarietà universale ora esige che noi consideriamo come nostro grave dovere la salvaguardia di questa eredità per tutti i nostri fratelli e sorelle e l'assicurare che tutti e ciascun membro della famiglia umana possano goderne i benefici.


5. Cari amici: nel manifestare la mia gratitudine a "Nova Spes" per il suo impegno nella riflessione su questi problemi, esprimo anche la speranza che il vostro lavoro sia un fruttuoso incentivo per voi stessi e i vostri colleghi a portare avanti l'importante lavoro di promozione di questi valori e programmi che possono garantire e sviluppare migliori condizioni di vita per tutti i popoli, affrontando la crisi ecologica in uno spirito di autentica solidarietà, fraterna carità e fermo rispetto per tutti i popoli e tutte le nazioni. Sono lieto di rinnovare a voi, uomini e donne di cultura e di scienza, l'assicurazione, espressa dal Concilio Vaticano II, che nella Chiesa voi avete un'amica della vostra vocazione di ricercatori, un'alleata nei vostri sforzi, un'estimatrice dei vostri successi, e, se necessario, una consolatrice nel vostro scoraggiamento e nelle vostre sconfitte (cfr. "Nuntii quibusdam hominum ordinibus dati": "Aux hommes de la pensée et de la science", die 8 dec. 1965: AAS 58 [1966] 8-18).

Nell'affidare il vostro lavoro a Dio, creatore del cielo e della terra e di tutte le cose visibili e invisibili, vi assicuro delle mie preghiere. Su voi tutti invoco di cuore le benedizioni divine di gioia e di pace.

1989-12-14

Data estesa: Giovedi 14 Dicembre 1989




L'omelia della Messa per gli universitari di Roma - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: "Portiamo all'altare la sofferenza, le ansie, le aspirazioni alla pace e alla vera indipendenza del popolo libanese"

Testo:


1. "Compi la tua opera di annunciatore del Vangelo" (2Tm 4,5).

E' Paolo che parla. Egli si rivolge al discepolo Timoteo per ricordargli il compito principale del suo ministero di Vescovo: annunciare il Vangelo. Quella è l'"opera sua", la ragione d'essere del posto che egli occupa nella Chiesa. Il Vescovo o è annunciatore del Vangelo o non è.

L'imperativo missionario, tuttavia, non riguarda lui solo. Ogni cristiano ne è personalmente toccato. Lo è in forza del Battesimo, che lo inserisce in Cristo, il missionario del Padre per eccellenza. In quanto battezzato, il cristiano è chiamato a portare il seme del Vangelo dovunque si trovano uomini a vivere e a lavorare, specialmente là dove si preparano, come nell'università, i quadri direttivi della società di domani.

"Compi la tua opera di annunciatore del Vangelo". Penso in questo momento alle centinaia di migliaia di giovani che mi hanno accompagnato nello scorso mese di agosto nel pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Molti di loro erano universitari; sicuramente a Santiago c'era anche qualcuno di voi. Da tutta l'Europa i giovani si sono raccolti nel santuario dell'Apostolo per vivere una singolare esperienza di Chiesa e ritornare poi nelle rispettive città e paesi col proposito di ravvivare "l'impegno nella fede", "l'operosità nella carità" e "la costante speranza nel Signore Gesù" (cfr. 1Th 1,3).

Carissimi giovani universitari, noi siamo qui raccolti stasera per rivivere un momento forte di comunione, come è stato quello di Compostela. Secondo una consuetudine ormai lunga, in questa sera di Avvento che prepara il santo Natale, mi rivolgo a voi e ai docenti che vi precedono sulla strada, che conduce alle mete prescelte, quasi guide che - secondo le parole di Platone - vi tirano un poco per mano, per lasciarvi poi correre sui vostri piedi (cfr. "Epistula VII", 340c). Mi rivolgo a voi tutti per dirvi, mentre siete ancora agli inizi dell'anno scolastico: "Compi la tua opera di annunciatore del Vangelo".


2. Il mondo dell'università e della scuola presenta oggi nuove domande ed offre nuovi spazi agli annunciatori del Vangelo.

Gli eventi che stiamo vivendo confermano quanto siano insoddisfacenti certi modi di pensare e di concepire la cultura umana e il suo rapporto con la religione e la fede. Sorgono nuove domande che vanno oltre l'orizzonte della cultura puramente tecnicistica e si spingono verso il mondo dello spirito. Oggi si pongono con insistenza crescente interrogativi sul significato ultimo dell'uomo e sugli elementi costitutivi di un vero umanesimo. Si cerca un modo di vivere che risponda pienamente alla dignità dell'uomo tanto come singolo quanto come soggetto sociale.

"Tu vigila attentamente, scrive san Paolo a Timoteo, sappi sopportare le sofferenze". Il cristiano sa essere partecipe delle sofferenze dei suoi simili, e si mette al loro fianco per camminare con loro sulla strada indicata dal Messia Gesù. Egli ci ha visitati "oriens ex alto, illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent ad dirigendos pedes nostros in viam pacis": "come un sole che sorge dall'oriente per illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra di morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace" (Lc 2,78-79).

"Per dirigere i nostri passi". Carissimi, questo discorso è rivolto concretamente a noi, questa sera. Penso in questo momento con affetto al fervido mondo delle vostre università, qui a Roma. Fra le altre, consentitemi di ricordare in particolare l'istituto universitario pareggiato di magistero "Maria SS.

Assunta", che celebra quest'anno i cinquanta anni di fondazione. Nelle varie sedi universitarie si raccolgono giovani che provengono da tutti i quartieri della città, da tante regioni d'Italia, e da varie nazioni del mondo. Penso ai tanti problemi di sussistenza, di accoglienza, di orientamento, di scelta delle discipline di studio, di avviamento alla metodologia scientifica, di impatto con nuovi orizzonti e con diverse concezioni di vita. E condivido i vostri desideri di una crescita personale che vada oltre l'apprendimento di singole discipline; condivido i desideri di libertà e di riuscita, ma anche il bisogno di guida e di orientamento nelle nuove esperienze alle quali vi apre la vita universitaria.

Condivido la vostra ricerca di un rapporto vero e personale con i docenti che eviti il rischio di anonimato al quale espone una popolazione universitaria numerosa come quella di Roma. Per questo si fa pressante l'esigenza di un rinnovato impegno, di una tempestiva e sapiente testimonianza del Vangelo nell'ambiente universitario.


3. Momento favorevole per questo impegno è la celebrazione del Sinodo nella Chiesa di Roma, la Chiesa nella quale è inserita la vostra realtà universitaria. La Chiesa di Roma si trova nel mezzo del suo cammino sinodale. Nel linguaggio della tradizione cristiana, "sinodo" è una chiamata a raccolta dei cristiani per rivedere insieme il proprio impegno e camminare creativamente nella luce del Signore.

Per natura e vocazione, la Chiesa è in cammino. Sotto vari aspetti è in cammino con gli uomini, per condividerne le trepidazioni e le speranze, le gioie e le sofferenze (uti legitur in GS 1) e per comunicare a tutti il "Vangelo eterno" (Ap 14,6) che è "forza ("dynamis") di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16).

Ora, in questo creativo cammino sinodale, la Chiesa di Roma vuole incontrare l'università, dove docenti illustri per dottrina introducono i giovani nelle vie del sapere e della ricerca, e dove tutte le maggiori espressioni della cultura umana si incontrano come in un crocevia. La Chiesa mancherebbe gravemente alla sua missione, se non incontrasse l'università. Tanto l'una quanto l'altra, infatti, hanno in comune il grande fine di formare un uomo maturo, anche se la Chiesa va oltre, giacché per essa "uomo perfetto" è solo colui che è giunto alla piena conoscenza di Cristo (cfr. Ep 4,13 Col 1,28).

"Formare l'uomo": è un compito grande che ogni generazione si pone, e la Chiesa ha in ciò un suo specifico contributo da portare, perché "esperta in umanità", secondo l'espressione di Paolo VI, e perché il suo Signore e Maestro è il "Redentore dell'uomo".

"Su questa via, sulla quale Cristo si unisce ad ogni uomo, la Chiesa non può essere fermata da nessuno", come ho scritto nella mia prima lettera enciclica "Redemptor Hominis" (RH 13).


4. Depositaria della verità del Vangelo, la Chiesa indica all'uomo i fini ultimi, i quali si coniugano necessariamente con quelli più immediati e storici, personali e sociali, che si coltivano nell'università. D'altra parte, gli orizzonti scientifici ed umanistici, ai quali prepara l'università, richiedono di essere coordinati in una visione unitaria, che accolga tutto l'uomo e gli indichi il senso del suo cercare e lavorare sopra la terra. Vale qui il luminoso assioma di Sant'Ireneo: "Gloria Dei vivens homo: l'uomo vivente è la gloria di Dio, e la vita dell'uomo è la visione di Dio". ("Adv. haer.", IV, 20, 7). Dio vuole la gloria dell'uomo e l'uomo trova la sua gloria in Dio. Nulla gli è pari, nulla gli basta sopra la terra. Chiesa e università sono impegnate a promuovere questa vita specifica dell'uomo, che lo porta alla visione di Dio.

Per questo alle origini dell'università si trova la presenza della Chiesa, la quale ha sempre guardato con stima e simpatia quel laboratorio del sapere, della ricerca e del servizio alla società che è l'università.

Sono passati i tempi dell'inutile e spesso artificioso contrasto tra la scienza e la fede. Oggi gli uomini di scienza si interrogano con sgomento sui possibili abusi della scienza e temono per la sorte dell'uomo e del cosmo. Giunta sull'orlo dell'abisso, l'umanità avverte con acutezza il ruolo della coscienza nella stessa ricerca scientifica e nell'utilizzo dei suoi risultati. Vecchie problematiche appaiono ormai superate. Scienza e cultura sentono di doversi mettere insieme a servizio dell'uomo; in questo servizio incontrano la Chiesa che è depositaria della Parola di Cristo e della sua legge. Un nuovo grande confronto si delinea, quello del sapere e della scienza con la morale e con i fini ultimi e veri dell'uomo.


5. Nel suo cammino sinodale la Chiesa di Roma incontra l'università e vuole stabilire punti di contatto per confrontare discorsi, misurare metodologie e raccogliere risultati. Nessuno può presumere di parlare in maniera compiuta del "sistema uomo": per questo la Chiesa guarda con stima ed attenzione a ciò che avviene nell'università ed offre con semplicità e franchezza le parole di cui è depositaria. Occorrerà quindi, nel cammino sinodale, offrire opportunità e forse anche creare strutture nuove, che favoriscano la comunicazione con il mondo universitario e facciano crescere la comunione tra le varie componenti dell'università, tra docenti e studenti. Occore per questo una più sentita e consapevole comunione tra le forze e i movimenti ecclesiali, che assumono in proprio la missione della Chiesa di immettere il Vangelo nella vasta e complessa realtà universitaria. Comunione e missione sono i grandi obiettivi del Sinodo. So che sono già stati fatti dei passi in questa direzione per accrescere la comunione nella Chiesa di Roma al servizio della sua missione anche nell'università. Il cammino sinodale ci conforta e addita nuove mete da raggiungere nella qualificazione cristiana della cultura.

Il mio augurio, che estendo a tutti i componenti della famiglia universitaria, è che l'evento del Natale corrobori nei vostri cuori l'impegno di costruire nel campo universitario l'uomo nuovo e la nuova società, gettando le fondamenta non "sulla sabbia", ma "sopra la roccia" (cfr. Mt 7,24-27) che è Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

Con questo augurio proprio dei periodo natalizio, voglio ricordare qui, in un certo senso, tutti gli studenti del nostro Paese, dell'Europa, del mondo, ma soprattutto un gruppo di vostri coetanei particolarmente provati: sono gli studenti del Libano. Questo appuntamento dell'Avvento 1989 invita tutti loro: sentiamo la loro presenza, la loro sofferenza, le loro ansie. Cerchiamo di portare tutto questo all'altare. In tal modo facciamo nostre questa ansia, questa sofferenza, queste giuste aspirazioni alla pace, alla vera indipendenza del loro Paese. E, se alla fine desidero ripetere le parole iniziali, "compi la tua opera di annunciatore del Vangelo", nello stesso tempo voglio trasmettere le stesse parole ai vostri colleghi e coetanei del Libano; e se desidero augurarvi che ci accompagni con la sua protezione materna la Madre del Redentore, voglio ripetere di gran cuore le stesse parole agli studenti libanesi: vi accompagni con la sua protezione materna la Madre del Redentore, la Madre del Libano.

Amen.

1989-12-14

Data estesa: Giovedi 14 Dicembre 1989





GPII 1989 Insegnamenti - Ad alunni ed ex alunni del seminario regionale "Benedetto XV" di Bologna - Città del Vaticano (Roma)