GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)


1. Dieci anni fa, nel mese di maggio del 1980, mi fu dato di visitare per la prima volta alcuni Paesi del Continente africano. Nel corso del viaggio, mi fermai brevemente anche a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Da li rivolsi, per la prima volta, a tutta la comunità internazionale un appello concernente la minaccia a cui sono esposti i Paesi compresi nell'ambito della regione desertica del Sahara. L'appello per l'aiuto a tali Paesi (chiamati comunemente col nome di Sahel), trovo allora una risposta. I primi a portare il loro aiuto furono i cattolici tedeschi; ad essi si unirono successivamente anche altri. Grazie a tali contributi si poté dare inizio a un'apposita Fondazione in favore della zona del Sahel.

Com'è noto, tale Fondazione ha come scopo quello di "favorire la formazione di persone che si mettano al servizio dei loro Paesi e dei loro fratelli, senza alcuna discriminazione, in uno spirito di promozione umana integrale e solidale per lottare contro la desertificazione e le sue cause, e per soccorrere le vittime della siccità nei Paesi del Sahel".

Ricorre quest'anno il decimo anniversario di quella visita a Ouagadougou. Proprio per questo motivo la via del recente pellegrinaggio in Africa mi ha condotto attraverso alcuni Paesi che si trovano in una situazione simile.

Essi lottano contro lo stesso pericolo proveniente dal deserto del Sahara, che va progressivamente estendendosi in terre adatte finora alla vita e a una almeno modesta coltivazione.


2. Desidero ringraziare tutti coloro che mi hanno rivolto l'invito a visitare il Capo Verde, la Guinea-Bissau, il Mali, il Burkina Faso e il Ciad. Esprimo viva gratitudine ai capi di questi Paesi e ai relativi episcopati. Sono profondamente riconoscente a tutti per quanto hanno fatto, perché la visita potesse svolgersi in conformità al suo carattere pastorale. Ringrazio le singole persone, le istituzioni e istanze che hanno partecipato all'organizzazione della visita dal punto di vista amministrativo. Contemporaneamente ringrazio tutti i fratelli nell'episcopato, i sacerdoti, le famiglie religiose maschili e femminili e tanti rappresentanti del laicato, che hanno preparato la visita sotto l'aspetto pastorale. Infine, mi rivolgo a tutti coloro che hanno partecipato alla visita, a volte con grande sacrificio: si tratta non soltanto di figli e figlie della Chiesa cattolica, ma anche di seguaci dell'Islam o delle tradizionali religioni africane, molto numerosi nella maggior parte di questi Paesi.


3. Di essi, infatti, soltanto il Capo Verde è un Paese in prevalenza cattolico, essendo la sua popolazione costituita al 90 per cento da cattolici. La Chiesa ha messo radici in questo arcipelago, posto in mezzo all'oceano Atlantico, sin dall'inizio del suo popolamento a opera dei Portoghesi. In tutti gli altri Paesi, situati nel Continente africano, invece i cattolici sono una minoranza, a volte molto modesta. La maggioranza degli abitanti, dal punto di vista religioso, appartiene o alle tradizionali religioni africane (di carattere animistico), o alla religione musulmana (per esempio in Mali i musulmani sono circa l'80 per cento). Tuttavia ciò che sembra di poter ravvisare in questi Paesi, alla luce anche delle loro tradizioni, è un atteggiamento di rispetto per le convinzioni religiose di ogni cittadino. In genere esistono condizioni di libertà religiosa o, per lo meno, di tolleranza, che le persone e i gruppi dirigenti non sembrano voler intaccare o mutare.

Difatti, i capi politici che ho potuto incontrare nel corso di questa visita, pur essendo personalmente per esempio musulmani, hanno avuto espressioni di convinto riconoscimento per l'attività dei missionari cattolici e delle istituzioni promosse e sostenute dalla Chiesa. Tutto ciò rende più agevole il lavoro missionario, del quale l'Africa ha sempre un grande bisogno.


4. Punto centrale del programma della visita in ciascuno di questi Paesi è stata la liturgia eucaristica. E proprio questa liturgia ci ha reso consapevoli di quanto cammino ha fatto la Chiesa grazie al lavoro missionario: abbiamo potuto constatare come le comunità suscitate dall'attività dei missionari venuti da diverse parti del mondo si sono trasformate in autentiche Chiese africane con la propria gerarchia, con un notevole numero di propri sacerdoti, di suore e di religiosi, di seminaristi, di novizie e di novizi. La stessa partecipazione alla liturgia eucaristica assume caratteristiche locali, diventa espressione della natia cultura africana. Le manifestazioni di questa cultura, rivestendo forme sacrali, per ciò stesso si esprimono e si riconfermano. Ci troviamo di fronte a quello stesso processo che, precedentemente, ha segnato la vita e la storia di numerose Nazioni in altri Continenti. La liturgia africana si distingue per una grande bellezza e per un'autentica partecipazione dell'intera assemblea.

Ovviamente, dietro questa esperienza bisogna vedere una multiforme attività catechistica, educativa e caritativa, nella quale hanno una notevole parte i laici.


5. Per questa strada ci avviciniamo pure al Sinodo dei vescovi del Continente africano, la cui attività è stata avviata dalla speciale Commissione preparatoria, il 6 gennaio dell'anno scorso.

Durante la recente mia visita il Sinodo è stato uno dei punti di riferimento abituali. Un altro, e di portata internazionale, è stato la Giornata mondiale dei malati di lebbra, celebrata il 28 gennaio scorso. In quel giorno ho incontrato gli affetti dal morbo di Hansen presso il lebbrosario di Comura nella Guinea-Bissau.

Tuttavia, l'attenzione più grande era giusto che si accentrasse intorno ai problemi del Sahel. Rinnovando l'appello di dieci anni or sono, mi sono rivolto all'intera comunità internazionale.

"Di nuovo - ho detto - devo lanciare un appello solenne all'umanità, a nome dell'umanità stessa. In terra d'Africa milioni di uomini, donne e bambini sono minacciati dalla possibilità di non poter mai godere di buona salute, di non giungere mai a vivere degnamente del loro lavoro, di non ricevere mai la formazione che aprirà la loro mente, di vedere il loro ambiente diventare ostile e sterile, di perdere la ricchezza del loro patrimonio ancestrale essendo privati degli apporti positivi della scienza e della tecnica.

In nome della giustizia, il Vescovo di Roma, il successore di Pietro, supplica i suoi fratelli e sorelle nell'umanità di non disprezzare gli affamati di questo continente, di non negare loro il diritto universale alla dignità umana e alla sicurezza della vita".

E ho aggiunto: "Come giudicherebbe la storia una generazione che avendo tutti i mezzi per nutrire la popolazione della terra rifiutasse di farlo con indifferenza fratricida? In quale pace potrebbero sperare dei popoli che non mettessero in pratica il dovere della solidarietà? Quale deserto sarebbe un mondo nel quale la miseria non incontrasse l'amore che ci dà la vita?".

I cambiamenti che sono avvenuti e avvengono in Europa, particolarmente nell'Europa centrale e in quella orientale, dovrebbero dissuadere le relative società, anzi tutte le Nazioni del mondo, dai dispendiosi confronti derivanti dalla corsa agli armamenti, e dirigerne a gara gli sforzi verso le popolazioni più povere e, in particolare, verso le aree più minacciate del cosiddetto Terzo e Quarto Mondo.


6. Ma il Vescovo di Roma, insieme con i suoi fratelli nel servizio pastorale, non può limitarsi soltanto a rivolgere questo appello, per quanto importante esso sia: ha, infatti, un significato-chiave per la giustizia internazionale nelle dimensioni dell'intero pianeta. Egli deve al tempo stesso ripetere con tutta la forza le parole di Gesù, Redentore del genere umano, circa la messe che è grande, mentre gli operai sono pochi. Questa realtà appare evidente in modo particolare in Africa, dove c'è un enorme e molteplice bisogno di Missionari. Sono tante le comunità e gruppi che li richiedono ai vescovi. Se tali loro domande potranno essere accolte tempestivamente, molto più celere e incisivo sarà il progresso dell'evangelizzazione.

Occorre, pertanto, che sia ascoltato dappertutto l'invito di Cristo: "Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe". Si, o Signore Gesù, noi per questo preghiamo e continueremo a pregare con tutto l'ardore del nostro cuore!

Data: 1990-02-07

Mercoledi 7 Febbraio 1990

A un gruppo di vescovi focolarini - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Portare il lievito dell'unità nelle comunità diocesane

Cari fratelli nell'episcopato.

Sono particolarmente lieto d'incontrarmi con voi durante il Convegno spirituale che state svolgendo presso il centro Mariapoli di Castel Gandolfo, convenuti da oltre 27 diverse Nazioni.

In questi giorni la vostra riflessione è centrata sull'importanza fondamentale dello Spirito Santo per la vita cristiana e per l'unità in Cristo.

Mediante la meditazione, la preghiera e lo scambio di esperienze, accrescete la vostra comunione fraterna e rafforzate la disponibilità al servizio ecclesiale, mentre maturate sempre più in voi l'adesione alla volontà del divino Maestro, che chiama i suoi amici al dono totale di sé.

Ringraziate il Signore per l'esperienza di fraternità apostolica che state vivendo durante questi giorni e portate poi il lievito di questa unità vissuta tra voi all'interno delle vostre rispettive comunità diocesane. Vi aiuti la materna protezione di Maria "Mater divini Amoris" a essere sempre coraggiosi maestri della Fede e gioiosi testimoni del Vangelo, guidando con amorevole pazienza e sapiente fermezza il gregge a voi affidato verso la pienezza della santità.

Impartisco di cuore a ciascuno di voi e alle vostre comunità la benedizione apostolica.

Data: 1990-02-07

Mercoledi 7 Febbraio 1990

Al Pontificio Consiglio per la pastorale degli operatori sanitari - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Segno della missione della Chiesa verso l'uomo che soffre

Carissimi fratelli e sorelle!


1. L'odierno incontro con voi assume un particolare significato, poiché avviene in occasione della prima Assemblea plenaria di codesto Pontificio Consiglio, che - com'è noto - è subentrato alla Pontificia Commissione della pastorale per gli operatori sanitari.

Il mio cordiale saluto va, innanzitutto, al presidente del Dicastero, l'arcivescovo mons. Fiorenzo Angelini, ai signori cardinali e ai venerati fratelli nell'episcopato, che ne sono membri. Si estende, poi, al segretario e al sottosegretario, ai sacerdoti, ai religiosi e ai laici, ai consultori e anche agli esperti. Tutti avete contribuito in maniera generosa ed encomiabile al vasto e delicato lavoro, che è stato assolto con grande efficacia dal Dicastero nel primo quinquennio di vita. Di ciò mi compiaccio vivamente con ciascuno di voi.

La mole di attività svolta in così breve tempo conferma l'opportunità, anzi la necessità, che tra gli Organismi centrali della Chiesa vi fosse anche un Dicastero specificamente dedicato alla pastorale per il mondo tanto ampio e complesso della sanità. Un Dicastero, il vostro, che sebbene "giovane" per l'istituzione e la strutturazione, è chiamato ad assolvere compiti che sono stati sempre primari e costanti nella vita della Chiesa di tutti i tempi. "Di fatto la Chiesa, nel corso dei secoli, ha fortemente avvertito il servizio ai malati e sofferenti come parte integrante della sua missione", seguendo in ciò "l'esempio molto eloquente del suo Fondatore e Maestro" ("Dolemtium Hominum", 1).


2. Questo Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari non è stato creato soltanto per rispondere ad un'urgenza oggi particolarmente avvertita nella vita della Chiesa, ma per andare incontro in modo nuovo, più organico e incisivo alle esigenze del nostro tempo, ai problemi e alle istanze che toccano direttamente il bene della persona umana e della società. Infatti, prima ancora di essere uno specifico settore della pastorale d'insieme o globale, la pastorale sanitaria è una prerogativa che non può non accompagnare e integrare l'azione evangelizzatrice della Chiesa. Le nuove frontiere aperte dal progresso della scienza e della tecnica, la cosiddetta socializzazione della medicina, la crescente interdipendenza tra i popoli collocano i problemi della sanità e della salute al centro dell'impegno per la promozione dei diritti umani, e tra questi - non c'è dubbio - fondamentali sono quelli che riguardano la tutela della vita dal suo concepimento fino al suo naturale tramonto.

Già nel 1982 (3 ottobre), parlando ai medici cattolici di tutto il mondo, sottolineavo l'urgenza che le molteplici istituzioni, create e promosse direttamente o indirettamente dalla Chiesa in campo sanitario, trovassero un nuovo ordinamento operativo ("Dolemtium Hominum", 6). E aggiungevo: "Una coordinazione a livello mondiale potrebbe consentire infatti un migliore annuncio e una più efficace difesa della vostra fede, della vostra cultura, del vostro impegno cristiano nella ricerca scientifica e nella professione". Ciò vale per tutti coloro che, con funzioni e compiti diversi, operano nell'ambito della sanità e della salute intendendo ispirarsi all'insegnamento e all'esempio di Cristo, sotto la guida del magistero della Chiesa. Dal tempo in cui il Signore Gesù visse su questa terra fino ai nostri giorni, infatti, l'annuncio della buona novella è stato sempre preparato e accompagnato da una preferenziale attenzione verso i sofferenti, sotto le cui sembianze volle nascondersi lo stesso Figlio di Dio.

Opportunamente, quindi, il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa ha voluto ribadire il rapporto tra evangelizzazione e pastorale sanitaria: "Come Cristo infatti fu inviato dal Padre "a portare la buona novella ai poveri, a guarire coloro che hanno il cuore contrito", "a cercare e salvare ciò che era perduto" così la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dall'umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo divino Fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l'indigenza e in loro intende servire a Cristo" (LG 8).


3. Il coordinamento e la collaborazione sul piano ecclesiale e su quello delle relazioni tra i popoli è il primo frutto di quella solidarietà che è non solo una virtù umana, ma che, alla luce della nostra fede, "tende a superare se stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della gratuità totale, del perdono e della riconciliazione. Allora il prossimo non è soltanto un essere umano con i suoi diritti e la sua fondamentale eguaglianza davanti a tutti, ma diviene la viva immagine di Dio Padre, riscattata dal sangue di Cristo e posta sotto la permanente azione dello Spirito" (SRS 40). Allorché tale collaborazione e coordinamento sono attuati sul piano della sanità e della salute, viene veramente data voce anche ai più deboli e indifesi e si ricupera in tutti gli uomini il legame che più profondamente e quasi necessariamente li unisce, cioè l'amore alla vita.

In questo scopo generale rientrano le finalità distintive di questo Dicastero, quali sono state formulate nel motu proprio istitutivo. Il quadro delle attività svolte dal Pontificio Consiglio nel passato quinquennio ben dimostra lo zelo, la dedizione e il rigore con cui i suoi responsabili, i suoi membri e i generosi collaboratori volontari - ai quali vanno il mio grato apprezzamento e vivo incoraggiamento - hanno tenuto fede alle indicazioni contenute in detto documento. L'ampiezza del lavoro compiuto, la sua ricca articolazione, le molteplici iniziative portate a termine, o già avviate, hanno messo in luce tre prerogative particolari, che meritano di essere rilevate: intendo dire la visione integrale dei concetti di sanità e di salute, che è venuta affermandosi; la prospettiva internazionale, che ha assunto la vostra azione; e, nell'ambito del mondo cristiano, la dimensione ecumenica del vostro impegno.


4. La visione integrale dei concetti di sanità e di salute - l'una intesa come politica, legislazione e programmazione sanitaria, l'altra come benessere fisico, psichico e spirituale - comprende tutto un insieme di interessi e interventi che vanno ben oltre la semplice attenzione o cura degli infermi. Con essa si abbraccia, infatti, il vastissimo campo delle esigenze poste dall'educazione sanitaria e dalla medicina preventiva, curativa e riabilitativa, con le relative e inscindibili implicazioni di ordine etico, morale, spirituale e sociale. Salute individuale e salute della comunità politica, infatti, "sono condizioni necessarie e garanzia sicura di sviluppo "di tutto l'uomo e di tutti gli uomini"" (SRS 44).

In altre parole, come la pastorale sanitaria è chiamata a rivestire di speranza tutta l'azione pastorale della Chiesa, così la sollecitudine per la salute integrale dell'individuo e della comunità sociale implica attenzione non soltanto ai problemi medici, ma anche a tutte le ansie, agli interrogativi e alle aspettative da cui è sempre "toccato" l'uomo che soffre.

Questi e altri temi, affrontati e approfonditi nel corso di questa Assemblea plenaria, rivestono una singolare importanza pastorale. In effetti, tra i vari argomenti da voi studiati c'è anche l'impegno per la formazione di chi è chiamato al servizio spirituale dei malati: tema, questo, che è strettamente legato all'oggetto del prossimo Sinodo dei vescovi. Del resto, non sarà mai abbastanza sottolineata la funzione formativa che la pastorale sanitaria svolge in favore dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa di speciale consacrazione: essa è per loro un'autentica scuola di vita e mezzo sicuro di maturità personale e di scelte generose, poiché si ispira direttamente all'esempio di Gesù, medico delle anime e dei corpi.


5. La prospettiva internazionale dell'azione della Chiesa è stata una preoccupazione profonda del Concilio Vaticano II, che ha esplicitamente invitato i cristiani a cooperare con ogni generoso sforzo all'edificazione dell'ordine internazionale. I risultati ottenuti dal vostro Dicastero e le premesse poste per ulteriori passi avanti in questo campo, stanno a confermare che il mondo della sanità e della salute presenta singolari opportunità di cooperazione a livello internazionale. Del resto, i problemi della salute, intesa nel suo senso più lato, non sono mai estranei alle massime questioni dell'ordine internazionale, come testimonia, ad esempio, il grave problema ecologico.

Gli stessi temi trattati nelle Conferenze internazionali promosse dal vostro Dicastero - dai farmaci all'umanizzazione della medicina, dalla longevità e qualità della vita all'AIDS e alla riflessione sulla mente umana, su cui si soffermerà un'altra Conferenza in preparazione - sono così strettamente legati al problema dei diritti umani e del persistere degli squilibri tra le diverse aree del mondo, da rendere chiaro che nulla, come il diritto alla salute, riconduce alla difesa del diritto prioritario alla vita e alla sua qualità nel contesto del rispetto della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio.


6. La dimensione ecumenica, infine, già felicemente prospettata al momento dell'istituzione di questo Dicastero, ha consentito al vostro lavoro di esprimersi con creatività e dinamismo, tenendolo lontano da ogni rischio di burocratizzazione e di inaridimento. Se niente come il bisogno della salute favorisce l'incontro tra gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione, cultura, mentalità e ideologia, questa stessa esigenza in campo cristiano contribuisce efficacemente a promuovere l'incontro tra membri di Chiese e comunità ecclesiali diverse nello spirito di quella carità indivisa, che qualifica, deve qualificare davanti al mondo i veri discepoli di Cristo. Questo spirito di apertura e di dialogo ha reso possibili anche forme di stretta e utile cooperazione con Istituzioni sanitarie e parasanitarie non legate alla Chiesa cattolica, ma che con essa sono disposte a operare e, in molti casi, hanno proficuamente operato.

Ho osservato con gioia dalle vostre relazioni l'apporto dato a questa dimensione ecumenica dalla fattiva collaborazione prestata dalle rappresentanze pontificie, come anche dal Pontificio Consiglio "Co Unum" e dalla "Caritas" in ogni parte del mondo.


7. All'interno, poi, della comunità ecclesiale il compito del vostro Dicastero è e resta sempre prezioso e insostituibile. A conferma, mi piace ricordare la rapidità con la quale il Pontificio Consiglio ha sollecitato da parte delle Conferenze Episcopali - trovando pronta accoglienza - la nomina di un vescovo delegato per la pastorale sanitaria; l'avvio del censimento, che ha dato già origine a un primo catalogo delle istituzioni sanitarie cattoliche; l'impegno massiccio per un'informazione costante circa le direttive del magistero della Chiesa sui più gravi problemi connessi all'etica medica e alla ricerca scientifica (informazione assicurata dalla rivista in più edizioni linguistiche "Dolentium hominum. Chiesa e salute nel mondo" e da altri opportuni sussidi). Voglio anche ricordare gli incontri numerosi in vari Paesi e a tutti i livelli; la promozione di aiuti ad aree e luoghi bisognosi di attrezzature mediche, anche sofisticate; lo sforzo compiuto per accrescere la sensibilità delle Chiese particolari e degli Istituti religiosi nei confronti della pastorale sanitaria; la costante disponibilità a tenere il collegamento con gli altri Dicasteri della Curia romana in relazione al mondo sanitario e ai suoi problemi. Tutto ciò costituisce concreta espressione di quell'ansia pastorale che, mentre ha contribuito ad aggiungere significativi consensi all'azione della Chiesa, ne ha ampliato l'interno coinvolgimento nella pastorale sanitaria.

In ogni parte del mondo la Chiesa cattolica è presente accanto a chi soffre con le sue molteplici Istituzioni, la cui storia è ricca di fulgidi esempi di santità, di silenziosa ed eroica dedizione, di laboriose ma sicure conquiste. E non è senza significato che gli anni di vita del vostro giovane Dicastero siano scanditi dall'elevazione all'onore degli altari di figure di sacerdoti, religiosi e laici che hanno esaltato, con la carità cristiana, la scienza medica e la pastorale sanitaria.

Pastori, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici costituiscono una forza molto rilevante al servizio della sanità e della salute. Oggi, tuttavia, problemi nuovi sollecitano la coscienza cristiana, esigendo, da parte sia di quanti sono impegnati nella pastorale sanitaria, sia di quanti, per professione, operano nella ricerca scientifica e nell'assistenza medica, un aggiornamento formativo, al quale il vostro Dicastero è in grado di offrire un contributo determinante.


8. Carissimi fratelli e sorelle, sia per voi motivo di crescente entusiasmo nel vostro impegno la consapevolezza che il mandato di evangelizzare, affidato alla Chiesa, è strettamente legato all'annuncio del Vangelo della sofferenza: "Nel programma messianico di Cristo, che è insieme il programma del regno di Dio, la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà in civiltà dell'amore" ("Salvifici Doloris" 30). In questa luce, il vostro Dicastero è chiamato a farsi "segno" della missione che la Chiesa ha di incontrare l'uomo nella sua sofferenza.

Accogliete, pertanto, il mio cordiale incoraggiamento a perseverare con immutata dedizione nel vostro lavoro. Vi sia di sprone la preghiera dei tanti e tanti che nel loro dolore, si affidano alla misericordia e all'infinita bontà del Signore. E la Vergine santissima, Sede della Sapienza e Salute degli infermi, Madre dell'amore e del dolore, conforto di quanti soffrono e sostegno di chi opera al loro servizio, arricchisca il vostro ministero con le prerogative della bontà, della misericordia, della tenerezza soccorrevole e dell'inesauribile generosità.

Con questi voti vi impartisco di cuore la benedizione apostolica.

Data: 1990-02-09

Venerdi 9 Febbraio 1990

A un convegno sui religiosi - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La vita consacrata componente vitale della Chiesa italiana

Venerati fratelli!


1. Sono lieto di accogliervi e di rivolgervi il mio cordiale saluto in occasione del Convegno che la Conferenza episcopale italiana ha promosso su di un tema importante quale "La teologia della vita consacrata". Esso consente alla Chiesa italiana di studiare e di approfondire una propria componente vitale: la funzione della vita consacrata all'interno del popolo di Dio.

La vita religiosa non nasce da un progetto umano, ma è iniziativa di Dio. E' quindi dono della bontà del Signore per la vita e la santità della Chiesa.

L'attualizzazione concreta di questo dono sia manifesta attraverso segni, ugualmente concreti, che esigono trasparenza per essere letti e compresi da tutti.


2. "Se ci domandiamo: chi siete voi religiosi per la Chiesa? - si chiedeva Paolo VI nel discorso ai religiosi del 6 novembre 1976 - immediata e ovvia è la risposta. Voi siete seguaci di Cristo e a ciascuno di voi, come a ciascuno dei religiosi sparsi nel mondo, si applica "ad litteram", in segno di riconoscimento e di identità, la parola di Cristo: "Vos... secuti estis me". E' questa la parola che rende autentica la sequela, che avete liberamente scelto e vi sollecita alla fedeltà e alla coerenza, stimolandovi a camminare rettamente dietro le orme del Cristo, senza sbandamenti e deviazioni. Né è difficile individuare determinazioni ulteriori di una tale sequela: se Gesù è maestro, anzi il Maestro, come seguaci siete insieme discepoli; se Gesù è esemplare di vita, anzi la vita, come seguaci dovete essergli imitatori; se Gesù è il Signore, come seguaci ne siete i servitori. Siate dunque gli innamorati di Gesù, che avendo abbandonato ogni cosa del mondo, avete la possibilità e il dovere di attendere alla contemplazione e alla preghiera, in unione con lui" ("Insegnamenti di Paolo VI, XIV (1976) 914).

Al di fuori di ogni ripiegamento o chiusura, i religiosi scrutino i segni dei tempi ed esaminino l'incidenza della loro presenza all'interno della Chiesa e all'interno dei loro Istituti. Su loro incombe l'obbligo di esprimersi in aderenza al messaggio evangelico, nel nome di Dio, per essere segno di speranza all'uomo moderno, che spesso risulta debole, incerto, disorientato e soprattutto bisognoso di trovare luce e senso alla propria esistenza.

A quest'uomo va mostrato un modello spirituale per una valutazione cristiana della vita e della storia. I religiosi, oggi, sono consapevoli della necessità della loro testimonianza e del dovere di offrire in se stessi una presenza che sia segno e profezia del futuro di Dio.

Non v'è dubbio che i religiosi e le religiose costituiscano una grande ricchezza e una forza considerevole per la Chiesa universale e per le Chiese particolari, a motivo anzitutto del bene spirituale immenso che essi hanno fatto e che continuano a fare, ispirandosi alle specifiche finalità dei loro istituti, ma anche a motivo delle varie opere e strutture di cui dispongono per il bene delle anime. Tale forza e tale ricchezza possono e debbono essere utilizzate in modo sempre più efficace per l'apostolato e possono e debbono diventare elementi vivi e vitali nella globalità della pastorale diocesana, a tutti i livelli.


3. Il Concilio Vaticano II, nel trattare della vita religiosa, ha affrontato a varie riprese il problema dell'inserimento e della collaborazione dei religiosi e delle religiose nella vita delle singole diocesi. Il Concilio parla infatti della "necessaria unità e concordia nel lavoro apostolico" (LG 45); definisce i religiosi-sacerdoti "provvidenziali collaboratori dell'ordine episcopale" e afferma che "anche gli altri religiosi, tanto gli uomini come le donne, appartengono anch'essi, sotto un particolare aspetto, alla famiglia diocesana e recano un notevole aiuto alla sacra gerarchia" (CD 34).

I religiosi in Italia sono in genere già fattivamente inseriti nella pastorale diocesana e collaborano con sensi di corresponsabilità alle iniziative di apostolato nelle comunità diocesane, partecipando attivamente, non solo all'esecuzione dei piani pastorali, ma anche alla loro formulazione.

Il Vaticano II, con un colpo d'ala veramente profetico, è andato al di sopra di tutte le contese giuridiche e temporalistiche e, con piena fiducia e coraggio soprannaturali, ha inteso e voluto valorizzare l'intera vita religiosa come una delle fondamentali componenti ecclesiali. Secondo la dottrina del medesimo Concilio, l'immagine della Chiesa sarebbe veramente incompleta, se non si tenesse conto dello stato religioso, non solo come stato, ma altresi come ministero e dono, come elemento concreto del suo corpo vivo.

In questi giorni di comune preghiera, di studio e di orientamento, i relatori approfondiranno i contenuti dei testi conciliari in merito alla vita consacrata, e vorranno tener ben presente anche il documento "Mutuae Relationes", perché nelle varie diocesi italiane la presenza, numericamente ancora rilevante, di religiosi e di religiose costituisca una prova e un segno di ardore apostolico e un valido aiuto per affrontare e risolvere, con realismo, gli svariati problemi che emergono dal contesto socio-culturale del Paese.

Auspico pertanto che questo specifico convegno sulla vita consacrata segni un'ulteriore tappa nel cammino di comunione ecclesiale nella Chiesa italiana per la riscoperta della complementarità nella varietà dei carismi, con cui lo Spirito Santo arricchisce la sua Chiesa e la rende sempre più idonea alla missione di salvezza che il Signore ha affidato ai suoi discepoli.


4. Certamente, per vivere in pienezza le esigenze della vocazione religiosa occorre un costante spirito di sacrificio. Ma vale la pena affrontare tali difficoltà per rispondere con generosità all'invito di Gesù: "seguimi!". Penso che tale capacità di dedizione a Gesù non sia diminuita nemmeno negli uomini e nelle donne di oggi. Sono anzi convinto che molti, in particolare tra i giovani e le giovani, sentano una profonda esigenza di verità, di giustizia, di amore, di solidarietà, così da essere potenzialmente disposti a vivere fino in fondo l'esperienza della vita religiosa.

L'augurio è che sappiano accogliere e seguire l'invito di Cristo. Già altre volte ho ricordato come il problema vocazionale costituisce l'urgenza fondamentale della Chiesa, e quindi anche di ogni famiglia religiosa.

I documenti conciliari e post-conciliari insistono perché ogni comunità cristiana lavori con sollecitudine a promuovere l'incremento delle vocazioni religiose. I sacerdoti e gli educatori cristiani mettano in evidenza il valore dei consigli evangelici e aiutino al servizio di Dio nello stato religioso. Occorrerà poi curare la formazione dei giovani che hanno accolto tale chiamata, svolgendo un'azione più profonda nella fase di accompagnamento vocazionale, così che essi possano meglio comprendere l'importanza e il ruolo della vita consacrata nella Chiesa e la spiritualità specifica di ogni famiglia religiosa.


5. Alla crescita vocazionale contribuirà in modo determinante l'esempio dei religiosi e dei sacerdoti, che vivono serenamente giorno dopo giorno la loro vocazione, fedeli agli impegni assunti, umili e nascosti costruttori del regno di Dio. Essi, irradiando con la loro vita la gioia della scelta fatta, sproneranno altri ad accogliere nel loro cuore il dono della vocazione.

Tutto ciò può essere acquisito soltanto se per tutta la vita i religiosi si impegneranno a perfezionare diligentemente la loro formazione spirituale, dottrinale e pastorale, per attuare quel rinnovamento interiore auspicato dal Concilio e che caratterizza i personali rapporti con Dio e con i fratelli.


6. Maria, la Vergine dell'ascolto e la prima consacrata a Dio e al suo progetto di salvezza, guidi la comunità ecclesiale italiana nel suo impegno di studio e di discernimento e ottenga dal Signore numerosi operai apostolici per questa sua vigna.

Con questo augurio mariano, rinnovo la mia parola di apprezzamento a tutti i religiosi d'Italia per il loro meritorio apostolato, auspicando che la grazia della loro vocazione religiosa produca abbondanti frutti di vita spirituale nella Chiesa universale e nelle Chiese particolari d'Italia, dove ogni giorno essi rendono la loro preziosa testimonianza di amore verso Dio e verso i fratelli.

Impartisco di cuore l'apostolica benedizione a tutti voi che partecipate al Convegno e su tutti i religiosi d'Italia.

Data: 1990-02-09

Venerdi 9 Febbraio 1990


GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)