GPII 1990 Insegnamenti - All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)

All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: "Prendere Maria con sé": dovere e privilegio di ogni sacerdote

Carissimi fratelli e sorelle!


1. L'anniversario delle apparizioni della Vergine santissima a Massabielle, presso Lourdes, c'invita a volgere i nostri sguardi alla Madre celeste. Nella prospettiva del prossimo Sinodo dei vescovi, che affronterà il problema della formazione sacerdotale, vogliamo, oggi, riflettere sul senso della presenza di Maria nella vita del sacerdote.

Questa presenza è stata voluta da Cristo quando, al Calvario, disse alla Madre: "Donna, ecco il tuo Figlio!". Donando a Maria, come figlio, il discepolo prediletto, Gesù stabiliva una maternità universale, in forza della quale Maria avrebbe avuto per figli tutti i cristiani, anzi quanti, in Cristo, erano chiamati a ricevere la salvezza, ossia tutti gli uomini. Era, questo, il dono supremo, che il Salvatore faceva all'umanità prima della morte: egli donava la propria madre a tutti. Ciascuno di noi ricevette allora questo primo frutto del sacrificio redentore: una madre per condurlo lungo il cammino della grazia e questa era la Madre di Dio!


2. La nostra attenzione, pero, è attirata dalla scelta di colui che allora fu chiamato a diventare il figlio di Maria. Giovanni era un sacerdote! Poco prima del dramma del Calvario, egli aveva ricevuto il potere di celebrare l'Eucaristia in nome di Cristo: a lui, come agli altri apostoli, era stato rivolto il mandato: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19).

Essendo stata proclamata da Gesù madre di un sacerdote, ed essendo, soprattutto, la madre di Gesù, sommo sacerdote, Maria è diventata in modo specialissimo la madre dei sacerdoti. Ella è incaricata di vigilare sullo sviluppo della vita sacerdotale nella Chiesa, sviluppo intimamente legato a quello della vita cristiana.

Gesù non si limito ad affidare a Maria questa missione nei riguardi dei sacerdoti. Egli si rivolse anche a Giovanni per introdurlo in un rapporto filiale con Maria: "Ecco la tua madre!". Egli desiderava che il discepolo riconoscesse in Maria la propria madre e che le riservasse un profondo affetto.

A questo desiderio del maestro crocifisso il discepolo prediletto rispose subito prendendo Maria con sé. Stando alla tradizione, egli visse i primi anni del suo ministero apostolico in compagnia di colei che gli era stata data per madre, trovando in lei un aiuto incomparabile.


3. "Prendere Maria con sé": ecco il dovere e il privilegio di ogni sacerdote. Per il fatto che egli riceve il potere di parlare e di agire in nome di Cristo, deve amare Maria come l'ha amata Gesù. In nome di questo vincolo di amore filiale, egli può affidarle tutto il suo ministero sacerdotale, i suoi progetti e le difficoltà che incontra sulla sua strada.

Pregheremo oggi la Vergine affinché la formazione sacerdotale conduca i giovani a "prendere Maria con sé". E pregheremo perché la Chiesa sia ricca di sacerdoti sempre più ardenti nel testimoniare il loro affetto a colei che è stata data loro per Madre!

Data: 1990-02-11

Domenica 11 Febbraio 1990

Omelia per gli ammalati - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La trasformazione del cuore è il miracolo di Lourdes

"Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udi, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano" (1Co 2,9).


1. Carissimi fratelli e sorelle che, rinnovando un incontro ormai tradizionale, vi siete raccolti in questa Basilica Vaticana nel giorno dedicato al ricordo delle apparizioni della Beata Vergine Maria nella Grotta di Massabielle, presso Lourdes, quale avvincente prospettiva recano in sé queste stupende parole dell'apostolo Paolo! Si, ogni cristiano, ma specialmente chi è provato dalla sofferenza, guarda con cuore colmo di speranza alle cose che "Dio ha preparato per coloro che lo amano".

Questa sera, carissimi, è la stessa Vergine santa a invitarci a levare lo sguardo, illuminato dalla "sapienza che non è di questo mondo" (1Co 2,6), verso tale orizzonte. Non fu forse lei a dire alla semplice fanciulla dei Pirenei: "Io non ti prometto che sarai felice in questo mondo, ma nell'altro"? Sostenuta da questa speranza, santa Bernardetta seppe fare, giorno dopo giorno, la volontà di Dio, desiderosa soltanto di conformarsi pienamente ai sentimenti di Gesù crocifisso.


2. Fate la volontà di Dio! Non sta forse in ciò la quintessenza della santità? Già il libro del Siracide, nella pagina che abbiamo poc'anzi ascoltato, poneva proprio in questa disposizione interiore l'elemento qualificante di ogni vita retta: "Se vuoi, osserverai i comandamenti; l'essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere" (Si 15,15).

Bernardetta Soubirous è stata "fedele", perché ha saputo maturare in se stessa il "buonvolere" necessario per "osservare i comandamenti". Povera di tutto, non meno che di cultura, ella possedeva pero l'unica sapienza che conta davanti a Dio: conosceva la sua legge e si sforzava di osservarla. "Indicami, Signore - ella ha continuato a pregare nel corso della sua vita, breve, ma tanto provata - la via dei tuoi precetti / e la seguiro sino alla fine. / Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge / e la custodisca con tutto il cuore" (salmo responsoriale).


3. "Con tutto il cuore"! E' infatti nel cuore, carissimi fratelli e sorelle, che si gioca il mistero profondo della libertà, attratta dal bene e tentata dal male.

Nel cuore l'essere umano fa le sue scelte, "stendendo la sua mano" verso "il fuoco o l'acqua", come dice ancora con espressione immaginosa il Siracide: Il fuoco, che brucia e distrugge; l'acqua, da cui scaturisce la vita.

Nel cuore. La parola di Gesù nel Vangelo è estremamente chiara al riguardo. Di fronte all'insegnamento legalistico degli scribi e dei farisei, che ponevano la "giustizia" in determinate osservanze esteriori, fermandosi a quelle, Gesù riporta il discorso morale alla sua sede propria, il cuore dell'uomo o, come in seguito si preferirà dire, la sua coscienza. In essa, infatti, risiede - come ha sentenziato il Concilio Vaticano II - "il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio" (GS 16).

Nel cuore, insegna Gesù, si realizza quella "giustizia superiore", grazie alla quale soltanto è possibile "entrare nel regno dei cieli". Alla luce di tale criterio egli traccia, nella pagina evangelica or ora proclamata, alcune indicazioni concrete, sottolineandone con forza la novità rispetto al modo di pensare consueto: "Avete inteso che fu detto agli antichi... Ma io vi dico...".

Che cosa ci dici, Signore Gesù? Ci dici che non basta non uccidere, occorre anche non odiare il fratello; non basta non commettere adulterio, occorre anche evitare il desiderio di compierlo; non basta rispettare le formalità della legge nel divorzio, occorre escludere l'intenzione stessa di divorziare; non basta non spergiurare, occorre anche coltivare una limpidezza interiore che si esprima nel linguaggio lineare del si quando è si, no quando è no.


4. Questa morale del cuore è stata perfettamente capita da santa Bernardetta, la quale poté apprenderne la non facile lezione alla scuola di colei che aveva penetrato a fondo i misteri di Dio "meditandoli nel suo cuore". Scriveva: "O mio Dio, se non posso versare il mio sangue e dare la vita per voi, voglio almeno morire a tutto ciò che vi dispiace... Gesù mio, io vi pongo come sigillo sul mio cuore, riposatevi per sempre" ("Carnet de notes intimes", 20).

Anche oggi chi va a Lourdes e sosta presso la grotta di Massabielle, questa lezione si sente nuovamente proporre. E anche oggi il più grande, il più misterioso, il più ininterrotto miracolo che a Lourdes si compie è la trasformazione del cuore, grazie alla quale la volontà, prima ribelle, si apre ad accogliere il disegno di Dio, assaporandone la sapienza, "che non è di questo mondo".

Molti di voi, carissimi fratelli e sorelle, hanno già fatto questa esperienza, recandosi a Lourdes o in qualche altro santuario mariano. Presi maternamente per mano dalla Vergine hanno capito che le proprie sofferenze non erano inutili, perché partecipazione diretta alla forza sanante della redenzione compiuta dal Figlio di Dio. E hanno scoperto così il ruolo fondamentale a cui il malato è chiamato nella Chiesa, per l'attuazione di quella "superiore giustizia" che ha la sua sede propria non nelle opere esterne, ma nel cuore, secondo quanto Gesù ci ha ricordato.


5. Ecco perché il pellegrinaggio al santuario mariano si trasforma in risorsa per la fede, in cammino di conversione, in tempo forte di preghiera e di fraternità, in possibilità di evangelizzazione e di valido annuncio della speranza cristiana.

Nell'odierna memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Lourdes, il mio pensiero ammirato e commosso va a quanti - persone, enti, associazioni - si adoperano per l'organizzazione dei pellegrinaggi e per la fraterna, assidua ed esemplare assistenza ai malati presso i santuari. Saluto in modo particolare, per questo tradizionale appuntamento, i membri dell'Unitalsi e i rappresentanti dell'Opera Romana Pellegrinaggi.

L'iniziativa del pellegrinaggio a Lourdes vede riuniti, in singolare ed edificante comunità di servizio, malati, sacerdoti, operatori sanitari, medici, infermieri, barellieri, sorelle assistenti. E' questo uno dei modi in cui "la comunità cristiana ha ritrascritto di secolo in secolo, nell'immensa moltitudine delle persone malate e sofferenti, la parabola evangelica del buon samaritano, rivelando e comunicando l'amore di guarigione e di consolazione di Gesù Cristo". A nessuno può sfuggire quale scuola di conversione, di rinnovamento spirituale, di autentica e credibile testimonianza cristiana rappresenti questa particolare comunità di servizio. Per i sacerdoti e le persone consacrate, in primo luogo, che nella pastorale sanitaria verificano la propria vocazione, riaccendono l'entusiasmo della loro dedizione, incontrano nel malato Cristo sofferente. E poi per i laici, la cui presenza negli ospedali e nelle case di cura cattoliche si fa sempre più numerosa e talora anche totale ed esclusiva: "Proprio loro - medici, infermieri, altri operatori della salute, volontari - sono chiamati a essere l'immagine viva di Cristo e della sua Chiesa nell'amore verso i malati e i sofferenti". E' quindi indispensabile che questa preziosissima eredità, lasciata da Cristo alla sua Chiesa, non solo non abbia a venire meno, ma "sia sempre più valorizzata ed arricchita attraverso una ripresa ed un rilancio deciso di una azione per e con i malati e sofferenti" (CL 53-54).


6. Non senza motivo recano la data odierna due iniziative del mio pontificato che, dal suo stesso inizio, volli affidare anche alla preghiera e all'aiuto dei malati e dei sofferenti. L'11 febbraio 1984 pubblicavo la lettera apostolica "Salvifici Doloris" sul significato cristiano della sofferenza umana, e l'11 febbraio 1985, col motu proprio "Dolentium Hominum", istituivo il Dicastero della pastorale per gli operatori sanitari. Questo Pontificio Consiglio, così atteso e tanto favorevolmente accolto in ogni parte del mondo, conclude oggi la sua prima Assemblea plenaria dopo il primo quinquennio di intensa attività. Mi è grato salutare con il suo presidente, l'arcivescovo mons. Fiorenzo Angelini, tutti gli autorevoli membri, i consultori, gli esperti, i collaboratori e le collaboratrici anche volontari.

Ma il mio saluto e il mio incoraggiamento vanno in modo del tutto speciale a voi, carissimi ammalati, che costituite, in definitiva, l'essenziale ragion d'essere di tale organismo e delle molteplici iniziative che esso è venuto assumendo in questi anni. Per voi imploro la Vergine santa, perché vi aiuti in ogni circostanza della vostra vita a levare gli occhi verso la straordinaria ricompensa che "ha preparato Dio per coloro che lo amano".

Voi amate Dio, e con voi lo amano pure quanti vi assistono e vi curano.

Per tutti Dio prepara la sua ricompensa. Maria Immacolata ravvivi in voi questa certezza e vi conforti nei momenti difficili del vostro cammino. Amen!

Data: 1990-02-11

Domenica 11 Febbraio 1990

Alla "Graduate School" di Bossey - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Fermo impegno della Chiesa per il dialogo ecumenico

Cari amici.

Sono felice di porgere il benvenuto ai partecipanti alla "Graduate School" dell'Istituto Ecumenico di Bossey, in occasione del vostro pellegrinaggio a Roma. Vi saluto con la preghiera dell'apostolo Paolo: "La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi" (2Co 13,13).

Da oltre quattro mesi state riflettendo sul tema: "Lo Spirito Santo e la testimonianza profetica della Chiesa". Proprio il nome dello Spirito Santo trascina i nostri pensieri verso il mistero imperscrutabile del Dio Uno e Trino e della realtà della Chiesa; la comunione visibile di coloro che hanno ricevuto "l'amore di Dio (che) è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5). Nel Credo di Nicea e di Costantinopoli, la Chiesa professa la sua fede nello Spirito Santo come "il Signore, colui che dà la vita... che ha parlato attraverso i profeti". I vostri studi dovranno certo ispirarvi a lodare Dio per l'immensità del suo dono alla Chiesa e in particolare a ognuno di voi.

Sin dall'inizio la comunità cristiana sperimento la potenza dello spirito Santo, e quella potenza spinse gli apostoli e i discepoli a sostenere la testimonianza per Cristo con coraggio e forza, persino di fronte alle violente opposizioni. La testimonianza profetica della Chiesa in ogni periodo è la proclamazione dell'avvenimento salvifico di Gesù Cristo, e del suo mistero pasquale, il mistero del Signore crocifisso e risorto (cfr. Atti 2,14-36). Nel sostenere la testimonianza per Cristo, lo Spirito Santo convince il mondo del peccato, vale a dire, della "disobbedienza" che allontana gli uomini e le donne da Dio. Donde la testimonianza della Chiesa è sempre una chiamata alla conversione e al pentimento, alla pace e alla riconciliazione. Lo Spirito Santo, l'Amore del Padre e del Figlio, è il divino principio di quella profonda riconciliazione e comunione. Che noi tutti, come discepoli di Cristo, possiamo fare attenzione agli incitamenti dello Spirito Santo che ci guida verso la verità, e quindi verso l'armonia e l'unità.

Sono felice che la vostra permanenza in Roma vi abbia dato l'opportunità di incontrare i membri del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unione dei cristiani per discutere su temi di fondamentale interesse ecumenico. Come pure venendo a conoscere meglio la Chiesa cattolica, voi dovrete percepire la ferma natura del suo mandato nel compito ecumenico. Nelle mie preghiere chiedo allo Spirito Santo di colmarvi dei suoi doni per un sempre crescente servizio per l'unità e per la comunione. Nel ritornare verso i vostri Paesi possa lo spirito rafforzarvi e rendervi sempre più testimoni dell'amore del Padre. Dio sia con voi!

Data: 1990-02-12

Lunedi 12 Febbraio 1990

Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'azione profetica dello Spirito divino




1. Ricollegandoci alla precedente catechesi, possiamo cogliere tra i dati biblici già riferiti l'aspetto profetico dell'azione esercitata dallo spirito di Dio sui capi del popolo, sui re, e sul Messia. Tale aspetto richiede un'ulteriore riflessione, perché il profetismo è il filone lungo il quale scorre la storia di Israele, dominata dalla figura preminente di Mosè, il "profeta" più eccelso, "con il quale il Signore parlava a faccia a faccia" (Dt 34,10). Lungo i secoli gli israeliti prendono sempre più familiarità col binomio "la Legge e i Profeti", come sintesi espressiva del patrimonio spirituale, affidato da Dio al suo popolo. Ed è mediante il suo spirito che Dio parla e agisce nei padri, e di generazione in generazione prepara i tempi nuovi.


2. Senza dubbio il fenomeno profetico, che si osserva storicamente, è legato alla parola. Il profeta è un uomo che parla a nome di Dio, consegna a coloro che lo ascoltano o lo leggono ciò che Dio vuol far conoscere sul presente e sull'avvenire. Lo spirito di Dio anima la parola e la rende vitale. Comunica al profeta e alla sua parola un certo pathos divino, per cui diviene vibrante, a volte appassionata e sofferente, sempre dinamica.

Non di rado la Bibbia descrive episodi significativi, nei quali si osserva che lo spirito di Dio si posa su qualcuno, e questi subito pronuncia un oracolo profetico. così avviene per Balaam: "Lo spirito di Dio fu sopra di lui".

Allora "pronuncio il suo poema e disse: ...Oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell'Altissimo, di chi vede la visione dell'Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi..." (Nb 24,2-4). E' la famosa "profezia", che anche se si riferisce, nell'immediato, a Saul e a Davide, nella lotta contro gli amaleciti, evoca nello stesso tempo il futuro Messia: "Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe, e uno scettro sorge da Israele..." (1S 15,8 1S 30,1ss).


3. Un altro aspetto dello spirito profetico a servizio della parola è che esso si può comunicare e quasi "suddividere", secondo le necessità del popolo, come nel caso di Mosè preoccupato del numero degli israeliti da condurre e governare, che contavano ormai "600.000 adulti". Il Signore gli comando di scegliere e riunire "70 uomini tra gli anziani d'Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come loro scribi". Ciò fatto, il Signore "prese lo spirito che era su di lui e lo infuse sui 70 anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono..." (cfr. Nb 24,16-25).

Nella successione di Eliseo a Elia, il primo vorrebbe addirittura ricevere "due terzi dello spirito" del grande profeta, una specie di doppia parte dell'eredità che toccava al figlio maggiore, per essere così riconosciuto come suo principale erede spirituale tra la moltitudine di profeti e di "figli dei profeti", raggruppati in corporazioni. Ma lo spirito non si trasmette da profeta a profeta come un'eredità terrena: è Dio che lo concede. Difatti così avviene, e i "figli dei profeti" lo constatano: "Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo" (2S 2,15).


4. Nei contatti di Israele con i popoli confinanti non mancarono manifestazioni di falso profetismo, che portarono alla formazione di gruppi di esaltati, i quali sostituivano con musiche e gesticolazioni lo spirito proveniente da Dio e aderivano addirittura al culto di Baal. Elia condusse una decisa battaglia contro questi profeti, rimanendo solitario nella sua grandezza. Eliseo, per parte sua, ebbe maggiori rapporti con alcuni gruppi, che sembravano rinsaviti.

Nella genuina tradizione biblica si difende e rivendica la vera idea del profeta come uomo della parola di Dio, istituito da Dio, al pari e al seguito di Mosè: "Io suscitero loro un profeta come te in mezzo ai loro fratelli e gli porro in bocca le mie parole ed egli dirà quanto io gli comandero" (Dt 18,18). Questa promessa è accompagnata da un ammonimento contro gli abusi del profetismo: "Il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire.

Se tu pensi: Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l'ha detta il Signore" (Dt 18,20-22).

Altro aspetto di tale criterio di giudizio è la fedeltà alla dottrina consegnata a Israele da Dio, nella resistenza alle seduzioni dell'idolatria. Si spiega così l'ostilità contro i falsi profeti. Compito del profeta, come uomo della parola di Dio, è di combattere lo "spirito di menzogna" che si trova sulla bocca dei falsi profeti, per tutelare il popolo dalla loro influenza. E' una missione ricevuta da Dio, come proclama Ezechiele (Ez 13,2-3): "Mi fu rivolta ancora questa parola del Signore: Figlio dell'uomo, profetizza contro i profeti di Israele, e di' a coloro che profetizzano secondo i propri desideri: Guai ai profeti stolti, che seguono il loro spirito senza aver avuto visioni".


5. Uomo della parola, il profeta deve essere anche "uomo dello spirito", come già lo chiama Osea: deve avere lo spirito di Dio, e non solo il proprio spirito, se deve parlare a nome di Dio.

Il concetto è sviluppato soprattutto da Ezechiele, che lascia intravedere la presa di coscienza ormai avvenuta circa la profonda realtà del profetismo. Parlare in nome di Dio richiede, nel profeta, la presenza dello spirito di Dio. Questa presenza si manifesta in un contatto che Ezechiele chiama "visione". In chi ne beneficia, l'azione dello spirito di Dio garantisce la verità della parola pronunciata. Troviamo qui un nuovo indizio del legame fra parola e spirito, che prepara linguisticamente e concettualmente il legame che a un livello più alto, nel Nuovo Testamento, viene posto tra il Verbo e lo Spirito Santo.

Ezechiele ha coscienza di essere personalmente animato dallo spirito: "Uno spirito entro in me, - egli scrive - mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava". Lo spirito entra all'interno della persona del profeta. Lo fa stare in piedi: dunque ne fa un testimone della parola divina. Lo solleva e lo mette in movimento: "Uno spirito mi sollevo... e mi porto via". così si manifesta il dinamismo dello spirito. Ezechiele, peraltro, precisa che sta parlando dello "Spirito del Signore" (Ez 2,2 Ez 3,12-14 Ez 11,5).


6. L'aspetto dinamico dell'azione profetica dello Spirito divino risalta fortemente nelle profezie di Aggeo e di Zaccaria, i quali, dopo il ritorno dall'esilio, hanno vigorosamente spinto gli ebrei rimpatriati a mettersi al lavoro per ricostruire il tempio di Gerusalemme. Il risultato della prima profezia di Aggeo fu che "il Signore desto lo spirito di Zorobabele... governatore della Giudea e di Giosuè... sommo sacerdote e di tutto il resto del popolo ed essi si mossero e intrapresero i lavori per la causa del Signore degli eserciti". In un secondo oracolo, il profeta Aggeo intervenne di nuovo e promise l'aiuto potente dello Spirito del Signore: "Coraggio, Zorobabele... Coraggio, Giosuè... Coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro... il mio spirito sarà con voi, non temete" (Ag 2,4-5). E similmente il profeta Zaccaria proclamava: "Questa è la parola del Signore a Zorobabele: Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti" (Za 4,6).

Nei tempi che precedettero più immediatamente la nascita di Gesù, non c'erano più profeti in Israele e non si sapeva fino a quando sarebbe durata tale situazione. Uno degli ultimi profeti, Gioele, aveva pero annunciato un'effusione universale dello Spirito di Dio che doveva verificarsi "prima che venisse il giorno del Signore, grande e terribile", e doveva manifestarsi con una straordinaria diffusione del dono di profezia. Il Signore aveva proclamato per suo tramite: "Io effondero il mio spirito sopra ogni essere umano e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni rivelatori; i vostri giovani avranno visioni" (Jl 3,4 Jl 3,1).

Così si doveva finalmente adempiere l'augurio espresso, molti secoli prima, da Mosè: "Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito" (Nb 11,29). L'ispirazione profetica avrebbe raggiunto perfino "gli schiavi e le schiave", superando ogni distinzione di livelli culturali o condizioni sociali. Allora la salvezza sarebbe stata offerta a tutti: "Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato" (Jl 3,5).

Come abbiamo visto in una catechesi precedente, questa profezia di Gioele trovo il suo compimento nel giorno di Pentecoste, sicché l'apostolo Pietro, rivolgendosi alla folla stupefatta, poté dichiarare: "Accade quello che predisse il profeta Gioele"; e recito l'oracolo del profeta, spiegando che Gesù "innalzato alla destra di Dio aveva ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso e lo aveva effuso" abbondantemente. Da quel giorno in poi, l'azione profetica dello Spirito Santo si è continuamente manifestata nella Chiesa per darle luce e conforto.

(Ai alcuni gruppi:) Do ora il benvenuto ai partecipanti al III Congresso mondiale dei Maestri di Cappella sul tema "Unità nella diversità della musica sacra al servizio del culto divino". Provenienti da 43 Paesi, voi state riflettendo sulla valorizzazione delle molteplici forme musicali legate alle diverse culture che, se ben armonizzate, arricchiscono il già vasto e prezioso patrimonio della Musica Sacra nella Chiesa.

Un saluto particolare ai pellegrini della Fraternità Francescana "La Pace" di Massa Martana, in diocesi di Todi, venuti a Roma per commemorare il IV centenario della presenza dei Frati Francescani del Terzo Ordine Regolare e per far benedire una statua della Madonna della Pace.

Ringrazio poi cordialmente i fedeli della parrocchia di San Leone I, a Via Prenestina, che, insieme al parroco, sono venuti a restituirmi la visita che ho fatto loro lo scorso dicembre. Saluto inoltre il gruppo degli scouts della parrocchia di San Tommaso Moro, in Roma, i quali ricordano quest'anno il decennale della loro fondazione.

(Annuncio del nuovo ciclo di Jasna Gora:) Oggi è la festa dei Santi Cirillo e Metodio i quali, insieme con San Benedetto, sono venerati dalla Chiesa come patroni d'Europa. In questo giorno desidero iniziare il nuovo "ciclo di Jasna Gora". Circa dieci anni fa con un simile ciclo mi sono preparato al secondo pellegrinaggio alla patria. Esso ha avuto luogo nel 1983, nel periodo dopo l'applicazione dello stato di guerra e dopo la dichiarazione di illegalità di "Solidarnosc". Dall'anno scorso la situazione è cambiata notevolmente. Nello stesso tempo siamo entrati negli anni Novanta del nostro secolo e del secondo millennio dopo Cristo. Dato che dobbiamo prepararci al prossimo pellegrinaggio in terra patria, vedo la necessità di un nuovo "ciclo di Jasna Gora". La cosa migliore sarà quando la preparazione acquisterà la forma delle brevi visite (spirituali) che ogni settimana, come in passato, si faranno nel santuario della Madonna di Jasna Gora, Madre della Chiesa e della nazione. Per la prima volta la prospettiva del pellegrinaggio in Polonia si allarga. E per questa ragione ho deciso di scegliere proprio il giorno di oggi, che è la festa degli apostoli degli Slavi, compatroni d'Europa, per iniziare il nuovo "ciclo di Jasna Gora".

(Esortazione a costruire un mondo libero:) Mi è gradito rivolgere infine il consueto saluto a tutti i giovani, agli ammalati, ai loro accompagnatori e alle coppie di sposi novelli. In questo giorno, nel quale la Chiesa celebra la festa liturgica dei santi Cirillo e Metodio, compatroni d'Europa, mentre cadono tante barriere ideologiche, vi invito tutti a costruire un mondo libero dalle contrapposizioni etniche, razziali e religiose. A voi giovani, particolarmente, affido l'impegno di fondare il futuro sulla parola di Dio che libera, sulla speranza che si fa vita e smuove le montagne di ogni egoismo. Voi, ammalati, offrite al Signore le vostre sofferenze, che sono tanto preziose, per la causa del Vangelo e la salvezza del mondo. A voi, sposi novelli, chiedo di testimoniare l'impegno di amore e di fedeltà che vi siete assunti davanti all'altare guardando sempre a Cristo come unica sorgente di gioia e forza di liberazione. A tutti impartisco la mia benedizione.

(Saluto a visitatori provenienti dall'Unione Sovietica:) Saluto cordialmente gli egregi direttori delle superiori Istituzioni di ricerche scientifiche, tecnologiche e industriali della Repubblica Socialista Sovietica dell'Ucraina, partecipanti al corso di aggiornamento scientifico presso il Politecnico Europeo di Milano, che in tale occasione hanno voluto recarsi a Roma e far visita al Pontefice Romano. A voi tutti qui presenti, onorevoli scienziati, ai vostri congiunti e amici esprimo i migliori auguri di ogni bene e impartisco di tutto cuore la mia benedizione.

Data: 1990-02-14

Mercoledi 14 Febbraio 1990

Alla Segreteria del Sinodo - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Formazione sacerdotale: compito arduo, impegnativo e gioioso

Signori cardinali, venerati fratelli nell'episcopato!


1. La celebrazione dell'VIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi si trova ormai in una fase decisiva della sua preparazione e per questo voi, membri del Consiglio della segreteria generale, insieme col segretario, l'arcivescovo mons. Jan Schotte, siete convenuti ancora una volta nell'Urbe per esaminare gli ultimi atti da svolgere in vista dell'imminente avvenimento. Siate perciò i benvenuti nel nome del Signore! Insieme vogliamo servire nel modo migliore la Chiesa, madre e maestra, alla quale abbiamo consacrato la vita e il cuore, le parole e le opere, il tempo e le forze.

E' ormai di comune dominio la notizia che il prossimo Sinodo tratterà della formazione da assicurare ai presbiteri, al primo manifestarsi della loro chiamata, durante il tempo di preparazione all'ordinazione e nel periodo di vita sacerdotale.

Il compito della formazione sacerdotale è arduo, impegnativo ed esigente; esso pero è anche entusiasmante e gioioso per l'intensa carica di fede che comporta, e per le singolari qualità di carità teologale e pastorale, di comunione e di servizio, di attenzione ai segni dei tempi, di condivisione delle più diverse condizioni dei fratelli, che suppone. Tale compito perciò deve essere assunto con l'intento fondamentale di favorire una piena adesione al modello originario e normativo del buon pastore, e insieme di promuovere un'armoniosa integrazione dell'identità umana, cristiana e sacerdotale dei giovani chiamati.


2. A questo ricchissimo argomento dedicherà i suoi lavori, la sua meditazione e preghiera la prossima Assemblea, che stiamo preparando con la sollecitudine propria di chi ama la Chiesa. La riflessione sinodale sulla formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali si svolgerà in occasione di una duplice ricorrenza che merita di essere sottolineata: in questo 1990 si celebra il 25° anniversario sia dell'istituzione del Sinodo che della conclusione del Concilio Vaticano II.

La lettera "Apostolica Sollicitudo", con cui il mio predecessore di v.m.

Paolo VI istituiva il Sinodo risale al giorno 15 settembre 1965, quando il Concilio Vaticano II non era ancora terminato. Con la creazione di questo nuovo organismo, Paolo VI intendeva rispondere alle aspettative manifestatesi in seno all'assise conciliare e interpretare così il desiderio di collegialità e di unione nella carità pastorale, che i Padri avevano espresso come profonda aspirazione.

Il giorno 8 dicembre 1965 si chiudeva, poi, il Concilio Vaticano II che era stato davvero come una "nuova Pentecoste" per la Chiesa in cammino attraverso la seconda metà del secolo XX. Guidati dallo spirito, i pastori, convenuti a Roma da ogni parte del mondo, avevano indicato i modi migliori per accogliere ed esprimere la fede in un mondo per tanti versi mutato.

Verso questo storico evento occorrerà far convergere la memoria e la gratitudine di tutti i fedeli, affinché il loro animo resti aperto agli insegnamenti sempre vivi e attuali che lo Spirito ha dato in quella circostanza all'intero popolo di Dio.


3. E non è senza una speciale ispirazione dall'Alto che si è deciso di rivolgere l'attenzione del prossimo Sinodo al tema della formazione dei sacerdoti, poiché dalla loro buona preparazione dipendono sia la loro personale perfezione umana e cristiana che l'efficacia del loro ministero.

Alla formazione e alla vita dei sacerdoti il Concilio Vaticano II ha dedicato, com'è noto, due documenti: il decreto sulla formazione sacerdotale "Optatam Totius" e quello sul ministero e vita dei presbiteri "Presbyterorum Ordinis". Non si tratta, perciò, solo di una coincidenza di date; la ricorrenza anniversaria ci invita a vedere un collegamento di valore, di qualità, di dignità tra il Concilio Vaticano II e il Sinodo del 1990.

La figura del presbitero è stata descritta e proposta autorevolmente dal Concilio, che ha dedicato ad essa con sollecitudine amorevole e illuminata un abbondante spazio di discussione e di studio. Tutti ci auguriamo che anche il prossimo Sinodo concentri sull'argomento profonda riflessione e intenso amore, manifestando anche in questo modo la propria considerazione per coloro che sono i primi collaboratori dell'ordine episcopale. E' infatti ovvio, è opportuno, è necessario che a ricevere le primizie della mente e del cuore dei vescovi siano coloro che per vocazione e missione sono eletti a portare insieme con essi il "peso della giornata e del caldo" (Mt 20,12), il peso cioè del servizio pastorale che incombe sulle loro spalle: un peso che diviene leggero solo nella comunione col "pastore e vescovo delle anime" e nella condivisione fraterna, grazie alla quale ciascuno porta i pesi degli altri.

Una chiamata simile ricevono anche coloro che si consacrano al Signore in un particolare stato di vita nelle fila di una Congregazione religiosa o di un istituto di vita apostolica. Anch'essi sanno di essere mandati a testimoniare con modi propri, aderendo al loro carisma, la sollecitudine apostolica e missionaria e l'efficacia della tensione escatologica della Chiesa pellegrina nella fede e nella speranza.


4. Il compito che grava sul Sinodo riveste particolare urgenza, quando si pensi che gli orientamenti impressi alla formazione dei presbiteri nelle circostanze attuali sono destinati a proiettare la loro efficacia oltre la soglia dell'anno 2000; i giovani che oggi accolgono la chiamata e si preparano al sacerdozio, fatti adulti e maturi di età e di carità pastorale, dovranno allora apparire come chiari modelli del gregge.

E' questo un vanto e un privilegio che ci esalta ed entusiasma, mentre avvertiamo nel tempo che scorre la presenza fedele di quel Dio-con-noi, dell'Emmanuele, che chiama incessantemente quelli che vuole alla perenne missione di salvezza e sentiamo che il Signore del tempo e della storia ci vuole in essa attivamente presenti. Ma, parimenti, questo è anche un dovere e una responsabilità. Responsabilità di uomini che decidono del proprio cammino, ponendosi in atteggiamento di ascolto e di fede; dovere di pastori attenti più alle necessità del gregge che a se stessi, nella preoccupazione di non trovarsi mai impreparati alla grave sfida dei tempi.


5. Venerati fratelli nell'episcopato, ho voluto farvi partecipi della sollecitudine che provo per un problema di tanta importanza per la vita della Chiesa. Al tempo stesso, pero, sono certo di poter condividere con voi la gioia di ripercorrere, pensando ai lavori sinodali ormai prossimi, l'itinerario, spesso arduo ma sempre appassionante, della nostra stessa formazione al presbiterato. In esso dall'amore del Padre e del Figlio nello Spirito siamo nati alla carità pastorale, che tuttora ci urge dentro, e ci spinge a desiderare che altri, come noi, siano formati oggi per il domani come veri "cooperatores ordinis nostri".

Con questi sentimenti invoco sul vostro lavoro, auspice la Vergine Maria, l'abbondanza dei doni divini, in pegno dei quali vi impartisco l'apostolica benedizione.

Data: 1990-02-15

Giovedi 15 Febbraio 1990


GPII 1990 Insegnamenti - All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)