GPII 1990 Insegnamenti - A una delegazione islamica - Città del Vaticano (Roma)

A una delegazione islamica - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Una testimonianza prima che una civilizzazione

Cari amici.

Sono felice di dare il benvenuto alla delegazione del World Islamic Call Society, guidata dal vostro illustre segretario generale, dottor Muhammad Ahmad Sherif, e accompagnata qui dal card. Arinze e dagli altri partecipanti cattolici al dialogo su "Missione e da'wah". La visita dei rappresentanti del Pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso a Tripoli il marzo scorso, e questa visita ricambievole da parte del World Islamic Call Society, ci offrono la speranza di rafforzare la buona volontà e la cooperazione tra cristiani e musulmani. L'argomento del vostro dibattito è opportuno. Dal momento in cui noi crediamo in Dio - che è Bontà e Perfezione - tutte le nostre attività devono riflettere la santa e giusta natura del Dio unico che noi adoriamo e cerchiamo di obbedire. Per questa ragione, anche nelle fatiche della missione e del da'wah, le nostre azioni devono essere fondate sul rispetto per l'inalienabile dignità e libertà della persona umana creata e amata da Dio.

Sia i cristiani che i musulmani sono chiamati a difendere l'inviolabile diritto di ogni individuo alla libertà del credo e della pratica religiosa. Vi sono state nel passato, e continuano a esserci anche ora sfortunate circostanze di incomprensione, intolleranza e contrasto tra cristiani e musulmani, specialmente in circostanze che vedono o i cristiani o i musulmani come minoranza o come lavoratori ospiti in certi Paesi. E' nostro impegno come guide religiose cercare vie per superare queste difficoltà in spirito di giustizia, fraternità e reciproco rispetto. Da qui, considerando i significati propri del compiere la missione e il da'wah, voi siete occupati con una questione che è importante sia per le religioni che per l'armonia sociale. Vi interessate alle difficoltà di fronte a cui oggi si trovano coloro che credono in Dio negli sforzi di proclamare la sua presenza e la sua volontà per l'umanità. Come credenti, non neghiamo né respingiamo nessuno dei benefici reali che il progresso moderno ha portato, ma siamo convinti tuttavia che senza il rapporto con Dio la società moderna non è in grado di guidare gli uomini e le donne verso lo scopo per cui sono stati creati. E anche qui cristiani e musulmani possono lavorare insieme, portando una testimonianza prima che una civilizzazione moderna della presenza divina e dell'amorevole provvidenza che guida i nostri passi. Insieme possiamo proclamare che colui che ci ha creati ci ha chiamati a vivere nell'armonia e nella giustizia. Possano le benedizioni dell'Altissimo accompagnarvi nei vostri sforzi a favore del dialogo e della pace!

Data: 1990-02-15

Giovedi 15 Febbraio 1990

Al Patronato Leone XIII di Vicenza - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Ruolo insostituibile della religione nell'educazione dei giovani

Carissimi fratelli e sorelle, che formate la famiglia spirituale del Patronato Leone XIII di Vicenza!


1. Siete venuti in pellegrinaggio per confermare, accanto alla tomba del Principe degli apostoli, la vostra fedeltà a Cristo e alla Chiesa e per rendere grazie al Signore, datore di ogni bene, per i favori di cui egli ha colmato questi cento anni della vostra storia.

In effetti, il Patronato Leone XIII, da quando ebbe inizio il 30 settembre 1890 per la generosa iniziativa di alcune benefattrici vicentine e la provvidenziale disponibilità di san Leonardo Murialdo, fondatore della Pia Società Torinese di san Giuseppe, è andato sempre più qualificandosi come comunità educativa, ben integrata nella pastorale della Chiesa locale e nella vita della città. Esso è diventato per i giovani vicentini punto d'incontro, luogo di crescita umana e spirituale, palestra di formazione culturale e religiosa: una famiglia sempre più numerosa di allievi e di ex allievi, accomunati dagli stessi ideali di fedeltà al Vangelo e di generoso servizio ai fratelli. Presso di voi si sono formate note personalità, che si sono rese benemerite, come responsabili della vita pubblica e come qualificati professionisti; nel vostro interno sono anche maturate, grazie alla cura premurosa e costante degli educatori, vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio.

Per questo, accogliendovi con un caloroso benvenuto, intendo salutare, oltre agli allievi ed ex allievi, gli insegnanti e gli animatori con le famiglie e le varie vostre associazioni. Un particolare ringraziamento rivolgo ai Figli di san Leonardo Murialdo, i quali, con la loro costante azione apostolica e fedele testimonianza religiosa, hanno assicurato la continuità del lavoro formativo dell'Istituto, di cui oggi si possono apprezzare i frutti. Il mio fervido saluto va soprattutto alle autorità civili, che vi hanno accompagnati in questo familiare incontro.


2. "La società non si migliora che attraverso la gioventù... pregare, imparare, giocare: ecco l'Oratorio". Questa tipica espressione di san Leonardo Murialdo, a voi ben nota, traccia il programma del vostro apostolato, sempre valido, pur nel mutare delle situazioni sociali. Se infatti il Patronato Leone XIII ha così profondamente segnato la cultura popolare e la storia sociale e religiosa del popolo vicentino è perché, affiancandosi alle pubbliche Istituzioni, ha offerto un supplemento d'anima alla città, facendola crescere cristianamente e diventando qualificata "oasi" religiosa per migliaia di giovani e innumerevoli famiglie.

Fedeli all'intuizione originaria del fondatore, voi avete perfezionato negli anni la vostra attività, ormai collaudata, come itinerario formativo e come proposta cristiana aperta a tutti. perciò questa ricorrenza giubilare, oltre ad essere un esaltante momento celebrativo, deve costituire soprattutto un'opportuna occasione per rendere sempre più intensa la vostra presenza fra la gioventù, che è alla ricerca della verità e dell'amore, assetata soprattutto di Cristo, profondo conoscitore del cuore umano.


3. Mi compiaccio pertanto nell'apprendere che il vostro Patronato è una struttura ecclesiale molto apprezzata, nella quale il progetto educativo, ispirato da san Leonardo Murialdo, mira alla formazione integrale della persona umana. Tuttavia, ciò che particolarmente vi qualifica, è il fatto che il vostro istituto è luogo di educazione alla fede. Gesù Cristo sia sempre al primo posto e sia lui ad accogliere e incontrare i giovani. Crescete nella sua conoscenza e nel suo amore, sentendovi sempre più fratelli in lui e mantenendovi fedeli ai suoi insegnamenti.

Pur vivendo in un'epoca, in cui il richiamo delle cose terrene e la sfrenata corsa al benessere rendono sempre più difficile la pratica della vita cristiana e la stima dei valori spirituali, sappiate dimostrare col vostro impegno quotidiano che non si può prescindere mai da fermi principi morali; dimostrate che la religione ha oggi un ruolo insostituibile, e tanto più nell'educazione dei giovani, perché solo seguendo il Vangelo si può costruire una società più giusta, aperta alla vita, alla pace, all'amore.

Vi guidi nella quotidiana missione quella che fu la costante sollecitudine del vostro maestro, san Leonardo Murialdo: la "salus animarum", come egli amava ripetere, cioè la salvezza delle anime, la totale salvezza dell'uomo, chiamato a realizzare il progetto che Dio gli ha affidato. E vi protegga sempre Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, alla quale affido voi, giovani, e le vostre famiglie.

Su tutti e su ciascuno invoco infine la pienezza dei favori celesti, che desidero avvalorare con la mia benedizione.

Data: 1990-02-17

Sabato 17 Febbraio 1990

A vescovi brasiliani in visita "ad limina" - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Non subordinare il ministero episcopale a opzioni umane

Cari fratelli nell'Episcopato,


1. Il nostro incontro di oggi, a coronamento della visita "ad limina Apostolorum" che state realizzando, in qualità di Vescovi appartenenti alla "Regional Sul-Dois" della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, è per me motivo di profonda gioia. Venite dallo Stato del Parana, dalle quattro provincie ecclesiastiche di Curitiba, Londrina, Maringà e Cascavel, in cui sono strutturate le diciotto diocesi, affidate alle vostre cure pastorali.

Siete portatori, quali discepoli ed amici di Cristo, di gioie e di speranze, così come delle tristezze e delle angosce degli uomini che abitano in questa bella regione dell'immenso Brasile. Questo mi avete confidato nelle udienze personali. Questo momento, senza pretendere di sintetizzare ciò che è stato oggetto dei nostri colloqui, è soprattutto un momento di comunione in continuità con l'Eucaristia, che è sempre il punto più alto della visita "ad limina": Egli, il buon Pastore, è realmente in mezzo a noi, come Emanuele.

Salutandovi, con sentimenti di affetto e di stima, saluto le Comunità del Popolo di Dio, di fronte alle quali Egli vi ha costituiti Pastori, esortandovi, sin da ora, a rimanere "fermi e irremovibili, sempre generosi nel lavorare per il Signore, sapendo che la vostra fatica non è infruttuosa" presso il Signore stesso (cfr. 1Co 15,58).


2. Non posso non ricordare, in questo momento, come ricordo sempre, e in maniera ancor più viva in questi giorni di contatto con Voi, il pellegrinaggio apostolico che mi condusse alle terre del Parana e che raggiunse il suo apice nella celebrazione dell'Eucarestia a Curitiba. In quell'occasione, come certamente ricorderete, ho fatto, con i paranensi e per loro, una richiesta, che, nonostante siano trascorsi quasi dieci anni, mi sembra ancora attuale. Dicevo allora: "Per voi, io chiedo a Dio, con il più grande fervore, che non si scoraggi mai, ma anzi si animi e cresca, la profonda integrazione razziale che esiste fra voi. Che in questa fraternità fra i vari popoli non manchi una speciale solidarietà con i nostri fratelli indigeni. Che vi sia, inoltre, fra voi, un'apertura ad accogliere molti altri gruppi umani che hanno bisogno di una patria, perché sono privati delle loro" (Omelia, Curitiba, 6 luglio 1980).

Essendo Pastori di una regione brasiliana relativamente ben strutturata, come Chiesa, ed avendo preparato questa visita con moltissima cura, avete nel cuore aspirazioni e progetti, con molta speranza. Ma non dimenticate di ascoltare, negli incontri con ognuno, che vi anima anche un vivo senso di responsabilità, con sereno realismo.

C'è una nuova configurazione sociale della vita e della cultura rurale della popolazione, che comincia a vivere secondo nuovi schemi, con mentalità prevalentemente urbana ed industriale. Inoltre, il momento politico, con nuove prospettive, così come la pressione dei mezzi di comunicazione sociale, naturalmente risveglia una nuova problematica. Bisogna ovviare al rischio di cedere ad un cristianesimo superficiale, insidiato dalle ideologie, da visioni dell'uomo indifferenti se non addirittura ostili alla tradizione cristiana, al quale viene ad aggiungersi la facile attrattiva delle sètte e l'opportunismo di quelli che il Signore ha ben stigmatizzato nelle sue allegorie (cfr. Mt 7,15 Jn 10,12), ponendoci in guardia contro nemici "domestici".

Di fronte a tali situazioni, bisogna che i fedeli cristiani sappiano "conoscere" e riconoscere la voce del loro Pastore, quella voce, cioè, che ha echeggiato quasi duemila anni fa: "Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo Pastore" (Jn 10,16). Ci sarà un solo Popolo di Dio, in una nuova Alleanza dell'unico Signore con gli uomini: "Abitero in mezzo a loro e con loro camminero e saro loro Dio, ed essi saranno il mio popolo" (2Co 6,16 cfr. He 8,10 Lv 26,18).


3. Già in un precedente incontro con i Vescovi del vostro "Regional" in visita "ad limina", mi compiacevo di osservare come l'amato stato del Parana, essendo, in certo modo, "la terra di tutte le genti", ci aiutava a farci un'idea e quasi a rendere palpabile la realtà di Chiesa come Popolo di Dio: ossia quell'ammirevole moltitudine che lo Spirito Santo, fra una così grande varietà di etnie e di culture, ha riunito nell'unità della dottrina degli Apostoli, della comunione fraterna, della divisione del Pane e della preghiera (cfr. Insegnamenti VIII,1 p 1711).

Voglio oggi qui condividere con voi alcune riflessioni su questa realtà misteriosa e tanto suggestiva, che impegna e stimola il vostro ministero di Pastori. Affinché non vediate mai frustrato né deturpato questo vostro devoto ministero, è bene che, a proposito, si ritorni alla considerazione del mistero del Popolo di Dio, che è allo stesso tempo ed indissociabilmente la Chiesa che è in cammino, come "soggetto" storico.

Questa riflessione è molto attuale. Il Concilio Vaticano Secondo, nel presentare le varie immagini della Chiesa, fra le altre molto significative, ha privilegiato questa di Popolo di Dio. Lascia intendere, così, che la considera la più felice per esprimere l'aspetto del corpo sociale, che, nonostante sia inserito nella storia degli uomini, trascende tutti i tempi e tutti i popoli (cfr. LG 9).


4. Questo titolo di Popolo di Dio, come Voi sapete, comporta tutte le risonanze degli interventi divini per salvare il mondo; e tende sempre verso la definitiva realizzazione degli stessi in Gesù Cristo, nostro Signore, nel quale "tutte le promesse di Dio diventeranno "si"" (cfr. 2Co 1,20).

La Chiesa, quindi, amati fratelli, essendo la continuazione d'lsraele, Popolo di Dio dell'antica Alleanza, è anche la sua trasformazione radicale.

Infatti, superando tutti i limiti di ordine etnico geografico o culturale, la Chiesa diviene la casa aperta a tutti indifferentemente, una volta che, in essa, tutti passano dall'essere "non-popolo" a Popolo di Dio (cfr. 1P 2,10).

La ragione primaria di questa trasformazione sta nel fatto che la Chiesa è stata fondata dal Figlio di Dio, fatto uomo, morto e risorto. Egli rende presente il mistero stesso della Santissima Trinità. E' in questo adorabile mistero che essa ha la sua unica e triplice fonte. E' da lui che essa riceve la connotazione unica di Popolo riunito nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (cfr. S. Geronimo, In Neoph.: CCL 78, p. 542s; S. Cipriano, De orat. dom. 23: PL 4,553).

E', di fatto, in virtù del sacramento del Battesimo, conferito precisamente in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che gli uomini vengono incorporati nel Popolo di Dio. E così, "a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo" (Jn 10,36), "rende partecipe tutto il suo corpo mistico di quella unzione dello Spirito con la quale è stato unto" (Decr. PO 2 cfr. Rm 6,4). Ed è questo il Regno, al quale Gesù Cristo ha dato inizio sulla terra, dotandolo di tutti i mezzi necessari alla sua definitiva realizzazione. Per farlo crescere, sono invitati tutti coloro che accolgono il Signore Gesù: affinché divengano suoi collaboratori, nella fedeltà dalla grazia, alla vocazione, al modo di vita e alla funzione che sono loro propri (cfr. 1Co 3,8ss).


5. In appoggio a questa fedeltà al servizio del Popolo di Dio, lo Spirito Santo distribuisce le sue grazie ed i suoi doni, per il compimento delle rispettive missioni di laici, religiosi o ministri consacrati, affinché tutti, ed ognuno per la parte che gli compete, contribuiscano all'edificazione dello stesso ed unico corpo.

Nell'ambito di questa disposizione organica e con questa finalità (cfr. Ep 4,7ss) è al primo posto la grazia conferita agli Apostoli ed ai Vescovi, loro successori, uniti al successore di Pietro. E' questa grazia che tutela la varietà e provvede che queste promuovano l'unità nella carità, in modo che tutti i membri del Popolo di Dio possano, liberamente ed ordinatamente, giungere alla salvezza.

Questa grazia ed il dono gerarchico, apostolico-episcopale, amati Fratelli, implicano un'autentica diversità all'interno del Popolo di Dio. Essa ci è stata conferita dall'Ordinazione sacramentale, che perpetua nella Chiesa quell'atto creativo, con il quale Gesù Cristo "fece" i Dodici, e dal quale deriva per i suoi successori la funzione specifica di essere presenza e testimonianza di Cristo stesso fra i fedeli (cfr. Const. LG 18 LG 19 LG 21). Questa differenza essenziale, come sappiamo, non comporta un distanziamento fra i Vescovi e gli altri membri del Popolo di Dio; la sua funzione si concretizza, precisamente, nel ministero di santificare, di istruire e di governare il Popolo di Dio stesso; un ministero che solo i successori degli Apostoli ricevono da Gesù Cristo, e che essi devono esercitare solamente in suo nome.


6. Molto diverso da qualsiasi altro popolo, in quanto alle norme costituzionali che lo reggono, questo Popolo di Dio non è depositario dell'autorità inerente alla successione apostolica; come se il ministero episcopale costituisse una specie di delegazione popolare, o rimanesse vincolato a tale Popolo, in termini di durata o di modalità di esercizio. Essendo di origine sacramentale, tale autorità è esclusivamente di origine divina, e tale rimane; non ha bisogno quindi, di essere ratificata da nessun altro.

Questo non significa che il Vescovo debba convertire la propria unicità sacramentale in isolamento pastorale. Al contrario, ha l'obbligo di accettare e, addirittura, di cercare la collaborazione di tutti, tanto delle persone singole, quanto, degli organismi diocesani e superdiocesani, al fine di perfezionare e dar maggior efficacia al proprio servizio di guida e rendere più facile l'accettazione dello stesso. Ma, diventerebbe indebita ogni collaborazione che si convertisse in pressione. Allora il Popolo di Dio sarebbe collocato al livello di un popolo in senso laico. Si correrebbe il rischio di subordinare, in un certo modo, il ministero episcopale a opzioni, anche di fede e di vita cristiana, fatte a misura d'uomo. Avremmo, in questo caso, un'inversione di termini e di valori: invece di Popolo di Dio, il Dio del popolo.


7. Se è bene che la Chiesa, seguendo l'esempio del suo maestro, che era "buono ed umile di cuore", sia ben ferma anch'essa nell'umiltà, e che abbia senso critico riguardo tutto ciò che costituisce il suo carattere e la sua attività umana, è ugualmente ovvio che anche la critica deve avere i suoi giusti limiti. Come Pastori della stessa Chiesa, portando avanti ciò che il mio predecessore Paolo VI ha chiamato il "dialogo della salvezza", (cfr. 1Tm 2,4), dobbiamo essere vigili riguardo a quello spirito critico, nel quale non si esprime solo un atteggiamento di servizio; ma soprattutto, la volontà di orientare l'opinione di altri secondo la propria opinione, alcune volte divulgata in modo assai imprudente (cfr. Enc. RH 4).

Il ministero episcopale, quindi, non si può scindere dal suo rapporto originale e irreversibile con Gesù Cristo. C'è un inviolabile diritto di quanti fanno parte del Popolo di Dio: il diritto di poter ascoltare, nei propri Pastori, Cristo stesso e il Padre che Lo ha inviato; e di ricevere da parte loro, non una parola di uomini, ma la Parola di Dio (cfr. Lc 10,16 1Th 2,13).

I fedeli e tutti in generale vogliono ascoltare da noi "Parole di vita eterna", l'illuminazione della fede riguardo il senso della vita temporale e le ragioni di speranza di beni futuri, per portare avanti la missione che Dio ha affidato loro nel mondo (cfr. Const. LG 48). Le beatitudini tutte, indicano il giusto giudizio, che non appartiene agli uomini né al tempo presente, ma solo a Gesù Cristo quando verrà nella sua gloria (cfr. Mt 25,21ss) per il compimento del suo Regno e per decretare che i giusti andranno verso la vita eterna.


8. Miei amati fratelli nell'Episcopato: questa riflessione sulla Chiesa come Popolo di Dio, mi viene suggerita e richiesta dalla responsabilità di cui sono investito, quale successore di Pietro: essere, in mezzo a questo stesso Popolo, il principio ed il fondamento visibile dell'unità. Tanto dell'unità dei Vescovi, quanto dell'unità della moltitudine dei fedeli. E in questa stessa linea di responsabilità, anche a Voi, in qualità di Vescovi, compete l'essere principio e fondamento visibile dell'unità nelle Chiese particolari che vi sono affidate (cfr. Const. LG 23).

Vi esorto, quindi, cari Fratelli, a conservare l'integrità di quella pace, che fu comunicata da Cristo risorto agli Apostoli, e che dissipa tutto il timore (cfr. Jn 20,19-22). E vi auguro e chiedo a Dio che gli atti del vostro ministero pastorale, come quelli degli stessi Apostoli, siano ispirati dalla consapevolezza che sono atti del Signore, perciò sono anche dello Spirito Santo (cfr. Ac 15,28).

Vi incoraggio a proseguire con zelo, intelligenza e entusiasmo, quel servizio che già state compiendo, dimostrando saggezza e amore, nelle vostre singole Chiese. Continuate ad armonizzare le esigenze delle vostre Diocesi con quelle della Conferenza Nazionale dei Vescovi, affinché vi sia sintonia nei programmi pastorali. E non vi stancate di essere vicini, di amare e di ascoltare il popolo, essendo, per tutti i fedeli diocesani, padri ed amici saggi. Siatelo particolarmente, per i Sacerdoti, e aspiranti al Sacerdozio, per i consacrati, Religiosi e Religiose, e per i laici impegnati nell'apostolato, infine, per tutti coloro che hanno una partecipazione peculiare e riconosciuta nella missione della Chiesa.

Per concludere, raccomando alla Madre di Dio, sede della saggezza - Nostra Signora Aparecida, come la invoca il caro popolo brasiliano - il vostro ministero episcopale. Alla sua cura materna affido la vostra sollecitudine di Pastori, nello Stato di Parana; e, con la sua intercessione, invoco abbondanti favori celesti per tutto il Popolo di Dio che è in pellegrinaggio li, con una grande Benedizione Apostolica.

(Traduzione dallo spagnolo)

Data: 1990-02-17

Sabato 17 Febbraio 1990

All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Il sacerdote è l'uomo della carità

Carissimi fratelli e sorelle!


1. Nella prospettiva del Sinodo, che tratterà della formazione sacerdotale, vogliamo continuare a riflettere su chi è il sacerdote e sull'ideale che egli è chiamato a proporre nella Chiesa e nella società. Abbiamo già avuto occasione di qualificarlo come l'uomo della fede e della speranza. Oggi, vediamo in lui l'uomo della carità. A ben pensarci, questo è un titolo superiore ai precedenti perché, secondo la parola di san Paolo, la carità è più grande della fede e della speranza (cfr. 1Co 13,13).

Quando un giovane si sente chiamato al sacerdozio ministeriale, egli è mosso in realtà da uno slancio di carità, ossia dal desiderio di amare Cristo senza riserve, e di amare i suoi fratelli con la dedizione di tutto se stesso. E giustamente, perché egli è chiamato a servire, come indica il termine "ministero"; ora, per servire alla maniera e in nome di Cristo, è necessario amare.


2. Con l'ordinazione viene conferita al giovane una speciale grazia di carità, perché la vita del sacerdote ha senso soltanto come attuazione di tale virtù. I cristiani attendono dal sacerdote che egli sia uomo di Dio e uomo di carità.

Poiché Dio è amore, il sacerdote non potrà mai separare il servizio di Dio dall'amore per i fratelli; impegnandosi al servizio del regno di Dio, il sacerdote s'impegna nella via della carità. Del resto, egli è incaricato d'insegnare una dottrina, in cui il duplice comandamento dell'amore riassume tutta la legge: amore di Dio e amore del prossimo. Il sacerdote non può inculcare e diffondere questa dottrina, se egli stesso non è un autentico testimone dell'amore.

Quale pastore del gregge di Cristo, egli non può dimenticare che il suo Maestro è giunto a donare la propria vita per amore. Alla luce di un simile esempio, il sacerdote sa di non essere più padrone di se stesso, ma di doversi fare tutto a tutti, accettando ogni sacrificio connesso con l'amore. Ciò suppone un cuore generoso e aperto alla comprensione e alla simpatia di tutti.


3. Si comprende, quindi, perché la preparazione al sacerdozio implichi una seria formazione alla carità. I giovani, che si avviano al sacerdozio, devono, prima di tutto, essere intimamente convinti dell'importanza fondamentale della carità. Il seminario, in cui vengono formati, non potrà non essere un autentico ambiente di carità fraterna, nel quale essi possono esercitare tale virtù nell'esperienza quotidiana dei contatti con gli altri. Questo "tirocinio della carità" comporta molteplici aspetti, quali la formazione alla ricerca dell'armonia nonostante le differenze di carattere, alla benevolenza e alla stima nell'apprezzamento delle qualità altrui, al perdono immediato delle offese, alla sollecita dedizione.

Preghiamo la Vergine Maria, modello perfetto di carità vissuta, di aiutare il Sinodo a contribuire alla formazione di sacerdoti profondamente animati dalla carità di Cristo.

(Dopo la preghiera:) Rivolgo un saluto particolare ai volontari del Movimento dei Focolarini provenienti da vari Paesi d'Europa per prendere parte a un loro convegno presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo. Carissimi, vi sia utile questo periodo di riflessione per un'ulteriore maturazione interiore per essere sempre meglio abilitati a testimoniare l'amore cristiano nel mondo di oggi.

Data: 1990-02-18

Domenica 18 Febbraio 1990

Alla parrocchia di Santa Silvia - via Portuense (Roma)

Titolo: La santità, dono che ci fa partecipi della vita stessa di Dio

(Ai bambini:) Sono qui tra voi, in questo quartiere di Roma dove si trova la vostra parrocchia. Mi trovo davanti a tante case, a tanti palazzi, abitati dalle persone, dalle famiglie, che compongono la vostra comunità cristiana, la vostra parrocchia.

Il primo incontro è con i bambini: i più giovani hanno diritto ad essere primi, perché Gesù aveva una predilezione per i bambini, per i giovani. Egli ha detto agli apostoli: "Lasciate che i bambini vengano a me". Voleva averli sempre vicini.

Così era all'epoca in cui Gesù viveva nella sua terra come Messia; e così è ancora oggi che Gesù vive nella Chiesa. E' la stessa metodologia messianica, apostolica, che continua nella Chiesa. Ecco quindi perché i bambini sono i primi. Naturalmente i più piccoli sono quelli che hanno appena ricevuto il Battesimo: il sacramento più grande, quello principale. Ancora sono piccoli, ma poi crescono, arrivano al momento in cui devono prepararsi a un sacramento santissimo, l'Eucaristia. così, quello che Gesù ha detto agli apostoli si verifica continuamente nella Chiesa: "Lasciate che i bambini vengano a me". Poi, dopo la Comunione, c'è la Cresima; diventano più grandi, diventano giovani. E' un altro sacramento, quello della maturità cristiana. Ma questa parrocchia deve essere solamente comunità dei bambini? Cosa fare con gli adulti, con gli anziani? Gesù ha detto una volta: "Dovete diventare tutti come bambini". Allora tutti noi, anche il Papa, il cardinale vicario, mons. Ragonesi, il vostro parroco, dobbiamo diventare spiritualmente come bambini, così vicini a Dio come il bambino, come il figlio è vicino al padre. E' questa la realtà più profonda della nostra fede: la nostra figliolanza divina e, d'altra parte, la paternità divina. E ciò attraverso Gesù, Figlio unigenito fattosi uomo per farci uomini, figli di Dio.

(Ai presenti:) Saluto cordialmente tutti i presenti e auguro a tutti voi di vivere in questa realtà, non solamente in questi palazzi, in questi appartamenti, con tutti gli impegni quotidiani della vita umana, ma di vivere anche questa dimensione profonda, spirituale e cristiana, della paternità divina, della nostra figliolanza divina, attraverso Gesù Cristo, incominciando dai bambini e dai più anziani.

Saluto tutti, tutte le generazioni, sono grato per la vostra accoglienza, e auguro la benedizione del Signore a tutta la comunità.

(Ai profughi etiopi:) Nel nome di Gesù Cristo vi saluto e vi auguro tutte le benedizioni di Nostro Signore nelle vostre vite. Nello stesso tempo voglio ringraziare la comunità parrocchiale per l'ospitalità offerta ai nostri fratelli etiopi. Sappiamo bene che quando si accoglie uno straniero, un emarginato, un senza tetto, si accoglie anche Cristo.

(Alla popolazione del quartiere:) Grazie per le parole del vostro parroco, grazie per la vostra presenza e la vostra accoglienza. La parrocchia di Santa Silvia è intitolata a una donna, madre di un vescovo di Roma, Gregorio Magno. Grazie anche perché questo ricorda la mamma dell'attuale Papa, Giovanni Paolo. Grazie per la preghiera. Auguro alla vostra comunità, alla vostra parrocchia, di essere un centro di energie. Noi tutti abbiamo bisogno di energie diverse per vivere, per sopravvivere, per svilupparci: energie intellettuali, energie morali, energie fisiche. Ma c'è anche un'energia che viene da Cristo, che deriva dal suo Spirito, lo Spirito Santo: l'energia spirituale. Ecco, la parrocchia è il centro di questa energia. Vi auguro di essere parrocchiani autentici. Ciò significa cercare questa energia spirituale, soprannaturale, che viene da Cristo, per realizzare la vostra vita non solo nella dimensione terrena, passeggera, ma per realizzarla anche nella prospettiva divina.

E' questa la prospettiva dell'eternità.

(All'omelia durante la celebrazione eucaristica:) "Siate... perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5,48).


1. Il discorso della montagna, vero "codice di perfezione" per i discepoli del Signore Gesù, raggiunge in queste parole - carissimi fratelli e sorelle - il suo vertice e la sua più alta e impegnativa sintesi. Quale ne è il significato e quali le implicazioni per la vita? Gesù chiede ai suoi seguaci, che intendono vivere secondo la legge della nuova alleanza, di realizzare nel loro modo di pensare e di comportarsi quella perfezione che ha nella santità del Padre celeste il suo fondamento e il suo modello.

Dio è santo, perché "è buono e grande nell'amore": tale infatti si è mostrato in tutta la storia della salvezza. Infinitamente superiore all'uomo, egli è entrato nella vicenda umana e si è fatto Dio "con" gli uomini e "per" gli uomini: ha parlato e compiuto gesta meravigliose, per liberarli da ogni forma di schiavitù e farli "suo" popolo mediante l'alleanza. Come ci ha ricordato il salmo responsoriale, Dio è santo perché perdona le colpe degli uomini, li guarisce da ogni malattia, salva dalla fossa la loro vita, li corona di grazia e di misericordia.


2. Rivelazione piena e definitiva della santità divina è Gesù Cristo, "il solo santo", sul quale si è posato lo Spirito di santità; colui che con la parola e la vita è diventato maestro e modello, fonte e meta di ogni perfezione. Asceso, dopo la sua morte e risurrezione, alla destra del Padre, Gesù ha effuso e continua a effondere su tutti coloro che credono in lui e formano la sua Chiesa lo Spirito di santità che li fa "uno" in lui, li arricchisce di molteplici doni, li muove interiormente ad amare Dio con tutto il cuore e ad amarsi a vicenda come fratelli.

In una parola: li fa "santi".

La santità, dunque, è innanzitutto un dono, che ci rende partecipi della vita stessa di Dio, per mezzo di Cristo, nella comunione dello Spirito. così noi diventiamo tralci della vera vite che è Cristo, templi viventi di Dio, dimore dello Spirito. E' un dono che occorre non sciupare, ma accogliere e vivere con gioiosa consapevolezza, "benedicendo" con gratitudine il Signore, come facciamo in ogni celebrazione dell'Eucaristia.


3. La santità cristiana, pero, oltreché dono, è per i discepoli di Cristo un compito da realizzare nella vita di ogni giorno, una vocazione alla quale dare concreta risposta. Una vocazione che interpella tutti indistintamente, anche se può assumere forme diverse e domandare a qualcuno impegni più radicali di servizio a Dio e ai fratelli.

Il Concilio Vaticano II, specialmente nella costituzione "Lumen Gentium" (LG 39), ha scritto su questo argomento pagine bellissime e assai stimolanti: "Tutti nella Chiesa - ha ricordato - sono chiamati alla santità, secondo il detto dell'Apostolo: Certo la volontà di Dio è questa, che vi santifichiate. Orbene questa santità nella Chiesa si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli".


4. Tra questi frutti meritano particolare attenzione le opere dell'amore fraterno, sulle quali insiste la pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Sono opere che hanno nell'amore di Dio per gli uomini il fondamentale punto di riferimento e nell'insegnamento e nella vita di Gesù la loro piena realizzazione. L'amore che il cristiano attende dal suo Maestro divino è un amore universale, cioè non circoscritto ai fedeli di sangue e di fede, ma aperto a tutti, anche ai cattivi, ai peccatori, agli stranieri e ai nemici; un amore che non si limita ai benefattori, ma si estende pure a chi non lo apprezza e non lo ricambia; un amore che riesce a giungere al "paradosso" del perdono.

Gesù ci conduce così fino all'intimo nucleo della predicazione del regno di Dio. Coloro che si sentono e sono amati da una misericordia senza limiti, che a tutti concede il sole e la pioggia, tutti ammaestra e perdona, tutti chiama alla vita eterna, non possono non sentirsi impegnati a riversare sugli altri uomini questa multiforme tenerezza di Dio, da cui essi per primi, gratuitamente, sono avvolti e colmati.

In ciò consiste l'originalità della santità cristiana, che è "perfezione della carità". I fedeli sono chiamati ad annunciare e testimoniare l'amore di Dio, perché tutti gli uomini ne scoprano la bellezza e ne facciano l'esperienza.


5. La vostra comunità parrocchiale, carissimi fratelli e sorelle, e l'intera Chiesa di Roma, che si sta preparando alla celebrazione del Sinodo pastorale diocesano, deve sentirsi particolarmente interpellata da questo messaggio, e orientare alla sua luce le scelte di vita e gli impegni pastorali.

L'evento sinodale, che chiama tutti a "camminare insieme" nella verità e nella carità sulle vie del rinnovamento, esige infatti, da parte di ogni cristiano e dell'intera comunità ecclesiale, una presa di coscienza più chiara della comune vocazione alla santità, e, quindi, una più incisiva e corale risposta all'appello fatto da Gesù ai suoi ad essere perfetti come è perfetto il Padre celeste e ad "essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità" (Ep 1,4).

Il primo obiettivo da perseguire con decisione nel cammino sinodale, che la Chiesa di Roma in tutte le sue articolazioni sta compiendo è dunque quello di favorire e incrementare sempre più un rinnovamento spirituale personale che metta al primo posto Dio, la sua volontà, il suo progetto di amore, la comunione con lui. Ciò comporta lo sforzo per una più elevata qualità della vita cristiana; per una più forte esperienza dell'incontro-dialogo con lui, realizzato nella preghiera personale e comunitaria; per una più consapevole e attiva partecipazione ai sacramenti, in particolare alla riconciliazione e all'Eucaristia, nella quale il Signore ha posto la sorgente della santità della Chiesa.

E' questa dunque la prima risposta d'amore da dare a Dio che ci ha fatto suoi figli, cioè "santi", e ci chiama come discepoli a camminare al seguito di Cristo.


6. Per giungere a ciò occorrerà riproporre antichi itinerari personali e comunitari di fede e di preghiera e crearne di nuovi, rispondenti alla situazione e alle istanze dei credenti di oggi. Occorrerà risvegliare l'attenzione e l'impegno per una vita spirituale più autentica e più legata alle implicazioni di carattere etico e morale. Bisognerà riscoprire virtù e atteggiamenti interiori, che la società secolarizzata di oggi sembra aver dimenticato, ma di cui conserva la nostalgia e che giustamente esige di vedere riflessi nel comportamento di quanti si professano cristiani: la nonviolenza, la solidarietà e la condivisione con i più deboli, e soprattutto il perdono offerto a tutti, anche ai nemici. Sono questi i "segni" più credibili e più efficaci di santità che la Chiesa è chiamata a dare alla comunità degli uomini, se vuole davvero annunciare il regno di Dio.

Anche perché "da questa santità è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano" (LG 40).

La "nuova evangelizzazione", che il Sinodo vuole rilanciare nella città, muove dunque da questo presupposto e passa necessariamente attraverso questi gesti. La santità personale nella Chiesa, amata da Cristo e santificata dallo Spirito, è fondamento e condizione insostituibile perché si possa avere una Chiesa evangelizzatrice e missionaria.


7. Le "opere" della carità ne scaturiranno logicamente e immediatamente, come è avvenuto e avviene nella vita dei santi. In caso contrario, esse si ridurrebbero a forme di semplice attivismo umano e politico. Il che tradirebbe il significato genuino e la portata salvifica della missione affidata da Cristo alla sua Chiesa.

In una società come l'attuale basata talora sull'intolleranza nei confronti del povero e dello "straniero"; su una pretesa giustizia lasciata all'arbitrio dei singoli o peggio ancora fondata sull'odio e sulla vendetta personale, i gesti dell'amore cristiano, che promanano dalla comunione con colui che è l'Amore e assumono le medesime sue caratteristiche di gratuità, di misericordia, di universalità, diventano la più efficace proclamazione del regno di Dio.


8. Carissimi fedeli della parrocchia di Santa Silvia! Sono lieto di darvi atto del notevole impegno che la vostra comunità sta ponendo nell'offrire questa testimonianza di amore fattivo. L'odierno incontro con voi mi consente di portarvi la mia personale parola di incoraggiamento a proseguire sulla strada intrapresa.

Saluto il cardinale vicario e mons. Remigio Ragonesi, vescovo ausiliare incaricato di questo settore; saluto il parroco don Benedetto Tuzia, col coadiutore e con i numerosi sacerdoti, che in molteplici modi collaborano negli impegni di ministero. Uno speciale pensiero rivolgo alle religiose dei vari istituti presenti nel territorio della parrocchia, alle cui necessità pastorali offrono un valido contributo in armonia con le finalità proprie delle rispettive Congregazioni.

Il mio saluto si allarga poi ad abbracciare tutti i laici della parrocchia, specialmente coloro che, nelle associazioni, nei gruppi, negli organismi di partecipazione, si adoperano perché la comunità offra una matura testimonianza di fede e di carità, e si faccia concretamente incontro ai fratelli, presentando loro un volto solidale e accogliente. Tutti vi esorto, carissimi, a perseverare, avendo cura di coordinare il vostro impegno con quello dei gruppi che lavorano in altri settori della vita parrocchiale. Il parroco e gli altri sacerdoti, che rendono presente tra voi il vescovo, devono essere l'anima dell'attività pastorale. Cercate, quindi, di essere in costante armonia nelle vostre iniziative, perché la parrocchia di Santa Silvia sia veramente una famiglia, i cui membri si sentono legati fra coloro dal saldo vincolo dell'amore.

Fratelli e sorelle, ascoltiamo nuovamente la parola di Dio, che ci è stata annunciata: "Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo".

Accogliamo con gioia questo invito. Viviamo questo impegno; daremo così gloria al Padre celeste e offriremo un grande contributo all'edificazione della "civiltà dell'amore".

(Al Consiglio pastorale:) Grazie per questo incontro, grazie per queste parole che interpretano la caratteristica del vostro Consiglio, in cui sono rappresentati i diversi gruppi di apostolato. Ogni gruppo, con la propria caratteristica, è un elemento prezioso per la vita della Chiesa e per la sua missione. Il Consiglio pastorale raccoglie tutti questi gruppi, tutti questi orientamenti, per creare una sintesi a livello della comunità parrocchiale, considerando i suoi bisogni e le sue difficoltà, considerando soprattutto la volontà del Signore. E' lui infatti che evangelizza, è lui che "grida il Vangelo" sempre. Ciascuno di voi viene incorporato in qualche modo nella sua missione, nel suo amore salvifico, nella sua santa persona divina, persona eterna di Figlio prediletto dal Padre. Questa è la profondità della vostra vita cristiana. Certamente il Consiglio pastorale ha un compito, ha un apostolato, un'attività: io vorrei augurare a voi tutti e a ciascuno di voi di scoprire sempre questa profondità della vita missionaria. così le difficoltà si presenteranno meno gravi, sopportabili. Cristo ci ha detto: "Non abbiate paura, io ho vinto il mondo" e lo ha detto Cristo crocifisso, "vinto dal mondo". Vi auguro che queste parole di Cristo, crocifisso e risorto, vi accompagnino sempre.

(Ai gruppi parrocchiali:) E' bene che voi siate qui! E' bene che siate insieme! Quando Gesù ha inviato i primi discepoli, li ha inviati in due, non da soli. Questo ci indica la metodologia evangelica, biblica, di operare, di pregare, di soffrire, di essere cristiani. E' bene che siate così nei gruppi! "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Vi auguro di continuare così la vita cristiana in questi gruppi, in queste comunità di preghiera, in queste realtà della sofferenza e anche dell'assistenza alla sofferenza, della catechesi, in tutti gli altri impegni che si aprono davanti ai laici. Oggi viviamo un grande rinnovamento della vocazione dei laici, dei "Christifideles Laici". Il documento post-sinodale riprende la tematica del Vaticano II. Uno dei cardinali, in questo ultimo Sinodo, ha detto che se si considera la Chiesa come corpo dei laici, essa sembra un gigante. Ma questo gigante deve ancora svegliarsi! Io penso che ogni parrocchia di Roma, specialmente adesso, nella preparazione del Sinodo diocesano, deve servire a questo risveglio dei laici, delle persone, ma soprattutto dei gruppi, come Cristo ci ha insegnato. Vi auguro di trovare in queste comunità, in questi piccoli gruppi di preghiera, di sofferenza, di assistenza, di studio, la vostra identità cristiana e la felicità che questa identità cristiana porta a ciascuno di noi.

(Ai religiosi:) Di quanti sono qui presenti, la maggioranza sono suore e la minoranza sono religiosi. Ma anche loro, insieme con voi, hanno la stessa vocazione: vocazione religiosa, basata sul Vangelo, sui consigli evangelici. Questi consigli evangelici non sono solamente una parola, parola forte, ma sono soprattutto una persona. Tutti i consigli evangelici, come anche tutte le Beatitudini, sono incorporati nella persona di Cristo. E se voi siete su questo cammino, ci siete perché Cristo vi ha attirati, vi ha affascinati con la sua persona, con la sua missione, con la sua santità, attraverso il suo Spirito. Questo è il segreto della vocazione di ciascuno di noi e di ciascuna di voi. Il segreto della vocazione è Cristo che affascina; Cristo che plasma l'interno, il cuore dell'uomo. Egli crea l'uomo nuovo, la novità evangelica. In questa parrocchia nella quale siete, questo segreto, questo mistero personale della vocazione religiosa, femminile e maschile, diventa un carisma. Questo carisma appartiene alle vostre famiglie religiose, è un'eredità dei vostri fondatori, di quelli che hanno dato vita alle comunità, alle famiglie dei religiosi. Ma questo carisma si fa vivo, si attua nella Chiesa, nella comunità cristiana, perché il carisma è "per" l'impegno nella comunità, per gli altri e insieme. Ecco una breve riflessione su quello che è la vocazione religiosa. Per questa riflessione ci sono due conclusioni e, nello stesso tempo, due auguri. Il primo è quello di vivere sempre più profondamente la vostra identità interna, la vostra identità religiosa, questo "fascino" di Cristo, attraverso i consigli evangelici, le Beatitudini. Vivere sempre più profondamente, immedesimarsi sempre più in questo. Il secondo è quello di portare i carismi propri delle vostre famiglie e di condividerli con ciascuna delle persone, delle religiose: portare questi carismi negli impegni di questa parrocchia, perché la Chiesa per voi qui è questa parrocchia. Un giorno forse andrete in un'altra parrocchia, in un altro Paese, in un altro continente, ma adesso siete in questa parrocchia. Allora portate questi carismi come nel "tesoro comune" di questa parrocchia, perché si arricchisca con i carismi di tutte le religiose e di tutti i religiosi che vivono in questa chiesa e che sono la sua ricchezza. Grande ricchezza della Chiesa sono le vocazioni religiose, i carismi! Voglio ancora offrire una benedizione per ogni persona qui presente, religiosi e religiose, per le vostre comunità e per questa vostra missione nella congregazione religiosa e nella parrocchia.

(Ai giovani:) La vostra parrocchia è molto privilegiata, perché ha come patrona una madre, santa Silvia, madre di un grande vescovo di Roma, san Gregorio Magno. Egli è molto famoso, conosciuto come vescovo di Roma, come Papa, come Dottore della Chiesa, e uno dei "pilastri" su cui la tradizione cristiana si appoggia. La sua mamma è meno nota, ma qui, in questa parrocchia, è conosciuta e venerata. In questa circostanza, incontrando voi giovani, io vorrei augurarvi una cosa particolare, molto centrale e molto sintetica. Vorrei augurarvi di venerare sempre la maternità delle vostre mamme. Oggi vi sono diverse crisi di ordine sociale, familiare, e c'è anche una crisi della maternità. E' una crisi profonda, qualche volta dolorosa. Allora, vorrei augurarvi di venerare le vostre mamme. Ma poi vorrei estendere questo augurio: vi auguro di venerare la maternità di ogni donna, di ogni ragazza, di ogni giovane, la maternità potenziale, futura, soprattutto delle vostre fidanzate, delle vostre amiche. Apprezzare, venerare: è una grande dignità, non dev'essere disprezzata. Uno dei compiti principali che la nostra epoca, la nostra civiltà occidentale ha davanti a sé è quello di ritrovare la giusta considerazione della maternità, nelle diverse espressioni: la maternità di ogni ragazza, di ogni giovane, la maternità di ciascuna di voi, la maternità potenziale, la maternità futura. E' veramente un problema chiave. Vorrei invitarvi a riflettere su questo punto, personalmente e anche in gruppo, in preghiera.

Sarebbe un grande traguardo se questo potesse essere realizzato e vissuto meglio da ciascuna di voi e da ciascuno di voi, perché questo aspetto non è fuori di noi, è sempre dentro di noi: questo apprezzamento della maternità è in ogni uomo, nel maschio e, allo stesso tempo, in ogni donna, in ogni ragazza, in ogni giovane.

Potrebbe essere una vocazione specifica della gioventù della parrocchia di Santa Silvia, e io vi auguro questo, nel concludere la visita pastorale. Lo faccio affidandomi alla vostra patrona, santa Silvia; lo faccio anche come vescovo di Roma, come successore di questo grande Papa, Gregorio Magno, come figlio di una madre. Auguro questo a voi tutti giovani, e ve lo lascio come ideale, come compito di ordine morale, di ordine spirituale, di ordine esistenziale. Insieme con voi voglio recitare il Padre Nostro e, nello stesso tempo, pregare santa Silvia, madre di un grande vescovo di Roma, perché questo compito che vi lascio sia realizzato nella vostra parrocchia.

Data: 1990-02-18

Domenica 18 Febbraio 1990


GPII 1990 Insegnamenti - A una delegazione islamica - Città del Vaticano (Roma)