GPII 1990 Insegnamenti - Ai rappresentanti della Provincia di Roma - Città del Vaticano (Roma)

Ai rappresentanti della Provincia di Roma - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Attenzione fattiva e rigore morale nella gestione pubblica




1. Con sentimenti di viva cordialità, accolgo e saluto voi, illustri rappresentanti della Provincia di Roma, venuti a rendermi visita all'inizio del nuovo anno.

Costituisce sempre un momento importante intrattenermi con quanti sono preposti alle pubbliche amministrazioni, per esortarli a proseguire, con coraggio e generosità, sulla strada del servizio, della ricerca della giustizia e della pace.

In effetti, le responsabilità delle civiche autorità si fanno sempre più gravose, specialmente se considerate in rapporto alle sfide emergenti in questo particolare e provvidenziale momento storico. La più matura coscienza sociale, i risvolti problematici dello sviluppo, l'accentuata interdipendenza delle comunità, dei popoli e dei continenti - il pensiero va, in particolare, ai recenti avvenimenti dell'Est europeo - postulano, da parte di chi gestisce la cosa pubblica, concretezza ed equilibrio, sia nell'analisi della situazione che nella ricerca delle soluzioni. Richiedono attenzione fattiva ai problemi e rigore morale nella gestione, senza peraltro mai dimenticare che la politica smarrirebbe il suo senso e il suo valore, se cessasse d'essere progetto d'una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.


2. Nel vostro difficile, ma prezioso servizio, voi potete certo contare sulla comprensione dei pastori delle comunità cattoliche, i quali desiderano intrattenere con le autorità civiche relazioni di mutuo rispetto, di stima reciproca, di fattiva collaborazione. I tanti vincoli storici e culturali, che legano la Provincia di Roma alla Sede Apostolica, costituiscono un forte stimolo a promuovere tra le due realtà un clima di fiducia e di dialogo in ordine all'efficace perseguimento del bene comune.

Nell'auspicare che tale intesa possa sempre meglio attuarsi, vi assicuro che da parte della Chiesa cattolica non verrà mai meno la disponibilità all'impegno, poiché la promozione dell'uomo è parte integrante della sua missione evangelizzatrice. Come già sottolineava il Concilio Vaticano II, "la Chiesa, fondata nell'amore del Redentore, contribuisce ad estendere il raggio d'azione della giustizia e dell'amore all'interno di ciascuna nazione e tra le nazioni". E ancora: "Nella fedeltà al Vangelo e nello svolgimento della sua missione nel mondo, la Chiesa, che ha come compito di promuovere ed elevare tutto quello che di vero, buono e bello si trova nella comunità umana, rafforza la pace tra gli uomini a gloria di Dio" (GS 76).


3. E proprio in nome di questa ricerca del bene comune, che congiunge i nostri sforzi, mi sia permesso di accennare, nella prospettiva delle ampliate competenze derivanti alla Provincia dall'istituzione dell'area metropolitana, ad alcuni problemi, che ho già avuto modo di richiamare in occasione delle visite pastorali in Roma e dintorni.

Una società, che guarda con speranza al futuro, è chiamata innanzitutto a confrontarsi seriamente con l'attuale condizione giovanile. I giovani hanno bisogno di risposte concrete ai loro interrogativi e alle loro aspirazioni. La loro inquietudine, che talora sfocia nell'alienazione, nella devianza o nella disperazione, tradisce un'insoddisfazione che non si può colmare con i soli beni di consumo o con vuote promesse.

Mentre esprimo soddisfazione per quanto già s'è fatto, non posso non ricordare che Roma resta una città che registra un elevato tasso di disoccupazione. Vi incoraggio pertanto a un rinnovato sforzo nel promuovere opportunità di impiego a beneficio dei giovani, specie dei meno abbienti, sia attraverso esperienze cooperativistiche, sia con attività di lavoro tutelato nell'ambito dell'agricoltura, come pure con iniziative di difesa dell'ambiente.

Accanto alla gioventù un altro settore che occorre privilegiare è la scuola, dove vanno stimolati e concretamente aiutati gli sforzi di integrazione con il territorio, specialmente per quanto concerne il ricupero dei minori a rischio.

Inoltre il vostro specifico ruolo nell'ambito dell'assistenza e della prevenzione, il vostro impegno a favore delle categorie sociali più deboli e dei gruppi non integrati non potranno ottenere i risultati sperati, se la vostra azione verrà meno nel sostenere effettivamente le famiglie nei gravosi compiti che il moderno ritmo sociale loro impone. Centrale è infatti il ruolo della famiglia in ogni programma sociale, poiché essa, in quanto cellula primaria della società, rappresenta l'irrinunciabile punto di riferimento e di verifica d'ogni intervento programmatico.

Nel vostro quotidiano servizio alla popolazione vi sostiene il contributo dei credenti che operano a favore dell'uomo. La Chiesa, nelle sue molteplici articolazioni, lavora in questa direzione ogni giorno, assai spesso in silenzio. Accanto alle strutture pubbliche, essa interviene anche con la presenza qualificata e stimolante di volontari, operanti nell'ambito di associazioni e movimenti e, in special modo, della Caritas, con la quale da anni l'Ente Provincia intrattiene una proficua collaborazione. Quest'esercito di buoni samaritani, che voi ben conoscete, si fa così voce di chi non ha voce, dilatando l'ansia di carità che vibra nel cuore della Chiesa, perché il Vangelo diventi sempre più fermento di amore in un mondo rinnovato.


4. Accompagno queste riflessioni con l'esortazione a operare sempre coraggiosamente a difesa dell'uomo. La Chiesa di Roma, che si sta impegnando nella preparazione del Sinodo diocesano, chiama tutti i credenti a una coraggiosa revisione di vita per una più incisiva testimonianza cristiana. E' un richiamo che vale per coloro che hanno pubbliche responsabilità. "Ad essi, come ho detto ieri nella visita a una parrocchia romana, è richiesta una fede robusta, che non sia smentita sul piano dei fatti; è richiesta la trasparenza nella gestione dei beni di tutti; il rigore morale che non sopporta compromessi e l'impegno generoso, anche se non sempre compreso, per il bene comune.

In questa prospettiva assicuro un particolare ricordo nella preghiera, perché la vostra mente sia illuminata nell'individuare le opportune soluzioni ai problemi spesso complessi, con i quali dovete ogni giorno confrontarvi.

Con questi sentimenti, invoco sulle vostre persone, sulle vostre famiglie e sugli abitanti dell'intera Provincia di Roma la continua benedizione di Dio.

Data: 1990-02-26

Lunedi 26 Febbraio 1990

Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: L'azione rinnovatrice dello Spirito nella purificazione del cuore




1. Nella precedente catechesi abbiamo riportato un versetto del Salmo 50, nel quale il salmista, pentito dopo il suo grave peccato, implora la misericordia divina e chiede al Signore: "Non privarmi del tuo santo spirito". E' il "Miserere", salmo molto conosciuto, ripetuto spesso non solo nella liturgia, ma anche nella pietà e pratica penitenziale del popolo cristiano, perché espressivo dei sentimenti di pentimento, di fiducia e di umiltà che facilmente sorgono in un "cuore affranto e umiliato") dopo il peccato. Il Salmo merita di essere studiato e meditato ulteriormente, sulla scia dei Padri e degli scrittori di spiritualità cristiana: esso ci offre nuovi aspetti della concezione dello "spirito divino" dell'Antico Testamento, e ci aiuta a tradurre la dottrina in pratica spirituale e ascetica.


2. Per chi ha seguito i riferimenti ai profeti, fatti nella precedente catechesi, è facile scoprire la parentela profonda del "Miserere" con quei testi, specialmente con quelli di Isaia e di Ezechiele. Il senso della presenza al cospetto di Dio nella propria condizione di peccato, che si trova nel brano penitenziale di Isaia, e il senso della responsabilità personale inculcato da Ezechiele sono già presenti in questo salmo, che, in un contesto di esperienza di peccato e di bisogno profondamente sentito di conversione, chiede a Dio la purificazione del cuore, unitamente a uno spirito rinnovato. L'azione dello spirito divino prende così aspetti di maggiore concretezza e di più preciso impegno in ordine alla condizione esistenziale della persona.


3. "Pietà di me, o Dio!". Il salmista implora la divina misericordia per ottenere la purificazione dal peccato: "cancella il mio peccato, lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato!". "Purificami con issopo, e saro mondo; lavami, e saro più bianco della neve". Ma egli sa che il perdono di Dio non può ridursi a una pura non-imputazione dall'esterno, senza che avvenga un rinnovamento interiore: e di questo l'uomo, da solo, non è capace. perciò chiede: "Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me uno spirito generoso".


4. Il linguaggio del salmista è quanto mai espressivo: egli chiede una creazione, cioè l'esercizio dell'onnipotenza divina in vista di un essere nuovo. Solo Dio può creare ("barà"), cioè mettere nell'esistenza qualcosa di nuovo. Solo Dio può dare un cuore puro, un cuore che abbia la piena trasparenza di un volere totalmente conforme al volere divino. Solo Dio può rinnovare l'essere intimo, cambiarlo dall'interno, rettificare il movimento fondamentale della sua vita consapevole, religiosa e morale. Solo Dio può giustificare il peccatore, secondo il linguaggio della teologia e dello stesso dogma, che traduce in tal modo il "dare un cuore nuovo" del profeta (Ez 36,26), il "creare un cuore puro" del salmista.


5. Si chiede poi "uno spirito saldo", ossia l'inserimento della forza di Dio nello spirito dell'uomo, liberato dalla debolezza morale sperimentata e manifestata nel peccato. Questa forza, questa saldezza, può venire solo dalla presenza operante dello spirito di Dio, e perciò il salmista implora: "Non privarmi del tuo santo spirito". E' l'unica volta che nei Salmi si trova questa espressione: lo spirito santo di Dio". Nella Bibbia ebraica è adoperata solo nel testo di Isaia che, meditando sulla storia di Israele, lamenta la ribellione a Dio per cui "essi contristarono il suo santo spirito", e ricorda Mosè al quale Dio "pose nell'intimo il suo santo spirito" (Is 63,10-11). Il salmista ha già la coscienza della presenza intima dello spirito di Dio come fonte permanente di santità, e perciò prega: "Non privarmene!". L'accostamento di questa richiesta con l'altra: "Non respingermi dalla tua presenza" lascia capire la convinzione del salmista che il possesso dello spirito santo di Dio è legato alla presenza divina nel suo intimo essere. La vera disgrazia sarebbe quella di essere privato di questa presenza. Se lo spirito santo rimane in lui, l'uomo sta con Dio in un rapporto non più soltanto di "faccia a faccia", come dinanzi a un volto da contemplare: no, egli possiede in sé una forza divina, che anima il suo comportamento.


6. Dopo aver chiesto di non essere privato dello spirito santo di Dio, il salmista chiede la restituzione della gioia. Già prima aveva fatto la stessa preghiera, quando implorava Dio per la sua purificazione, sperando di diventare "più bianco della neve": "Fammi sentire gioia e letizia; esulteranno le ossa che hai spezzato". Ma nel processo psicologico-riflessivo da cui nasce la preghiera, il salmista sente che, per godere pienamente di questa gioia, non basta che siano cancellate tutte le colpe: è necessaria la creazione di un cuore nuovo, con uno spirito saldo legato alla presenza dello spirito santo di Dio. Solo allora egli può chiedere: "Rendimi la gioia di essere salvato!".

La gioia fa parte del rinnovamento incluso nella "creazione di un cuore puro". E' il risultato della nascita a una nuova vita, come Gesù spiegherà nella parabola del figlio prodigo, nella quale il padre che perdona è il primo a gioire e vuole comunicare a tutti la gioia del suo cuore.


7. Con la gioia, il salmista chiede uno "spirito generoso", cioè uno spirito d'impegno coraggioso. Lo chiede a Colui che, secondo il Libro di Isaia, aveva promesso la salvezza per i deboli: "In luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi" (Is 57,15).

E' da notare che, fatta questa richiesta, il salmista aggiunge subito la dichiarazione del suo impegno con Dio in favore dei peccatori, per la loro conversione: "Insegnero agli erranti le tue vie, e i peccatori a te ritorneranno".

E' un altro elemento caratteristico del processo interiore di un cuore sincero, che ha ottenuto il perdono dei propri peccati: egli desidera ottenere lo stesso dono per gli altri, suscitando la loro conversione, e a questo scopo intende e promette di operare. Questo "spirito d'impegno" deriva in lui dalla presenza del "santo spirito di Dio", e ne è il segno. Nell'entusiasmo della conversione e nel fervore dell'impegno, il salmista esprime a Dio la convinzione dell'efficacia della propria azione: per lui sembra certo che "i peccatori a te ritorneranno". Ma anche qui gioca la consapevolezza della presenza operante di una potenza interiore, quella dello "Spirito Santo".

Ha poi un valore universale la deduzione che il salmista enuncia: "Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi". Profeticamente egli prevede che verrà il giorno in cui, in una Gerusalemme ricostituita, i sacrifici celebrati sull'altare del tempio secondo le prescrizioni della legge saranno graditi. La ricostruzione delle mura di Gerusalemme sarà il segno del perdono divino, come diranno anche i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele. Ma rimane stabilito che ciò che più vale è quel "sacrificio dello spirito" dell'uomo che chiede umilmente perdono, mosso dallo spirito divino che, grazie al pentimento e alla preghiera, non gli è stato tolto.


8. Come appare da questa succinta presentazione dei suoi temi essenziali, il salmo "Miserere" è per noi non solo un bel testo di preghiera e un'indicazione per l'ascesi del pentimento, ma anche una testimonianza sul grado di sviluppo raggiunto nell'Antico Testamento nella concezione dello "spirito divino", con progressivo avvicinamento a quella che sarà la rivelazione dello Spirito Santo nel Nuovo Testamento.

Il salmo è dunque una grande pagina nella storia della spiritualità dell'Antico Testamento, in cammino, sia pure tra le ombre, verso la nuova Gerusalemme che sarà la sede dello Spirito Santo.

(Omissis: saluto a vari gruppi di diverse lingue)) Mercoledi delle Ceneri Oggi è il mercoledi delle Ceneri. Con gesto austero ed eloquente la Chiesa impone le ceneri sul nostro capo come segno della Quaresima che oggi inauguriamo. Questo segno ricorda a ciascuno la verità espressa nelle parole del Libro della genesi: "Polvere tu sei e in polvere tornerai" (Gn 3,19). Al tempo stesso, pero, la Chiesa ripete le parole che Gesù di Nazaret pronuncio all'inizio della sua missione: "Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15).

La Chiesa rivolge queste parole a tutti i credenti, anzi ad ogni uomo, perché il dono della salvezza è offerto a tutti. La potenza della redenzione di Cristo non conosce frontiere. Occorre pero che il cuore si apra ad accogliere il dono del cielo. Il peccato ostacola questa apertura, perché rinchiude l'uomo nel suo egoismo, la Quaresima è il tempo favorevole per liberarsi da queste preclusioni e disporre il cuore alla gioia di un rinnovato più profondo incontro con Cristo nella luce della Pasqua.

Che ciascuno sappia profittarne!

Data: 1990-02-28

Mercoledi 28 Febbraio 1990

Messaggio al Brasile per la Campagna di fraternità - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Conversione personale e comunitaria per costruire una società più giusta e fraterna anche verso la donna

Cari fratelli e sorelle in Gesù Cristo, cari brasiliani,


1. In questo incontro di inizio di Quaresima vi saluto augurandovi tutto il bene, esortandovi alla conversione a Dio in una vita più degna e cristiana.

La Quaresima è tempo di cammino verso la Pasqua. La Chiesa è santa in Cristo ma peccatrice in noi. perciò, in tutta la Quaresima risuona nella Liturgia questo invito: "Lasciatevi riconciliare con Dio. Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza" (2Co 5,20 2Co 6,2).

Per entrare nel cammino della conversione ci è fatta una triplice proposta: ascolto della Parola di Dio, preghiera e penitenza personale e comunitaria, con la pratica delle buone opere. E inizia in Brasile una nuova Campagna della Fraternità.


2. La Chiesa vuole il bene di tutto l'uomo e di tutti gli uomini. Guidata dai Vescovi, maestri ed educatori della fede del popolo cristiano, amministratori dei misteri di Dio o costruttori dell'unità del Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa concentrerà ora il suo impegno di evangelizzare nel tema "Fraternità e donna", avendo come motto "Donna e uomo, immagine e somiglianza di Dio".

Molto buona questa scelta, così come la ricerca della novità della Campagna: interpellazione diretta all'essere proprio della donna e dell'uomo, in ciò che i due sono l'uno per l'altra, in ordine alla conversione personale e comunitaria, per la costruzione di una società più giusta e fraterna, anche per la donna.


3. Effettivamente, la donna, così come l'uomo, è una persona; è l'unica creatura che Dio ha voluto per se stessa: l'unica ad essere espressamente fatta ad immagine e somiglianza di Dio che è amore. Proprio per questo, non può realizzarsi pienamente se non in un sincero dono di se stessa. Da qui l'origine della "comunione", nella quale si deve esprimere l'"unità dei due" e la dignità personale, sia dell'uomo che della donna (cfr. Lett. Apost. MD 10).

Così, né l'uomo è superiore alla donna, né la donna all'uomo. Ciò non vuol dire che i due sono uguali in tutto. Ciascuno dei due possiede la totalità e la dignità dell'essere umano, ma non nella stessa forma. La donna intende il suo compimento e la sua vocazione, come persona, secondo la ricchezza degli attributi della femminilità, che ha ricevuto nel giorno della creazione e che trasmette di generazione in generazione, come sua maniera peculiare di essere immagine di Dio, oscurata dal peccato e redenta in Gesù Cristo (Ga 3,27-28).


4. Con le sue qualità specificatamente femminili, anche la donna è chiamata a costruire un mondo nuovo, partecipando alla vita sociale e alla santità della Chiesa. E' importante che, in questa sua fondamentale uguaglianza all'uomo, non perda di vista la sua complementarietà e soprattutto la sua massima nobiltà: "Essere immagine e somiglianza di Dio".

Lo specchio riflette l'"immagine" solo quando si trova nel posto giusto, riceve la luce necessaria ed è pulito. Lo "specchio", sia per l'uomo che per la donna, è Cristo; la luce viene da Dio; e il luogo giusto è segnato dalla legge etica ("ethos") incisa in ogni cuore. La Parola di Dio proclama che, laddove la donna abbandona il suo essere "immagine" e "somiglianza" di Colui che è Amore, c'è un imperativo di conversione, per lei o per gli altri. Si impone la necessità di liberarsi dal male, dal peccato. Di tutto ciò che offende l'altro; l'offesa "diminuisce" non solo chi la subisce ma anche chi la commette.


5. La durezza del cuore umano, ferito dalle conseguenze del peccato originale, nel corso della storia, ha danneggiato e sconvolto il piano del Creatore, anche per quanto riguarda la donna, immagine di Dio. Ora, bisogna che percorriamo insieme il cammino della conversione, ritornando alla volontà originale del Signore.

Rivolgo il mio appello per la donna brasiliana e a favore della donna brasiliana, né schiava, né regina, solamente donna: - donna-bambina: perché sia guardata come fiore raro, ma semplice che, al fiorire, nell'alba della vita, vuole ricevere e riflettere la luce di Dio; - donna-ragazza: sole di una mattina di primavera, per la limpidezza dello sguardo ad irradiare speranza, bisognosa di rispetto, fiducia e dignità; - donna-adulta: sole del mezzogiorno, con la sua dignità semplice, la sincerità e il candore, per illuminare e dare calore, con la riflessione serena, con la rettitudine dello spirito e con l'armonia con cui si presenta, si veste e si orna; - donna-anziana: ombra che scende, accogliente, con naturale affetto materno e peculiare saggezza e prudenza, vivendo nella donazione, nel desiderio di servire la felicità del prossimo, la felicità dei suoi simili.

A tutte le donne brasiliane e a tutti i brasiliani, in tutte le situazioni e in tutti gli ambienti, rivolgo il mio appello. Ringraziate Dio e pregate per tutte e per ognuna: per le madri, per le sorelle, per le mogli, per le consacrate a Dio nella verginità, per quelle che si dedicano e si consumano come immagini di Dio e che sanno essere signore, e per le altre.

E chiediamo alla Donna, Maria di Nazareth, "specchio di giustizia", per la elevazione del Brasile, con l'aiuto della donna brasiliana, che la Madonna Aparecida aiuti tutti, come frutto della Campagna della Fraternità, a "camminare nella fede, nella carità e in una unione più perfetta con Dio". Con questa preghiera, benedico tutti: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Amen.

(Traduzione dallo spagnolo)

Data: 1990-02-28

Mercoledi 28 Febbraio 1990



Omelia del Mercoledi delle Ceneri - La verità lacerante di Dio all'uomo: "Lasciatevi riconciliare"

"Laceratevi il cuore e non le vesti" (Jl 2,13).


1. così dice il profeta Gioele nella prima lettura di questo Mercoledi delle Ceneri. Con tali parole egli fa riferimento alla consuetudine dei suoi contemporanei, i quali, in segno di penitenza o di lutto, si laceravano le vesti e si coprivano di ceneri il capo. Oggi, all'inizio della Quaresima, la Chiesa, rapportandosi a questa usanza, impone le ceneri sul capo.

Questo gesto ha un suo significato anche per la nostra epoca. Le parole del libro della Genesi, che le accompagnano, sono evidentemente sempre attuali: "polvere tu sei e in polvere tornerai!" (Gn 3,19). Esse parlano della legge di morte, alla quale sono sottoposti l'uomo e tutto il creato. Queste parole, nel contesto della liturgia del Mercoledi delle Ceneri, hanno ancora la forza di far "lacerare i cuori".


2. Il profeta Gioele infatti mira a tale scopo. La penitenza ("metanoia" - conversione) tende soprattutto a una svolta e a una trasformazione dell'uomo interiore: "Lacerate i vostri cuori". E certamente una testimonianza perenne di questa lacerazione del cuore è il Salmo di Davide "Miserere". Sono note le circostanze in cui questo Salmo nacque nel cuore e sulle labbra del re-profeta.

Attraverso tante generazioni e secoli il Salmo non ha perduto niente della sua attualità. E' rimasta costantemente viva la testimonianza del peccato umano e della conversione: "Riconosco la mia colpa, / il mio peccato mi sta sempre dinanzi. / Contro di te, contro te solo ho peccato, / quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto" (Ps 50,5-6).


3. "Crea in me, o Dio, un cuore puro, / rinnova in me uno spirito saldo!" (Ps 50,12). Questa "lacerazione del cuore" si realizza all'interno di tutto l'essere umano, sensibile al bene e al male. Se l'uomo compie questa lacerazione con uno sforzo della sua coscienza - allora in questa fatica è sempre presente Dio. Egli agisce.

L'uomo deve soprattutto "entrare nella sua camera", deve "chiudere la porta". Deve rimanere solo con Dio, che "vede nel segreto" (Mt 6,6). Perfino le opere della penitenza, come il digiuno, l'elemosina e la preghiera, non raggiungono il loro scopo se viene a mancare questa "segretezza" interiore, nella quale Dio riconquista nell'uomo lo spazio destinato per lui. Ed egli agisce.

Proprio in questo consiste "la lacerazione del cuore".


4. Infatti ciò che Dio ha da dire all'uomo in questo segreto quaresimale è una verità "lacerante". L'apostolo Paolo, nella lettera ai Corinzi, presenta con parole concise questa verità lacerante, chiamando alla riconciliazione con Dio: "Lasciatevi riconciliare con Dio!". "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo tratto da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio" (2Co 5,20-21).

L'Apostolo parla di Cristo. Parla del mistero della redenzione, che si è compiuto a prezzo della sua passione e della croce sul Golgota. Ma non parla soltanto di questo. L'Apostolo parla anche di ciò che è il fondo stesso del mistero: ecco, il Figlio della stessa sostanza del Padre, colui che porta in sé tutta la giustizia di Dio - colui che assolutamente "non ha conosciuto peccato" - è trattato "da peccato" in nostro favore: "Il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti", come già aveva predetto tanti secoli prima il profeta Isaia.

Ecco la verità che realmente lacera i cuori! Nel nome di questa verità, nel nome di Cristo, l'Apostolo chiama alla riconciliazione con Dio.


5. L'uomo contemporaneo è sensibile a questa verità? Non si è forse barricato in se stesso contro la chiamata quaresimale della Chiesa? Tutto ciò che fa parte della nostra civiltà tecnica, audiovisiva, antropocentrica non chiude forse all'uomo l'accesso a questa camera interiore, senza permettergli di permanere nel "segreto" con Dio solo? Il cuore umano è ancora capace di questa "lacerazione" salvifica, che lo guarisce per mezzo della verità e della grazia? Comincia la Quaresima! Preghiamo per i nostri contemporanei! Preghiamo reciprocamente gli uni per gli altri! Al termine della preghiera e della penitenza di questi quaranta giorni ci sarà "la gioia della salvezza".

"Non respingermi dalla tua presenza / e non privarmi del tuo santo spirito / rendimi la gioia di essere salvato" (Ps 50,13-14).

Data: 1990-02-28

Mercoledi 28 Febbraio 1990

Al clero della diocesi di Roma - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Comunione e missione nella Chiesa di Roma

E' bene che questa prima giornata della Quaresima sia diventata il giorno dell'incontro con il clero di Roma. Durante questo incontro il vescovo di Roma si mette soprattutto in ascolto: è quasi un'anticipazione degli esercizi spirituali che il Papa inizierà fra qualche giorno; è un'anticipazione molto utile; con grande attenzione e con grande profitto per me ho ascoltato tutto quello che voi avete voluto dire, qui, in questa assemblea.

Naturalmente, sono i problemi del Sinodo, del Sinodo che si realizza, che cammina da parecchi anni; i problemi che nascono dentro questo cammino e anche i problemi che da questo cammino vengono provocati, perché il Sinodo certamente deve essere un "andare insieme", un "camminare insieme", come si è detto, e come significa anche la parola greca; ma deve anche essere una "provocazione". Questa provocazione è di tipo emotivo, affettivo, e tutto questo è giusto; ma deve essere sempre approfondita, per trovare una risposta. Genericamente parlando, e penso che per la Chiesa di Roma ci voglia una riflessione, a uno studio sinodale deve seguire anche una provocazione, perché questa Chiesa di Roma non si trova in una situazione perfetta. Siamo tutti consapevoli della sua bellezza e della sua forza, ma nello stesso tempo della sua debolezza, o delle diverse debolezze. La parola chiave, a cui le riflessioni sinodali sono arrivate, è la parola "comunione".

Questa è veramente la parola chiave.

Il Sinodo riprende naturalmente l'ecclesiologia del Vaticano II: ricchissima ecclesiologia. Più o meno tutti sono convinti che l'ecclesiologia del Vaticano II si riassume più adeguatamente con questa parola: "comunione". Non con la sola parola "comunione", ma soprattutto con questa parola. Lo hanno anche constatato, per esempio, i membri del Sinodo straordinario organizzato nel 1985, nel XX anniversario della conclusione del Concilio, nel documento finale. Ma, se prendiamo questa parola "comunione", si vede che il Concilio Vaticano II, essendo un Concilio soprattutto ecclesiologico, è stato, nello stesso tempo, un Concilio profondamente teologico, e ci ha mostrato la strada indispensabile che guida la Chiesa a Dio, alla realtà divina, al Mistero di Dio, perché Dio è comunione; è comunione perché è amore, ed essendo amore non può non essere comunione. Questo è il suo Mistero, ma questa è la sua profondissima realtà rivelata; senza rivelazione non sarebbe possibile concepire questa verità: che Dio è comunione.

I nostri fratelli delle religioni non cristiane hanno si un concetto di Dio "unico", un concetto "monoteistico", ma non hanno il concetto di Dio comunione. Questo Dio "comunione", che è creatore dell'universo, è creatore come comunione; ed è quanto si legge chiaramente nella rivelazione divina. Il carattere comunionale lo riscontriamo nella creazione. Nel creato c'è l'impronta del suo mistero, della comunione che è Dio; ma soprattutto Dio, essendo comunione, essendo creatore del mondo, non può rimanere - come vuole la mentalità dei "lumi", cioè illuministica - solamente trascendente o indifferente. Per la Chiesa, per il cristianesimo questa trascendenza indifferente è un'offesa a Dio. E' in contrasto con quello che lui veramente è. Dobbiamo aggiungere che questa mentalità, questo modo di pensare "illuministico", ispirato dall'illuminismo, è abbastanza diffuso nella società contemporanea, come anche nella società dei secoli precedenti, almeno nel secolo scorso.

Questo Dio che è "comunione" è anche "missione". La dottrina ecclesiologica del Vaticano II ci ha insegnato che Dio è "missione", perché è "comunione", è "creatore", perché è "missione trinitaria". Questo Dio non lascia il mondo a se stesso; non permette che questo mondo diventi una realtà separata da lui. Pur rispettando la sua autonomia, soprattutto l'autonomia dell'uomo, pur rispettando l'autonomia che viene dalla libertà umana, dal libero arbitrio, questa autonomia che proviene da lui, Dio-Amore, Dio-"comunione" si mette in missione. La Chiesa è frutto di questa missione. E' sacramento di questa missione.

Noi portiamo nelle nostre radici questa realtà di Dio che è "comunione" e che è "missione". così nasce la Chiesa; nasce la Chiesa nella sua universalità e anche in ogni sua dimensione particolare. così nasce anche la Chiesa in ogni parrocchia. La Chiesa in ogni parrocchia ha in sé questo mistero di Dio che è "comunione" e "missione", "missione" perché "comunione", perché è Amore. Con questa ecclesiologia del Vaticano II noi dobbiamo essere sempre più vicini: misurare sempre più il nostro modo di pensare e di agire. E' qui il ruolo profetico del Concilio Vaticano II per la nostra generazione e per molte generazioni future. Dobbiamo vivere con questa ecclesiologia perché, vivendo con questa ecclesiologia, viviamo con la teologia rivelata, trinitaria, e viviamo soprattutto insieme con il mistero della creazione, con questo stupendo mistero che costituisce il cristianesimo e costituisce la Chiesa; il mistero della redenzione, il mistero pasquale.

Dopo un Concilio, che ci ha portato tanta ricchezza di insegnamento del magistero, ci voleva un Sinodo e il Sinodo si celebra in molti luoghi, in molte diocesi del mondo. Il Sinodo si appropria di questa ricchezza, di questa ricchezza del Concilio Vaticano II per far vivere più la Chiesa e, attraverso la Chiesa, far vivere più profondamente il mistero di Dio, il mistero della creazione, il mistero della redenzione, e, finalmente, per vivere di più il mistero dell'uomo. Tutto questo è perfettamente connesso; è un'unità organica che certamente il Concilio Vaticano II, nei suoi documenti, nelle sue costituzioni, ha saputo trasmettere magisterialmente alla Chiesa.

Naturalmente, sapendo tutto questo, vivendo tutto questo, noi ci incontriamo nella realtà umana, in una città come Roma, del mondo occidentale, in ogni parrocchia romana ci incontriamo allo stesso tempo con un processo contrario.

Questo processo si può chiamare in diversi modi, ma forse la parola "secolarizzazione" è quella che corrisponde di più a una tendenza "anticomunionale", "antimissionale". Noi vogliamo vivere in questo mondo, siamo figli di questo mondo e non vogliamo vivere più come se Dio stesse fuori dal mondo, come se Dio non esistesse.

Questa tendenza non è una tendenza sempre esplicita: non è un ateismo programmatico, molte volte è agnosticismo. E' tante volte, una posizione comoda, perché, certamente, questo Dio-comunione, questo Dio rivelato attraverso la passione di Cristo, la passione, la croce e la risurrezione di Cristo, è un Dio esigente. Vuole l'uomo, vuole la sua salvezza, la sua perfezione; vuole che l'uomo diventi partecipe della sua divinità. Invece il programma secolaristico vuole liberare l'uomo da tutto questo.

Basta a te il mondo, afferma; basta per te il mondo. Non è vero - rispondiamo noi -. Non è vero, perché alla fine il mondo lascia l'uomo come un cadavere. Allora non è vera, anche se è suggestiva, questa proposta, anche se è facile.

Carissimi confratelli, la Chiesa, in tutte le sue dimensioni - Chiesa universale, Chiesa di Roma, Chiesa particolare, diocesana, Chiesa parrocchiale, ogni Chiesa, in ogni dimensione, e non potrebbe essere altrimenti - è un luogo in cui queste due realtà, la realtà di Dio comunione-amore, comunione-missione, creatore-redentore e la realtà dell'uomo, che può solamente attraverso Cristo conoscere se stesso (realtà che il Concilio Vaticano II ci ha ricordato, ripresentato), si scontrano. Dio da una parte; dall'altra, la tendenza che viene dal secolarismo, dall'indifferentismo, forse dall'illuminismo, e, qualche volta, dal marxismo. E' questa la nostra situazione; e non è una situazione facile. Noi abbiamo un compito responsabile, esigente, e qualche volta questo compito esigente sembra superare le nostre forze. Ma Cristo ha previsto tutto questo e ci ha lasciato l'assicurazione che egli rimane con noi sino alla fine del mondo. Alla fine, la vittoria sarà sua, è già sua con la risurrezione. Ma dentro questa situazione Cristo è già risorto, e la vittoria è già sua. E' la realtà storica del mondo. Vi sono sempre tensioni, anzi, tensioni crescenti.

Tutto questo ci dice due cose insieme, che forse saranno utili per la riflessione sinodale. Noi dobbiamo essere in comunione molto profonda con Dio per portare avanti la sua missione comunionale, la sua missione divina, trinitaria.

Noi dobbiamo essere sempre più in comunione fra noi, uniti fra noi, perché questa è la conseguenza della nostra somiglianza - siamo a immagine e somiglianza di Dio - della nostra vocazione cristiana. Questo è anche un imperativo della strategia evangelica, missionaria, pastorale. Per questo, sono molto grato al cardinale vicario, ai vescovi ausiliari e a tutti voi. Questo Sinodo cammina, va avanti. In che modo deve diventare prassi, ed è già una prassi? Già la sua convocazione, il suo processo sinodale è una prassi. In quale misura potrebbe diventare ancora più prassi? In quale modo potrebbe diventare ancora più "provocazione"? Forse sarebbe utile che diventasse ancora più provocazione, perché molti dormono. Ma, soprattutto, questo processo sinodale porta una luce su quello che costituisce il vostro lavoro quotidiano e la vostra esistenza sacerdotale e pastorale quotidiana.

E benché il Sinodo sia anche uno sforzo, un impegno, possiamo dire "più", questo impegno serve a ciascuno di noi, ci arricchisce, rende la nostra difficile vita forse un po' meno difficile, perché è una realizzazione per camminare insieme, nell'unità del popolo di Dio. E' l'unità del presbiterio e sappiamo bene che la forza si trova nell'unità. Dobbiamo sempre più promuovere questa unità del popolo di Dio, questa unità dei sacerdoti, del presbiterio, questa unità con i nostri fratelli e sorelle consacrati. Questa unità con tutti i nostri laici impegnati, e non ci mancano, con i nostri catechisti, con i nostri operatori sanitari, caritativi e tanti altri. Io faccio, quando posso, le visite pastorali a Roma, e vedo più o meno come queste forze siano presenti e crescano. Forse diminuisce il numero anche di quelli che fanno pratica domenicale. Forse questo diminuisce. Ma, d'altra parte, cresce il numero delle persone impegnate. Ci vuole, allora, una unità ancora più profonda, una comunione ancora più profonda di tutti quelli che costituiscono la Chiesa di Roma, la Chiesa viva. Anche davanti al mondo secolarizzato; anzi, a causa di questo mondo, la situazione è analoga a quella dopo la Pentecoste, dopo la risurrezione e dopo l'ascensione di Cristo, al tempo della Chiesa primitiva. E' molto simile. Naturalmente il contesto storico è molto diverso. Ma la situazione nostra è molto simile.

Grazie per avermi ascoltato e per avermi dato l'opportunità di presentarvi queste mie riflessioni intorno al Sinodo e soprattutto intorno al concetto di "comunione" con cui questo Sinodo lavora.

Data: 1990-03-01

Giovedi 1 Marzo 1990

Ai Consultori Familiari - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Rispettosi della vera natura di servizio alla famiglia

Cari fratelli e sorelle!


GPII 1990 Insegnamenti - Ai rappresentanti della Provincia di Roma - Città del Vaticano (Roma)