
GPII 1990 Insegnamenti - All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)
1. La Quaresima è un tempo di preghiera. E' vero che la preghiera deve avere sempre il suo posto nella nostra vita, in tutte le epoche dell'anno, ma i quaranta giorni che precedono il mistero pasquale ci invita a una preghiera più intensa e più assidua.
Quando Gesù passo quaranta giorni nel deserto, si dedico alla preghiera.
Nella solitudine si raccolse totalmente alla presenza del Padre; lo contemplo, dialogando con lui; gli affido la sua missione. I quaranta giorni di preghiera, che precedettero la sua attività di predicazione, sono una lezione per tutti, ma in particolare per il sacerdote. Egli non è soltanto l'uomo d'azione che si dedica al bene di coloro che gli sono affidati; è prima di tutto l'uomo della preghiera.
In un precedente incontro lo abbiamo già qualificato come uomo di Dio: essere uomo di Dio significa essere uomo di preghiera.
2. Il prossimo Sinodo, riflettendo sulle esigenze della formazione sacerdotale, non potrà omettere questo aspetto essenziale del sacerdozio ministeriale. Coloro che vi si preparano devono essere formati a una vita di preghiera.
Per il sacerdote, la preghiera è un'esigenza che scaturisce tanto dalla sua vita personale quanto dal ministero apostolico. Il sacerdote ha bisogno della preghiera perché la sua possa essere, come deve, una vita essenzialmente donata a Cristo. Non è possibile appartenere a Cristo con tutta la propria esistenza, senza intrattenere con lui profonde relazioni personali che si esprimano nel dialogo della preghiera, senza volgere costantemente lo sguardo verso di lui, per vivere in comunione con lui.
Il ministero apostolico esige, a sua volta, un'assidua preghiera, perché tutta l'azione sacerdotale deve essere ispirata da Cristo e attendere i frutti solo dalla sua grazia. Il sacerdote è chiamato a pregare per coloro ai quali è inviato: deve ad essi il servizio della preghiera, mediante la quale può ottenere loro numerose grazie.
La Lettera agli Ebrei descrive il Cristo sacerdote come colui che intercede incessantemente per noi: "può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore" (He 7,25). A immagine del Cristo, il sacerdote deve svolgere una continua missione d'intercessione.
3. E' dunque molto importante che i candidati al sacerdozio siano formati alla preghiera. Anzitutto essi devono acquisire la convinzione che la preghiera è necessaria alla loro vita sacerdotale e al loro ministero. Poi, devono imparare a pregare, a pregare bene, a utilizzare nel modo migliore, secondo il metodo che loro conviene, i momenti di preghiera. Infine, essi devono sviluppare il gusto della preghiera, il desiderio e, nello stesso tempo, la volontà di pregare.
Chiediamo a Maria, la Vergine orante, di vegliare sulla formazione dei sacerdoti alla preghiera, e di orientare il Sinodo nelle sue riflessioni e decisioni su questo aspetto del sacerdozio, così essenziale alla vita della Chiesa.
Data: 1990-03-11
Domenica 11 Marzo 1990
Titolo: Catechesi permanente per formare un cristiano maturo
(Alla popolazione del quartiere:) Con queste parole, in nome di Cristo, saluto tutti i presenti, tutti gli appartenenti alla parrocchia di San Policarpo. Saluto voi e tutti gli abitanti di queste case, di questi appartamenti, tutta la cittadinanza del quartiere. Saluto tutti i parrocchiani della parrocchia che conta trenta anni, durante i quali è molto cresciuta. Ringraziamo il Signore per questa bella giornata che ci ha offerto oggi un bel pomeriggio per incontrarci liberamente anche fuori dalla chiesa per pregare insieme, per partecipare insieme alla santissima Eucaristia.
Vi saluto nel nome di Gesù e anche nel nome di questo suo testimone intrepido che è il patrono della vostra parrocchia. San Policarpo è una grande figura che emerge dai tempi post-apostolici, nel II secolo. Quando ricorre il giorno della sua memoria, leggendo nel breviario la descrizione del suo martirio, non si può non rimanere senza una profonda commozione per come ha dato testimonianza a Dio, vivo e vero, a Gesù Cristo, questo vescovo e martire dell'Asia Minore. Il vostro patrono è un testimone e la sua testimonianza chiede anche a noi di essere testimoni. Un testimone eroico chiede a noi, interpella noi, alla fine del XX secolo, di essere testimoni nella misura dei nostri tempi, delle nostre circostanze, di questa epoca, molto moderna, molto differente dalla sua epoca. Quasi 18 sono i secoli che ci separano dalla sua vita e dalla sua morte. Ma nonostante questa distanza Gesù Cristo rimane lo stesso, ieri, oggi e per sempre.
Questo ci unisce con la sua epoca, con l'epoca degli apostoli, con tutte le generazioni umane che hanno vissuto sulla terra, perché Gesù è salvatore del mondo, Gesù è redentore di tutti gli uomini, anche di quelli che non lo sanno e che non lo sapranno. Ma nella dimensione del mistero divino, lui è il nostro redentore e di tutta l'umanità. Lui è l'unico mediatore tra Dio e l'umanità. Lui ci porta con la sua croce e con la sua risurrezione verso il Padre. Essere testimone di Cristo vuol dire accettare, accogliere in fede il suo mistero e seguire questo mistero come una luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.
Vorrei concludere, carissimi presenti, con una benedizione insieme al cardinale e al vescovo del vostro settore, una benedizione a tutti i presenti e a tutti i parrocchiani di San Policarpo.
(Ai bambini:) Volevo dirvi che è una grande gioia per me essere qui, essere oggi tra voi, perché sento che qui Gesù Cristo è conosciuto, annunciato, catechizzato, ricevuto sacramentalmente e vissuto. E' questo che ci unisce e ci fa Chiesa. Voi, la parrocchia di San Policarpo, una parrocchia e la Chiesa di Roma, Chiesa apostolica. Ci unisce, ci fa conoscere, amare e vivere Gesù Cristo. Vivere il suo Vangelo, vivere il suo ministero imperscrutabile. Questo è per noi una grande gioia e vorrei dire a questo lontano San Policarpo, dopo 18 secoli, vorrei dirgli che la sua testimonianza, il suo martirio per la fede porta frutto in questa parte della Chiesa di Roma, nella vostra parrocchia che porta il suo nome.
Vorrei nello stesso tempo ringraziare tutti quanti contribuiscono alla conoscenza di Gesù Cristo, alla conoscenza della fede, alla vita sacramentale, al Battesimo, alla prima Comunione, alla Confessione, alla Penitenza, alla Cresima.
Sono certamente i vostri sacerdoti, a cominciare dal vostro parroco, e sono queste suore, sorelle religiose, che lavorano nella catechesi. Ma accanto ai sacerdoti e alle suore ci sono tanti catechisti, catechiste, laici, i vostri genitori, i vostri vicini della parrocchia, gli anziani, adulti, giovani. Tutti loro sono profondamente uniti in un comune impegno: quello di far conoscere, di far vivere Gesù Cristo agli altri, specialmente ai giovani, ai bambini, cominciando dai più piccoli. Far conoscere, far vivere Gesù Cristo, perché lui è la Via, lui è la Verità, lui è la Vita. Questo è il motivo della gioia che condivido con voi, essendo tra voi nella parrocchia di San Policarpo. Come segno di riconoscimento, come segno di comunione, vorrei offrire a tutti, insieme al cardinale vicario e al vescovo della vostra zona, una benedizione.
(All'omelia:) "Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto.
Ascoltatelo" (Mt 17,5).
1. Carissimi fratelli e sorelle, siamo alla seconda tappa dell'itinerario quaresimale che ci condurrà, rinnovati nello spirito, a celebrare la pasqua di Cristo e nostra.
Domenica scorsa la liturgia ci ha presentato Gesù tentato, ma vittorioso sulla tentazione. Alla luce di questo evento abbiamo preso rinnovata coscienza della situazione di peccato nella quale è immerso l'uomo, ma abbiamo anche ricevuto l'annuncio della vittoria sul male offerta a coloro che intraprendono il cammino di conversione e, come Gesù, si rendono disponibili alla volontà del Padre e si fanno obbedienti alla sua parola.
In questa seconda tappa la Chiesa ci indica la meta dell'itinerario: la partecipazione alla gloria di Cristo, quale risplende sul suo volto di Servo obbediente, sofferente e glorificato. La trasfigurazione, infatti, è preludio del mistero pasquale che, realizzatosi in Cristo, deve compiersi in tutti coloro che camminano con lui, come discepoli, sulla via della croce verso la pienezza di vita e l'immortalità.
2. Con Pietro, Giacomo e Giovanni saliamo anche noi sul monte della trasfigurazione e sostiamo in contemplazione dell'evento, al fine di raccoglierne il messaggio e tradurlo nella nostra vita.
La trasfigurazione si colloca al culmine del ministero pubblico di Gesù.
Egli è in viaggio verso Gerusalemme dove si compiranno le profezie del "Servo di Dio" e si consumerà il suo sacrificio redentore. Le folle, di fronte alla prospettiva di un Messia che contraddice le loro aspettative terrene e nazionalistiche, lo hanno abbandonato. Gli apostoli pure non comprendono il senso delle parole con cui egli annuncia l'esito della sua missione nella passione gloriosa. Gesù rivela allora qualcosa del suo "mistero", per confermare i suoi nella fede e incoraggiarli a seguirlo nel cammino verso Gerusalemme. Si trasfigura davanti a loro: il Padre conferma la dichiarazione di amore che gli aveva fatto all'inizio della sua missione, nel battesimo al Giordano, proclamandolo Figlio-Servo, inviato nel mondo per realizzare attraverso la croce il progetto della salvezza; lo Spirito, nel segno della nube, lo adombra e lo avvolge, affinché egli possa dire l'ultimo e definitivo "si" della sua obbedienza sacrificale.
Gesù appare così come l'icona perfetta del Padre, l'irradiazione della sua gloria; centro e cardine di tutta la storia salvifica e compimento ultimo della rivelazione, iniziata con Mosè e proseguita attraverso i profeti, dei quali Elia è il modello.
3. Sul monte della trasfigurazione i testimoni dell'avvenimento non ricevono soltanto la rivelazione della vera identità del Messia; sono anche destinatari di un pressante invito divino: "Ascoltatelo". Parola densa di contenuto che, mentre sollecita al "riconoscimento" di Cristo come Salvatore e Signore, impegna anche alla sua sequela.
Ascoltare Cristo, infatti, comporta l'accettazione della logica del suo mistero pasquale. Occorre cioè mettersi in cammino con lui per fare della propria esistenza un "dono" di amore agli altri, in docile obbedienza alla parola e alla volontà di Dio, con un atteggiamento di distacco da tutto e da tutti e di interiore libertà. Occorre, in altre parole, essere pronti a "perdere la propria vita", perché si realizzi il piano divino della comunione universale.
E' questo il cammino della fede, di cui Abramo è iniziatore ed esempio.
Un cammino al quale è legata la "benedizione" - dono dello Spirito - e quindi la fecondità. Chi cammina nella fede diventa non solo gradito a Dio, ma seme di una nuova umanità.
A questo cammino di fede e di vita nuova i credenti sono sollecitati particolarmente nei quaranta giorni della quaresima, per assimilarsi sempre più a Cristo. Servo obbediente e sofferente, e giungere così, trasfigurati in lui e con lui, a rinnovare l'alleanza con Dio nel mistero della Pasqua. L'itinerario quaresimale diventa così paradigma di tutta la vita cristiana, e non solo del singolo cristiano ma dell'intero popolo di Dio, pellegrino nel tempo verso la pasqua eterna.
4. La comunità dei battezzati, salvati dall'amore di Dio e "chiamati con una vocazione santa", deve sentirsi fortemente interpellata dall'invito divino ad ascoltare Cristo e a seguirlo nel cammino di conversione che, attraverso la passione, conduce alla gloria della risurrezione. Dovete sentirvi provocati particolarmente voi, carissimi fratelli e sorelle della parrocchia di San Policarpo. E con voi tutta la Chiesa di Roma, impegnata nel cammino di preparazione del Sinodo pastorale diocesano.
Che cosa comporta in concreto tutto questo? La Chiesa ha sempre considerato l'esperienza della vita cristiana come un cammino di fede. Fin dai primi secoli, ad esempio, si è preoccupata di accogliere con amore e con sapiente discernimento coloro che volevano diventare discepoli del Signore ed entrare a far parte del suo popolo, accompagnandoli e sostenendoli in un impegnativo itinerario di conversione. Da questa istanza è nato il catecumenato, lungo e progressivo inserimento nel mistero di Cristo e nella vita e missione della Chiesa, realizzato attraverso l'ascolto e l'approfondimento della parola di Dio, la preghiera e la celebrazione dei sacramenti, l'esercizio di una rigorosa vita morale e di una operosa carità.
Proprio nel tempo quaresimale tale cammino aveva il suo momento più forte, in quanto preparazione immediata alla celebrazione dei sacramenti pasquali di quanti - adulti soprattutto - dopo un lungo tirocinio ascetico erano finalmente ritenuti degni di diventare cristiani.
Questa struttura pastorale, che aveva dato preziosi frutti, ando man mano scomparendo quando la società divenne nel suo insieme cristiana. In questi ultimi tempi, pero, sotto la spinta dei complessi fenomeni legati all'avanzare della secolarizzazione, il volto delle comunità cristiane è diventato molto diverso. Molti affermano di credere in Dio, chiedono ancora i sacramenti, ma non compiono un cammino autentico di fede e di conversione, disgiungono la fede che affermano di possedere dagli impegni ad essa conseguenti.
Nasce così l'istanza di una "nuova evangelizzazione", che per i battezzati assume le caratteristiche di una catechesi permanente, capaci di condurli alla progressiva riscoperta della fede e della vita cristiana come sequela di Cristo, nella Chiesa e con la Chiesa. Non si tratta di rievocare metodi di altri tempi, bensi di suscitare uno spirito e una mentalità che si traducano in applicazioni rispondenti alle diverse situazioni, diventando criterio ispiratore di tutta la pastorale. Senza trascurare bambini e fanciulli, tale azione deve rivolgersi con particolare attenzione agli adulti, che sono i destinatari privilegiati del messaggio evangelico e i primi testimoni e educatori nella fede dei piccoli.
5. Obiettivo fondamentale della catechesi permanente è quello di formare il cristiano maturo, cioè il vero discepolo di Cristo. Ora, nell'esperienza del discepolo, è necessario che si fondano insieme, in un organico processo pedagogico ed ecclesiale, diversi elementi e fattori. Anzitutto, l'accoglienza, nella fede, della "buona notizia" di Cristo morto e risorto, principio e fondamento della salvezza. In secondo luogo, l'approfondimento in forma organica e sistematica del messaggio evangelico, per coglierne tutte le implicazioni vitali specialmente sul piano del comportamento morale. La comunione poi con Cristo Signore, realizzata attraverso la preghiera e la celebrazione dei sacramenti. E, finalmente, l'impegno a farsi carico della missione ecclesiale per costruire il regno di Dio nella storia, promuovendo i valori della carità, della giustizia e della pace.
Tale azione pastorale dovrà trovare il suo centro propulsore e unificante nella Chiesa locale, e particolarmente nella parrocchia, luogo privilegiato di catechesi permanente. Qui l'evangelizzazione può diventare insegnamento, educazione ed esperienza di vita, con la collaborazione attiva di tutti: sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, ognuno dei quali saprà mettere a disposizione di tutti il proprio carisma per la comune edificazione, camminando insieme con gli altri verso il compimento del regno di Dio.
6. So che la vostra comunità, carissimi fedeli della parrocchia di San Policarpo, si sta impegnando seriamente per favorire la maturazione nella fede di tutti i suoi membri. La vastità del quartiere e la sua composizione alquanto eterogenea rendono il compito particolarmente difficile. Il Papa è qui tra voi per incoraggiarvi a perseverare.
Saluto il cardinale vicario e mons. Giuseppe Mani, vescovo ausiliare per questo settore; saluto il parroco, don Guerino Di Tora, con i viceparroci e gli altri sacerdoti che compongono il presbiterio e assicurano una preziosa collaborazione nelle varie attività pastorali. Saluto le religiose operanti nel territorio parrocchiale in fedeltà al proprio carisma istituzionale e in sintonia col pastore a cui è affidata la responsabilità di questo gregge. Una particolare espressione di saluto e di incoraggiamento rivolgo ai laici impegnati nelle varie attività di servizio comunitario: dalla catechesi alla liturgia, alla testimonianza di carità verso le molteplici forme di povertà, presenti in parrocchia e altrove.
Tutti invito a ravvivare il proprio impegno, per fare della parrocchia una comunità viva e aperta, dinamicamente protesa verso quanti non hanno ancora accolto l'annuncio salvifico del Vangelo di Cristo.
7. Carissimi fratelli e sorelle della parrocchia di San Policarpo, l'antifona d'inizio della celebrazione eucaristica odierna mette sulle nostre labbra la supplica del Salmo 26: "Il tuo volto io cerco, Signore. Non nascondermi il tuo volto". Questa preghiera è stata già esaudita: nel volto trasfigurato di Cristo, il Padre ci ha manifestato il suo amore, indicandoci il traguardo non solo del cammino quaresimale ma di tutta la vita cristiana: "Questi è il Figlio mio prediletto... Ascoltatelo!".
Ascoltiamo, dunque, la voce divina che ci chiama a seguire Cristo, a diventare sempre più suoi discepoli, a fare di tutta la nostra esistenza un cammino di fede, di conversione e di vita nuova. Ascoltiamolo, per essere definitivamente trasfigurati in lui, quando egli verrà nella gloria e ci sarà dato di contemplare senza veli il volto di Dio. Amen.
(Al Consiglio pastorale:) Grazie per questa relazione. Mi ha toccato soprattutto la parola "anima", perché il Consiglio pastorale è l'anima della parrocchia. E' una parola ambiziosa perché essere anima è più che essere consiglio. Il consiglio è un pensiero, una cosa intellettuale, uno scambio di vedute, un dialogo. Tutto questo è molto importante per l'animazione, deve essere animazione. Questa distinzione a me sembra molto opportuna. Il Consiglio deve animare, deve costituire nella parrocchia quella che è l'anima del corpo. Si diceva una volta, forse ai tempi di san Policarpo, o forse un po' più tardi, che ciò che anima il corpo sono i cristiani. Certamente, la parrocchia è anche un mondo, un mondo neanche tanto piccolo, 40.000 abitanti in questo quartiere di Roma, case, palazzi, delle realtà umane o delle realtà mondane.
Io penso che i cristiani devono essere l'anima della parrocchia e che la parrocchia costituisce in una misura abbastanza significativa l'anima di questa comunità umana. Passando dalla parrocchia al Consiglio parrocchiale, io auguro a questo Consiglio di essere anima di questa animazione dei cristiani nel mondo, in questo mondo che si chiama parrocchia di San Policarpo. Vedendo tante persone impegnate nella problematica amministrativa, posso dire che anche loro fanno parte di questa animazione, ma, come ha ben detto uno dei membri, a loro spetta di regolare bene i conti. Vi auguro anche questo perché per una buona animazione bisogna anche saper regolare bene i conti. A tutti auguro la benedizione del Signore, a voi e alle persone che vi sono care e per cui portate la responsabilità.
(Ai gruppi parrocchiali:) Vi ringrazio per questa presentazione e vi ringrazio per questa presenza. Mi è venuto in mente che da parecchi anni, concretamente dagli anni del Concilio Vaticano II, si sono trovate nuove categorie e nuove parole con cui noi cristiani, ecclesiastici, laici tutti, cerchiamo di definire la nostra fede e la nostra appartenenza alla Chiesa. Io mi ricordo ancora, essendo allora sacerdote e vescovo giovane, che si parlava soprattutto di due categorie: una sono i credenti e praticanti e gli altri i credenti non praticanti. Questa divisione sembrava raccogliere tutta la realtà della parrocchia e della Chiesa diocesana. Oggi, naturalmente, queste due categorie non perdono la loro importanza e la loro identità. La fede rimane punto di partenza, la base dell'essere cristiani, dell'essere nella Chiesa. Ultimamente sono state pero introdotte altre categorie, altre parole che corrispondono a una nuova consapevolezza. Si parla naturalmente dei praticanti, ma si parla molto di più dell'impegno, anzi dei ministeri, dei servizi. Devo dire che questo linguaggio corrisponde più perfettamente al linguaggio biblico, della Chiesa primitiva, della Chiesa apostolica e post-apostolica, che il linguaggio un po' statistico e statico dei credenti non praticanti e dei credenti praticanti.
Nella Chiesa, secondo la visione paolina e degli altri documenti apostolici della Sacra Scrittura, vi sono i diversi impegni, i diversi ministeri, i diversi carismi. Oggi si parla molto di carismi, carismi dei credenti, dei battezzati, non solamente dei religiosi e delle religiose, ma anche, e direi soprattutto, dei laici. Ecco la nostra visione della Chiesa. Il modo in cui noi parliamo della Chiesa, di noi stessi, della nostra comunità e della nostra personalità cristiana è diventato più originale, più vicino al linguaggio della Sacra Scrittura, degli apostoli, della tradizione cristiana. Questo esprime ovviamente una nuova consapevolezza e esprime un nuovo dinamismo della Chiesa.
Coloro che sono credenti praticanti sono capaci di vedersi, di autodefinirsi come apostoli, partecipi dell'apostolato. La Chiesa è tutta apostolica. Ciò vuol dire che è tutta inviata come Cristo, primo inviato del Padre, messaggero del Padre.
Gli apostoli sono inviati di Cristo, come tutti noi, come tutta la Chiesa, composta da quelli che si sentono apostoli, inviati, che hanno da trasmettere un messaggio, che hanno da compiere un compito specificamente cristiano in se stessi, nel loro ambiente più vicino, nella famiglia, nella loro parrocchia, nel mondo.
E' un'osservazione che forse potrebbe servire per ulteriori sviluppi dei vostri impegni, dei vostri gruppi, gruppi di studio, gruppi di preghiera, gruppi di apostolato, caritativi, catechistici, liturgici. Vi auguro un ulteriore approfondimento dell'ecclesiologia del Vaticano II, non solamente nei libri, nei testi, ma in voi stessi. Mi congratulo con la vostra parrocchia, e anche con tutte le altre parrocchie, con la Chiesa di Roma, vedendo come cresce questa consapevolezza cristiana, post-conciliare, ma, nello stesso tempo, originaria, vicina alla Chiesa primitiva, degli inizi.
(Ai giovani:) Grazie per questi doni ma soprattutto per il dono della vostra presenza qui. Secondo le parole che riguardavano la comunità giovanile della parrocchia di San Policarpo ci sono molte ricchezze dalle quali sono nati questi doni: voi giovani, suore e novizie ospedaliere della Misericordia. Si poteva pensare alla parrocchia con tante vocazioni di religiose ma poi si vede che vengono soprattutto dalle Filippine. Anche altre hanno scelto questa parrocchia e fanno tesoro di questa parrocchia. Da quanto ho sentito mi viene in mente una parola di Gesù.
Questa parola è "seguimi". Penso che sia una parola chiave del Vangelo, ma anche di questa interpretazione che la vostra comunità giovanile vuol dare alla gente.
Cristo lo dice ai giovani, ma non solamente, lo dice anche ai pescatori che poi diventano apostoli. "Seguimi": questa parola implica che la vostra fede, il vostro essere cristiani è un cammino. Oggi si parla molto, si ripete molto spesso la parola "cammino". La Chiesa è un cammino, Cristo è un cammino. "Io sono la Via": Cristo è un cammino, è un grande camminatore. Ha percorso diverse strade della sua Patria, la Galilea, ha traversato anche la Samaria e la Palestina. Ma questo suo camminare durante i pochi anni della sua missione messianica è solamente una parte visibile. Rimane poi l'altra parte, immensa, incommensurabile, invisibile. Noi percorriamo - ha detto il vostro collega Paolo - un cammino dopo la Cresima e un cammino prima della Cresima. Noi diciamo così ed è vero. E' un cammino vostro. Ma questo cammino, della prima Comunione, dopo la Comunione, della Cresima, dopo la Cresima, del Matrimonio, dopo il Matrimonio nella vita della famiglia, della vocazione religiosa, della vita sacerdotale, questo cammino è sempre una risposta al "seguimi" di Cristo. E' anche il suo cammino nel mio o il mio cammino nel suo.
Il suo cammino, il cammino di Cristo attraverso le generazioni, attraverso la storia, delle anime e anche delle comunità, delle parrocchie, delle diocesi, dei popoli, questo cammino è continuo. Sempre si ripete la parola "seguimi" e comincia un cammino che è mio, è tuo, è suo. Vi auguro di guardare sempre verso questo primo camminatore, verso colui che si mette in cammino. Gesù lo ha fatto personalmente durante la sua vita in Palestina, nella sua missione messianica.
Oggi lo fa personalmente con la sua persona divina. La sua persona vive nella comunione trinitaria e oggi il "seguimi" di Gesù passa sempre attraverso lo Spirito Santo. Anche attraverso altre persone, attraverso i nostri genitori, attraverso i nostri educatori, attraverso i nostri pastori, ma per essere incisiva, efficace, questa parola di Gesù, "seguimi", deve essere portata sempre dallo Spirito Santo.
Ecco una piccola riflessione complementare a quella che hanno fatto i vostri due oratori per esprimere lo stile di vita della comunità giovanile della parrocchia di San Policarpo. Vi auguro di continuare questo impegno, questo lavoro, perché è un lavoro, un lavoro spirituale, un lavoro apostolico. E' un lavoro potente con la vita intensa, con la volontà, il cuore. Con tutto questo Dio interroga ciascuno di noi. Vi auguro di continuare, di continuare nel segno della parola "seguimi" che viene da Cristo, perciò nella vostra ricerca. Come cristiani siamo chiamati. Già il nostro Battesimo è il primo "seguimi" di Cristo nella vita di ciascuno di noi. Poi sulla base di questa prima chiamata battesimale, vengono altre chiamate attraverso i sacramenti ma anche attraverso i carismi, o attraverso gli indirizzi, le vocazioni, chiamate diverse (ci sono un sacerdote e un diacono nella vostra parrocchia, ci sono poi queste suore) ma anche attraverso chiamate alla vita cristiana che è caratterizzata da tanti diversi compiti soprattutto familiari o professionali. Si deve trovare in tutto questo un impegno cristiano, una risposta alla parola di Cristo.
Per concludere, auguro a voi tutti, giovani di questa parrocchia, auguro a voi tutti e a ciascuno di voi di cercare di capire la vostra vita personale e cristiana nella chiave di questa unica parola di Cristo, "seguimi". Certamente anche san Policarpo ha accettato questa parola, ha compiuto la sua missione in modo esemplare. La memoria del suo martirio, della sua testimonianza, del suo sacrificio per Cristo è rimasta nella Chiesa universale, per le genti, anche a Roma e in questa parrocchia. Carissimi, vi ringrazio per questo incontro, grazie per i vostri canti, canti passati, presenti e futuri. A voi tutti voglio offrire una benedizione.
Data: 1990-03-11
Domenica 11 Marzo 1990
Cinquant'anni or sono, il 12 marzo 1940, ritornava alla casa del Padre, invocando il nome di Gesù, il beato Luigi Orione, apostolo della carità e padre dei poveri.
Pertanto la Piccola Opera della Divina Provvidenza, da lui fondata, fa bene a ricordare quel suo "dies natalis" per rendere grazie a Dio e per riaffermare la volontà di tutti i suoi figli spirituali di custodirne fedelmente il messaggio.
Mentre esprimo vivo compiacimento per tale iniziativa, incoraggio e benedico di cuore il loro intento di approfondire, lungo tutto l'anno giubilare, lo spirito e il carisma del fondatore per farne ragione di rinnovato slancio spirituale e apostolico, alle soglie del terzo millennio.
Se si osserva la multiforme attività caritativa, a cui si dedicano i Figli e le Figlie di don Orione, così pure se si considera la mole enorme di iniziative benefiche da lui personalmente intraprese, non si può trattenere una giusta ammirazione davanti a un servitore della Chiesa così fedele e generoso. E' tuttavia importante che ci si domandi quale sia il carisma unificante, sul quale la sua Opera è costruita, e che la distingue dalle altre Congregazioni, sorte nello stesso periodo storico e ugualmente dedite al servizio dei poveri.
Per rispondere adeguatamente a tale interrogativo, occorre rifarsi alla tipica esperienza spirituale di don Orione. Egli, totalmente abbandonato nelle mani della divina Provvidenza, avverti una bruciante passione per la salvezza dei fratelli espressa nel grido: "Anime! Anime!" che lo spinse sulle strade del mondo facendo del bene sempre, del bene a tutti.
Sentendosi chiamato dallo Spirito a riportare Cristo al popolo e il popolo a Cristo, in un periodo storico molto difficile di grandi cambiamenti sociali e culturali, nel quale tanta gente era attratta da ideologie materialistiche contrarie al Vangelo, don Orione fu ispirato da un profondo "sensus Ecclesiae". Pose pertanto quale fine speciale della sua Congregazione quello di diffondere la conoscenza e l'amore di Gesù Cristo, della Chiesa e del Papa, specialmente nel popolo; trarre e "unire con un vincolo dolcissimo e strettissimo di tutta la mente e del cuore i figli del popolo e le classi lavoratrici alla Sede apostolica", nella quale, secondo le parole del Crisologo, "il Beato Pietro vive, presiede e dona la verità della fede a chi la domanda" ("Ad Eut.", 2). E ciò mediante l'apostolato della carità fra i piccoli e i poveri (Costituzioni, cap. I).
Questo è stato, sin dal primo momento, l'insegnamento costante di don Orione, lo spirito che ha guidato il sorgere del suo Istituto. Del resto anche l'ultimo discorso rivolto ai suoi Figli, a pochi giorni dalla morte, riprendeva il suo frequente monito: "Vi raccomando di stare e di vivere umili e piccoli ai piedi della Chiesa". Questo fu il suo testamento spirituale lasciato in eredità alla sua Famiglia, perché lo custodisse e lo onorasse pienamente.
Egli volle dimostrare che si può stare con la Chiesa e con i poveri.
Constato che nella società scristianizzata esiste un solo linguaggio comprensibile, che smuove i cuori: il linguaggio della carità. E comprese che "la causa di Cristo e della Chiesa non si serve che con una grande carità di vita e di opere, la carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori d'amore verso Dio.
Opere di carità ci vogliono: esse sono l'apologia migliore della fede cattolica".
In lui dunque l'amore alla Chiesa e al Papa e l'amore ai poveri costituiscono le due punte dell'unica fiamma apostolica che divorava il suo cuore senza confini. E' stato giustamente affermato che si potrebbe capire don Orione anche senza i poveri, ma non senza il suo ardente amore alla Chiesa e al suo Pastore universale.
Fedeli a questa singolare spiritualità, i Figli della Divina Provvidenza, sacerdoti, fratelli, eremiti emettono nella loro professione religiosa, con i tre voti di povertà, castità, obbedienza, anche un quarto di "speciale fedeltà al Papa", mentre le Piccole Missionarie della Carità, sia le Suore di vita attiva che le Sacramentine non vedenti adoratrici, aggiungono un quarto voto "di carità".
Siccome "torna a vantaggio stesso della Chiesa che gli Istituti abbiano una loro propria fisionomia e una loro propria funzione" (PC 2) vi incoraggio, sorelle e fratelli carissimi, a proseguire su questa strada, resistendo a ogni tentazione di conformismo e accomodamento alla mentalità del mondo, anche a costo di sacrifici. Cooperate attivamente alla diffusione del regno di Dio specialmente fra i poveri, ponendovi generosamente al loro servizio e condividendone le sofferenze e le speranze. Dovunque operate siate testimoni dell'amore di Dio, con umiltà e nascondimento, in assoluta fedeltà agli insegnamenti della Chiesa e profondamente compenetrati nel mistero di Cristo crocifisso e risorto.
Scegliendo come motto programmatico per la sua Famiglia religiosa "Instaurare omnia in Christo" (Ep 1,10), don Orione volle fare di Cristo il cuore del mondo dopo averne fatto il cuore del suo cuore. E' necessario perciò che anche la sua Famiglia religiosa abbia il suo coraggioso ottimismo. "I popoli sono stanchi - egli scriveva - sono disillusi; sentono che tutta è vana, tutta è vuota la vita senza Dio. Siamo all'alba di una grande rinascita cristiana? Cristo ha pietà delle turbe: Cristo vuol risorgere, vuol riprendere il suo posto. Cristo avanza: l'avvenire è di Cristo" ("Lettere", II,216).
Mi è caro auspicare che, saldamente ancorati al suo carisma, i Figli della Divina Provvidenza, le Piccole Missionarie della Carità, i membri degli Istituti Secolari insieme con gli ex allievi, gli Amici dell'Opera siano pronti a rispondere con rinnovato slancio alle sfide della nostra epoca e degli anni avvenire, rivolgendo sempre lo sguardo verso la figura e gli esempi del Fondatore per esserne la vivente continuazione.
La Vergine Maria, madre della Divina Provvidenza, alla quale don Orione consacro la sua esistenza e l'intera sua Famiglia, vi protegga sempre e continui ad assistervi dal cielo il vostro beato fondatore. In pegno di questi voti, invoco dal Signore pienezza di grazie e di favori celesti, mentre di cuore imparto a lei e a tutti i membri della Famiglia Orionina una speciale benedizione apostolica.
Dal Vaticano, 12 marzo 1990, cinquantesimo della morte di don Luigi Orione.
Data: 1990-03-12
Lunedi 12 Marzo 1990
GPII 1990 Insegnamenti - All'Angelus - Città del Vaticano (Roma)